Alle origini del sistema bancario internazionale: la Banca d’Inghilterra e la guerra d’indipendenza americana –

14 Lug

ALLE ORIGINI DEL SISTEMA BANCARIO INTERNAZIONALE : LA BANCA D’INGHILTERRA E LA GUERRA D’INDIPENDENZA AMERICANA

–         di Dagoberto Bellucci

“L’influenza del capitalismo finanziario e dei banchieri internazionali che lo crearono, si esercitò sia sul mondo degli affari che sui governi, ma non avrebbe potuto farlo senza essere riuscito a far accettare agli uni e agli altri due assiomi della sua ideologia. Ambedue questi assiomi erano basati sul principio che i politici erano troppo deboli e troppo soggetti a temporanee pressioni popolari per essere affidabili nel controllo del sistema monetario.”

 

 

( Dr. Carroll Quigley – “Tragedy and Hope – A History of the World in Our Time” )

 

“I Rockefeller sono la personificazione del Potere permanente della nazione: i governi cambiano, l’economia fluttua, le alleanze si spostano, i Rockefeller restano.”

 

( Walter Cronkite – reporter della ‘CBS’ )

 

 

 

 

 

    La piramide di potere che determina gli assetti amministrativi del Sistema Mondialista passa attraverso la storia e l’evoluzione del sistema bancario, autentico motore immobile dell’economia internazionale che ha finito – a partire dal XVIII.mo secolo – per assumere più o meno direttamente le redini delle vicende delle società contemporanee investendo progressivamente spazi e dinamiche un tempo riservate esclusivamente alle autorità espressione della politica.

    Pochi sanno e ancor meno hanno idea che una delle date chiave della storia recente del pianeta sia quella del 1694 anno in cui, William Paterson, l’inventore delle banconote, del credito e del ‘danaro creato dal nulla’, costituivala Banca d’Inghilterra (1). Questo evento avrebbe costituito la nascita del capitalismo moderno.

    L’Inghilterra, già attivamente presente nei principali mercati mondiali, si trovò a fronteggiare in quel periodo una stretta finanziaria: tra il 1642 e il 1647 orafi e mercanti avevano contribuito al finanziamento della “rivoluzione” di Oliver Cromwell – che sottometterà Irlanda e Scozia al giogo britannico, aprirà le porte dell’Isola agli Ebrei (espulsi dalle isole britanniche dal 1290 dopo una serie di casi di crimini rituali) e, per un breve periodo, decapiterà la dinastia sostituendola con una propria dittatura d’impronta ultra-conservatrice protestante – ma quando venne ripristinata la monarchia (alla fine del XVII.mo secolo) le casse dello Stato erano vuote.

    Patterson riunì un cartello di ricchi mercanti, si appellò ai più noti prestamonete del Regno e decise di concedere a re Guglielmo III (che governò dal 1689 al 1702) un prestito di 1,2 milioni di sterline con tassi d’interessi annui dell’8% e la promessa reale che istituiva la creazione di quella che sarebbe diventata la Banca d’Inghilterra (istituita ufficialmente il 27 luglio 1694) notoriamente rinomata anche come The Old Lady of Threadneedle Street, la vecchia signora di Threadneedle Street, dal nome della strada in cui si trova dal 1734.

    Quello che Patterson ed il suo gruppo, nucleo embrionale della futura oligarchia del danaro che da allora in poi dominerà le sorti del pianeta espandendo i suoi tentacoli a tutte le altre nazioni europee prima e extra-europee successivamente, stavano creando erano i presupposti per la creazione del sistema monetario bancario e finanziario che oggi conosciamo e riuscirono in questa impresa quando ottennero dal sovrano anche il diritto esclusivo ad emettere banconote non protette dai patrimoni bancari.

 

    Le ripercussioni sull’economia nazionale furono immediate e allo stesso tempo disastrose: i prestiti a basso rischio, utilizzati per la guerra, trovarono garanzia dalle tasse che impoverirono ulteriormente il Regno: nei primi quattro anni il debito nazionale inglese era aumentato di dieci volte.

    Il sistema bancario inventato da Patterson si reggeva su una colossale truffa, la stessa che da quel fatifico 1694 fino ai giorni nostri, regge le sorti del sistema bancario e finanziario internazionale: l’uso dei “certificati” o ricevute che sostituivano i depositi in oro dei privati cittadini.

    In teoria con questi certificati un qualunque individuo che avesse lasciato un deposito in oro (in monete o in lingotti) in una banca poteva rientrarne in possesso semplicemente presentando un ‘titolo’.  Il meccanismo funzionava proprio per la facile maneggevolezza del titolo cartaceo; era talmente comodo che solo una minima percentuale dei depositanti esigeva di rientrare in possesso delle sue fortune in oro il che significava per l’istituto bancario un enorme surplus di quantità d’oro che permise loro di cominciare a fare affari in proprio.

    “In pratica, da allora, le banche speculano con danaro altrui, sul quale pagano sì un tasso d’interesse, ma da esse stesse fissato – quindi sempre altamente conveniente. V’è di più. Esse speculano anche su denaro altrui che in qualche caso non solo non costa niente, ma che rende due volte: è un “miracolo” che ha avuto inizio con l’invenzione delle banconote, cioè con la emissione della prima cartamoneta. Non si trattava più di “certificati” emessi a fronte di oro depositato da clienti, ma di veri e propri “certificati a vuoto”. Dal momento che nelle casse delle banche restavano sempre giacenze incontrollabili di oro o di moneta solida, si potevano emettere certificati in eccesso rispetto ai depositi reali; tanto, finchè non si fosse data la improbabile “corsa al ritiro” da parte di tutti i depositatori allo stesso tempo, nessuno avrebbe saputo e nessuno avrebbe protestato. Ma non basta. Non solo le banche prestavano questi “certificati a vuoto” – cartamoneta – ad un interesse in genere alto, ma sempre più spesso il prestito veniva emesso sotto forma di deposito trattenuto nelle casse delle banche, e sul quale il beneficiato eseguiva prelievi parziali e saltuari. Anche questa massa di danaro restava quindi in buona parte a disposizione dei banchieri. (…) Nell’ottenere l’Atto di autorizzazione ad aprire la Banca d’Inghilterra nel 1694, William Paterson affermò: “The Bank haths benefits of interest on all money which it creates out of nothing£ – “la banca beneficia degli interessi su tutto il danaro che essa crea dal nulla” (2).

 

 

    In ogni caso l’Inghilterra da allora continuò a produrre enormi debiti di guerra per tutto il XVIII.mo secolo (intorno alla metà il debito del governo britannico ammontava a 140 milioni di sterline) mentre, al di là dell’Atlantico, la sua prospera colonia americana – di lì a poco sul viale dell’indipendenza dalla corona – stampava soldi privi di debito. Sarà la decisione britannica di far approvare il “Currency Act” nel 1764 a provocare deliberatamente nelle colonie d’oltre oceano una grave depressione che aumentò la disoccupazione: da quello che fu un vero e proprio atto di guerra economica avrà inizio la guerra d’indipendenza che porterà alla formazione degli Stati Uniti d’America.

    Il “Currency Act” venne varato essenzialmente come programma di prelievo fiscale dalle colonie americane  per pagare gli interessi alla Banca d’Inghilterra.

    In America all’epoca non esisteva alcuna banca centrale, erano le banche dei singoli Stati ad emettere valuta cartacea: nel 1690 aveva iniziato la colonia della baia del Massachusetts a stampare moneta seguita nel 1703 dalla Carolina del Sud e infine da altri Stati.

    Per limitare la circolazione di cartamoneta nel 1720 venne ordinato ad ogni governatore di controllare l’emissione di valuta coloniale, un provvedimento che rimase lettera morta. Ventidue anni dopo il “British Resumption Act” stabilì che tasse e debiti fossero corrisposti in oro una decisione che provocò malumori e depressione economica che determinarono per i ricchi possidenti d’oltre oceano l’auto-pignoramento di tutte le proprietà più floride.

    Benjamin Franklin sostenne il diritto delle colonie di stampare la propria valuta cartacea: inviato a Londra nel1757 a perorare la causa finì per rimanervi per i successivi 18 anni quasi fino allo scoppio della rivoluzione americana.

    “Nell’arco di questo periodo, un numero crescente di colonie americane ignorò le prescrizioni del Parlamento e cominciò ad emettere la propria valuta, chiamata ‘buono coloniale’; il tentativo fu coronato dal successo, con notevoli eccezioni. Il buono coloniale rappresentava un affidabile mezzo di scambio e, inoltre, aiutava a suscitare un sentimento di unità fra le colonie. Ricordate che il buono coloniale era perlopiù valuta cartacea, non gravata da debiti, stampata nel pubblico interesse e non sostenuta realmente da riserve d’oro o d’argento; in altri termini, si trattava di moneta a corso forzoso.
I funzionari della Banca d’Inghilterra chiesero a Franklin in che modo potesse spiegare la ritrovata prosperità delle colonie ed egli, senza esitazioni, rispose:
La questione è semplice. Nelle colonie noi emettiamo la nostra valuta, che si chiama buono coloniale. La emettiamo in quantità appropriata rispetto alla domanda commerciale e industriale per far sì che i prodotti passino facilmente dal produttore al consumatore… In questo modo, creando per noi stessi la nostra valuta, ne controlliamo il potere d’acquisto e non dobbiamo pagare interessi a nessuno.
Questo per Franklin era semplicemente buonsenso, potete tuttavia immaginare l’effetto che ebbe sulla Banca d’Inghilterra. L’America aveva scoperto il segreto del denaro e il genio doveva tornarsene nella bottiglia il prima possibile. Il risultato fu che il Parlamento approvò in fretta e furia il Currency Act del 1764, provvedimento che vietava ai funzionari delle colonie di emettere la propria valuta e ordinava loro di pagare tutte le tasse a venire con monete d’oro o d’argento; in altri termini costringeva le colonie ad adeguarsi agli standard in oro e argento. Questo diede origine alla prima intensa fase della Prima Guerra Bancaria in America – risoltasi con la sconfitta dei Cambiavalute – che iniziò conla Dichiarazione di Indipendenza e si concluse col successivo trattato di pace, il Trattato di Parigi del 1783.” (3)

 

    Franklyn nella sua autobiografia scriverà: “Nel giro di un anno la situazione si era rovesciata al punto che l’era della prosperità era terminata lasciando il posto alla depressione, in misura tale che le strade delle Colonie traboccavano di disoccupati. (…) Le colonie avrebbero sopportato di buon grado la ridotta tassa del thè e di altre materie se l’Inghilterra non avesse tolto alle Colonie stesse la loro valuta, creando disoccupazione e malcontento.”.

 

 

 

    Nel 1774 il Parlamento di Londra approvò lo “Stamp Act” con il quale prescriveva l’apposizione, su ogni atto commerciale, di un bollo attestante il pagamento di una tassa in oro; una misura che minacciava la valuta delle colonie americane. Due settimane più tardi il Massachusetts Committee of Safety promulgò una risoluzione a favore dell’emissione di nuova valuta coloniale con il riconoscimento delle valute emesse dalle altre colonie.

    I certificati coloniali (colonial scrips), soldi cartacei non sostenuti da oro e argento ma esclusivamente dall’autorità dei governi locali, per tutta la durata della loro esistenza (52 anni) non avevano mai subito né inflazione né crisi e garantivano la stabilità dei prezzi.

    Sarà proprio l’abolizione di questi titoli, con il ritorno imposto dalla Banca d’Inghilterra alla sua sterlina, che porterà non solo al declino dell’economia nelle colonie del Nord America ma anche la causa principale della guerra per l’indipendenza americana.

    L’identità rivoluzionaria dei certificati coloniali apparve non solo nella rinuncia al legame con oro e argento ma in particolare nell’idea di abolire definitivamente il concetto stesso – base del Sistema dei grandi strozzini internazionali – di prestito bancario all’autorità (governo) sotto interessi; una pratica che andò diffondendosi in tutta l’Europa nel XVIII.mo secolo.

    L’assenza dal “peso del debito” sulla base del proprio danaro delle colonie americane consentiva infatti alle amministrazioni locali di ridurre significativamente le tasse e la concessione di prestiti a bassi tassi d’interesse che a sua volta avevano portato alla fioritura di scambio merceologico e di produzione.

    Il 10 maggio 1775, durante un incontro segreto, i rappresentanti del Secondo Congresso Coloniale avevano deciso l’emissione di “banconote di credito per un importo non superiore ai 2 milioni di dollari spagnoli” come misura di protezione dell’America dalle mire monetaristiche britanniche.

    Il 10 e il 22 giugno 1775 il Congresso delle Colonie deciderà l’emissione di 2 milioni di dollari in valuta cartacea in base al credito e alla fiducia delle “Colonie Unite”: era l’atto di sfida decisivo contro il sistema monetario ingiustamente imposto dalla Banca d’Inghilterra ai suoi possedimenti d’oltre oceano.

    Le dodici colonie da allora si impegnarono ad accettare la nuova emissione di moneta come legale ed i nuovi certificati stampati per l’occasione furono denominati “Moneta continentale” (Continental Currency).

    Questi attestati di credito (cioè la valuta cartacea), spesso considerati da molti storici come strumenti di una politica finanziaria incosciente, rappresentarono in realtà i veri principi della Rivoluzione Americana, i motivi stessi per cui le colonie d’oltre oceano si ribellarono; anzi, erano più di questo: erano la Rivoluzione stessa.

    La rivoluzione americana nacque dunque per liberare le colonie dal giogo dell’usurocrazia bancaria che Londra andava progressivamente stringendo attorno al collo dei suoi possedimenti d’oltremare primo esempio di conflitto economico moderno che farà scrivere a Thomas Jefferson, commentando le decisioni del parlamento britannico in una missiva indirizzata a John Adams, le seguenti amareggiate parole: “…io credo sinceramente, come voi, che le istituzioni bancarie siano più pericolose di un esercito in campo…”

 

 

 

    Nel 1776 il padre della scienza economica europea, Adam Smith, ha scritto con un’aperta ammirazione dei “miracolosi certificati” coloniali: “Il governo della Pennsylvania, ha inventato un nuovo modo di erogazione di prestiti, che, in mancanza di denaro in oro e argento a disposizione, tuttavia, sostituisce completamente le funzioni di denaro. Il governo ha fornito al popolo dei certificati cartacei di credito a percentuale d’interesse e ipoteca sulla terra, che passavano di mano in mano come obbligazioni bancarie (banconote) e si consideravano un mezzo legale per tutte le transazioni. Questo sistema riduceva sostanzialmente la spesa pubblica annuale del governo e, dicono, che la moneta cartacea di Pennsylvania non si era mai svalutata sotto il valore di oro e argento stabiliti nelle colonie prima della sua introduzione”.

    

   

   

 

 

 

 

    In ogni caso le turbolenti circostanze dell’epoca con i rischi sempre più alti di un confronto militare con la Gran Bretagna avevano impedito lo sviluppo favorevole della circolazione dei “Continental Currency”: molto presto l’emissione di questi titoli locali andò fuori controllo tanto che, alla fine del 1775, la quantità dei ‘continentali’ stampati superava già di tre volte quella inizialmente prevista (6 milioni di dollari spagnoli) mentre nel 1779 si raggiunse il suo limite con 242 milioni.

     L’inflazione assunse dimensioni tali che ogni 100 dollari ‘metallici’ (o garantiti dalla copertura aurea o d’argento) ne circolavano tranquillamente 16.800 di carta.

    Oltre a questi problemi la protezione poligrafica dei ‘continentali’ si rivelerà talmente debole che per i britannici fu un gioco da ragazzi divertirsi nel loro sabotaggio economico, garantendo ai propri macchinari la stampa dei falsi a pieno ritmo.

   

    Un tipico annuncio dell’epoca della Guerra d’Indipendenza (preso dalla newyorchese “Rivington’s Gazette”) si presentava così: “Forniamo ai viaggiatori indirizzati verso le altre colonie un qualsiasi numero di banconote false del Congresso a prezzo d’ingrosso di carta. La qualità di stampa è talmente alta, e l’imitazione talmente esatta, che non c’è il minimo rischio di rigetto, tanto più che i nostri prodotti sono praticamente indistinguibili dall’originale. Le banconote debitorie sono state messe da noi in circolazione in volume molto elevato ripetutamente e con successo. Gli interessati possono chiedere O.E.D. nella Coffee House dalle 11 alle 16 tutti i giorni durante tutto il mese”.

    A questo punto una domanda più che legittima è quella di colui che si chiede come mai i Governi dei diversi Stati non fondassero banche proprie emettendo da sé valuta in modo diretto come era stato sempre fatto fino al XVII.mo secolo?

    Era una prerogativa che, secondo diverse leggi costituzionali, doveva spettare proprio allo Stato.

    Ma era una prerogativa che sarebbe andata a cozzare contro i grandi banchieri internazionali che inevitabilmente avrebbero preso le loro contromisure dichiarando guerra a chiunque si fosse posto al di fuori del sistema bancario che stavano costruendo: era nata ufficialmente la dittatura usurocratica mondiale al cui vertice si situava l’Ebreo.

    Un tentativo di rompere drasticamente il cappio usurocratico venne tentato da Lincoln, durante il periodo della Guerra di Secessione americana – che vide tra l’altro l’ebreo Rothschild finanziare contemporaneamente il Nord ed il Sud in guerra lucrando sulla pelle dei soldati che si facevano ammazzare al fronte mentre questo strozzino dalle mani sporche di sangue si ingrassava questo sulle disgrazie altrui di popoli e nazioni (4)  – un secolo più tardi e, nel XX.mo secolo dalla Germania nazionalsocialista e dall’Italia fascista.

    Lincoln in piena guerra di secessione invocò la legittimità da parte del Congresso di battere moneta ed emise 356 milioni di dollari che, non essendo stati stampati da banche private, non costarono agli Stati Uniti un solo dollaro d’interesse.

    La storia del Grande Capitale cosmopolita gronda di sangue: è la storia di un’entità rapace e sciacallesca che ha divorato le carni delle vittime di conflitti e tragedie che hanno investito negli ultimi tre secoli l’intera umanità.

    E’ la storia dei grandi usurai che sono alla guida del Sistema Mondiale di sfruttamento: due o trecento famiglie, 1200 nominativi, qualche migliaia di individui ‘affiliati’ che controllano e determinano le sorti del pianeta.

     Noi affermiamo che dov’è usura è l’ebreo; dov’è la banca è l’usura: la banca è creazione ebraica e strumento giudaico di controllo delle società non ebraiche.

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

 

 

NOTE –

1 – La Banca d’Inghilterra viene considerata, fino alla fine della seconda guerra mondiale (quando – dopo gli accordi di Bretton Woods che sancirono il passaggio della guida del capitalismo mondiale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti d’America , in una conferenza svoltasi tra il 1.o e il 22 luglio di quell’anno in una cittadina nei pressi di Carroll nel New Hampshire – le redini del potere bancario internazionale varcarono l’Atlantico trasferendosi dalla City di Londra a Wall Street a New York), la più importante banca centrale del pianeta. Le politiche economiche dell’Istituto londinese portarono alla Grande Depressione prima della sua, almeno ufficiosa, ‘nazionalizzazione’ decretata dal governo laburista di Clement Attlee nel 1946.

. La pietra miliare successiva nella storia della banca è del 1997, sotto il mandato di Gordon Brown come Cancelliere. Secondo il Bank of England Act del 1998, la Banca d’Inghilterra ha la competenza esclusiva di fissare i tassi di interesse. Sempre nel quadro della legge del 1998, alla Banca d’Inghilterra è stata data l’indipendenza operativa sulle decisioni di politica monetaria.

Questo significa, né più né meno, l’ufficializzazione della completa autonomia dell’Istituto rispetto alla politica.

2 – Sergio Gozzoli – “Sulla pelle dei popoli – Viaggio nel labirinto del potere mondialista” – Rivista trimestrale – Ediz. de “L’Uomo Libero” – Milano , Anno IX, Nr. 27 – Giugno 1988;

 3 – “The Money Masters: how international bankers gained control ofAmerica” – Ediz. “Royalty Production Company” –  Piedmont (Oklahoma) 1998;

4 –  “L’Unione nordista veniva sovvenzionata dal finanziere August Belmont, agente dei Rothschild in America, ela Confederazione sudista dagli Erlanger, che della famiglia Rothschild erano una filiazione.” ( crf S. Gozzoli – op. cit. )

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