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‘Giochi’ usurocratici sulla pelle dei popoli

6 Lug

‘GIOCHI’ USUROCRATICI SULLA PELLE DEI POPOLI

di Dagoberto Bellucci

 

“Vuoi vedere che l’età dell’oro/ era solo l’ombra di Wall Street…”

 ( Franco Battiato – “Magic Shop” – Album “L’era del cinghiale bianco” – 1979)

 

“Da generazioni, ormai, capitali e uomini d’affari di qualunque estrazione e provenienza – dalle ereditiere americane agli ebrei del centro-Europa – trovavano accoglienza nello spirito Whig della City ed entravano come sangue fresco nelle vene del gigante in silenziosa crescita. Gomito a gomito, anglicani e calvinisti, britannici, svizzeri ed ebrei, muovevano dalla City le fila dei traffici mondiali e ne accentravano i profitti. Erano i Barning, gli Erlanger, i Fould, i Lazard, i Mallet, i Mirabaud, i Montagu, gli Schiff, gli Schroeder, i Selingman,gli Speyers e, sopra tutti, i Rothschild e i Morgan – mentre i Warburg, i Ginzburg e i Rockefeller sarebbero entrati nel giro più tardi, quando il processo si estese agli Stati Uniti. Come figure isolate, a fornire un contributo ideologico e politico oltre che tecnico e finanziario, vanno qui ricordati i nomi di Cecil Rhodes e di Alfred Milner.”

 ( Sergio Gozzoli – “Sulla pelle dei popoli – Viaggio nel labirinto del potere mondialista” – Rivista “L’Uomo Libero” –Anno 9, Nr. 27 – Giugno 1988)

 

 

    ‘Qualcuno’ ci ha fatto sapere che…stiamo esagerando!

    Che novità…E’ una vita che esageriamo forse, ‘semplicemente’, perché siamo esagerati o forse, più semplicemente, perché ci ‘piace’.

 

    Al di là dei tanti ‘pippeggiamenti’ più o meno virtuali di massa che contraddistinguono questa contemporaneità rovesciata occorre soffermarsi ulteriormente sui problemi che stanno lacerando oltre ogni immaginazione il ‘paese cchiu stupete du munne alias l’italietta berlusconian-legaiola, proiettata alla rinfusa nel terzo millennio, priva di riferimenti culturali, di progettualità politiche, di idee vincenti.

    Eludendo le troppe inconcludenti divagazioni di natura più o meno sociologica che scaturiscono oramai quotidianamente dalla contemporaneità demenziale riportata fin troppo dettagliatamente dalle cronache giornalistiche che sono solite oramai – dai tg ai reportage della carta stampata – ‘raccontarci’ (…sono decenni che ce le raccontano… ed è probabilmente quanto di meglio riescono a fare gli ‘amministratori’ del condominio-Italia ovvero questa sgangheratissima classe politica incapace di consumare danni contro la gestione pubblica senza furberie, ladrocinio di Stato, sprechi e malcostumi dilaganti…non è questa la sede per lasciarsi andare a un moralismo d’accatto ma risulta quantomeno fastidioso – ed usiamo questo ‘eufemismo’ –  che la casta continui impunemente ad abusare dei propri privilegi continuando a chiedere sangue e sudore ad un paese in crisi economica profonda che non vede alcuna fuoriuscita da questo tunnel…) la realtà di un sistema economico allo sbando, di un potere politico privo di qualunque autorità, di una conflittualità intra-sistemica quotidianamente alimentata ad arte tra i diversi presidi oligarchici per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali del paese.

   Ora occorre chiarire subito che quando si parla di crisi economica globale si tratta fondamentalmente di una crisi del Sistema: è difatti una crisi nata nel cuore del sistema bancario e finanziario internazionale, alimentatasi delle contraddizioni che sono una costante dei meccanismi e delle dinamiche di produzione ed espansione del sistema monetario, dei suoi regolamenti fissati dalla rete dei centri di potere internazionali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Banche Centrali di ogni singolo paese) che,  a partire dagli accordi internazionali che da Bretton Woods in poi hanno stabilmente creato le basi per lo strozzinaggio capitalistico planetario ovvero la dittatura usurocratica mondialista, sono i reali detentori del potere e i veri deus et machina del Mondialismo.

 

 

 

    Qualora le bestioline parlanti e deambulanti della quotidianità nichilistica contemporanea utilizzassero un po’ meglio e più spesso i propri neuroni saprebbero, il condizionale è obbligatorio quando si parla dei lobotomizzati del “pianeta-papalla” comunque la notizia dovrebbe essere di dominio pubblico, che una piccola percentuale di banchieri ed esponenti della finanza mondiale (circa 300 famiglie tra le più in vista dell’Establishment plutocratico) controllano i destini del pianeta attraverso le loro fortune distribuite tra banche, fondazioni e multinazionali.

    Questa considerazione, da sola, basterebbe in nazioni ‘serie’ a scatenare moti di piazza e proteste che avrebbero quale logica conseguenza rivolte e rivoluzioni popolari di tipo “comunistico” ossia – muovendo dal basso della scala sociale – la disintegrazione del Sistema di produzione capitalistico-borghese quale premessa indispensabile per la costruzione di una società semplicemente più a misura d’uomo.

    Ma veniamo ai ‘dati’ che possono meglio illustrare il carattere ineludibile della presente crisi economica globale. “The Wall Street Journal”, uno dei principali quotidiani economici statunitensi, ha reso di pubblico dominio qualche mese fa che lo 0,1 per cento della popolazione mondiale possiede il 22% della ricchezza del pianeta e che, nonostante la crisi, il numero dei ‘paperoni’ milionari sarebbe in aumento.

 

     Secondo quanto ha riportato il giornale della strada del muro di Jew York lo scorso anno, durante una delle fasi più acute della presente crisi, il numero delle persone ricche è aumentato del 12,2% mentre cinque delle più importanti merchant bank statunitensi (Bank of America, J.P. Morgan, Citibank, Goldman Sachs e Hsbc) alla fine dello stesso 2010 avrebbero messo in ‘cassa’ profitti per più di 19 miliardi di dollari. 

     A corollario di questa situazione (tanto paradossale – se si pensano gli sforzi fatti e le misure economiche di tamponamento prese dai governi per salvaguardare numerosi istituti bancari e le misure di austerity prese per un raffazzonatissimo tentativo di salvare le economie di nazioni quali l’Irlanda,la Grecia o il Portogallo – quanto indicativa di un trend che vede, nei momenti di crisi profonda del sistema capitalistico, pochi e ‘noti’ attori gestire al meglio le proprie finanze migliorando i propri guadagni attraverso la formula della speculazione borsistica selvaggia) un altro dato fornitoci stavolta dalla rivista di business “Forbes” quella che annualmente stila le ‘classifiche’ della ricchezza pro-capite dei singoli “paperon de paperoni” mondiali: secondo il suo rapporto annuale ci sono al mondo 1210 persone con un patrimonio netto che supera 1 miliardo di dollari.

    Un piccolo gruppo, una esigua minoranza – poco più di mille individui – che avrebbe un patrimonio netto totale che raggiunge i 4000 miliardi di dollari ovvero una cifra superiore al patrimonio totale di 4 miliardi di persone del resto del pianeta. Per essere più chiari: poco più di 1.200 individui (l’Establishment) hanno un patrimonio netto superiore a quello di 4 miliardi di persone messe assieme ossia dell’intera Europa, della Cina, dell’India e di gran parte del Sud America tutti assieme.

    Senza focalizzare esattamente questo dato di fatto, e con esso la tenaglia che stringe i popoli (compreso ovviamente gli italiani) e dirige realmente in maniera più o meno occulta le vicende delle nazioni sottomettendole ai diktat ed ai ricatti della Finanza cosmopolita, appare assolutamente inutile proseguire in una qualsiasi analisi relativa ai problemi interni di uno Stato quale quello italiano che ai suoi problemi strutturali, alla sua arretratezza in fatto di modernizzazione industriale (ci vantiamo di essere la quinta o sesta economia del pianeta ma restiamo dei provinciali della finanza mondiale con pochissimi veri e attivi poli industriali massimamente concentrati nel nord del paese e altrettanto poche aziende di livello multinazionale fra le quali spicca la FIAT passata sotto diretto controllo giudaico con l’entrata nel cda dell’azienda torinese di John Philiph Jacob Elkann) ed alle sue mai risolte contraddizioni somma un bilancio interno spaventosamente deficitario per il quale la soluzione risiede sempre e comunque nell’allarmistico taglio della spesa pubblica.

    E’ una situazione, si dirà, che accomuna l’Italia al resto dei paesi dell’Unione Europea. Esattamente. E con l’apparente ineluttabilità del taglio della spesa pubblica, di riforme strutturali che vadano in questa direzione sono state propagandate ad arte soprattutto le paure che, altrimenti, il sistema potrebbe crollare.

     In breve possiamo dire che l’opinione pubblica italiana ed europea sono state talmente bombardate dall’inevitabile necessità di mettere mani alla spesa pubblica con tagli raffazzonati qua e là in manovre economiche prosciuga risparmi che ormai un po’ tutti sono convinti che non esistessero alternative a queste decisioni prese ai piani ‘alti’ delle Istituzioni comunitarie.

    Anche questo è un mito da sfatare:  i tagli alla spesa pubblica – che priveranno per parecchi anni i diversi dicasteri di risorse necessarie per attuare riforme fondamentali – non sono affatto un destino ineluttabile.

    Sono casomai la conseguenza delle azioni speculative delle borse e degli interessi di quella piccolissima minoranza che concentra nelle proprie mani le ricchezze planetarie e dei singoli Stati.

    Dunque non si comprende per quale motivo ad essere messo in discussione sia il Welfare State, lo stato sociale, patrimonio reale dell’economia nazionale di una nazione. Perché quando si parla di “spesa pubblica” e di relativi ‘tagli’ si intende innanzitutto tutte quelle strutture di base che permettono il funzionamento di una società: scuola pubblica, asili, ospedali, università ma anche strade, sanità, servizi, trasporti, centri di cultura e, in ultima analisi tutti quei poli primari necessari ai cittadini di uno Stato.

    In ultima analisi oltre a quanto sopra occorre ricordare che “spesa pubblica” significa la redistribuzione del reddito e la diminuzione della sperequazione economica cioè una maggior offerta di servizi a chi non può permettersene, ovvero la garanzia di un tenore di vita dignitoso a tutti i cittadini.

    Ecco, senza metafore, cosa realmente si intende quando si parla di ‘tagli alla spesa pubblica’: che i governi del pianeta per affrontare la crisi creata da qualche banca d’affari americana sono costretti a ridurre i servizi primari e di conseguenza diminuire il livello di vita ai propri cittadini. 

     Ma non dovrebbe proprio essere questa la funzione ultima al quale è chiamato uno Stato? Non è forse lo Stato che dovrebbe fornire questo genere di servizi che sono un bene irrinunciabile per i singoli individui e, giuridicamente, dovrebbero essere collegati alle singole persone e non ai loro redditi? Non dovrebbe forse uno Stato efficiente garantire una valida offerta in fatto di formazione scolastica, servizi sanitari e trasporti?

    Prendiamo per esempio l’istruzione: in quale direzione è andata la recente riforma Gelmini che ha creato le condizioni per un aumento del precariato diffuso, con tagli di migliaia di posti di lavoro, cattedre e organici in un po’ tutti i settori scolastici (dai nidi d’infanzia fino alle Università)?

    E’  forse questo genere di riforme che consentiranno al nostro paese di fare un salto di qualità quando sappiamo tutti, perfettamente, che sono migliaia all’interno delle diverse strutture scolastiche i precari che continuano a sperare in un posto fisso che nessuno garantirà loro mai?

    L’istruzione dovrebbe essere fornita a tutti allo stesso modo, senza creare disparità di conoscenze e quindi dando a tutti l’opportunità di crearsi, secondo i propri meriti, un futuro. Questa dovrebbe essere una scuola pubblica efficiente, quella che permette a tutti un eguale trattamento e eguali chanches di realizzazione, apportando così realmente all’interno di una società quei tanto decantati a parole concetti di meritocrazia e opportunità.

    Quali sono invece le politiche che si seguono attualmente sull’onda emotiva della paura creata dalla crisi economica: uno sconclusionato prelievo delle risorse che non tiene conto del divario creatosi fra i pochi ricchi e i troppi poveri all’interno della società ed il mantenimento di onerosi privilegi di casta per quella minoranza che decide, da sempre, di mantenere inalterato lo status quo facendo pagare ai lavoratori dipendenti, ai pensionati, agli studenti, ai ceti deboli ed a tutti coloro i quali sono le vittime prime del sistema di sfruttamento capitalistico moderno ovvero le fasce di cittadini a redditi più bassi.

     Analizziamo per esempio il “caso Grecia”: nel caso greco, come precedentemente è avvenuto anche per l’Irlanda e – in prospettiva – potrebbe accadere al Portogallo (1); l’esecutivo di Atene ha cercato di ‘tenere la rotta’ di una nave al largo in balia di una tempesta tsunamica.

     La tempesta in questione, di natura monetaria, riguardava i conti delle casse dello Stato greco. Ognuno ha cercato di azzardare soluzioni l’una più risibile e fantasiosa dell’altra e soprattutto inconcludenti a dare un termine a questa estenuante situazione: default del debito sovrano, ristrutturazione del debito, prestiti internazionali, cessione a enti specifici internazionali dell’economia greca dei titoli-spazzatura di Atene e quant’altro possibile.

     L’unica cosa sicura sono i tagli ed i sacrifici che saranno, di volta in volta, richiesti al popolo greco. In Grecia sta avvenendo esattamente quanto accadde in Italia nel biennio passato alla storia come quello di “tangentopoli”, una stagione – compresa tra il 1992 ed il 1994 – nella quale per risanare il debito pubblico e mettere a posto i conti dello Stato gli esecutivi dell’epoca (Amato, Ciampi) furono obbligati a dare il via ad una serie di privatizzazioni che portarono alla svendita del patrimonio di istituti di credito e aziende nazionali finite nelle grinfie della Finanza cosmopolita senza volto come decisero gli oligarchi plutocratici e accettarono supinamente alcuni dei principali esponenti del nostro sistema bancario (fra cui l’attuale neo-eletto presidente della BCE, la Banca Centrale Europea, ed ex presidente di Bankitalia Mario Draghi) in occasione dell’incontro che ebbe luogo il 2 Giugno 1992 sullo yacht “Britannia” ,il panfilo reale della regina Elisabetta II d’Inghilterra, al largo di Civitavecchia.

 

     La storia delle privatizzazioni italiane è esemplare al riguardo e ben si adatta oggi al caso Grecia: a bordo del “Britannia” fu accettata ovinamente dai vertici della finanza italiana la conquista plutocratica del nostro patrimonio di enti bancari e industriali. In quella occasione i principali esponenti della finanza cosmopolita (con i rappresentanti delle banche d’affari “Barings”, “Warburg”, “Barclays” e altri istituti di credito ed esponenti di spicco dell’establishment fra cui il noto magnate giudeo ungherese George Soros) stabilirono la necessità di una completa privatizzazione delle partecipazioni statali e dell’industria di Stato a prezzi a dir poco stracciati a seguito di una concordata – e pianificata in quell’occasione a tavolino – svalutazione della nostra moneta, la Lira.

     Significativamente nel settembre di quell’anno , durante il governo presieduto da Giuliano Amato (già membro della “Trilateral Commission”) e con il sostegno di Lamberto Dini (già esponente del Fondo Monetario Internazionale), l’allora governatore della Banca d’Italia , Carlo Azeglio Ciampi ( vicinissimo agli ambienti dell’Oligarchia finanziaria internazionale e sospetto di adesione massonica), ritirò una speculazione della sterlina (operata dal multimiliardario Soros) contro la lira, causandone l’immediata svalutazione del 30%.  

    Il seguente tentativo di arginare il tracollo economico e finanziario del paese portò i diversi esecutivi ad adottare pesantissime manovre finanziarie per salvare il salvabile oltre al prosciugamento delle riserve di valuta estera della Banca d’Italia che andarono letteralmente in fumo (e si parla di una cifra che raggiunse i 48 miliardi di dollari , quasi 100 miliardi di vecchie lire).

     Così come previsto e stabilito dai magnati della finanza mondiale nell’incontro sul “Britannia” ci fu ben presto una svalutazione della lira e così le privatizzazioni selvagge non tardarono ad arrivare.

     Ora il “signor” Mario Draghi, tra i responsabili primi delle privatizzazioni selvagge che furono introdotte nel nostro paese,  è il classico galoppino dell’Oligarchia finanziaria multinazionale: oltre ad una carriera di direttore generale del Tesoro è stato vice presidente della “Goldman Sachs” di Londra. Per chi non lo ‘sapesse’ la “Goldman Sachs” è la banca d’affari più potente del pianeta, di proprietà ebraica essa rappresenta una delle colonne del sistema di sfruttamento plutocratico che ha nelle banche eterodirette dall’Usurocrazia Ebraica (“Rothschild”, “Warburg”, “Barings”, il gruppo che fa capo ai Rockfeller di New Jork) il centro dell’ “impero” dello strozzinaggio internazionale.

     Va ricordato come quest’asse finanziario d’impronta anglo-ebraica si sia dimostrato ‘suscettibile’ da sempre di manovre dirette contro l’altro potentato economico-religioso che è rappresentato dal cattolicissimo “Opus Dei” al quale apparteneva l’ex ministro dell’Economia Antonio Fazio ….come si vede le decisioni della finanza mondiale intervengono a determinare anche gli assetti di potere interni ai singoli Stati in particolare in un paese come l’Italia dove, volenti o no, esiste il centro del cattolicesimo mondiale, il Vaticano, contro il quale non sono né nuove né casuali le manovre dell’Internazionale Ebraica.

    Qualcuno a questo punto potrebbe domandarsi perché occuparci d’economia specie quando tutto siamo fuorché ‘economisti’?

    A questa, più che legittima domanda, ha risposto altrettanto legittimamente la nota introduttiva che i responsabili della casa editrice “Il Corallo” di Padova apposero al volume di Julius Evola su “Il nuovo “mito” germanico del “Terzo Regno”” nel quale veniva fatto notare come “…ciò che non sempre convince in Evola e negli autori di medesimo indirizzo (…), non sono certo i principi di ordine superiore, ai quali si rifanno, ma le applicazioni concrete che vorrebbero attualizzare tali principi nell’ordine politico-sociale-economico del mondo contemporaneo. (…) Da una analisi di questo “progetto” sorge spontanea l’impressione che in tali ambienti manchi, talora, il senso della specificità ed eccezionalità dei tempi moderni o, per lo meno, se tale consapevolezza esiste, non venga poi messa in pratica e sviluppata fino alle sue estreme e coerenti conseguenze. Nel caso delle gerarchie politiche, ad esempio, il fatto che sia necessaria una “continuità” non può portare (è un passaggio illecito) a legittimare la stessa società industriale e capitalista. (…) Ed è un caso di continuità malintesa, a nostro parere, quello di significare la figura del “grande capo di industrie ereditariamente coltivate”, cioè dell’industriale “tedesco” (e per ciò stesso “positivo”) , come se un capitalista nazionalista fosse diverso da un qualsiasi capitalista quanto a concezione della vita! Quale edificante esempio ricordiamo la morale e le aspirazione di un industriale tedesco, Fritz Thyssen, da lui stesso enunciate: “Sono un industriale, e un industriale, è sempre incline a considerare la politica come una seconda corda del suo arco, cioè come l’attività che prepara il terreno o predispone le condizioni per l’industria” (Il dittatore – pag. 74). Vogliamo quindi dire che la difesa dei valori tradizionali non può tramutarsi nella difesa di una struttura sociale borghese e retriva, diventando una copertura di interessi sostanziali, e per ciò stesso contraddicendo i propri principi. Tale discorso vale pure circa l’organizzazione della sfera economica. Anche qui permane l’equivoco. Potremmo chiamarlo l’illusione dello “atto potestativo”, cioè di credere che basti una “volontà” politica pura e semplice per dominare la sfera “demonica” dell’economia e ricondurla al suo giusto posto. E’ sempre “la crisi del mondo moderno” che bisogna tenere presente. Oggi infatti l’economia è divenuta una struttura pressoché autonoma, con sue leggi specifiche. Ogni speranza di dominarla dal di fuori, con palliativi , senza colpirla al suo interno, operando sulle sue leggi, che sono poi le leggi dello sviluppo capitalistico, rimane una illusione. Quindi potrà esservi un controllo dell’economia solo quando essa sarà diventata qualcosa di totalmente diverso da ciò che ora essa è, almeno nei suoi fondamenti.” (2)

     Si tratta dunque, né più né meno, di sottomettere completamente l’economia al Politico in senso aristocratico-comunistico ovvero realizzando, quale premessa essenziale per un’azione che sia diretta al cuore della struttura stessa del Sistema capitalistico-oligarchico-borghese e miri alla disintegrazione del Sistema stesso.

     Ha scritto in proposito Maurizio Lattanzio, il Grande Guascone di Popoli, che “nel mondo della Tradizione, la moneta ha una valenza dottrinario-esoterica che ‘ordina’ la funzione economica ‘integrandola’ nel bene comune, nonché impedendo ogni ‘pulsione’ di dissociazione dalla unità organica che ‘compone’ il cosmos della forma tradizionale: “…presso i Celti – scrive Renè Guènon – i simboli raffigurati nelle monete trovano spiegazione solo se li si rapporta a conoscenze dottrinali caratteristiche dei Druidi (…)… con la moneta, là dove esisteva, non poteva di per sé essere la cosa profana che più tardi è divenuta (…) … la moneta, dopo aver perduto ogni garanzia di ordine superiore, ha visto il suo stesso valore quantitativo (…) ridursi senza posa (sarà lo ‘straccio di carta’ che sostituirà lo stesso oro ndr).” Sul processo di ‘dissoluzione’ quantitativa della moneta, l’ebraismo internazionale ‘inserirà’ la pratica di sfruttamento monetario denominata ‘grossa usura’ giudaica, intesa quale rapporto parassitario inerente alla ‘stampa’ e alla erogazione della moneta, derivante dal capovolgimento dei nessi organico-gerarchici di sovraordinazione della “categoria del politico” nei confronti del ‘piano economico’….In assenza della prevaricazione giudaica, laddove la sovranità monetaria sia articolazione funzionale della sovranità politica, si realizza – anche in epoca ‘profana’ … – la sottrazione oggettiva della moneta alle pratiche parassitarie giudeo-plutocratiche, consentendo il raggiungimento di esiti economici ‘equilibratori’ della comunità popolare. Comunque, in epoca moderna e contemporanea – la moneta è unità di misura del valore dei beni reali. Essa ‘incorpora’ e acquista il valore della stessa unità di misura, ‘agevola’ lo svolgimento delle attività economiche di scambio. Un principio fondamentale di ‘filosofia’ del valore è quello secondo cui il valore non è mai una quantità della materia. Il solido, il peso, il liquido sono attributi modali della materia, un modo di ‘apparizione’ relativo alla configurazione della ‘sfera’ empirica. Infatti, in ambito economico, il ‘valore’ consiste in una previsione, ossia in un rapporto intercorrente tra fasi di tempo, il quale attiene alla dimensione psicologico-razionale del singolo. Più precisamente, il valore è il rapporto esistente tra il momento della previsione e il momento previsto. (…) La sicura previsione del comportamento degli altri, intesa quale condizione imprescindibile del proprio comportamento economico, ‘fonda’ il valore convenzionale della moneta. ‘Chiarito’ che il valore della moneta è convenzionale e non creditizio (cioè ‘garantito’ dalla ‘riserva’ sottostante), occorre sottolineare che accettare i valori di riserva (oro, dollaro ecc.) significa indebitarsi inutilmente con l’Alta Finanza ebraica internazionale al fine di poter emettere la propria moneta. Oggi, l’euro è emesso senza limiti e senza costo, in carenza di riserva, quale moneta indebitante dalla Banca di emissione ‘europea’, la quale ha espropriato, oltre gli Stati, anche le banche di emissione situate in territorio nazionale, a vantaggio del processo di ‘accumulazione’ strutturale macro-regionale di sfruttamento denominato grosso insieme mondialista o Unione Europea; ciò avviene nei confronti delle ‘residuali’ realtà nazionali indebitate …. (…) L’ebraismo internazionale ‘comprenderà’ che il ‘trasferimento’ della convenzione monetaria dalla moneta-merce (oro, argento ecc.) alla moneta di costo nullo, ovvero le banconote di cui detiene il monopolio dell’emissione quale ‘privilegio legalistico’ espropriato alla sovranità politico-monetaria – consentirà di ottenere la rendità monetaria di sfruttamento derivante dalla pratica di indebitamento usuraio nei confronti delle masse planetarie ‘omologate’ dalla dittatura sinagogico-mondialista…” (3)  

     Il ‘resto’ sono ‘ciancie’ ebraiche ovvero la Grande Parodia che investirà i popoli e le nazioni all’alba dell’edificazione della dittatura sinagogica planetaria alias il Nuovo Ordine Mondiale, il regno della contro-chiesa di Satana.

     L’economia, come qualunque altro ‘fronte’ d’indagine, deve rimanere un ‘varco analitico’ predisponente una ripartenza strategico-politica e una delle tematiche prioritarie  per  comprendere le strategie d’edificazione dell’One World….siamo di fronte alla realizzazione del Grande Bluff giudaico-massonico della società dell’edonismo diffuso a livello planetario, mondo capovolto dove gli individui spariranno per lasciare il ‘passo’ ai burattini sinagogici.

     Il mondo, come ‘sempre’, si divide in due categorie: chi ha un progetto politico-rivoluzionario anti-giudaico e anti-mondialista e chi ‘scava’ …

    Au revoir….

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

Note –

1 – E’ di queste ore la notizia che l’agenzia “Moody’s” ha deciso il declassamento del debito portoghese definendo “spazzatura” i titoli di Stato di Lisbona e provocando un crollo delle principali borse europee. La decisione presa da “Moody’s” – che già nelle scorse settimane aveva deciso di inserire una ventina tra istituti di credito e aziende italiane nel suo ‘mirino’ usurocratico – ha provocato l’immediata presa di posizione della Commissione Europea che ha giudicato quanto stupefacente la tempistica della decisione presa dall’agenzia internazionale definendola “basata su scenari assolutamente ipotetici che non sono in linea con lo stato attuale dei fatti”.

“Moody’s” è stata la prima agenzia di rating che ha ‘tagliato’ di ben quattro livelli il rating sovrano portoghese. Le agenzie internazionali di rating contribuiscono con i loro “esami” finanziari a sovvertire le economie nazionali, aggiungendo elementi speculativi ad una situazione, qual è quella dell’Unione Europea, già alle prese con la crisi e un indebitamento costante.

2 – Introduzione al volume Julius Evola – “Il nuovo ‘mito’ germanico del ‘terzo regno’” – Ediz. “Il Corallo” – Abano Terme (Padova) 1981;

3 – Maurizio Lattanzio – articolo “La ‘Grossa Usura’ Giudaica” – da “Islam Italia” – Anno 2.o  Nr. 23 , Dicembre 2003.

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