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GLI EBREI, LA CINA E IL SISTEMA MONDIALISTA

25 Lug

GLI EBREI, LA CINA E IL SISTEMA MONDIALISTA

– di Dagoberto Bellucci

«Il mondo si divide in tre categorie di persone:
un piccolissimo numero che produce gli avvenimenti;
un gruppo un poco più numeroso che vigila alla loro esecuzione
e ne segue il compimento, e, infine,
una stragrande maggioranza che non conosce mai
ciò che si è prodotto in realtà»

L’analisi delle strutture di potere mondialiste, con specifico riferimento alle direttrici di espansione delle tendenze culturali, politiche ed economiche delle società contemporanee e alle dinamiche di produzione di quella tecnostruttura manageriale che forma la ‘cupola’ (…o per essere più esatti la punta della piramide tecnocratico-massonica…) dell’Alta Finanza cosmopolita, dei trust’s industriali e delle multinazionali, è stata per anni ‘appannaggio’ quasi monopolistico di qualificati ambienti cattolico-tradizionalisti in particolare quelli transalpini.

Che cos’è il Mondialismo?

Certamente non la definizione deficiente – ed involontariamente (…o no?…) ‘comica’ – risposta che diede “Il Corriere della Sera” di ventuno anni fa quando apparvero su alcuni muri della città di Milano alcune scritte che riportavano uno slogan rimasto immaginiamo, per i ‘più’, alquanto ‘fumoso’ e di difficile ‘decifrazione’…

Lo slogan in questione invitava la paciosa cittadinanza meneghina a “difendersi” dal Mondialismo.

Commentavano i cerebrolesi – non così ‘tanto’ come si ‘pensa’ comunque… – giornalisti del primo quotidiano italiano: “il mondialismo è il bombardamento mediatico che circonda i mondiali di calcio”….eravamo nella tarda primavera 1990… all’epoca, ‘appunto’, dei Mondiali organizzati dalla FIFA a Roma…

Come ‘commentare’ una “notizia” del genere se non mettendosi a ridere? Anche perché, di lì a qualche anno, proprio nel capoluogo lombardo farà pure la sua ‘apparizione’ un fantomatico Partito Mondialista… fortunatamente senza alcun ‘esito’ elettorale (del resto bastano, e ‘avanzano’, i già presenti PdL, Pd, Lega Nord, UdC, IdV e chi più ne ha più ne metta…. “politici italiani eh perepèppèppèppèppè …” ‘canta’ Fabri Fibra…).

Torniamo alle cose ‘serie’. “Il termine mondialismo – scrive Maurizio Lattanzio (1) – si riferisce ad una concezione politico-culturale di cui si fanno portatori e diffusori potenti gruppi tecnocratico-plutocratici occulti o, quanto meno, defilati, non esposti alle luci dei riflettori – cioè dei mass-media – sapientemente manovrati – che illuminano la grande ribalta politica internazionale.
Costoro operano tramite istituzioni parimenti occulti o, se si preferisce, semi-pubbliche (Trilateral Commission, Bildeberg Group, Council on Foregin Relations, Pilgrims Society, sistema bancario internazionale ecc. ecc.), con l’obiettivo di giungere alla realizzazione di un progetto che prevede l’instaurazione di un unico Governo Mondiale, depositario del potere economico, politico, culturale e religioso. Le articolazioni strutturali di un simile progetto – già in via di attuazione, si pensi solo all’Unione Europea – sono fondate sulla integrazione dei grandi insiemi (USA – in posizione preminente, Europa Occidentale, Giappone, Russia e relativi satelliti, Cina Popolare, Terzo Mondo), che saranno sottoposti al dominio dei tecnocrati-funzionari dell’apparato di potere plutocratico installato nei consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali. Sono le strutture operative del comando oligarchico dal quale l’Alta Finanza internazionale pianifica e concretizza l’asservimento dei popoli mediante i diabolici meccanismi della Grande Usura.” (1)

Nessuno, e ripetiamo e sottolineiamo nessuno, ha mai dato una migliore ‘rappresentazione scrittoria’ del concetto di Mondialismo. E, d’altronde, Maurizio Lattanzio fu il primo a “sottrarre – come legittimamente ‘rivendicò’ dalle pagine del mensile “Avanguardia” anni dopo – il concetto politico del mondialismo all’esclusivistico possessivismo culturale (sono amanti ‘gelosi’…) dei circoli cattolico-tradizionalisti…” (2)

“Nell’ambito della pubblicistica dell’estrema destra, il primo articolo completo sulla questione mondialista venne pubblicato dalla rivista “Heliodromos” del luglio 1985 ( “Cina e Mondialismo” )…” proseguiva Lattanzio ed è proprio da questa ‘traccia’ scrittoria – peraltro rimasta largamente ‘disattesa’ (…non che le ‘altre’ abbiano, d’altronde, ‘suscitato’ alcun particolare ‘sommovimento’ né nell’estrema destra né altrove…) – che ripartiamo per operare una ricognizione analitica sui rapporti intercorrenti tra la Repubblica Popolare Cinese e il sistema mondialista o, per essere più chiari, sulla funzionalità della Cina nel progetto di governo unico mondiale perseguito dall’Alta Finanza internazionale.

La ‘chiave interpretativa’ che consente una valutazione ed una comprensione complete delle vicende di politica internazionale, o ‘geopolitica’, rimane a tutt’oggi la considerazione delle direttrici di espansione del progetto mondialista ovvero di tutte quelle ‘tendenze’ (culturali, politiche ed economiche) che sinergicamente concorrono all’edificazione dell’One World, mondo unipolare ad una sola dimensione – quella materiale – ‘efficiente’ esclusivamente come grosso ‘mercato’ dove i burattini sistemici dovranno bivaccare al servizio dei potentati usurocratici (l’istituzionalità occulta) dell’Establishment.

Per istituzionalità occulta devesi intendere quella serie di gruppi privati sovranazionali che determinano le sorti della politica mondiale e dell’economia senza vincoli istituzionali con Governi o enti degli Stati e privi di un qualunque rilievo giuridico-costituzionale.

Queste organizzazioni sono le sedi dominanti dell’oligarchia plutocratica e tecnocratica, i centri direzionali il capitalismo bancario, l’alta finanza cosmopolita, le tecnostrutture manageriali delle multinazionali.

Tra i principali presidi oligarchici formativi l’istituzionalità occulta incontriamo: le Fondazioni, i Centri Studi Strategici (laboratori ‘pensanti’ sul piano politico-militare le strategie che il Sistema farà attuare alla politica dei singoli Stati nazionali…un es. di questo genere di strutture è rappresentato dall’Aspen Institute ma non mancano in ogni Stato identiche organizzazioni), la Pugwash Conference, il Bilderberg Group e la Commissione Trilaterale.

Assieme a queste operano il Council on Foreign Relations americano e il Royal Institute for International Affair’s (R.I.I.A.) britannico.

Tutte queste strutture sono il ‘parto’ luciferino della Round Table britannica, vera e propria centrale mondialista ante-litteram nata nel cuore dell’impero britannico, in epoca vittoriana, alla fine del XIXmo secolo per iniziativa di Cecil Rhodes e con il sostegno del “barone” Leopold Rothschild con l’obiettivo di preparare l’umanità all’avvento del socialismo.

“Tramite il Council of Foreign Relations, che faceva da copertura alla Round Table, l’alta finanza cosmopolita imperniata sull’asse Londra-Wall Street (Rotschild, Rockefeller, ecc…) esercitava un controllo sempre più vasto sulla politica americana e mondiale. Trotsky nelle sue memorie fà riferimento a prestiti di finanziatori inglesi fin dal 1907. Dal 1917, i maggiori aiuti finanziari alla rivoluzione russa vennero da esponenti della Round Table tramite il banchiere ebreo Jacob Schiff (1847-1920) e altre banche svedesi (Ascherg, ecc…) e tedesche (Warburg), mentre il lavoro delle Massonerie andava dissolvendo dall’interno la condizione sociale della Russia.” (3)

“Abbiamo già accennato alle Fondazioni. – scrive Sergio Gozzoli (4) – Le maggiori sono: la Fondazione Rockefeller, le cinque fondazioni Carnagie e la colossale Fondazione Ford. Tutte, sono controllate dalla famiglia Rockefeller: le Carnagie per infeudamento, la Ford per “diritto di conquista”. I loro patrimoni sono nell’ordine dei miliardi di dollari. E’ ora impossibile dare qui l’inverosimile elenco delle attività, dei finanziamenti, delle sponsorizzazioni, delle iniziative di queste Fondazioni: esse spaziano dal Council on Foreign Relation’s al “Club di Roma”, da “Rapporto Kinsey” all’apertura a Roma negli anni ’50 di un Centro per la propaganda del divorzio in Italia”, dalle associazioni disfattiste e pro-Vietcong durante la guerra del Vietnam, alla rivoluzione nelle strutture e nei programmi scolastici americani. (…) Quel che qui comunque importa sottolineare sono alcuni elementi di fatto: 1) tutto il danaro “donato” alle Fondazioni dai Rockefeller e compagni è sottratto a ogni tassazione; 2) i presidenti, gli amministratori, i funzionari di queste fondazioni sono tutti membri o della famiglia, o di qualcuno dei suoi innumerevoli istituti finanziari o del C.F.R. ; 3)a nome delle Fondazioni, i Rockefeller e compagni possono comprare, vendere e controllare proprietà, immobili, terreni, titoli, pacchetti azionari, beni e ricchezze di ogni tipo, senza che su queste operazioni gravi alcuna imposizione fiscale; 4) le Fondazioni sovvenzionano Università, Centri di Studi e di Ricerca, singoli scienziati, associazioni culturali, gruppi di pressione, leghe, singoli scrittori e giornalisti, partiti, comitati elettorali, singoli candidati, organizzazioni sociali, politiche, religiose, perfino terroristiche – in ogni parte del mondo. 5) l’insieme della gestione e delle attività di queste Fondazioni è sostanzialmente illegale quando non incostituzionale: a queste conclusioni giunsero parecchie Commissioni del Congresso – la Commissione Patnam, la Commissione Cox, la Commissione Reece. Ma i lavori di queste commissioni vennero seppelliti sotto una vera e propria valanga di insulti e denigrazione da parte dell’intera stampa americana, e boicottati sia dall’interno del Congresso, sia dalla stessa Amministrazione.”

Per comprendere la vastità di movimenti, l’attivismo plurimo e l’espansione di questo tipo di organismi è necessario fare mente locale al ruolo svolto all’interno dell’Oligarchia finanziaria dal gruppo che faceva capo al fondatore della “Standard Oil Company”, John Rockefeller, il quale nel 1913 sarà assieme al suo compare ebreo Morgan Stanley – e ad altri alti esponenti del mondo bancario statunitense – tra i promotori della legge che istituiva la Federal Reserve.

Sempre attraverso il Federal Reserve Act il magnate del petrolio americano fondava una propria fondazione, che evadeva il fisco americano, e si muoveva ufficialmente sulle linee della ‘filantropia’ umanitarista di massonica ispirazione promuovendo iniziative e svolgendo una “missione” per “promuovere il benessere dell’umanità” come trascritto nel suo statuto.

In realtà tra gli scopi principali della “Rockefeller Foundation” vi sarà quello di dotare la politica dei singoli Stati nazionali di strumenti per diminuire a livello planetario la pressione demografica in particolar modo nei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” con l’obiettivo di trovare i mezzi “per diminuire nel mondo le “razze inferiori”….visione razziale ‘coerente’ ove si consideri qualche passo talmudico (e che ci riporta, a proposito di ‘razze e razzismo’ al problema essenziale della pretesa “suprematista razziale” ebraica ‘decodificata’ dalla complessità rovesciata dell’ensemble giudeo nei precetti della Legge …la Torah, il Talmud, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion …tutti traboccanti esclusivismo religioso ed etnico in spregio al resto dell’umanità non circoncisa).

Per questi motivi e perseguendo questi obiettivi la Rockefeller Foundation finanziò fin dal 1923 il “Social Science Research Council” per i suoi studi sul controllo della natalità . Tredici anni più tardi la fondazione creò invece e finanziò la prima struttura di investigazione sulla popolazione con base alla Princetown University. Tra gli altri progetti “filantropici” destinati a far diminuire il numero delle nascite della popolazione planetaria partoriti dalla Fondazione Rockefeller ricordiamo anche l’American Eugenic Society.

E’ dall’alleanza tra l’esclusivismo razziale ebraico e quello di stampo anglosassone che negli Stati Uniti si diffonderà una ideologia suprematista w.a.s.p (white anglo-saxon protestant) che appartiene a pieno titolo ai membri dell’Establishment mondialista, diffusa nei circoli accademici e a livello di elitè.

“Nel suo libro, “Seeds of destruction The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (Semi della distruzione. L’agenda nascosta della manipolazione genetica, pubblicato dalla Global Research, Center for Research on Globalization, di Montreal, Canada), E.William Engdahl puntualizza lo sviluppo di quello che inizierà negli anni 30 del XX secolo come la strategia di una elite corporativa per controllare la sicurezza alimentare nel mondo, il presente ed il futuro della vita sul pianeta, in una dimensione mai immaginata prima.
Engdahl mostra le importanti connessioni che esistono nell’industria della produzione di alimenti, industria che è diventata un monopolio mondiale, ed è la seconda industria più redditizia degli Stati Uniti- dopo l’industria farmaceutica. Questo grande affare americano comincia, con un’iniziativa per un maggior arricchimento e potere, nella Fondazione Rockfeller di New York. Questa iniziativa ha incluso vari centri scientifici di importanti università nordamericane, compreso la Princeton, Standford, Harvard e ha contato sul sostegno del governo americano di turno e di alcune delle sue istituzioni più importanti.
Le corporazioni che producono e commercializzano i semi, il grano e i prodotti chimici usati per stabilire una fondazione con il loro nome, fanno parte di un circolo che include non soltanto i managers della terra e le autorità del governo americano ma anche a vari presidenti dei paesi del terzo mondo. (…) Nelson Rockfeller fonda la IBEC (International Basic Economic Corporation) che dopo si unirà con la Cargill, un altro gigante del campo- per sviluppare ibridi con alcune varietà di semi di mais. Questi semi di mais inizialmente furono coltivati in Brasile, che è diventato il terzo produttore di mais del mondo- dopo gli Stati Uniti e la Cina. In Brasile si comincia a mischiare il mais con la soia negli alimenti per animali, e questo aiuta la proliferazione della soia geneticamente modificata, che comincia ad essere normale sul mercato a fine degli anni 90.” (5)

Per tornare invece ai Centri Studi Strategici – che rappresentano i veri e propri ‘pensatoi’ dell’Establishment giudeo-massonico che controlla la superpotenza a stelle e strisce con particolare riferimento ai problemi di natura geopolitico-militare – quelli operativi a Washington e nelle altri capitali americane oltre a ricevere il sostegno delle Fondazioni e lavorare a stretto contatto con il CFR rappresentano la punta di diamante dell’elaborazione teorica della politica estera yankee.

“Giacchè un loro elenco anche solo parziale occuperebbe un intero volume – scrive Gozzoli (6) – , noi ci limiteremo qui a citarne un certo numero “a casaccio”: lo World Affaire Council, l’Adlai Stevenson Institute for International Affaire, la United Nation Association (…) , la American Assembly, la Citizen Committee for International Development, la Federation of World Government, l’Africa-American Institute…” eccetera eccetera

Tutti questi organismi lavorano di concerto con la Trilateral Commission e il Bildeberg Group i quali fissano i programmi di attuazione mondialisti della politica e dell’economia mondiale riunendo qualche migliaio di ‘teste d’uovo’ dell’establishment ‘allargato’ per quanto concerne la Trilateral (7) anche ad esperti (politici, economisti, manager, opinionisti ecc. ecc.) europei e giapponesi.

A queste due strutture si sommano infine le attività delle “Pugwash Conferences” che raggruppano specialisti e scienziati nucleari occidentali, cinesi e sovietici in periodici meeting internazionali volti alla collaborazione sui problemi energetici e più in generale su tutto ciò che è legato alla scoperta atomica.

Alle conferenze Pugwash partecipano da sempre gli alti funzionari dell’Amministrazione americana per anni finanziate dal magnate Cyrus Eaton e successivamente dalle solite fondazioni e dal C.F.R.
Visto che la prima di queste conferenze si svolse nella tenuta di Eaton a Pugwash , in Nuova Scozia, da allora hanno sempre mantenuto lo stesso nome. “Cyrus Eaton è legato ai Rockefeller anche da vincoli d’interesse familiare: la Tower International Inc. di proprietà del figlio di Eaton, è collegata con la Rockefeller Brother’s International Basic Economy Corp nel promuovere scambi commerciali fra il blocco comunista e i Paesi del continente americano. Dal 20 ottobre 1969, secondo l’annuncio ufficiale da parte della International Basic Economy Corporation, anche la N.M. Rothschild & Sons di Londra entrava a far parte della società.” (8)

Uno degli obiettivi principali delle organizzazioni semi-occulte mondialiste è stato da sempre quello di favorire il dialogo, gli scambi commerciali, le relazioni amichevoli tra quello che un tempo era il blocco sovietico e i paesi occidentali. Come riporta l’ebreo Charles Levinson – e documenta ampiamente cifre e statistiche alla mano – nel suo “Vodka-Cola” i mercati dei paesi comunisti del blocco orientale europeo non furono mai realmente permeabili alla penetrazione delle multinazionali occidentali come, d’altronde, era inevitabile ove si considerasse che la rivoluzione bolscevica non fu nient’altro che un colpo di Stato partorito dagli Ebrei di Russia con la collaborazione e l’aiuto finanziario ricevuto dagli Ebrei d’America e del resto d’Europa.

Anche la Cina dunque rientra a pieno titolo nel ‘calderone mondialista’ e non da oggi.

Scriveva ventisei anni or sono Maurizio Lattanzio sulle relazioni sino-americane: “Estremamente esplicative a questo proposito, le vicende relative e i rapporti tra neocapitalismo occidentale – USA in special modo – e Repubblica Popolare Cinese. La Cina è ormai avviata lungo la strada che dovrebbe condurla ad ‘azzerare’ le differenze semplicemente quantitative che la separano dai ‘regni’ occidentali della plastica e della petrolchimica. Il nuovo corso della Cina post-maoista evidenzia inoppugnabilmente la spontanea sudditanza psicologica che relega il marxismo ad una posizione di inferiorità rispetto alle società capitalistiche tecnologicamente avanzate. E’ il medesimo storico ‘complesso’ che ha spinto il poeta marxista Majakowskij a dedicare i suoi versi a Chicago (?) “elettrodinamo-meccanica metropoli”; Gasteff a dichiarare che “la tempesta rivoluzionaria della Russia sovietica deve congiungersi al ritmo di vita americano”; che ha spinto Gramsci a considerare l’antiamericanismo “comico prima di essere stupido”; Lenin a celebrare l’agricoltura capitalistica americana “libera da ogni intralcio medioevale, dal servaggio, dal feudalesimo”. Chi non ricorda del resto, a proposito di ‘record’ agricoli’ le demenziali sparate di Kruscev? Ebbene, è questo congenito “bisogno” di capitalismo che conduce oggi la Cina all’abbraccio con le democrazie usuraie dell’Occidente. Nella Cina torna a vivere il marxismo roso dal tarlo delle sue storiche aspirazioni ‘imitative’ nei confronti delle democrazie borghesi, il cui manageriale efficientismo si vuole riprodurre sotto forma di un capitalismo di stato burocratico e centralizzato; un mastodonte paralitico i cui esiti pratici, però, possono solo mostrare la bavosa impotenza della miseria generalizzata prodotta dal rapporto di sfruttamento che lega la burocrazia al popolo.” (9)

E che i cinesi siano stati ben contenti di cooperare fin dall’avvento della loro ‘rivoluzione’ al banchetto della borghesia mondialista è senz’altro indubbio ove si considerassero anche i pregressi rapporti di cooperazione esistenti tra i servizi di sicurezza di Pechino e quelli occidentali atlantici.

Cina e Stati Uniti, al di là ed ‘oltre’ la politica del ping pong nixoniana, avevano fin dagli anni Sessanta trovato larghe intese per creare una nuova “Internazionale” – quella di Pechino – funzionalissima ai desiderata ed alle strategie statunitensi di contenimento dell’espansione ideologico-militare di Mosca.

Nel quadro della “guerra globale” intervenuta tra le due nazioni uscite vincitrici dall’ultimo conflitto mondiale – la Guerra Fredda che opporrà capitalismo d’Occidente a collettivismo d’Oriente, USA e URSS, Washington e Mosca – la C.I.A. statunitense aprirà a Pechino coinvolgendola in operazioni di ‘disturbo’ nei confronti del Cremlino.

E’ della metà degli anni Sessanta – molto prima cioè della svolta pro-cinese di Nixon – l’operazione “manifesti cinesi” compiuta a Roma da elementi dell’estrema destra neofascista italiana (Avanguardia Nazionale) su incipit del Club di Berna. Di lì a poco in tutti i paesi del blocco occidentale sarebbe nata un’estrema sinistra maoista filo-cinese tendenzialmente molto più anti-sovietica di quanto realmente anti-americana.

Il marxismo, ideologia dell’invidia bavosa nei confronti dell’Occidente, sarà inevitabilmente e progressivamente risucchiato nell’alveolo capitalista in quanto al proletario comunista non interessa affatto scardinare i gangli del sistema di sfruttamento consumista ma – né più né meno – partecipare al banchetto della borghesia come confermano gli ultimi venticinque anni di ‘involuzione’ capitalistica che ha visto la Repubblica Popolare Cinese entrare nel novero del capitalismo mondiale.

Pechino partecipa a tutti i più importanti meeting internazionali, fa parte delle organizzazioni mondiali dal commercio all’economia, da quelle finanziarie a quelle di partnership geo-strategica regionali dove non mancano assidui contatti con alti esponenti dell’Establishment giudaico-mondialista…chiunque non ‘veda’ l’asservimento cinese nei confronti del Mondialismo o è cieco o è in mala fede anche volendo ‘tralasciare’ le relazioni storiche che legano l’ “Impero di Mezzo” alla sottorazza demoniaca ebraica.

Gli Ebrei hanno sempre avuto ottime relazioni con i cinesi come, allo stesso modo, l’emporio criminale sionista collabora alacremente con la Repubblica Popolare Cinese desiderosa di ritagliarsi una fetta di spazio anche nel perimetro geostrategico mediterraneo.

La storia della ‘emigrazione’ ebraica verso la Cina comincia a fine XVIII.mo secolo quando fu dall’area mesopotamica, dall’odierno Iraq, che iniziarono a giungere i primi commercianti ebrei. Altri moti migratori arrivarono nel XX.mo secolo dalla Russia e dall’Europa centrale.
A metà anni Quaranta del secolo scorso gli ebrei in Cina contavano circa cinquantamila anime ma avevano già avuto modo di esercitare la loro pressione sul “gigante” asiatico interferendo – con il loro tradizionale parassitismo – nelle vicende interne.

“Occorre fare una brevissima premessa. Una colonia ebraica è esistita in Cina fin dall’Ottocento dopo Cristo. Questa colonia era arrivata dall’Africa del Nord, parte a piedi, parte per mare, e si era stabilita a Kaifeng, città della Cina settentrionale, allora capitale dell’immenso Impero. Molti ebrei pensano che si fosse trattato della famosa tredicesima tribù della Bibbia, che si sarebbe perduta nel deserto durante il cieco errare di questo popolo alla ricerca della Terra promessa. Come già ho detto, non è affatto così. Comunque, quel gruppo è esistito per molti secoli e matrimoni con donne e uomini cinesi l’hanno portato a integrarsi con la popolazione locale nell’aspetto, nell’uso della lingua e nei costumi.” (10)

L’ondata migratoria che portò a formare un vero e proprio “stetl” (quartiere ebraico) a Shangai negli anni Quaranta avrebbe resistito nel tempo così come si sarebbero mantenuti i tradizionali usi e costumi esclusivisti ebraici.

“I documenti storici dicono che i primi ebrei arrivarono in Cina nell’ottavo secolo dalla Persia, attraverso la Via della Seta. La prima comunità ebraica in Cina venne fondata nell’anno 1163 nella città di Kai-Fang nel distretto di Nan, dove venne costruita la prima sinagoga cinese.

Alla fine del diciannovesimo secolo, gli ebrei russi si stabilirono nelle città di Tianjin e di Dalian, nella Cina del Nord. Ma la più grande comunità dell’epoca, che comprendeva circa 25.000 ebrei al suo apice, venne costituita nella città di Harbin, dove gli ebrei arrivarono in seguito all’estensione della linea ferroviaria tran-siberiana.

Teddy Kaufman, presidente dell’associazione Israele-Cina, è nato a Harbin nel 1924 ed è emigrato in Israele nel 1950. La sua infanzia nella città fu tranquilla e normale. Aveva numerosi amici cinesi che studiavano con lui a scuola, ed egli prese parte attiva alla vita della comunità.

“Non sapevamo nulla di quello che accadeva in Europa. Eravamo completamente separati dal mondo ebraico”, mi ha detto. Quando gli ho chiesto se aveva mai sperimentato atti di antisemitismo, egli ha detto: “Naturalmente, da parte dei russi della città”. E da parte dei cinesi? “Mai”.

Quando gli ho chiesto se era grato ai cinesi del loro trattamento equo nei confronti degli ebrei, ha risposto immediatamente: “Senza dubbio”.

Nel 1931, e in seguito alla presa di possesso da parte dei giapponesi del distretto della Manciuria nella Cina settentrionale, la situazione degli ebrei peggiorò. Vennero costretti a vivere sotto il controllo e le restrizioni dei loro affari e ubbidirono alle leggi giapponesi. Negli anni seguenti, circa 4.500 ebrei emigrarono dalla Cina settentrionale a Shanghai, prima che i giapponesi prendessero il controllo della città.” (11)

Sulla presenza ebraica nella Cina moderna scrive ancora il giudeo Pressburger: “Dalla Russia fuggono numerose famiglie di ebrei che si stabiliscono soprattutto nel nord della Cina, nella città di Harbin, ma alcuni gruppi già raggiungono la bella, fiorente città portuale di Shanghai e accettano la protezione dei potenti sefardim dell’Iraq, loro che sono invece ashkenazi , cioè ebrei di rito tedesco. Questi ebrei russi, nelle rispettive città d’adozione, coltiveranno il sionismo, molti vivranno dapprima in povertà, ma poi pian piano si eleveranno a rango di ceto medio. Anche loro apriranno scuole, sinagoghe (tra le quali l’unica rimasta ancor oggi in funzione a Shanghai, la sinagoga Ofel Moishe costruita nel 1907), fonderanno club sportivi, orchestre, teatri, qualcuno diventerà addirittura generale dell’esercito cinese.” (12)

Sul piano strettamente politico invece “esaurita l’efficacia rettificatrice di elementi residuali della millenaria tradizione dell’ “Impero di Mezzo”, sedimentati nel corso dei secoli nelle forme etiche, mentali e culturali dell’anima razziale del popolo cinese, – scrive Maurizio Lattanzio (13) – il marxleninismo ortodosso –confinato in ambiti marginali dal nazionalcomunismo contadino maoista – ha rioccupato una posizione di centralità, determinando la liquefazione di quella Cina nella quale Freda aveva ravvisato “…la vittoria dei ranghi del soldato politico (povero, ma potente) sulle oligarchie mercantili e burocratiche dell’Occidente (Russia compresa) e che ora è invece pienamente inserita nella logica del Sistema mondiale e velocemente lanciata all’inseguimento del ‘mito’ capitalista.”

La Cina della “rivoluzione culturale” si rivelerà un grande bluff buono per i ‘gonzi’ di tutte le risme e di tutte le latitudini: nasceranno anche in Occidente i gruppuscoli filo-cinesi d’estrema sinistra (e purtroppo anche quelli di “estrema destra”) e saranno rispolverate in funzione esclusivamente anti-sovietica idee di collaborazione tra Europa e Cina…qualcuno finirà per abbracciare anche l’insano vaneggiamento di dare vita a esperimenti eugenetici di riproduzione di una “razza pura” con l’ibrido connubio euro-cinese…il delirio insomma.

“Il 2 marzo 1969 scontri sanguinosi tra truppe cinesi e sovietiche sul fiume Ussuri dimostrano l’esistenza di uno stato di profonda tensione tra i due ‘colossi’ comunisti, divisi – ben al di là della comune ideologia – da sostanziali rivalità di carattere squisitamente geopolitico, storico e strategico. Una quindicina di divisioni sovietiche viene spostata in prossimità della linea di confine cinese, mentre il 20 marzo 1969 Radio Mosca parla esplicitamente della possibilità di impiego di armi nucleari contro la Cina. L’occasione è ‘colta’ al ‘volo’ nell’oligarchia giudeo-plutocratica statunitense, a quale approfitterà della circostanza per fissare le premesse volte a fissare il disegno di integrazione della Cina nel Sistema mondiale. Come riferisce “Le Monde” del 1.o aprile 1969, il fronte dell’istituzionalità occulta – due giorno dopo la dichiarazione radiofonica sovietica – si riunisce in sede ‘deliberante’ a New York, in forma di una conferenza sulle relazioni tra mondo occidentale e Cina. Tra i partecipanti l’ebreo Arthur Goldberg, senatore democratico e presidente dell’American Jewish Committee – , l’ebreo Jacob Javits, senatore repubblicano e presidente del Jewish War Veterans, nonché vicepresidente dell’Independent Order of B’nai B’rith. Si tratta delle più qualificate espressioni – sul piano dell’istituzionalità occulta – in cui si articola l’assetto di potere sionista che rende effettivo il dominio ebraico negli Stati Uniti, vera e propria “piattaforma” dalla quale il capitalismo ebraico sviluppa le linee di attuazione del progetto egemonico mondialista.” (14)

I poteri forti della plutocrazia mondialista, con in testa alcuni dei più alti esponenti dell’Establishment ebraico americano, decideranno di intervenire nel contenzioso cino-sovietico prendendo posizione al lato della Repubblica Popolare Cinese: se a Mosca sarebbero sbarcati ventidue anni dopo con i McDonalds e il coca-capitalismo trionfante a Pechino gli alchimisti del Nuovo Ordine Mondiale arriveranno per opportunità sfruttando le vicende di politica internazionale, gli attriti storici, le pessime relazioni che, fin quasi dalla sua comparsa, allontaneranno la rivoluzione culturale cinese dal leninismo sovietico.

Russia e Cina soltanto in tempi recenti hanno ‘abbozzato’ strategie di riavvicinamento importanti…in funzione anti-americana…non sappiamo quanto ci ‘credano’ in realtà i dirigenti comunisti di Pechino sempre più sbracatamente apertisi al modello neo-liberista sul piano economico e cooptati negli organismi internazionali del Mondialismo.

Sta di fatto che la Cina rimane una nazione fondamentale nel quadro geostrategico e politico eurasiatico; troppo importante per essere ‘abbandonata’ a sé stessa dalla plutocrazia mondialista che – dopo aver ‘individuato’ sul lungo corso nella Repubblica Popolare un possibile (…è un’ipotesi…) fattore di ‘destabilizzazione’ dell’ordine internazionale (si vedano in proposito le aberranti teorie del “clash of the civilization” partorite dal giudeo Samuel Huntington a metà anni Novanta e riprese dall’amministrazione a guida neo-cons di Bush senior) – continuerà a tenere sotto osservazione Pechino che resta per gli americani un ‘fronte’ di pressione anche per le note vicende relative all’occupazione del Tibet.

La Cina è, per quanto ci riguarda, un equivoco…un equivoco che ha ‘fascinato’ in particolare l’eurasiatismo contemporaneo…qui non si riesce a ‘risolvere’ i problemi del quartiere…figuriamoci quelli dell’Eurasia…mah….

La Cina ‘sciolga’ l’equivoco e poi, magari fra duecento anni, ne ‘riparleremo’…

In ogni caso saranno proprio le organizzazioni ebraiche americane che correranno in ‘soccorso’ al gigante cinese quando scoppierà la crisi di frontiera sul fiume Ussuri: “La conferenza – scriverà Guido Giannettini (15) – si preannunciava nettamente in favore di un avvicinamento, se non di un’alleanza, tra Washington e Pechino; in particolare l’ebreo Arthur Goldberg auspicava l’ammissione della R.P.C. all’ONU, mentre l’ebreo Jacob Javits chiedeva la consegna ai Cinesi dei fotogrammi ripresi dai satelliti americani sulla Cina. Il preciso impegno degli esponenti delle più influenti organizzazioni ebraiche americane anticipava una nuova politica di avvicinamento tra Washington e Pechino, la quale, si sarebbe manifestata in modo clamoroso due anni più tardi. Evidentemente gli organizzatori della conferenza dovevano avere la possibilità di esercitare una notevole influenza sul governo degli Stati Uniti per indurlo ad adottare la linea da essi scelta.”

Relazioni diplomatiche, incontri, collaborazione ai più alti livelli fino a quando “con l’elezione di Reagan alla Casa Bianca, inizia la terza fase: la quale ha consentito a Deng Xiao Ping di definire “la Cina membro onorario dell’Alleanza Atlantica” (“Panorama” – 6 Luglio 1981). Questa terza fase – tuttora in corso di svolgimento nonostante le alibistiche ‘divergenze’ sulla questione di Formosa – ha preso le mosse , sempre all’interno delle istituzioni occulte, da un convegno svoltosi il 19 marzo 1981 alla Harden House di Harriman nello Stato di New York. Il convegno è stato organizzato dalla American Assembly, fondata nel 1950 dal gen. Eisenhower ed emanazione del ben più influente Council on Foreign Relations. Finanziata dalle fondazioni Ford, Henry Luce e Rockefeller, la conferenza si occupa delle prospettive legate alla realizzazione di un massiccio piano di investimenti industriali e finanziari in Cina. Per gli USA, tra gli altri, sono presenti Winston Lord, presidente del CFR, nonché membro del gruppo Bildeberg e della Trilaterale; William H. Sullivan, presidente dell’American Assembly e membro del CFR; l’ebreo Richard H. Solomon, dirigente della ‘Rand Corporation’. Inoltre si segnala la presenza di Chai Zemin, ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese accreditato presso gli Stati Uniti. Durante il convegno si esprimono preoccupazioni per i ritardi e le incertezze che, malgrado i progressi degli ultimi anni, imoediscono il pieno consolidamento delle relazioni tra USA e Cina. (…) Dieci giorni dopo, dal 29 marzo al 1.o aprile, Washington ospita una conferenza plenaria della Commissione Trilaterale. Successivamente, a due mesi dal convegno di Harriman, una delegazione della Commissione Trilaterale si reca a Pechino per incontrarsi con i dirigenti cinesi. Il 22 maggio 1981, infatti, capeggiata dal ‘boss’ della mafia finanziaria internazionale, l’ebreo Steinhauer (alias David Rockefeller) , 33 esponenti della Commissione Trilaterale giungono a Pechino dove soggiornano per alcuni giorni ospiti del governo e dell’Istituto di Affari Esteri. I colloqui cui partecipano 26 rappresentanti della R.P.C. , si svolgono – naturalmente a porte chiuse – nelle sale dell’Assemblea del Popolo al centro di Pechino. Tra gli interlocutori della Trilaterale vanno segnalati soprattutto Hao Deqing e Xia LI, nell’ordine presidente e segretario dell’Istituto di Affari Esteri , ‘gemello’ del CFR americano e, quindi, espressione dell’istituzionalità occulta cinese. A conclusione dei colloqui, l’Agenzia Nuova Cina riferisce alcune dichiarazioni molto significative di Rockefeller, secondo cui i rapporti tra Commissione Trilaterale e Cina si fanno sempre più stretti, poiché le questioni che uniscono sono molto più numerose di quelle che dividono. Le fonti di informazioni cinesi da parte loro, definiscono l’incontro di Pechino un completo successo.” (16)

La marcia di avvicinamento tra Mondialismo e Cina poteva dirsi definitivamente conclusa. Del resto era parso evidente a chiunque che la rivoluzione contadina maoista avesse lasciato intatta la potenza finanziaria ebraica nel paese o – per dirla come molti osservatori di politica mondiale dell’epoca – in Cina non si manifesterà alcun sentimento “antisemita”. Mao Tse Tung tratterà – dopo l’avvento della R.P.C. nel 1949 – con i guanti di velluto la locale comunità ebraica e sarà solo alla fine degli anni Cinquanta che quattro delle sette sinagoghe di Shangai saranno demolite.

Lasceranno così la Cina alcune delle famiglie ebraiche storiche come i Sassoon ( che saranno coinvolti pesantemente con la loro influenza finanziaria – saranno ricordati, non casualmente, come i “Rothschild d’Oriente” – nel traffico di oppio che contraddistinguerà la fine del XIXmo secolo cinese e l’inizio dell’influenza coloniale europea sull’Impero di Mezzo) (17) , i Kadoorie, gli Hardoon e molte altre di origine askhenazita provenienti dall’Europa orientale.

Gli ebrei ‘migranti’ dalla Cina faranno spesso le loro fortune una volta giunti in America come W. Michael Blumenthal, ex abitante del ghetto di Shangai, che ascenderà al titolo di segretario di Stato al Tesoro durante l’amministrazione Nixon mentre altri che si dirigeranno in Gran Bretagna diventeranno lord e sir alla corte di Londra.

Gli anni Novanta, dopo le tensioni post-Tienanmen, USA e Cina si riavvicineranno prepotentemente così come sarà l’entità criminale sionista alias lo “Stato d’Israele” ad aumentare i suoi scambi commerciali in direzione di Pechino raggiungendo un’ottima collaborazione anche in campo militare.

Avvicinamenti tattici e strategici che non verranno minimamente ‘turbati’ neanche dal bombardamento statunitense contro l’ambasciata cinese in occasione della guerra d’aggressione yankee contro la Serbia nella primavera 1999.

Saranno sostanzialmente fortificate in particolar modo le relazioni con l’ebraismo internazionale: la Cina si dimostrerà un partner affidabile per “Israele” e per la finanza ebraica.

“Negli anni Novanta Hillary Clinton visiterà la sinagoga Ofel Rachel, Yitzhak Rabin la sinagoga Ofel Moishe ed ebrei canadesi e americani cominceranno a prendersi cura dei monumenti storici. Oggi si parla del restauro del quartiere Hongkuo, il ghetto di Shanghai, per farlo diventare meta di visitatori e turisti. Un sabra israeliano, cioè nativo dello Stato d’Israele, Dviri Bar Gal (ma il suo vero nome è di origine tedesca) si preoccupa di ritrovare le lapidi del vecchio cimitero ebraico di Hongkuo, disperse tra i contadini del circondario e utilizzate per costruire pozzi, soglie per le case, stipiti. Un ingegnere italiano, di Trieste, ma originario dell’Ungheria, Claudio Mayer, ha eletto per propria sede Shanghai, quasi a perpetuare la memoria del destino di quegli ebrei centroeuropei che devono alla Cina la loro sopravvivenza al terribile eccidio del nefasto, spaventoso Olocausto.” (18)

E così tra dirigenti cinesi kippizzati a dovere in visita al mausoleo-museo dell’olocausto di Yad Vashem ed interscambi per forniture militari l’avvicinamento sino-israeliano appare completo.

A ciò si aggiunga che la Cina si è sempre dichiarata contraria al nucleare iraniano per soddisfare i diktat sionisti e sostenerne le iniziative anti-iraniane nelle sedi internazionali ed il quadro appare completo come quello della cooperazione bellica tra le industrie militari di Tel Aviv e Pechino: “20 aerei da combattimento per il valore di 2.75 miliardi di dollari. Questo il regalo promesso al segretario di stato USA Hillary Clinton ad Israele, se solo avesse accettato di bloccare la costruzione di colonie sul suolo palestinese per tre mesi durante i negoziati di pace dello scorso novembre 2010. Un regalo succulento, che per altro non servì a convincere il primo ministro Benjamin Netanyahu. E che dato il rapporto strategico tra la potenza militare americana e l’alleato in medio oriente non sorprende. Suonano nuovi invece accordi come quello preso tra l’esercito americano e la compagnia statale Israel Military Industries ltd. All’inizio dell’anno gli americani, rimasti a corto di munizioni per la media di 250 000 proiettili impiegati in Irak e in Afghanistan per ognuno dei “ribelli” caduti – 24 000 secondo Wikileaks solo in Iraq e senza contare i civili, per alcuni più di un milione – si sono trovati costretti ad importare munizioni dall’estero. E si sono rivolti a una delle quattro grandi dell’industria militare israeliana, rifornitore principale dell’esercito israeliano. Israel Military Industries ltd. ha fatto di Israele il quarto esportatore mondiale di armamenti nel mondo, insieme alle altre “big” del settore: Elbit Systems, Israeli Aerospace Industries (IAI) e Rafael. Nove anni fa, questo stato di sette milioni di abitanti era ancora al decimo posto della classifica mondiale. Oggi, da buon allievo, sta per superare il maestro, con un budget militare del 8.9% del prodotto interno lordo, contro il 3.1% degli Stati Uniti e il 2.6 % della media mondiale. Il record è stato battuto nel 2010, quando Israele si è aggiudicato 7% dell’export militare mondiale. (…)Israele è stato uno dei Paesi che meglio ha saputo approfittare della globalizzazione. Dopo i primi quarant’anni di dipendenza quasi totale dagli aiuti finanziari americani, dai risarcimenti tedeschi ai superstiti dell’Olocausto e dalle donazioni di organizzazioni sioniste internazionali, è diventato uno dei più importanti Paesi esportatori pro capite del mondo. Soprattutto dopo gli Accordi di Oslo del 1993 – inaugurazione dell’Autorità palestinese ma soprattutto della liberalizzazione economica – il deficit israeliano e la dipendenza dall’importo è diminuita drasticamente. Il volume totale degli importi ammontava nel 2010 a 55.6 miliardi di dollari, quello degli esporti di poco più basso, con 54.3 milliardi l’anno. Il ruolo dell’industria bellica in questo sviluppo economico è stato determinante. Due esperti israeliani intervistati dall’agenzia stampa cinese Xiuhna spiegano come le compagnie militari siano il motore dell’economia, anche al di là dell’export, fungendo da vivaio per la ricerca high-tech e la formazione di esperti che trovano poi impiego nell’industria civile.
“Uno delle ragioni del successo israeliano è che Israele sa fare una chiara distinzione tra relazioni politiche e relazioni in campo militare con altri Paesi” ha dichiarato l’ex generale maggiore Giora Eiland a Xiuhna. “Diversi Stati ci sono piuttosto ostili in forum internazionali, ma apprezzano una quantità di nostri prodotti”. (…)Anche la Cina non fa mistero dell’interesse economico che la lega ad Israele. Durante una visita ufficiale alla controparte israeliana, il ministero della difesa cinese Liang ha sottolineato l’importanza della fiducia e dei risultati acquisiti dopo 19 anni di rapporti diplomatici in nome del pragmatismo. Il ministro Barak gli ha fatto eco sul quotidiano China Daily, augurandosi un proseguo della fruttuosa cooperazione e di migliorare il rapporto strategico tra i due eserciti.” (19)
“Anche in Cina vi sono dei pregiudizi contro gli ebrei e Israele, ma sorprendentemente la maggior parte di essi sono positivi.

Sebbene la grande maggioranza dei cinesi non ha mai incontrato un ebreo, l’opinione prevalente in Cina elogia e glorifica gli ebrei e lo stato d’Israele. Altre perle di saggezza dei cinesi sono le seguenti: “Israele è piccolo e circondato da nemici, ma riesce a sopravvivere e ad avere successo”, e “La Cina e il giudaismo sono le sole cose che hanno conservato il loro carattere nel corso della storia”.

“Israele e la Cina sono amici intimi”: ai cinesi piace lusingare, mostrando grande competenza nella storia degli ebrei in Cina.” (20)
Questa la Cina contemporanea perfettamente inserita nelle strutture di sfruttamento usurocratiche dell’alta finanza mondialista (World Bank e International Monetary Found): messi da parte i sussulti ‘rivoluzionari’ il capitalismo cooperante di Stato della Repubblica Popolare è funzionale e pienamente inserito e collaborante con i progetti di edificazione del Governo Mondiale al di là e indipendentemente dalle ‘ciancie’ di chi vede ancora in Pechino una ipotetica “alternativa” …

“Svaniti i giovanili ‘furori’ delle guardie rosse, sostituita la stella a cinque punte con il marchio della Coca-cola, sbiadita nel tempo l’eco delle parole con cui Lin-Piao (la cui opposizione alla ‘distensione’ cino-americana gli valse la morte in un misteriosissimo incidente aereo) scandiva i ritmi della ‘lunga marcia’ “Fare affidamento sui contadini, creare basi rurali e servirsi delle campagne per accerchiare e in seguito conquistare le città” – resta solo la capacità di recupero e di omologazione, sotto ogni latitudine, del Sistema Mondiale, cioè di questo mostruoso ragno la cui tela, diabolicamente intessuta con i fatui splendori della ‘civiltà’ del benessere, riesce a ‘imbrigliare’ ogni tentativo di destabilizzazione del presente equilibrio imperialistico che non si ispiri ai valori della Tradizione. Il tempo delle “affermazioni sovrani e delle negazioni assolute” è più che mai attuale.” (21)

Au revoir…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

NOTE –

1) Maurizio Lattanzio – “Il Mondialismo” – “Orion-Finanza” , Luglio 1985 / “Orion” , Dicembre 1985;

2) Maurizio Lattanzio – nota introduttiva a “Cina e Mondialismo” – “Avanguardia” – Anno X – Nr. 76, Febbraio 1992;

3) Padre Vittorio De Bernardi – “Il socialismo e le sue forme” – dall’opera “Il socialismo e le sue ramificazioni” – “Spirito e Verità” Nr. 81, Milano 1981;

4) Sergio Gozzoli – “Sulla pelle dei popoli – Viaggio nel labirinto del potere mondialista” – “L’Uomo Libero” – Anno IX – Numero 27 – Giugno 1988;

5) Mario R. Fernandez – “Nell’agenda Rockefeller il controllo degli alimenti” all’indirizzo informatico: http://www.vocidallastrada.com/2009/04/nellagenda-rockefeller-il-controllo.html ;

6) Sergio Gozzoli – op. cit. ;

7) Scrive Mario Di Giovanni sulla Trilateral : “La Commissione Trilaterale è un “potere forte”, o per dir meglio: la somma dei poteri forti dell’Occidente. E’ un’organizzazione semi-ufficiale (le notizie fornite dalla pubblica informazione sono sempre state rare e discontinue) creata nel 1973, che riunisce altissime personalità della finanza e della politica, docenti universitari, esponenti sindacali e giornalisti. Questi personaggi provengono da Stati Uniti, Europa e Giappone.
Il nome rimanda all’idea di un’azione comune delle élites (ma non elette dal popolo) delle tre grandi aree del mondo industrializzato in vista di un “nuovo ordine”: né più e né meno che un governo del mondo in seduta permanente. Ispiratore e creatore dell’organizzazione è stato David Rockefeller.
Nel 1973, all’atto della fondazione, il direttore operativo era Zbigniew Brzezinski, che sarebbe poi divenuto consigliere speciale per la sicurezza degli Stati Uniti sotto la presidenza di Carter. Quest’ultimo personaggio è il simbolo vivente di cosa sia e come operi la Trilateral: Carter – la cosa era del tutto risaputa, al tempo – era letteralmente una “creatura” del gruppo Rockefeller, un servitore docile e puntuale dei progetti della Commissione.
Naturalmente non è il solo. Una decina d’anni fa il periodico americano F.R.E.E. pubblicò l’organigramma degli uomini del CFR e della Trilateral operanti all’interno delle istituzioni americane. Sotto il titolo “1992 Presidential Candidates” figura Bill Clinton, uomo sia del CFR che della Trilateral.
In economia, la divisa della Trilateral è la globalizzazione, cui essa mira riunendo soggetti “privati”- finanzieri, banche e multinazionali – che rappresentano da soli più della metà del potenziale economico dell’intero pianeta.
In politica, la divisa del potentato è quella “liberal”: anglofila, massonica, cosmopolita.
La logica d’azione è quella, classica, dei “poteri forti”: una conduzione discreta e silenziosa dell’economia e della politica occidentali.” ( crf Mario Di Giovanni – “La Trilateral Commission” );
8) Sergio Gozzoli – op. cit. ;
9) Maurizio Lattanzio – “Cina e Mondialismo” – da “Heliopolis” , Luglio 1985;

10) Giorgio Pressburger – “Ebrei con gli occhi a mandorla” – da “Il Corriere della Sera” del 24 Giugno 2005;

11) Andrea Carancini – “La Cina buona per gli ebrei” – 22 Aprile 2008

12) Giorgio Pressburger – ibidem;

13) Maurizio Lattanzio – “Cina e Mondialismo” – da “Heliopolis” , Luglio 1985;

14) Maurizio Lattanzio – ibidem;

15) Guido Giannettini – “Dietro la grande muraglia” – Ediz. “Ciacci” – Catanzaro 1979;

16) Maurizio Lattanzio – “Cina e Mondialismo”;

17) In proposito ha scritto Orio Nardi: “Col trattato di Tientsin (25 ottobre 1860) la Gran Bretagna poté controllare più di tre quarti dell’ingente commercio cinese, con un nuovo incremento al traffico della droga. Le stesse di origine scozzese che controllavano il traffico dell’oppio in oriente, esercitavano il traffico degli schiavi e del cotone nel sud degli Stati Unti: erano le famiglie Sutherland, Jardine, Matheson, Baring. Nel frattempo la famiglia Rothschild, come pure i banchieri sionisti di New York, i Kuhn, Loeb Seligman, Lehman, fecero tutti il loro ingresso negli Stati Uniti grazie al commercio del cotone e degli schiavi nel periodo precedente la guerra civile.
Un’idea dell’incremento del commercio dell’oppio verso la Cina si ha da alcuni dati ufficiali inglesi. Dal 1801 al 1820 l ‘esportazione ammontava a 5.000 casse annue. L’istituzione di una rete di compagnie commerciali ausiliarie, capeggiate dalla Jardine Matheson, favorì un aumento vertiginoso del traffico della droga: nel 1830 le casse ammontarono a 18.956, nel 1836 a 30.000, nel 1860 a 58.681, nel 1880 a ben 105.508 casse (Kd 28).
La droga e i cavalieri di Lord Palmerston
1. L ‘espansione del traffico della droga nel mondo è legata, più in generale, all’impulso dato dal ministro inglese LORD PALMERSTON al colonialismo inglese dell’Ottocento tramite l’organizzazione del Rito Scozzese di cui era il gran capo.
Per rifarsi della crisi del commercio del cotone,gli oligarchi inglesi ricorsero al traffico dell’oppio negli Stati Uniti: nel 1864 fondarono allo scopo la Hong-Shang (Hong Kong and Shanghai Corporation), che rimane tuttora la banca centrale per il traffico della droga nel mondo; quasi simultaneamente la Matheson fondò la Rio Tinto per l’estrazione lo stagno in Spagna, che ben presto si servì del minerale per pagare, l’oppio.
Il traffico della droga in USA trovò un terreno fertile nel sottofondo delle reti cospiratorie legate alla malavita, soprattutto quando la tratta dei gialli riversò negli Stati Uniti migliaia di consumatori d’oppio.
Il traffico degli immigrati cinesi (che nel solo 1846 raggiunsero la cifra di 117 mila), gettò le basi per il commercio su larga scala della droga negli USA per via S. Francisco, Vancouver e altri porti della costa occidentale. I consumatori abituali americani di oppio arrivarono a 120.000.
Il traffico di oppio costituì la fortuna delle famiglie Astor, Baring, Bingham, Girard, Forbes, Perkins, Russell, ecc. (famiglie chiamate dei Bramini di Boston), i cui interessi sul mercato della droga si aggiunsero a quelli della Jardine, Matheson, Sassoon, Japhet, Dent, Morgan.
La Baring Broothers costituisce la principale banca di affari per il traffico dell’oppio in America dal 1873 ad oggi; grande importanza vi ha pure la Banca Morgan (che fondò l’università di Harvard). Gli affari di queste banche si intrecciano con quelli della Hong-Shang, sotto l’egida del Royal Institute of International Affaire (RIIA) di Londra e dell’Institute Pacific Relations (Istituto per le relazioni del Pacifico, IPR).
2. Le proteste internazionali contro la politica inglese favorevole al commercio della droga non ebbero alcun effetto restrittivo. Così gli accordi del 1905 e del 1911 all’Aja andarono a vuoto, e le fumerie di oppio di Shanghai negli anni 1911-1914 salirono da 87 a 663, con grandi profitti da parte degli inglesi. Il commercio dell’oppio si estese anche al Giappone, si intensificò enormemente in India nonostante le proteste di Gandhi.
Un rapporto del 1923 alla Società delle Nazioni denunziava il mercato dell’oppio come un grave problema internazionale, soprattutto per la massa dei drogati delle colonie inglesi: gli inviati cinesi e americani abbandonarono l’aula per protesta contro il delegato britannico che si oppose al piano di riduzione del traffico dell’oppio
La creazione del ministero per la Guerra Economica nel 1939 costituì il punto di incontro per gli eredi delle vecchie famiglie britanniche che controllano tuttora il commercio della droga: Sir J.H. Keswick, architetto della Peking Connection; Sir Mark Turner, presidente attuale della vecchia ditta dei Matheson e Keswich, la Rio Tinto Zinc; Gerald Hyde Villiers; John Kidston Swire, ecc. Le anche famiglie Inchcape, Keswick, Pease, Japhet, Rothschild ecc. che esercitavano il controllo del mondo bancario londinese implicato nell’affare della droga costituiscono un fittissimo intreccio di matrimoni da apparire come un’unica entità familiare.”

( crf Orio Nardi – “Dalla guerra dell’oppio all’affare della droga” – dal volume “Mondialismo e Trilaterale”, 1980);

18) Giorgio Pressburger – “Ebrei con gli occhi a mandorla” – articolo cit. ;

19) Ika Dano – “L’industria militare israeliana vola – Record di export nel 2010. E Israele rafforza i rapporti commerciali in campo militare con America Latina e Cina” – articolo apparso sul sito ufficiale della NENA (Near East News Agency) http://www.nena-news.com/

20) Andrea Carancini – “La Cina buona per gli ebrei” – 22 Aprile 2008;

21) Maurizio Lattanzio – “Cina e Mondialismo”, articolo cit. ;

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