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IRAN: DOVE ERAVAMO RIMASTI…

2 Lug

 

IRAN – DOVE ERAVAMO RIMASTI…

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

    La Repubblica Islamica dell’Iran, che nel febbraio scorso ha celebrato il 32.mo anniversario della rivoluzione islamica che nell’ormai lontano 1979 vide l’ascesa al potere dell’Imam Khomeini (che Dio lo abbia in gloria) e la vittoria delle forze rivoluzionarie che contribuirono ad abbattere la dittatura dei pahlevi infeudata all’imperialismo americano, resta al centro delle mire strategico-militari dell’asse del terrore Washington-Tel Aviv.

 

    I tentativi di destabilizzazione della teocrazia sciita iraniana proseguono: americani e sionisti continuano a agitare la minaccia di opzioni militari per quanto concerne il contenzioso del nucleare mentre ombre inquietanti e nuovi attacchi terroristici interni minano il paese.

 

    Teheran ha ribadito con forza che la sua ricerca sull’energia atomica ha esclusivo interesse scientifico ed applicazioni civili ma questo rimane, malgrado tutti i controlli dell’AIEA ai quali sono sottoposti i principali siti atomici iraniani (mentre nella stessa regione l’entità criminale sionista può tranquillamente fare il bello e cattivo tempo non avendo aderito al Trattato di non proliferazione nucleare…a Dimona, in pieno deserto del Negev sarebbero almeno trecento le testate atomiche – molte puntate anche contro alcune tra le principali capitali europee – pronte per qualunque evenienza ma nessuno sembra né a Vienna né a New York interessarsene) un ‘dettaglio’ evidentemente trascurabile.

 

    La settimana scorsa invece sulla vicenda del nucleare iraniano ha alzato il ‘tiro’ un altro attore geopolitica fondamentale nell’area del Vicino Oriente: l’Arabia Saudita, alleata storica degli Stati Uniti, testa di ponte militare statunitense e baluardo di quell’islam americano del quale parlava il defunto Ayatollah Khomeini.

 

    Il ruolo di Riad in seno al mondo arabo-islamico è ancora oggi essenziale per le strategie imperialiste: da quando la dinastia Saud venne messa sul trono d’Arabia negli anni trenta le fortune delle multinazionali petrolifere britanniche e americane sono andate via via intersecandosi sempre più – fino a rappresentare un inossidabile asse di ferro per tutta l’economia planetaria – con questa monarchia che ha mostrato al mondo, sovente e a più riprese, quale fosse il volto ipocrita della predicazione wahabita dai sauditi esportata e propagandata a suon di petroldollari in tutto il mondo con i risultati a tutti noti dell’estensione globale di una visione dell’Islam intollerante, fanatica, cieca ed ottusa proprio quell’immagine della religione musulmana che diffondono i network televisivi embedded e che Riad ha favorito anche attraverso personaggi equivoci legati alla famiglia reale da altrettanto equivoci interessi finanziari fra i quali Osama bin Laden della cui ‘scomparsa’ (…del resto le apparizioni videoregistrate ad orologeria di quello che proprio i media mondialisti hanno innalzato al rango di public enemy nr. 1 …quando si dice ‘fatto in casa’…erano diventate oramai scontatissime fiction buone forse per qualche ‘gonzo’ qua e là …) ci hanno ‘raccontato’ qualche mese fa.

 

    Oggi l’Arabia Saudita alza la voce e fa sapere che “se l’Iran si doterà di armi nucleare” loro “non staranno a guardare” confermando le indiscrezioni secondo le quali – tra ‘primavere arabe’ e vecchi e nuovi tentativi di destabilizzazione made in USA – i rischi di una nuclearizzazione della regione e di un possibile conflitto sono, oggi più che mai, realistici e alquanto seri.

 

    Il principe saudita Turki al Faisal, ex capo dei servizi di intelligence sauditi e potente esponente della famiglia reale, ha fatto sapere al mondo che Riad sarebbe pronta a dotarsi dell’arma atomica se l’Iran farà altrettanto sostenendo che “l’Arabia Saudita sarà obbligata a perseguire scelte che potrebbero portare a conseguenze incalcolabili e drammatiche”.

 

    Nel corso di un vertice militare con esponenti della NATO il principe saudita è stato altrettanto chiaro quando ha evidenziato la posizione saudita in merito a quello che – occidentali, sionisti e ruffiani ‘musulmani’ dell’America – viene definito come il pericolo atomico iraniano.

 

    La boutade principesca arriva dopo una serie di attriti diplomatici e mezze minacce reciproche che Riad ha scambiato da qualche mese a questa parte con Teheran per la situazione della crisi in Bahrein, emirato petrolifero del Golfo sostenuto dai sauditi all’interno del quale si stanno facendo sempre più pressanti gli appelli alla ribellione della minoranza sciita che vede nella Repubblica Islamica il suo principale referente nell’area.

 

     Teheran ha dichiaratamente criticato l’intervento di truppe militari saudite nel vicino Bahrein sottolineando l’ingerenza di Riad in vicende interne che tali dovrebbero rimanere. Ovviamente la comunità internazionale, Stati Uniti e ONU in testa, nulla hanno prodotto né una condanna, né uno straccio di risoluzione in Consiglio di Sicurezza, per fermare i sauditi e tantomeno la repressione delle manifestazioni popolari sciite: come sempre per Washington ed i potentati del Sistema Mondialista “business is business”, gli affari sono affari, e gli amici non devono essere disturbati neanche quando sconfinano militarmente… ‘Immaginiamo’ le diverse reazioni che una analoga iniziativa militare di segno opposto fosse partita da Teheran…

 

 

 

    Per tutta risposta – dimostrando di infischiarsene più che legittimamente delle minacce sioniste e americane -la RepubblicaIslamicaha opportunamente provveduto a nuove esercitazioni militari con il lancio di quattordici missili balistici a breve e media gittata come ha annunciato, alcuni giorni fa, la televisione e l’agenzia stampa di Stato iraniana (I.R.I.B.) che, citando il comandante delle Guardie della Rivoluzione, Gen. Amir Alì Hajizadeh, sottolineava come tra i missili lanciati figurassero versioni dello Zelzal, degli Shahab 1 e 2 e del Ghadr cioè l’ultima più aggiornata versione modificata dello Shahab 3.

 

    “I missili – secondo quanto ha affermato il comandante dei pasdaran – non costituiscono una minaccia per i paesi europei, hanno una capacità massima di duemila chilometri e sono in grado di colpire obiettivi americani nella regione e il regime sionista” avvertendo che “l’Iran ha la tecnologia per costruire missili anche a lunga gittata” ma aggiungendo che “non è questa una nostra necessità e quindi non ne costruiremo”.

 

    Il missile Ghadr con una gittata media di1800 kmè teoricamente in grado di raggiungere “Israele” e rappresenta la versione aggiornata del missile a combustibile liquido Shahab 3 iraniano che rappresenta la derivazione locale del No-Dong nord-coreano (gli Shahab 1 e 2 sono derivati invece dai vecchi Scud sovietici).

 

 

    Problemi vecchi e nuovi di quel lungo, difficile, annoso contenzioso che oppone l’Iran alla cosiddetta “comunità internazionale” che, fuor di metafora, non è altro che l’apparato sbirrico sistemico eretto a salvaguardia dei potentati della Plutocrazia mondiale incarnato ‘giuridicamente’ dal Palazzo di Vetro di Jew York dove hanno sede le Nazioni Unite e militarmente dalla superpotenza a stelle e strisce sotto dominio ebraico.

 

    Mentre si delinea quindi nuova tensione nel Golfo persicola Repubblica Islamica guarda anche ai suoi confini orientali e cerca nuove strategie per determinare i nuovi assetti di potere futuri nel cuore dell’Eurasia: è di questi giorni la notizia di un vertice trilaterale contro il terrorismo svoltosi nella capitale iraniana tra il presidente afghano Karzai, il pakistano Zardari e Ahmadinejad.

 

    Svolta che potrebbe risultare decisiva per le strategie iraniane verso Oriente da qualche decennio un focolaio di tensione sempre monitorato con attenzione dai dirigenti di Teheran: fondamentale ricordare il ruolo svolto, fin dagli anni immediatamente seguenti il ritiro sovietico da Kabul, da ambienti iraniani in seno all’Alleanza del Nord – eterogenea coalizione di soggetti politico-ideologici e militari un tempo guidata da Ahmad Shah Massoud il “leone del Panshir” eliminato da agenti wahabiti probabilmente della rete al-qaedista pochi giorni prima dell’attentato sionista dell’11 settembre 2001 contro le Twin Tower’s a New York e il Dipartimento della Difesa americano al Pentagono – e la tensione che si respirò tra il deposto regime talebano in Afghanistan ela RepubblicaIslamicairaniana.

 

    La situazione interna dell’Afghanistan, soprattutto alla luce dei nuovi attacchi portati a termine dalla guerriglia filo-talebana che giovedì scorso ha preso di mira l’Intercontinental Hotel nel cuore della capitale, confermano che l’annunciato ritiro da parte del Presidente Obama di un terzo dei militari a stelle e strisce dal territorio mal controllato dalle truppe NATO è una mera utopia.

 

    La guerriglia talebana è più attiva che mai e ha portato colpi mortali alle truppe d’occupazioni mondialiste. Il problema, indipendentemente da chi realmente potrà controllare la situazione su un territorio diviso ancora in caste tribali legate a giuramenti di fedeltà a questo o quel capo-clan, rimane la sicurezza difficilmente garantita sia dalle truppe del mercenariato mondialista che dai collaborazionisti di Karzai. Profondamente consci a Washington dell’impreparazione delle truppe regolari afgane, assolutamente certi ai piani alti dell’Establishment che il paese potrebbe rapidamente ripiombare in una guerra civile una volta partiti i contingenti multinazionali e sicuri del ladrocinio di Stato perpetrato da diversi ambienti della stessa amministrazione Karzai gli americani incominciano a ridimensionare l’annunciato ritiro …un annuncio troppo frettoloso secondo diverse voci provenienti dagli ambienti militari affatto contenti dell’operato di Obama.

 

    A questo proposito risultano significative le prese di posizione assunte in queste ultime settimane da alcuni analisti di politica internazionale della stampa americana che condensano i malumori per quella che qualcuno incomincia a definire come una guerra “inutile” malgrado dieci anni di occupazione territoriale, tante energie sprecate e molta improvvisazione strategica.

 

    Per esempio Bill Roggio e Thomas Joscelyn su “The Weekly Standard” sottolineano: “La decisione del Presidente Obama di ridurre le forze americane in Afghanistan è basata sulla visione del vicepresidente Biden, convinto che raid mirati, come quello che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden, bastino a garantire la sicurezza nel paese e, di conseguenza, quella dell’Occidente. Politicamente è una teoria molto conveniente, peccato però che sia completamente sbagliata”.

 

    A questa stessa conclusione è giunto anche Maulani Mohammadullah Rusgi, portavoce del “Takhar Provincial Council”,  che al “New York Times” ha espresso le sue perplessità: “Discutiamo della transizione della sicurezza del Paese alle forze di polizia afgana che però dimostrano di non essere ancora pronte a farsene carico. Se non riescono a proteggere poche persone in un hotel come è possibile pensare che riusciranno a garantire la sicurezza di un intero paese?”.

 

    Oltre a quelle che sono le legittime preoccupazioni dell’opinione pubblica americana – mai così divisa sul conflitto afgano per la recrudescenza degli attacchi portati a segno dai talebani negli ultimi mesi – ci sono anche le lamentele degli stessi militari che – analizzando i costi dell’intervento a stelle e strisce nel paese cuore del continente eurasiatico – sottolineano gli altissimi sprechi di questa sporca guerra guerreggiata che non ha prodotto fino ad oggi i risultati desiderati.

 

    Irak e Afghanistan sono guerre estremamente costose. A ribadirlo pubblicamente qualche giorno fa è stato il generale in pensione Steve Andreson il quale ha sostenuto che non sia possibile per l’amministrazione continuare ad ignorare gli enormi costi, un autentico salasso, per mantenere le truppe tra i deserti iracheni o le montagne afgane.

 

    La spesa per la sola aria condizionata utilizzata supererebbe addirittura il budget previsto perla NASA(20,2 miliardi di dollari, oltre 14 miliardi di euro all’anno) e ad incidere sarebbe il costo della benzina che serve ad alimentare gli impianti come ha riferito snocciolando dati e dettagli il vecchio ufficiale nel corso della trasmissione “All Things Considered” sull’emittente radiofonica “National Public Radio” (NPR).

 

 

    A questa serie di problemi si aggiunge ora un rinnovato interessamento iraniano per la stabilizzazione e normalizzazione della regione: problema ulteriore per Washington che ha sempre mal digerito qualsivoglia intervento iraniano in quella che, a torto o a ragione, ritiene essere diventata oramai una parte della sua sfera d’influenza, sicuramente una testa di ponte, delle proprie strategie di dominio planetario.

 

    L’Iran così come in Irak anche in Afghanistan intende giocarsi le proprie ‘carte’ e mostrare i muscoli se necessario, interagendo attraverso le proprie fazioni e le tradizionali alleanze sul terreno con i clan sciiti come quello degli Hazara da sempre avversari del regime talebano sostenuti e finanziati da Teheran.

 

    Come dev’essere – altrimenti evitiamo di occuparci di ‘geopolitica’ e diamoci al bingo che forse è meglio… –la Repubblica Islamica cura i propri interessi e muove le proprie pedine su ogni quadrante geostrategico e conformemente alla propria strategia di resistenza ed opposizione alle mire statunitensi. Questo è legittimo e rientra pienamente nella logica degli avvenimenti degli ultimi decenni che hanno visto mercenariato salafita-al qaedista, regime talebano, reti terroristiche e organizzazioni internazionali del crimine (non dimentichiamo che l’Afghanistan rappresenta uno dei principali produttori di oppio su scala mondiale oltre al ruolo strategico di corridoio continentale per le risorse energetiche, gas e petrolio, che muovono l’economia internazionale e che sono appannaggio delle multinazionali occidentali) cooperano più o meno occultamente e in diversi momenti con le amministrazioni USA.

 

 

    Mentre sul piano internazionale la Repubblica Islamica mantiene il suo ruolo pluridecennale di baluardo anti-mondialista e di principale ostacolo del progetto di unificazione planetaria che dovrà portare alla costituzione dell’One World, il pianeta-papalla dei burattini sinagogici d’ogni risma e colore, sul piano interno sembra maturare sempre più nitidamente lo scontro interno che opporrebbe (il condizionale è d’obbligo in questi casi…anche perché non ci interessano poi granchè le frizioni eventualmente costruite ad arte dai nemici della teocrazia sciita e ancora meno quanto ‘passa’ sui media occidentali ovvero veline sioniste e menzogne sistemiche) l’ala ultra-conservatrice dei fedelissimi della Guida Suprema della Rivoluzione, Ayatollah Sayyed Alì al Khamine’i, ai partigiani del presidente della Repubblica Mahmood Ahmadinejad.

 

     Due anni or sono, in occasione della rielezione di Ahmadinejad alla presidenza, la Guida Suprema aveva sottolineato come quella vittoria rappresentasse una “benedizione divina” per tutto il paese ribadendo, contro le manifestazioni di piazza eterodirette dall’America e sostenute dai nemici della Repubblica Islamica nei quattro angoli del pianeta (i mercenari con kippah sotto ‘spoglie’ “islamiste”), che l’Iran avrebbe mantenuto saldamente il timone e la rotta per ciò che riguardava la sua sovranità nazionale e proseguendo il suo programma nucleare indipendentemente da ogni pressione esterna.

 

    Le frizioni tra il clero sciita tradizionale e gli uomini di Ahmadinejad sembrerebbero invece confermare che questa “luna di miele” negli ambienti del potere teocratico sciita sia giunta a termine: come nei migliori matrimoni insomma…staremo a vedere!

 

    Scrive tal Ferdinando Calda su “Rinascita” del 1 luglio: “Ancora una serie di arresti della magistratura iraniana, vicina agli ambienti ultraconservatori, contro gli uomini del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Venerdì a finire nel mirino dei giudici è stato Omid Mehmari, cugino del presidente ed ex direttore generale della società di investimenti Qadir. Pochi giorni prima Mehmari era stato costretto a presentare le dimissioni dalla sua carica.
Si tratta del quarto arresto nelle ultime due settimane che colpisce uomini vicini ad Ahmadinejad. (…)  In un mese, sono stati oltre una quindicina i collaboratori del presidente iraniano arrestati dalla magistratura, vicina alla Guida Suprema Ali Khamenei e alla corrente ultraconservatore guidata dal presidente del Parlamento Ali Larijani. Il capo della magistratura è l’ayatollah Sadeq Amoli Larijani, fratello del presidente del Parlamento. L’accusa più frequente è quella di corruzione, ma qualcuno è stato anche accusato di “stregoneria”.
Venerdì scorso Ahmadinejad ha denunciato le “motivazioni politiche” che si nascondono dietro questi arresti e ha minacciato di prendere serie contromisure nel caso dovessero colpire membri del governo.
“La nostra posizione è di rimanere in silenzio, perché il Paese ha bisogno di unità – ha dichiarato all’uscita del Consiglio dei ministri – ma se continueranno e accuseranno i membri del governo, sarà mio dovere morale, legale e nazionale difendere i miei collaboratori”. Il governo, ha aggiunto, “è una linea rossa”.
I conservatori rimproverano ad Ahmadinejad le sue aperture in politica estera, considerate troppo azzardate, e le sue prese di posizione a favore di un nazionalismo “laico”, che, sostengono, potrebbe minare il potere della Guida suprema e delle gerarchie clericali sciite.” (1)

 

    Ora che sia chiaro per tutti: ammesso e affatto concesso che quanto riportano le agenzie internazionali sia corrispondente al vero e ovviamente al di là dell’auspicio che un simile attrito sia il più velocemente ricucito tra le due fazioni in campo anche – soprattutto – per l’unità nazionale che viene prima di qualsiasi altra questione; noi consideriamo assolutamente legittima, logica e naturale la presa di posizione della magistratura iraniana salvaguardia del sistema di potere teocratico sciita e diretta emanazione del potere assoluto della Guida della Rivoluzione.

 

    Il  ruolo di Sayyed Alì al Khamine’ì quale leader unico ed indiscutibile della Teocrazia Islamica iraniana è insindacabile e fondamentale all’interno della gerarchia sciita secondo la concezione, massima espressione dell’Islam rivoluzionario e tradizionale magistralmente espresso dall’Imam Khomeini e da questi ideologicamente presentato al mondo nel volume “Il Governo Islamico”, propria della dottrina della Walayat et Faqì: la Guida della Rivoluzione è il perno centrale, il motore immobile, della vita della nazione iraniana.

 

    E su questo non c’è discussione che ‘tenga’….perchè – piaccia o dispiaccia ai troppi ‘laici’ di tutti i colori e le risme… “Rinascita” compresa – la Repubblica Islamica è uno Stato teocratico fondato su una dottrina che è espressione del puro islam mohammadiano e artefice di un movimento rivoluzionario che, nella metastorica apparizione dell’Imam al Hus’ayn (a.s.) e nel di Lui martirio annualmente celebrato in occasione della ricorrenza di Asciurà, ha rovesciato in nome di Dio e della Giustizia Divina la macchina repressiva della parodia imperiale rappresentata fino al 1979 dalla famiglia Pahlevi e dal suo ultimo shah Mohammad Reza.

 

    Premesso oltretutto che il laicismo, anche quello d’impronta nazionalista, è l’avanguardia della sovversione sotto mentite spoglie noi rimaniamo fedeli alla Tradizione che – nella Repubblica Islamica dell’Iran da 32 anni – è al potere magnificamente rappresentata dalla scala gerarchica teocratica e dall’ordinamento giuridico e politico dello Stato.

 

    In breve noi sottolineiamo che in Iran i presidenti della Repubblica passano, il Waly et Faqì rimane!

 

    In questa situazione risulta ancora più significativo il fatto che la tv di Stato (IRIB) abbia censurato lo stesso Presidente Ahmadinejad decidendo di non trasmettere la condanna espressa dal capo del governo contro gli arresti degli ultimi mesi tra le fila dell’esecutivo e tra i suoi più stretti collaboratori.

 

    Significativo perché Ahmadinejad aveva, mercoledì scorso, ribadito la necessità di difendere l’operato del proprio governo appellandosi direttamente ai media pubblici e dichiarando: “Sento il dovere di difendere il governo, che è una linea rossa e se vogliono toccare il governo io lo difenderò. Dal nostro punto di vista si tratta di azioni politiche volte a mettere in difficoltà il governo”.

 

    In attesa che la situazione a Teheran si chiarisca e che chi di dovere paghi se ha sbagliato non possiamo che sottolineare l’assoluta e organica linea della fermezza che contraddistingue i cosiddetti “circoli ultra-conservatori” vicini alla Guida della Rivoluzione da trentadue anni granitici avamposti di saggezza e determinazione nell’elaborazione delle linee guida conformi alla Legislazione Coranica che sovra-intende le strutture dell’apparato legislativo, politico e ideologico della Teocrazia Sciita.

 

    Al di là delle ‘ciancie’ della propaganda sionista e americana che vorrebbe una Repubblica Islamica in difficoltà , sull’orlo addirittura di una contrapposizione di poteri che potrebbe lasciar trasparire la possibilità per i nemici, interni ed esterni, di aprire varchi nel sistema teocratico noi ribadiamo che l’Iran rimane il principale bastione della metastorica opposizione che oppone le avanguardie dell’Ordine alle schiere demoniache del Caos o – per usare una splendida espressione del compianto Imam Khomeini – il Puro Islam all’islam americano dei ruffiani degli Stati Uniti.

 

 

     Il mondo si divide in due categorie: chi sta conla Repubblica Islamica dell’Iran e chi si defila, si ‘sposta’ di lato, oppone l’opponibile pur di criticare e irrimediabilmente, coscientemente o meno, fa il ‘gioco’ del Sionismo Internazionale….

 

    Noi che non siamo iraniani né vogliamo esser realisti più del re né papisti più del papa diciamo solo che il mondo intero a dominazione sionista ha ‘puntato’ Teheran oramai da oltre un trentennio.

 

    Di qua l’Iran e la sua teocrazia, di là il ‘resto’….

 

    ‘Meditate’….

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

 

 

Note –

 

1 – Ferdinando Calda – “Iran: Ancora arresti contro gli uomini di Ahmadinejad” – da “Rinascita” del 1 Luglio 2011;