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Iran tra sanzioni e minacce – di Michele Paris

6 feb
Iran tra sanzioni e minacce

di Michele Paris – 06/02/2012

Fonte: Altrenotizie


L’escalation di minacce e intimidazioni da parte americana verso l’Iran sembra non conoscere alcuna tregua in queste prime settimane del nuovo anno. Alle misure già adottate di recente, il Congresso di Washington sta infatti per aggiungere una nuova serie di sanzioni economiche che, se implementate, produrrebbero effetti ancora più disastrosi per la Repubblica Islamica. Parallelamente, da Israele continuano a giungere preoccupanti segnali di una possibile aggressione militare preventiva contro le installazioni nucleari iraniane, con conseguenze potenzialmente rovinose per la stabilità dell’intero Medio Oriente.

Il nuovo round della guerra economica lanciata contro Teheran è andato in scena qualche giorno fa alla commissione del Senato americano con competenza sulle questioni bancarie, la quale ha approvato all’unanimità un provvedimento per imporre l’espulsione dell’Iran dalla rete mondiale interbancaria SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication). La misura impedirebbe di fatto all’Iran di ricevere quotidianamente miliardi di dollari in entrate dall’estero, trasferiti al sistema bancario locale tramite questo network.

Le nuove sanzioni andrebbero ad aggiungersi a quelle firmate da Obama il 31 dicembre scorso e che penalizzano tutte le istituzioni pubbliche e private che fanno affari con la Banca Centrale iraniana. Pochi giorni fa, inoltre, anche l’Unione Europea aveva preso una propria iniziativa, imponendo un embargo sul petrolio proveniente dall’Iran che entrerà in vigore definitivamente il primo luglio.

Il Congresso americano, fortemente influenzato dalle lobby israeliane di estrema destra, ha così mostrato nuovamente di non nutrire alcuno scrupolo nel suo tentativo di spingere l’Iran verso un cambiamento di regime. A promuovere la più recente misura punitiva, tuttavia, è stata in particolare l’organizzazione legata agli ambienti neo-con, United Against Iran, la quale da tempo funge da mezzo di diffusione di propaganda e menzogne contro l’Iran con il pretesto di impedire a Teheran di giungere a costruire un ordigno nucleare.

Per il suo presidente, Mark D. Wallace (già ambasciatore presso l’ONU per l’amministrazione di George W. Bush, nonché membro del team legale dell’ex presidente repubblicano durante il riconteggio delle elezioni presidenziali del 2000 in Florida), la SWIFT starebbe peraltro contravvenendo da qualche tempo ad altre sanzioni già approvate contro l’Iran e perciò sarebbe necessario che interrompesse ogni legame d’affari con Teheran.

La legge in discussione a Washington – Iran Sanctions, Accountability and Human Rights Act -passerà ora all’esame dell’aula del Senato, dove dovrebbe essere approvata senza difficoltà. Oltre a costringere la società con sede a Bruxelles ad escludere l’Iran dalla sua rete interbancaria, sono previste anche altre sanzioni. Tra di esse spicca l’obbligo per tutte le compagnie quotate nella borsa americana di rivelare qualsiasi legame con aziende o individui iraniani sulla lista nera di Washington e il divieto di rilasciare visti d’ingresso per quegli studenti iraniani che intendono intraprendere negli USA un percorso di studi nell’ambito energetico.

Nonostante le incessanti pressioni, il governo di Teheran continua ad alternare dure risposte alle provocazioni con segnali distensivi. Qualche giorno fa l’Iran ha ad esempio ospitato una delegazione di ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), mentre ha più volte manifestato la disponibilità a riaprire i colloqui sulla questione del nucleare.

Se gli Stati Uniti sono dunque ufficialmente in prima linea sul fronte delle sanzioni, è invece Israele che alimenta le speculazioni su un possibile imminente attacco preventivo in territorio iraniano. Venerdì, il Washington Post ha riportato i timori espressi anche dal governo americano per un’eventuale azione unilaterale israeliana che potrebbe scatenare un conflitto ben più ampio nella regione. Nel corso di un meeting NATO a Bruxelles, il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, giovedì ha infatti dichiarato che “Israele sta prendendo in considerazione un attacco mentre noi abbiamo manifestato le nostre preoccupazioni”.

Le più recenti apprensioni sarebbero state provocate dalle parole del Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, in una conferenza nella città costiera di Herzliya. Per l’ex leader laburista il tempo a disposizione per impedire all’Iran di produrre un’arma atomica sta scadendo, dal momento che il regime sta trasferendo le attrezzature relative al proprio programma nucleare in una struttura-bunker presso la località di Qom. Chiudendo il suo intervento di fronte ai vertici militari e dell’intelligence, Barak sarebbe poi passato significativamente dalla lingua ebraica all’inglese, ammonendo che “più tardi è troppo tardi”. Una frase che rappresenta con ogni probabilità un messaggio non troppo velato a quanti, soprattutto a Washington, chiedono a Israele di avere pazienza e di aspettare gli effetti delle sanzioni.

Inoltre, il recente rinvio dell’esercitazione congiunta tra militari americani e israeliani (“Austere Challenge 12”), inizialmente prevista per il mese di aprile, secondo alcuni non sarebbe stato un segnale per stemperare la tensione con l’Iran., bensì una prova stessa delle intenzioni di Tel Aviv di attaccare in primavera o all’inizio dell’estate. Il governo israeliano, infatti, avrebbe chiesto di spostare l’esercitazione perché essa avrebbe sottratto alle proprie forze armate risorse importanti da impiegare in un’operazione militare contro la Repubblica Islamica.

La contrarietà americana pare essere stata esposta direttamente al premier Netanyahu e allo stesso Barak dal capo di Stato Maggiore USA, generale Martin Dempsey. Il 20 gennaio scorso, quest’ultimo avrebbe riferito al governo israeliano che gli Stati Uniti non prenderanno parte ad una guerra contro l’Iran scatenata da Tel Aviv senza l’OK di Washington. In precedenza, anche il numero uno del Pentagono in un’intervista alla CBS aveva affermato che, in caso di attacco israeliano, gli USA si dedicherebbero esclusivamente a proteggere le proprie forze armate da eventuali ritorsioni da parte iraniana.

Il governo israeliano non sembra comunque scoraggiato dalla riluttanza americana e, anzi, sono in molti a sostenere che il governo di estrema destra guidato da Netanyahu voglia deliberatamente provocare frizioni con l’amministrazione Obama per mettere sotto pressione la Casa Bianca durante il periodo elettorale e ottenere il via libera all’attacco militare nei prossimi mesi.

Israele, d’altra parte, non sembra temere particolarmente la reazione di Teheran, ricordando agli alleati americani come un attacco simile contro un reattore nucleare in Siria nel 2007 non provocò alcuna rappresaglia. Secondo l’opinionista del Washington Post vicino agli ambienti d’intelligence a stelle e strisce, David Ignatius, calcolando eventuali razzi lanciati dall’Iran e da Hezbollah in Libano, Israele stima di dover “assorbire” non più di 500 vittime.

Per lo stesso Ignatius, il quale avanza anche l’ipotesi che Tel Aviv veda addirittura positivamente il mancato coinvolgimento americano in un conflitto con l’Iran, il piano di aggressione israeliano prevede una sorta di guerra lampo di pochi giorni con incursioni aeree limitate, seguite da un cessate il fuoco negoziato dall’ONU. Uno scenario, questo, fin troppo ottimistico e che, sovrapponendosi alle tensioni in Siria e agli effetti della Primavera Araba, quanto meno solleva più di una perplessità.

Anche se il messaggio trasmesso dagli USA a Israele appare insolito, l’amministrazione Obama e il complesso militare americano non sembrano in realtà nutrire particolari scrupoli per un’azione militare contro l’Iran. I vertici del governo e delle forze armate continuano infatti a sostenere che nei confronti della Repubblica Islamica ogni “opzione rimane sul tavolo”, mentre nelle ultime settimane la presenza militare americana nel Golfo Persico è notevolmente aumentata in vista di un possibile conflitto.

Quello che Washington non desidera è un attacco preventivo, perché estremamente impopolare. Piuttosto, un eventuale intervento armato dovrebbe essere legittimato da un casus belli, fornito dalla reazione di Teheran ad una delle svariate provocazioni che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno mettendo in atto da tempo. In alternativa, la Casa Bianca continua a puntare su sanzioni punitive che colpiscono l’economia iraniana e indeboliscono il regime.

Nel frattempo, la propaganda anti-iraniana prosegue senza sosta. Qualche giorno fa, il capo dell’intelligence statunitense, James Clapper, nel corso di un’audizione al Congresso, senza presentare alcuna prova, ha espresso timori per la possibilità che l’Iran possa pianificare attentati terroristici sul territorio americano.

Venerdì, infine, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo dal titolo “Gli USA temono legami dell’Iran con Al-Qaeda”, secondo il quale Teheran avrebbe recentemente liberato e fornito un qualche appoggio materiale a cinque membri di alto livello appartenenti all’organizzazione che fu di Osama bin Laden e che erano agli arresti domiciliari fin dal 2003. Il pezzo, che considera solo sommariamente le note differenze strategiche tra l’Iran sciita e il radicalismo sunnita di Al-Qaeda, fa parte della campagna diffamatoria in atto da tempo nei confronti di questo paese, così da preparare l’opinione pubblica internazionale alle prossime azioni volte a provocare la caduta di un regime sempre meno gradito.

 

( Fonte: www.ariannaeditrice.it )

Attentato all’Agip, per il Movimento del Delta del Niger è corresponsabile di povertà e inquinamento – di Giacomo Dolzani

6 feb
Attentato all’Agip, per il Movimento del Delta del Niger è corresponsabile di povertà e inquinamento

di Giacomo Dolzani – 06/02/2012

Fonte: Arianna Editrice

Dopo un periodo di dormienza il MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta), in italiano Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger, ha ripreso i suoi attacchi all’apparato petrolifero nigeriano.
A finire nel mirino del gruppo armato è, questa volta, un oleodotto dell’AGIP, compagnia impegnata nell’estrazione del greggio nella zona, che è stato danneggiato dall’attacco avvenuto nello stato del Bayelsa.
Questo gruppo, che con la lotta armata vuole liberare la Nigeria dalle lobbies straniere e da un governo fantoccio delle multinazionali, si era già in passato reso protagonista di sequestri di operai, impiegati negli impianti di estrazione del petrolio, e di sabotaggi agli oleodotti.
Le richieste da sempre avanzate dai combattenti del Delta del Niger sono per un risarcimento agli abitanti, danneggiati dall’inquinamento causato dall’attività estrattiva, e per restituire al popolo nigeriano il controllo sulle risorse naturali del proprio territorio.
La prolungata attività dei colossi internazionali del petrolio, principalmente Chevron Texaco, Shell ed ENI, ha letteralmente distrutto l’ecosistema dell’intera regione, si stima che dal 1958 ad oggi siano stati riversati nel Delta almeno 13 milioni di barili di scarti di lavorazione e bitumi.
La rete di distribuzione inoltre è basata su un sistema enorme di tubazioni, difficile da controllare e mantenere in sicurezza, tanto che in molti tratti queste sono corrose e perdono liquidi, che lasciano sull’acqua uno strato oleoso impossibile da rimuovere, soprattutto quando entra a contatto con il terreno, che ne rimane impregnato.
Già da parecchi decenni l’intera area non è più coltivabile perché il terreno è ormai morto e quindi una delle poche fonti di sussistenza degli abitanti è praticamente scomparsa mentre il fiume, l’unica fonte d’acqua, è ancora utilizzato per lavarsi e bere.
La pesca nel fiume è ancora possibile, ma il pesce puzza di petrolio, e la gente è obbligata a mangiarlo comunque per non morire di fame, il che genera malattie croniche soprattutto nei bambini, che molto spesso nascono con malformazioni, mentre tumori di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Un’altra pratica applicata negli impianti, illegale anche in Nigeria dal 1984, ma la cosa non costituisce un ostacolo, è quella del cosiddetto gas flaring, che altro non è che l’incendiare il gas estratto assieme al petrolio ma che non è economicamente redditizio trasportare e mettere sul mercato, e costituisce circa il 40% del gas prodotto in Nigeria.
Il gas flaring crea fiammate altissime che producono quantità enormi di inquinanti, soprattutto anidride carbonica mescolata ad altre sostanze tossiche se inalate, oltre ad una indicibile quantità di calore, che rendono l’aria irrespirabile e l’ambiente invivibile anche a grande distanza, addirittura le fiamme possono essere viste da satellite, mentre la Nigeria, con una rete di distribuzione presente praticamente solo nelle grandi città ed un apparato industriale quasi inesistente brucia una quantità di gas pari ad un terzo di quella che si utilizza in tutta Europa. Inoltre non tutto il gas uscente dalle ciminiere riesce ad incendiarsi, una parte consistente rimane incombusto e crea irritazioni alla pelle e malattie a chi ne entra in contatto.
Le manifestazioni spontanee di protesta contro questo scempio si susseguono da anni, ma vengono ogni volta represse nel sangue dall’esercito fedele ad un governo che risponde solo alle multinazionali.
Le compagnie petrolifere, ogni volta che qualche notizia riguardante la situazione arriva in Occidente, utilizzano le scuse più disparate per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica, attribuendo la colpa dell’inquinamento alle altre aziende estrattrici o millantando piani di bonifica che nessuno ha mai visto cominciare, anche perché i costi sarebbero insostenibili anche per società di quella grandezza.
È proprio per questo motivo che i gruppi armati resistenti come il MEND godono dell’appoggio e della simpatia della popolazione locale, che li copre e li sostiene, in quanto loro unica speranza di ottenere giustizia.
I giganti del petrolio che operano nella regione lamentano infatti spesso la poca sicurezza per i loro operai, pretendendo la presenza di presidi dell’esercito per evitare sequestri di personale, rapimenti questi che quando si verificano hanno grande risonanza sui media, che presentano i come dei criminali. Combattenti che in realtà non hanno mai chiesto soldi, ma solo il miglioramento delle condizioni di vita di una popolazione portata alla fame dall’imperialismo occidentale.
Sul Delta del Niger vivono all’incirca trenta milioni di persone, ma solo una parte minoritaria è impiegata nell’industria petrolifera, la stragrande maggioranza ha invece semplicemente visto distruggere a poco a poco il proprio territorio e scomparire le proprie fonti di sostentamento. Agli inizi degli anni sessanta, quando ebbe inizio l’insediamento delle multinazionali, la Nigeria era il maggior produttore di cacao al mondo, ad oggi la produzione è calata del 43%, quella di grano del 29%, del 64% e 65% rispettivamente quella di arachidi e cotone (fonte: “Where Vultures Feast: Shell, Human Rights, and Oil in the Niger Delta” Okonta, Douglas).
Ad ogni richiesta di questi gruppi, che altro non portano se non la voce di un popolo oppresso, la risposta delle industrie è sempre stata l’aumento del personale di sicurezza e le pressioni sul governo per un intervento più deciso di repressione, ma fermare un movimento sostenuto da persone a cui è stato tolto tutto non è cosa facile, soprattutto quando si è dalla parte del torto.

 

( Fonte: www.ariannaeditrice.it )

Tagliatori di teste: Monti e il governo-ombra del mondo – di Giorgio Cattaneo

6 feb
Tagliatori di teste: Monti e il governo-ombra del mondo

di Giorgio Cattaneo – 06/02/2012

Fonte: libreidee

Come dono emblematico della rinnovata “amicizia italo-libica”, ad opera dei nuovi governi dei due paesi, il premier Mario Monti ha riportato in Libia la testa di Domitilla, che qualcuno aveva rubato vent’anni fa decapitando un’antica statua. Di teste tagliate, Monti in effetti se ne intende. Prima di ricevere l’investitura dal presidente Napolitano, ha fatto parte per anni della banca statunitense Goldman Sachs, le cui speculazioni (tra cui la truffa dei mutui subprime) hanno provocato tagli di posti di lavoro e di vite umane (con l’aumento dei prezzi dei cereali). Come consulente, scrive “Le Monde”, egli aveva «l’incarico di apritore di porte, per sostenere gli interessi della Goldman Sachs nei corridoi del potere in Europa».

Interessi non solo economici ma politici: i padroni della banca fanno parte della onnipotente élite finanziaria, organizzata quale governo ombra Mario Monti con Abdel Jaliltransnazionale, nelle cui stanze segrete si decidono non solo le grandi operazioni speculative, come l’attacco all’euro, ma anche quelle miranti a sostituire un governo con un altro più utile. È qui che è stato deciso di far cadere policamente la testa di Berlusconi: un affarista molto utile per lo smantellamento della cosa pubblica e le “liberalizzazioni”, resosi però inviso per i suoi accordi economici con la Libia di Gheddafi e la Russia di Putin. Divenuto scomodo quando, come rivela il “Washington Post”, si è infuriato per la mossa della Francia di attaccare per prima la Libia il 19 marzo, minacciando di togliere agli alleati l’uso delle basi italiane. Richiamato dalla Clinton, è rientrato nei ranghi e l’Italia, stracciato il trattato di non-aggressione con la Libia, ha svolto «con onore» il suo ruolo nella guerra.

Ciò non ha però salvato Berlusconi: abbandonato e deriso dagli alleati, ha dovuto mettere lui stesso la testa sotto la ghigliottina quando, con la regia del governo ombra transnazionale, i “mercati” hanno minacciato di far crollare il suo impero economico. E in queste stesse stanze segrete è stato deciso di far cadere la testa di Gheddafi, materialmente, demolendo lo stato da lui costruito e assassinandolo. Non a caso la guerra è iniziata con l’assalto ai fondi sovrani, almeno 170 miliardi di dollari che lo Stato libico aveva investito all’estero, grazie ai proventi dell’export petrolifero che affluivano Gheddafi mortoper la maggior parte nelle casse statali, lasciando ristretti margini alle compagnie straniere.

Fondi investiti sempre più in Africa, per sviluppare gli organismi finanziari dell’Unione africana (la Banca di investimento, il Fondo monetario e la Banca centrale) e creare il dinaro d’oro in concorrenza al dollaro. Progetto smantellato con la guerra, decisa, prima che dai governi ufficiali, dal governo ombra di cui fa parte la Goldman Sachs. Nella quale oggi non ha più, formalmente, alcun incarico quel Mario Monti che, in veste di capo del governo italiano, è sbarcato a Tripoli, accompagnato dall’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, che, come presidente del Comitato militare della Nato, ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra alla Libia. Hanno portato in dono la testa di Domitilla a un “governo” creato artificiosamente dalla Nato, con il compito di tagliare (materialmente) le teste di quanti vogliono una Libia indipendente dal nuovo colonialismo.

(Manlio Dinucci, “L’arte della guerra: i tagliatori di teste”, da “Global Research” del 30 gennaio 2012).

 

( Fonte: www.ariannaeditrice.it )

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