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Walther Darré e l’ecologia nel III Reich

24 feb

Walther Darré e l’ecologia nel III Reich

Si fa un gran parlare di tutela dell’ambiente e di ecologia da quarant’anni a questa parte. Da quando gli ecologisti si sono dati alla politica con la formazione del partito dei Verdi in Europa e nel Nord America, le loro idee si sono sposate con l’internazionalismo di orientamento pacifista e sinistrorso e con un genere di proselitismo invadente di carattere quasi religioso sebbene i Verdi tengano a presentarsi come laici integrali. Essi poi, pur mostrandosi assai critici nei confronti della civiltà industriale, sono fiduciosi che la tecnologia, spina dorsale del sistema industrial-capitalistico e suo principale mezzo propulsore, possa risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico e dell’inquinamento atmosferico col ricorso a fonti alternative al petrolio. Tuttavia, ove non si ricorra al nucleare, è assai dubbio che l’enorme macchina dell’industrialismo possa continuare a funzionare garantendo certi standard di benessere generalizzato a cui i Verdi non intendono assolutamente rinunciare ma pretendono addirittura di esportare presso tutti popoli del Pianeta. I Verdi però sono contrari al nucleare e per ragioni a cui è assai difficile replicare con l’argomento della presunta “assoluta sicurezza” delle centrali di ultima generazione. Posto che tali centrali non siano soltanto un ennesimo mito della tecnologia, è certo che i conflitti scatenati oggi per l’approvvigionamento del petrolio, domani sarebbero scatenati per l’approvvigionamento dell’uranio.
La soluzione che nessuno vuole prendere in considerazione è semplice e radicale: bisogna abolire l’industrial-capitalismo, smantellare le megalopoli che esso ha creato, tornare a popolare le campagne e ricostruire l’economia agricola di un tempo, con gli aggiustamenti necessari a eliminare la grande proprietà terriera e ricorrendo il meno possibile ai concimi chimici, agli insetticidi, alla manipolazione genetica nella produzione agricola e nell’allevamento del bestiame.
Questa è nella sostanza la soluzione a suo tempo proposta e in parte realizzata dall’ecologia del nazionalsocialismo la quale trasse ispirazione e approfondì idee che già circolavano in Germania, fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, grazie al movimento giovanile dei Wandervoegeln (Uccelli in Libertà). Se i Verdi hanno avuto tanto successo elettorale in Germania (niente da paragonarsi per dimensioni agli insignificanti analoghi partiti di Francia e Italia), è perché in questo Paese esisteva una tradizione che fu ripresa con apprezzabili risultati negli anni Trenta-Quaranta. Da segnalare che il Wandervoegel non era assolutamente pacifista come non lo era la Germania guglielmina.
Si parlerà adesso di Ricardo Walther Darré, il fondatore dell’ecologia del III Reich, ministro dell’agricoltura e presidente della Lega dei contadini dal 1933 al 1942.
Darré nacque in Argentina nel 1895 e frequentò dall’età di nove anni la scuola evangelica anglo-tedesca di Godesburg. Nel 1912 fu per un anno studente presso una scuola privata inglese, e successivamente frequentò i corsi dell’Istituto coloniale tedesco che preparava il personale destinato a svolgere attività all’estero. I suoi studi si interruppero a causa della Prima Guerra Mondiale. Finita la guerra si diplomò in agraria e si specializzò ad Halle sull’allevamento e la riproduzione degli animali.
La sua giovinezza trascorse quindi mentre in Germania fioriva il movimento dei Wandervoegeln, gruppi di giovani itineranti per i boschi e le montagne alla ricerca di una esistenza diversa da quella alienante caratteristica delle città. I Wandervoegeln erano seguaci dell’antroposofia di Rudolf Steiner. Questi aveva un orientamento di pensiero che potremmo definire “darwinista spiritualista”. Non gli erano infatti estranee vedute del vitalismo bergsoniano e sosteneva che lo sviluppo del capitalismo avrebbe finito col distruggere le risorse della Terra. Credeva nell’astrologia in quanto studio scientifico delle influenze degli astri sulla vita del pianeta, nei fenomeni di magnetismo e nella reincarnazione. Ma soprattutto insisteva sull’obbligo inderogabile della difesa del suolo e dell’ambiente naturale.
Finita la guerra i Wandervoegeln fondarono diverse comunità agricole di ispirazione tolstoiana. In una di esse campeggiava un motto di Gandhi: “La macchina è il più grande dei peccati”.
Darré fece suo il forte senso pratico che caratterizzava queste comunità, ma pose in secondo piano il romanticismo che conferiva loro il tono. I suoi due libri, “Il mondo contadino come sorgente di vita della razza tedesca” (1928) e “Una nuova aristocrazia basata su sangue e suolo” (1929), sostenevano, sulla base delle scienze naturali e delle competenze specifiche dell’autore, che il binomio “sangue-suolo” è il principio che rende possibile il benessere dell’uomo sulla Terra. La formula era stata ripresa da Bismarck e da un ex socialdemocratico, August Winning.
Il futuro ministro del Reich è stato accusato dagli esponenti del “pensiero unico” di essere nient’altro che un reazionario. Ma questo “reazionario” non guardava soltanto con prussiano disprezzo le malefatte del capitalismo, era anche il difensore della classe dei contadini, sempre mortificati e oppressi nella storia tanto dai signori feudali quanto dai borghesi che li avevano esautorati a partire dalla Rivoluzione francese (eloquente al riguardo la rivolta contadina della Vandea e il genocidio che ne seguì). Inoltre alcune riforme, che il futuro ministro suggeriva, anticipavano quelle dei migliori ecologisti dei nostri tempi: la riforma strutturale dell’industria e dell’agricoltura, tecniche di coltivazione e allevamento “biologici” (dettati cioè dalla millenaria esperienza dei contadini) a cui si potevano associare anche moderni ritrovati della tecnologia che però non sacrificassero la qualità alla quantità del prodotto e garantissero la salute dei consumatori e l’integrità dell’ambiente.
Nel libro “Una nuova aristocrazia”, che per certi versi si può collegare all’ ”operaio” jungeriano, Darré attaccava senza mezzi termini i “discorsi edificanti e sentimentali sui mali del mondo moderno e la superiorità della pura e nobile anima tedesca”. Successivamente stigmatizzò il “romanticismo dell’intellettuale urbano” con le sue fisime sul vegetarianesimo, il nudismo, l’assegnazione di piccoli lotti di terra da coltivarsi per divertimento. Egli pretendeva tout court l’abolizione della società industriale da sostituirsi con una contadina, immunizzata dal capitalismo attraverso un sistema di corporazioni ereditarie. L’industria, l’urbanizzazione, la meccanizzazione come fenomeni di massa andavano radicalmente estirpati. Il loro crollo sarebbe stato possibile attraverso l’accerchiamento della città da parte della campagna, un’idea che anticipava Mao tse tung. I cittadini infrolliti e decadenti sarebbero stati vinti da un nucleo di contadini sani, robusti e politicizzati, veri discendenti degli antichi Germani. Il contadino tedesco era identico a tutti gli altri contadini d’Europa del Nord e suo compito, assieme ad essi, sarebbe stato quello di spezzare le catene che erano state imposte dall’influenza di un certo spirito decadente presente nell’impero di Roma, spirito che attraverso il diritto romano, il cristianesimo e la scuola aveva depotenziato nel contadino europeo la sua tradizione,la sua religione della terra, la sua “identità nordica”.
Tali vedute furono ulteriormente chiarite in numerosi articoli successivi alla pubblicazione dei due libri e suscitarono vasti consensi fra gli Junker prussiani, che assegnarono all’autore il compito di contattare il partito conservatore e quello nazionalsocialista. Così Darré incontrò prima Hugenberg e poi Hitler. Questi aveva sentito parlare di lui quando i nazionalsocialisti, nell’intento di allargare una base elettorale ancora limitata ai ceti medio-bassi delle piccole città, avevano deciso di rivolgersi ai contadini e agli agrari puntando sul malcontento suscitato dalla crisi della produzione agricola provocata da alcune improvvide decisioni del governo di Weimar.
Sebbene Hitler rimproverasse a Darré di non aver assunto una posizione circa la questione ebraica radicale quanto quella assunta sulla questione contadina, gli fece dare un ufficio nella sede del partito a Monaco e incaricò l’editore Lehmann di assegnargli un regolare stipendio. Darré rivelò subito grande capacità organizzativa e riuscì a legare saldamente i contadini ai nazionalsocialisti fra il ‘30 e il ‘33, anni in cui mise a punto due rivoluzionarie riforme agrarie, tramutate immediatamente in leggi dello Stato quando assunse le cariche di ministro dell’agricoltura e di presidente della Lega dei contadini.
La prima stabiliva l’ereditarietà e inalienabilità delle aziende agricole, la seconda una rete di distribuzione nazionale dei prodotti che ne controllasse la qualità e i prezzi. Fatto notevolissimo, veniva istituito un ente nazionale, il “Reichsnaehrstand”, allo scopo di eliminare ogni forma di intermediazione fra produttore e consumatore. L’ente, con sede a Berlino, era autonomo rispetto al partito. Dopo un acceso dibattito fu deciso che la città di Goslar, antica capitale del Sacro Romano Impero nel X secolo, sarebbe stata la capitale dei contadini. Sui vasti declivi che la circondavano si tenevano periodicamente grandi saghe paesane a cui partecipavano, alla presenza di Hitler, ogni volta quasi 500.000 contadini. Darré progettava di fare di Goslar la sede di una futura Internazionale contadina europea.
Fra il ‘33 e il ‘36 scrisse parecchi articoli su temi ecologici: alcuni trattavano dei pericoli dell’erosione, altri degli insegnamenti che si potevano trarre dalla storia della depressione economica nelle campagne. Poiché la depressione colpiva di meno le piccole aziende perché autosufficienti, egli sostenne che in queste fosse più conveniente adoperare mezzi tradizionali a trazione animale piuttosto che le moderne macchine a benzina. Stabilì che ai braccianti fosse data una casa e terreni sufficienti a garantire il sostentamento della numerosa famiglia. Questi braccianti costituiranno il 40% delle nuove colonie agricole fondate in Prussia. Darré promosse la bonifica e il risanamento delle ampie zone paludose che vi si trovavano e per questo fu attaccato dagli ecologisti filo-governativi che temevano si potesse alla lunga verificare una desertificazione come quella del Dust Bowl, regione delle grandi pianure statunitensi divenuta desertica negli anni Trenta. Il ministrò negò che ciò potesse verificarsi, ma alla fine dovette arrendersi al divieto di procedere nelle bonifiche venuto da Hitler in persona. Questi si era infatti convinto che le bonifiche delle paludi avrebbero danneggiato la superficie freatica della Germania orientale.
Da ciò prese le mosse il dissenso di Darré dalla linea del partito, al quale rimproverava anche di aver dato allo stato un eccessivo potere e le tendenze imperialistiche impresse alla politica estera. Sebbene egli non fosse un seguace di Steiner mentre lo erano invece molti dei suoi sostenitori, la sua autorevolezza era già stata scossa in parte fin dal ‘35, quando il movimento antroposofico era stato abolito e sciolte associazioni “nordiste” in odore di massoneria come l’Ordine dei Druidi. Tuttavia egli resterà a capo del ministero fino al ‘42 e potrà continuare la sua battaglia in favore dei contadini, in difesa dei prezzi dei loro prodotti e per più consistenti investimenti in agricoltura.
Gli steineriani non si erano però dati per vinti, sapevano che Hitler, a cui stava particolarmente a cuore l’autosufficienza alimentare del Reich, non poteva con loro essere troppo intransigente. Essi Pertanto fondarono a Marienhoehe una fattoria sperimentale i cui risultati pubblicavano sulla rivista “Demeter”. Per mezzo di essa richiesero un maggior numero di siepi frangivento, di opere di drenaggio e un incremento nell’uso di concimi naturali. Nel maggio del ‘40 Darré appoggiò queste richieste perché gli esperimenti realizzati dagli steineriani consentivano risparmi nell’acquisto di fertilizzanti e insetticidi e colpivano gli interessi della grande industria chimica consentendo di dare maggiore impulso alla lotta contro il capitalismo. Avviò così una campagna per convincere gli altri capi nazisti della convenienza dell’ agricoltura “biologico- dinamica”.
Questa campagna fu interrotta nel ‘41 in occasione della missione di Hess in Inghilterra, mentre gli steineriani venivano perquisiti o arrestati, la loro rivista proibita e tutti gli esemplari in circolazione distrutti. L’architetto paesaggista Seifert, che lavorava nella costruzione delle autostrade del Reich per conto della “Todt” e che era uno steineriano, si rivolse a Darré perché intervenisse. E questi lo fece nonostante fosse stato avvertito da Bormann che gli ordini a che si procedesse contro gli ecologisti eretici venivano personalmente da Hitler. Il ministro scrisse dunque a Himmler e a Heydrich chiedendo che cessassero le persecuzioni contro i “suoi agricoltori”, con una iniziativa che venne subito giudicata nelle alte sfere “grottesca e politicamente pericolosa”.
Ciò nonostante, Darré continuò a raccogliere materiale sull’agricoltura “biologico-dinamica”, sebbene un suo funzionario gli avesse fatto avere una lettera di cui era entrato in possesso e in cui vi erano le prove del complotto ordito ai suoi danni dagli industriali della chimica. Nel marzo del ‘42, per le pressioni di Goering e di Bormann, fu rimosso dal ministero.
Si è detto che già nel ‘35, a causa dei suoi rapporti con gli ecologisti steineriani ma anche,in seguito, per le sue critiche alla linea del partito in politica estera, Darré si era screditato presso le massime cariche dello Stato. Giova adesso riprendere il discorso sul secondo punto della sua posizione nei confronti del nazionalsocialismo.
Risulta dai suoi diari che, all’epoca dell’annessione al Reich della Boemia e della Moravia, pensava che un impero tedesco fosse inconciliabile col concetto di nazione contadina e che la Germania avrebbe finito col condividere il destino di tutti gli imperi da quello romano a quello britannico: la perdita della sua identità etnico-culturale. Aveva inoltre giudicato Himmler un “gesuita” e le sue SS “delle guardie pretoriane”. Si era risaputo, anche perché il ministro era incapace di dissimulazione. Per ordine di Hitler era stato quindi tenuto allo scuro dei piani d’attacco all’Unione Sovietica e successivamente avrebbe espresso giudizi severi sul modo con cui veniva condotta la guerra preconizzando
un’inevitabile sconfitta.
Tali critiche hanno un fondamento di verità. Ma per valutarle nella loro giusta luce occorre tener presente che Darré era essenzialmente un conservatore, e un rivoluzionario solo in virtù del suo radicalismo e della sua inconcussa onestà intellettuale. In secondo luogo, che Hitler intendeva la futura colonizzazione tedesca della Russia come “insediamento di colonie agricole di tipo feudale”, esattamente secondo le idee di Darré. In terzo luogo, che questi fu lasciato al suo posto, nonostante tutto, fino al ‘42 e in seguito nei suoi confronti non si ebbe una “liquidazione” di tipo staliniano. Nonostante l’irritazione provocata dalle sue esternazioni spesso inopportune, le sue idee sull’agricoltura biologico-dinamica si riconoscevano come sostanzialmente giuste, sebbene nel corso della guerra non trovarono una sistematica applicazione alcuni suoi utili suggerimenti. Per esempio, data la scarsità di azoto dovuta alle impellenti richieste della produzione di esplosivi, l’uso di fertilizzanti chimici avrebbe potuto esser notevolmente ridotto ricorrendo al sistema medioevale della rotazione delle colture e della concimazione naturale.
Processato a Norimberga come tutti gli alti gerarchi nazionalsocialisti, fu condannato a sette anni di reclusione per avere espropriato a favore di contadini tedeschi alcuni proprietari polacchi, nei territori che erano appartenuti al II Reich in epoca antecedente alla Prima Guerra Mondiale. Venne liberato nel 1950 per le sue cattive condizioni di salute. Morirà tre anni dopo nella sua cara Goslar, la capitale dei contadini, dedicando agli studi l’ultimo tempo della sua non lunga esistenza. I suoi ultimi scritti saranno subito pubblicati sotto pseudonimo dal giornale cittadino.
In essi Darré attaccò le grandi aziende agricole perché ignoravano volutamente le nuove tecnologie biologico-dinamiche che avevano offerto buoni risultati prima e durante la guerra, e perché l’agricoltura industriale si ostinava a praticare la divisione del lavoro e a sfruttare il bracciantato. Criticò il governo asservito agli Alleati perché sosteneva l’industria a scapito dell’agricoltura e affermò l’opportunità che l’industria meccanica producesse macchinari che potessero esser manovrati da un singolo operatore, come il piccolo trattore a benzina. Sostenne per le aziende organiche l’opportunità di installare impianti per la produzione di metano a partire dai gas sprigionati dal concime naturale e da altri materiali di recupero.
Negli ultimi tempi si riavvicinò alle idee originarie dei Wandervoegeln e abbandonò quasi tutte le sue riserve nei confronti di Steiner. Abbozzò una sua filosofia della storia, caratterizzata dall’idea che la storia, con l’affermazione della “filosofia materialista” del capitalismo, fosse approdata a una forse irreversibile rottura del “rapporto con la forza organica della terra e del suolo” e “con Dio che vive e opera ovunque in questo mondo”. La triade contadino-natura-Dio era l’unica alternativa per il futuro dell’umanità.
Questo olismo escatologico avvicina le posizioni dell’ultimo Darré a quelle di alcuni ecologisti nostri contemporanei come Cobbett e Goldsmith, ma se ne differenzia profondamente in quanto questi ultimi sono espressione di un dionisismo demetrico decadente, mentre a Darré, che rimase fino all’ultimo un conservatore rivoluzionario e nella sostanza un nazionalsocialista nonostante tutto, l’etichetta di ‘seguace di Demetra’ non può esser in alcuna maniera applicata: le sue critiche al nazionalsocialismo provengono da un superiore sentimento della libertà che va ricondotto alla virilità olimpica. Sotto questa prospettiva Darré è stretto parente di Junger.
Inoltre il ministro del Reich era rimasto un razzista. Un critico piuttosto perspicace ha definito il suo razzismo “intra- razzismo”, volendo significare il tipo di razzismo ancora vivo presso le civiltà contadine del Terzo Mondo, in cui la “contadinità” si manifesta nel concepire l’identità del sangue, che contraddistingue la famiglia, in funzione espansiva in direzione dell’unità tribale. Questo “intra-razzismo”, sebbene fortemente ma inutilmente contrastato dal ‘pensiero unico’, va oggi affermandosi presso l’Occidente in tutte le nazioni con forte presenza di stranieri provenienti dal Terzo Mondo.
Il razzismo della Lega Nord non è altro che un caso di “intra-razzismo”, che più o meno consapevolmente viene esteso alle genti dell’Italia Meridionale, ma anche le interessa direttamente come hanno dimostrato i recenti fatti di Rosarno.
In ogni caso la “contadinità” non può secondo Darré assorbire culture e religioni aliene senza causare la propria autodistruzione. Questo è ciò che sopravvive del pensiero e dell’opera del ministro del Reich, come una provocazione e una sfida al mondo dell’attuale globalizzazione.

Francesco Moricca

Fonte : Rinascita

Specie e bellezza secondo Walther Darré

24 feb

Specie e bellezza secondo Walther Darré

È volontà della Provvidenza che lo sperma dell’uomo nel grembo della don­na diventi il germe dal quale si sviluppa il feto, che dà finalmente vita a un nuovo essere umano. Nell’eterno circuito dell’esistenza si celebra questa legge della conservazione della specie. La donna è come un campo, che ha bisogno del seminatore per fare crescere il grano. E come il campo condiziona la qua­lità del grano, la donna condiziona il valore del bambino. Certo, anche un cam­po buono può non produrre gli esiti voluti, se riceve una semente cattiva; ma certo è anche che il miglior seme non serve a niente, se il campo non vale niente. Si può scegliere anche un altro paragone: come uno specchio, buono o cattivo che sia, rispecchia bene o male una immagine, così il sangue della ma­dre decide del carattere del bambino. Il sangue della madre stabilisce in quale modo il padre si ritrovi nel figlio. Quando il sangue della madre è buono, il padre ritroverà la sua natura o la troverà perfino migliorata; quando il sangue della madre è di scarso valore, malato o marcio, il figlio non raggiungerà il padre o gli procurerà perfino disonore.

Ma poiché le cose stanno così la donna di specie buona, la ragazza sana di sangue prezioso, deve tornare a diventare per noi quello che già fu per i nostri antenati: sacra! La parola «sacra» ci dice che ci deve portare «salvezza», come «potente» ci porta la «potenza» e «collerico» ci porta la «collera». La ragazza sana, ben costrutta del nostro popolo deve tornare a darci la sal­vezza. In essa vogliamo adorare l’espressione più bella, perché la più promet­tente della nostra specie. Chi irresponsabilmente le mette le mani addosso, è un elemento nocivo per il nostro popolo: anche questo deve diventare nuova legge di una nuova era.

Questi sono punti di vista completamente nuovi, che richiedono un riordi­namento del nostro modo di pensare nel senso più ampio. Un esempio: se pen­sate alle estreme conseguenze, la bellezza sana della donna tipica del nostro sangue non è più soltanto una questione di gusto artistico o di godimento egoi­stico dell’arte, ma diventa espressione dei nostri beni più sacri ancorati nel no­stro sangue. Bellezza come espressione della specie, contemporaneamente un com­pito e un impegno. L’educazione dei nostri connazionali (Volksgenossen) a in­dividuare la bellezza tipica della propria specie e a riconoscerla in sé diventa pertanto compito nobile dello stato, compito tanto più grande ove lo stato si riconosca nel sangue del suo popolo.

Non vogliamo essere fraintesi: noi non neghiamo l’anima nel momento in cui accettiamo la bellezza propria della nostra specie come questione del sangue che impegna il nostro popolo. Crediamo solamente che l’anima sia altrettanto determinata dalla specie del corpo. Come si spiegherebbe altrimenti che esistano eroi e infingardi, individui senza patria e difensori coscienti della patria! Solo dalla consonanza di anima e corpo nasce la coscienza come base e inizio del­l’intelletto umano e della ragione operante. Muovendo dalla sua coscienza, l’uo­mo organizza il mondo che lo circonda e lo trasforma nell’ordine che gli im­pone la sua voce interiore e che per questo ha una indubbia origine spirituale. Non neghiamo certo l’anima, se accettiamo il corpo. Affidiamo solo a en­trambi, all’anima e al corpo, la parte che a ciascuno di essi compete nella na­scita di un essere completo della specie umana. Un’anima nobile può illumi­nare e irraggiare un corpo nobile; un corpo nobile senza anima nobile non può che essere meschino: quello può rallegrare, questo può offendere. Tali consta­tazioni possono avere un ruolo importante nella valutazione di un destino sin­golo, anzi spesso sono di importanza fondamentale nella valutazione di una per­sona. Ma questo non ci può esonerare dal compito di considerare e valutare nelle questioni della specie, cioè in questioni di sangue, unitamente anima e corpo. E in tal modo, pur con tutta la sottolineatura dell’anima, la perfezione del corpo, quando sia espressione di bellezza tipica della specie, diventa il pen­siero base e l’impegno di un compito di selezione responsabile del nostro san­gue nei confronti degli antenati.

Lo abbiamo già detto sopra, è la Provvidenza che ha stabilito così: l’uomo procrea solo attraverso la donna. Per questo la donna è decisiva per il livello di perfezione del valore ereditario dei figli che partorisce. Come gli scambi comandano la direzione dei binari sui quali il treno può andare, così il sangue  della donna definisce il valore erediario e con questo le possibilità di sviluppo dei suoi figli. La donna è conservatrice, moltiplicatrice, e custode del nostro sangue, così come con il suo sangue può determinare lo sviluppo di una stir­pe in direzione del suo tracollo, o può quanto meno costringere le possibilità di sviluppo di una stirpe.

È legge fondamentale della vita che l’uomo si distingua con opere conformi alla sua specie innata per poter affermarsi dinanzi alla sua specie. La legge della specie dell’uomo nella lotta per la vita significa rendimento: non un risultato qualunque, ma un risultato a vantaggio del suo sangue e del suo popolo. Per un uomo è sempre ridicolo il fatto di richiamarsi ai propri antenati senza mostrarsi degno di loro con le sue opere. Gli antenati sono sempre solo un bi­glietto da visita per potere operare, mai una dimostrazione di risultati. Solo l’operare conforme alla specie dimostra la natura dell’uomo. Carattere nobile e corpo nobile, anche antenati nobili possono creare solo speranze nell’uomo, ma dimostrazione del suo carattere è sempre e solo il suo operare in conformità alla specie. [...]

L’opera della donna per il suo popolo e la sua specie sono i suoi figli. Que­sto è il principio base, a meno che circostanze particolari non condizionino la mancanza di prole. I figli sono però legati a premesse che una ragazza matura può dimostrare solo come donna e madre, non come vergine. Tuttavia, l’opera più nobile della donna, il figlio, difficilmente può essere provata, o non lo può essere affatto, prima del matrimonio, prima della scelta del consorte, perché nel migliore dei casi si può constatare l’avvenuta gravidanza ma non si sa niente del figlio che si aspetta. Il valore di una ragazza come madre non può essere im­mediatamente constatato. L’uomo deve partire da ragionamenti indiretti, per arrivare a una valutazione. Bellezza e grazia, salute e nobiltà del sangue sono, per esempio, segni di capacità nelle ragazze giovani della nostra specie, ai quali un uomo si può attenere, se vuole farsi un’immagine della futura madre dei suoi figli, dei quali dovrà rispondere ai suoi antenati. La conoscenza dei valori fisici e psichici di una ragazza è pertanto condizione fondamentale per l’uomo che non ignori passivamente la questione della procreazione del suo sangue né la questione della rivalutazione della nostra razza. L’uomo consapevole della specie del nostro popolo che vorrà in futuro dei figli dovrà essere istruito in modo da riconoscere e giudicare il modello ideale di selezione della donna.

 

( Fonte: www.thule-italia.com )

Il pensiero “ecologista” di Walther Darré è ancora un segno di contraddizione – di Francesco Lamendola

24 feb
Il pensiero “ecologista” di Walther Darré è ancora un segno di contraddizione

di Francesco Lamendola – 17/06/2010

Fonte: Arianna Editrice


La seconda guerra mondiale è finita da sessantacinque anni, circa il tempo tre generazioni: è molto, è poco?
A volte sembra pochissimo, quando ci si accorge quale imbarazzo suscitano ancora certi nomi nel salotto buono della cultura odierna.
Prendiamo il nome di Berto Ricci, ad esempio, sul quale ci proponiamo di tornare quanto prima con uno scritto specifico: impossibile negare la sua statura intellettuale e morale, la sua cristallina coerenza (magari ce ne fossero altri come lui, oggi); e, tuttavia, impossibile negare il suo fascismo. Appunto, il SUO fascismo: ma quanti sono stati i fascismi? E fino a che punto li si è voluti semplificare, appiattire, omologare su un modello unico di comodo, grottesco, caricaturale, allo scopo di poterlo meglio deridere, vilipendere, o, semplicemente, rifiutarsi di prenderlo in considerazione? Quest’ultima soluzione, la più comoda e la più ipocrita, fu quella del filosofo Benedetto Croce, con la sua teoria sulla «invasione degli Hyksos»: quasi che il fascismo fosse sceso sull’Italia direttamente dal pianeta Marte.
Oppure, uscendo dai confini dell’Italia, prendiamo il caso di Ricardo Walther Darré, che fu ministro per l’Agricoltura e presidente dell’Associazione dei contadini nella Germania hitleriana: caso ancor più imbarazzante, se possibile, di quanto il nazismo è più imbarazzante (e peggio) del fascismo, rispetto alle categorie culturali, politiche e morali della odierna democrazia.
Che cosa c’è di più lontano dal totalitarismo nazista, si pensa oggi comunemente, del pensiero ecologista e dei movimenti politici “verdi” che ad esso si ispirano? Guarda caso, l’unico Paese d’Europa nel quale i Verdi abbiano raggiunto una discreta forza elettorale è la Germania, dove si sono alleati con la socialdemocrazia per formare dei governi di centro-sinistra; e, per di più, con una resuscitata icona del Maggio ’68: quel Daniel Cohn-Bendit, già “eroe” barricadiero del Quartiere Latino, eletto deputato al Parlamento europeo nel 1994.
Eppure…
Proprio nella Germania guglielmina e, poi, nazista, era diffuso un robusto movimento ecologista “ante litteram”, fondato in parte sulle idee steineriane circa l’agricoltura biodinamica, in parte sulla reazione antiborghese dei cosiddetti Wandervoegel (“Uccelli migratori”, studenti girovaghi che anticipavano il Waldgänger poi profetizzato da Ernst Jünger) ed in parte sul mito ruralista e tendenzialmente razzista del “sangue e suolo” (“Blut und Boden”) e sulla ricerca di una nuova aristocrazia spirituale fondata sul rifiuto della modernità o, quanto meno, su un atteggiamento molto critico verso di essa, così come verso l’industrialismo, l’urbanesimo, l’internazionalismo (tutti elementi, sia detto fra parentesi, che si ritrovano, in diversa misura, anche nel nostro movimento di Strapaese e nel pensiero di Berto Ricci).
Dobbiamo considerare tutto questo come una semplice coincidenza, oppure esiste un nesso organico fra l’odierno ecologismo europeo e gli aspetti proto-ecologisti presenti nella Germania degli anni Venti e Trenta del ‘900 e particolarmente nella concezione di Darré, esposta nei due libri «Il mondo contadino come sorgente di vita della razza tedesca», del 1928, e «Una nuova aristocrazia basata su sangue e suolo», del 1929?
La storica inglese Anna Bramwell, già ricercatrice presso il Trinity College di Oxford, ha delineato la figura e il pensiero di questo anomalo esponente del Terzo Reich, nell’ormai lontano 1985, in un lucido volume con cui la cultura contemporanea politicamente corretta ha cercato di non fare i conti: «Walther Darré and Hitler’s Green Party» (Londra, Kensal Press), un estratto del quale apparve, con l’intrigante titolo «Il padre dei Verdi era un nazista?», sul mensile «Storia Illustrata» del novembre 1985, all’epoca diretto da Giordano Bruno Guerri. A quella monografia rimandiamo il lettore italiano desideroso di approfondire l’argomento.
Darré odiava la civiltà industriale e aveva un sentimento tolstoiano della natura e della vita rurale; sognava un’Europa ove i contadini, da sempre oppressi e disprezzati (si pensi solo alla guerra di sterminio condotta contro di essi dai principi tedeschi nel 1525, con la lugubre benedizione di Lutero), diventassero la nuova aristocrazia; un’Europa dove la campagna assediasse letteralmente le città, le svuotasse del loro veleno – la fabbrica -, e le costringesse ad assumere più umili dimensioni, strappando loro l’egemonia culturale e politica fino ad allora esercitata.
Come si vede, il suo pensiero rientrava perfettamente in quella paura della modernità e in quel rifiuto dell’urbanismo di stampo americaneggiante che spazzò l’Europa tra le due guerre mondiali e di cui si possono cogliere numerosi riflessi, oltre che nella filosofia e nelle arti figurative, nella letteratura: dalla narrativa del romeno Cézar Petrescu (specialmente nel romanzo emblematico «Calea Victoriei», a quella del norvegese Knut Hamsun (col bellissimo «Pan»), al già citato Jünger, alla nostra rivista «Il Selvaggio» di Mino Maccari ed anche all’opera di Cesare Pavese e alla sua contrapposizione fra città e campagna e fra storia e mito.
Presenta anche significativi punti d’incontro con la critica all’occidentalizzazione portata avanti dal filosofo russo contemporaneo Aleksandr Zinov’ev, del quale ci siamo appena occupati (con l’articolo «L’occidentalizzazione del mondo nel pensiero di Aleksandr Zinov’ev» del 14/06/10, sempre sul sito di Arianna Editrice) che, a sua volta, si rifà, almeno in parte, al pensiero di Dostojevskij e al dibattito tra slavofili e occidentalisti nella Russia di fine ‘800, che fa da sottofondo al capolavoro «I fratelli Karamazov».
Un aspetto particolarmente imbarazzante delle teorie di Darré, che si è trasmesso ad alcuni filoni del contemporaneo pensiero “verde” (quello di David Icke, per citare un nome), è – imbarazzo nell’imbarazzo di questa inattesa, ingombrante parentela – una certa propensione, se non all’antisemitismo, certo alla diffidenza verso il modello culturale e, in parte, politico, di cui gli Ebrei sono stati portatori nel ‘900.
Da Marx e Trotzkij a Cohn Bendit, Bernard Henry-Lévy e André Glucksmann, gli Ebrei sono stati all’avanguardia del pensiero socialista, rivoluzionario e “gauchista”. Però sono stati anche all’avanguardia, con i Rotschild ed altri potenti gruppi d’affari, di quel capitalismo d’assalto, finanziario e industriale, che ha contribuito a sostenere il Partito nazista nella sua scalata al potere, ha avuto pesantissime responsabilità nel crollo della Borsa di Wall Street e poi, dalla roccaforte di New York, ha sponsorizzato il braccio armato del sionismo attraverso lo Stato di Israele, fino alle ultime vicende dell’operazione “Piombo fuso” contro Gaza e dell’assalto alla flottiglia umanitaria che cercava di portare viveri e medicinali alla stremata popolazione della Striscia, sottoposta da anni ad un blocco illegale.
Ora, viviamo in tempi di terribile semplificazione e di incessante ricatto psicologico e culturale, retaggio della guerra fredda ma, ancor più, frutto del Pensiero Unico ormai saldamente stabilito. Un neo-manicheismo sostenuto da appositi apparati repressivi, sia psicologici che giuridici e polizieschi, è stato imposto ovunque con successo, in nome di un manicheismo democratico ed egualitario tanto demagogico quanto funzionale ai poteri forti, i quali – a differenza di quelli del Novecento – si tengono scrupolosamente nell’ombra, sforzandosi di far parlare di sé il minimo indispensabile (vedi il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale e le riunioni annuali nel Bosco Boemo, presso Sonoma, in California).
Di questi tempi, si vorrebbe riscrivere la storia recente in termini di violento chiaroscuro, con tutto il Bene da una parte sola e tutto il Male possibile, dall’altra. Di conseguenza, scoprire che alcuni tratti del pensiero ecologista erano già presenti nel nazismo (ma siamo sicuri che ci sia stato un solo nazismo, come ci sarebbe stato un solo fascismo?), risulta inaccettabile alla maggior parte delle persone, anche di discreta cultura; per cui bisogna per forza o negare quella derivazione, magari a dispetto dell’evidenza, oppure parlare di convergenze casuali.
Ma, come diceva appunto Berto Ricci, forse sarebbe ora di liberarci delle ultime scorie idealiste (con buona pace di Hegel e Croce) e di renderci conto che non tutto è storia: perché storia non è tutto quello che passa, ma quello che permane.
Ciò premesso, non bisogna nemmeno cadere nell’eccesso opposto, tentando una strisciante riabilitazione del nazismo in funzione di quegli aspetti “ecologisti” che pure ebbero cittadinanza in esso, e sia pure cittadinanza minoritaria (Darré fu e rimase un isolato e alla fine, nel 1942, dovette dimettersi da ministro). Per cui, ad esempio, constatare come Darré fosse un fervente sostenitore dell’agricoltura biodinamica e fosse seriamente preoccupato per l’esaurimento e l’avvelenamento del suolo, non significa, automaticamente, che gli ecologisti d’oggi debbano sentirsi culturalmente debitori del nazismo, perché è molto più logico ammettere che sia il nazismo, o meglio le frange ecologiste in esso presenti, sia l’ecologismo dei nostri giorni, traggono ispirazione da alcuni principî e, diciamolo pure, da alcuni timori, che non sono propri né di questa, né di quell’area culturale, ma hanno a che fare, più genericamente, con il disagio della modernità.
E qui si giunge al punto cruciale del discorso. Abbiamo visto che l’odio per la civiltà urbana, borghese e decadente, e l’esaltazione di una forte razza di contadini, sana e laboriosa, era una componente culturale non secondaria dell’Europa del primo Novecento, che poi andò a confluire, rispettivamente, nelle utopie ruraliste tanto del fascismo, quanto del nazismo; portandosi dietro, in questo secondo caso, il suo logico corollario, l’antisemitismo (in quanto gli Ebrei erano gli sradicati per eccellenza e i massimi esponenti del pensiero urbano e industriale: non si dimentichi l’adorazione di Marx per la macchina).
Ebbene: il fatto che, nel fascismo e nel nazismo, andarono a confluire e a coagularsi molti elementi di origine ruralista, antiborghese, anti-industriale, e in una parola molti elementi nati dalla paura e dal rifiuto della modernità (ma il dibattito storico è ancora apertissimo: perché è certo che nel fascismo e nel nazismo vi furono anche elementi di esaltazione della modernità, come già era accaduto nel caso del futurismo) non significa che, in nome di essi, si possa rivendicare a quei movimenti una capacità profetica alla quale, ora, noi ci dovremmo riallacciare, come le pecorelle smarrite che tornano al pastore; ma non significa neppure che, ipocritamente, si debba far finta di non vederli o che li si debba negare e misconoscere.
Il punto decisivo è che un rifiuto della modernità, il quale nasca dalla paura e dal desiderio di tornare all’antico, non può che dar luogo ad una concezione regressiva, anti-storica (nel senso indicato da Berto Ricci e non in quello di Croce) e, in ultima analisi, reazionaria, con gli inevitabili riflussi razzisti e isolazionisti: si pensi, oggi, al fenomeno culturale del leghismo, almeno nelle sue forme più rozze e velleitarie. Al contrario, una critica della modernità che ne assuma tutta la complessità e che ne metta in evidenza i limiti e i pericoli, filosofici non meno che pratici ed ecologici, si caratterizza come la doverosa e necessaria ricerca di una alternativa praticabile all’incombente catastrofe planetaria: senza di che, essa diviene sterile esercizio retorico o, peggio, irresponsabile nichilismo e moda intellettuale senza sostanza etica.
Così, per esempio, nell’ideologia della Guardia di ferro di Codreanu si possono cogliere tanto una sincera aspirazione alla rifondazione morale della società romena, mediante un ritorno alla terra vista come sorgente di valori religiosi (in fondo, è lo stesso programma di Ottaviano Augusto dopo la fondazione del’Impero, sostenuto da intellettuali del calibro di Virgilio e Orazio), sia elementi intrinsecamente distruttivi, come un antisemitismo fanatico e l’esaltazione della violenza sistematica come “normale” strumento di lotta politica, che portarono all’imbarbarimento della vita sociale e aprirono la strada alla dittatura del generale Antonescu.
Il caso dell’Italia e della Germani fra le due guerre è diverso da quello della Romania. Sia per Mussolini che per Hitler, il mito ruralista era, in sostanza, uno strumento propagandistico, in cui essi credevano poco; e ciò era particolarmente vero per la Germania, società industriale avanzata, in cui un “ritorno alla terra” era un anacronismo di fatto, alquanto stridente e decisamente inaccettabile per i ceti industriali e finanziari che sostenevano Hitler, pur se gradito agli junker prussiani e soprattutto ai contadini.
Tornando all’Europa, e anzi al mondo, dei nostri giorni – il mondo della globalizzazione, dove la catena di fabbricazione di un paio di jeans passa attraverso una dozzina di Paesi e dove l’incidente petrolifero nel Golfo del Messico è destinato e ripercuotersi in ogni angolo dell’orbe terracqueo – occorre avere ben chiaro che l’ideologia della modernità: materialista, meccanicista, riduzionista, deve essere oltrepassata, non semplicemente negata; e oltrepassata conducendone una critica circostanziata e puntuale, che ne sappia cogliere gli stimoli utili, in vista di un salto di qualità della nostra evoluzione, sia materiale che spirituale.
Ciò significa che, per esempio, sul terreno della politica noi dobbiamo pensare, studiare e proporre qualche cosa che sia di più e di meglio della democrazia; non qualche cosa che sia di meno e di peggio, come la dittatura o il totalitarismo esplicito.
Solo se sapremo fare questo, potremo anche cogliere onestamente gli spunti potenzialmente positivi presenti nel pensiero protoecologista di un Darré – che, sia detto per inciso, non amava la guerra e non era un imperialista -, così come in una parte non secondaria della filosofia, dell’arte e della letteratura della prima metà del Novecento.
Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che ci siamo sbagliati.
La critica al capitalismo è stata condotta in gran parte con le categorie politiche e culturali del marxismo-leninismo, vale a dire dell’altra faccia della concezione industrialista; la quale ha prodotto, a livello ecologico non meno che a livello sociale, disastri non certo minori di quelli del capitalismo stesso.
D’altra parte, l’utopia tolstoiana e gandhiana non offre se non  soluzioni regressive e consolatorie: ed è significativo che Gandhi, discepolo ideale di Tolstoj, sostenesse che «il peccato più grave di tutti è la macchina»: tipico esempio di quel rifiuto e di quella paura che si esprimono in una demonizzazione di ciò da cui non si riesce a liberarsi (in senso psicologico prima ancora che in senso materiale).
Il nostro domani è ancora tutto da scrivere.
Ci vogliono rigore, onestà, capacità di critica e di autocritica; soprattutto, bisogna smetterla di pensare per luoghi comuni ideologici e liberarsi dall’ossessione della “destra” e della “sinistra”, due categorie che non vogliono dire più nulla.
Il che  non significa cadere nel qualunquismo, ma riscoprire la concretezza e la bellezza del pensiero e dell’azione consapevoli, formulati in vista di fini e di valori e non semplicemente di paure, di ripulse o di oscure e inconfessabili nostalgie.
D’altra parte, una vera consapevolezza olistica, oggi, implica il superamento del concetto stesso e delle pratiche legate all’ecologismo “stricto sensu”, il che la rende ancora più emancipata rispetto alle radici otto e novecentesche del pensiero ambientalista e biodinamico. Oggi, davanti ai disastri apocalittici dell’inquinamento ed all’esaurimento progressivo delle materie prime necessarie a questo tipo di economia, emerge con chiarezza la necessità di ripensare i concetti stessi di sviluppo e di crescita (il «principio di sovrabbondanza» tipico della modernità), riconoscendo in essi la radice del vicolo cieco nel quale attualmente siamo venuti a trovarci.
Oggi è necessario pensare non più in termini di “sviluppo sostenibile”, ma di “decrescita sostenibile”, come affermato da studiosi quali Serge Latouche, Edward Goldsmith, Alain de Benoist, Mauro Bonaiuti; tanto più che tutta l’economia liberale classica, responsabile della disastrosa situazione attuale, è basata su un vero e proprio errore scientifico e filosofico, in quanto si ispira al modello della  meccanica newtoniana ed ignora la termodinamica e il principio dell’entropia, ossia l’irreversibilità delle trasformazioni di materia ed energia.
Occorre pensare in grande, rifiutando il paradigma economico e culturale oggi dominante; ma senza sognare impossibili scorciatoie. L’utopia di una società contadina che si “sbarazza” dell’urbanesimo, accarezzata da uomini come Walther Darré, l’abbiamo già vista in opera, purtroppo: è stata praticata dai Khmer rossi di Pol Pot, che svuotarono a forza le città cambogiane, a cominciare da Phnom Penh, nel contesto di una politica di “moralizzazione dei costumi” che si è configurata come un vero e proprio genocidio.
Pensare in grande, dunque, ma con saggezza e discernimento: questa è la sfida che ci attende.

 

( Fonte: www.ariannaeditrice.it )

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