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EID MUBARAK 2011 (1432)

30 Ago

ACCAMPAMENTO SIONISTA IN TERRA SANTA E QUESTIONE EBRAICA – LA GIORNATA MONDIALE DI AL QODS

30 Ago

ACCAMPAMENTO SIONISTA IN TERRA SANTA
E QUESTIONE EBRAICA
 
 LA GIORNATA MONDIALE DI AL QODS 
CONTRO L’OPPRESSIONE SIONISTA DELLA PALESTINA
 
di Dagoberto Husayn Bellucci
 

 

“L’ebreo resta ebreo qualunque sia la nazionalità con la quale si rivesta. L’ebreo resta ebreo qualunque sia il suo credo politico. L’ebreo resta ebreo perfino quando si fa cristiano. Mentre d’altra parte il cristiano o l’islamico che abbracciassero la fede ebraica non per questo potrebbero diventare o considerarsi ebrei…”
 ( Giovanni Preziosi )
 


 
Tra gli ‘appuntamenti’ rituali che da trent’anni accompagnano la vita del mondo islamico la Giornata di al-Qods (Gerusalemme la Santa) , terza città santa dell’Islam e luogo simbolo per la Cristianità usurpata dal regime d’occupazione sionista, merita alcune considerazioni di rilievo ed una ricognizione d’analisi che offra l’esatto significato che riveste questa Città Sacra per tutti coloro i quali, ispirati da sentimenti di fraterna tolleranza e solidale riconoscimento reciproco di identità non necessariamente contrapposte (Islam e Cristianità hanno a lungo tempo collaborato e per molti secoli l’interscambio di cultura e di ‘direttive’ di ‘vita’ è stato florido e ha garantito equilibrio, stabilità e periodi di pace tra le due sponde del Mediterraneo….mare nostrum di un ‘tempo’…condiviso tra Europa e Mondo Arabo-islamico …sicuramente non ‘perimetro geostrategico’ per le politiche criminali atlantico-sioniste nè centro delle manovre colonial-terroristiche del bivacco criminale sionista sulla Palestina), sapranno indicare ‘nuovi orizzonti’ e sinergie d’azione contro i veri responsabili dell’instabilità e della destabilizzazione regionale del Vicino Oriente: i massacratori di Tel Aviv.
 
Proclamata solennemente trent’anni or sono dall’Imam Sayyed Ruhollah Musavi al Khomeini (che Allah lo abbia in Gloria) , Guida spirituale e politica della Rivoluzione Islamica e Fondatore della Repubblica Islamica d’Iran, la Giornata mondiale di Qods è il grido degli oppressi e dei diseredati della Terra contro l’arroganza, i soprusi, le violenze ed i crimini esercitati impunemente e nel silenzio complice delle superpotenze d’Oriente e d’Occidente dall’entità criminale sionista contro i legittimi abitanti della Terra Santa palestinese: cristiani e musulmani arabi di Palestina; vittime innocenti delle strategie di colonizzazione esercitate fin dall’inizio del XXmo secolo dal movimento sionista, realizzate all’indomani della seconda guerra mondiale, autentica guerra d’aggressione ebraica contro l’Europa dell’Ordine Nuovo, e proseguite fino ai giorni nostri nella pressochè più completa indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale”.
 
L’occupazione sionista della Palestina iniziò storicamente fin dalla fine del XIXmo secolo – periodo nel quale furono create le prime colonie ebraiche in Palestina , veri e propri avamposti sovversivi sionisti – progredendo attraverso la confisca fraudolenta di territori e aree spesso ‘rapinate’ da emissari occulti dell’Internazionale Sionista ai legittimi proprietari arabo-palestinesi e successivamente strutturandosi attraverso il mandato britannico in quel dispositivo paramilitare d’aggressione che, nella primavera del 1948, avrebbe portato i sionisti ad occupare in breve tempo gran parte del territorio facendo ricorso al terrorismo, allo stragismo e ad un piano cinico e spietato di spoliazione e disintegrazione dell’identità nazionale palestinese.
 
“Molto – scrive il “Collettivo Palestina” della Fondazione Internazionale Lelio Basso per il diritto e la liberazione dei popoli nell’introduzione al volume dedicato alla “Nakba” palestinese (1) , la Tragedia, la Catastrofe, dell’aprile ’48 – è stato scritto sulla creazione dello stato d’Israele, poco, invece si sa delle circostanze che hanno accompagnato tale evento, generalmente, anzi, si tende a dimenticare la nakba, la tragedia dell’espulsione del popolo palestinese dalla sua terra. I coloni sionisti venuti dalla lontana Europa, sorretti dalle grandi potenze dell’Occidente, avevano in effetti un progetto preciso, quello di costruire “un bastione della civiltà occidentale contro la barbarie asiatica” (Theodore Herzl). Un progetto che non teneva in nessuna considerazione i diritti degli abitanti originari del paese. Il conflitto in Palestina, cui l’Inghilterra ha dato inizio nel 1917, è ancora aperto e rappresenta tutt’oggi una minaccia alla pace e alla sicurezza di tutta l’area Mediterranea.”.
 
Parole che, a distanza di oltre vent’anni da quando furono scritte, suonano tanto più vere in quanto l’oppressione e l’arroganza con la quale i sionisti hanno macchiato di sangue la Terrasanta palestinese non sono affatto diminuite: se durante le guerre arabo-israeliane del 48-49, 56, 67 e 72 i criminali dalla stella di Davide hanno razziato in lungo ed in largo i confini storici della Palestina, annettendosi progressivamente l’intera Palestina storica, porzioni di Egitto (con l’occupazione tra il 72 e il 79 della penisola del Sinai) di Siria (permane oramai dal 67 l’occupazione/annessione delle alture del Golan siriano) e del Libano (attualmente la presenza militare sionista nelle fattorie di She’eba è monito rivolto contro l’esecutivo libanese e la Resistenza Islamica del paese dei cedri); a cominciare dagli anni Ottanta andrà a prendere sempre più consistenza l’idea di allargare ulteriormente i mai stabiliti ‘confini’ dell’occupazione per raggiungere il mai dimenticato ‘sogno’ di creare l’Eretz Israel , la Grande Israele di biblica memoria “dal Nilo all’Eufrate”.
 
Dopo l’aggressione contro il Libano dei primi anni Ottanta e la permanenza di una “fascia di sicurezza” occupata stabilmente a sud del fiume Litani da “tsahal” = l’esercito d’occupazione sionista e dai suoi alleati dell’E.L.S. = Esercito di Liberazione del Sud (rinnegati libanesi al servizio d'”Israele” agli ordini del maggiore Lahad) – occupazione mantenuta fino al 25 maggio 2000 giorno della liberazione del sud , del ritiro unilaterale sionista e della vittoria della Resistenza libanese; i sionisti hanno lanciato ‘saltuariamente’ nuove guerre d’aggressione sia contro il popolo palestinese sia contro il vicino popolo libanese.

In tutta onestà possiamo riconoscere nella lotta contro il comune nemico sionista di Hamas e delle formazioni della resistenza palestinese, come in Hizb’Allah e in quelle che sostengono il diritto inalienabile della Resistenza Islamica libanese di mantenersi in armi a difesa dei confini meridionali; una identica battaglia condotta su un idea identico, comune, fronte del rifiuto a “Israele” e alle sue pretese di espansionismo e controllo terroristico dell’intero Vicino Oriente.


 
Gaza come Beirut due anni e mezzo dopo. La Striscia di Gaza (porzione irrilevante della Terra di Palestina amministrata dal movimento islamico di Hamas) come i quartieri meridionali della capitale libanese, la Beka’a e il sud del Libano sciite….Una stessa tragedia, una stessa battaglia di resistenza, una stessa volontà di non arretrare dinanzi al terrorismo dal volto satanico di un leviatano che ha stampigliato sui propri stracci nazionali la stella di Davide, sigillo d’infamia e disonore di un intero popolo di occupanti e assassini.
 
Luglio-agosto 2006 il Libano sotto assedio resiste. Hizb’Allah risponde colpo su colpo e , dopo 33 giorni di fuoco, ottiene la vittoria divina, vittoria della volontà di un popolo di non piegarsi e di un movimento di mantenere alta la bandiera della Resistenza.
 
Dicembre 2008-gennaio 2009 Gaza sotto assedio resiste. Hamas difende le posizioni davanti all’incedere cingolato del mostro sionista venuto nuovamente a divorare terra e ad offrire in ‘olocausto’ al suo dio-geloso , il dio dell’Antico Testamento, esclusivista e razzista – patrimonio e riferimento ‘spirituale’ del popolo del Libro, dei figli di Sion, di una comunità che si ritiene l’orologio della storia e il motore escatologico del mondo intero – al quale “Israele” deve offrire costantemente in sacrificio nuovo sangue dei poveri, stolti e ‘stupidi’ (così come ‘identificati’ dal Talmudismo e dal Cabalismo dell’ortodossia ebraica che rappresentano l’autentica anima di “Sionne”) goiym = i non ebrei…’bestie da soma, animali impuri ed escrementi” ….l’odio atavico del Giudaismo contro l’intera umanità non ebraica rasenta indicibili vette di disprezzo e deliranti ‘visioni’ di dominio universale.

 


 
Ieri come allora “Israele” ha mostrato il suo volto, il suo vero volto (…del resto anche l’unico che ha…)…un rostro mostruoso che si alimenta e vive di una sconfinata volontà di dominio planetario, di quell’utopia messianica che impone ai discendenti della stirpe di Abramo di distruggere, in nome di controvalori ‘spacciati’ per ‘dottrine religiose’, disintegrare e annullare qualunque identità non ebraica.
 
Per comprendere l’odio ebraico verso il resto dell’umanità non ebraica (…il mondo intero al servizio di Sion…) occorre riferirci una volta di più alle parole del maestro di anti-ebraismo avuto dal’Italia fascista durante il Ventennio mussoliniano, Giovanni Preziosi, il quale con lucidissima analisi scriverà: “Voglio qui riassumere, a guisa di “punti”, i termini della questione ebraica così come da “La Vita Italiana” è stata sempre compresa. E’ Wickham Steed e non solo “La Vita Italiana” che dice: “Nessuna persona sia scrittore o uomo politico o diplomatico, può dirsi matura finchè non abbia affrontato a fondo il problema ebraico”. Per venti anni io non mi sono stancato di affermare e dimostrare questa grande verità agli italiani; e continuerò a farlo con la stessa tenacia, senza odio e senza rancore. I “punti” fondamentali del problema ebraico come lo vedono quanti lo hanno studiato a fondo, possono così riassumersi: 1. Ebrei fedeli alla loro tradizione ve ne sono molti, più di quanti si supponga e si lasci supporre. In buona parte questa fedeltà concerne un modo di essere. L’azione di una legge, osservata ininterrottamente per secoli, non si dissipa dall’oggi al domani; essa ha creato un tipo, ha dato forma a  determinati istinti, ha enucleato uno specifico comportamento: l’ebreo della tradizione. 2. Esiste ed opera una Internazionale ebraica. Per riconoscere l’esistenza di questa Internazionale non è necessario ammettere che tutti gli ebrei siano diretti da una vera e propria organizzazione mondiale e che tutta la loro azione obbedisca, consapevolmente, ad un piano. Il collegamento esiste in gran parte già in funzione di una “essenza” e di istinto. E’ un fatto che dall’azione degli ebrei nei campi più disparati – dalla scienza alla finanza, dall’arte alla letteratura alla psicologia e alla sociologia – sorgono risultati dissolutori e sovvertitori, che convergono sempre e singolarmente negli stessi effetti. 3. Gli ebrei sono d’accordo nell’affermare l’immutabilità e l’inalterabilità di questa “essenza”. L’ebreo resta ebreo qualunque sia la nazionalità con la quale si rivesta. L’ebreo resta ebreo qualunque sia il suo credo politico. L’ebreo resta ebreo perfino quando si fa cristiano. Mentre d’altra parte il cristiano o l’islamico che abbracciassero la fede ebraico non per questo potrebbero diventare o considerarsi ebrei…Tutto ciò viene dichiarato nel modo più esplicito dagli esponenti del’ebraismo, ed anche recentemente ho prodotto, nel riguardo, documenti ebraici inequivocabili. 4. La razza, nell’ebreo, è lungi dall’essere un puro dato biologico e antropologico. La razza è la legge. Questa, intesa come una forza formatrice dall’interno e in un certo senso perfino dall’alto, nell’ebreo fa tutt’uno con quella. 5. La legge non è nella sola Bibbia. E’ un grosso errore pensare che l’ebraismo finisca con l’antico Testamento, questo fa tutt’uno col Talmud che, come il nome dice, viene concepito come un “compimento”. 6. La legge ebraica afferma una differenza fondamentale tra l’ebreo e il resto dell’umanità. La legge dice: “L’ebreo è il Dio vivente, è il Dio incarnato, è l’uomo celeste. Gli altri uomini sono terrestri, di razza inferiore. Non esistono che per servire l’ebreo”. All’ebreo viene dalla sua legge promesso il dominio universale, “al quale serviranno e saranno sottoposte tutte le nazioni”. “Io ridurrò tutti i popoli sotto lo scettro di Giuda”. “Se voi mi seguirete, sarete un reame di sacerdoti”. “Io ti darò in retaggio le nazioni e per il dominio i limiti estremi della terra”. “Tutte le ricchezze della terra debbono appartenerti”. Questa è la promessa, questa è la legge. 7. Il Regnum ebraico non è astratto e sovraterreno ma deve realizzarsi in questa terra ed avere alla sua tesa una stirpe ben precisa. E finchè ciò non avverrà, gli ebrei “debbono considerarsi come esiliati e prigionieri”. Dovunque essi conseguono un dominio che non sia l’assoluto dominio, dovranno accusare come violenza e ingiustizia ogni legge che non sia la loro. La loro legge riconosce solo all’ebreo il diritto alla ricchezza. 8. Questi i termini della “vera giustizia”, la quale sancisce tanto un diritto, quanto un dovere, per l’ebreo, il promuovere ogni sovversione, ogni rivolta contro ogni dominante forma d’ordine e di civiltà non ebraica, qualunque essa sia. La logica stessa impone di distruggere tutto, con ogni mezzo, per spianare la via al Regnum d’Israele. “Tu divorerai tutte le nazioni che il tuo Signore ti darà”. “Il migliore fra i non ebrei (goim), uccidilo”. – dice testualmente un noto passo talmudico. Nel Shemonè-Esrè che è la preghiera che ogni ebreo deve recitare giornalmente si trovano parole come queste: “Che i Nazareni e i Minim (cristiani) periscano in un istante, che sian cancellati dal libro di vita e non sian contati fra i giusti”. 9. E’ miopia vedere nell’azione sovversiva e rivoluzionaria esercitata incontestabilmente in tutti i campi e in tutti i tempi da elementi ebraici, qualcosa avente principio e fine a sè stessa, solamente perchè singoli agenti possono non aver obbedito a nessuna particolare intenzione, ma solo alla loro natura e alla loro eredità. La verità è che per effetto dell’ideale complessivo, l’ebreo coscientemente o istintivamente distruttore, è soltanto lo strumento del Regnum; il quale presuppone l’eliminazione di qualsiasi altro ordine e di qualsiasi altra civiltà. 10. Risulta da questi nove punti fondamentali il decimo punto, e cioè che la gran parte delle posizioni dell’antisemitismo restano al di sotto del vero problema: l’idea della razza, della nazione, della contro-rivoluzione, dell’antibolscevismo e dell’anticapitalismo colpirà questo o quel settore del fronte ebraico, ma non ne raggiungerà mai il centro. L’antisemitismo non sorge a pieno che quando si impugni l’idea di Impero e alla volontà di Impero covata da Israele si opponga un’altra volontà di Impero di uguale dignità e universalità.” (2)
 
Nè si potrebbe comprendere pienamente la vera essenza del problema ebraico – che ha generato l’occupazione territoriale militar-terroristica della Palestina creando i presupposti per una instabilità permanente ed un clima di violenza generalizzate all’interno del perimetro geostrategico vicinorientale – senza analizzarne le cause profonde, la natura e la genesi che sono indiscutibilmente da ricomprendersi in una metabolizzazione di tratti sovversivi, di etats d’esprits – stati d’animo – realmente tellurico-discendenti e aspetti che non potremmo definire altrimenti che satanico-demoniaci da parte di un popolo che continua a perseverare nell’errore di considerarsi razzialmente e spiritualmente “eletto” dall’Onnipotente a soggiogare, opprimere e massacrare tutta l’umanità non ebraica sulla base di interpretazioni deformanti, dissacranti e immorali della Legge e in nome dell’utopostica pretesa di un dominio universale che ritiene promessa divina ed interpreta letteralmente come la ricompensa ‘escatologica’ purificatrice necessaria alla redenzione terminale di un percorso storico, culturale, esistenziale, razziale che Sion ha intriso, nei secoli, di sangue “goiym”.
 
“Da più di duemila anni – scrive in proposito De Vries De Heekelingen (3) – il problema giudaico agita il mondo. A seconda delle epoche o dei paesi dovunque gli ebrei rappresentavano una minoranza più o meno considerevole, l’antisemitismo è sempre divampato in forma più o meno violenta, basandosi di volta in volta su elementi diversi: religioso od economico, nazionale o di razza. (…) Tutto fu tentato per combattere il giudaismo: il battesimo, la persecuzione, l’assassinio, l’espulsione, l’espropriazione, l’emancipazione, l’assimilazione. Che cosa non fu messo in opera per distruggerlo? Eppure nulla valse ad ottenere dei risultati duraturi: gli ebrei sono più numerosi, più potenti, più ricchi che mai. Ci troviamo dunque di fronte ad una razza indistruttibile? Lo crediamo. A una razza invincibile nella sua complessità? Crediamo anche questo. Dobbiamo quindi concludere che non vi è soluzione al problema giudaico? No, soprattutto in quest’epoca, ci sembra debba essere possibile stabilire le ragioni per cui fino ad ora non si è saputo risolverlo. Se, malgrado la loro schiacciante maggioranza, e tutto qunto fecero per combattere gli israeliti, i non-ebrei non hanno mai raggiunto un risultato definitivo, dobbiamo logicamente attribuire questi continui insuccessi ad un’unica causa: la diagnosi incerta del male lamentato portava a rimedi inefficaci e senza effetto. (…) Crediamo senz’altro di poter affermare che un numero crescente di ebrei e di non-ebrei considera il problema giudaico come uno dei più angosciosi del momento. (…) L’antisemitismo continuerà ad aumentare e a diffondersi, perchè le ragioni che l’hanno fatto risorgere non soltanto perdurano, ma non possono essere soppresse. Una fra le cause che più inquinano gli anti-israeliti non è, come potrebbe sembrare, la religione ebraica o l’ebraica potenza economica, ma la sensazione di ospitare frazioni intere di un popolo inassimilabile, appartenente a una nazione che tende al dominio del mondo, e della quale troppi membri fomentano le rivoluzioni. Vi è un numero considerevole di israeliti, tra i più influenti, che proclamano a gran voce la loro nazionalità giudaica e la impossibilità di essere assimilati da altri popoli. E soprattutto la gioventù ebrea è stanca di vivere “con la mano davanti al naso”, come ben disse un autore israelita. Abbiamo, dunque, da una parte un nazionalismo giudaico che non vuol saperne d’assimilazione, e dall’altra parte un nazionalismo antisemita che diffida degli ebrei e che non si può più rassicurare. Se non si riuscirà a trovare uno sbocco a questi opposti nazionalismi, se non si arriverà ad incanalarli, si andrà incontro ai peggiori disastri…”
 
 
E i disastri, anzi il disastro (la Nakba appunto), arrivarono puntualmente. Arrivarono per l’Europa ariana costretta a subire l’azione destabilizzatrice prima, terroristico-criminale successivamente e infine dissolutrice di ogni ordine e morale, valore ed etica, che la resero – all’indomani della seconda guerra mondiale – vittima sacrifcale della perfidia giudaica e dell’atavica sete di vendetta partorita secolarmente da una razza che non tollera, non dimentica e non perdona.

 

Una razza che vive perennemente in istato di insicurezza, diffidente verso tutta la realtà non-ebraica che la circonda, dissolutrice e disintegratrice qualunque ordine politico e sociale e qualsiasi autorità non ebraica. Una razza che coltiva un’istinto di vendetta portato al parossismo ed una volontà di dominio che si conciliano con un’arroganza ed una mancanza di pudore, di decenza e di moderazione che ne fanno la razza maledetta per eccellenza.
 
La boria e la sete di sangue ebraica con la quale lorsignori i figli d’Israele si comportano oggigiorno nella Terra Santa occupata rappresentano infine esattamente quale sia l’animo, l’essenza, di un popolo che – da secoli – vive odiando, calpestando, deturpando ed insudiciando tutto ciò che di non ebraico lo circonda. L’immagine, lo stereotipo, dell’ebreo errante di ieri uso a destabilizzar nell’ombra, avvezzo all’intrigo e al malaffare, rivenditore di stracci e affamatore di popoli grazie allo strumento dell’usura ed al suo ruolo preponderante di strozzino legalizzato trova, in un certo qual modo, il suo definitivo compimento nell’attuale, attualissima, figura dello sgherro sionista di ‘tsahal’, nel colono armato che impone terroristicamente la propria legge, nei dirigenti dell’enclave sionista che – dinanzi alla riprovazione internazionale (vera o di ‘facciata’ che sia) per le tante, troppe, stragi perpetrate impunemente, per il ricorso al terrorismo indiscriminato, per l’abuso della forza e della violenza strumenti di morte che hanno ridotto in schivitù un intero popolo e a malpartito i vicini Stati arabi – , stizzosi e contrari a qualunque critica, a qualsiasi condanna, fanno ‘spallucce’, fingono di non sapere o quando costretti inventano scuse menzognere, senza neanche togliersi il disturbo di fingersi ‘dispiaciuti’ o quantomeno minimamente ‘provati’: è successo dopo Sabra e Chatila all’epoca in cui premier era Menachem Begin, dopo la prima strage di Cana (1996) all’epoca in cui a dirigere il regime d’occupazione sionista era il “nobel per la pace” ed attuale Presidente dell’entità sionista Shimon Peres, dieci anni più tardi (2006) quando nuovamente Cana – nel Libano meridionale – fu teatro di una nuova inaudita strage di innocenti e alla guida dell’enclave ebraica in Palestina vi era un certo Ehud Olmert e, pochi mesi fa, dopo l’aggressione contro la striscia di Gaza del gennaio scorso, quando ad amministrare l’accampamento sionista in Terra Santa vi era un certo Benjamin Nethaniyahu.
 
Cambiano i nomi, cambiano le facce: non cambia la politica criminale e terroristica dei dirigenti sionisti. Non cambiano i metodi utilizzati dai sionisti per estirpare il sentimento nazionale e disintegrare l’identità del popolo palestinese, arabo-cristiano o arabo-musulmano che sia, che della Terra Santa è il legittimo abitante e l’originario appartenente: perchè se da un lato i palestinesi sono gli storici abitanti della Palestina (…eredi dei biblici filistei…in arabo difatti palestinese si traduce come filistiyin…) è altrettanto vero che siano anche i legittimi proprietari di quella terra. Una terra troppo promessa parafrasando il titolo di un recente volume dell’amica Antonella Ricciardi (4) ed il biblico ‘insegnamento’ che, di generazione in generazione – dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (poi Aelia Capitolina)  da parte della Decima Legione romana inviata dall’imperatore Tito a pacificare la regione nel 70 d.C. con il conseguente esodo e cacciata degli ebrei dall’intera zona diventata colonia romana – gli ebrei erranti tra le altre nazioni andavano ripetendo auspicando un “ritorno” a Sion.


 
E il mito della “Terra promessa” è andato plasmandosi ed interiorizzandosi nell’animo ebraico finendo per unirsi indissolubilmente con quell’altra menzogna – partorita dalla propaganda sionista e promossa ad ogni piè sospinto dinanzi ai Grandi dell’Europa da Theodore Herzl , fondatore del movimento e autore del volume sullo “Stato Ebraico” (1896) – su “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Attorno a queste due parole d’ordine del Sionismo si creano quelli che legittimamente Roger Garaudy ha definito come “i miti fondatori della politica israeliana” (5) altrimenti assolutamente irrilevanti quand’anche non decisamente demenziali.
 
La legittimità di una presenza ebraica in Palestina semplicemente non esiste checchè ne dicano i tanti agit-prop ebrei e cripto-ebrei, mezzi ebrei e filo-ebrei di ogni angolo del pianeta; qualunque siano le loro motivazioni e qualsiasi pretesto essi portino a sostegno della tesi che quel territorio storicamente appartenga alla tradizione ebraica. L’instaurazione di un “homeland ebraica” – come venne definita dalla dichiarazione di lord Arthur Balfour (1917) nella sua tristemente nota affermazione a nome del governo britannico sulla ‘legittima’ aspirazione ebraica ad un “focolaio nazionale” in Palestina – in Terra Santa appartiene assolutamente al regno delle fantasie partorite dall’imperialismo dei democratici inventori di stati e nazioni che, all’indomani del primo conflitto mondiale ed in barba ai diritti di autodeterminazione nazionale rivendicati dai popoli che pure avevano sostenuto lo sforzo dei vincitori, a Versaglia nel 1919 crearono i presupposti per lo scatenamento di un secondo conflitto nel cuore del Vecchio Continente ‘realizzando’ , ‘magicamente’, la nascita di entità statali fittizie quali la Cecoslovacchia, la Yugoslavia o smembrando imperi secolari (Austro-Ungarico, Germanico e Ottomano) per lasciar spazio alle mire espansionistiche, alle rivendicazioni contrapposte e ai diktat che, puntualmente, seguirono in Europa come nel Vicino Oriente scatenando odii e volontà di vendetta tra i popoli.
 
E se l’alchimistica invenzione atlantico-democratica di entità nazionali nel cuore del Vecchio Continente porterà alla seconda guerra mondiale in Terra Santa l’instaurazione di un mandato britannico sulla Palestina, affidato a emissari ‘inglesi’ del Sionismo, andrà a generare lo stato di caos e le premesse naturali per la creazione – trent’anni dopo Balfour – dell’emporio criminale sionista; parto ‘lungo’ dell’Imperialismo, obiettivo ultimo dell’Internazionale Ebraica e atto finale del periodo coloniale che interesserà i nazionalismi europei dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Trenta (sarà italiana l’ultima avventura in terra d’Africa con l’occupazione dell’Abissinia).
 
L’esproprio della Palestina operato dai sionisti risulterà inoltre una truffa concepita dalla Gran Bretagna contro i diritti inalienabili del popolo arabo, sollevatori in armi contro l’impero ottomano, a dotarsi di un proprio Stato comprendente tutti i territori della penisola arabica (dal Mediterraneo all’oceano indiano quindi dalla Palestina-Libano-Siria fino alle sabbie desertiche dell’Hejiaz saudita e dello Yemen).
 
Fino all’epoca immediatamente precedente lo scatenamento del primo conflitto mondiale “il concetto stesso di nazione e di nazionalismo, estraneo nel mondo musulmano, non ha, in particolare, cittadinanza in seno alla parte orientale dell’impero ottomano, per definizione sovranazionale. Ma le comunità religiose interne verranno percepite dall’esterno come potenziali gruppi nazionali, e tale percezione verrà fatta propria dai diretti interessati, quando saranno coinvolti in misura più o meno determinante nel progetto coloniale. In Palestina non accade che una comunità si proclami rappresentante dello Stato-nazione. E’ dall’esterno che una minoranza ebraica, partecipe in quanto europea del nuovo clima nazionalistico, si autodefinisce popolo e nazione. Di conseguenza rivendica uno Stato sul territorio palestinese. con il consenso delle potenze coloniali. E’ a questo punto che entra in scena il sionismo che teorizza la nascita di uno Stato ebraico. La storia del sionismo non fa parte delle ideologie europee di fine Ottocento, non rientra in questo libro. Qui basta segnalare alcuni punti. Da un lato gli interessi coloniali britannici trovano nel sionismo lo strumento adatto per la loro realizzazione. Dall’altro, gli elementi mitici cui abbiamo spesso fatto riferimento e la riscoperta ottocentesca della Palestina spingono naturalmente in questa direzione. Così Herzl, il fondatore del sionismo, può tranquillamente affermare che “la Palestina è la nostra indimenticabile patria storica”, quando presenta al sultano ‘Abd al-Hamid la richiesta di costituire uno Stato neutrale “in rapporti costanti con l’Europa” in cambio del risanamento delle finanze dell’impero ottomano. Naturalmente gli Arabi, i cui processi di indipendenza seguivano altre vie, come vedremo a proposito delle loro posizioni durante la prima guerra mondiale, furono quanto meno sprovveduti di fronte al progetto che andava definendosi a loro danno. Eppure un’esplicita rivendicazione della Palestina per fondarvi il proprio Stato non è neanche per i sionista cosa ovvia e automatica. Terra di nessuno, certo, terra biblica, senza dubbio, ma ciò non basta ad accreditare diritti che verranno avallati solo in un più globale progetto coloniale. Il programma del primo Congresso sionista mondiale (Basilea 26-31 agosto 1897) afferma che “il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina”. Per raggiungere tale obiettivo si deve incoraggiare l’immigrazione ebraica in Palestina, così come si deve rafforzare la coscienza ebraica individuale e nazionale e lavorare all’unificazione di tutte le comunità ebraiche. Quando questo focolare verrà annunciato nella dichiarazione di Balfour (1917) , in piena ostilità bellica e con intenti precisi, nonostante la mancanza di qualsivoglia validità giuridica del documento, si è ben più avanti di quanto i sionisti si ponevano come aspirazione a Basilea. E’ già chiara la decisione inglese di non concedere agli Arabi lo Stato indipendente che si era loro promesso in cambio del loro intervento contro l’impero ottomano. (…) Tutti gli Arabi, e non solo i Palestinesi, chiamano il 1920 – anno in cui fu stabilita la spartizione del Vicino Oriente tra Francia (mandato sul Libano e la Siria) e Gran Bretagna (mandato sulla Palestina e l’Iraq) – l’anno della catastrofe. Non solo le speranze di indipendenza venivano deluse, ma la regione, fin dall’avvento dell’Islam unita, si trovò divisa secondo confini che non corrispondevano nè alla realtà etnica, nè a quella religiosa, nè a quella geoeconomica.” (6)
 
I diritti inalienabili del nazionalismo arabo furono cancellati e sopraffatti dalle potenze coloniali: Francia e Gran Bretagna si spartirono i ‘resti’ di ciò che rimaneva dell’impero ottomano e la maggioranza dei territori della penisola arabica lasciando una sorta di indipendenza alla sola Arabia Saudita peraltro ‘capitalisticamente’ controllata dalle compagnie petrolifere anglo-americane e da sempre protettorato e feudo della plutocrazia internazionale.
 
A questa prima “catastrofe”, dopo le rivolte palestinesi del 36-39 e il secondo conflitto mondiale, dovette succedere la ‘Nakba’ con l’espropriazione terroristica e la creazione in entità “statale” dell’accampamento sionista che, nella primavera del 1948, venne proclamato unilateralmente da David Ben Gurion causando l’immediata apertura delle ostilità ed il primo conflitto arabo-israeliano.
 
Da quella primavera sono passati sessantun’anni e “Israele” viene attualmente idolatrato a livello mondiale quale “unica democrazia del Medio Oriente” e “baluardo della civiltà occidentale” contro il mondo arabo-islamico. Chiunque provi a mettere in discussione o criticare l’operato dei dirigenti sionisti viene immediatamente tacciato di “antisemitismo” (…formidabile arma di ricatto utilizzata dall’Internazionale Ebraica per imporre le forche caudine e i propri diktat a governi ed esecutivi nazionali, organismi internazionali e istituzioni sovranazionali…). Definire come legittimamente, storicamente e realisticamente si dovrebbe quale “stato razzista, esclusivista e xenofobo” l’entità criminale ebraica porta immediatamente alla gogna ‘mediatica’ e irrimediabilmente alla fine politica nonchè all’esclusione sociale della vittima di turno.
 
Gli amministratori – politici o economisti che siano, religiosi o laici che dichiarino di essere – della colonia europea (asservita da sessant’anni alle logiche imperialistiche atlantiche e militarmente occupata dalle forze armate statunitensi) sono supinamente docili pecorelle al servizio degli interessi di Sion e brancolano nella paura e nella viltà dinanzi al potenziale ululato del lupo sionista che, ad ogni piè sospinto, può sempre gridare all'”antisemitismo” per imporre meglio i propri desiderata.

Il dogma, la favola, dell’olocausto ha sostituito nell’immaginario collettivo i dogmi sacri e viene ‘percepita’ (o meglio imposta a forza attraverso olocaustiche ‘ricorrenze’ e celebrazioni) dall’opinione pubblica quale ultima indiscutibile ‘verità’ rimasta nella terra di nessuno della contemporaneità post-modernista occidentale. L’ebreo, che si considera immagine divina per eccellenza, sostituisce – con tutto il suo bagaglio di menzogne e falsità – la Divinità: in Occidente potrete bestemmiare tranquillare Dio e tutti i Santi, sputare e vomitare ogni sorta di blasfemia contro l’Onnipotente ma non azzardatevi a toccare l’ebreo e l’Olocausto …pena la scomunica a vita, la demonizzazione perenne quand’anche non direttamente il carcere, la reclusione o comunque una forma di morte fisica che vi renderebbe appestati in quanto “antisemiti”.

 


 
A livello massmediatico il controllo sionista è, soprattutto in Occidente, totalizzante: al verbo ed alla propaganda sionista si inchinano ossequiosi direttori di televisioni e giornali mentre all’interno delle redazioni, nelle televisioni, soggetti giudei sono ‘operanti’ al fine di controllare la ‘direzione’ dei programmi e la pubblicazione di notizie e informazioni. L’Europa già a stelle e strisce subisce silente e timorosa la lex judaica.

Altrove la situazione non è delle migliori. Anche nel mondo arabo – sottoposto ai ricatti e alle vessatorie promesse creditizie delle istituzioni mondialiste sovranazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale ed altre entità controllate dalla plutocrazia sionista) – ci si inchina dinanzi a formule vuote di senso e prive di contenuti su ipotetici “accordi di pace” con “Israele”.
 
Non soddisfatti i sionisti continuano a lanciare ad ogni occasione possibile i loro strali e allarmi sull'”antisemitismo” risorgente , specie quello di ‘matrice islamica’ quasi che, secondo la loro demenziale percezione della realtà, il mondo arabo e islamico dovesse pure ‘ringraziare’ per la situazione di sottomissione e schiavitù alla quale i kippizzati dalla stella di Davide hanno ridotto i loro fratelli palestinesi.
 
Scrive il giudeo Joel Barromi: “Secondo il Corano i “popoli del libro” , e cioè gli ebrei e i cristiani, portatori della Bibbia, dovevano essere tollerati purchè restassero in uno stato giuridico inferiore, quello dei dhimmi. Il Corano, contiene, inoltre espressioni chiaramente avversi agli ebrei, che derivavano dal rifiuto delle tribù ebraiche della penisola arabica di accettare la fede di Maometto. In pratica la vita degli ebrei nel mondo arabo conobbe alti e bassi. Vi furono dure persecuzioni in certi paesi e in determinate epoche, ma mai di carattere generalizzato. Il conflitto arabo-israeliano dette all’ostilità o diffidenza tradizionali, nei riguardi degli ebrei, un carattere politico. Manifestazioni antisemite sono oggi comuni nella stampa dei paesi arabi. Ma non mancano pubblicazioni teoriche. Il regime di Gamal Abd el Nasser in Egitto prese l’iniziativa in questo campo. Nel 1967 venne pubblicata al Cairo un’edizione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, a cura del fratello di Nasser, Shawky Abd el Nasser. La quarta conferenza dell’Università di El Azhar che ebbe luogo al Cairo nel 1968, adottò una serie di principi teologici anti-ebraici, compreso quello della guerra santa, Gihad, contro Israele. Anche in Siria fiorì una letteratura antisemita di cui l’ultimo prodotto è il libro “Azzima di Sion”, scritto dal generale Mustafà Tlass, ministro della Difesa. Lo scopo del libro, apparso nel 1983, è di dimostrare la fondatezza di un’accusa di omicidio rituale che venne fatta a Damasco nel 1840 e che costò la vita a molti ebrei. Vi sono anche paesi arabi che non si limitano a incoraggiare pubblicazioni antisemite in arabo a fini interni, ma si occupano sistematicamente della divulgazione dell’antisemitismo nel mondo. Si distingue in ciò la Libia che, dall’arrivo al potere di Mohammar Gheddafi nel 1971, dà aiuti finanziari e logistici a gruppi antisemiti di destra e di sinistra in diversi paesi. (…) Il defunto re Feisal dell’Arabia Saudita soleva offrire a tutti gli ospiti di riguardo provenienti dai Paesi occidentali una copia dei “Protocolli”. Nel febbraio del 1987 il tribunale di seconda istanza di Parigi proibì la distribuzione di un’edizione dei Protocolli stampata in francese nel Kuwait. Un altro centro di pubblicazione dei Protocolli e di altre opere antisemite in varie lingue è un paese musulmano, la Malaysia. Recentemente anche l’Iran è entrato in lizza. Una delle attività delle ambasciate iraniane a Londra e a Basilea nel 1987 era la distribuzione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion.” (7)
 
Già mentre in Occidente…non si muove foglia che ‘l giudeo non voglia.
 
Perchè , dulcis in fondo – i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” sono così fondamentali e spaventano tanto il Giudaismo internazionale a distanza di oltre un secolo dalla loro comparsa e nonostante tutti i reiterati tentativi per proibirne la pubblicazione nel cuore delle società occidentali?
 
Noi , con il sommo Poeta Dante Alighieri, affermiamo e mettiamo in guardia: “Uomini siate e non pecore matte sí che di voi, tra voi, ‘l giudeo non rida!”
 
 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA

 

Note –

 

1 – Aa.Vv. – “Dossier Palestina – Nakba – L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra” – ediz. “Ripostes” – Salerno-Roma 1988;
 
 2 –  Giovanni Preziosi – articolo “Dieci punti fondamentali del problema ebraico” – da “La Vita Italiana” del 15 Agosto 1937  dal volume “Come il Giudaismo ha preparato la guerra” – ediz. “Tumminelli” – Roma 1939;
 
3 – H. De Vries De Heekelingen – “Israele – Il suo passato il suo avvenire” – ediz. “Tumminelli” – Roma 1937;
 
4 – Antonella Ricciardi – “Palestina, una terra troppo promessa” – ediz. “Controcorrente” – Napoli 2008;
 
5 – Roger Garaudy – “I miti fondatori della politica israeliana” – ediz. “Graphos” – Genova 1996;
 
6 – Aa.Vv. – “La Palestina – Storia di una terra – L’età antica e cristiana – L’Islam – Le questioni attuali” – editori Riuniti – Roma 1987;
 
7 – Joel Barromi – “L’antisemitismo moderno” – ediz. “Marietti” – Genova 1988;

 

 

 

Articolo pubblicato dal sito internet www.terrasantalibera.org in data 13 Settembre 2009

HEIL AHMADINEJAD!

30 Ago

Heil Ahmadinejad!

di Dagoberto Husayn Bellucci

15/06/2009 –

“L’Occidente è la democrazia e la democrazia è anarchia. Non vogliamo saperne niente dell’Occidente e della sua anarchia”

(Ayatollah Sayyed al Musawi al Khomeini – Fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran e Guida Suprema della Rivoluzione Islamica)

Il voto iraniano, svoltosi regolarmente nella giornata di venerdì scorso a Teheran e nelle altre città del paese, ha confermato una schiacciante vittoria del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad e del fronte conservatore al potere dall’estate 2005.

Con una prova di forza assoluta il Presidente ha trionfato sugli altri candidati aggiudicandosi , secondo quanto riportato dal Ministero degli Interni, un totale di 19.761.433 voti pari al 62.6% dei consensi tra gli elettori chiamati alle urne.

Un voto storico che ha visto una massiccia partecipazione popolare pari a circa l’85% degli aventi diritto; la più alta dall’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran – forma ‘scolpita’ di totalità organica perfetta e sublime ‘apparizione’ ierofanica di “Stato Tradizionale” nel XXmo secolo – , nata trent’anni fa per volere del popolo iraniano e sotto la guida dell’Imam Khomeini (che Dio lo abbia in gloria).

Agli altri candidati ‘briciole’ o, per essere esatti, i restanti voti: il 33,7% a Mir Hossein Mousavi , rappresentante e candidato del fronte cosiddetto ‘riformista’, il 2% all’ex comandante dei Basij-Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione) , dr. Mohsen Rezai e ancor più staccato l’ex presidente della Camera (Majlis) Mehdi Karroubi che ha totalizzato lo 0,9% delle preferenze.

Una vittoria attesa e ampiamente pronosticata quella di Mahmoud Ahmadinejad secondo il quale il voto ha confermato la validità e solidità delle istituzioni iraniane, l’alto livello di responsabile ‘disciplina’ politica del popolo e l’insindacabile esattezza del percorso fino ad oggi perseguito dal suo Governo contro tutto e tutti, nemici interni ed esterni, pressioni internazionali e minacce americane e sioniste. Ahmadinejad ha definito l’esito del voto iraniano come l’ennesima prova di maturità del popolo iraniano: “quasi quaranta milioni di persone hanno partecipato a libere elezioni, hanno superato un grande test democratico di fronte al mondo e hanno scelto il cammino del risveglio , l’orgoglio e la dignità” rifiutando i diktat della comunità internazionale, le
provocazioni degli agenti contro-rivoluzionari (…siano sunniti, wahabiti, curdi, azeri, baluchi o rinnegati sciiti …) ed il ricatto del terrorismo che ha colpito, duramente, anche questa consultazione elettorale provocando venti giorni fa la strage di Zahedan ai confini con il Pakistan.

Ahmadinejad sfidando ripetutamente la cosiddetta “comunità internazionale” sull’affaire nucleare ha dimostrato al mondo che Teheran non arretrerà di un millimetro per quanto concerne i propri interessi nazionali. Anche immediatamente dopo l’esito del voto di venerdì Ahmadinejad ha ribadito che la questione del nucleare iraniano “appartiene al passato” confermando così che non ci sarà alcun cambiamento di rotta nella politica nucleare iraniana durante il suo secondo mandato nè, onestamente, si capirebbe cosa ci sia o ci debba essere da ‘cambiare’ considerando che Teheran ha sempre sostenuto il carattere pacifico delle sue installazioni e degli esperimenti sinora effettuati nella ricerca nucleare collaborando a più riprese con l’AIEA , l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, in tutte le sedi e forme ritenute opportune, aprendo i suoi stabilimenti agli ispettori inviati da Vienna e dando il massimo delle garanzie per ciò che concerne l’uso pacifico.
Andassero a Dimona, nel deserto del Neghev occupato dai sionisti, a ‘ispezionare’….

 

 

In merito alla questione delle reiterate e fondate, legittime e opportune dichiarazioni del Presidente iraniano sulla farsa olocaustica, alias il mito del preteso sterminio di sei milioni di soggetti giudei durante la seconda guerra mondiale, Ahmadinejad ha sempre confermato la necessità di un processo di revisione storica al fine di giungere ad un accertamento della verità e perciò si è andato attirandosi le ire del Sistema giudaico-mondialista e quelle dei mass media filo-sionisti – tutti, nel cuore dell’Occidente plutocratico, controllati dalle centrali di propaganda e disinformazione di Washington e Tel Aviv – ; ‘garantendosi’ l’appellativo “sistemico” e “diffamante” di “nuovo Hitler” del Vicino Oriente.

Premesso che il Presidente ha le idee chiare e ha dimostrato sovente di disinteressarsi delle critiche provenienti dai giullari giornalistico- opinionistici della grande stampa mondiale e dei netwoork televisivi ;
riteniamo assolutamente insindacabile quanto fino ad oggi sostenuto in merito alla “leggenda” olocaustica e irrilevanti e sostanzialmente inutili le ‘petulanti’ lamentazioni falso-scandalizzate e finto-piagnone delle pecore matte della contemporaneità rovesciata e contorta.

Il Presidente non si discute! Il Presidente è il Presidente! Il ‘resto’ sono ‘ciance’ sioniste.

Nel frattempo , mentre la Guida della Rivoluzione Islamica – Grande Ayatollah e Marjà et Taqlid Sayyed Alì al Khamine’ì – dichiarava che “la vittoria di Ahmadinejad costituisce una benedizione divina” approvando i risultati usciti dalle urne, scoppiava la protesta organizzata da bande mercenarie filo-
americane e filo-sioniste, contro-rivoluzionari di ogni risma e colore, agit- prop al servizio della reazione e cani sciolti di ogni colore politico, ideologico e religioso camuffati da sostenitori del candidato riformista Mir Hossein Mussavi.

Riprendendo slogans tipicamente occidentali e ‘sbraitando’ di improbabili ‘brogli elettorali’ i facinorosi ed i teppisti contro-rivoluzionari hanno preso d’assalto le strade e le piazze della capitale Teheran , occupando alcuni uffici governativi e rapinando banche e negozi. Una protesta teppistico-mafiosa
eterodiretta dai nemici della Rivoluzione Islamica e sostenuta dagli ambienti del Sionismo e dell’Imperialismo internazionali subito servilmente pronti a
‘disegnare’ mass-mediaticamente una situazione da guerriglia urbana in una quanto mai ‘agognata’ “rivoluzione pacifica” contro il regime.

Una situazione di disordini e caos della quale si sono immediatamente ‘felicitati’ i giudei ed i giudaizzanti dei quattro angoli del pianeta, i ruffiani massmediatici di Sion, l’amministrazione statunitense e i dirigenti dell’emporio criminale sionista…’tutti’ – Europa compresa – ‘sbavanti’ su improbabili “cambiamenti” e “rivolte” popolari in terra d’Iran. Non esiste!

Il Presidente Ahmadinejad , parlando degli incidenti e delle agitazioni contro-rivoluzionarie in corso in queste prime quarantott’ore dalle elezioni, ha sostenuto che le proteste di quanti hanno messo in dubbio la correttezza del voto iraniano “non sono importanti” e che “non provocheranno alcun problema”.

“In Iran – ha sottolineato Ahmadinejad – c’è assoluta libertà e le elezioni sono state pienamente corrette.”

A Teheran l’ordine verrà ripristinato e la situazione normalizzata dai Guardiani della Rivoluzione e dalla polizia in azione fin dalle prime avvisaglie di disordini: non esiste, non esisterà mai nè potrà mai esistere alcuna “rivoluzione pacifica” nella Repubblica Islamica dell’Iran.

La Repubblica Islamica rappresenta la forma spartana insindacabile e inarrivabile di un archetipo di società tradizionale ispirata direttamente dalla ‘visione’ repubblicano-platonica di “stato perfetto”; quintessenza dei valori rivoluzionari ed espressione massima della volontà popolare e della tenuta razziale di un intera nazione nonchè ierofanica presenza delineata dalle coordinate coraniche e lucida ed inenarrabile ‘concezione’ proveniente dalla dimensione spiritual-religiosa della dottrina shi’ita nella codificazione esemplare delineata dal compianto Imam Khomeini nel suo “Governo Islamico”.
Stato Tradizionale, Organizzazione rivoluzionaria popolare, Sovranità Nazionale e Politica, Entità ierofanica, radicale espressione dei valori e degli insegnamenti più sublimi dell’Islam nella sua versione shi’ita duodecimana la Repubblica Islamica dell’Iran non si ‘discute’….il paese degli Ariya = ariani , culla della civiltà persiana, è la nostra Berlino…

Se qualcuno, chiunque, ‘intendesse’ delegittimare le autorità della Repubblica Islamica dovrebbe lanciare contro l’Iran una riedizione della guerra totale (… il mondo ‘contro’…) scatenata dalle demoplutocrazie occidentali e dal giudeo- bolscevismo contro la Germania Nazionalsocialista nel settembre 1939.

Ma oggi, a settant’anni di distanza dall’inizio della guerra totale lanciata dall’Internazionale Ebraica contro l’Europa nazionalsocialista e fascista, chi ‘seriamente’ intende mettere in discussione la geometrica, lineare, esemplare forma di Stato-Ideale rappresentata dalla Repubblica Islamica dell’Iran? Quali nemici, quanti ‘sodali’, e chi – soprattutto – ‘pensa’ una simile follia che, oltre a scaraventare l’intero Vicino Oriente nel baratro infernale di un conflitto che potrebbe assumere dimensioni extra-regionali, risulterebbe in primo luogo controproducente, inutile e eventualmente dannosa e negativa solo per gli eventuali ‘attaccanti’ (…francamente non se ne vede nemmeno l'”ombra”…)?

“Chi osa attaccarci se ne pentirà profondamente!” ha ribadito nella giornata di ieri, domenica 14 giugno, il rieletto Presidente Ahmadinejad secondo il quale non esiste all’orizzonte alcun pericolo: “Chi osa attaccare l’Iran? Chi osa pensarci?” ha infine domandato affatto provocatoriamente rispondendo ad un giornalista nel corso di una conferenza stampa….

Teheran non è Kabul! Teheran non è Baghdad! Teheran non è Belgrado!

‘Provateci’ se ne siete ‘capaci’…noi …diciamo di no!

Con Ahmadinejad fino alla Vittoria!
Hasta siempre Presidente!

Articolo pubblicato dal sito internet www.quicalabria.it in data 15 Giugno 2009