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MUSSOLINI E LA RESISTENZA PALESTINESE – ( di Stefano Fabei )

6 Ott

MUSSOLINI E LA RESISTENZA PALESTINESE

PRESENTAZIONE

Oltre settant’anni fa, nel più assoluto segreto, l’Italia fascista si adoperava validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della Palestina. Non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma di un autentico sostegno materiale. In altre parole, Mussolini finanziò per quasi due anni la prima intifâda palestinese. Una rivolta contro il dominio coloniale britannico che provocò, nel 1937, 200 vittime e nel 1938 ben 2.000, di cui 1.700 arabi. Dagli archivi del ministero degli Esteri italiano emerge infatti che, fra il 10 settembre 1936 e il 15 giugno 1938, il governo di Roma versò all’Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di Gerusalemme, che guidava la rivolta, la somma di 138.000 sterline, davvero considerevole per l’epoca.

Il programma di sostegno all’ intifâda non prevedeva però soltanto un aiuto finanziario. Rispondendo positivamente alle richieste del Mufti, il ministero della Guerra approntava presso il Deposito materiali d’artiglieria di Cimino, in provincia di Taranto, 4.248 fucili di fabbricazione belga, con 7.000.000 di cartucce; 40 mitragliatrici S. Etienne con 4.000 colpi per arma; 25 tonnellate di dinamite; 150.000 inneschi e 150.000 metri di miccia. Roma era anche disposta ad inviare materiale e personale addestrato per provocare attentati nel Paese e inquinare l’acquedotto di Tel Aviv, una città quasi interamente abitata da ebrei. Per questa operazione, tuttavia, chiedeva più tempo, perché era necessario addestrare allo scopo alcuni sottufficiali libici.

Tanto le armi leggere, che gli esplosivi e le armi batteriologiche non furono fortunatamente mai inviati in Palestina. Non perché Mussolini avesse cambiato idea o si fosse reso conto che era semplicemente mostruoso il progetto di inquinare l’acquedotto di Tel Aviv. Ma perché l’inoltro del materiale, per mare e poi attraverso l’Arabia Saudita, presentava difficoltà non previste. Resta comunque il fatto che dagli archivi della Farnesina è emersa ancora una prova che il fascismo, per raggiungere i suoi scopi, non trascurò alcuna arma, chimica o batteriologica. E non si dica che Mussolini era tenuto all’oscuro di queste gravissime decisioni. L’«Appunto per il Duce», dove si fa riferimento al possibile inquinamento dell’acquedotto di Tel Aviv, porta la data del 10 settembre 1936 e reca la sua sigla e la sua approvazione. Del resto, proprio in quei giorni, Mussolini autorizzava l’impiego di ogni tipo di gas contro i partigiani etiopici, che rendevano difficoltosa la conquista integrale dell’Impero.

Il merito di aver dissepolto dalle polverose montagne di faldoni della Farnesina e dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito questi episodi della spregiudicata politica estera del regime spetta a Stefano Fabei, il quale, nel giro di tre lustri, si è aggiudicato una solida reputazione di acuto e scrupoloso studioso dei fatti accaduti nel Vicino e Medio Oriente nel corso del Novecento. Sarà sufficiente citare due fra le sue opere di maggior successo Il fascio, la svastica e la mezzaluna e Una vita per la Palestina. Storia di Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di Gerusalemme.

Questa nuova opera, che presentiamo, dal titolo L’Italia fascista e la Palestina, integra e completa i due volumi sopracitati, cosicché possiamo ben dire che d’ora innanzi non si potrà fare a meno della trilogia di Stefano Fabei sui paesi della Mezzaluna Fertile.

Prima di esaminare le varie fasi dell’appoggio italiano alla prima intifâda palestinese, Fabei ricostruisce, con dovizia di particolari, gli sviluppi del nazionalismo arabo nel Vicino e Medio Oriente sino alla promulgazione del Protocollo di Damasco, nel quale i leader arabi già prefiguravano un grande ed unico Stato che comprendesse l’Arabia, la Palestina, la Siria, il Sinai, la Cilicia e parte dell’Iraq. Il contributo dei nazionalisti arabi, nel corso dei Primo conflitto mondiale, al parziale dissolvimento dell’Impero ottomano, alleato degli Imperi Centrali, realizzava in parte il grande sogno unitario, ma lasciava irrisolte, fra le tante questioni, anche quella palestinese.

La Palestina, infatti, finiva sotto mandato britannico e le cose si complicavano quando il Primo ministro inglese, Lord Arthur James Balfour, rispondendo alle sollecitazioni del movimento sionista, dichiarava il 2 novembre 1917 che «il governo di Sua Maestà considera favorevolmente la costituzione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebreo e farà del suo meglio per facilitare il conseguimento di questo scopo, restando, bene inteso, che non verrà atto nulla che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi di comunità non israelitiche esistenti in Palestina». Il documento lascia molto perplessi, poiché non si fa alcuna menzione dei diritti politici e giuridici degli arabi, che all’epoca erano, in Palestina, 550.000 contro 60.000 ebrei.

In realtà Londra giocava su due tavoli facendo promesse sia agli arabi sia agli ebrei. Ai primi aveva fatto balenare la creazione di un grande Stato unitario, ai secondi la costituzione di un Focolare Nazionale Ebraico. In effetti la Gran Bretagna badava soltanto a spartire le terre arabe sulla base di criteri e di esigenze imperialistiche. Ma, continuando in questo gioco, alla fine non era neppure più in grado di garantire una politica di equidistanza fra le due parti, e finiva per privilegiare la causa sionista, al punto che la comunità ebraica passava, in meno di dieci anni, da 60.000 unità a 160.000.

Era impossibile che i nazionalisti palestinesi accettassero a lungo, senza reagire, l’arrivo in massa di immigrati ebrei e la costituzione di un corpo militare, per la difesa dei territori ebraici, quale l’Haganah . Nell’agosto del 1929 lo scontro fra le due comunità diventava inevitabile e il bilancio dei moti si saldava con 133 ebrei uccisi e 339 feriti, sei colonie ebraiche distrutte, almeno 116 arabi morti. L’energica repressione inglese, culminata con molte condanne a morte, riportava per qualche tempo la calma in Palestina, ma, come sottolinea Fabei, « i moti del 1933, che culminarono in ottobre con la proclamazione di uno sciopero generale, furono un sintomo chiaro che il risentimento palestinese si ravvicinava a una temperatura rivoluzionaria e che non era più rivolta contro gli ebrei, ma contro lo stesso governo britannico » .

La situazione si aggravava ulteriormente quando, dopo l’avvento al potere di Hitler in Germania, l’immigrazione ebraica in Palestina registrava un incremento prima mai conosciuto e gli ebrei passavano in poco tempo da 160.000 a 360.000 giungendo a costituire il 28 per cento della popolazione totale. Ma non era tutto. Nell’agosto del 1935, prendendo la parola a Zurigo, nel corso del XIX Congresso sionista, David Ben Gurion sosteneva che il compito del movimento era quello di insediare in Palestina un milione di famiglie ebraiche.

È a questo punto, dopo che il Mufti di Gerusalemme aveva accettato di guidare un Supremo Comitato Arabo ed aveva indetto uno sciopero generale che si sarebbe presto trasformato in una aperta rivolta, che l’Italia fascista entrava in scena. Non si trattava, come abbiamo già affermato, di un semplice atto di solidarietà, ma di un concreto sostegno, che consentì al Gran Mufti di alimentare l’ intifâda per due anni. Le ragioni che spingevano Roma a sostenere i musulmani di Palestina erano molteplici. Innanzitutto la volontà di contendere alla Gran Bretagna il primato nel Mediterraneo. Poi il desiderio di subentrare all’Inghilterra nel ruolo di potenza mandataria o di ottenere, nel peggiore dei casi, l’internazionalizzazione del mandato. Se avesse raggiunto questo ambizioso traguardo, l’Italia si sarebbe impegnata a risolvere la questione palestinese creando due entità statali distinte e separate: una più estesa, a nord di Gerusalemme, da assegnare agli arabi, e l’altra, a sud della città santa, per gli ebrei.

Il Gentlemen agreement, sottoscritto il 16 aprile 1938 tra l’Italia e la Gran Bretagna , interrompeva, seppure soltanto per due anni, la tensione fra i due Paesi, e costringeva Mussolini a sospendere il finanziamento dell’ intifâda e a relegare in soffitta il piano di spartizione della Palestina. Di questa martoriata regione l’Italia sarebbe tornata ad occuparsene nel pieno del Secondo conflitto mondiale, ma ormai non si sarebbe più parlato di spartizione. Dal 1938 vigevano nella penisola le leggi razziali e dal 1940 l ‘Italia era scesa in guerra a fianco della Germania nazista e ferocemente antisemita. Ricevendo il 27 ottobre 1942, a Roma, il Gran Mufti di Gerusalemme, Mussolini esprimeva la sua disponibilità a riconoscere ai palestinesi il diritto all’indipendenza; affermava che l’Italia era disposta ad approvare l’abolizione del Focolare Nazionale Ebraico; ed infine sosteneva che gli ebrei erano dei nemici per i quali non c’era più posto neppure in Europa. «Se gli ebrei lo vogliono – dichiarava fra l’altro nel suo sproloquio – che fondino Tel Aviv in America».

Sono passati più di sessant’anni da quel colloquio romano e le cose, sulle rive del Giordano, non sono affatto cambiate. L’ intifâda del 1936-38 aveva causato circa 3.000 morti, l’attuale ne ha provocati, all’ultimo censimento, 3.825. Nel 1938 era stato sir Charles Tegart a recintare il Paese con una solida barriera di reticolati. Oggi il muro in cemento, alto dieci metri, porta la firma del Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tegart impose il coprifuoco, la demolizione di case e di quartieri, le rappresaglie più atroci. È esattamente ciò che accade oggi, a quasi settant’anni di distanza. Con una sola variante: la reazione palestinese è oggi più immediata, più violenta, spinta sino al sacrificio di ragazzi e ragazze, che si fanno esplodere alle fermate degli autobus, nei ristoranti, nei supermercati, per causare stragi sempre più odiose e strazianti. Si continua ad elaborare piani di spartizione, esattamente come negli anni Trenta, ma l’ultima parola tocca sempre alla violenza omicida. Non sono bastate una guerra mondiale, quattro guerre arabo-israeliane, incontri di pace al più alto livello, per mutare di una sola virgola questo infinito, insopportabile racconto dell’orrore.

ANGELO DEL BOCA

INTRODUZIONE

Nonostante siano passati settanta anni dai fatti qui raccontati la situazione in Palestina continua ad essere incandescente e l’attualità – pur in un contesto profondamente mutato: oggi lo Stato ebraico non è più un’entità in fieri ma una realtà – presenta analogie con il passato per quanto riguarda fatti, nomi e simboli.

Il muro che oggi Israele sta costruendo intorno ai palestinesi ne richiama alla memoria un altro – di diversa natura, ma edificato allo stesso scopo – che la Gran Bretagna , potenza mandataria, costruì nel 1938 per isolare la Palestina dal Libano, dalla Siria e dalla Transgiordania. Nel quadro di una repressione molto dura il Paese fu allora recintato dal cosiddetto «muro Tegart» realizzato da Sir Charles Tegart che, fatto venire apposta dall’India, impose il coprifuoco, le multe collettive, i tribunali militari, la demolizione di case e di quartieri, la confisca e distruzione di terreni alberati, le condanne a morte per il semplice possesso illegale di armi. Quella barriera di reticolati, tuttavia, non riuscì a fiaccare la volontà di resistenza dei palestinesi che nell’estate dell’anno successivo addirittura aumentò.

Allora, come oggi, era in corso un quotidiano stillicidio di morti chiamato intifâda . Nell’immaginario e nelle rivendicazioni delle attuali brigate palestinesi riecheggia il nome di ‘ Izz al-Dîn al-Qassâm , lo sceicco che nel 1935 proclamò il jihâd contro gli inglesi e gli ebrei; quando fu ucciso addosso a lui, e ai suoi uomini, fu trovata una copia del Corano . Oggi, come allora, quasi quotidianamente ricorre nelle cronache di quella terra l’espressione al-Jihâd al-Muqaddas .

La lunga scia di sangue iniziata all’indomani della Prima guerra mondiale non accenna a esaurirsi e dato che la comprensione del presente non è possibile senza la conoscenza del passato, è proprio per questo motivo che, dopo aver indagato la storia delle relazioni tra il mondo arabo, il fascismo e il nazionalsocialismo e aver ricostruito, passo dopo passo, le fasi della vita di chi in quel rapporto svolse un ruolo di protagonista, ho deciso di focalizzare l’attenzione sulla questione che più di tutte, allora come oggi, infiammò gli animi, cercando di portare ulteriori elementi utili allo sforzo di comprensione del dramma mediorientale.

Verso la metà degli anni Trenta l’Italia fu il primo Stato europeo a sostenere concretamente la lotta di liberazione del popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto sionista in Terra Santa. Questo è quanto emerge dall’analisi dei documenti – lettere, appunti, promemoria – dell’ufficio di coordinamento del ministro degli Affari Esteri italiano e di quelli contenuti nel «Carteggio del Servizio Informazioni Militari relativo a vari Stati» conservato presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Viene così smentita in modo definitivo la tesi, sostenuta dallo storico palestinese George Antonius fin dal 1938, secondo la quale nella rivolta araba iniziata nel 1936 non avrebbero esercitato alcun ruolo elementi esterni, dal momento che il sostegno finanziario italiano alla lotta antisionista e antibritannica dei palestinesi giocò una parte se non determinante quanto meno significativa.

L’appoggio alla prima intifâda , al di là delle originarie prese di posizione filoarabe di Mussolini e di alcuni settori del fascismo, fu determinato da varie ragioni e offerto in vista di obiettivi geopolitici che non possono essere analizzati e compresi al di fuori del loro contesto storico: la lotta nazionale degli arabi di Palestina, la sempre più massiccia immigrazione ebraica, determinata dall’avvento al potere del nazionalsocialismo in Germania e rispondente ai progetti del sionismo, l’equivoca e incoerente azione della potenza mandataria in Terra Santa, il desiderio italiano di ricorrere a ogni mezzo per esercitare sull’Inghilterra pressioni, al fine di pervenire con Londra a un accordo generale.

Per meglio comprendere questi fatti procederemo a un’attenta analisi delle origini del movimento nazionalista arabo, degli sviluppi diplomatici e delle promesse di Inghilterra e Francia alla sua leadership, tenendo conto di quelle contemporaneamente fatte dalle stesse potenze al movimento nazionalista ebraico, delle decisioni prese a Versailles dalla Conferenza della Pace e degli eventi che a essa seguirono sul piano internazionale negli anni successivi.

STEFANO FABEI

( Fonte: www.stefanofabei.it )

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LA QUESTIONE PALESTINESE – ( di Danilo Zolo )

6 Ott

 

LA QUESTIONE PALESTINESE

di Danilo Zolo

Ho riletto in questi tristissimi giorni La questione palestinese di Edward W. Said (Gamberetti editore, prima edizione del 1995 e ora ristampato sempre dallo stesso editore, pp. 290, euro 17.56). E’ un libro molto bello, non meno di Orientalismo, l’opera che ha reso celebre questo professore statunitense di origine palestinese. La questione palestinese è un libro colto, ricco di dati, frutto di una ricerca di prima mano, appassionato. Ma è soprattutto un libro utile: è una delle pochissime «interpretazioni palestinesi» della storia della Palestina di cui la cultura occidentale disponga. Nonostante che sia stato scritto circa vent’anni fa – o forse proprio per questo -, il libro offre elementi di riflessione di grande rilievo e di una sorprendente attualità. Ci aiuta a cogliere in profondità le ragioni storiche di cio’ che oggi sta accadendo in Palestina: il definitivo fallimento degli accordi di Oslo e della «mediazione» statunitense, l’esplosione della nuova Intifada che ha ormai come obiettivo l’indipendenza di tutto il popolo palestinese, la devastazione di cio’ che resta di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme-est dopo trentacinque anni di occupazione militare, lo smantellamento dell’Autorità nazionale palestinese, la strage senza fine di ebrei e di palestinesi innocenti.

Capire cio’ che sta accadendo in Palestina non è facile, anche perché i grandi mezzi di comunicazione, in particolare la televisione, non ci aiutano. Ignorano o rimuovono deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto, affidandosi esclusivamente alle cronache degli inviati speciali o alle dubbie competenze di «esperti» politici o militari, che danno spesso l’impressione di non aver mai messo piede in Palestina. Per di più, il riferimento emotivo al tema dell’antisemitismo e dell’Olocausto e una latente ostilità nei confronti del mondo islamico impediscono a molti europei una valutazione razionale delle responsablità politiche degli attori coinvolti: gli Stati Uniti, Israele, i paesi arabi, le organizzazioni palestinesi.

Cio’ che a mio parere rende prezioso il contributo di Said è il suo tentativo di ricostruire la «questione palestinese» da un punto di vista palestinese – non genericamente arabo o islamico – e di farlo a partire dagli inizi dell’intera vicenda: la nascita del movimento sionista, l’affermazione della sua ideologia nel contesto della cultura colonialista europea degli ultimi decenni dell’Ottocento, l’avvio del fenomeno migratorio verso la Palestina. E in parallelo Said traccia la storia del popolo palestinese e ne presenta un accurato profilo demografico e sociologico.

E’ da questi elementi che bisogna partire, sostiene Said, se si vuole «capire» la questione palestinese. «Capire», se si accoglie questo suggerimento metodologico, significa rintracciare la linea di continuità storica e ideologica che lega fra loro una lunga serie di eventi: le prime ondate dell’emigrazione sionista in Palestina, la costituzione dello Stato di Israele, la sua progressiva espansione territoriale, la dispersione violenta del popolo palestinese, la negazione (non solo israeliana, ma anche araba) della sua identità collettiva, l’occupazione militare di tutte le sue terre, la prima e la seconda Intifada, il terrorismo suicida di Hamas e degli altri gruppi del nazionalismo palestinese estremo.

C’è un tema cruciale sul quale Said insiste, accumulando un’ampia documentazione e interpretandola con estrema cura filologica. Nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, periodo nel quale le potenze europee, in primis l’Inghilterra, decidevano le sorti della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio ed in cui viveva da millenni.

I palestinesi parlavano l’arabo ed erano in gran parte mussulmani sunniti, con la presenza di minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch’esse la lingua araba. Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite della regione mediorientale: intellettuali, imprenditori e banchieri palestinesi occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento e tale sarebbe rimasta fino a qualche settimana prima della proclamazione dello Stato d’Israele nella primavera del 1948: in quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone (mentre gli ebrei, nonostante l’imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione).

L’intera vicenda dell’invasione sionista della Palestina e della autoproclamazione dello Stato di Israele ruota dunque attorno ad una operazione ideologica che poi si incarnerà in una sistematica strategia politica: la negazione dell’esistenza del popolo palestinese.

Nelle dichiarazioni dei maggiori leader sionisti – da Theodor Herzl a Moses Hess, a Menachem Begin, a Chaim Weizman – la popolazione nativa, quando non è totalmente ignorata, viene squalificata come barbara, indolente, venale, dissoluta. A questo diffusissimo clichet coloniale è strettamente associata l’idea che il compito degli ebrei sarebbe stato quello di occupare un territorio arretrato e semideserto per ricostruirlo dalle fondamenta e «modernizzarlo». E secondo una interpretazione radicale della «missione civilizzatrice» dell’Europa e del suo «colonialismo ricostruttivo», la nuova organizzazione politica ed economica israeliana avrebbe dovuto escludere ogni cooperazione, se non di carattere subordinato e servile, della popolazione autoctona (mentre lo Stato israeliano sarebbe rimasto aperto all’ingresso di tutti gli ebrei del mondo e soltanto degli ebrei).

Non a caso, la prima grande battaglia che i palestinesi sono stati costretti a combattere per risalire la china dopo la costituzione dello Stato d’Israele è stata quella di opporsi alla loro vera e propria cancellazione storica. Il loro obiettivo primario è stato di affermare – non solo contro Israele, ma anche contro paesi arabi come l’Egitto, la Giordania, la Siria – la loro identità collettiva e il loro diritto all’autodeterminazione. Soltanto molto tardi, non prima del 1974, le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell’esistenza di un soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante.

La negazione dell’esistenza di un popolo nella terra dove si intendeva installare lo Stato ebraico è lo stigma coloniale e, in definitiva, razzistico che caratterizza sin dalle sue origini il movimento sionista: un movimento del resto strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cade sulla Palestina non solo e non tanto per ragioni religiose, quanto perchè si sostiene, assieme a Israel Zangwill, che la Palestina è «una terra senza popolo per un popolo senza terra».

E’ in nome di questa logica coloniale che inizia l’esodo forzato di grandi masse di palestinesi – non meno di settecentomila – grazie soprattutto al terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern, guidata da Yitzhak Shamir, e come l’Irgun Zwai Leumi, comandata da Menahem Beghin, celebre per essersi resa responsabile della strage degli abitanti – oltre 250 – del villaggio di Deir Yassin.

Poi, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, l’area occupata dagli israeliani si espande ulteriormente, passando dal 56 per cento dei territori della Palestina mandataria, assegnati dalla raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 per cento, includendo fra l’altro l’intera Galilea e buona parte di Gerusalemmme. Infine, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 per cento, si annette illegalmente Gerusalemme-est e impone un duro regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall’intrusione di imponenti strutture urbane nell’area di Gerusalemme araba, oltre che in quella di Nazaret.

Ma, fra tutte, è la vicenda degli insediamenti coloniali nei territori occupati della striscia di Gaza e della Cisgiordania a fornire la prova più persuasiva del buon fondamento dell’interpretazione «colonialista» proposta da Edward Said. Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il 78 per cento del territorio della Palestina, dopo aver annesso Gerusalemme-est ed avervi insediato non meno di 180 mila cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una progressiva colonizzazione anche di quell’esiguo 22 per cento rimasto ai palestinesi, e già sotto occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del territorio della Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e poverissima striscia di Gaza ha confiscato il 32 per cento del territorio, istallandovi circa 30 colonie.

Complessivamente non meno di 200 mila coloni oggi risiedono nei territori occupati, in residenze militarmente blindate, collegate fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass routs) interdette ai palestinesi e che frammentano e lacerano ulteriormente cio’ che rimane della loro patria.

Si puo’ dunque concludere, assieme a Said, che il «peccato originale» dello Stato di Israele è il suo carattere strutturalmente sionista: il suo rifiuto non solo di convivere pacificamente con il popolo palestinese ma persino di gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e sostanzialmente razzisti. Cio’ che l’ideologia sionista è riuscita ad ottenere – indubbiamente favorita dalla persecuzione antisemitica e dalla tragedia dell’Olocausto – è stata la progressiva conquista della Palestina dall’interno. E cio’ ha dato e continua a dare al mondo – non solo a quello occidentale – l’impressione che l’elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi. In questa anomalia sta il nucleo della tragedia che si è abbattuta sul popolo palestinese, la ragione principale delle sue molte sconfitte: il sionismo è stato molto più di una normale forma di conquista e di dominio coloniale dall’esterno. Esso ha goduto di un consenso e di un sostegno generale da parte dei governi e della opinione pubblica europea come non è accaduto per alcun’altra impresa coloniale.

Ma qui sta anche il grave errore commesso dalla classe politica israeliana e dalla potente élite ebraica statunitense che ne ha sempre condiviso le scelte politico-militari. Un popolo palestinese esisteva in Palestina prima della costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente intenzionato a sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, le umiliazioni, la sanguinosa distruzione dei suoi beni e dei suoi valori.

 

 

( Fonte: www.arabcomint.com )

MUSICA DELLA RESISTENZA PALESTINESE –

6 Ott