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LA PRIMA INTIFADAH PALESTINESE – LA RIVOLTA DELLE PIETRE

30 Lug

LA PRIMA INTIFADAH PALESTINESE – LA RIVOLTA DELLE PIETRE

di Dagoberto Husayn Bellucci

“Questa la situazione creatasi in Palestina (…) E così quel paese di Gesù che era divenuto per tutti il simbolo di unione e di pace, si avvia ad essere tra il silenzio generale la terra di nuove guerre e di nuovo sangue perchè si vuole ad ogni costo che diventi la sede nazionale ebraica.”

( Giovanni Preziosi – articolo “La Palestina sotto il dominio ebraico” – da “La Vita Italiana” del 15 settembre 1921 )

La prima intifadah palestinese scoppia improvvisa il 7 dicembre 1987: sarà immediatamente una rivolta di popolo , estesa a tutte le classi sociali, a tutti i ceti, coinvolgendo immediatamente vecchie e giovani generazioni della società civile palestinese vessata dai sopprusi sionisti e da un’occupazione militare diventata nel corso degli anni ottanta con l’ala destra della politica israeliana al potere, il Likud di Shamir e del superfalco Ariel Sharon, insopportabile e sempre più aggressiva.

La politica seguita dalla destra israeliana, arrivata al potere nel 77, si basa fino a quel momento sulla negazione di qualsiasi identità palestinese, sulla repressione selvaggia condotta con inaudita violenza dall’esercito e su una politica di occupazione territoriale che tenderà a espropriare nuovi territori ai palestinesi a vantaggio dei coloni ebrei fatti arrivare in Terrasanta occupata soprattutto dai paesi del blocco sovietico.

Tra il 77 e l’87 il numero dei coloni viene decuplicato: è il sogno della Grande Israele biblica – dal Nilo all’Eufrate – quello che guida la politica del Likud e spingerà nell’82 i dirigenti sionisti all’invasione del Libano.

L’aggressione neocolonialista è intensa e metodica la prassi di spoliamento dei territori occupati: in particolare in Cisgiordania dove , secondo quanto riportò il Dossier Meron Benvenisti (1) redatto da uno dei maggiori esperti israeliani dei problemi di questa regione , alla fine dell’86 risulteranno oltre ottantamila i coloni stanziati su centotrenta insediamenti e per un totale di circa diciottomila abitazioni. Il piano di urbanizzazione coloniale pubblicato tre anni prima dal Ministero dell’Agricoltura di Tel Aviv – sotto il patrocinio dell’Organizzazione Mondiale Sionista – prevedeva di portare in tre anni la quota di coloni a centomila unità, l’80% dell’obiettivo iniziale venne raggiunto sulla base delle linee guida di quel documento programmatico che sostenevano e invocavano “la distribuzione di insediamenti ebraici secondo le loro esigenze economiche e di sicurezza; lo sviluppo della popolazione ebraica nell’area; l’utilizzo delle risorse disponibili ed il consolidamento della prosperità economica dei coloni” (1).

Una politica di cementificazione e militarizzazione che , dopo una breve sosta nell’84 (quando si formerà un esecutivo sionista di unità nazionale che comprenderà anche i laburisti), verrà riaffermata a partire dal 1990 – anno della vittoria elettorale del Likud – con la nomina a ministro dell’edilizio del falco Sharon che intende realizzare a tappe forzate il più importante progetto di colonizzazione dei territori mai visto nella storia dell’occupazione israeliana.

L’obiettivo di Sharon è chiaro: occorre alterare radicalmente gli equilibri demografici della Cisgiordania in modo da rendere inapplicabile e inutile qualsiasi rivendicazione palestinese.

Un’anno più tardi il suo esecutivo siederà al cosiddetto “tavolo della pace” di Madrid nella prima sessione di quell’inarrestabile sequenza di meeting e incontri fra israeliani e palestinesi noti all’opinione pubblica mondiale come segmenti di trattative di un “processo di pace in Medio Oriente” di cui tutti da vent’anni parlano e che nessuno – iniziando da “Israele” – realmente vuole.

Come si vedrà chiaramente negli anni novanta Oslo e i successivi incontri tra le due parti serviranno solamente ai sionisti per prendere tempo e impegnare in estenuanti colloqui la controparte palestinese, snaturando completamente obiettivi e natura dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina, relegando il suo leader – Yasser Arafat – ad un ruolo di copartecipante dei crimini sionisti e intermediario dell’Occidente e infine riuscendo ad ottenere la capitolazione della vicina Giordania e il nulla osta dei principali Stati arabi cosiddetti “moderati”.

L’entità sionista non ha mai nascosto la sua volontà di colonizzazione dei territori occupati come dimostra chiaramente il muro della vergogna eretto dall’esecutivo Sharon nel 2003 per isolare i cittadini palestinesi della Cisgiordania dai principali centri israeliani.

I diversi esecutivi sionisti hanno sempre favorito e incentivato l’occupazione territoriale agevolando chi decideva di andare a vivere nei Territori con mutui agevolati del 50% superiori a quelli offerti nelle aree di sviluppo interne (il Negev) e fino al 75% rispetto alle città israeliane. Ora sia detto per inciso quì non si tratta di distinzioni tra Territori Occupati e una pretesa/presunta “Nazione d’Israele” legittima considerando che – per quanto storicamente accertato – non esiste alcun centimetro di terra palestinese che non sia stato confiscato, usurpato ed occupato dai sionisti.

Concentriamo semplicemente la nostra attenzione su Cisgiordania e striscia di Gaza che – dell’Intifadah palestinese – saranno i palcoscenici e le aree di crisi fondamentali.

Prima di tornare all’Intifadah sarà necessario comunque sottolineare come l’attività di colonizzazione e sradicamento dei palestinesi dalle loro enclavi costituirà una costante di tutta la politica israeliana negli anni ottanta che attraverserà i due decenni successivi per riproporsi oggi nel nuovo esecutivo di coalizione che vede il Likud di Benjamin Nethaniyahu alleato di una formazione d’ultra-destra radicale (“Israel Beitein) alla cui testa si pone un nuovo emulo di Sharon: Avigdor Lieberman.

Lieberman come la stragrande maggioranza dei politici israeliani è originario dell’Europa Orientale: è un ebreo askhenazita, nato a Kisinev nell’ex Unione Sovietica (oggi Moldova) nel 1958, trasferitosi nell’entità criminale sionista vent’anni più tardi dove – tra l’83 e l’88 – ha contribuito alla fondazione del Forum Sionista per il dialogo con l’ebraismo sovietico lavorando anche come segretario della sezione di Gerusalemme occupata dall’Histadrut Ovdim Le’ Humi (il Sindacato Nazionale dei Lavoratori).

Lieberman è un razzista ebreo, schietto e dichiarato, sogna la realizzazione della “Grande Israele”, dichiara da anni di voler riprendere la politica dell’espulsione coatta dei palestinesi, vaneggia di nuove espansioni. Il suo partito – fondato dieci anni fa quale scissione del Likud (di cui è stato direttore generale) – non riconosce alcun diritto ai palestinesi: semplicemente i palestinesi non esistono o , tutt’al più, costituiscono un problema da risolvere manu militari. “Israel Beitein” – la formazione d’ultra-destra che Lieberman ha portato al terzo posto nelle recenti elezioni israeliane dello scorso febbraio – ha l’appoggio della maggioranza dei coloni e ha ottenuto il voto degli ebrei emigrati dall’ex Unione Sovietica ai quali ha promesso “sicurezza e lavoro, espansione e libertà”.

Al suo fianco si sono posti i partiti tradizionalmente più radicali del panorama politico israeliano (il Moledot, lo Tsomet e Tehiya) ma anche il Gush Emunim (il Blocco della Fede dei fanatici ultra-sionisti che anelano alla ricostruzione del terzo Tempio di Gerusalemme e non nascondono i loro propositi di scatenare un inferno nucleare contro le nazioni del mondo arabo-islamico pur di realizzare i loro sogni escatologico/messianici).

Il Gush Emunim costituisce da sempre la colonna portante e il nucleo d’assalto della struttura paramilitare creata nei territori occupati dai coloni.

Contro questi deliri messianici e la politica di sfruttamento, espropriazione e terrorismo condotta dai sionisti si scatenò nel dicembre 1987 la prima rivolta delle pietre nata da un incidente avvenuto nei pressi di Gaza che coinvolse quattro lavoratori palestinesi e un camion dell’esercito israeliano. I quattro lavoratori saranno uccisi sul colpo provocando la rabbiosa reazione di tutta la società palestinese: ovunque sono eretti posti di blocco, bruciati copertoni d’auto, lanciate pietre contro i militari dalla stella di Davide. La rivolta è scoppiata improvvisa, non ha dato tempo alla leadership sionista di comprenderne la portata mentre come un incendio divampano ovunque focolai di rabbia e ovunque si assiste alle stesse scene di camionette e blindati israeliani diventati presto il bersaglio privilegiato di ragazzini, adolescenti, giovani, adulti, anziani, uomini e donne palestinesi di ogni ceto, di ogni età, laici e religiosi, attivisti politici e semplici cittadini. Ovunque è il caos: la Palestina è in fiamme. Una rivolta di popolo che sfugge al controllo della stessa dirigenza palestinese in esilio a Tunisi e che diventerà il trampolino di lancio di una nuova organizzazione rivoluzionaria – nata nella striscia di Gaza qualche anno prima – Hamas il movimento di resistenza islamico che , da quel momento in poi, assumerà la conduzione delle principali operazioni della Resistenza contro i sionisti.

L’Intifadah non è solo Hamas. L’Intifadah nascerà autonoma da qualunque “francobollatura ideologica o religiosa”: a scendere nelle strade, ad affrontare gli sgherri di “Tsahal” e morire sono i cittadini palestinesi, colpiti dai proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo dai militari di Tel Aviv, dalle cannonate della repressione blindata ordinata da Shamir, dal lancio di gas lacrimogeni che provocheranno aborti spontanei, dalla repressione e dalle migliaia di arresti che si abbatteranno contro tutti i villaggi e le città della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Per far fronte a questa reazione durissima, alle punizioni collettive imposte dai sionisti, i palestinesi si organizzeranno in Comitati Popolari per coordinare le diverse iniziative di lotta.

Nascerà da questi comitati spontanei successivamente il Comando Unificato dell’Intifadah all’interno del quale troveranno posto tutte le rappresentanze di base della società.

Il governo d’occupazione sionista metterà al bando nell’estate 1988 quest’esperienza di autogestione rivoluzionaria iniziando un’attività di repressione durissima, sanzionando pene detentive fino a 10 anni di carcere di massima sicurezza per chiunque sia sospettato di appartenere ai comitati e imponendo coprifuoco e misure censorie inaudite: ai palestinesi verrà proibita addirittura la detenzione nelle proprie abitazioni di libri scolastici, il corpo insegnanti verrà perseguitato, molti arrestati, i medici non posso svolgere attività di prevenzione di gruppo al di fuori di poche strutture autorizzate dai militari di Tel Aviv.

Ovunque la scure della vendetta sionista si abbatterà contro deboli ed innocenti: tutto ciò che viene considerato sospetto viene colpito con assoluta fermezza, a qualsiasi ora del giorno come della notte rastrellamenti casa per casa e perquisizioni saranno all’ordine del giorno per i civili palestinesi. Ma neanche queste misure repressive, le torture di Stato, la detenzione in strutture carcerarie dove l’orrore è di norma riusciranno a sedare l’Intifadah.

In quattro anni di rivolta (tra il dicembre 87 e il dicembre 91) saranno oltre mezzo milione gli arresti compiuti dalle forze di polizia e dall’esercito sionisti: praticamente tutta la popolazione palestinese abitante nei Territori di Cisgiordania e Gaza ha avuto a che fare con l’esperienza diretta o indiretta del trattamento disumano riservato ai palestinesi dagli aguzzini dei servizi di sicurezza civili e militari o dal personale addetto della polizia di stato israeliana. Nell’entità criminale sionista vige ancora la legge emergenza del mandato britannico del 1945 e il governo d’occupazione Shamir ha ampiamente utilizzato questi cavilli giudiziari per imporre il pugno di ferro e sedare la rivolta.

L’esecutivo sionista avvalendosi di questa legislazione ha potuto praticare impunemente il cosiddetto “arresto amministrativo” che consiste nella possibilità di incarcerare un individuo considerato “sospetto” (compreso bambini di 10-11 anni) per un periodo variabile dai sei mesi ad un anno (sarà proprio Shamir ad elevare la carcerazione ad un anno).

Nel 1988 con oltre cinquemila “arresti amministrativi” verrà toccato il tetto massimo.

Per fronteggiare quest’emergenza carceraria le autorità d’occupazione israeliane hanno dovuto – tra il 1988 e il 1990 – aprire undici nuovi centri di detenzione il più tristemente famoso dei quali rimarrà il carcere di massima sicurezza di Ansar 3 situato nel cuore del deserto del Negev e che ospiterà fino a tremila detenuti in attesa di giudizio in stato di sottonutrizione e in precarie condizioni sanitarie.

Quanto sperimentato terroristicamente nel Libano meridionale a Khiam verrà riproposto nei territori occupati nelle cui prigioni finiranno anche molti combattenti libanesi e diversi appartenenti della Resistenza palestinese in Libano.

La Croce Rossa Internazionale ha denunciato questa abominevole situazione di illegalità e condotto indagini stilando inutili dossier sulla morte di trentadue detenuti palestinesi vittime della tortura di Stato: 11 decessi sarebbero avvenuti durante gli interrogatori , 14 a causa delle dure condizioni di detenzione e 7 sarebbero stati direttamente commessi dal personale carcerario israeliano.

In cinque anni di Intifadah la mobilitazione generale della popolazione palestinese è stata permanente: a ondate di entusiasmo sono seguiti momenti di sconforto ma Comitati Popolari e organizzazioni della Resistenza hanno sempre tenuto alto il livello di scontro impegnando l’esercito occupante e rendendo impossibile la vita ai militari sionisti.

Il bilancio di questa resistenza di popolo, combattuta senza utilizzare armi da fuoco ma esclusivamente con le pietre, ha lasciato sul selciato , vittime della reazione sionista, oltre 1100 palestinesi e alzato il numero dei feriti ad oltre 80mila.

L’Intifadah ha soprattutto insegnato al nemico dell’uomo e ha rappresentato per l’opinione pubblica internazionale l’esempio più evidente di una volontà granitica di un intero popolo che è sceso per le strade della Palestina occupata , pietre in mano, per affermare la propria presenza e ribadire la propria identità calpestata, rifiutata e villipesa dall’occupazione militare israeliana.

Una rivolta nata dalla disperazione di un popolo che ha saputo tenere in scacco per cinque anni l’esercito sionista: esempio recente che “Israele” , nemico dell’Uomo per eccellenza, è vulnerabile.

Il mito dell'”invincibilità” di “tsahal” (alias Israel Defence Force) incrinato dalla prima Intifadah, messo a dura prova dallo smacco libanese nella primavera 2000 e dalla seconda rivolta delle pietre, verrà infine disintegrato dal valore, dalla volontà e dalla determinazione dei combattenti per la libertà libanesi e palestinesi che – a Bint ‘Chbeil nell’estate 2006 come a Gaza nel gennaio scorso – sbaraglieranno tutti i ‘pronostici’ dei vari Centri Studi Strategici di mezzo mondo e infrangeranno una sonora sconfitta alle velleità imperialistico-espansioniste dello “Stato ebraico” usurpante la Terrasanta palestinese.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”
da Nabathiyeh (Libano meridionale)

NOTE –
1) Dossier Benvenisti – “How expensive are West Bank settlements” – Jerusalem Data Base Project – 1987;

Articolo pubblicato dai siti internet http://www.italiasociale.net e da wwww.terrasantalibera.org in data 15 Aprile 2009

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