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13 Ago

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IRAK, SOVRANITA’ NAZIONALE E MULTINAZIONALI DEL PETROLIO

13 Ago

IRAK , SOVRANITA’ NAZIONALE E  MULTINAZIONALI DEL PETROLIO

 

 

 

– di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ruolo che riveste a livello planetario l’industria petrolifera è andato aumentando in maniera esponenziale da quando, nel lontano agosto del 1859 Edwin L. Drake aveva dato un saggio dimostrativo a Titusville in Pennsylvania dell’efficacia del sistema di perforazione del suolo per ottenere quello che di lì a poco sarebbe diventato l’ “oro nero” ossia un patrimonio d’investimento sul quale si sarebbero ben presto concentrate le attenzioni dei nuovi “re Mida” , creatori di imperi finanziari e controllori delle risorse naturali del pianeta.

 

Nella seconda metà dell’Ottocento saranno soprattutto alcune aziende statunitensi che sfrutteranno il nuovo mercato petrolifero mettendosi presto in concorrenza con le loro rivali britanniche e con i russi. All’epoca erano infatti Russia e Stati Uniti i principali produttori di petrolio a livello mondiale: nel 1882 gli USA gestivano l’85% della produzione mondiale contro il 12,7% russo, dieci anni più tardi , nel 1891, il gap tra i due giganti dell’economia planetaria si era ridotto conla Russiache era salita al 37,9% contro il 59,5% americano.

 

E’ l’epoca dell’ascesa dei nuovi ricchi e della formazione dei primi trust’s petroliferi.

 

All’inizio del Novecento la lotta mondiale tra le grandi compagnie petrolifere vide contendersi il mercato tra quelle aziende che rappresentavano le tre principali potenze politiche ed economiche dell’epoca: il cartello di società appartenenti all’ebreo John Davison Rockefeller, la principale delle quali era la “Standard Oil Company” del New Jersey (nota anche come Esso); la “Royal Dutch-Shell” di Henry Deterding e infine il trust tedesco dell’EPU (Europeische Petroleum Union) collegato alla Deutsche Bank.

 

Alla fine del primo conflitto mondiale i tedeschi erano stati tagliati fuori dal mercato mondiale e lo scontro su scala globale interessò da allora i soli gruppi americani e britannici: USA e Gran Bretagna da quel momento giocarono anche nel campo dell’industria petrolifera la loro partita per il controllo del sistema capitalistico internazionale passato – con gli accordi di Bretton Woods dell’estate 1944 – infine sotto la direzione americana; da allora la City londinese ha dovuto accontentarsi di fare da succursale di Wall Street ed i principali flussi commerciali mondiali, le grandi transazioni finanziarie, l’economia mondiale furono di fatto ancorate al dollaro USA anziché alla sterlina britannica.

 

Uno dei terreni principali di ‘scontro’ tra le due potenze capitalistiche anglosassoni sarà, fin dai primi anni Venti, l’odierno Irak.

 

Fin dal 1913 la “Standard Oil” aveva provato in realtà a penetrare nell’area mesopotamica ma, a fronteggiare i suoi appetiti, aveva trovato la Shell che, grazie all’abilità del mediatore di origini armene Caliste Sarkis Gubelkjian, era riuscita ad accordarsi con le società tedesche ed aveva creato la “Turkish Petroleum Company” che stabiliva un’intesa paritetica al 50% tra aziende britanniche e germaniche. Negli stessi anni l’Ammiragliato britannico aveva favorito la penetrazione di aziende inglesi nell’Anglo-Persian Oil Company primo esperimento di imperialismo che coniugava le esigenze militari dell’Impero, le risorse finanziarie di un ente istituzionale e l’iniziativa di un privato (William Knox D’Arcy) al quale la Burman  Oil britannica concesse generosi fondi per l’estrazione di petrolio dall’area situata nei pressi di Masjed Soleyman nel settore settentrionale dei monti Zagros nell’attuale Iran.

 

Per organizzare lo sforzo bellico dei due paesi alleati durante la Grande Guerra venne istituita l’Interallied Petroleum Conference : alla fine del conflitto gli inglesi avrebbero volentieri mantenuto in piedi questa struttura che, forti degli accordi con i francesi, li avrebbe messi al riparo dall’agguerrita concorrenza statunitense nella regione.

 

Gli americani si affrettarono infatti a sciogliere il consorzio cercando così di riconquistare quegli spazi di manovra fino a quel momento loro preclusi. Per evitare che Washington e le sue aziende potessero penetrare in zone ritenute d’esclusiva influenza britannica Londra decise di cedere a Parigi alcune zone settentrionali del Libano , gli inglesi inoltre favorirono l’ingresso della Francia nella ex “Turkish Petroleum” dando loro la quota confiscata ai tedeschi e occuparono il distretto di Mossul ( nel Kurdistan iracheno) che si sapeva ricchissimo di petrolio e che gli accordi Sykes-Picot avevano inizialmente assegnato a Parigi.

 

Gli accordi di Sanremo del 1920 tra le altre cose stabilirono i nuovi assetti dello sfruttamento petrolifero della Mesopotamia: si formava così la Irak Petroleum Company (ex Turkish) con il 22,5% di quote di proprietà Shell, il 47,5% della Anglo-Persian , il 25% alla neonata Compagnie Francaise des Pètroles e un 5% infine riservato al solito mediatore Gubelkjian.

 

Era cominciata la guerra per il petrolio del futuro Irak che, da allora, avrebbe visto una disputa infinita tra compagnie britanniche e americane.

 

Ritorneremo successivamente sui diversi passaggi della contrapposizione petrolifera tra britannici e americani. Gli americani ovviamente non rimasero con le mani in mano e cominciarono fin dagli anni Venti a lavorare ai fianchi dell’impero petrolifero eretto da Londra.

 

E’ invece fondamentale ora un breve accenno alle politiche petrolifere per comprendere meglio il clima che si venne a creare tra aziende contrapposte ed i  motivi per i quali siamo di fronte ad un vero e proprio monopolio gestito e controllato da poche aziende multinazionali.

 

Se difatti la gestione del petrolio fosse frazionata tra numerose imprese, se fossero diverse le nazioni interessate alla raffinazione, distribuzione e vendita dell’ “oro nero”, non sarebbe stata possibile l’ascesa di quello che sarà l’impero Rockefeller del quale andremo ad analizzare meglio l’influenza ed il potere esercitato con arroganza e spavalderia tutta ebraica.

 

Il problema di fondo è che alla gestione delle risorse partecipano poche, pochissime, imprese.

 

Dal 1950 al 1970 per esempio il mercato petrolifero mondiale era gestito per oltre l’80% da quelle che l’ex presidente dell’ENI , Enrico Mattei, definì come “le sette sorelle”.

 

Sappiamo tutti che Enrico Mattei morirà in circostanze a dir poco misteriose vittima più ragionevolmente di un attentato a causa della sua caparbietà nel voler sfidare il monopolio di queste sette grandi compagnie petrolifere internazionali andando a parlare e prendere accordi direttamente con i paesi produttori di gas e petrolio nel nord Africa (Algeria e Libia), nel Vicino Oriente (paesi del golfo) e Russia.

 

Le “Sette sorelle” di cui parlava Mattei erano: la Texaco, la British Petroleum, la Gulf Oil Company, la Royal Dutch-Shell, la Esso, la Chevron e la Mobil Oil.

 

Attualmente, dopo una serie di fusioni, queste sette grandi multinazionali del petrolio sono quattro il che ha reso ancor più esclusivo e monopolistico il mercato mondiale.

 

I quattro colossi del petrolio sono la British Petroleum, la Chevron (che ha finito per incorporare e inglobare la Gulf Oil e la Texaco), la Shell e la Exxon Mobil (di proprietà del multimiliardario Rockefeller nata dalla fusione tra Esso e Mobil Oil…come vedremo uno dei tanti espedienti utilizzati nel corso della sua storia dalla vecchia Standard Oil Company per mantenersi presente sul mercato alla faccia delle leggi anti-trust varate dal Congresso americano).

 

 

 

 

 

Queste quattro compagnie, oltre ad esercitare un potere politico determinante per gli equilibri del pianeta, sono, proprio per il loro potere, praticamente intoccabili e non si fanno problemi a macchiarsi di gravi crimini.

 

Nello specifico la Shell, che ha un fatturato annuo di circa 310 miliardi di Euro, è accusata di creare ingenti danni ambientali, distruggendo i mezzi di sostentamento delle popolazioni che vivono in prossimità degli impianti d’estrazione. In più la Shell viene da anni accusata di appoggio logistico, finanziamento e fornitura di armamenti e di carburanti al regime militare al potere in Nigeria (altro paese fornitore di petrolio). La Shell ovviamente è tra le società multinazionali che hanno maggiormente guadagnato dalla guerra in Iraq scatenata dall’amministrazione Bush nel 2003.

 

 

La BP, che ha un fatturato annuo di circa 245 miliardi di Euro, ha causato ingenti danni ambientali, come in occasione della marea nera provocata dalla fuoriuscita di greggio dalla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, inoltre è stata accusata da Human Rights Watch di aver addestrato e fornito armi alla polizia militare in Colombia per ottenere protezione da duecento famiglie che hanno visto le loro terre distrutte dopo la costruzione di vari oleodotti. Stessa fine hanno fatto i territori di alcune popolazioni indigene dell’Amazzonia e rischiano di farla altre famiglie in Azerbaejian e Turchia. Comela Shell la B.P. è tra le principali aziende che si sono avvantaggiate dall’aggressione americana all’Iraq che rappresenta per gli interessi petroliferi internazionali una bella fetta di torta da spartirsi allegramente dopo la caduta di Saddam Hussein e la disintegrazione del trentennale potere del partito Ba’ath.

 

Nella divisione della torta irachena ovviamente non poteva mancare l’onnipresente Exxon Mobil già Standard Oil Company e feudo ebraico della famiglia Rockefeller.

 

Per capire esattamente di chi e di cosa stiamo parlando quando ci si riferisce al potere finanziario degli ebrei Rockefeller ecco cosa scrive Sergio Gozzoli: “Secondo  una versione corrente, discenderebbero da protestanti francesi emigrati in Germania e da qui negli USA. Ma una loro accurata genealogia, stilata dallo storico Malcom Stern in “American of Jewish Descent” , confermerebbe invece l’orgogliosa convinzione di molti ebrei americani che l’origine della famiglia Rockefeller sia ebrea sefardita (Birmingham Stephen: “The Grandees: America’s Sephardic Elite” – Harper & Row – New York 1971 – pag. 3 ).  La storia che ci interessa, comunque, inizia con un William Rockefeller, di religione battista e venditore ambulante (…) Oltre al fatto che egli fosse un sedicente “dottore”, di lui sappiamo soltanto che fu bigamo, che sventò con la fuga una condanna per stupro d’una quindicenne, e che fu sottile e attento educatore dei numerosi figli: secondo l’apologetico biografo ufficiale di famiglia, professor Allan Nevins, il vecchio amava raccontare: “Io imbroglio i miei figli ogni volta che ne ho l’occasione. Voglio farne dei duri. Io commercio con i ragazzi e li spenno, e li picchio anche ogni volta che posso. Io voglio farne dei duri.”. Indiscutibilmente ci riuscì. Il più duro fu John D. – tipica mistura di bigottismo protestante e di cinica spregiudicatezza affaristica. Ancora ragazzo, intuì l’enorme importanza della nascente industria petrolifera. Cominciò dalle raffinerie: con qualche socio fondò quella che sarebbe divenuta la strapotente “Standard Oil Company” – che all’inizio, però, potente non era affatto: ce n’erano in giro altre 26. Fermamente convinto che l’unico modo serio per fare affari in un qualsiasi settore fosse quello di monopolizzarlo – tanto che si era dato il motto “la concorrenza è peccato mortale” – John D. Rockefeller iniziò a sbarazzarsi dei concorrenti uno dopo l’altro. I mezzi che usava avrebbero fatto l’invidia degli Al Capone e dei Lucky Luciano: ricattava i concorrenti, ne faceva saltare gli impianti, ne corrompeva i dirigenti e i tecnici perché boicottassero programmi e produzione. Nel 1890 egli controllava ormai il 90% della raffinazione del petrolio in Nordamerica. Ma non si accontentava. Con una tecnica di stile spionistico-cospiratorio (infiltrava agenti nei giornali, nell’industria, nel mondo politico; teneva “in codice” le sue comunicazioni d’affari, “comprava” tutti gli uomini di più viva intelligenza che gli capitassero a tiro) , arrivò a possedere o controllare pozzi e raffinerie in Centro e Sud America, società ferroviarie, organi di stampa. (…) …un’ondata di avversione per i grandi monopoli industriali – in parte fomentata dalle grandi banche, in parte spontanea – andava montando nella pubblica opinione. Ma i Rockefeller reagirono bene alla minaccia. Quando nel 1911, dopo il varo delle leggi anti-Trust, un tribunale americano decise che la struttura della Standard Oil Company era monopolistica e andava demolita, la famiglia non fece altro che creare una serie di Compagnie collaterali di copertura e un certo numero di Fondazioni , e distribuire fra di esse i pacchetti azionari della Standard Oil. Il sistema funziona a tutt’oggi. (…) Nel frattempo banchieri e finanzieri erano diventati anche i Rockefeller: il vecchio John D. aveva comprato la Chase Bank di New York e l’aveva poi fusa con la Manhattan Bank dei Warburg, Kuhn & Loeb -_- grande feudo dell’impero Rothschild – mentre il fratello William aveva comprato la First National City Bank. In breve tempo la potenza dei Rockefeller divenne tale che essi, strettamente legati ai Warburg, controllavano la Federal Reserve e si dividevano coi Morgan il dominio dell’intera economia americana.

Il predominio gerarchico di Morgan nell’ambito della casta bancaria angloamericana – organizzata nella Round Table ed in altre strutture di cui riparleremo più avanti – durò fino agli anni ’30. Da allora, sono i Rockefeller i capi incontestati.” (1)

 

 

Impossibile quantificare il potere finanziario della famiglia Rockefeller…lo è per il fisco americano che dopo aver tentato alcune volte di saperne di più ha finito per desistere; lo sarebbe per chiunque considerando che quella dei Rockefeller è probabilmente una delle poche, rarissime, vere caste dell’oro che compongono l’establishment della odierna plutocrazia sionista che controlla il pianeta.

 

Si sappia solo che, tra le ultime informazioni avute, la RockefellerFoundation– quella che finanziava fin dagli anni Venti i programmi e gli studi di eugenetica negli USA e in Europa – sta cercando di creare nel mare del nord una specie di inaccessibile bunker sotterraneo capace di contenere e «conservare per il futuro la biodiversità agricola»…come scrisse Maurizio Blondet una sorta di “arca dell’alleanza” in versione eugenetica moderna (2).

 

In ogni caso è certo che il conflitto scatenato dall’amministrazione Bush contro l’Irak otto anni fa sia servito soprattutto alle grandi compagnie del petrolio per migliorare i loro affari: basti pensare alla Shell ritornata sul territorio iracheno a fare affari dopo esserne stata estromessa dal predominio della concorrente Exxon americana.

 

A darne la notizia del ritorno in pompa magna delle multinazionali fu tre anni e mezzo fa la stessa compagnia: Linda Cook – direttore esecutivo della Royal Dutch Shell – lo annunciò durante una conferenza stampa con il ministro del petrolio iracheno Hussein Sharistani che di lì a poco la compagnia anglo-olandese aveva riaperto i suoi uffici nella capitale Baghdad e firmato un contratto del valore di 4 miliardi di dollari per lo sfruttamento del gas della regione meridionale di Bassora.

 

Un primo accordo quello firmato nell’ottobre 2008 dalla Royal Dutch Shell visto che l’Iraq ha una delle riserve di gas naturale più importanti del pianeta e le grandi compagnie multinazionali sanno perfettamente che il governo di Baghdad ha estrema necessità di firmare contratti.

 

Contratti capestro ovviamente. Secondo quanto affermò l’ex ministro Issam Chalabi (al potere nel periodo tra il 1987 e il 1990 prima dell’aggressione americana di “desert storm” che darà il via alla distruzione del regime di Saddam Hussein) il paese “è alla mercè delle multinazionali” per questo sta svendendo le sue risorse.

 

All’epoca in cui era ministro la pratica di ottenere gas durante l’estrazione del petrolio era diffusa e applicata ma fu l’aggressione americana e i successivi embarghi che impedirono all’Irak di continuare. Chalabi ha denunciato che “l’accordo con la Shell che farà guadagnare oggi 4 miliardi al paese è una truffa per una risorsa che nel giro di pochi anni ne potrà valere 40”.

 

Nessuna gara d’appalto, nessuna concorrenza: l’ex ministro denuncia una truffa ai danni del paese.

 

“L’accordo è stato firmato in gran segreto. Perché proprio con la Shell?” si domanda Chalabi. Per lui la risposta è già contenuta nella domanda: “si è trattato di un bottino di guerra”.

 

Il ritorno in grande stile delle multinazionali del petrolio sulla scena irachena è stato determinato dalla fase di stallo politica che per anni ha condizionato il paese scosso dal terrorismo interno eterodiretto da organizzazioni jihaidiste, da ex appartenenti al Partito Ba’ath e da una galassia ormai sempre più nebulosa di sigle di gruppi ognuno dei quali diceva di operare a nome e per conto della “resistenza” contro gli occupanti americani.

 

E’ sintomatico che gli attacchi kamikaze, gli attentati, le autobomba che per anni sono esplosi a Baghdad e nelle altre città irachene siano andati progressivamente diminuendo proprio in concomitanza con il passaggio di poteri dall’amministrazione militare occupante statunitense ai partiti politici nati dalla disintegrazione del regime saddamista e, non casualmente, dall’accordo capestro che questi stessi partiti al governo hanno firmato e concesso alle multinazionali petrolifere.

 

Per ritrovare cioè la propria apparente sovranità politica il Governo iracheno ha venduto la sua sovranità economica al miglior offerente e, tra i tanti, le multinazionali del petrolio non potevano certamente restare in disparte.

 

Secondo quanto sostenuto dall’associazione Platform – gruppo britannico che si occupa da anni del monitoraggio dell’industria petrolifera e che ha ricostruito l’iter del disegno di legge – sono stati commessi brogli e truffe da parte degli amministratori iracheni il primo tra i tanti quello di subaffittare la stesura della stessa legge ad una società di consulenza legale americana.

 

Il Governo infatti avrebbe concesso agli esperti della Bearing Point di completare la stesura del disegno di legge. Per mesi in gran segreto nei sotterranei dell’ambasciata super fortificata degli USA a Baghdad il personale della Bearing avrebbe lavorato per rendere conforme ovviamente ai desiderata di Washington il progetto di legge.

 

E da quanto evidenziato da “Platform” una volta completata la prima stesura la legge sarebbe stata inviata direttamente alla Casa Bianca e nel settembre 2006 infine al Fondo Monetario Internazionale: alla faccia della sovranità nazionale di cui hanno cianciato per mesi i governanti marionette iracheni.

 

Ed ecco come , all’epoca, riassunse questa vera e propria legge-truffa Sabina Morandi sul quotidiano “Liberazione” :


« A dicembre ho incontrato un gruppo di 20 parlamentari iracheni in Giordania »  ha dichiarato Greg Muttitt di Platform  « e gli ho chiesto quanti di loro avessero visto la bozza di legge che dovrebbe essere votata nei prossimi giorni. E’ venuto fuori che soltanto uno di loro aveva potuto leggerla ».

Se questo è stato il percorso immaginate i contenuti. Del resto non c’è da stupirsi se il disegno di legge partorito da una società privata e sostenuto indirettamente dall’uscita del rapporto dell’Iraq Study Group, sia un vero miracolo di iper-liberismo. 

Gli autori del rapporto, James A. Baker III e Lawrence Eaglburger, sono uomini che hanno dedicato gran parte delle rispettive carriere politiche e aziendali a rincorrere un più ampio accesso al petrolio iracheno, e hanno disseminato le pagine del loro autorevole studio sull’Iraq di lodi alle privatizzazioni. 

Così, in un momento in cui gran parte dei paesi del mondo tenta di riprendere il controllo delle proprie risorse petrolifere, il parlamento di Baghdad è chiamato ad approvare un disegno di legge che riporta l’orologio della storia indietro di un secolo, quando il Golfo era territorio di caccia delle Sette Sorelle che agivano indisturbate all’ombra del protettorato britannico.

Ai sudditi venivano imposti allora i famigerati Psa (Production Sharing Agreements) che assegnavano alle multinazionali straniere fra il 70 e il 75 per cento dei profitti.

Fu la ribellione contro i Psa che spinse Mattei a proporre una visione più equa e meno coloniale di ripartizione dei profitti petroliferi e gli consentì di concludere accordi con Egitto, Iran e Marocco.

Nel corso degli anni ’60 e ’70 i Psa sono stati abbandonati quasi ovunque nel mondo. 

Sono rimasti in vigore soltanto in quei luoghi – come la Norvegia – dove i costi estrattivi sono molto alti e gli investimenti vanno quindi compensati con maggiore generosità. 

Ma in Iraq, dove i costi estrattivi sono vicini allo zero, i Psa sono una vera e propria truffa.

Senza contare che in Norvegia simili accordi avevano la durata di sei anni mentre nella nuova legge si parla addirittura di 30-35 anni, una vera e propria ipoteca su qualsiasi possibilità di ricostruzione. 

I nuovi accordi prevedono infatti una redditività degli investimenti per le compagnie che si aggira fra il 42 e il 162 per cento quando, normalmente, il rendimento per gli investimenti nel settore è sul 12 per cento. 

Inoltre gli accordi capestro verrebbero “blindati” nella nuova legge sugli idrocarburi che prevede meccanismi di compensazione per i mancati profitti futuri, un modo per evitare che un governo davvero indipendente possa rimettere mano all’iniqua suddivisione. 

Ipotesi comunque remota visto che, per ottenere un minimo di autonomia politica, il governo dovrebbe conservare una certa autonomia economica che l’ipoteca sull’oro nero rimanda all’anno del mai insieme alla sospirata ricostruzione.

Basta farsi un po’ di conti: se passassero i nuovi accordi l’Iraq perderebbe fra i 74 e i 194 miliardi di dollari in 25 anni quando ne servono almeno 300 (di miliardi) per ricostruire il paese. 

A fronte di un Pil che si aggira sui 30 miliardi di dollari, svendere l’unica risorsa è un vero e proprio suicidio economico che nessun governo del mondo accetterebbe.

All’atto pratico, l’imposizione di queste formule contrattuali vessatorie priverà lo stato iracheno delle risorse necessarie a ricostruire scuole, ospedali e infrastrutture, condannando i futuri governanti a dipendere dagli investimenti esteri – che però verteranno tutti sul settore petrolifero – e dalla carità internazionale.

Ma importa qualcosa a qualcuno?

Nel sottosuolo iracheno c’è tanto petrolio da soddisfare il 10 per cento della domanda mondiale – circa 115 miliardi di barili, ma secondo alcuni esperti forse anche il doppio – con bassissime spese e nessun controllo statale: una vera e propria cuccagna per il gotha dell’industria petrolifera planetaria. 

I grandi elettori di Bush possono quindi stare tranquilli: il presidente imperiale manterrà le promesse che ha fatto ai suoi grandi finanziatori – leggi Exxon, Chevron e via dicendo. 

Certo, c’è il piccolo dettaglio che la legge petrolifera in discussione è avversata da tutte le componenti della società irachena, a partire dai sindacati dei lavoratori petroliferi, che durante i bombardamenti riuscirono a tenere in funzione i pozzi con mezzi di fortuna, e che è un tradimento di tutte le promesse che sono state fatte all’inizio del conflitto, quando il sospetto che le armate occidentali fossero attirate nel Golfo dal richiamo dell’oro nero veniva liquidato come rozzo complottismo.

Allora i grandi leader si erano affrettati a rassicurare l’opinione pubblica. 

Il 18 marzo del 2003 Tony Blair aveva assicurato ai membri del parlamento britannico che « le rendite petrolifere, di cui ci accusano di volerci appropriare, dovranno essere messe in un fondo che le Nazioni Unite amministreranno per conto del popolo iracheno ». 

Qualche mese dopo anche Colin Powell, allora Segretario di Stato, fu chiamato a difendersi di fronte allo spettacolo dei soldati schierati a difendere i ministeri dove erano archiviate preziose informazioni sulle concessioni e sullo stato dei giacimenti mentre nel resto del paese il saccheggio procedeva indisturbato. 

Irritato dalle insinuazioni, Powell sostenne che « il petrolio iracheno appartiene al popolo iracheno: è la loro ricchezza, e la useranno per il proprio benessere. Insomma, quello che abbiamo fatto non l’abbiamo fatto per il petrolio ». 

Dopo tre anni è giunto il tempo di gettare la maschera e di imporre una legge studiata per rendere legale la rapina. 

Che una simile, scandalosa operazione possa solo accrescere l’appoggio popolare alla resistenza e alimentare i conflitti fra le diverse etnie, evidentemente non interessa a nessuno. (3)

 

La risposta ovviamente non interessava a nessuno perché, tanto per cambiare, “business is business” come dicono a Washington …

 

L’Irak è definitivamente perso ormai preda depredata delle grandi multinazionali del petrolio.

 

Uno Stato senza sovranità politica ed economica non è uno Stato, è una colonia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

 

NOTE –

 

1) Sergio Gozzoli – “Sulla pelle dei popoli – Viaggio nel labirinto del potere mondialista” – da “L’Uomo Libero” , nr 27 – Giugno 1988, Milano;

 

2) si consulti l’articolo di Maurizio Blondet – “Rockefeller si fa l’Arca di Noè. Cosa ci nasconde?” – pubblicato sul sito www.disinformazione.it  in data 6 Dicembre 2007;

 

3) Sabina Morandi – “Il petrolio dell’Irak sarà delle multinazionali” – da “Liberazione” del 9 Gennaio 2007;