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IL MONDO ARABO: DIVISIONI, SEDIZIONE E IMPERIALISMO

29 Ago

IL MONDO ARABO : DIVISIONI, SEDIZIONE E IMPERIALISMO

 

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

 

“ E’ estremamente efficace l’aneddoto raccontato da Igor Man sulla Stampa del 31 agosto scorso: “Tanti anni fa a Tel Aviv, Yigal Allon, allora ministro degli esteri, mi raccontò una storiella emblematica: “Uno scorpione chiede ad una rana di traghettarlo al di là del Nilo. Eh no, risponde la rana, non mi va mica di essere trafitta a morte…quanto sei stupida, replica lo scorpione, se ti trafiggo tu vai a fondo ed io muoio con te. La rana prende in groppa lo scorpione e comincia a traversare il fiume. A dieci metri dalla riva lo scorpione comincia a trafiggere la rana che grida: ma ti sembra logico quello che stai facendo? Moriremo tutti e due! E tu vai cercando la logica in Medio Oriente? Ribatte lo scorpione”.

 

( Saad Kiwan – Riccardo Cristiano – “Saddam Hussein – L’altro muro: l’Occidente e il mondo arabo” – Ediz. “Associate” – Roma 1991 )

 

 

 

Tra gli strumenti d’analisi necessari per comprendere esattamente gli avvenimenti libici degli ultimi mesi e, più in generale, le cosiddette “rivoluzioni” della ‘primavera araba’ che hanno interessato praticamente la maggior parte delle nazioni dell’altra sponda del Mediterraneo estendendosi rapidamente alla penisola arabica, la storia rimane d’esempio e chiarisce quali siano i reali conflitti che hanno agitato il Vicino Oriente.

 

La storia del mondo arabo contemporaneo, a partire dalla fine del XIX.mo secolo e fino ai nostri giorni, è quella di un insieme eterogeneo di nazioni spesso inventate di sana pianta e disegnate con squadra e compasso (massonici) su carte geostrategiche funzionali al colonialismo europeo (franco-britannico principalmente) e successivamente all’imperialismo statunitense.

 

Non si può affrontare la storia degli ultimi eventi che hanno visto precipitare la situazione in Tunisia, Egitto e Libia e minare pericolosamente lo status quo della Siria senza tener presente quale sia la realtà di quel mosaico di popoli, etnie, confessioni che comunemente chiamiamo Vicino Oriente.

 

Il mondo arabo è, contrariamente a ciò che si pensa generalmente e che comunemente viene spacciato dai media mondiali controllati dalle lobbie’s sioniste, diviso e agitato da tensioni latenti che di fatto lo hanno sempre reso una facile preda delle mire strategiche delle potenze straniere: il petrolio essenzialmente ma non solo ha contribuito a rendere questa regione una delle principali prede delle nazioni europee prima e degli Stati Uniti poi.

 

E sia il colonialismo europeo sia l’imperialismo americano hanno abbondantemente sfruttato per i loro sporchi interessi le divisioni esistenti e fomentato sedizioni, sostenuto quella fazione o quel clan familiare, perorato la causa di quella famiglia al potere o deciso di abbattere qualsivoglia movimento o individuo che mettesse a repentaglio le loro conquiste.

 

Che il Vicino Oriente sia stato oggetto della conquista militare e dello sfruttamento capitalistico-imperialista è un dato fattuale incontrovertibile.

 

Tutto iniziò alla fine del XIX.mo secolo quando gli inglesi furono ben lieti di stabilire un loro protettorato militare su un territorio apparentemente insignificante denominato Kuwait.

 

Londra, all’epoca potenza egemone del capitalismo mondiale e impero dominante un quinto dei territori del pianeta e un quarto della sua popolazione, aveva puntato al Kuwait che di lì a qualche decennio sarebbe risultata una delle nazioni più ricche dell’intera penisola arabica per il mare di petrolio che giaceva sotto il proprio territorio.

 

Apparentemente insignificante questo territorio era stato creato attorno ad un insediamento denominato al Kuwait (l’odierna Kuwait City) , dalla parola araba Kut che significa fortezza, formalmente da quando a metà XVIII.mo secolo un membro della famiglia al Sabah ricevette il titolo di sceicco dal governatore ottomano di Bassora.

 

Teniamo a mente questi due nomi (Bassora e Kuwait City) perché è su questo precedente storico – l’originario dipendenza politica del Kuwait da Bassora , attualmente irachena – che si fondavano le rivendicazioni e l’annessione compiuta da Saddam Hussein nell’agosto del 1990 che avrebbe innestato la prima guerra del golfo.

 

L’accordo del 1899 , firmato dallo sceicco Mubarak Ibn Sallah con i britannici, prevedeva la protezione inglese in caso di aggressione oltre alla clausola, fondamentale sul piano commerciale e delle relazioni economiche,  di non ricevere agenti o rappresentanti di altre potenze di alcun governo senza l’autorizzazione preventiva di Londra.

 

La Gran Bretagna fomenterà nello stesso periodo la rivolta delle truppe beduine saudite. Nel 1903 truppe appartenenti alla setta wahabita attaccheranno e saccheggeranno i luoghi santi degli sciiti nel sud dell’odierno Irak a Najaf e Karbala e, come risposta, l’impero ottomano invierà truppe egiziane nella regione per fermare l’espansionismo pericolosissimo dei sauditi.

 

I britannici favoriranno entrambi i contendenti: da un lato l’Indian Office sosterrà la rivolta saudita facendo ventilare l’ipotesi ai Saud, futuri sovrani d’Arabia, di un passaggio dei poteri del califfato; dall’altro lato il Foreign Office di Londra deciderà di dare il proprio appoggio alla famiglia hashemita che aveva all’epoca il controllo sui due luoghi santi di Mecca e Medina.

 

Impossibilitati per il momento di espandersi verso l’interno nell’attuale Irak i britannici estenderanno la loro area d’influenza lungo tutto il versante meridionale della penisola arabica su tutte le coste del golfo.

 

Gli inglesi si piazzarono dunque in un perno strategico , completarono la loro linea di appoggi navali sulla rotta Mediterraneo-India e, con il loro insediamento nel Golfo Persico, impedirono ai tedeschi di penetrare verso l’Arabia: l’accordo stabilito da Berlino con l’impero ottomano e la ferrovia che i tedeschi stavano costruendo da Costantinopoli verso l’Arabia dovette fermarsi a Baghdad.

 

Da allora e fino ai nostri giorni l’intero mondo arabo è diventato una polveriera sulla quale hanno sapientemente soffiato le potenze occidentali.

 

Sulle spoglie dell’ormai agonizzante Impero Ottomano avrebbero banchettato tutte le principali potenze europee: gli italiani occupando la Libia (1911), i britannici prendendosi Egitto e – dopo la guerra mondiale in veste di ‘potenza mandataria’ – Palestina, Transgiordania e Irak, i francesi – infine – accaparrandosi Siria e Libano (oltre ai loro possedimenti arabi in Nord Africa quali Algeria e Tunisia conquistati il secolo prima).

 

La prima guerra mondiale segnerà un punto di non ritorno nella politica di spartizione del mondo arabo oltretutto a questa realtà i britannici aggiungeranno l’inclusione della “clausola sionista” ovvero la promessa di realizzare in Palestina una “homeland” come si disse allora per il popolo ebraico a discapito ovviamente dei palestinesi.

 

Il dramma del Vicino Oriente può datarsi dunque con l’accordo firmato tra due solerti funzionari di Londra e Parigi: il tenente colonnello sir Mark Sykes , ex addetto militare britannico a Costantinopoli, e François Georges Picot , console generale francese a Beirut che nella primavera 1916 fisseranno le linee guida della futura spartizione dell’intera regione.

 

 

L’accordo, entrato in funzione nel 1920 dopo il vertice di Sanremo, prevede tra le altre cose la divisione della vecchia provincia irachena del Kuwait: l’Irak viene privato così di uno sbocco al mare fondamentale per la navigazione e strategico per la protezione del porto di Bassora, si ritroverà, di fatto, chiuso nello Shatt el Arab.

 

 

La costituzione dell’emporio criminale sionista nel 1948 e l’espansione dell’imperialismo americano, che si sarebbe sostituito dopo la seconda guerra mondiale a quello franco-britannico, avrebbero fatto il resto provocando i drammi che da oltre sessant’anni costituiscono il principale problema dell’intero Vicino Oriente; a questi si sarebbero sommate le divisioni storiche, etnico-confessionali che contraddistinguono il mondo arabo e che, paese per paese andremo ad analizzare, sottolineando come sia stato e sia tutt’oggi facile per le grandi superpotenze sfruttare dissidi e antiche rivalità che spesso rimontano ad epoche lontanissime.

 

Il mondo arabo è diviso da sempre ma, prima della scoperta dei ricchi giacimenti petroliferi e l’invasione delle potenze straniere, queste divisioni erano tenute a bada e sostanzialmente gestite dall’autorità del sultano ottomano.

 

Nessuno degli stati arabi attualmente facenti parte della Lega Araba, organismo sovranazionale che dovrebbe, in teoria, rappresentare gli interessi di tutti gli Stati membri spesso risultato inefficace quand’anche addirittura inutile, può dirsi al sicuro da rivendicazioni tribali, etniche, confessionali.

 

Storicamente esiste una divisione profonda tra musulmani sunniti (maggioritari) e sciiti (minoranza che ha nell’Irak e Libano i suoi bastioni nel mondo arabo con altri gruppi presenti tra Siria, Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita).

 

A questa divisione storico-religiosa si deve sommare quella che vede anche nei drusi (presenti nelle montagne tra Libano e la Palestina occupata) e negli alawiti ( gruppo minoritario presente in Siria) altri due rami scismatici più o meno collegati con il mondo dell’Islam.

 

Oltre a queste divisioni interne al mondo musulmano si devono tenere presenti le minoranze cristiane (cattoliche, ortodosse, copte, protestanti, armene) presenti un po’ in tutti i paesi ed i curdi , popolo di etnia e lingua indoeuropea stazionante sui monti ai confini tra Irak, Turchia, Siria e Iran.

 

Vediamo di ricapitolare e comprendere meglio i motivi per cui oggi qualsiasi nazione araba è a rischio ed ovunque possono essere scatenate ad arte e inventate delle “rivoluzioni”.

 

Mauritania – E’ uno degli stati arabi più poveri in assoluto , il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari USA al giorno. E’ anche una delle poche nazioni arabe ad aver riconosciuto “Israele. Il 99,84% degli abitanti professa la religione islamica , maggioranza sunnita. La costituzione sanciscela Mauritania come una repubblica islamica, e decreta l’Islam come la religione dei cittadini dello Stato.

Un colpo di stato militare avvenuto nella mattina del 3 agosto 2005, pianificato dal Conseil Militaire pour la Justice et la Démocratie, ha posto fine al governo ormai ventennale di Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya, approfittando della temporanea assenza del presidente, in Arabia Saudita per i funerali di re Fahd, i golpisti hanno sferrato un assalto e conquistato i centri strategici del Paese portando al potere Ely Ould Mohamed Vall, prima segretario della sicurezza personale del presidente. Il consiglio militare nel primo comunicato “si impegna di fronte al popolo a creare condizioni favorevoli alla nascita di una democrazia aperta e trasparente”, precisando di restare al governo della repubblica islamica per due anni e di indire successivamente elezioni democratiche.

L’11 marzo 2007, al primo turno delle elezioni, nessuno dei 19 candidati ha superato il 50%, rendendo necessario il ballottaggio tra Sidi Mohamed Ould Cheikh Abdallahi, economista (e più volte ministro, appoggiato anche dai militari), e Mohamed Khouna Ould Haidalla, storico esponente dell’opposizione. Il 25 marzo 2007 Abdallahi è diventato presidente con il 53% dei voti, al termine di un voto tranquillo e regolare, e con una affluenza del 67%.

E’ attiva nel paese una cellula di al Qaeda che ha fatto la sua comparsa dal 2007 con alcuni rapimenti rivendicati, a partire dal 2009, da un Gruppo Salafita perla Predicazionee il Combattimento per il Maghreb Islamico.

Marocco – Monarchia infeudata all’imperialismo statunitense Rabat è da sempre uno dei principali tasselli dell’alleanza filo-occidentale dei cosiddetti paesi “arabi moderati” alias i ruffiani del Grande Satana USA. In particolare il Marocco è molto legato all’Arabia Saudita con la quale condivide i timori per un eventuale espansionismo sciita nella regione maghrebina. Oltre ai problemi con alcune organizzazioni d’ispirazione salafita operanti ai confini con l’Algeria ed in altre zone del paese il Marocco deve fronteggiare inoltre da anni l’annosa questione della minoranza saharawi riunita nel Fronte Polisario.

Il Fronte Polisario è un movimento indipendentista costituito nel maggio 1973 da studenti e da militanti saharawi, già attivisti nella precedente lotta anticoloniale contro la Spagna, detentrice dal 1884 della piena sovranità sul Sahara Occidentale, che nel1958 ha assunto una rilevante importanza economica con la scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa.

Dal luglio 1974 al maggio 1975 la Spagna, aderendo alle risoluzioni dell’ONU che sollecitavano la decolonizzazione del territorio, annuncia l’intendimento di organizzare un referendum di autodeterminazione per circa 74.000 elettori censiti e dichiara la disponibilità a mettere fine alla sua presenza nel Paese.

L’evacuazione spagnola dal possedimento, conclusasi nei primi mesi del 1976, non consente lo svolgimento del referendum, che diventa un obiettivo ancora oggi da raggiungere in quanto, contemporaneamente al ritiro degli Spagnoli, subentra nel Sahara Occidentale l’occupazione militare del Marocco e della Mauritania, contrastate solo dal Fronte Polisario.

Nel medesimo periodo, per sfuggire al genocidio, la popolazione del Sahara Occidentale inizia ad emigrare in Algeria dove, con l’appoggio del Governo algerino, il Fronte Polisario fonda la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e costituisce l’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi (ELPS).

Dal febbraio 1977 al luglio 1978 il Fronte Polisario conduce con esito positivo una serie di azioni offensive contro la Mauritania, costringendola al ritiro dai territori occupati e alla firma di un trattato di pace con la RASD, ratificato ad Algeri nell’agosto 1979.

Dopo una settimana dalla pace di Algeri il Marocco invade anche la parte del Sahara Occidentale occupata dalla Mauritania in aperta violazione di ogni norma del diritto internazionale, provocando l’intervento armato del Fronte Polisario che infligge alle forze marocchine significativi rovesci: il Governo di Rabat è costretto ad attuare una politica difensiva facendo erigere nel territorio sei “muri di sabbia” per una lunghezza di circa 2.700 Km, a protezione delle miniere e dei centri abitati più importanti.

Nel decennio successivo l’Assemblea Generale dell’ONU adotta con cadenza annuale una serie di risoluzioni con le quali ribadisce il diritto di autodeterminazione del popolo saharawi, riconosce la legittimità della lotta del Fronte Polisario, ma suggerisce anche il ricorso a trattative dirette per la composizione pacifica della controversia.

Alle risoluzioni dell’ONU si aggiungono le iniziative di altri organismi internazionali come l’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) che nel 1982 ammette la RASD fra i propri Stati membri, il Consiglio Europeo che nel 1987 condanna la repressione attuata dal Governo di Rabat nelle zone occupate e infine Amnesty International che nel 1990 denuncia la violazione dei diritti umani in Marocco e il fenomeno dei “desaparecidos” saharawi (1).

Algeria – L’Algeria (pronuncia: alʤe’ria) (arabo: الجزائر, al-Jazāʾir), ufficialmente Repubblica Democratica Popolare di Algeria, in berbero “Dzayer”. Notoriamente l’Algeria, dopo il processo di decolonizzazione e la lunga guerra per l’indipendenza sostenuta contro i francesi negli anni compresi tra il 1954 e il 1962 si è sempre contraddistinta in seno ai paesi arabi come qualificata interlocutrice e mediatrice delle principali crisi scoppiate negli anni nel Vicino Oriente e nel Maghreb islamico.

A seguito della vittoria elettorale al primo turno delle elezioni legislative del 26 dicembre 1991 – vinte dal FIS (Fronte Islamico di Salvezza) di Abassi Madani e Alì Belhadj – i militari attuano un colpo di stato (11 gennaio 1992) che porterà il paese nel baratro di una lunga guerra civile durata tre anni e con strascichi che continuano fino ai giorni nostri come dimostra l’attentato di qualche giorno fa contro l’accademia militare di Chercell rivendicato dall’AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico).

Durante la repressione governativa anti-islamica degli anni Novanta furono molto attivi contro i militanti del FIS numerosi servizi d’intelligence occidentali (in particolarela CIAstatunitense e lo Sdece francese) e il Mossad israeliano.

 

Tunisia – Dopo ventun’anni di potere assoluto il generale Zine el Abidin Ben Alì è stato deposto dalle rivolte che lo scorso gennaio hanno distrutto quello che veniva considerato come uno dei paesi arabi più affidabili e compiacenti le politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale.

In Tunisia hanno agito in passato organizzazioni rivoluzionarie islamiche come il partito Ennadah (Rinascita) di Rachid Gannouchi fuorilegge.

 

Egitto – Il paese più popoloso del mondo arabo resta in assoluto, con i suoi oltre 60 milioni di abitanti, l’Egitto che ha, al suo interno, problemi con la minoranza cristiano-coopta anche recentemente finita nel mirino di azioni terroristiche di matrice apparentemente islamica.

Per vent’anni artefice del sogno di rinascita nazionale dell’intero mondo arabo, guida del movimento pan-arabista con Gamal Nasser, l’Egitto dopo la firma del trattato di pace con “Israele” nel 1978 viene visto come un elemento fondamentale della strategia di dominio statunitense.

Il crollo del regime di Mubarak a seguito delle manifestazioni di piazza non ha modificato gli assetti di potere interni rimasti saldamente in mano di un esercito fortemente legato agli Stati Uniti (dal quale riceve armi e finanziamenti).

Altro motivo di instabilità interno è la presenza del gruppo islamico dei Fratelli Musulmani , prima organizzazione islamista del XX.mo secolo creata nel 1928 da Hassan al Banna, contro il quale il regime di Nasser prima e quello dei suoi successori, Sadat e Mubarak, poi hanno scatenato feroci repressioni.

 

Libia – Dopo quarantadue anni di incontrastato potere crollala Jihamahiryiia ( Repubblica Popolare Socialista Araba ) del Colonnello Gheddafi. Ad abbattere il potere detenuto da questo ufficiale la ribellione delle popolazioni della Cirenaica: da semprela Libia si basa su un delicato equilibrio di poteri tra le sue principali regioni guidate da clan familiari e religiosi fra i quali, molto potente, quello della confraternita della Senussia.

Gheddafi ha represso negli scorsi anni diversi tentativi insurrezionali e golpe organizzati i primi dal recente movimento al-qaedista gli altri nati all’interno degli ambienti militari.

Il Colonnello aveva sottolineato, più volte, la presenza di elementi al-qaedisti operanti nel paese denunciandone le attività terroristiche: molti di questi militanti, addestrati e preparati al combattimento dalle esperienze dell’Afghanistan e , soprattutto, dell’Irak costituiscono la spina dorsale del movimento dei ribelli che, nelle ultime giornate, ha preso il sopravvento in Libia.

Come hanno ribadito più volte molti analisti di politica internazionale la cosiddetta ‘transizione’ post-regime è tutta un enigma ed i rischi chela Libiasi possa trasformare in un nuovo carnaio a cielo aperto modello iracheno sono alti.

 

Sudan – La Repubblica del Sudan (Sudàn; arabo: جمهورية السودان الديموقراطية‎) era, fino all’8 luglio scorso in termini di superficie lo stato più grande dell’Africa. Dopo la recente divisione che ha visto la proclamazione dello stato del Sudan meridionale, creatura delle multinazionali occidentali che ne hanno favorito la scissione da Khartoum per sfruttare le ricchezze petrolifere, il paese resta uno dei più a rischio per le infiltrazioni terroristiche della rete al-qaedista.

In Sudan è molto forte anche il problema della minoranza cristiano-copta.

 

Palestina Occupata – La Palestina vive dalla primavera 1948 sotto occupazione sionista. Nella striscia di Gaza, controllata dal movimento islamico di Hamas, si sono registrate tensioni con alcune cellule d’ispirazione salafita appartenenti alla rete di al Qaeda.

 

Libano – Il ‘vulcano’ del Vicino Oriente: con le sue 26 confessioni, le sue divisioni etniche e confessionali tra cristiani (maroniti in maggioranza ma anche di rito armeno e protestante), musulmani (sciiti, sunniti) e drusi il paese dei cedri ha già conosciuto i drammi della guerra civile che dal 1975 al1990 ha provocato non meno di 200mila vittime, l’invasione sionista del sud del paese e i massacri indiscriminati tra le diverse milizie libanesi pacificate e disarmate dopo gli accordi di Taif (Arabia Saudita) e la pax siriana.

 

Attiva in Libano l’organizzazione d’ispirazione salafita “Fatah al Islam” responsabile del tentativo insurrezionale che nell’estate 2007 la vide protagonista di una serie di attacchi terroristici contro le forze armate libanesi e l’occupazione del campo profughi palestinese di Nahr el Bared (vicino Tripoli nel nord).

 

Per le centrali della sedizione mondialiste il Libano potrebbe rappresentare un nuovo Irak: è questo il progetto portato avanti da anni da Stati Uniti e ‘Israele’ (che occupa ancora le cosiddette ‘fattorie di She’eba’ e il villaggio di Ghajar ai confini meridionali) con la complicità di alcune fazioni politiche libanesi in particolare l’estrema destra falangista delle Forze Libanesi del criminale di guerra Samir Geagea.

 

Siria – Evidente in questi ultimi 5 mesi il tentativo da parte delle forze della sovversione imperialista e del sionismo internazionale di scatenare i propri elementi contro la leadership del Presidente Bashar el Assad ed il pluri-quarantennale regime a guida ba’athista. All’opera vecchi e nuovi volti del terrorismo d’ispirazione salafita, cellule terroristiche islamico-wahabite quali il gruppo ‘Jund al Sham’ e diversi ex appartenenti all’estremismo sunnita che ha nella città di Hama una delle sue roccaforti.

Attualmente la Siria è al centro del mirino delle strategie sediziose di Stati Uniti, entità sionista e governi europei co-responsabili di aver sostenuto la rivolta dei mercenari filo-USA dell’estremismo islamista funzionale agli interessi dell’America e dei sionisti.

La Siria è uno stato laico, il Ba’ath è un partito socialista nazionale, rivoluzionario e panarabo. Tutte le principali fazioni politiche sono rappresentate in seno alla coalizione di governo.

Sul piano etnico la minoranza cristiana è sempre stata rappresentata e ha collaborato con il programma di edificazione di uno Stato rivoluzionario fin dai primi anni Sessanta.

 

Giordania – Feudo britannico per anni, la monarchia della famiglia hashemita ha rappresentato per anni il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro del Vicino Oriente (“Israele”, Siria e Irak). La monarchia è storicamente legata ai britannici. Oltre a dover contrastare il terrorismo di matrice salafita proveniente dal vicino Irak re Abdallah di Giordania deve anche mantenere in equilibrio il fronte interno per la presenza di una numerosa comunità palestinese: la popolazione del paese è infatti costituita per il 45% da palestinesi.

 

Irak – E’ il grande mattatoio, dalla primavera 2003, del Vicino Oriente: le politiche terroristiche di sedizione sono state infatti favorite dagli americani i quali hanno soffiato per anni sul fuoco dei conflitti latenti spingendo alle rivolte i curdi nel nord e gli sciiti che occupano la zona meridionale del paese. Una nazione disintegrata da odio e violenza quotidiane che hanno caratterizzato questi otto anni di occupazione a stelle e strisce, distrutto uno dei più importanti patrimoni della civiltà mondiale e reso un inferno la vita del popolo iracheno.

Tutto quello che poteva essere partorito dal Grande Satana americano per il controllo del paese (violenza indiscriminata, ricorso al terrorismo, raid aerei contro la popolazione civile, uso di armi proibite, torture e brutalità di ogni sorta contro le roccaforti sunnite) è stato utilizzato per ‘de-ba’athizzare’ e normalizzare manu militari una nazione che ha avuto il solo torto di non ubbidire alle logiche neo-colonialiste della finanza mondiale cercando militarmente di risolvere il suo contenzioso storico con il Kuwait occupato con il blitz del 2 agosto 1990 e annesso da Saddam Hussein. Inutile sottolineare che attualmente in Irak operano tutte le formazioni terroristiche della galassia islamica.

 

Kuwait – Invenzione britannica e feudo della dinastia al Sabah alleata di USA e Gran Bretagna. Contro la monarchia una minoranza di palestinesi e di sciiti.

 

Arabia Saudita – Il gigante del Golfo e il principale alleato degli Stati Uniti, centro della sedizione religiosa wahabita , il regno saudita è da annoverare tra  i principali responsabili dei problemi nel quale versa l’intera regione del Vicino Oriente. Riad è il maggior alleato arabo sul quale possono puntare “Israele” e USA.

I sauditi odiano gli sciiti e la Repubblica Islamica dell’Iran di cui temono l’espansione religiosa avendo in casa una minoranza sciita che spesso ha fatto sentire la sua voce. Il ruolo saudita è fondamentale nella strategia di accerchiamento dell’Iran e dei suoi alleati nella regione (Siria e movimenti rivoluzionari islamici in Libano e Palestina) per almeno tre questioni:

– le fonti petrolifere di questo stato che si estende su un autentico mare di petrolio;

– la presenza di basi militari americane nel paese strategicamente vitali per Washington per mantenere i capisaldi della sua azione in tutta la regione;

– l’ipocrisia dimostrata dalla casa regnante dei Saud funzionale esclusivamente agli interessi delle multinazionali occidentali e a quelli dell’imperialismo a stelle e strisce.

 

Importante, a questo proposito, per comprendere il peso ‘politico’ di Riad – e più in generale di tutti i paesi del Golfo ai sauditi direttamente collegati – quanto scrissero Gaetano Sinatti e Gianfranco Peroncini nel loro “Golfo 1991 – Come nasce una guerra”: “E’ interessante trovare subito che fin dal 1944 gli Stati Uniti iniziarono a progettare un accordo con la Gran Bretagna e gli altri alleati per definire la questione delle fonti di approvvigionamento petrolifero. Ed il Medio Oriente era naturalmente al centro della scena, tenuto conto del fatto che allora si stimava che contenessi il 50% delle riserve mondiali di greggio.

E’ da dire che gli Stati Uniti avevano iniziato già prima a rafforzare la propria posizione nello sfruttamento dell’importante area petrolifera, non solo, come abbiamo visto , stringendo un ferreo legame con l’Arabia Saudita, ma anche accaparrandosi altre posizioni importanti – come il Kuwait.

Questo paese infatti, sempre sotto protettorato inglese, era rimasto fuori dalla famigerata ‘linea rossa’ e gli americani della Gulf, liberi di operare, costituirono, allora assieme all’Anglo-Iranian (così era denominata dal 1935 la Anglo-Persian) una nuova compagnia,la Kuwait Oil.

Anche in Bahrein accadde qualcosa di simile: lì la Gulf aveva costituito una sua posizione fin da prima dello stabilimento della ‘red line’ e, dopo il tentativo di cedere la concessione alla solita Anglo-Iranian, fu la Socal ad occupare petroliferamente il Bahrein, dove il petrolio sgorgò nel 1932.

Ora, nella nuova posizione internazionale che, con la guerra, gli Stati Uniti stavano conquistando, il primo passo per infrangere il controllo europeo del petrolio mediorientale era necessariamente rompere l’accordo della ‘linea rossa’.

La possibilità esisteva, appoggiandosi ai postulati della nuova politica economica concordata per il dopoguerra nella Conferenza di Bretton Woods (1944), tra i quali era fortemente valorizzato il concetto di libertà di commercio: la politica della ‘porta aperta’ aveva quindi trovato una formalizzazione ufficiale. Ma, molto più concretamente, la pressione più forte doveva essere quella dei diretti interessati, le compagnie petrolifere americane. Così, quando la commissione Icks, inviata dagli americani in Gran Bretagna nel settembre 1945, per definire accordi in maniera di petrolio, incontrò una tenace resistenza inglese,la Standard Oil cominciò a premere sugli organismi politici americani, in vista della definitiva eliminazione della ‘red line’.

Forte del fatto che “il Dipartimento di Stato annunciava la nomina di almeno tredici funzionari e addetti esperti di questioni petrolifere in posti chiave di tutto il mondo, per sostenere ulteriormente l’espansione americana nell’economia petrolifera mondiale, nel gennaio 1946 la Stanj (Standard Oil of New Jersey) dichiarò di recedere dall’accordo. Nel corso di poco tempo la ‘linea rossa’ non ebbe più alcun valore per nessuna delle compagnie americane.

La spinta alla libera penetrazione americana nel Medio Oriente era così data, ed i risultati non si sarebbero fatti attendere. Basterà ricordare che la fetta americana di produzione petrolifera mediorientale passerà dal 16% del 1939, al 31% del 1946, al 60% del 1953. Ma già nel 1949 secondo il rapporto di una commissione d’inchiesta americana del 1952, sette grandi società americane “controllavano l’82% delle riserve mondiali esistenti al di fuori degli Stati Uniti, l’80% della produzione, il 76% della capacità di lavorazione dell’emisfero occidentale (esclusi sempre gli USA) e il 96% della produzione ed il 79% della capacità di raffinazione dell’emisfero orientale”.” (2)

 

Oggi, a distanza di dieci anni dall’attentato terroristico mossadistico contro il World Trade Center di Jew York ed il Pentagono dell’11 settembre 2001 e dall’inizio della guerra d’aggressione imperialista scatenata dalla superpotenza a stelle e strisce contro le nazioni dell’Islam rimangono in piedi la Repubblica Islamica dell’Iran,la Repubblica Araba Siriana ed i movimenti di resistenza libanese e palestinese…

 

Occupati militarmente e ridotti a colonie Afghanistan ed Irak, distrutto il regime libico, la NATO– strumento militare diretto dagli Stati Uniti d’America – sembra riluttante, ed a ragion veduta, da un qualsivoglia intervento nei confronti di Damasco come sottolineato anche recentemente da alcuni autorevoli esponenti dell’istituzione atlantica.

 

Dubbi e perplessità che confermano che l’Occidente giudaico-mondialista non si sente affatto ‘pronto’ ad intervenire direttamente contro uno dei nemici dichiarati…le esperienze comunque devastanti dei conflitti afgano e iracheno oltre ad aver dimostrato la vulnerabilità delle truppe USA e dei loro sodali – mercenariato occidental-sinagogico – hanno messo in luce le numerose falle ed evidenziato i limiti che contraddistinguono da sempre la presunta ‘invincibilità’ degli eserciti a stelle e strisce…una volta toccata terra non sono ‘infallibili’…anzi…

 

Di fronte all’aggressione americana e sionista il mondo arabo dovrà pertanto principalmente fare un mea culpa per le proprie divisioni interne, per i dissidi che caratterizzano la sua storia di conflitti e violenze fra sunniti e sciiti, fra musulmani e cristiani, fra arabi e curdi ossia tutti quei motivi di scontro e attrito che storicamente sono stati fomentati ad arte nell’ultimo secolo dalla plutocrazia mondialista.

 

Concludiamo questo breve intervento relativo al mondo arabo ed alle sue divisioni, all’azione che è stata svolta dalle multinazionali del capitalismo internazionale contro il diritto all’autodeterminazione ed alla sovranità nazionali negate ai popoli arabi dalla plutocrazia mondiale con una lucidissima analisi contenuta nella recensione ad un nostro volume, “L’Islam e l’occidentalizzazione del mondo”, ‘tracciata’ magistralmente da Maurizio Lattanzio su “Islam Italia” alcuni anni fa.

 

Scrive Lattanzio: “L’Islam è il “sigillo della profezia”, rivelazione finale che manifesterà l’ordine divino sul piano della storia, nonché , oggi, forma tradizionale che ‘prospetterà’ una delle ‘vie’ interiori di superamento del deserto nichilistico: “…si avverte (…) nettamente la morte degli Dei. (…) Dunque l’uomo moderno vive la sua duplice tragedia nel sentire la morte del Divino e nell’avvertire il vuoto susseguente la caduta degli Dei, il vuoto tragico del Nichilismo” che “sembra stagliarsi in Occidente come la sola, l’unica possibilità, non esistendo più valori, più morali, più niente che possa legittimare un potere di natura tradizionale.” Risulterà ‘decisiva’ la “equazione personale” del singolo, la quale, con riferimento alla individuazione della “linea” che ‘apre’ la ‘visione’ prospettiva al di là del deserto del Nulla – affermerà la dimensione del valore conformemente con la Via della Mano Destra, l’Islam, o con la Via della Mano Sinistra, i tantra, ovvero l’iniziazione del Nulla realizzata dall’Autarca nichilista: “…riconoscere se stesso e (…) quale dottrina tradizionale ortodossa meglio si confà alle proprie predisposizioni individuali”, ossia “…l’equazione personale appropriata alla propria natura.” Il ‘confronto’ tra l’Islam della shi’a duodecimana e il nichilismo è ‘centrato’ sulla attesa del Mahdi, Restauratore dell’Ordine della Tradizione, il quale è la manifestazione dell’ultimo imam, l’imama ‘celato’, Muhammad al Mahdì, detto Sahib az-zaman, entrato nello stato di ‘occultamento’ nell’anno 260 (873 d.C.) dell’Egira. Egli, “Guidato da Allah”, combatterà, alla fine del ciclo cosmico (il kali yuga nella tradizione indù ), contro il ‘caos’ satanico per salvare la Comunità dei Credenti e per fondare la restaurazione dell’ordine ciclico. D’altra parte, la Via del Nulla, il movimento nazionalrivoluzionario che, nella forma figurale dell’Autarca, evocherà lo status della trascendenza in sé e sarà il vicariato nichilista del Mondo della Tradizione ‘attraverso’ il deserto della contemporaneità occidentale, ‘ponendo’, sul piano storico, la dimensione del valore mediante un atto assoluto identificato quale orientamento di milizia nella “marcia notturna” di transito al di là della “linea” che individua il ‘territorio’ nichilistico: Nell’immagine della marcia notturna (…) – scrive Freda (*) – il sentimento del tempo va dissolto: deve permanere solo il senso dello spazio da percorrere, della progressione da continuare, delle distanze da superare (…) …nostro compito (…) è (…) di consegnare quanto ci è stato affidato , badando solo alla forma esemplare della nostra condotta.” La ‘concretezza fattuale’ storico-politica ‘dirà’ quale dei due poli vettoriali – il neofascismo o l’islam – del progetto politico rivoluzionario Eurasia-Islam, risulterà strategicamente prevalente e, quindi, ‘ordinatore’ funzionale dell’ ‘altro’ nello spazio di affiancamento militante.” (3)

 

 

Noi diciamo che , nel presente arco spazio-temporale, l’Islam rappresenta una possibilità per chiunque , ribelle al mondo moderno, intenda continuare ad opporsi alla tirannide del sistema di omologazione planetario del Mondialismo.

 

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

 

 

 

 

Note –

 

1 – Articolo “Il Fronte Polisario e la vulnerabilità del Marocco” di Alfonso Magro , 30 Ottobre 2003 dal sito internet : http://www.paginedidifesa.it/2003/magro_031030.html ;

 

2 – Gaetano Sinatti/ Gianfranco Peroncini – “Golfo 1991 – Come nasce una guerra” – Ediz. “Arnaud” – Firenze 1991;

 

3 – Maurizio Lattanzio – Articolo recensione al nostro “L’Islam e l’Occidentalizzazione del mondo” – apparso sull’agenzia di stampa “Islam Italia” – Anno 2 Nr. 17 – Maggio 2003;

SIRIA – HECHOS, NO PALABRAS

29 Ago

SIRIA – HECHOS, NO PALABRAS

 

Por Dagoberto Bellucci

Traducido del italiano para Tribulaciones Metapolíticas por Felix H. (Adversario)

Texto original: https://dagobertobellucci.wordpress.com/2011/08/19/siria-fatti-non-parole/

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La Siria revolucionaria nacional y socialista arropa a su Presidente, Bashar Al-Assad, y a sus fuerzas armadas, que han concluido las operaciones militares para aniquilar y extirpar el cáncer terrorista que había causado la sublevación y la violencia en las pasadas semanas.

Éste es el mensaje difundido por la television nacional siria al mundo: Imágenes de fiesta y solidaridad son las que llegan desde la ciudad de Deir el Zhor – una de las ciudades, junto a Hama y Homs, que mayormente había sido golpeada por el caos fomentado por el agit-prop del fundamentalismo salafista, que ha servido de pretexto a los medios occidentales para presentar esas revueltas como una “insurrección popular” – , cuyos habitantes (los de Deir el Zhor, N.d.T.), han acogido con júbilo a los carros armados del ejército nacional.

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La ciudad ha sido pacificada, han precisado con presteza fuentes militares: Ninguna “revuelta popular”, ninguna “revolución” en marcha, sólo bandas de vándalos y terroristas que han hecho arder el país provocando desórdenes, aterrorizando a los ciudadanos, con el objetivo evidente de llevar a todas partes el caos con el apoyo de las potencias extranjeras, que en ésta serie de eventos han tenido un papel determinante.

El Presidente Assad ha confirmado que las operaciones militares deben considerarse terminadas, que el ejército ha devuelto el órden y puesto fin a la insurrección que intentaba abatir el régimen.

En Damasco miles de simpatizantes del Partido Baath han bajado a la calle a mostrar su solidaridad al gobierno: Toda Siria está demostrando en éstos momentos su solidaridad a las fuerzas armadas, que, como en el Líbano hace alrededor de cuatro años, devolvieron orden y seguridad aplastando a las bandas mercenarias a sueldo del Imperialismo.

En el Líbano, en verano de 2007, fueron los militares quienes acabaron con la plaga de Fatah al Islam, que como una mala hierba venenosa había echado raíces en el campo de refugiados palestinos de Nahr el Bared (Trípoli), provocando muerte y sembrando el terror.

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Hoy en Siria un idéntico cáncer ha sido derrotado gracias a la efectiva intervención del ejército.  Ninguna presunta “revolución colorada” ha tenido lugar, sólo el vano intento de los extremistas de la galaxia salafista más o menos directamente relacionados con Al-qaeda y sus emisarios del terror: Como Fatah al-Islam. Los sediciosos “fundamentalistas” islámicos están organizados en grupos como Jund-al Shams, ya protagonistas de algunas acciones terroristas acaecidas en territorio sirio desde finales del 2005.

En las últimas horas también Lattakia ha sido limpiada de eventuales células terroristas, el ejército se empieza a retirar, tras haber eliminado ciertos focos de resistencia en las inmediaciones de un campo palestino.

Mientras en Siria se habla de normalización, las Naciones Unidas por su parte, preparan nuevas sanciones contra Damasco: Lo anuncian los embajadores de Francia, Gran Bretaña, Portugal y Alemania, que están preparando la enésima resolución contra el gobierno sirio.

“Creemos que ha llegado el momento de ulteriores acciones” ha sostenido el vice-embajador británico en la ONU, Philip Parham, a 48 horas de distancia de Turquía, que ha vivamente criticado las acciones sirias, invitando por última vez al régimen de Assad a suspender las acciones de “represalia” contra los civiles.

Siria ha frenado sus operaciones militares: El país puede volver a la normalidad como solicitado por las Naciones Unidas pero, estamos seguros, ésto no podrá bastar ni servirá para calmar las agitadísimas aguas que han sido puestas en movimiento contra la República Árabe.

Assad y su ejecutivo están más que nunca en el objetivo de la plutocracia mundial porque se han negado de ceder un milímetro a las presiones y a las intromisiones extranjeras.

Eso lo ha evidenciado hace poco más de 24 horas por el Ministerio de Exteriores iraní, que ha vuelto a recalcar que lo que estaba sucediendo en Siria era un “problema interno”, exhortando a Ankara y a los países occidentales a que se mantengan al margen.

Irán, principal aliado regional de Damasco, ha afirmado una vez más que los acontecimientos en Siria indican la existencia de un evidente complot sionista contra las naciones libres del Islam sosteniendo que sólo mediante una reacción firme el gobierno sirio habría podido mantener la calma y retomar el control de la situación.

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Así, mientras Assad confirmaba el fin de toda operación militar, llegaba la ducha fría con la enésima declaración del presidente Barack Obama, al cual, en lugar de pensar en los problemas financieros de su propio país, no se le ha ocurrido algo mejor que hacer que interferir ulteriormente en la situación siria: “por el bien del pueblo sirio – ha hecho saber el presidente americano – es el momento de que Assad dimita”, como si Obama supiera cual es el “bien” del pueblo sirio… y suponiendo que alguien haya ilustrado al “bronceadísimo” títere de los lobbys sionistas dónde exáctamente está Siria en el mapa, en vista de que su predecesor, George W. Bush, ni siquiera sabía probablemente dónde estaba situado el estado de Florida…

Un discurso repleto de absoluta hipocresía, típica de los inquilinos de la Casa Blanca, el que Obama ha dado dirigiéndose a Assad y a la así llamada “opinión pública internacional”; un discurso que parece exáctamente una fotocopia de aquellos que anticiparon las agresiones contra el Iraq saddamista de 1991 y 2003, y contra la Serbia de Milosevic en 1999: Misma retórica de los derechos humanos, la misma fraseología inútil utilizada por las administraciones USA para éstas ocasiones.

“Hemos repetido varias veces que el presidente Assad debía guiar una transición democrática o hacerse a un lado. Y no la ha guiado” ha añadido Obama. Por lo tanto ha anunciado sanciones “sin precedentes” como el inmediato congelamiento de todos los bienes del gobierno sirio sometidos a jurisdicción estadounidense, y la prohibición de importar petróleo sirio”. Con el fin, se lee en la declaración del presidente difundida por la Casa Blanca, de “aumentar el aislamiento financiero del régimen de Assad y disminuir ulteriormente la campaña de violencia contra el pueblo sirio”.

Complacientes y serviles como siempre se han mostrado los países de la Unión Europea, que han hecho sentir su voz siguiendo inmediatamente los dictados de la Casa Blanca: “Nuevas sanciones” ha declarado la representante de la UE Catherine Ashton, mientras el presidente francés Sarkozy, la canciller alemana Merkel y el premier inglés Cameron difundían un comunicado adjunto que pedía a Assad su dimisión.

A los enemigos de Siria no les bastan las garantías de Assad sobre el fin de las operaciones militares: Se abre ahora un contencioso diplomático que podría durar meses, pero entretanto se produciría un fortalecimiento del régimen sirio, que de ésta crisis saldría aislado a nivel internacional, pero decidido como nunca a resistir ante las maniobras de desestabilización occidentales y sionistas.

Siria ha vencido el primer “round”… habrá que ver si Assad sabrá conducir al país en coexistencia con los problemas regionales que acechan, desde Iraq hasta Palestina pasando por el Líbano, creados por los estrategas del terror a barras y estrellas y sus compadres sionistas, quienes mueven como a grandes marionetas a los tontos útiles de las “primaveras” árabes y las revoluciones coloradas en salsa árabe que el Departamento de Estado USA ha cuidadosamente diseñado aprovechando las legítimas aspiraciones de algunos pueblos (Túnez y Egipto) para enfocar su ataque contra aquellos países considerados hostiles (La Libia de Gaddafi y la Siria de Assad), y apuntar finalmente a la República Islámica de Irán, objetivo final de las miras expansionistas estadounidenses y auténtica bestia negra para Washington y los señores de la finanza mundial… Ya se sabe: Un país que no se endeuda provocará siempre la rabia y la reacción de los grandes usureros del planeta.

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El “Great Middle East Project” que los nuevos alquimistas del desorden planetario quisieran imponer – exportando manu militari y a través del caos generalizado los conflictos étnico-confesionales y la sedición – está otra vez en marcha: Tras haber probado en el Líbano contra Hezbollah en el 2006-2007 y sucesivamente en la franja de Gaza contra Hamas en diciembre de 2008, los manipuladores globales apuntan a la Siria de Assad enseñando de nuevo los propios límites.

El plan seguirá adelante tomando, como ya se ve, la vía del aislamiento diplomático y el camino de las sanciones. Inútilmente ha ofrecido el gobierno sirio a las Naciones Unidas la posibilidad de visitar las zonas sacudidas por los desórdenes de éstas últimas semanas: Con desdén, el organismo internacional que representa al futuro “Gobierno Mundial” ha rechazado.

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Al coro ladrador de condena planetaria… el “planeta-marioneta” saca afuera en éstas horas toda su bilis al no haber podido todavía alcanzar sus objetivos… se añade la voz de la secretaria de estado USA, Hillary Clinton, que no puede faltar cuando se trata de condenar por cuenta de los lobbys sionistas que la han colocado en la administración para garantizar sus intereses (que son obviamente los del sedicente “Estado de Israel”): “Desde hace meses hemos visto que el régimen de Assad tenía la convicción de realizar una transición democrática procediendo a implementar reformas. Nosotros estamos del lado del pueblo sirio” y más “bla-bla-bla” sobre presuntas “manifestaciones pacíficas” (y olvidando mencionar que más de 500 soldados y policías han sido descuartizados por los supuestos “pacifistas” sirios.

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El lunes está previsto en Ginebra un encuentro del Consejo para los Derechos Humanos de la ONU al cual ya han mostrado su adhesión algunos países árabes – los rufianes de siempre, lacayos de los yankis (Kuwait, Qatar, Jordania y Arabia saudí), que se unirán a EEUU y Europa en su condena al “régimen” sirio.

Se habla ya de “denuncias” en el tribunal internacional de la Haya por presuntos “crímenes contra la humanidad”… la hipocresía sin fin del Occidente que no sólo no tiene el pudor de cerrar su bocaza y callarse, sino que además alimenta las voces massmediáticas con las cuales son difundidas éstas absurdas idioteces. Olvidan sus señorías las atrocidades cotidianamente cometidaspor los EEUU en Iraq, Afganistán y Libia. Olvidan las matanzas y los crímenes cometidos contra la población civil por las tropas de barras y estrellas. Olvidan Abu Ghraib y Guantánamo. Pero no olvidan los escribas serviles de la información sistémica callarse acerca de los habituales crímenes cometidos por la entidad sionista contra la población civil palestina…

La ONU ha pedido hechos al gobierno sirio: Reformas, aperturas al multipartidismo, un diálogo con la oposición, fin de las presuntas (muy presuntas) “violencias”…

El gobierno de Bashar al-Assad se está abriendo a un sistema multipartidista, se ha declarado dispuesto a participar en una mesa de negociaciones con la oposición, ha recalcado su firme intención de reformar el sistema, y ha finalmente suspendido las operaciones militares, finalizadas una vez erradicado el terrorismo interno.

Éstos son hechos, no vacías palabras.

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Hechos que, por cierto no servirán para nada: ni para aplacar los ánimos de la propaganda hábilmente orquestada por los medios pro-sionistas  de medio planeta ni para aflojar la presión contra Siria y su ejecutivo, del cual, evidentemente, los arquitectos del mundialismo piensan desembarazarse…

Alianza onusiana-mundialista, Turquía, Europa, EEUU, mundo árabe “moderado” (alias los colaboracionistas del imperialismo)… todos juntos – y con Moscú y Pekín al margen – contra la República Árabe Siria.

El “mundo” contra…

Nosotros obviamente, como siempre, estamos contra el mundo…

El mundo se divide en dos categorías: De un lado el “planeta-marioneta” de los títeres de la Sinagoga Mundialista, y del otro la Siria revolucionaria y nacional-socialista del Presidente Bashar al-Assad… la “partida” acaba de comenzar, pero “ellos” ya están en desventaja…

Au revoir…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Director Responsable de la Agencia de Prensa “Islam Italia”

19 Agosto 2011

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Traduzione in lingua spagnola a cura di Adversario al quale vanno i nostri riungraziamenti e stima.  Link:

http://adversariometapolitico.wordpress.com/2011/08/20/siria-hechos-no-palabras/

SYRIANA (4) –

29 Ago