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Il Tribunale Speciale Internazionale: una spada di Damocle sulla sovranità nazionale libanese

11 Lug

IL TRIBUNALE SPECIALE INTERNAZIONALE: UNA SPADA DI DAMOCLE SULLA SOVRANITA’ NAZIONALE LIBANESE

 

– di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

Il Libano nel mirino delle centrali della destabilizzazione: com’era previsto, e ampiamente prevedibile oramai da quando, l’estate scorsa, il leader di Hizb’Allah, Sayyed Hassan Nasrallah, era stato informato dall’allora premier libanese Sa’ad Hariri che alcuni esponenti del Partito di Dio sarebbero stati formalmente accusati di responsabilità nell’attentato che costò il 14 febbraio 2005 la vita al di lui padre Rafiq Hariri ; il paese dei cedri rischia di precipitare nuovamente nel caos.

 

Dopo che il Tribunale Speciale sul Libano, incaricato dalle Nazioni Unite di fare luce sui crimini politici che insanguinarono il paese nel bienni 2005-2007, hadiramato i nomi di quattro appartenenti al movimento sciita filo-iraniano la situazione politica è tornata a farsi incandescente.

 

Stretto tra pressioni americane e sioniste da un lato, conla Siria– storica alleata e potente vicina – in preda a convulsioni ribellistiche eterodirette dall’esterno e funzionali alle logiche di disintegrazione dell’unità nazionale e pan-araba di cui Washington si è fatta promotrice da anni; il Libano si ritrova a fare i conti anche con la spada di Damocle di un organo legislativo internazionale per molti nel paese dei cedri creato ad hoc esclusivamente per portare ulteriore scompiglio e confusione e privare della sovranità nazionale le autorità di Beirut.

 

Non più di dieci giorni fa il ministro dell’Interno libanese, Marwan Charbel, ha confermato i nomi dei quattro sospetti, appartenenti ad Hizb’Allah citati nei mandati di arresto del T.S.L.: Moustafa Badreddine, Salim Ayyash, Assad Sabra e Hussein Anaissi.

 

A questa notizia tutte le forze politiche nazionali hanno reagito vigorosamente a cominciare proprio dagli alti esponenti del Partito di Dio direttamente chiamato in causa per una strage tanto odiosa quanto opportuna e che, per la quale, Nasrallah ed i suoi hanno sempre indicato quale mandante l’entità criminale sionista.

 

Proprio il segretario generale del partito sciita filo-iraniano lo scorso 2 luglio ha sostenuto che esiste  un complotto sionista per colpire dall’interno e destabilizzare le forze politiche che costituiscono il nuovo esecutivo presieduto da Najib Miqati che gode dell’appoggio di Hizb’Allah e delle altre formazioni che sostengono la resistenza nazionale.

 

Un complotto, secondo Nasrallah, che mira a colpire e disarmarela Resistenza– obiettivo ultimo di tutti gli intrighi, le manovre, i tentativi di sedizione prodotti da “Israele” e dal suo alleato statunitense. L’ambasciata americana ad Awqar, a nord di Beirut, è stata spesso indicata come uno dei principali focolai di tensione interni del paese e non sono rare le occasioni in cui gli americani sono pesantemente intervenuti negli affari della politica interna libanese.

 

 

“Nessuna forza potrà arrestare coloro che sono stati menzionati nell’atto di accusa dal Tribunale Speciale. – ha sostenuto Nasrallah durante un lungo intervento alla televisione “Al Manar” di Beirut – Non sarà possibile arrestarli né in 30 giorni, né in 30 anni né in300”ha tuonato il leader di Hizb’Allah che ha affermato: “Noi non riconosciamo il tribunale internazionale, e tutte le sue accuse sono nulle” in quanto “strumento di pressione” e “organo fazioso” che nient’altro rappresenta che “le volontà degli Stati Uniti” in pesante violazione della sovranità nazionale libanese.

Nasrallah ha inoltre dichiarato che i quattro esponenti del Partito incriminati dal TSL sono “onorevolmente passati attraverso la lunga guerra di resistenza contro il nemico israeliano e sono da considerarsi “eroi nazionali che hanno partecipato alla liberazione del paese” contro l’occupazione sionista.

 

L’atto di accusa era stato consegnato dal TSL al procuratore di Stato libanese, dr. Sai’d Merza, qualche ora prima subito scatenando l’indignazione generale dei gruppi nazionalistici e l’entusiasmo fra i sostenitori dell’ex premier Hariri in particolare quelli del suo partito, che raggruppa la maggioranza della comunità sunnita,la CorrenteFutura, perno dell’alleanza filo-occidentale del cosiddetto 14 marzo.

 

Le dichiarazioni di Nasrallah a “Manar” hanno confermato invece quanto la stessa opinione pubblica libanese andava da tempo sostenendo ossia che, l’atto di accusa prodotto dall’organismo internazionale difficilmente potrà mai tradursi in arresti reali mentre potrebbe, ed è probabilmente a questo che si voleva arrivare, minare pesantemente gli assetti politici attuali.

 

Che il Tribunale Internazionale per il Libano sia niente più che uno strumento nelle mani degli USA sono in molti a pensarlo soprattutto perché la sua legittimità in ambito libanese e più vastamente nel mondo arabo è pressoché nulla: non bastano infatti il marchio di ‘fabbrica’ dell’ONU, quello di autorità formale del preteso ‘diritto internazionale’ e neppure il sostegno di tutte le principali nazioni occidentali per rappresentare realmente un elemento incisivo e determinante nella vita di una nazione che intende rimanere sovrana.

 

Il TSL è una creatura americana: è semplicemente il mezzo con il quale si intenderebbe rovesciare il tavolo della politica libanese, mandare tutto a carte quarantotto dopo che – negli ultimi sei anni – si è tentato con ogni mezzo e tutte le opzioni (compreso l’aggressione militare israeliana del 2006, il terrorismo interno, la costituzioni di gruppuscoli islamisti d’ispirazione ‘salafita’ e tensioni di ogni colore e risma) di arrivare all’obiettivo di disarmare il braccio armato di Hizb’Allah,la ResistenzaIslamica.

 

Il problema che rende infatti il Libano così speciale è la presenza di un movimento armato di resistenza nazionale che ha dimostrato, armi in pugno e con fatti concreti, di essere responsabilmente al servizio delle Istituzioni dello Stato, interagendo stabilmente con le Forze Armate nazionali e rappresentando – proprio per la sua duttilità sia tattica che strategica – un valore aggiunto nel dispositivo della Difesa libanese; diventandone anzi l’asse centrale come dimostrato mirabilmente proprio in occasione dell’aggressione scatenata dai sionisti e dall’allora esecutivo di Tel Aviv presieduto da Olmert contro il paese dei cedri.

 

 

 

In base alla risoluzione Onu nr 1559 del 2 settembre 2004 la ‘comunità internazionale’ – leggasi gli Stati Uniti che del Palazzo di Vetro sono di fatto gli autentici padroni – richiedeva alle autorità di Beirut un presunto disarmo di tutte “le milizie presenti sul territorio nazionale” mentre a quelle siriane veniva rivolto l’appello per un ritiro del contingente militare di stanza nel paese dei cedri fin dai tempi della guerra civile.

 

Dopo mesi di pressioni internazionali che scaturirono nell’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri e nella discesa in piazza di quei movimenti filo-occidentali che diedero vita alla primavera dei cedri occupando il centro di Beirut e richiedendo a gran voce la dipartita dei siriani la situazione andò progressivamente normalizzandosi anche grazie al senso di responsabilità nazionale dimostrata proprio da Hizb’Allah e dai suoi alleati di ‘Amal i quali, alle elezioni legislative di quell’anno, ottennero un netto successo aderendo ad un inedito governo, presieduto da Fouad Siniora, al fianco di Corrente Futura, maroniti della Falange e PSP di Jumblatt.

Hizb’Allah aveva, almeno per il momento, scongiurato i rischi di un conflitto civile che – in ultima analisi – sembrava essere il principale obiettivo dei centri di sedizione e della politica promossa nel paese da USA, Arabia Saudita e alleati arabi moderati. L’accordo che portò Hizb’Allah ad entrare con propri ministri all’interno del governo Siniora evitò una conflagrazione civile ma, un anno più tardi, portò anche all’aggressione sionista: falliti i tentativi di disarmarela Resistenza, braccio armato del partito sciita filo-iraniano, occorreva che ci provasse una forza d’urto quale quella israeliana con i risultati che, invece, tutti sappiamo.

 

Appare chiaro che il problema di fondo della situazione politica libanese sia la presenza di Hizb’Allah quale partito militante dotato di una propria capacità militare autonoma diretta contro “Israele”. Un problema che si è cercato di risolvere, nelle sedi della politica mondiale, sia mediante i giochetti politici delegati agli “amici” dell’America (e quindi oggettivamente dei sionisti) sia direttamente lanciando un’aggressione militare terroristica che, in poco più di un mese, si è abbattuta contro tutto il paese dei cedri come un vero e proprio tsunami senza però raggiungere lo scopo prefissatosi e anzi aumentando la capacità militare del movimento sciita filo-iraniano da quel momento salutato a livello di mondo arabo come autentica avanguardia nella resistenza al Sionismo.

 

In sessanta e più anni di guerre arabo-israeliane Hizb’Allah si è dimostrato capace di resistere e di fatto vincere contro una delle macchine belliche più potenti, meglio armate, tecnologicamente avanzate del pianeta: un risultato che ha sbalordito gli osservatori di politica internazionale e lasciato letteralmente con le pive nel sacco gli israeliani così arrogantemente pronti a cantare vittoria fin dai primi giorni immediatamente dopo l’attacco che la mattina del 12 luglio 2006 doveva “distruggere le basi di Hizb’Allah”…gli Ebrei hanno clamorosamente sbagliato ‘previsioni’.

 

E’ in questo contesto e con questo obiettivo che venne istituito il Tribunale Speciale: senza la risoluzione 1559 delle Nazioni Unite non si comprenderebbe né il comportamento tenuto in questi anni dai partiti filo-occidentali libanesi e tantomeno i motivi per i quali la giustizia nazionale del paese dei cedri dovrebbe demandare suoi compiti e prerogative ad un organismo internazionale la cui posizione nei confronti dello Stato libanese è quantomeno dubbia quand’anche dichiaratamente sospetta.

 

La vicenda dell’attentato del San Valentino di sei anni fa nel quale perse la vita l’ex premier Rafiq Hariri passa in secondo piano di fronte alle evidenti manovre interessate di differenti attori geopolitici regionali e internazionali: c’è l’Arabia Saudita che nel Libano ha investito miliardi sostenendo fin dai primi anni Novanta lo sforzo per la ricostruzione (e della quale Hariri era un fantoccio al servizio di Riad), ci sono gli interessi di Damasco che ha sempre avuto suoi agenti e uomini ai vertici delle Istituzioni di Beirut fino al ritiro del suo contingente militare nel 2005 e soprattutto c’è l’America che intende usufruire delle crepe interne alla conflittuale situazione politica, etnico-confessionale e ideologica che contraddistingue il paese.

 

Il TSL ha cercato innanzitutto di dimostrare che dietro a quell’attentato vi fosse l’ombra dei servizi di intelligence siriani, alcuni ex ufficiali di collegamento con Damasco furono incriminati e successivamente assolti da questa accusa. L’intero impianto accusatorio venne smontato da un testimone che ritrattò tutte le accuse: l’intera pista siriana com’era stata costruita e gonfiata ad arte decadde nel nulla.

 

 

Successivamente uno dei quattro ufficiali pro-siriani incriminati ha condotto un’azione legale contro il TSL. L’ex capo delle forze della sicurezza nazionale libanese, Gen. Jamil Sayyed, ha richiesto al pubblico ministero del tribunale, la francese Danielle Bellemare, tutti gli incartamenti relativi alla sua ingiusta detenzione: la disputa legale continua mentre, nel frattempo, sono uscite pesanti indiscrezioni – riportate dal quotidiano libanese “Al Akhbar” – da alcuni files di Wikileaks che metterebbero in discussione l’integrità e l’autonomia decisionale di Bellemare.

 

 Non avendo cavato un ragno da un buco conla Siriai media occidentali hanno cominciato a rilanciare la “pista interna” prendendo di mira negli ultimi anni direttamente Hizb’Allah: è il giornalismo sensazionalistico eterodiretto dalle agenzia di stampa in mano agli Ebrei che detta i ‘tempi’ alla politica ed alle inchieste giudiziarie che condizioneranno la vita di un intero paese… questa la deriva oramai raggiunta nel ‘pianeta-papalla’ degli animaletti parlanti al servizio della Sinagoga Mondialista.

 

Il settimanale tedesco “Der Spiegel” nel maggio 2009 e la tv di Stato canadese “CBS” nel novembre scorso hanno rilanciato con due inchieste l’ipotesi che fossero uomini del Partito di Dio i responsabili di quel crimine e, secondo le fonti del TSL citate dai due dossier-spazzatura prodotti, sarebbe emerso che durante un’indagine del 2007 una unità delle forze di sicurezza libanesi aveva scoperto una rete di telefoni cellulari attivata, gestita e subito smantellata in coincidenza con l’assassinio di Hariri. Prove che non provano assolutamente niente.

 

Tantomeno in un paese come il Libano dove la rete di telecomunicazione è da anni sottoposta alle infiltrazioni e al controllo operato capillarmente dal Mossad il servizio segreto israeliano.

 

Hizb’Allah aveva già lanciato l’allarme su queste manovre del nemico sionista sottolineando come tutta la rete di telefonia mobile potesse esser stata manipolata da “Israele”. L’estate scorsa due alti funzionari del principale gruppo di telecomunicazioni del paese, l’Alpha, vennero arrestati e accusati di spionaggio pro-israeliano.

 

Lo stesso leader di Hizb’Allah, Nasrallah, denunciò la presenza di un alto ufficiale dell’esercito libanese, Ghassan al Jidd ritenuto un informatore del Mossad, sul luogo del delitto la mattina dell’attentato e – in una conferenza pubblica dell’agosto scorso – vennero mostrati alcuni filmati che descrivevano minuziosamente la sorveglianza aerea effettuata dagli israeliani sui convogli e le scorte del premier assassinato. 

 

 

Ora il problema che si pone è valutare quali saranno i contraccolpi – ammesso che ve ne siano – di queste ultime indiscrezioni sul quadro politico libanese che, dopo mesi di incertezza, sembra aver trovato una sua normalizzazione con la costituzione del nuovo esecutivo presieduto da Najib Miqati.

 

 

Apparentemente non sembra che la decisione del TSL abbia interferito troppo sul normale svolgimento della vita politica se, non più di tre giorni fa e dopo molte difficoltà e trattative per la sua formazione, il nuovo governo ha ottenuto il voto di fiducia parlamentare con un totale di 68 voti sui 128 dell’Assemblea Nazionale. Un voto che ha mandato su tutte le furie la stampa vicina al raggruppamento del 14 marzo filo-occidentale che ha apertamente parlato di “colpo di stato”.

 

Meno isterica e più lungimirante invece è stata la posizione assunta stavolta dalla Conferenza Episcopale maronita che, nella sua riunione mensile a Bkerke, ha lanciato un invito al nuovo esecutivo perché risolva i problemi della popolazione libanese e quelli dell’agenda della politica.

 

Un appello che si muove nella direzione di ricostruire una concordia nazionale e che sembra essere stato molto apprezzato dal nuovo governo: “mantenere alta la discussione democratica, lavorare per unire le posizioni, svelare le verità e attuare la giustizia” dovrebbero essere i capisaldi sui quali Miqati ed i suoi collaboratori dovrebbero lavorare soprattutto per garantire stabilità e riportare serenità ad un paese peraltro attanagliato da anni da una grave crisi economica.

 

 

Il Libano dunque guarda avanti in questa torrida estate sempre più ‘calda’ anche politicamente.

 

Da un lato le preoccupazioni per i sommovimenti popolari che stanno scuotendo un po’ tutto il mondo arabo, dall’altro quelle relative ai problemi interni, alla prossima sentenza  – attesa per settembre – del TSL e , non da ultime, le minacce provenienti dall’emporio criminale sionista.

 

Basta e avanza per non dormire sonni tranquilli…

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

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