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“…Dormendo sospeso a due stelle nel cielo…” – L’irresistibile tentazione tragica: il nichilismo

28 Lug

“…DORMENDO SOSPESO A DUE STELLE NEL CIELO…” –

L’IRRESISTIBILE TENTAZIONE TRAGICA: IL NICHILISMO

di Dagoberto Husayn Bellucci

“…Gli anni ’70
avrei lasciato tutto per seguire un corso
di campana tibetana,
con il mio cane e l’amaca,
dormendo sospeso a due stelle nel cielo,
ma qui
trovami un posto per rifarlo qui
in un recinto chiuso non ci sto, oh no …
né con la destra, ma nemmeno col P.C.I.
che bestia, che bestia.”

( Samuele Bersani – “Freak” – album “Il meglio di Samuele Bersani” – 2002 )

“Cosa chiede tutta la folla moderna? Chiede di mettersi in ginocchio davanti l’oro e davanti la merda”

(Louis Ferdinand Celine)

“Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’immagine divina di questa realtà”

( Franco Battiato – “E ti vengo a cercare” – album “Fisiognomica” – 1988 )

“L’apolitia è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi valori; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli.”

( Julius Evola – “Il cammino del Cinabro” – ediz. “Scheiwiller” – Milano 1972 )

La nostra accidiosa idiosincrasia rispetto alle paraplegiche estroversioni dei deambulanti contemporanei, unitamente al caldo libanese che – sia detto per inciso – ‘basta’ e ‘avanza’ per squagliarci quanto e più possibile l’inveramento mitofanico della perfezione sferico-platonica ovvero le palle (…Giotto non avrebbe saputo far di ‘meglio’…); renderebbe superflua l’ennesima ricognizione scrittoria relativa alla deriva ontologica del ‘presente’… Tant’è ci ‘concediamo’ anche il lusso di ‘insistere’.

L’unidimensionalità edonistico-materialista delle società contemporanee di massa, il non luogo delle percezioni ‘dissolte’ dell’individualità ‘assente’ dell’uomo moderno occidentale, ci permettono e ‘suggeriscono’ una nuova disamina analitica relativa alla società del Niente post-nichilista esemplarmente incarnata dal modello occidentale di sviluppo capitalistico contorto e degenerato. L’Occidente è l’incarnazione dei non valori di società perennemente in affanno che riproducono stereotipate e ripetitive immagini e parole d’ordine ‘fascinanti’ ovvero la “società liquida”, mondo ‘sommerso’ di pulsioni e desideri, priva di una centralità e di un contorno definibile e costantemente assediata dall’incedere costante di quel fantasma – materializzatosi per ‘magia’ dalle tenebrose e tortuose dinamiche involutive dell’individuo contemporaneo – che già Friedrich Nietzsche definì come “il più inquietante fra tutti gli ospiti: il nichilismo”.

Il problema che maggiormente occupa i dibattiti delle società contemporanee – al di là delle più o meno momentanee ‘crisi’ economiche e delle altrettanto più o meno ‘affioranti’ tensioni sociali – e indiscutibilmente investe qualunque settore d’analisi risulta essere quello relativo alla natura umana, alle preoccupazioni dell’individuo moderno ed alle risposte che esso saprà dare rispetto alla moltitudine di questioni aperte dall’avanzata del Nichilismo.

La domanda che l’individuo moderno si pone al presente non è solo di ordine individuale (chi sono, dove vado, da dove vengo) ma si ricollega al malessere più profondo che viene avvertito a livello generale e che ha schiantato le società moderne: la deriva. Il mondo che è stato ‘disegnato’ e pianificato dagli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale è un pianeta di naufraghi, utilizzando la splendida metafora di Serge Latouche, ossia la società alla deriva, ‘persa’ tra quotidianità, disincanto e fuoriuscita a pezzi dal marasma post-ideologico del Novecento, secolo dominato dalle grandi ideologie che hanno segnato la storia recente dell’umanità, e dal traumatico ritorno alla ‘normalità’. La vita di milioni di individui è stata, nell’arco di qualche anno talvolta pochi mesi o qualche settimana, trasformata radicalmente: il crollo delle utopie ideologiche del secolo scorso ha lasciato una massa informe, depauperizzata, castrata interiormente e priva di stimoli e reazioni rispetto all’imprevedibile avvento della società edonistica di massa.

Improvvisamente, dall’Europa Orientale all’Africa, dal Sud America all’Estremo Oriente, il riordino del sistema economico mondiale e le nuove dinamiche di sviluppo e d’interazione dei capitali finanziari ‘fluttuanti’ attraverso i netwoork informatici hanno rappresentato la “fine della storia” o, per esser più esatti, la fine di mitologie politiche alle quali guardavano con speranza milioni di individui. Il crollo dell’utopia marxista e l’avvento di un’epoca dominata dalle multinazionali della Finanza cosmopolita e dai meccanismi di sfruttamento capitalistici hanno rimodellato e trasformato la percezione di un’umanità sciabordata improvvisamente da un ordinamento socio-politico semifeudale, o non completamente sviluppato, qual’era quello del Socialismo reale verso i ‘lidi’ dorati delle menzognere società dell’opulenza e del benessere di massa occidentali… Inevitabili i ‘contraccolpi’ esistenziali: il trauma inferto ai singoli e alle collettività del Terzo Mondo – con le inevitabili ‘scosse d’assestamento che hanno colpito anche le stesse società capitalistiche occidentali – non poteva essere più completo e profondo.

Vie di uscita dal cataclisma prodotto da questa nuova situazione di fluttuante e onnipresente precarietà non se ne intravedono all’orizzonte. Scrive Latouche: “I naufraghi dello sviluppo non sono in grado di acquistare alcunchè. Sono condannati a farlo. La sopravvivenza dipende ormai dalla capacità di sbrogliarsela. Non si tratta di un altro sviluppo ma di un al di là sul modello dell’al di qua. Si è letteralmente altrove, al di fuori dello sviluppo, e per certi aspetti ci si ricollega a quel che c’era prima, superando la frattura della modernità. Si è anche dopo. Si tratta di un doposviluppo al tempo stesso perchè le dinamiche informali si manifestano dopo il passaggio della modernità e dopo il maremoto dello sviluppo, ma anche perchè il pianeta dei naufraghi assume tutta la sua ampiezza soltanto dopo il naufragio della grande società. (…) I temi dei “bisogni fondamentali”, dell’autosufficienza alimentare, delle “tecnologie appropriate”, si collocano al punto d’intersezione di strade orientate in direzioni opposte e costituiscono incroci pericolosi. L’opposizione tra sviluppo “alternativo” e alternativa allo sviluppo è essenziale, radicale e inconciliabile in astratto e nell’analisi teorica. Questo non è manicheismo o dogmatismo, ma conseguenza di un minimo di rigore onde evitare le confusioni e i loro pericoli. Si tratta di stare attenti a non ricadere nei tranelli che si denunciano.” (1)

E la situazione non va certamente migliorando ove spostassimo l’orizzonte di analisi su di un piano ontologico, psicologico o sociale onnicomprensivo dei riflessi che questa alienazione di massa, generata da falsi miti di progresso e da altrettanto menzognere promesse di realizzazione materiale, hanno prodotto su milioni di individualità.

Siamo indiscutibilmente nel regno del nichilismo puro, nella svalutazione suprema di tutti i valori, nel vuoto a ‘perdere’ della contemporaneità che diviene già post-modernità quando ‘attraversa’ il punto ‘zero’, il punto di non ritorno dell’uomo moderno. Quello che abbiamo dinanzi è il mondo rovesciato delle anime perse deambulanti senza meta, in perenne stato di ‘agitazione’, furiosamente e affannosamente alla ‘cerca’ di un qualcosa che non trovano nè troveranno mai…(la ‘cerca’ del ‘nulla). L’apparizione del Nichilismo in tutta la sua essenza ha schiantato, com’era inevitabile, tutto quanto si sia trovato sulla propria strada: certezze, sicurezze, idee, ideologie, valori e morali. L’etica è saltata per aria sommersa dalla furia nichilistica, la morale si è frantumata, la fede ha dovuto inevitabilmente arretrare, andando ad occupare la sfera privata del singolo, l’ideologia è stata superata dall’incedere di ‘abbacinanti’ visioni edonistiche, dal clamore dei rumori, dei suoni, delle immagini di un mondo virtuale, di un business-system (sistema artificiale creato per una ristretta minoranza di benestanti) al quale tutti tendono e aspirano per esistere su di un piano orizzontale non potendo, altrimenti, aspirare ad alcuna dimensione verticale di riconnessione con il Sacro.

L’uomo moderno vive, senza neanche rendersene pienamente conto, nella società del nichilismo puro.

“Il mondo nichilistico – scrive Ernst Junger (2) – è per sua essenza un mondo ridotto e che sempre più si va riducendo, ciò che corrisponde necessariamente a un movimento verso il punto zero. La sensazione dominante è quella del ridurre e dell’essere ridotto. A ciò il romanticismo non può più opporsi, riporta solo un’eco della realtà svanita. Si esaurisce la sovrabbondanza, l’uomo si sente sfruttato da molteplici punti di vista e non solo dal punto di vista economico. La riduzione può essere spaziale, spirituale, psichica; può riguardare il bello, il buono, il vero, l’economia, la salute, la politica – ma in definitiva sarà sempre avvertita come uno svanimento.”

Non occorre essere filosofi nè sociologi per accorgersi dello svanimento circostante, dell’incedere costante di un vuoto che erode la terra sotto i piedi anche agli uomini di ‘razza’ che intendessero restare “in piedi tra le rovine” della società contemporanea. Il nichilismo eroderebbe il terreno sotto i piedi anche a questi uomini ‘differenziati’ prim’ancora che essi se ne renderebbero pienamente conto. La corrente nichilista è come uno tsunami, la sua corsa inarrestabile, la sua violenza senza limiti, i suoi effetti devastanti: il vuoto disintegra le coscienze, annichilisce anche i più tenaci tentativi di reazione, disintegra irrimediabilmente qualunque bastione – collettivo o individuale – di resistenza.

Contro un simile avversario non esistono nè resistenze nè rimedi nè soluzioni. E non sono accettati ‘compromessi’ di sorta. Il nichilismo spazza via tutto quanto: identità, storie e ricordi. L’individuo svanisce nella marea nichilista circostante: un naufrago in un oceano in tempesta, abbandonato a sè stesso, in preda alle correnti e alle variabili indipendenti dalla sua volontà. La volontà individuale può nulla contro una simile tragedia che ha investito completamente le società moderne.

“Si potrebbero – continua Junger (3) – citare molti altri campi nei quali lo svanimento è pienamente visibile, come quello dell’arte o dell’erotismo. Si tratta infatti di un processo che intacca il tutto e che alla fine lascia dietro di sè paesaggi quanti mai sterili, squallidi o perfino devastati. Nella migliore delle ipotesi emerge la cristalizzazione. La caratteristica peculiare di tutto ciò non è il nuovo, ma piuttosto ciò che avvolge ampiamente il mondo. Per la prima volta osserviamo il nichilismo come stile. Si è già visto spesso, nella storia dell’uomo, rispetto a individui singoli come a unità più o meno grandi, il crollo delle gerarchie immortali con tutte le conseguenze relative. Ma erano pur sempre disponibili potenti riserve, nel mondo dei semplici o in quello dei dotti. C’era ancora terreno vergine in abbondanza, e intere civiltà rimasero inviolate. Oggi lo svanimento, che non è semplicemente svanimento, ma nello stesso tempo accelerazione, semplificazione, potenziamento e pulsione verso mete sconosciute, afferra il mondo intero.”

Abbiamo sovente fatto riferimento al modello di sviluppo turbocapitalistico, alias Globalizzazione, come ad un autentico leviatano, una mostruosa creazione che tutto fagocita, sottomette e tende ad ordinare e controllare. Il mondo del nichilismo puro non abbisogna di alcun ‘riordinamento’ nè di controlli: è , per sua essenza, il mondo del caos, del caos in quanto materia informe, incontrollata, dinamica…Nel nichilismo non esiste un ‘dopo’, non vi sono possibilità di ‘redenzione’ nè ‘salvezze’ per quanto auspicate dalla massa incosciente: questa dimensione ancora ‘sacrale’ dell’esistenza è sconosciuta al Nichilismo.

L’attraversamento dei gelidi camminamenti del nichilismo, pur affascinante, è sempre sconvolgente e traumatico; non lascia insensibili nè indifferenti perchè agisce su tutti i livelli nella vita di un individuo scombussolandone le consuetudini, disarticolandone i sistemi di ‘protezione’ ovvero i censori interni, distruggendone le fondamenta con un lento lavorio che esteriormente e interiormente produce solo disastri.

Non casualmente siamo, con l’avvento del nichilismo, in presenza di una società “liquida”: quest’immagine metaforica delle società moderne riporta immediatamente alla mente e rievoca qualcosa di perennemente precario, instabile, non corporeo nè fisico ed assieme soprattutto qualcosa di fluttuante, incerto, indeciso.

Incoscientemente l’uomo ‘attraversato’ da un simile sconquasso psico-fisico (…più ‘psichico’ che fisico a dire il vero…) reagirà nella sola maniera possibile: autodefinendo una nuova ‘percezione’, e quindi stabilendo autonomamente e assumendo interiormente nuove ‘leggi’ che comporteranno inevitabilmente anche una diversificazione degli atteggiamenti ‘esteriori’ dinanzi al caos imperante, di sè e della sua individualità (…”…dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri/ non accontentarmi di piccole gioie quotidiane/ fare come un eremita/ che rinuncia a sé….” ‘canta’ il sulfureo Franco Battiato in “E ti vengo a cercare” ….’canzone’ non ‘solo’ d'”amore” se ‘letta’ come si ‘deve’…”…Questo secolo ormai alla fine/ saturo di parassiti senza dignità/ mi spinge solo ad essere migliore/ con più volontà…”
…’ineguagliabile’ e disincantato autodistacco dal pullulante ‘deambulamento’ di esistenze ‘marce’…).

La parola che meglio e più spesso è stata utilizzata per definire l’epoca attuale è “crisi”. Crisi di valori, di ideali, di identità, di coscienze. La crisi ha attraversato l’intero novecento per lasciare dietro di sè immagini devastanti di panorami sociali – ma anche politico-economici – disintegrati e intossicati dall’avanzata costante della precarietà, dell’incertezza, delle dinamiche distruttive prodotte dalla folle corsa di sistemi di produzione e di sviluppo ingestibili, depauperizzanti, alienanti: le società moderne di massa con la loro brama di benessere e il loro potere tecnologico-scientifico che si riteneva sterminato e onnicomprensivo non sanno offrire più alcuna risposta – nè d’ordine spirituale ma neppure d’ordine materiale – ai tanti problemi emersi con l’espansione planetaria e l’evoluzione tecnicistico-informatica di un universo di valori distorto dove le macchine progressivamente vanno sostituendosi agli uomini e dove il nulla circostante, il deserto nichilistico, avanza erodendo inesorabilmente qualunque valore.

” “Crisi” – scrive Giuliano Borghi (4) – è la parola che sempre più spesso ricorre in questo nostro tempo instabile e magmatico. Antiche certezze sembrano definitivamente tramontate e i vecchi valori appaiono “sfumare sempre più in un crepuscolo in cui il rapporto tra la ‘ragione’ umana e il suo tempo va declinando fino ad alterarsi profondamente. Le strade del passato risultano impraticabili, quelle del tempo che verrà si rivelano incerte e problematiche, quando addirittura non si presentano sbarrate. L’uomo, così, resta immobile, pietrificato nel vuoto della sua impotenza razionale, dove, se ci si attiene alle nozioni abituali di “soggetto”, “storia”, “coscienza”, “verità”, “dialettica” e tante altre ancora, il tempo presente corre il rischio di risultare impensabile. Se parliamo di “soggetto”, che è per così dire l’equivalente filosofico di uomo, non riusciamo più a raffigurarci alcunchè di preciso, qualcosa in cui si possa riconoscere noi e quello che ci sta attorno. All’idea tradizionale di un soggetto monolitico, si è sostituita la concezione che il “soggetto” sia una funzione illusoria, un effetto di codice, un burattino dell’Altro.”

L’emersione pullulante di “marionette sistemiche”, soggetti disumanizzati, depauperizzati dell’anima, disarticolati ontologicamente e privi di una coscienza individuale risulta un dato lapalissiano rappresentativo del vuoto cosmico interiore espressione delle moderne derive esistenziali contemporanee.

In una società consumata dal vuoto, lacerata dal niente, e pervasa dal nulla risulterà impossibile qualsivoglia forma di ricollegamento a Tradizioni ‘morte’, insufficienti per restaurare, inadatte a custodire e incapaci di produrre qualcosa che sia più di un semplice, momentaneo e illusorio, fuoco ‘fatuo’…

Qualunque forma, qualunque tentativo e qualsiasi volontà di resistere alla ‘desertificazione’ ontologica dell’individuo, all’avanzata inarrestabile di dune in movimento dentro i meandri dell’anima e della coscienza umana, risulteranno inadeguati e privi di efficacia quando non inerenti a forme tradizionali vive, reali, agenti nelle dinamiche contemporanee tipiche della modernità, delle sue forme, delle sue manifestazioni. Forme tradizionali che, sia detto per inciso, non appartengono più alla società nichilistica per eccellenza ovvero all’Occidente moderno.

“…le circostanze – scriverà Julius Evola (5) – stanno a mostrarci in modo sempre più evidente che partendo dai valori della Tradizione (…) è estremamente improbabile che si possa provocare una qualche modificazione di rilievo nello stato attuale generale delle cose attraverso azioni o reazioni efficaci di un certo raggio. Dopo gli ultimi sconvolgimenti mondiali, a tanto oggi sembra mancare ogni punto di presa sia nelle nazioni che nella stragrande maggioranza degli individui, sia nelle istituzioni e nelle condizioni generali della società che nelle idee, negli interessi e nelle forze predominanti dell’epoca.”

Il nichilismo, inteso come volontà del nulla, diviene nuda realtà quando da puro orientamento filosofico tardo-settecentesco diventa quotidianità costante onnipervadente di intere società. Il Nulla non è ‘casualmente (…il ‘caso’ non esiste…) ‘entrato’ nella vita di milioni di individui in un dato momento storico nè, soprattutto, abbandonerà facilmente la ‘presa’: l’assenza di valori e la dimensione ‘vuota’ prodotta dall’incedere del Nichilismo sono la naturale conclusione di un’insieme di processi storico-sociali di involuzione delle società occidentali lentamente ma progressivamente andati ad estendersi verso il resto del pianeta.

Un pò di ‘storia’ del e sul ‘nichilismo’ forse non ‘guasterà’ per comprendere pienamente l'”ospite” inatteso nè desiderato che alberga nel subconscio delle fragili e contorte individualità contemporanee….quando ‘parliamo’ di ‘dimensione nichilistica’ parliamo, prevalentemente, di una dimensione individuale, di un atteggiamento psichico, di una irresistibile componente di disorientamento cronico e depauperizzazione costante della volontà individuale degli individui delle società moderne soprattutto di quelle occidentali e comune in particolar modo tra le nuove generazioni, facili prede dei ‘venti’ e delle ‘illusioni dell’anima’… (il Nichilismo esistendo anche, prevalentemente, come ‘etat d’esprit’, malessere senza fine e senza spiegazione di un soggetto che si lascia “morire a sè stesso” non, come riconosciuto dal mondo della Tradizione Informale ed in senso ‘verticale’ ascendente, per impossibili ‘aneliti’ verso dimensioni ‘spirituali’ superiori ma, al contrario, come proiezione orizzontale distorta – lo ‘specchio infranto’ – di sè che provoca una discesa senza fondo nella dimensione obliqua del Nulla discendente.

Innanzitutto è bene chiarire fin d’ora come lo ‘spirito’ del nichilismo sia concepibile solo ed esclusivamente nel quadro di una forma cristiana. Diversamente qualunque analisi risulterebbe incompleta e priva di alcun senso: non tanto perchè la ‘tentazione tragica’ prodotta dall’avvento del nichilismo sul palcoscenico delle vicende umane sia impensabile presso altre forme tradizionali (…come ‘possibilità’ latente la dimensione nichilista ovviamente ‘trascende’ una o l’altra manifestazione spirituale…) ma in quanto è nel cuore del Vecchio Continente, presso e all’interno della strutturata società cristiana che la filosofia moderna ha partorito, generato, allevato e ‘nutrito’ il ‘Tentatore’ nichilista. Non è casuale che già Sant’Agostino identificava con questo termine gli atei.

Il primo a parlar di nichilismo e ad utilizzare questo termine (dal latino NIHIL= nulla) in epoca moderna fu Friedrich Heinrich Jacobi il quale caratterizzò la filosofia trascendente kantiana e in particolar modo quanto ripreso dal Fichte come sistemi della ragione pura che “annichila ogni cosa che sussista fuori di sè” = nichilismo.

Jacobi difenderà la validità della fede come sentimento dell’incondizionato ovvero di Dio. Secondo il filosofo di Dusseldorf nessun ragionamento raziocinante potrà mai giungere alla dimostrazione sull’esistenza di una Realtà creatrice divina. Per ciò criticherà il metodo cartesiano ed il suo fautore che hanno cercato di dimostrare l’indimostrabile. Cartesio – secondo Jacobi – ha semplicemente dimostrato l’unità di tutte le cose, la totalità del mondo. Analoghe critiche rivolgerà anche alle filosofie panteiste in particolare a quelle di Spinosa, Giordano Bruno e Shaftesbury rifiutate e identificate come ateismi in quanto l’identificazione di Dio con il mondo creato null’altro sarebbe che l’identificazione del condizionato con l’incondizionato, dell’invio con l’Inviante.

Successivamente sarà Arthur Schopenhauer ha riprendere in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale (Il mondo come volontà e rappresentazione) sostenendo che la realtà fenomenica è null’altro che apparenza nullificante e dolorosa di una Volontà irrazionale e inconscia, punto di origine del tutto verso il quale tutto ritorna. Un altro autore che riprenderà la polemica sul nichilismo e sui suoi aspetti terrificanti, dissacranti e destabilizzanti sarà Dostoevskij che riconoscerà nella concezione nichilista una pericolosa deriva rispetto ai valori tradizionali cristiani e l’inevitabile destino della modernità dopo “la morte di Dio”.

Dostoevskij suo malgrado però cercherà di andare incontro all’inevitabilità del nichilismo affermando che la morte e la negazione di ogni spiritualità e di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore (e capace quindi di salvazione rispetto alla sofferenza dell’umanità) proprio perchè sofferente dall’altro avrebbero potuto ricondurre, attraverso il magma incandescente del nichilismo, la religione cristiana al rinnovamento.

I nichilisti russi, anche il romanziere I.S. Turgenev che nel 1862 darà alle stampe “Padri e figli” – nel quale incentrerà il romanzo sulla figura del nichilista Bazarov – ; vedranno comunque nella manifestazione nichilistica più una concezione socio-politica, destinata soprattutto e prevalentemente alle giovani generazioni, che non una specifica dottrina filosofica. Questa verrà ordinata successivamente in Germania da Friedrich Nietzsche.

Più di ogni altro, sarà Friedrich Nietzsche a portare all’estremo la sua polemica (“filosofeggiando con il martello”) sul nichilismo che apparterrebbe interamente alla vicenda storica e allo sviluppo del cristianesimo: al filosofo di Rocken non sfuggirà la dimensione ‘altra’ dell’insegnamento cristiano, la sua trascendenza ‘posteriore’, che invita i fedeli a cercar la verità in un altrove metafisico e li condanna, con il mondo e Dio stesso, al nulla inevitabile di una vita ‘terrena’ vuota in attesa di una salvezza postuma

Nietzsche, che rivendicò per sè il titolo di primo nichilista della storia, sosteneva che tutti i sistemi etici e tutte le filosofie religiose elaborate nel corso dei secoli dall’Occidente fossero interpretabili come stratagemmi ideali per infondere sicurezza alla popolazione, a tutti colo che non riuscivano ad accettare la natura imprevedibile e l’avverso fato della vita e che cercavano rifugio in una realtà trascendente. Per Nietzsche quest’insicurezza popolare doveva essere nutrita da un’attesa messianica, dall’avvento di un Regno di Giustizia, dall’intercessione di un Redentore. Quest’atteggiamento secondo il filosofo tedesco rifletteva un’insicurezza ed una mancanza di carattere di individui spaventati dalla loro stessa natura (dalle passioni, dall’istinto, dalle emozioni del ‘vivere’) ed incapaci di accettarsi nella loro pienezza. Per Nietzsche la massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità.

Il filosofo di Rocken squarcia il velo di un certo ipocrita buonismo dei benpensanti dell’epoca e scrive: “”Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Wille zur Macht)” (6)

Nietzsche individuerà l’esistenza di due tipologie di nichilismo: uno attivo e positivo, l’altro passivo e negativo. Al primo si ispirerà per la caratterizzazione del “superomismo” con il quale cercherà di dare risposte alla situazione contingente dell’individuo che, dinanzi ad una scoperta così tragica (la morte di Dio) ne accetta la realtà e con essa la fine di ogni metafisica e si autorizza a viverne, senza possibilmente subirne, le estreme conseguenze anche, soprattutto, su di un piano psicologico.

Il nichilismo “attivo” nichiano , segno di forza e di potenza e crescita dello spirito, doveva nelle intenzioni dell’autore opporsi ad un secondo tipo di “nichilismo passivo” che comportava l’accettazione rassegnata e traumatizzante della crisi della propria epoca.

Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere “per l’una o per l’altra, ma anche per l’una e per l’altra”

Nietzsche intese con nichilismo soprattutto la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. Vi è quì da ricordare come l’epoca dei ‘Lumi’ – con l’affermazione dei valori razionalistici – accrebbe questa ‘sensazione’ di onnipotenza e di onnicomprensività individuale arrivando all’affermazione suprema della negazione di Dio – massimo grado di blasfemia e di indiscutibile presunzione demoniaca – e al disconoscimento di tutti i Valori Supremi. Quella che si palesa dinanzi all’uomo del tardo Ottocento è una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale.

La situazione attuale, si noteranno le analogie, non è ‘difforme’ da quella indicata da Nietzsche…semplicemente la sua estensione ‘globale’ la rende, attualmente, più pervasiva e ‘pericolosamente’ fascinosa. Il nichilismo ‘rapisce’ i cuori, offusca le menti e disintegra le coscienze lasciando vuote le anime, mortificando gli individui in una costante morte metafisica…( “Ho visto/ La gente della mia età andare via/ Lungo le strade che non portano mai a niente/ Cercare il sogno che conduce alla pazzia/ Nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già/ Lungo le notti che dal vino son bagnate/ Dentro le stanze da pastiglie trasformate/
Lungo le nuvole di fumo, nel mondo fatto di città/ Essere contro od ingoiare la nostra stanca civiltà…” ci ‘ricorda’ il Grande e compianto Augusto Daolio dei Nomadi…).

In quest’assedio dell’anima l’individuo tenderà ad una ‘alimentazione’ della propria fede perduta: il suo istinto a credere lo porterà, come effettivamente accadrà durante tutto il Novecento, a sostiture l’antica spiritualità con nuove forme di “sacro”: lo saranno le ideologie (in particolare il marxismo che, su di un piano meramente emozionale, agirà proprio come una sorta di “nuova religione” contro-Chiesa per eccellenza e catalizzatore di tutti i più bassi e materialistici istinti individuali…il marxismo è l’ideologia degli invidiosi per eccellenza… anche per ‘questo’ non saremmo mai nè mai potremmo divenire ‘marxisti’…) ma anche le nuove forme di spiritualità “fai da te”, fenomeni neo-spiritualisti, il proliferare delle sette a sfondo messianico, il ritorno di culti ancestrali, forme neo-gnostiche di conoscenza che si presume e si presenta come ‘sacra’, il persistere di credenze magiche (dall’astrologia alla parapsicologia finendo alla stessa ondata ‘ufologica’ contemporanea) e di quelle a sfondo ‘mistico’ (le apparizioni mariane). …In tutte queste forme di sacro, alle quali si sommeranno le ‘derive’ New Age, il teosofismo, le diverse meditazioni orientali e quant’altro prodotto dal “supermercato del sacro fai da te”, è possibile riscontrare una volontà nichilistica di “credere ad ogni costo a qualcosa” foss’anche il demonio (…e difatti la ‘deriva’ contempla pure il pulluleggiante andirivieni di ‘sette’ a sfondo satanico-sessual-demoniaco…dove la componente sessuale, peraltro, ha una predominante ‘fascinazione’ sugli ‘incauti’ ‘adepti’ del demonio… ‘altrimenti’ perchè ‘cercar Satana’….).

E’ in questa situazione di sconforto generale e di generale ricerca che il Nichilismo viene avvertito, utilizzando le parole del filosofo Pier Paolo Ottonello, come “.. negazione radicale o metafisica, è dunque negazione del senso dell’essere e degli enti in quanto significato e realtà sostanziali e valorativi, che possono essere tali solo in quanto fondati nell’assolutezza dell’essere. Nichilismo è dunque, essenzialmente, l’assoluta negazione di ogni assolutezza, che percorre le strade o dell’indeterminazione dell’essere e degli enti o dell’univocità radicale essere nulla. ”

In questa deriva generale tutto diviene ‘numero’ e tutto risulterà ‘quantità’ nella società nichilistica il che produrrà effetti ancor più devastanti perfino in quelle stesse istituzioni alle quali sarebbe, teoricamente, demandata la funzione di fare da argine alla modernità e allo sconquasso generale. Anche questi istituti cedono inesorabilmente il passo all’avanzata nichilistica, incapaci di frenarne le dinamiche caotiche e difformi e di impedirne gli effetti devastanti nella società e sugli individui le stesse istituzioni religiose, le stesse autorità spirituali, preferiscono cedere alle parole d’ordine del modernismo, in un estremo – quanto inutile e velleitario – tentativo di “salvare il salvabile” di una società oramai avvertita metaforicamente proprio come una barcarola in mezzo ad un oceano in tempesta; accettando compromissorie forme di interazione e sinergiche collaborazioni con le forze apparentemente meno radicali del nichilismo le Istituzioni tradizionali – specie in seno all’Occidente mondialista – perdono la loro funzione, il loro ruolo – e quì ci riferiamo precisamente alla Chiesa cattolica – di “kathekon”

Alcuni anni or sono il filosofo e futuro sindaco di Venezia Massimo Cacciari, spirito critico di una Sinistra allora – si parla della metà anni Ottanta – ancora troppo legata al dogmatismo ideologico d’impianto marxista-leninista per essere “conforme” ai ‘desiderata’ del laicissimo ‘metafisicamente’ pericoloso filosofo veneziano – si riferì all’azione di papa Giovanni Paolo II con una alquanto strana ma interessante domanda chiedendosi “perchè il papa continua a voler fare da kathekon?” (7)

Ricordiamo che “kathekon” in senso teologio (cfr. alla teoria gelasiana e al tomismo) è inteso come “ostacolo [al prevalere delle forze dissolutorie dell’Anticristo]”.

Kathekon, parola greca che letteralmente significa “colui (o qualcosa) che trattiene” con riferimento alla dottrina cattolica si riferisce in modo predominante proprio all’azione che dovrebbe svolgere l’istituzione religiosa ecclesiastica, la Chiesa cattolica, e il suo pontefice = facitore di ponti tra l’umano ed il divino.

Senza analoghe implicazioni teologiche anche presso gli antichi latini “kathekon” si riferiva ad un’azione conforme alla natura propria degli individui al “fare ciò che deve essere fatto”.

“Il kathekon come azione che a noi conviene in conformità con la natura universale, costituisce il nostro dovere. – spiega il prof. Poliseno (8) – Poiché questo concetto comprende tutto ciò che è conforme alla natura umana è giustificato dal punto di vista del logos. In seguito il concetto si restrinse ed indicò le azioni che, nell’ambito della comunità, ci vengono imposti come doveri della legge razionale. La cultura romana lo mutuò dallo stoicismo classico arricchendolo ed arricchendosi. Questa evoluzione si accentuò quando i romani adottarono il concetto stoico e lo identificarono con il loro termine officium. I romani avevano i loro valori, tramandati dal mos maiorum: pietas: il dovere religioso che impegnava l’uomo nei rapporti con gli dei, la patria, i parenti. Virgilio chiama Enea pius, per la sua devozione al padre.; la fides, la lealtà che ispira fiducia. Tutte queste qualità avevano la loro radice nella disposizione naturale del vir, nella virtus che racchiudeva tutte le qualità, in una unità indivisibile, che un uomo dovrebbe possedere e che faceva del vir un vir bonus. Lo stoicismo portava dentro di sé l’alternativa tra l’adesione al logos e le esigenze della physis; i romani cercano con maggiore impegno la loro conciliazione. Il kathekon-officium per i romani era tutto ciò che è compiuto in vista di una ragione.”.

Mancando attualmente un’Istituzione che degnamente faccia da “kathekon” all’incedere devastante della modernità, alla oramai progressiva e generale erosione di tutti i valori, alla disintegrazione di ogni etica e allo sprofondamento radicale di qualunque morale anche, se non soprattutto, una determinata ritualità, una quotidiana prassi che dovrebbe contenere elementi tradizionali di riferimento, si svuota e perde di senso nel grande, informe, magma prodotto dal nichilismo circostante.

Nelle società devastate dall’avanzata nichilistica che porta alla sconsacrazione suprema di tutti i valori ciò che diviene fondamentale sarà la materia, la quantità (9), l’effimero ed il superfluo ovvero l’esteriore.

“Ininterrottamente, diventa più importante la quantificabilità di tutti i rapporti. – scrive Ernst Junger (10) – Si continua a consacrare, benchè non si creda più all’eucarestia. Allora, per renderla più comprensibile, la si interpreta diversamente. Un tipo superato è il dandy; egli è ancora, esteriormente, il portatore di una cultura il cui senso comincia a venir meno. Qui si colloca anche la prostituzione come sessualità spogliata di simboli. Vi si aggiunge quindi non solo la vendibilità, ma anche la quantificabilità. La bellezza diventa valutabile in cifre, in larga misura qualcosa che hanno tutti. La riduzione più ampia è quella che si esercita sulla pura causalità; alle sue sottospecie appartengono la considerazione economica del mondo storico e sociale. Uno dopo l’altro, tutti i campi lasciano ricondurre a questo denominatore, perfino in sedi tanto lontane dalla causalità come il sogno. Con questo tocchiamo la distruzione dei tabù, che dapprima spaventa, sconcerta e può anche essere eccitante; in seguito, ciò che è stato così depurato diventa ovvio. All’inizio è azzardato motorizzare un carro funebre, poi diventa un fatto economico.”.

Soprattuto, sottolineiamo, diviene solamente un fatto economico. La disintegrazione della morale e la distruzione di qualunque etica hanno costituito la progressiva prassi di erosione dell’insieme sovversivo e delle forze tellurico-demoniache rispetto alle società occidentali europee estesasi progressivamente al resto del pianeta.

Dalla disintegrazione di qualunque morale viene fuori una società priva di tabù (e quì si potrebbe, all’infinito, aprire ricognizioni analitiche sui disastri provocati dalle moderne ‘scienze’ psichiche, sulla psicanalisi e la psicologia contemporanee procedenti da crani ebraici e ad essi ‘conformi’ ovvero legittimamente correlati ad un ‘piano’ di destabilizzazione ontologica dell’Io individuale…’precariato’ e ‘dissoluzione’ della coscienza umana) dove si liberano “etat’s d’esprits”, stati informi dell’essere, dissolutivi e pericolosissime ‘sirene’ neo-spiritualistiche… Una considerazione oggettiva della moderna sessualità, vissuta ‘male’ e ancor più malamente ‘percepita’, determina comportamenti sessuali ‘deviati’ dei quali sono oramai ‘sature’ le società moderne (per le quali l’omosessualità e il lesbismo rappresentano una condicio sine qua non esiste normalità….il ‘teatrino’ dell’assurdo).

I tentativi di reazione alla tempesta nichilistica scatenatasi sul e contro il mondo moderno, d’altro canto, si sono finora rivelati vani se non addirittura controproducenti. E’ il caso anche di tentativi, pure effettuati con sincerità d’animo, di ‘raddrizzamento’ mediante la restaurazione di simboli, idee o valori appartenenti alla “Tradizione occidentale”.

Scrive Renè Guènon in proposito: “…già da tempo il deposito della tradizione primordiale si è trasferito in Oriente e che là si possono ancora trovare le forme tradizionali derivate più direttamente da essa; (…) allo stato attuale delle cose, volendo ancora trovare dei rappresentanti autentici del vero spirito tradizionale con tutto quel che esso implica, è in Oriente che, malgrado tutto, bisogna cercarli. Per completare questa precisazione, dobbiamo esaminare certe idee di restaurazione di una “tradizione occidentale” affacciatesi in diversi ambienti contemporanei. Il solo interesse che esse presentano è, in fondo, di mostrare che alcuni spiriti non sono più soddisfatti della negazione moderna, che essi sentono il bisogno di alcunchè d’altro di là da quanto viene loro offerto dalla nostra epoca, che essi in un possibile ritorno alla tradizione, sotto l’una o l’altra forma, presentono l’unica via d’uscita dalla crisi attuale. Disgraziatamente il “tradizionalismo” è cosa ben diversa dal vero spirito tradizionale: come tanti casi ce lo mostrano di fatto, esso può ridursi ad una mera tendenzialità, ad una aspirazione più o meno vaga non presupponente nessuna conoscenza reale; e – bisogna pur dirlo – nello scompiglio mentale dei nostri tempi questa aspirazione genera soprattutto concezioni fantastiche e chimeriche, prive di ogni serio fondamento. Specie nel campo spirituale, molti, non trovando alcuna tradizione autentica a cui appoggiarsi, finiscono con l’immaginare delle pseudo-tradizioni mai esistite e tanto prive di principì, quanto ciò a cui esse vorrebbero sostituirsi.” (11)

L’affioramento di ‘retaggi’ tradizionali, o per utilizzare l’espressione evoliana dei ‘residui di spiritualità’, rappresentano quasi sempre una costante delle società giunte all’apice della loro crisi: sono, per così dire, espressioni di un malessere sociale che investe tutti i piani e tutti i livelli fomentando improbabili ‘ritorni’ e impossibili ‘riconessioni’ con il Divino. Il nichilismo erode inesorabilmente tutto e, funzionalmente alla sua ‘prassi’ di svuotamento generale, utilizza anche queste forme ‘pattumieristiche’ di “spiritualità defunta”.

Meglio, molto meglio dal nostro punto di vista, ‘recidere’ nettamente tutto assestando un colpo mortale a ciò che vacilla, che si tiene paraplegicamente in piedi per inerzia, a quanto non appartiene più nè potrà mai più ritornare.

“Di fatto – scrive Julius Evola (12) – , quando oggi si parla di crisi, i più hanno in vista appunto il mondo borghese: sono le basi della civiltà e della società borghese a subire questa crisi, ad essere colpite dalla dissoluzione. Non è il mondo che noi abbiamo chiamato della Tradizione. Socialmente, politicamente e culturalmente sta sfasciandosi il sistema che aveva preso forma a partire dalla rivoluzione del Terzo Stato e dalla prima rivoluzione industriale, anche se ad esso erano spesso commisti alcuni resti di un ordine più antico, però ormai svigoriti nel loro contenuto vitale originario. (…) In molti casi, nei fenomeni attuali di crisi va effettivamente vista una specie di nemesi o di azione di rimbalzo: son proprio le forze che a suo tempo furono messe in opera contro la precedente civiltà tradizionale europea (…) a ritorcersi contro coloro che le avevano evocate, scalzandoli a loro volta e portando più oltre, verso una fase ulteriore più spinta, il processo generale di sgretolamento. (…) Così stando le cose, una soluzione è senz’altro da scartare: quella di chi volesse appoggiarsi a quanto sopravvive del mondo borghese, difenderlo e servirsene come base contro le correnti più spinte della dissoluzione e del sovvertimento. (…) Le trasformazioni già avvenute sono troppo profonde per essere reversibili. Le forze passate allo stato libero, o in via di passare allo stato libero, non sono tali da poter venire ricondotte entro le strutture del mondo di ieri.”.

E che si sia oramai superato il punto limite appare una verità talmente lapalissiana sulla quale non occorre neanche spendere troppe parole. Siamo in pieno ‘Kali Yuga’ , al centro di una profonda trasformazione dell’esistente, nel cuore di una tempesta che devasta e scuote gli spiriti e le coscienze, inseriti in quell’età oscura che rappresenta lo sconsacramento totale di tutti i valori, che non suscita reazioni, non tollera ‘resistenze’, ma certificata la morte per decomposizione dello Spirito e il passaggio ‘funereo’ di un’intera civiltà da elementi acquisiti, noti e assimilati verso una fase indeterminata, incerta, inesplorata.

La crisi che è oramai in uno stato troppo avanzato per poter essere ricondotta a freno ha determinato l’affioramento informe di ogni sorta di tendenze…il suicidio diviene un’opzione ‘programmabile’ per l’uomo-massa contemporaneo, la morte una presenza costante, la fine viene avvertita onnipresente.

L’ordine totale, regolare, tradizionale e la sua continuità sono stati spazzati via. Si è rotto irrimediabilmente un meccanismo, le regole si sono modificate, non esiste alcun genere di surrogato. E’ stata devitalizzata l’anima, disintegrata la carne, ogni concretezza dell’ordinamento individuale e collettivo è stata spezzata. Da un lato mancano le certezze ideali dall’altro si manifesta, erompe nella sua eruzione, la certezza di esser dinanzi ad una crisi inarrestabile.

La stessa dimensione della crisi attuale diventa onnicomprensiva e avvertita: è un’atmosfera, uno stato interiore individuale e più vastamente esteriore e collettivo quello che ci si para dinanzi. Il parlar diffuso di “crisi” (13) è un sintomo evidente di questa che non è più solo una ‘sensazione’ ma una indiscutibile realtà evidente: la crisi è presente, si diffonde, le coscienze individuali e collettive ne ‘respirano’ le drammatiche conseguenze ed essa si manifesta in tutta la sua portata.

Sono analisi riscontrate oramai in terra d’Occidente fin dalla fine dell’Ottocento e durante tutto il secolo successivo: “Nella celebre conferenza del 1919, Paul Valery apre il suo intervento con una affermazione che sarà poi ripetuta per anni: “Noi, civiltà, sappiamo ora di essere mortali.”. L’idea che percorre tutto il testo della conferenza è che la civiltà occidentale può perire e che è giunto il momento, dopo il grosso rischio di collasso totale provocato dalla guerra, di riflettere sul grande vuoto di idee, di sentimenti e di personalità in cui l’Europa si è venuta a trovare. Un anno prima aveva conosciuto un successo enorme di pubblico l’opera di Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”, destinata a estendere la propria influenza sulla cultura contemporanea per molti anni ancora. L’opera di Spengler significava la critica dell’evoluzionismo lineare dell’umanità, la sua sostituzione con una concezione ciclica della storia che vedeva espansioni, crolli e rinascite delle civiltà, significava, inoltre, non parlare più della civiltà al singolare, modello mondiale inglobante i singoli destini dei popoli, ma delle civiltà nella loro particolarità e nel loro ritmo vitale di nascita, crescita e morte. Significava pensare alla possibile fine di un mondo, significava indicare che l’Occidente era ormai entrato nella fase di decadenza, senza speranza di futuro. (…) Huizinga è l’autore di un altro di quei testi che sanno esprimere il sentimento di un’epoca, in questo caso di un’epoca che si sente perire, che avverte i sintomi della perdita delle certezze e del vacillamento dei valori acquisiti attraverso i secoli. A questa sensazione di una fine dei tempi e alle cupe diagnosi sulla condizione dell’epoca, che erano entrate ben presto anche nei romanzi, basti pensare a “La montagna incantata” di Thomas Mann, si affianca anche la considerazione che il “moderno” non è più un aggettivo da usare con leggerezza, e soprattutto non possiede più connotati decisamente positivi. Anzi, la “decadenza” aspetta il “moderno” (14)

Dunque dinanzi allo sfascio generale e alla constatazione dell’impossibilità e vacuità e di resistere e di opporsi quanto l’assoluta inutilità di assecondare la corrente disgregatrice, parafrasando la celebre domanda di Lenin, sorge spontanea la questione: che fare? Quali risposte ‘dare’ a chi voglia, nella fase avanzata di sfascio generale, tentare un ‘tentabile’ che appare pia illusione? E cosa offrire al di là della consegna ‘irrevocabile’ di “esser Testimonianza”?

Già l’opera di “testimonianza” e di fedeltà ad una determinata visione del mondo è sufficientemente rilevante nel presente ciclo spazio-temporale. Per chiunque fosse ‘vocato’ all'”azione” potrebbero risultare conformi alcune indicazioni di massima desunte dalla concezione tradizionale del pensiero evoliano: la prima è quella relativa al concetto di “apolitia” operativa ovvero l’ipotesi nient’affatto pellegrina della possibilità di forme di “resistenza”, più o meno attiva, nei confronti della valanga nichilistica della modernità. Anche perchè è necessario ricordare che “il mondo del nichilismo, della modernità, il deserto dei valori sono paradossalmente occasioni potenziali per un risveglio; dal momento che “nel dominio politico e sociale non esiste più nulla che meriti veramente una piena dedizione e un profondo impegno” (15)

Tale concezione nella visione evoliana assume soprattutto i connotati di un orientamento, esistenziale e politico, per gli uomini differenziati che sapranno vivere nella modernità senza parteciparvi, senza prendervi parte nè attivamente nè passivamente. Evola indirizza questi soggetti ad un’azione consapevole volta alla formazione di un polo di riferimento, di un contenitore, che “serva a creare nuovi rapporti, nuove distanze, nuovi valori (…) che varrà a trasmettere a qualcuno la sensazione della libertà. Sensazione che potrà esser principio di qualche crisi liberatrice.” (16).

Ma occorre saper affrontare con determinazione anche i ‘contraccolpi’ che un simile distacco interiore potrebbe provocare (…il ‘corto circuito’ dell’anima…) e le conseguenze, già sperimentate tragicamente dallo stesso Nietzsche in un’epoca ‘altra’ dove la ‘corrente’ sovversiva e il ‘magma’ era ancora ‘contenuto’ da forme che – volenti o meno – sapevano ancora far da argine.

In questa cornice occorre anche riferirci a Martin Heiddeger (17) che fu, sicuramente, tra i principali pensatori del Novecento a ripercorrere filosoficamente il ‘percorso’ esistenzial-nichilistico del Nietzsche e, soprattutto, ad elaborare una teoria del “superamento della metafisica” (scritto del 1938-39) che egli riteneva essersi definitivamente compiuta proprio con gli interventi del Grande di Rocken.

Nel volume in questione Heiddeger esprime la tesi secondo la quale la metafisica è l’origine e l’essenza stessa del nichilismo che ne costituisce per così dire il suo tratto fondamentale. L’essenza della metafisica secondo Heiddeger, viene a manifestarsi nella soppressione della differenza ontologica per la quale l’essere viene considerato come un ente a sè fra gli altri e deunque dell’essere stesso, letteralmente “non ne è più ni-ente”.

Secondo uno dei maggiori allievi di Heiddeger, Karl Lòwith (1897-1973) mentre Nietzsche con la dottrina dell'”eterno ritorno” aveva pensato il nichilismo come un principio filosofico, Heiddeger – in un tentativo di superamente del Maestro – penserà e interpreterà il pensiero filosofico come nichilismo.

Resta comunque sostanzialmente aperta la questione di un possibile ‘superamento’ del nichilismo o, per esser più esatti, di una risposta chiara all’esigenza d’azione dell’uomo differenziato che intenderà “signoreggiare il vortice” (…psichico e materiale…) della contemporaneità nichilista.

A questa domanda offre ‘spunti’ interessanti d’analisi Ernst Junger quando scrive che “Lo sfruttamento è il tratto fondamentale del mondo delle macchine e automatizzato. Esso cresce insaziabilmente dove compare il Leviatano. Non ci si deve lasciare ingannare neppure quando una grande ricchezza sembra indorare le squame. Egli è ancora più terribile nel benessere. Come Nietzsche aveva pronosticato, è cominciato il tempo degli Stati mostro. La sconfitta è sempre deplorevole. Ma essa non rientra tra i mali che portano solo svantaggi; presenta anche dei vantaggi. Tra questi, un rilevante vantaggio morale, in quanto esclude dall’azione e perciò dalla complicità che ad essa è legata. In questo modo può crescere una coscienza del giusto superiore a quella di chi si impegna nell’azione. (…) Il confronto con il Leviatano, che si impone come tiranno ora esterno ora interno, è il più vasto e universale del nostro mondo. Due grandi paure dominao infatti l’uomo quando il nichilismo è al suo apice. L’una riposa sul terrore del vuoto interiore e lo costringe a manifestarsi esteriormente ad ogni costo: con lo spiegamento di forza, con il dominio dello spazio e un’accresciuta velocità. L’altra agisce dall’esterno verso l’interno come attacco del mondo e della sua potenza insieme demoniaca e automatizzata.” (18).

E’ quest’aspetto tenebroso e fascinoso insieme, depauperizzante e disgregativo l’ordine ontologico, che rende il Leviatano nichilista apparentemente invincibile, la sua forza appare irriducibilmente superiore, la sua estensione onnipervasiva e quindi onnicomprensiva. Si avrà la ‘tentazione’ di rinunciare all’azione per l’azione, a evitare di impegnarsi in uno scontro titanico che si ‘palesa’ come assolutamente insostenibile.

Attenzione! Si palesa….perchè il Leviatano nichilista non è invincibile…nè, sotto altri aspetti più eminentemente politici lo è il Sistema di potere, controllo e omologazione che ha creato nelle diverse nazioni. Tutt’altro…”L’invincibilità del Leviatano nel nostro tempo – prosegue infatti Junger (19) – si fonda su questo doppio gioco. Essa è illusoria; ma proprio questa è la sua forza. La morte che essa promette è illusoria e perciò più terribile della morte sul campo di battaglia. Neanche valenti guerrieri le tengono testa: i loro ordini non contemplano la sconfitta delle illusioni. Dove conta la realtà ultima, superiore all’apparenza, la fama guerriera non può che sbiadire. Se si riuscisse ad abbattere il Leviatano, lo spazio reso libero dovrebbe essere riempito. Ma di ciò è incapace il vuoto interiore, la disposizione di colui che non crede. Per questo motivo, quando vediamo crollare un’immagine del Leviatano, vediamo subito emergere come teste dell’Idra nuove creazioni. Il vuoto stesso le esige.”.

Quest’immagine metaforica della caduta del Leviatano nichilista ci riporta ad altre, non idonee, immagini del passato: i crolli dei grandi Imperi, delle grandi civiltà tradizionali, della grandi civilizzazioni umane. Ma la situazione attuale, come detto, presenta poche analogie rispetto al mondo di ieri: non esiste una civiltà attualmente capace di sostituirsi alla presenza demoniaca del Leviatano. O, per esser più chiari, non esiste civiltà in terra d’Occidente che possa pretendere di adempiere ad una siffatta missione apocalittica: l’Armageddon è la sola prospettiva di lotta possibile ai ‘guerrieri del nulla’, soldati-politici e ribelli anarco-nichilisti in lotta tra le rovine abbandonate da qualunque spiritualità sulle quali continua a stagliarsi onnipresente l’ombra del Leviatano.

Questa ‘milizia’ senza tempo, senza identità, senza storia dovrà assumersi l’ingrato compito dunque di divenire l’avanguardia di un’altra civilizzazione, di un’altra civiltà estranea totalmente all’arido deserto occidentale. Le rovine che il nichilismo ha lasciato dietro di sè – e per molti anni, decenni forse secoli ancora, dinanzi a sè – sono insormontabili: doloroso sarà il compito di coloro i quali saranno chiamati a rimuovere queste macerie dell’anima. E profonde e laceranti le ferite che permarranno come sigilli di una decomposizione della quale – si badi bene – al momento non se ne vede che una millesima parte.

“Lunga sarà la fine” ‘canta’ Franco Battiato….”Vuoto di senso crolla l’Occidente/ per ingordigia e assurda sete di potere/ e dall’Oriente orde di fanatici…” (dalla canzone “Zai Saman” contenuta nell’album “Fisiognomica” 1988).

Due le ‘indicazioni’ di milizia che Junger lascerà per l’affrontamento su di un piano ‘orizzontale’ del mostro nichilista: la libertà e l’eros.

Si tratta di indicazioni non ‘vincolanti’ ma lucide espressioni di una disamina attenta e approfondita del problema-nichilismo. La prima è quella relativa al “…problema se almeno in ambiti limitati sia ancora possibile la libertà” alla quale Junger risponde affermativamente sottolineando che “Di certo non la si ottiene con la neutralità (…). Non si può neppure raccomandare la scepsi, soprattutto quando essa porta a esporsi. Le menti che hanno esercitato il dubbio e ne hanno tratto profitto hanno poi ottenuto il potere, e ora il dubbio nei loro confronti è sacrilegio. Essi esigono per sè, per le proprie dottrine e i propri padri della chiesa una venerazione quale nè un imperatore nè un papa hanno mai preteso. Qui, solo chi non teme la tortura e i lavori forzati può ancora avere il coraggio del dubbio. Ma non saranno molti: esporsi in questo modo significa rendere al Leviatano proprio il servizio che gli sta più a cuore, quello per il quale mantiene armate di poliziotti. Consigliare questo agli oppressi, magari da un tranquillo pulpito radiofonico, è semplicemente criminale. I tiranni odierni non hanno nessuna paura di coloro che parlano (e neanche di coloro che ‘scrivono’ aggiungiamo noi…’scrittori’…ndr). …E’ molto più temibile il silenzio… (…) Nella misura in cui il nichilismo diventa normale, i simboli del vuoto diventano più temibili di quelli del potere. Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarli “la terra selvaggia” (die Wildnis); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. E’ il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone.” (20)

E’ ciò che lo stesso Junger definisce come il “passaggio al bosco”. Il bosco è una metafora perfetta per il combattente romantico-nichilista che intenda contrapporsi frontalmente al Sistema del Leviatano: esso ‘occulta’, protegge e compenetra di sè , fortificandolo, l’uomo differenziato che saprà riconoscerlo quale propria ‘dimora’, elemento costitutivo e insieme trincea dalla quale ‘ripartire’ strategicamente per colpire il nemico.

Il bosco di cui parla Junger è ovunque. Non è una realtà ‘fisica’. Si cela all’interno delle stesse strutture organizzative della società edificata dal Sistema. Il bosco può essere per il ribelle in lotta contro il mondo moderno ovunque ed ovunque egli saprà riconoscere il ‘suo’ habitat naturale là ‘segnerà’ la sua “linea di combattimento”, il suo ‘fronte’, dinamico, penetrante, mobile. Questa caratteristica renderà il soldato-politico anarca nichilista immensamente più forte rispetto a tutto l’esercito di forze ‘schierate’ a difesa del Sistema.

“La seconda potenza fondamentale è l’eros; quando due persone si amano, sottraggono terreno al Leviatano, creano spazi che egli non controlla. L’eros trionferà sempre, come vero messaggero degli dèi, su tutte le creazioni titaniche. Non ci si sbaglierà mai stando dalla sua parte (..è una ‘lezione’ ‘appresa’, questa, dalla oramai ‘lontana’ età adolescenziale…e non ci siamo mai ‘sbagliati’…ndr). (…) Esso riscatta dalle ferree costrizioni dell’epoca; dedicandosi ad esso si annienta il mondo delle macchine. L’equivoco sta nel fatto che questo annientamento è puntuale e deve essere potenziato di continuo. Il sesso non contrasta con i processi tecnici, è anzi il loro corrispettivo nell’ambito organico. A questo livello è affine al titanico esattamente allo stesso modo in cui lo è, per esempio, l’insensato spargimento di sangue: le pulsioni infatti non fungono da elemento di contrasto se non quando debordano, vuoi nell’amore vuoi nel sacrificio. Questo ci rende liberi.” (21)

Non ‘casualmente’ (…il ‘caso’ non esiste…’ripetiamolo’ per i ‘duri’ di comprendonio…) non abbiamo mai provato alcuna ‘fascinazione’ per qualsivoglia ‘rapporto’ sessuale privo di erotismo e sensualità ovvero l’amore al di sopra e all’interno di qualunque ‘attività’ ‘fisiologicamente’ connaturata alla natura umana. Anche perchè, sia detto per inciso, la sessualità per la sessualità rappresenta una forma ‘ginnica’ piuttosto ripetitiva e anche, dopo un pò, sufficientemente monotona… (…”Fidati di me, non sono un latin lover/ canto alle donne ma, parlo di me…(…) Fidati di me, un latin lover/ non canta l’amore: lo vuole per sè/ Ecco perché non sono un latin lover/ io canto l’amore si, ma solo per donarlo a te…” ci ‘ricorda’ Cesare Cremonini…un’altro cantautore verso il quale nutriamo particolari attenzioni da sempre…sonorità mai banali, testi conformi e romanticismo da ‘vendere’…).

“L’eros vive anche nell’amicizia, che di fronte la tirannia affronta le prove estreme. Qui, come l’oro nel crogiolo, essa viene purificata e messa alla prova.” (22). Verità assoluta…. Ora, per concludere quella che nient’altro vuol’essere che una semplice ricognizione analitico-scrittoria sul nichilismo e l’epoca contemporanea da esso pervasa, ci riferiamo a quella che infine Junger definisce la ‘possibilità’ di “attraversamento della linea , il passaggio del punto zero” che è segnato dalla parola niente e pervaso dal nulla circostante.

‘Sentenzierà’ lucidamente Junger: “Chi non ha sperimentato su di sè l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca.”

Noi, attraversatori del Nulla e quotidianamente ‘sperimentatori’ del Niente della vuota contemporaneità post-nichilista, siamo affermatori di un’ordine della Razza e sostenitori di una inversione radicale, rivoluzionaria, dello status quo o, per esser più esatti, propugnatori della disintegrazione del Sistema giudaico-mondialista e del mondo e dello spirito borghesi.

Non disponendo, parafrasando l’insuperata ‘traccia scrittoria’ lucidamente lasciata quale consegna di lotta e di testimonianza da Franco Giorgio Freda ne “La disintegrazione del Sistema”, di ‘facoltà taumaturgiche’ che ci consentirebbero la creazione di un’insieme ‘conforme’ di ‘automi’ anarco-rivoluzionari ci ‘contenteremo’ di ‘raccogliere’ la ‘sfida’…La ‘pelle sullo zero’.

Punto di non ritorno.

Perchè il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola ‘carica’ e chi ‘scava’…. Non abbiamo mai ‘vangato’ una zolla in vita nostra.

Nell”attesa’, ‘presidiando’ un ‘fronte’ ideale di combattimento ci permettiamo un ‘meritato’ riposo (…”con il mio cane e l’amaca/dormendo sospeso a due stelle nel cielo”…) nella terra di nessuno ai confini con la Palestina occupata…

‘Dolce’ far ‘niente’…. Del ‘resto’ si sa…l’ozio è il padre dei vizi. E noi siamo, ‘anche’, ‘viziosi’! Ci ‘piace’ esserlo….

Au revoir.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)

Note –

1 – Serge Latouche – “Il pianeta dei naufraghi” – ediz. “Bollati Boringhieri” – Torino 1993;

2 – Ernst Junger – “Oltre la linea” – E.Junger/M.Heiddeger – “Oltre la linea” – ediz. “Adelphi” – Milano 1989;

3 – Ernst Junger – op. cit.;

4 – Giuliano Borghi – “La politica e la tentazione tragica – La “modernità” in Machiavelli, Montaigne e Gracian” – ediz. “Franco Angeli” – Milano 1991;

5 – Julius Evola – “Cavalcare la tigre” – ediz. “All’insegna del pesce d’Oro – Scheiwiller” – Milano 1971;

6 – Friedrich Nietzsche – “Frammenti Postumi 1887-1888” in “Opere complete” – Vol. VIII Tomo II – ediz. “Adelphi” – Milano 1971;

7 – con riferimento si consulti, di notevole interesse, il saggio di Maurizio Blondet su “Gli Adelphi della dissoluzione – Strategie culturali del potere iniziatico” – ediz. “Ares” – Milano 2002;

8 – A. Poliseno – Intervista sullo stoicismo nell’Antica Roma – si consulti all’indirizzo internet http://www.novaroma.org ;

9 – con riferimento si consulti di Renè Guènon – “Il Regno della quantità e i segni dei tempi” – ediz. “Adelphi” – Milano 1982;

10 – Ernst Junger – op. cit.;

11 – Renè Guènon – “La crisi del mondo moderno” – ediz. “Mediterranee” – Roma 1972;

12 – Julius Evola – op. cit.;

13 – per una lettura introduttiva di quella “letteratura della crisi” sorta agli inizi del primo Novecento consigliamo, tra le altre, le seguenti opere:

– E. De Martino – “La fine del mondo” – Torino 1977;

– C. Curcio – “Europa – Storia di una certa idea” – Firenze 1958;

– J. Huizinga – “La crisi della civiltà” – Torino 1966

Per una antologia dei testi della cosiddetta “letteratura della crisi” si consulti di M. Nacci – “Tecnica e cultura della crisi” – Torino 1982;

14 . Giuliano Borghi – op. cit.;

15 – Julius Evola – “Apolitia – Scritti sugli “orientamenti esistenziali” 1934-1973″ – ediz. “Controcorrente” – Napoli 2004;

16 – Julius Evola – “Rivolta contro il mondo moderno” – ediz. “Mediterranee” – Roma 1998;

17 – di Martin Heiddeger si veda oltre al testo citato anche “L’essenza del nichilismo” (1946-48);

18 – E. Junger – op. cit.;

19 – E. Junger – op. cit.;

20 – E. Junger – op. cit.;

21 – E. Junger – op. cit.;

22 – E. Junger – op. cit.;

Articolo pubblicato dal sito http://www.terrasantalibera.org in data 5 Settembre 2009

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L’Internazionale Ebraica prepara la guerra – da “Il Corriere della Sera” (20.11.1938)

28 Lug

L’EBRAICITA’ – LO SPIRITO DI MENZOGNA AGENTE NELLA STORIA

28 Lug

L’EBRAICITA’ – LO SPIRITO DI MENZOGNA AGENTE NELLA STORIA

– di Dagoberto Bellucci

“Fra le caratteristiche più salienti della razza ebraica bisogna citare: accentuata avversione a tutti i lavori manuali che implichino fatica; pronunciato spirito di famiglia; innato istinto religioso e concetto elevatissimo di fratellanza; animo vigoroso proprio di profeti e di martiri più che di capi e di condottieri; attitudine straordinaria per sopportare le avversità; spiccata predisposizione per il commercio; astuzia e perspicacia nelle speculazioni specialmente riguardo al denaro; passione orientale per il lusso; per il godimento intimo del potere e dei piaceri inerenti a una posizione sociale elevata, facoltà intellettuali bene equilibrate”

( Dalla “Nuova Enciclopedia Internazionale” – cit. da Henry Ford – “L’Ebreo Internazionale” – ediz. di “Ar”- Padova 1971)

“L’Ebraicità fu certamente presente nell’ebraismo in un grado “quintessenziato”; ma è doveroso precisare che essa – appunto perché si tratta di una “tendenza dello spirito” , di una possibilità in agguato per ogni uomo e per ogni popolo – non è stata una peculiarità dei soli Ebrei; così come è necessario rilevare che non tutti gli Ebrei, dopo la secolarizzazione dell’ebraismo, rimasero vittime dell’ebraicità.”

( “Ebraicità ed Ebraismo” – Introduzione ai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” – a cura di Claudio Mutti)

Concludiamo con il presente articolo la ricognizione d’analisi sulle agitazioni giornalistico-computatorie che ci hanno visti al centro delle attenzioni (…c’eravamo già…ci siamo sempre stati…) di parecchi e più o meno interessati ambienti del mondo ebraico e di quello politico chiamato come sempre in ‘soccorso’ (…gli Ebrei hanno bisogno di sentirsi le spalle coperte anche quando praticamente dominano tutto e di più… “paure sinagogiche”? mah…) dall’universo mentale cerebroleso giudaico.

Quando affermiamo che i giudei sono un substrato razziale, meticciato dell’anima e pout pourri dello spirito che hanno raccattato alla bellemeglio tutto il ‘raccattabile’ nei cinquemila anni di errabondo transito attraverso tutte le nazioni ed i popoli del pianeta, non diciamo niente di nuovo considerando la ‘prassi’ sostanzialmente obliqua e il modus operandi “occulto” che contraddistingue questa comunità unita dai vincoli di sangue e da quelli del rispetto della legge interna la quale ha modellato e formato il corpus sociale ebraico sottoposto alle volontà di ‘casta’ determinate dai precetti contenuti nella Torah (la Legge propriamente detta) e dal Talmud.

Quando parliamo di ebrei occorre soffermarsi in particolar modo sulla “specificità” che determina l’ebraismo e nel corso dei secoli ha modellato il tipo-umano dell’ebreo.

L’ebraicità è il nodo fondamentale attorno al quale si manifesta la visione mercantilistico-materialista dell’universo-mondo dell’ebreo il quale, lo abbiamo visto in altre occasioni, risulta essere niente di più, ma niente di meno, che il risultato di un processo di disgregazione ontologica sopravvenuto nel corso dei secoli in un tipo umano predisposto ad accogliere e custodire l’essenza intima della Sovversione la quale è pre-esistente alla stessa forma ebraica e rappresenta l’antitesi metastorica e metafisica sulla quale si sono andate innestando diverse manifestazioni ‘infere’.

L’ebraicità è dunque soltanto una di queste manifestazioni; forse la più evidente e forse quella meglio custodita così come gli Ebrei sono, da secoli, i principali vettori portatori di virus sovversivi nel cuore delle società non ebraiche. Il loro contributo alla destabilizzazione delle società tradizionali europee (e non solo a quelle europee) è sostanziale e determinante anche se è bene ricordare come altrettanto importanti saranno il lavorio e l’attività rivoluzionaria di altri fattori (ideologici ma anche contro-spirituali, politici ed economici, sociali e di costume): in tanti hanno contribuito alla creazione del ‘moderno’ dove l’ensemble razzial-sgangherato degli eterni paria rappresentato dall’ebraismo ha trovato la sua consacrazione e insieme il suo “humus” perfetto.

Nella distruzione dei costumi e delle tradizioni, nell’abiezione e nella disintegrazione di tutte le fedi ed i credi religiosi degli altri popoli, nel ribaltamento di tutti i valori e nella sconsacrazione di ogni morale ed etica l’Ebreo ha trovato il proprio habitat naturale sulla base di una visione che, per secoli, è stata interiormente gelosamente custode della propria esclusiva visione razzistico-religiosa e che su un piano esteriore non poteva che manifestarsi nelle forme più radicali ed estreme di stravolgimento di ogni ordine costituito: è per questi motivi che si ritroveranno frotte di ebrei alla guida dei principali movimenti rivoluzionari a partire dal XVIIImo secolo con gli Illuminati di Adam Weishaupt passando per le correnti nazionaliste-borghesi e a quelle socialiste del secolo successivo e infine a quelle comunistico-anarchiche trionfanti in Russia con il golpe ebraico del mezzo ebreo Lenin nel 1917.

Quando intendiamo parlare dunque di ebraicità occorre pertanto fissare alcuni punti fondamentali ovvero:

a) si parla di una visione materiale della vita che si manifesta esclusivamente nell’immagine storica del mercante, nella sua attitudine verso il denaro, le attività monetarie, il prezzo, il cambio, l’usura e l’invidia sociale che ha prodotto la degenerazione dei rapporti umani determinando l’attuale società consumistico-capitalista;
b) l’ebraicità procede da un più vasto movimento tellurico-discendente legato intimamente e procedente dalla Sovversione primordiale la quale si situa in una posizione di antagonismo cosmico rispetto a tutte le manifestazioni tradizionali e si misura attraverso le dinamiche di aggressione degenerative che accompagnano determinate ideologie politiche e hanno contraddistinto la storia recente dell’umanità (senz’altro a partire dal XVmo secolo i fenomeni collegabili a questi “etat’s d’esprit” = stati dell’essere sono considerevolmente e progressivamente andati aumentando…dal rinascimento in avanti si assisterà ad un lento ma perenne lavoro di disintegrazione delle basi sulle quali poggiava la società tradizionale medioevale europea…i colpi finali di questa opera di distruzione verranno condotti dalla Massoneria con il trionfo della rivoluzione francese e la vittoria dei Lumi alla fine del XVIIImo secolo ma il percorso era stato a lungo e abbondantemente preparato nei secoli precedenti);
c) questa specificità ebraica ha determinato alcuni avvenimenti rilevanti per comprendere il percorso di degenerazione che colpì il popolo ebraico nel corso dei secoli: innanzitutto occorre sottolineare come gli ebrei non costituirono mai una omogenea realtà razziale così come non arrivarono mai a creare una vera e propria “nazionalità” neppure al tempo dell’antico Regno d’Israele e del Tempio di Re Salomone.

Tale caratteristica ha reso il popolo ebraico al pari di una foglia sospinta e preda dei venti facilmente assimilabile ad una visione contro-tradizionale: saranno gli avvenimenti successivi all’esilio babilonese con l’avvio della diaspora a creare i presupposti dell’istinto nomadistico e internazionalista che, da allora e sempre più vigorosamente, contraddistinguerà il giudeo che sarà mercante e alieno in mezzo ai popoli ed alle genti ma sostanzialmente conscio di appartenere ad una comunità più vasta tenuta assieme dalle leggi della Torah e dal rispetto del Tempio.

“Nemmeno dal punto di vista della “razza dello spirito” le cose stanno diversamente – scriverà ClaudioMutti (1) – Nel composto ebraico possono essere rinvenute tracce di vari tipi spirituali: da quello demetrico-lunare a quello tellurico, da quello dionisiaco a quello afroditico. E’ allo spirito lunare infatti che va attribuita la tendenza ebraica ad instaurare, con la realtà divina, un rapporto prevalentemente sacerdotale, così come tipicamente lunare è il carattere dualistico della religiosità ebraica”.

Religiosità che raccatterà diversi aspetti da forme tradizionali pre-esistenti e da elementi che sono originari di culti caldaici ( residui dei quali si ritroveranno nello spirito semita secolarizzato ed intellettualizzato di alcuni dei più moderni soggetti della storia recente ebraica: da un Maimonide ad uno Spinoza passando per alcuni matematici contemporanei fra i quali l’Einstein o il Levi-Civita crf Julius Evola – “Tre aspetti del problema ebraico” – Roma 1936 );

Il razzismo ebraico nascerà in questa epoca storica al pari delle prime decodificazioni rabbiniche della legge che , nel corso dei secoli a cavallo tra il 2.o prima di Cristo ed il 2.o dopo Cristo, prenderanno il nome di Talmud.

L’idea-forza dell’elezione divina, la vocazione all’esclusivismo religioso, la percezione di sé quale vero e proprio “popolo eletto” ha reso l’ebreo vittima, ed insieme carnefice dell’umanità non ebraica che lo circonda, di un autentico delirio di onnipotenza scatenando un intransigente barriera razziale nei confronti di tutti i non ebrei.

Ed è oltremodo necessario comprendere la psicopatologia ebraica qualora si voglia realmente investigare sulle dinamiche che hanno portato l’ebreo a porsi quale vettore dissolutivo al servizio dell’ebraicità o, per essere più esatti, a farsi partecipe di un moto discendente-dissolutivo da comprimario dell’anti-tradizione.

Ancora Mutti scrive: “Se dunque al popolo ebraico mancarono la comunanza di orientamenti spirituali e di origini etniche, a che cosa si deve l’innegabile unità dell’ebraismo, o meglio, come si è formato il ben definito tipo dell’ebreo? Ecco che cosa risponde un ebreo, James Damesteter: “L’ebreo è stato formato, per non dire fabbricato, dai suoi libri e dai suoi riti. Come Adamo è uscito dalle mani di Jehovah, così egli è uscito dalle mani dei suoi rabbini”. Ciò significa che il tipo ebraico, inteso come razza più dell’anima che del corpo, è stato plasmato dall’azione formatrice svolta da un’elitè sacerdotale: “una “legge”, quasi in forma di una violenza, ha cercato di tenere uniti degli elementi assai eterogenei e di dar ad essi una certa forma, cosa che, fin quando Israele si mantenne sul piano di una civiltà di tipo sacerdotale, sembrò perfino riuscire.” (2)

…..Una volta disintegrata anche l’ultima possibilità di riconnessione a una forma tradizionale l’ebraicità prenderà il sopravvento e determinerà la psicopatologia di massa ebraica con i risultati che, nel corso dei secoli, vedranno “Israele” agire quale vettore di dissoluzione e manifestazione di una forza sovversivo-rivoluzionaria rispetto al telaio delle società e delle comunità non ebraiche.

L’avvento del cristianesimo produrrà in larghissima parte dell’ebraismo una vera e propria smania di rivalsa, un’accecante invidia nei confronti di quella specie di “setta” fuoriuscita dallo stesso ceppo ebraico.

Gli ebrei saranno fin dal principio subdolamente i primi ad incitare l’anti-cristianesimo e tra i principali ispiratori di molti movimenti eretici.

“…c’è poi l’azione subdola – ha scritto Carlo Cecchelli (3) -, l’insidia tramata nei domini della scienza: James Darmesteter ha osservato che l’ebreo è “abile nello svelare i punti deboli della Chiesa. E’ il dottore degli increduli; a lui vanno tutti i ribelli dello spirito o nascostamente, o alla luce del sole. Lo troviamo in quella vasta officina della bestemmia del grande imperatore Federico e dei principi di Svevia e d’Aragona; è lui che prepara il mortifero arsenale di ragionamento e d’ironia che erediteranno gli scettici della Rinascita, i libertini del grande secolo; e spesso il sarcasmo volterriano non è che l’ultima e clamorosa eco di una parola mormorata sei secoli prima nell’ombra del ghetto, e, prima ancora ai tempi di Celso e di Origine, alla culla della religione di Cristo, nei Contro-Vangeli del I e del II secolo. (“Le Prophètes d’Israel”, Paris 1931, pp. 186-187).
Pur facendo riserve circa la data di questi Contro-Vangeli, notiamo che le osservazioni del Darmesteter contengono sostanziali verità. (…) Scriveva Isacco Crèmieux: “Il Cattolicesimo, nostro eterno nemico, giace in polvere, colpito mortalmente alla testa.” Ed ancora: “In nessuna circostanza un ebreo potrà diventare amico d’un cristiano o d’un mussulmano, fino a quando la luce della fede ebraica, la sola religione della ragione, non brillerà sul mondo intero” ( v. il manifesto pubblicato da Mons. Jouin, “Le peril judèo-maçonnique”, IV, 1922, p. 158)”.

E tale sarà il dramma che si abbatterà su tutto il popolo ebraico costretto a sedimentare nella propria psiche identità distinte imbrigliate e riunite esclusivamente dal rigido esclusivismo religioso della Legge la quale si farà nel corso dei secoli sempre più opprimente e fanaticamente razzista così come la interpretarono i rabbini che ne decodificarono i precetti nel Talmud.

Il Talmud sostituì progressivamente la Torah e per “Israele” la sua comparsa rappresentò la fine di ogni possibile riconnessione all’originaria tradizione, con il decadimento in un processo sempre più irreversibile di materializzazione che sarà alla base del plurisecolare razzismo ebraico; un sentimento di smisurato risentimento frammisto ad un odio accanito e ad una atavica invidia verso tutto ciò che non fosse ebraico oltremodo irriducibile e contemporaneamente castrante specialmente con il trionfo del cristianesimo e la fine politica di una base nazionale ebraica con la dispersione seguente alla disintegrazione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.) ed alle successive guerre condotte contro Roma nel secolo successivo.

“Il Talmud – scrive Maurizio Lattanzio (4) – è la raccolta giurisprudenziale costituita dall’esegesi e dal commento rabbinico del Vecchio Testamento; la codificazione dei rabbini diventerà quindi depositaria dell’identità cultural-razziale dell’ebraismo. Secondo l’ebreo Graetz, storico del giudaismo, “il Talmud è stato il simbolo che ha tenuto assieme i Giudei dispersi nei vari paesi, custodendo l’unità del Giudaismo”. Un altro ebreo, I. Epstein, scrive: “…ed è il Talmud che ha formato le dottrine religiose e morali del giudaismo odierno. Senz’altro interessante la considerazione di alcuni passi del Talmud: “Il Messia darà agli Ebrei il dominio del mondo, al quale serviranno e saranno sottoposti tutti i popoli” (*). Oppure: “Il Santissimo parlò così agli Israeliti: Voi mi avete riconosciuto come unico dominatore del mondo, e perciò io vi farò gli unici dominatori del mondo” (**) E, ancora: “Tutti i popoli verranno al monte del Signore e al Dio di Giacobbe e saranno soggiogati dagli Israeliti” (***).
L’etica talmudica, nel corso dei secoli, si sedimenterà nell’anima razziale del popolo ebraico, facendone il principale supporto antropologico delle forze dell’Anti-tradizione e il più effige propagatore storico dei processi sovversivi che da essa si esprimono. L’idea forma mercantile, concepita come condizione dell’anima, connotazione psicologica e ‘status’ interiore , troverà nel giudeo il riflesso storico più omogeneo e conforme.”.

Questa ‘tendenza’ sarà perciò il principale trade d’union psico-antropologico e soggettivo che unirà in una strana simbiosi ed amalgama etnico-razziale il tipo-umano dell’ebreo e tutta la collettività ebraica raccolta in comunità chiamate in ebraico kehillah dirette da un centro unico che – nel corso dei secoli della diaspora – sarà mobile ma vincolante tutto l’ensemble sgangherato dei ‘figli di Sion’.

Tale centro supremo dell’ebraismo è rappresentato dal Kahal (dall’ebraico KHL = Potere) il Gran Sinedrio ricostruito dopo la distruzione del Tempio per mano romana e funzionante e presente fino ai giorni nostri per garantire gli interessi e sostenere le strategie di dominio planetario di “Israele” il quale sarà disperso tra le genti come l’acqua nell’olio senza mai mischiarsi, senza cedere, senza compromesso alcuno con le nazioni goyim= non ebraiche ovvero limitandosi al lento trascorrere dei secoli ricurvo nelle proprie sinagoghe e templi intento allo studio della Torah e del Talmud e tramando nell’ombra per studiare i propri progetti per raggiungere il potere assoluto e costituire il suo Governo Mondiale invisibile.

Sull’esistenza di un ente supremo dell’ebraismo internazionale non dovrebbero esserci più dubbi.

Basti pensare a come immediatamente tutti gli oratori, tutti i politici, tutte le voci pro-Israele si attivino all’unisono quando vengono toccati gli interessi nazionali ebraici o di singoli influenti ebrei: senza perdere tempo la stampa ebraica reagisce allo stesso modo dei politici e delle organizzazioni di rappresentanza ufficiali; tutti alzano la voce e formano un coro unico per difendere “Israele”.

E’ questa la tattica storicamente accertata dell’influenza delle diverse kehillah (che stoltamente si continua a voler chiamare “lobbie’s” ) ebraiche sparpagliate nel mondo.

Scrive in proposito Henry Ford: “Tutti gli anni gli ebrei più influenti di tutti i paesi si riuniscono in assemblea universale: le convocazioni accusano un potere autoritario senza eccezioni di nessuna specie. Giudici delle più elevate categorie dei Tribunali Supremi dei diversi paesi, finanzieri internazionali, oratori ebrei del liberalismo ascoltati e stimati anche da elementi non ebrei, strateghi politici appartenenti a tutti i partiti del mondo intero, si riuniscono dove credono meglio, e degli argomenti delle loro discussioni rendono di pubblica ragione solo quelli che stimano convenienti. Non bisogna credere che tutti coloro che partecipano a queste assemblee siano ugualmente membri del più segreto gruppo centrale. La lista di questi deputati suol contenere dozzine di nomi che nessuno vorrebbe riconoscere per quelli di Lord Reading (Isaacs) o del giudice Brandeis.

Il meccanismo di un supergoverno mondiale ebreo esiste, perfettamente pronto per essere messo in marcia. Ogni ebreo è convinto di possedere la migliore religione, la migliore morale, le migliori norme sociali, il miglior metodo educativo e il miglior ideale di governo. Di questo antico meccanismo, del quale l’ebreo si serve in tutte le sue manifestazioni, si lasciano trapelare soltanto alcuni aspetti. Si effettuano riunione parziali nel campo della finanza, della politica, dell’intelletto, e a queste, talvolta, si dà pubblicità; ve ne sono altre che si tengono in una qualsiasi capitale del mondo senza che se ne rivelino gli scopi. I dirigenti arrivo a un determinato centro, discutono e se ne vanno.

Resta ancora da sapere se esiste un sovrano universalmente riconosciuto ma è indiscutibile che esiste una politica che si potrebbe chiamare “degli Affari esteri”, ossia di un piano attivo nei riguardi dell’umanità non ebrea. L’ebreo ha sempre l’impressione di vivere in un mondo di nemici e allo stesso tempo si considera membro di un popolo, di un unico popolo. Deve quindi, di fronte al resto del mondo, seguire una politica estera.

Il governo ebreo invisibile, la sua posizione di fronte all’umanità non ebrea e la politica che segue per il futuro, non sono dunque cose così assurde come potrebbe sembrare. Al contrario, data la posizione speciale del giudaismo, tutto ciò risulta completamente naturale. La sua posizione nel mondo non è tale da farlo dormire fiducioso e tranquillo; essa lo costringe, invece, a creare organismi protettori contro future eventualità e un programma che devii tali probabilità in un senso favorevole alla sua razza. La supposizione che esistano un Sinedrio, ossia una corporazione mondiale che comprenda gli ebrei più influenti di tutti i paesi; un “esilarca” , ossia il capo riconosciuto del Sinedrio come un misterioso precursore del futuro autocrate mondiale; e financo un programma di politica estera, non ha niente di irrazionale né di inverosimile. Il Sinedrio fu sempre un’aristocrazia e tale è anche attualmente. (…)

La tesi 24 dei “Savi di Sion” dice a questo rispetto: “Ora vi dirò della forma e della maniera per mezzo delle quali le radici della casa di David dovranno penetrare fin negli strati più profondi della terra. Questa dinastia ha conferito fino ad oggi ai nostri savi, educatori e guide di ogni sapere umano, il potere per dominare gli affari del mondo intero”. (5)

Questa aspirazione al dominio dell’intera umanità deriva dalla “tradizione” ebraica secondo la quale tutte le genti non servono altro che a servire “Israele” il quale da popolo ‘eletto’ si farà “dio incarnato” secondo una involuzione ideologica che renderà l’ebraismo tutto una specie di ‘orologio della storia’ per quanto riguarda gli avvenimenti mondiale.

Un orologio che conta le ore in attesa della realizzazione del governo unico mondiale sotto egida ebraica: è la tradizionale utopia messianica ebraica che si realizza nella società contemporanea attraverso la modernità che ha reso i popoli non ebrei, gli stolti goyim, delle facili prede e dei lacchè al servizio di “Israele” quasi a confermare l’antica promessa fatta dal dio-geloso ed esclusivo Yahvè alla casta sacerdotale, all’epoca dei profeti.

“Noi crediamo che l’Ebreo, sotto la crosta dell’uomo contemporaneo e magari con intendimenti avveniristici, sia rimasto sostanzialmente un primitivo asiatico. – scrive Carlo Cecchelli – Come primitivo e come asiatico ebbe il gran bene d’intuire l’unicità divina e, d’altra parte, la divina Mens, per insondabile disegno, si pose a più diretto contatto con lui. Ma purtroppo residuarono vigorose le altre tendenze dell’anima primitiva. Esse finirono col perderlo.
Vediamone alcune: a) Nomadismo, e quindi insofferenza delle gerarchie, repulsione all’idea statale (anche se gli Ebrei abbiano avuto monarchi non ingloriosi) e poi scarso attaccamento alla terra e, per converso, maggiore attitudine agli scambi (bada però che il nomadismo ebraico ha poco simpatizzato col mare, che fu invece la passione di un altro popolo semitico: i Fenici); b) Spirito pratico che vuole ad ogni costo l’attuazione dei propri disegni e che precipita in un utilitarismo senza scrupoli e va fino alla pericolosa ingenuità di tramutare la rivelazione divina in un patto con l’Eterno escludente ogni altra razza. Donde un’insaziata avidità che fa escogitare le più ingegnose forme di commercio e che degenera nell’usura (qui gli Ebrei toccano il vertice, giacchè s’impongono agli altri Semiti); c) Superstiziosità raffinata, intellettualistica che determina lo snervante ritualismo (degenerazione culturale) ed ispira combinazioni astruse; d) Potente facoltà assimilatrice che conduce ad imitazioni di varie forme di civiltà. Bisogna tuttavia distinguere questo processo dall’analogo della civiltà di Roma. In quest’ultima si ha un organico assorbimento amalgamato da un potentissimo reagente che ne trae nuovi valori. Nel giudaismo si forma invece una crosta più o meno greve attorno allo spirito, il quale spesso riesce ad orientarsi in un senso o nell’altro, ma non a disintegrare. Questi successivi mimetismo finiscono tuttavia con arricchire l’anima giudaica di multiple quanto dannose esperienze; e) Pratica endogamica rigorosa che cementa la Razza, la estrania e la rende intimamente ostile alle altre; f) Sensualismo che, sotto la ferrea costrizione religiosa, va a beneficio della più vasta famiglia di tipo patriarcale; ma che, perduto questo vincolo salutare, diventa corruzione ed accede all’immoralità dei principi comunisti ed alla follia della limitazione delle nascite; g) Concezione strategica della vita per il contrasto fra le dure necessità dell’oggi, ed una utopistica indefinita giustizia sociale del domani, raggiunta senza imporsi una disciplina, senza piegarsi ad una qualunque autorità. E quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza, vittimismo, genio dell’imprecazione, spirito corrosivo e via dicendo.
Questi atteggiamenti psicologici hanno reso eterogenea la razza ebraica in seno agli altri popoli; specie a partire dalla Dispersione. L’ebraismo post-biblico ha progredito nei difetti ed ha perduto molto delle antiche virtù; l’età moderna (dalla Rivoluzione francese in poi) ha dovuto assistere al suo crollo morale e religioso. Sono quindi logiche le misure difensive prese dalle nazioni conscie del pericolo che il Giudaismo rappresenta. Esso deve attuare la sua rigenerazione in sedi proprie. Dovrà riconquistare la fede assoluta in Dio, affezionarsi alla terra, affrontare con gioia i più pesanti vincoli, guardare con amore a tutte le altre genti. Processo lungo e faticoso, perché ci vogliono secoli per scalfire appena la tendenza di una razza.” (6)

Un processo che l’Ebreo non ha minimamente pensato di affrontare insediandosi con il terrorismo, i massacri indiscriminati, da autentico predone e da conquistatore nella Palestina dove – nell’immediato secondo dopoguerra mondiale – ha creato il suo emporio criminale sionista autentico mattatoio a cielo aperto e principale centro di destabilizzazione dell’intera regione del Vicino Oriente.

In Palestina gli Ebrei hanno esportato le più raffinate tecniche genocide apprese nel corso dei secoli al contatto con i diversi nazionalismi europei e con le loro volontà egemoniche. La disintegrazione dell’identità nazionale palestinese, l’aver preteso di soggiogare un intero popolo e soffocare in un bagno di sangue immane un’intera nazione confermano che l’attitudine nefasta che guida l’ebraismo contemporaneo – come guidò ieri l’Israele biblica e le comunità invidiose e gelose della diaspora – non è mutata di una virgola salvo, casomai, uniformarsi alle brutalità che la tecnica e la scienza hanno messo al servizio, con nuovi strumenti di morte, dell’atavica brama vendicativa che contraddistingue da sempre il popolo “eletto”.

Il Giudaismo cosmopolita, che guida l’alta banca mondiale e la finanza internazionale, persegue invece il proprio, altrettanto vendicativo, progetto di realizzazione di un ‘One World, il governo planetario ebraico come lucidamente prefigurato dal documento programmatico dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” , il libro più odiato da ebrei, cripto-ebrei e ebraicizzanti.

Come afferma il prof. Jean Izoulet , docente di filosofia al Collège de France: “Non esiste che un solo problema sulla terra, ed è il problema di Israele. Problema dalle due facce, di cui la faccia interna è il laicismo (rapporti tra scienza e fede) e la faccia esterna, l’internazionalismo (rapporti fra patria e umanità). Laicismo e internazionalismo sono le due facce del giudaismo” (7).

Il mondo si divide in due categorie: da un lato chi ‘sogna’ il Governo Mondiale, dall’altro chi ha un progetto antagonista rivoluzionario ….

Au revoir

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

Note –

1) Claudio Mutti – “Ebraicità ed ebraismo” – Introduzione ai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” – Ediz. di “Ar” – Padova 1976;

2) Claudio Mutti – ibidem;

3) Carlo Cecchelli – “La questione ebraica e il sionismo” – Ediz. a cura dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, Roma 1939;

4) Maurizio Lattanzio – Articolo “Il Mondialismo” – dal mensile “Orion” (nr 15 del dicembre 1985) e successivamente ripreso da “Avanguardia” nr 77 del marzo 1992;

(*) Talmud – Tal Bab Trat. Schalb, fol. 120, c.l. e Shanedrin ,. Fol. 88, c. 2 , fol. 99 c.l.;

(**) Talmud -Chenga fol. 3, 3;

(***) Talmud – Commento ad Isaia, fol. 4 e 2;

5) Henry Ford – “Fondamenti storici dell’aspirazione giudaica all’egemonia mondiale” – dal volume “L’Ebreo Internazionale” – Ediz. di “Ar” – Padova 1971;

6) Carlo Cecchelli – “La questione ebraica e il sionismo” – op. cit. ;

7) Jean Izoulet – cit. in Yann Moncomble – “La Trilaterale et les secrect du Mondialisme” – Ediz. “Faits et documents” – Paris 1980;