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WAR GAMES A STELLE E STRISCE: LA GEOPOLITICA AMERICANA COME FATTORE PER UN CAOS GLOBALE

14 Ott

WAR GAMES A STELLE E STRISCE: LA GEOPOLITICA AMERICANA COME FATTORE PER UN CAOS GLOBALE

di Dagoberto Bellucci

 

Ipocrisie e menzogne accompagnano da sempre la politica estera americana. Fattori affatto variabili queste costanti dell’egemonismo culturale, economico, politico e militare della superpotenza a stelle e strisce si sono manifestate palesemente in qualsiasi area geopolitica considerata strategicamente vitale dai centri studi e dalle varie amministrazioni succedutesi alla guida della Casa Bianca. L’dea base dell’espansione statunitense trova nella teoria del sea-power di Alfred Mahan (1840-1914) uno dei suoi principale assertori. Mahan, considerato il ‘padre’ della geopolitica americana, fu il primo a mettere in risalto negli studi geopolitici contemporanei l’importanza del fattore marittimo al quale dedicò – da ammiragio dell’U.S.Navy – un volume “The Influence of Sea Power upon the French Revolution and Empire 1793-1812” (L’influenza del potere marittimo sulla Rivoluzione Francese e l’Impero – 1793-1812) nel quale analizzò la debolezza della politica navale francese considerata elemento determinante la sconfitta napoleonica. Mahan rilevò che la Francia aveva una conformazione geopolitica non idonea a sviluppare una grande politica d’influenza sui mari e ciò fu principalmente causato dall’assenza di uno sforzo a lungo termine per costuire una flotta ed elaborare una strategia concreta di egemonia. I francese, secondo Mahan, alternavano tra i loro interessi principali il ruolo continentale di nazione dominante l’Europa a quello di nuova potenza intercontinentale marittima. Mahan, che studierà lo sviluppo imperiale britannico, scriverà in proposito: “Le circostanze possono determinare la necessità di una concentrazione di forze o della loro dispersione. In questo caso le isole britanniche godono di un vantaggio sulla Francia, ci sembra. Quest’ultima confina sia con il Mediterraneo che con l’Atlantico. Questa posizione, vantaggiosa per certi aspetti, è però causa di debolezza militare sul mare. Le flotte francesi di Levante e Ponente non possono riunirsi se non attraversando lo stretto di Gibilterra.”

Il geopolitico americano individuerà nel suo volume “The interest of America in Sea Power” (L’interesse dell’America nel potere marittimo) del 1897 una vera e propria strategia di espansione per la nascente potenza statunitense. In questa opera , che rimane alla base di tutte le successive elaborazioni strategiche dei vari organismi della politica Usa, Mahan elaborerà la dottrina che doveva portare gli Stati Uniti al rango di potenza mondiale. Questa dottrina si articolerà e svilupperà nel corso del XXmo secolo attraverso alcune costanti: la collaborazione con la potenza navale britannica (che porterà ad una sinergia terroristica e ad una coabitazione le due nazioni anglosassoni) , l’opposizione a qualsiasi pretesa tedesca sui mari, la vigilanza preventiva dinanzi alla prevista espansione militare del Giappone e dei popoli del pacifico e , infine, la difesa coordinata degli interessi atlantici mediante gli accordi con i paesi europei in funzione anti-asiatica e anti-sovietica.

A queste costanti della politica americana – riprese in tempi recenti dagli studi geopolitici di un Zbignew Brzezinsky (si veda il suo “La Grande Scacchiera” che delinea con estrema lucidità le attuali strategie neoconservatrici adottate dall’amministrazione Bush) o da Samuel Huntington (che nell’oramai celebre “Lo scontro delle civiltà” indica chiaramente nella Cina e nel mondo islamico i due principali nemici dell’America e dell’Occidente nel XXImo secolo) – si va a sommare l’assenza di una real-politik responsabile all’interno dell’establishment finanziario e industriale che ha sostenuto l’ascesa alla White House della cordata neocons repubblicana che circonda e dirige le scelte presidenziali con l’avvento dell’era Bush.

L’assenza di una vera e propria linea strategica ha condotto gli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale a fallimentari risultati in Afghanistan ed Iraq. Ciononostante le strategie offensive dell’amministrazione neocons non possono arretrare considerando gli enormi interessi che stanno alla base dei war-games che Bush&soci hanno scatenato contro le nazioni islamiche e , in prospettiva, contro il continente eurasiatico ritenuto ancora come vitale per il predominio mondiale dai dirigenti dei vari centri studi strategici d’oltreoceano.

Seguendo una dottrina coerente e finalizzata al dominio globale, che Mahan prima e i suoi allievi poi avevano identificato nel Sea Power ovvero nel dominio dei mari attraverso alcune componenti basilari quali “la posizione geografica, la conformazione fisica, comprese risorse naturali e clima, l’estensione territoriale e infine il numero di abitanti e le caratteristiche della popolazione” (2) , l’America dell’era Bush si caratterizzerà per un triplice fondamentalismo che si manifesterà nei settori economico-finanziario (attraverso la Globalizzazione e l’espansione delle Multinazionali made in Usa) , in quello culturale (che renderà egemonico il modello di way of life americano attraverso i mass media satellitari del pianeta e l’influenza di mode e costumi) e infine, soprattutto, in quello diplomatico, politico e militare che favoriranno l’accelerazione bellicista yankee attraverso la guerra al terrorismo (eufemistica metafora che nasconde i piani di dominio mondiale della superpotenza unipolare uscita vincente dalla Guerra Fredda condotta per cinquant’anni contro il blocco sovietico) , le guerre asimmetriche e la propagazione manu militari delle formule democratiche occidentali.

L’America di Bush dunque segue quella dottrina Mahan che identificava nell’espansione militare ed economica globali le due armi vincenti della strategia di dominio e di controllo che , sola, garantisse gli interessi di Washington.

Superiorità culturale, economica, tecnologica, politico-diplomatica e militare erano, secondo Brzezinsky, componenti essenziali del diritto che gli Stati Uniti si sono arrogati , all’indomani della 2.a Guerra Mondiale, di preservare i propri interessi, espandere la propria influenza e controllare sostanzialmente il mondo. E’ questa dottrina dell’One World – del mondo unipolare ad una sola dimensione, cultura e modello di sviluppo ; che coniuga la democrazia con il liberalismo, il multiculturalismo progressista con i diritti dell’uomo e la triplice illuminista di uguaglianza, fraternità e libertà , l’espansione capitalista del libero mercato con le logiche di guerra dei mercanti d’armi delle Multinazionali e infine il mai occultato messianismo apocalittico dei settori oltranzisti della galassia wasp-sionista ai quali fanno riferimento gran parte degli uomini del Presidente Bush – che ha sostanzialmente diretto e plasmato le moderne strategie d’espansione statunitensi incidendo , in modo determinante, sui destini dell’intero pianeta sottoposto oramai da anni ad una diktat cinico e criminale che Washington ha imposto nel momento in cui , dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, Bush “invitava” ‘mafiosamente’ ad una scelta di ‘campo’ tra democrazie e regimi ed organizzazioni ritenute “estremiste” ovvero semplicemente non allineate ai desiderata atlantici.

In questo contesto bellico , nel quale oramai ci troviamo di fatto da sette anni, l’egemonia Usa è andata palesemente trasformandosi in un autentico ricatto al mondo: i conflitti scatenati dall’amministrazione neocons hanno insanguinato l’Afghanistan e l’Iraq, deliberatamente condotto ad un conflitto civile interno il popolo palestinese, scatenato la bestia sionista contro il Libano e puntato l’indice contro la Russia di Putin, il Venezuela di Chavez, la Corea del nord comunista , la Siria di Assad e l’Iran di Ahmadinejad ritenuti – in un verso o in un altro – responsabili dell’instabilità planetaria che è frutto esclusivamente dell’estremismo bellicista e delle brame di ognipotenza degli Stati Uniti mai, come oggi, in rotta su tutti i fronti e in crisi di identità.

L’attuale fase di riordinamento dei rapporti di forza internazionali vede difatti Washington ed i suoi alleati sionisti nel Vicino Oriente in evidente difficoltà: l’America bushista non è riuscita a chiudere i conti con le Resistenze popolari e nazionaliste dell’Afghanistan e dell’Iran; ha platealmente assistito alla sconfitta politica e militare del suo alleato israeliano in Libano, ha visto l’affermazione su scala regionale di movimenti islamici sostenuti da un vasto consenso di popolo (Hizb’Allah in Libano , Hamas in Palestina) e soprattutto ha fallito sia in America Latina che nell’Estremo Oriente nei tentativi di imbrigliare e bloccare l’ascesa di Chavez o il consolidamento del regime marxista nord-coreano.

In questa situazione di paralisi Bush&soci continuano a perseguire fanaticamente il loro programma di morte sordi anche alle preoccupazioni espresse chiaramente dal rapporto sul Vicino Oriente redatto nel dicembre scorso dalla Commissione Baker/Hamilton; dalla sconfitta elettorale che ha segnato la vittoria democratica al Congresso e dal conseguente cambio di attitudine nei confronti di Siria ed Iran espressione di questa crisi e fattore di novità nell’area.

L’amministrazione non può permettersi nuovi passi falsi: ecco il motivo per il quale Bush persegue nella sua strategia con o senza il consenso di importanti Istituzioni statunitensi e malgrado i tentativi di apertura e di dialogo intrapresi dal presidente del Congresso Usa, la democratica Nancy Pelosi, nei confronti di Damasco. Nuovi venti di guerra potrebbero dunque spirare nell’area del Golfo, sul Libano oramai stretto nella morsa delle strategie di destabilizzazione e di conflittualità interconfessionale esportate con successo dal vicino Iraq dalla combriccola del male filo-americana al governo del paese dei cedri e nella Palestina dove si è verificata infine la resa dei conti tra i radicali di Hamas e i moderati di Fatah.

La geopolitica globale americana dunque non cambierà finchè, al vertice del sistema di potere della superpotenza a stelle e strisce, rimarranno i signori della Guerra dei circoli neoconservatori e sionisti che dirigono le scelte del Presidente.

Anche l’Europa dovrà tenere in considerazione questi fattori di instabilità planetaria ed i rischi ai quali, le politiche terroristiche statunitensi, espongono l’intero vecchio continente.

 

DAGOBERTO BELLUCCI

Articolo pubblicato sul sito internet www.italiasociale.net in data 31/07/2007

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L’ASSE DEL TERRORE GLOBALE AMERICANO-SIONISTA CONTRO LA REPUBBLICA ARABA SIRIANA

14 Ott

L’ASSE DEL TERRORE GLOBALE AMERICANO-SIONISTA CONTRO LA REPUBBLICA ARABA SIRIANA
di Dagoberto Husayn Bellucci, dir. resp. agenzia stampa “Islam Italia”

 

A tre settimane dal raid aereo compiuto dall’aviazione sionista contro Damasco non si placano le polemiche e non tende ad attenuarsi la tensione nella regione del Vicino Oriente.

La Siria aveva immediatamente comunicato una violazione del proprio spazio aereo da parte di aerei militari israeliani mentre da Tel Aviv un silenzio di tomba sembrava voler ignorare le richieste di spiegazioni che giungevano da Damasco al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perchè al Palazzo di Vetro si prendessero misure appropriate.

Infine la conferma: il leader dell’opposizione sionista, Benjamina Nethanyahu alla guida del Likud, dichiara che quell’operazione militare anti-siriana aveva avuto luogo. A diffondere notizie più dettagliate alcuni siti vicini ai servizi di intelligence israeliani mentre le prime notizie dell’attacco militare contro siti nucleari siriani erano state riportate dalla Cnn.

Le ultime dichiarazioni ufficiali provenienti dallo stato ebraico ribadivano il successo dell’operazione e che i servizi di sicurezza dello stato-pirata ora potevano disporre di prove filmate che confermavano l’arrivo in Siria di materiale nucleare nord-coreano.

Un remake di un film non nuovo che stavolta sembra coinvolgere l’ultimo bastione del nazionalismo arabo, la Siria di Bashar el Assad, rea agli occhi della plutocrazia mondialista di continuare a difendere e sostenere il diritto legittimo della Resistenza in Palestina e Libano, ospitare basi dei movimenti islamici e laici palestinesi che si oppongono al golpe filo-americano attuato nei Territori Occupati dal burattino dell’America, Abu Mazen, e soprattutto centro dei destini geostrategici dell’intero Vicino Oriente.

La Siria gioca da anni un ruolo fondamentale per quanto concerne la situazione nel perimetro geopolitico dell’area: confina con l’Iraq, il Libano e la Palestina occupata. E’ il solo Stato appartenente alla Lega Araba a difendere la legittimità delle resistenze di popolo del mondo arabo sotto attacco e sostenerne i movimenti politici e militari.

Bashar el Assad , oramai da sette anni alla guida della Siria, ha saputo veleggiare nei mari in tempesta della politica mediorientale. Con chiarezza e senza ipocrisie ha offerto quando possibile una soluzione di pace al nemico sionista riaprendo le porte al progetto “territori in cambio di pace” fondato sulla restituzione delle alture del Golan occupate dai sionisti oramai da 40 anni e annesse 26 anni fa dal governo di Mordechai Beghin, ha invitato i dirigenti politici del mondo arabo a fare fronte comune contro i progetti di destabilizzazione regionali provenienti dalle centrali del crimine sioniste-americane e sostenuto Hizb’Allah e Hamas nelle loro sacrosante battaglie contro il nemico dell’uomo.

Non passa oramai settimana che, a turno, Washington o Tel Aviv non minaccino Damasco e Teheran di rappresaglie o i loro alleati di costituire un “problema” alla loro pretesa ‘sicurezza nazionale’.

Una dozzina di giorni fa il direttore nazionale dell’Intelligence statunitense, Michael McConnell, aveva dichiarato – durante una testimonianza resa al Senato Usa – che “Hizb’Allah potrebbe organizzare attentati contro gli Stati Uniti qualora l’organizzazione sciita si sentisse minacciata da Washington”.

Ennesima idiozia della guerra propagandistica che l’asse del male americano-sionista ‘partoriva’ in vista di un inasprimento delle relazioni in tutta la regione: la tensione aumenta nel Vicino Oriente e , al di là dell’Atlantico, evidentemente c’é bisogno di nuovi pretesti per scatenare un conflitto globale che , in molti, danni come imminente.

La Siria ha risposto nelle sedi opportune, rifiutando la polemica sterile, ben conscia di essere nel mirino della plutocrazia sionista. Mentre Damasco e Teheran insistono per una prospettiva di dialogo e offrono una soluzione ai problemi regionali gli apprendisti stregoni del caos globale sono pronti invece a incendiare l’intero Vicino Oriente.

Articolo pubblicato sul sito internet www.italiasociale.net in data 01/10/2007

VIGILANZA SIONISTA AL GHETTO DI ROMA

14 Ott

VIGILANZA SIONISTA AL GHETTO DI ROMA

di Dagoberto Hus’ayn Bellucci – dir. resp. agenzia di stampa “Islam Italia”

 

A poche ore dalla nostra partenza per la Siria abbiamo ricevuto notizie che , una volta di più, ci confermano quanto andiamo scrivendo da mesi: la kippizzazione della vita politica e della società italiana.

In occasione della manifestazione romana , indetta dai movimenti “pacifisti” , dall’area No Global ‘moderata’, da Rifondazione Comunista, dai Verdi e da altri partiti dell’Unione, alcuni energumeni kippizzati – provenienti dagli ambienti ‘noti’ del ghetto ebraico di Roma – hanno tentato un assalto contro singoli manifestanti isolati ‘rei’ di aver espresso la loro condanna dell’azione terroristica israeliana.

Ora , al di là del fatto che la posizione equivoca della sinistra di governo è naufragata miseramente (ove si pensi alle pressioni pesantissime provenienti dalla kehillah capitolina e da tutti i tromboni dell’anti-antisemitismo militante) , è quantomeno rilevante sottolineare che la manifestazione di Roma ribadiva la linea dei “due popoli due stati” ‘evidentemente’ ‘poco’ ‘amata’ dai kippizzati sionisti italici.

Nell’equivoco e nell’ipocrisia dei politicanti del centro-sinistra si distinguono invece le chiare , limpide, parole con le quali l’ex presidente del consiglio – teleimbonitore di Arcore – Silvio Berlusconi ha sottolineato la sua totale solidarietà alla causa del peggior nazionalismo sionista: “Ma quale equivicinanza ed equidistanza. Noi siamo con Israele”.

‘Almeno’ il ‘pregio’ della chiarezza! E , assieme a Berlusconi, in prima linea alla manifestazione di solidarietà all’entità criminale sionista c’era il giudaizzante Gianfranco Fini (c’erano praticamente tutti…. le forche caudine issate dalla Sinagoga evidentemente ‘funzionano’).

Ma quello che è grave dei recenti fattacci romani e che dev’essere realmente rilevato è la presenza di squadracce teppistiche sioniste che, ovviamente indisturbate, si permettevano martedì 18 luglio 2006, di chiedere ai passanti i documenti…..

Chi ha autorizzato dei privati cittadini a svolgere compiti di “vigilanza” nella zona del Ghetto?

E come mai – malgrado la notizia sia stata riportata dal quotidiano “La Repubblica” di mercoledì 19 – nessuno ha osato protestare contro una evidente violazione delle leggi di uno Stato che , sarà quel che sarà, ma è pur sempre uno Stato ‘sovrano’?

La Lega di Difesa Ebraica svolge attività di ‘polizia’ nelle strade adiacenti il Ghetto e nessuno glielo impedisce?

I sionisti organizzano ronde di ‘vigilantes’ e chiedono i documenti ai passanti e nessuno interviene?

Ma l’Italia è ancora una Repubblica ‘democratica’ o è stata elevata al rango di ‘colonia’ di “Israele”?

Ai sodali dei criminali sionisti che continuano a spargere sangue e terrore nel Libano e nella Palestina occupata tutto il nostro disprezzo!

LIBERTA’ PER LA PALESTINA E SOLIDARIETA’ TOTALE AD HAMAS, ALLA JIHAD ISLAMICA PALESTINESE!

ONORE AI COMBATTENTI DELLA RESISTENZA ISLAMICA LIBANESE, ONORE A HEZ’B’ALLAH!

Articolo pubblicato sul sito internet www.italiasociale.net in data 23/07/2006