La “svolta rosa” del ‘Jew York Times’

30 Giu

LA “SVOLTA ROSA” DEL ‘JEW YORK TIMES’

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

“Il noto miliardario, fabbricante di automobili, Henry Ford presidente, C.J. Ford vice-presidente ed E.B. Ford segretario tesoriere della società editrice del giornale “Dearborn Indipendent” , hanno (agosto 1920) ufficialmente dichiarato di accettare l’intera responsabilità della pubblicazione di tre articoli antisemiti pubblicati dal giornale stesso. I tre articoli – che hanno eccitato il furore del ghetto americano padrone di Wilson e di tanti altri – trattavano di questi temi: 1) il problema ebraico nel mondo e l’Internazionale ebraica; 2) la resistenza della Germania al dominio ebraico; 3) l’ebreo negli Stati Uniti. Lo scrittore mostrava la piovra ebraica che ha ghermito enormi e sanguinosi profitti di guerra, ed accaparrato i posti dirigenti della vita sociale. La Germania lottava disperatamente per districarsi dai tentacoli di quella piovra che aveva piazzato ai ministeri gli ebrei Haase, Landsberg, Kautsky, Cohen, Herzfeld; a capo delle finanze, Schiffer e Bernstein; agl’interni Preuss e Freund; al servizio stampa (propaganda e censura) Fritz Max Cohen dell’ebraica “Frankfurter Zeitung”. Infine l’autore studiava la piovra ebraica negli Stati Uniti con tre milioni e mezzo d’ebrei, dei quali più che uno e mezzo a New York.

Quasi tutta la proprietà immobiliare della metropoli è in loro mano. Essi sono padroni assoluti delle industrie aziendali teatrali e cinematografiche, delle industrie dello zucchero e del tabacco, di più che metà dell’industria delle conserve di carne, di più che il 60 per cento dei calzaturifici, di tutta la industria d’abiti confezionati, delle case editrici musicali, della gioielleria, del commercio granario e cotoniero, delle fonderie del Colorado, della stampa e delle sue agenzie, delle banche di prestito e commercio…Insomma essi sono “dietro” a tutta la forza vitale del paese. Ed il “Dearborn Independent” concludeva: “L’ebraismo è il potere più fortemente organizzato della terra…Esso forma uno Stato che può contare sulla illimitata devozione dei suoi cittadini in qualsiasi paese, in qualsiasi condizione e fortuna essi si trovino.”.”

 

( Giovanni Preziosi – articolo “Potenza ebraica in America” – da “La Vita Italiana” del 15 Aprile 1921)

 

 

 

 

    La storia dell’ebraismo è ‘zeppa’ di figure femminili che sono riuscite a metabolizzare alcuni dei tratti ‘antropologici’ dell’ebraicità: un nome per tutte quello della “regina” Esther per la quale, annualmente, i giudei dei quattro angoli del pianeta celebrano in pompa magna la “festa” del Purim (che nell’entità criminale sionista denominata “Israele” assume i contorni di una sorta di gioioso carnevale…gli ebrei si ‘divertono’ così… ricordando stragi e mattanze compiute dai loro avi…secondo la ‘leggenda’ sarebbero stati almeno 80mila fra arabi e persiani passati a fil di spada dall’autorità imperiale persiana su sobillazione della sgualdrina ebrea divenuta, grazie alla complicità dello zio Mardocheo, la “regina” di Persia).

 

    Le donne hanno sempre giocato un ruolo attivo all’interno delle comunità ebraiche e sono davvero molti gli esempi al femminile di quell’arte non esclusiva degli ‘eletti’ di Sion che è il malaffare, il raggiro, il tradimento, la cupidigia, l’inganno…si ‘dice’ del resto che le femmine di ogni latitudine, razza o ‘religione’ ne siano abbondantemente ‘esperte’…le ebree evidentemente hanno unito i due fattori (quello razziale a quello sessuale): una miscela a dir poco esplosiva.

 

    Tant’è dobbiamo riconoscere anche un certo, innegabile, ‘fascino’ (…il fascino dell’orrendo…) quando parliamo di femminilità ebraica ed anche di un altrettanto ingannevole ‘carattere’ tipico nelle femmine ebree di ieri e del presente. Un po’ come racconta Aliza Lavie che nel suo “Le preghiere della donna ebrea” scrive: “Alla vigilia dello Yom Kippùr del 2002, ho letto su un giornale un’intervista con Chen Keinan, una donna che aveva perso la sua bambina Sinai, e sua madre Ruthi Peled, in un attacco terroristico in un centro commerciale di Petach Tikva, Israele. In un istante, Chen era diventata sia una madre privata della figlia, sia un’orfana. Dopo l’attacco, Chen e suo marito, Lior, hanno lasciato Israele e si sono trasferiti negli Stati Uniti. Questa intervista, lo sentivo, era un addio alla società israeliana. Chen era incapace di contenere il panico; restare nel paese dove aveva subito la perdita di ciò che aveva di più prezioso al mondo, era diventato troppo difficile da sopportare.

    L’articolo mi aveva scioccato e aveva provocato in me un miscuglio di emozioni burrascose. Il panico e la disperazione di Chen, il suo grido dal profondo del cuore mi avevano lacerato, lasciandomi perplessa e schiacciata dalle domande. Volevo abbracciarla; volevo offrirle parole di conforto, rafforzare il suo spirito. Quando più tardi mi sono recata alla sinagoga per il Kol Nidrè, non riuscivo a pregare. Le parole del libro di preghiere mi sfuggivano. Il poco che ero riuscita a leggere era bagnato dalle mie lacrime. I pensieri si rincorrevano nella testa e mi trasportavano fuori dalla sinagoga, oltre i muri e attraverso i confini del tempo. Pensavo alle molte donne ebree nel corso della storia che avevano subito perdite simili a quella di Chen ed erano rimaste forti. Volevo raccontare a Chen di queste donne, i cui meriti sono conservati in eterno dal Creatore; donne come le nostre matriarche Sara e Rachele. Volevo raccontarle di Elishèva, figlia di Aminadàv, che perdette i suoi figli Nadàv e Avihù; di Ruth la moabita; e di Glückel di Hamelin. Volevo trasmetterle la forza e il coraggio delle donne ebree in Italia; dirle della mia stessa nonna, Hannah Mashiah, che era emigrata da Buchara dove era una donna rispettata, benestante e che aveva sopportato il lutto e la povertà nella Terra Promessa: aveva dato alla luce nove figli ma, già a trentasei anni, ne aveva persi tre ed era vedova. Avrei sussurrato a Chen che la fede incrollabile e risoluta di mia nonna e la sua partecipazione alle funzioni religiose tre volte al giorno, ogni giorno, tutto l’anno, erano il fondamento del mio stesso profondo legame con l’ebraismo. Mentre stavo lì, in piedi in sinagoga, combattendo con le domande di Chen e rendendomi conto che il libro di preghiere che avevo in mano non avrebbe potuto fornirmi le risposte, mi sono decisa a cercare il segreto dell’eredità di mia nonna ed esplorare la fede, eterna e potente, delle donne ebree.” (1)

     Al di là della ‘piagnucolante’ lamentela iniziale relativa alla contabilità cimiteriale dei ‘caduti’ di parte del pluri-decennale conflitto arabo-israeliano che oppone il lucido fanatismo dei combattenti per la liberazione della Palestina alla sbirraglia terroristica sionista e ben oltre il significato stretto delle considerazioni che l’autrice sottintende citando l’episodio che apre la prefazione al suo volume possiamo semplicemente ricordare ai sionisti di ogni angolo del pianeta che con molte probabilità non sarebbero obiettivi militari tutti i cittadini ebrei presenti nella Palestina storica se – nella primavera del 1948 – con una decisione unilaterale che andava contro gli stessi mandati delle Nazioni Unite, contro il diritto internazionale stabilito dalle stesse istituzioni sovranazionali più o meno direttamente controllate e comunque ispirate ad una visione internazionalista d’impronta giudeo-massonica ed infine contro qualsivoglia logica di tolleranza e civile convivenza – i palestinesi non fossero stati radicalmente spogliati delle proprie terre, cacciati dalle loro case e costretti ad emigrare come ‘appestati’ per tutto il resto del mondo arabo dalle azioni della banditaglia sionista.

     Non ci si venga a ‘raccontare’ la ‘fola’ della “terra senza popolo” e del “popolo senza terra” tanto cara agli ambienti sionistici internazionali: che la Palestina sarebbe diventato un focolare di sangue e terrore una volta insediatisi i primi accampamenti giudaici era chiaro fin dalla fine del XIXmo secolo quando cominciarono le rivendicazioni faziose e arroganti del messianismo ebraico d’impronta religiosa che si sarebbe ben presto saldato, conciliandosi in un mix di criminalità e cinismo odiosi quanto ipocriti, al nazionalismo sionista che avrebbero portato rapidamente alla colonizzazione ebraica della Terrasanta.

    Dei morti ammazzati di razza ebraica ci interessa ‘poco’:  rimanessero, gli ebrei, nei paesi d’origine e certamente avrebbero meno ‘problemi’ anziché prolungare quella lenta ma inesorabile agonia che – un giorno o l’altro – vedrà scomparire inghiottito dalla marea araba il loro Stato-pirata.

    In ogni ‘caso’ abbiamo avuto anche l’opportunità di apprezzare – molto più di quanto non ‘sembri’ – la dirompente apparizione forumistica di una ‘gentile’ (…si fa per ‘dire’…) rappresentante del “popolo eletto”….al di là delle ‘apparenze’ (ingannevoli quanto una bella femmina) non lesiniamo di riconoscere ad Arba una sua ‘funzione’… ‘Meglio’ comunque di tanti – veri o presunti – camerati.

    Ma lasciamo ‘memorie forumistiche’ più o meno ‘passate’ e occupiamoci della cronaca che ci riporta al presente con una notizia passata relativamente sottobanco o, per essere più corretti, ‘silenziata’ dall’enfasi ‘rosa’ con la quale è stata ‘passata’ agli “animaletti parlanti” (… ‘rileggetevi’ cosa ‘dice’ in proposito di noialtri ‘Goyim’ il Talmud…) la nomina del nuovo direttore del principale quotidiano statunitense.

    Scrive “La Repubblica”: “Jill Abramson sarà il nuovo direttore del New York Times al posto di Bill Keller, 62 anni, che lascia per diventare giornalista a tempo pieno della cosiddetta ‘Vecchia Signora in grigio’. Newyorkese, 57 anni, la Ambramson è entrata al Times nel 1997 dopo aver lavorato al Wall Street Journal. E’ stata corrispondente da Washington, responsabile dell’ufficio di corrispondenza del quotidiano nella capitale Usa fino a diventare caporedattore del prestigioso quotidiano. “Quando ero piccola a casa mia il Times era religione”, ha spiegato Abramson, “se scriveva qualcosa, quella era l’assoluta verità”. (2)
  

     Ora la notizia in sé non è affatto uno scoop come qualcuno ha tentato di venderlo: se notizia c’è , ammesso che poi lo sia realmente, non è tanto la nomina della Abramson in quanto donna alla guida del principale quotidiano statunitense quanto il suo pedigree razziale: la prima donna ebrea chiamata a dirigere il “New York Times”.

    E per non farsi mancare niente al ‘rito’ dell’incoronazione della nuova “eroina” ebrea ad annunciare la fresca nomina è stato l’editore in persona, l’altro ebreo Arthur Sulzberger.

    Qualcosa di ‘nuovo’ dunque sul ‘fronte occidentale’? Assolutamente niente.

    L’America sempre più feudo degli e per gli Ebrei….ed il suo quotidiano di ‘punta’ sempre più “Jew York Times”…

‘Contenti’ loro…

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

Note –

1 – Aliza Lavie – “Le preghiere della donna ebrea” – Ediz. “Morashà”, 2010;

2 – “Jill Abramson alla guida del NY Times – E’ il primo direttore donna in 160 anni” da “La Repubblica”  2 Giugno 2011;

 

 

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