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A MUSO DURO –

9 Ott

 

 

 

 

 

“E adesso che farò, non so che dire
e ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Ho speso quattro secoli di vita
e ho fatto mille viaggi nei deserti
perché volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti
adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com’è però vi invito a berlo
e le masturbazioni celebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti. ”

 

( PIERANGELO BERTOLI – “A MUSO DURO” – 1979 )

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IL LUPO : NEL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI LUCIANO LIBONI – PER NON DIMENTICARE!

9 Ott

IL LUPO : NEL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI LUCIANO LIBONI – PER NON DIMENTICARE!

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

“…E dietro alla curva del tempo che vola
c’è Sante in bicicletta e in mano ha una pistola
se di notte è inseguito spara e centra ogni fanale
Sante il bandito ha una mira eccezionale
e lo sanno le banche e lo sa la questura
Sante il bandito mette proprio paura
e non servono le taglie e non basta il coraggio
Sante il bandito ha troppo vantaggio.
Fu antica miseria o un torto subito
a fare del ragazzo un feroce bandito
ma al proprio destino nessuno gli sfugge
cercavi giustizia ma trovasti la Legge….”

( Francesco De Gregori – “Il bandito e il campione” – album “Curve nella memoria” 1988 )

 
“Il Ribelle è deciso a opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”

( Ernst Junger – “Il Trattato del Ribelle” )

A pochi giorni dal quinto anniversario della scomparsa/esecuzione sbirresca ricordiamo, ‘piaccia’ o meno, lo stilema di combattimento post-nichilista di Luciano Liboni, il “Lupo”. La contorta e devastata inesistenza fattuale dei deambulanti cosmici della contemporaneità post-modernista dell’Occidente giudaico-mondialista contrassegnata dall’incedere lento e inarrivabile del nulla di una quotidianità ha schiantato ontologicamente gli individui erodendone l’anima e la coscienza – ‘vite schiantate’ dalla ‘fretta’ di vivere – e privando il soggetto-massa moderno degli strumenti necessari a superare un’ipotetico esame di maturità…(l’idoneità del ‘vivere’ si conquista giorno dopo giorno, sulla propria pelle…bisogna anzi occorre sapersela ‘giocare’ bene…ognuno con i ‘mezzi’ che ha a disposizione…senza fretta ma senza tregua in un ‘infinito ritorno’ e nella ‘cerca’ del nulla di una modernità depauperizzante e soffocante che non lascia ‘scampo’….si è o si finge di essere nella società dell’alienazione mentale occidentocratica…il ‘potere’ alle banche, alle multinazionali e ai mass media che vi dicono chi siete, cosa sarete, ciò che farete e quello che diventerete… mode e costumi demenziali per gli invertebrati ‘ruminanti’ nel cortile sistemico mondialista…).

In questo ‘quadro’ da “fine della storia”, o per essere più chiari, da “tramonto dell’Occidente” (…panoramica esistenziale del vuoto lasciato dalla disintegrazione di ogni valore, di qualsivoglia etica e morale, lucidamente ‘tracciata’ scrittoriamente oltre ottant’anni fa da Oswald Spengler…) ovvero dall’affermazione di una società senza Dio, senza ideali e senza memoria; la lucida, fanatica e determinata ‘apparizione’ del “lupo” nella “terra dei cachi” i’tal’yota ci ‘invita’ a ‘seducenti’ riflessioni ‘accarezzate’ da un velo di ottimismo…Noi realisti dell’impossibile e assertori di un’ordine razzial-spirituale ‘conforme’ alle coordinate della dottrina della razza di evoliana memoria (…’tripartizione’ anima-corpo-spirito…) ci ‘lasciamo’, ‘talvolta’, ‘andare’ a ‘folate’ di ottimismo…se esisteva un Luciano Liboni probabilmente, da qualche parte, ne esisteranno ‘altri’ o almeno ce lo auguriamo.

Il tramonto dell’Occidente è l’immagine riflessa della fine di una civiltà/civilizzazione ovvero l’affermazione di una contro-civilizzazione, quella contemporanea ‘segnata’ dall’incedere costante di processi e dinamiche intercapitalistiche con i loro ritmi ossessivi e sfrenati, edonistica caratterizzata dal trionfo della tecnica e dal contrassegno ‘discendente’ della meccanicità dei rapporti umani di qualunque sorta. L’uomo occidentale vive, o almeno ‘pretende’ di vivere, in una ‘scatola’ che si è andato costruendo nel corso dell’ultimo secolo edificando metropoli irrespirabili, quartieri-caserme, scintillanti ‘templi’ destinati al solo culto ammesso e ammissibile nella vuota contemporaneità modernista: il culto di Mammona, la fede incrollabile nel “dio-dollaro” e nella sua ‘forza’ onnicomprensiva e pervasiva.

La ‘fine’ dell’Occidente è ‘contrassegnata’ dall’avvento di un’era rovesciata di non valori. Post-industriale, informatica, computeristica esistenza ‘scandita’ dai “tasti” ‘vitali’ per la quotidianità ritmata dal non senso di un comando a distanza: l’individuo occidentale vive oramai nell’irrinunciabile ‘fabbisogno’ di ‘aggeggi’ di qualsivoglia forma e genere ‘fondamentali’ per compensare ‘lacune’ altre…dal telecomando al telefonino cellulare, dalle schede ‘informatiche’ di ogni genere e tipo (bancomat, carte bancarie…anche tessere sanitarie e carte d’identità oramai ‘informatizzate’ …computeristico controllo a distanza del ‘gregge’ belante…peraltro paciosamente ‘soddisfatto’ di essere spiato ventiquattr’ore su ventiquattro dall’occhio ‘vigile’ del Grande Fratello informatico…) fino alla posta elettronica oramai non si salva neanche l’apparenza di una ‘vita’ reale. Tutto è virtuale nella società del nulla contemporaneo. Inenarrabili ‘vertici’ di idiozia sommati al nulla delle forme contemporanee alle quali non viene data nemmeno apparente un’anima…


In questo contesto di schiantamento generale della società moderna e di laceranti derive esistenziali crediamo assolutamente ‘legittima’ la descrizione ‘canzonettistica’ fatta da Samuele Bersani dello stridente ‘contrasto’ tra il mondo attuale e quello di una volta: “L’ amore oggi nel 2002 è un apparecchio momentaneo infilato sotto il petto/ Forse perché da quella data di settembre è aumentato il senso corrisposto del sospetto (…) Non credo che nessuno ormai si stupirebbe se un bambino gli chiedesse a cosa serve una grondaia?/ A cosa servono i palloni incastrati sotto le marmitte/ a ricordare quando fuori si giocava fra le 127…” già…”che vita”…” Ah puoi dirlo sento sempre il peso di un ricordo appeso al collo…” ….bei ‘tempi’ passati a tirar calci a un pallone in una piazza ….oggi ‘adolescenti’ inquieti e inquietanti senza ‘palle’ …in tutti i sensi…

Scriveva sul “tramonto” della società occidentale Oswald Spengler agli inizi degli anni Venti del secolo scorso: “Sta forse giungendo a compimento il senso espresso da più di duemila anni dalla nostra cultura che, come dice il nome, è “occidentale”, cioè “serale”, avviata a un “tramonto”, a una “fine”. L’evento occidentale è sempre stato presso la sua fine, ma solo ora, con Nietzsche, e poi con Heidegger e Jaspers, comincia a prenderne coscienza. Ma che cosa davvero finisce proprio oggi quando sembra che tutto il mondo insegua senza esitazione la via occidentale, fino ad annullare la specificità che finora ha reso riconoscibile l’Occidente e soprattutto la sua distanza dall’Oriente? Finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica.” (1)

Un’immagine inequivocabile quella di una fine annunciata. La fine non semplicemente di un mondo o di un’epoca – le epoche ‘passano’ e si susseguono in eterno da sempre …sarebbe il ‘male’ minore la scomparsa di un periodo più o meno ‘felice’ per l’umanità o per questa o quest’altra comunità – ma di un’intera civilizzazione. La morte dell’Occidente è la scomparsa di un universo in marcia – a partire dal periodo dell’umanesimo e del cosiddetto rinascimento cinquecentesco – verso i gelidi e impervi camminamenti del Nichilismo puro … “”Tutto ciò che passa è soltanto un simbolo, dice Spengler ricordando un verso del Faust, che ritorna come un leitmotiv wagneriano in “Il tramonto dell’Occidente”. Ma anche, aggiunge, il movimento dell’esistere e del conoscere ha un significato se ha un valore simbolico. Spengler riabilita così i concetti di Simbolo e Destino che la cultura moderna ha deriso e avvilito, credendo di poterli sostituire con quelli di Segno e Progresso, più funzionali alla filosofia analitica e al controllo tecnico-scientifico dell’esistenza. Ma questo non significa che Il tramonto dell’Occidente possa essere letto come una tradizionale reazione allo spirito dell’Illuminismo, anche se proprio a questa interpretazione deve il suo grande successo. Una notorietà e una diffusione che però sono state il più delle volte il risultato di un fraintendimento: il titolo è suggestivo ed evoca facili nostalgie, incoraggia formule rapide con cui ingabbiare la sostanza del libro”. A sua volta il “‘tramonto’ è un’immagine del simbolismo cosmico che unisce gli uomini al movimento delle stelle e agli eventi della vita: il sole tramonta e risorge, così una civiltà nasce e declina. […] Comprendere se la cultura occidentale è al tramonto e quali sono le ragioni della decadenza, diventa la condizione necessaria per affidarsi ad un destino di declino e prepararsi all’evento della rinascita. Spengler non rinuncia mai all’idea che la verità della conoscenza sia fondamentalmente un’azione creativa e una forza cosmogonica.” (2)

Nella stessa nota introduttiva e nell’analisi del volume spengleriano riportata in un volume ricognitivo sul vuoto della società contemporanea scriverà Stefano Zecchi: “Globalizzazione e desimbolizzazione delle civiltà hanno significati concettualmente analoghi: Spengler ha cercato in migliaia di pagine di mostrare come sia la cultura simbolica a dare forza e energia vitale a una civiltà, consentendone la crescita. La sua desimbolizzazione non è che il segno evidente del tramonto. Quindi, la globalizzazione non può rappresentare l’apogeo di una civiltà, bensì è la testimonianza di un irreversibile declino. Agli inizi del Novecento, quando Spengler scriveva il suo capolavoro, l’Europa era pervasa dall’ebbrezza del proprio sviluppo scientifico, viveva nella venerazione dell’idea di progresso, che. Sia pure attraversando alterne fortune, non ha mai abbandonato l’anima dell’uomo faustiano, l’anima dell’Occidente. Quest’uomo appariva trionfante, pronto a colonizzare con la sua idea di civiltà il mondo, un mondo che non sembrava affatto al tramonto. L’uomo faustiano mai avrebbe immaginato che popoli ricchi di simbolicità, fedeli alla loro tradizione, un giorno avrebbero potuto minacciarlo e, forse, ferirlo a morte. Spengler lo sosteneva con una a-contemporaneità che agli intellettuali del suo tempo appariva sciocca, grottesca, patetica. Che ancora oggi, nonostante ciò che accade, appare a molti inaccettabile o intollerabile.” (3)

Dunque nel vuoto cosmico della società contemporanea di massa, nel sistema del livellamento e dell’omologazione – ‘castrazioni’ dell’anima e dello spirito ‘eterodirette’ dagli alchimisti stregoni dell’One World mondialista, dai fautori delle dinamiche di dispersione delle identità e dagli ingegneri del Villaggio Globale globalizzato – ; risulta conforme una ‘celebrazione’ della figura del guerriero metropolitano (….anarco-individualista, radical-nichilista, sovversivo oltre ogni ‘limite’ di ‘decenza’ anche per la ‘finzione’ filmica e cinematografica…) rappresentata dal “lupo”: Luciano Liboni.

Nato a Montefalco il 6 maggio 1957 Luciano Liboni ha ‘schiantato’ le evanescenti forme sbirrico-sistemiche dando vita ad una spettacolare e inenarrabile (…anche se è già stato tentato un ‘approccio’ cinematografico…risultati ‘pessimi’…la realtà risulta decisamente ‘superiore’ e indescrivibilmente eccelsa…) fuga per la libertà nell’ultima settimana del luglio 2004. Una fuga disperata, senza prezzo: tutto o niente, o la libertà o la morte! ‘Stilema’ inenarrabile di uomo di razza. Una vicenda quella di Liboni , il ‘lupo’, che comincia nella sua Umbria si dipana per l’Italia centrale portandolo ben presto al carcere minorile di Firenze per scontare una condanna per i reati di “rissa” e “furto aggravato”.

Fin dai primissimi anni della sua vita ‘contro’ , voi chiamatela “criminale” noi la rappresentiamo come ‘antagonismo radicale’ senza ideologie ‘conformemente’ al vuoto ideologico circostante (…del resto non sono pochi i soggetti passati dalla politica al crimine…’difficile’ sia avvenuto il contrario…), il Lupo si dimostrerà un osso duro per le forze di pubblica sicurezza costringendo i ‘birri’ ad uno snervante inseguimento e ‘concedendo’ una tutt’altro che facile resa (4)

Il resto…viene da se…: “Esercita in realtà un mestiere, quello di falegname, ma è isolato e preferisce la strada del crimine. Intraprende con una donna di Foligno una relazione che però fallisce a causa della sua violenza e incapacità di cambiare vita. Lasciata la madre a Montefalco, il Lupo – così chiamato per il carattere scostante e asociale – si specializza in furti di opere d’arte: nel 1990 è sospettato di averne trafugate in Umbria, Toscana e Lazio. Non disprezza però le rapine alle poste e non rinuncia a maneggiare armi da fuoco. Per sfuggire all’arresto ripara spesso e a lungo in luoghi selvatici, vivendo di quel che trova: ciò gli merita, oltre a quello di Lupo, l’appellativo di Cinghiale.” (5)

Intelligente, furbo, scaltro il Liboni sarà autenticamente un lupo. Un lupo eternamente in fuga. Braccato dalle autorità e in eterna lotta con se stesso e la società circostante. L’immagine forse eccessivamente ‘romantica’ della quale vogliamo tessere il ricordo ‘merita’…al di là e oltre le ‘ciance’ sistemiche dei giornalisti di regime che, nella “settimana di fuoco” del luglio 2004, scribacchiarono ogni sorta di infamia e di immorale bassezza contro un “uomo solo”.

Il mondo contro ma Liboni non si è arreso! ‘Questo’ è stilema combattente!


La svolta nella vita del Lupo avverrà una mattina di febbraio del 2002: il 19 alla guida di una Polo bianca si troverà a transitare dinanzi all’auto del benzinaio tudertino Fausto Gentili (…cognome peraltro affatto ‘ariano’…) il quale , riconoscendo la vettura rubata ad una conoscente si sentirà in ‘dovere’ – ‘dovere’ spionistico – di avvertire la polizia che incomincerà l’ennesima caccia all’uomo. Il Lupo è armato e, vedendosi raggiunto dal Gentili, gli esploderà un colpo contro ferendolo al capo.

Ora Liboni è ricercato per “tentato omicidio”. Inizia di lì a poco una latitanza senza sosta, costellata di reazioni armate ad ogni pedinamento e a tutti i tentativi di ‘fermo’ sbirrico-sistemici: non vuole tornare in carcere e per mantenersi rapina banche e poste. Nel marzo dello stesso anno, dopo aver forzato un posto di blocco della Guardia di Finanza a Civitavecchia farà fuoco contro gli agenti, l’indomani sequestrerà un automobilista per farsi condurre fino a Roma dove sparirà dalla circolazione senza lasciar tracce… Un Lupo astuto e imprendibile, vera e propria ‘bestia nera’ delle forze di sicurezza di un’intero Stato …’apparati sistemici’ sull’orlo di una crisi di nervi.

Deciso a non farsi catturare Liboni espatria: le autorità ceche lo individueranno e arresteranno a Praga nel dicembre 2003. Ha con sè documenti falsi. Finisce dentro per quattro mesi ma uscirà prima che l’Interpol avverta la polizia italiana e torna a ‘seminare’ i suoi inseguitori…La svolta, drammatica e decisiva, avverrà nel luglio 2004 quando , presentando false credenziali ed il nome di Franco Franchini, si presenterà con una frattura del setto nasale ed una vistosa ferita ad una mano all’Ospedale di San Piero in Bagno. Viene medicato e dopo una notte di degenza si fa dimettere per recarsi verso Sant’Agata Feltria nelle sue zone d’origine. Quì si fermerà per una telefonata alla donna che cerca disperatamente di raggiungere nel lontano Sri Lanka (6). Ed è nel bar dove telefonerà che la sua vicenda personale intreccia – il ‘caso’ o semplicemente il destino – quella dell’appuntato Alessandro Giorgioni che avrà la ‘malaugurata’ idea di domandare al Lupo i documenti. Liboni lo attira fuori dal bar e lo uccide sparandogli al collo e al cuore, salta in moto alla sua Yamaha e fugge in direzione di Terni e lasciando qua e là alcune tracce tra le quali un ‘passaggio’ presso Canili di Verghereto.

La morte di Giorgioni enfatizzata immediatamente dai media darà libero sfogo alle ‘pulsioni’ forcaiole di un’Italia che già pensa alle ferie estive ed alla vanagloria dei dirigenti delle diverse questure e caserme dei carabinieri: è caccia all’uomo! Disperata, serrata, inaudita: trentamila agenti , in divisa ed in borghese, allertati in tutto il paese prevalentemente nell’Italia centrale , nella zona compresa tra Umbria, Lazio e Abruzzo dove si sospetta che il fuggiasco si sia diretto. Viene segnalato nella capitale dove alla stazione Termini, deciso come mai, aprirà nuovamente il fuoco contro alcuni agenti di polizia e dove verrà ritrovata la sua Yamaha.

Dopo lo scontro a fuoco che susciterà reazioni contrastanti (appariranno in quell’occasione le prime scritte ‘esultanti’ sui muri della capitale “Un mercoledì da Liboni” e “Liboni ammazzali tutti!”) e con il prefetto Achille Serra che lo definirà “particolarmente pericoloso” perchè “disperato” il Lupo scompare dopo un nuovo sequestro.

Serra sottolinea che Liboni ha saputo di essere malato di AIDS e “prossimo alla morte” e questo – proprio come un lupo ferito e sanguinante ‘braccato’ dai suoi cacciatori – fa di lui un elemento potenzialmente ingestibile…un lupo da abbattere insomma!

Per una settimana si perdono le tracce del fuggiasco: vivrà tra vagabondi e senzatetto fino a quando, la mattina del 31 luglio 2004, viene riconosciuto da alcuni vigili urbani che lo segnalano ai carabinieri. Al Circo Massimo, oramai senza scampo nè altre vie di fuga, il Lupo prende in ostaggio una turista francese e apre nuovamente il fuoco contro i militi dell’Arma. I carabinieri risponderanno ferendolo al capo gravemente e ammanettandolo. Ma Liboni non ne vuol proprio sapere nè di arrendersi nè di tornare in gabbia: un lupo non si ingabbia! Un lupo si ammazza!

Tenta disperatamente di recuperare la pistola, mena calci contro i barellieri durante il trasporto in ambulanza all’ospedale San Giovanni. Quando vi giunge è già morto. Verrà sepolto nel cimitero di Montefalco, vicino al padre e al fratello, dopo una funzione religiosa privata. Sarà durante le esequie che la sorella Giovanna sbotterà inveendo contro i giornalisti accorsi, sciacalli e iene, a speculare – come ‘sempre’ – sulla fine del Lupo (7)

Lupo nella vita. Lupo nella morte.

Dei “dieci giorni di ordinaria follia” che fecero impazzire l’intero apparato sbirrico-repressivo italiota i media si sono dimenticati troppo in fretta, così come – troppo presto – è caduta nell’oblio anche la figura di questo disperato “ribelle” che ‘trasudava’ rabbia e determinazione da tutti i pori, senza mai darsi per vinto, resistendo ogni oltre limite, oltre l’umana condizione. Liboni, il Lupo. Un mito che non muore!

Onore a Luciano Liboni. Uomo Vero! Perchè parafrasando , come sempre, il film western del grande Sergio Leone , “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”: il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava….Liboni sparava!

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

Note –

1 – Oswald Spengler – “Il Tramonto dell’Occidente” – ediz. “Longanesi” – Milano 2008; Dello Spengler si consiglia anche la lettura dell’ottimo “L’uomo e la tecnica. Ascesa e declino della civiltà delle macchine”

2 – Stefano Zecchi – introduzione a “Il Tramonto dell’Occidente” – ibidem;

3 – Stefano Zecchi introduzione a Maurizio Guerri/Markus Olphalders – “Oswald Spengler – Tramonto e metamorfosi dell’Occidente” – ediz. “Mimesis” – Sesto San Giovanni (Mi) 2004;

4 – articolo “La follia del bandito solitario. Ma ormai è alla fine della corsa”. dal quotidiano “La Repubblica” del 25-07-2004;

5 – Luciano Liboni – biografia dal sito www.wikipedia.org

6 – articolo “La telefonata, i pranzi in trattoria. I suoi giorni a Roma da fuggiasco” dal quotidiano ” Il Corriere della Sera” del 01-08-2004;

7 – articolo “Liboni, i funerali a Montefalco. La sorella: “Giornalisti, vergogna” ” dal quotidiano “La Repubblica” del 06-08-2004;

 

 

 

 

Articolo pubblicato sul sito internet http://www.terrasantalibera.org

Ultima Thule – Frihetssång

9 Ott