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IL LIBRO VERDE DI MUHAMMAR GHEDDAFI – LE MINORANZE (15)

20 Ott

LE MINORANZE

Che cos’è una minoranza (aqualliyyah)? Quali sono i suoi vantaggi e gli svantaggi? Come va risolta la questione delle minoranze in accordo ai diversi problemi dell’uomo alla luce de “La Terza Teoria Universale”? La minoranza è solo di due tipi, non ve n’è terzo: uno è quello che fa parte di una nazione, che la inquadra socialmente; l’altro è quello senza nazione, e senz’altro quadro sociale tranne il proprio. Questo secondo tipo è quello che forma una delle accumulazioni storiche che finiscono per costituire una nazione, in forza della appartenenza e del destino comune. Tale minoranza – come è evidente – ha diritti sociali propri, ed è sopruso che qualunque maggioranza abbia a usurparli. Infatti la connotazione sociale è intrinseca, e non risulta possibile di venire assegnata né tolta. I problemi politici ed economici della minoranza si possono risolvere solo nell’ambito della società delle masse (mugtamà gamàhìrì), nelle cui mani devono trovarsi il potere, la ricchezza e le armi. E’ dispotismo e ingiustizia considerare la minoranza solo in base al fatto che essa è tale sotto l’aspetto politico ed economico.


MINORITIES

What is a minority? What are its pros and cons? How can the problem of minorities be solved in accordance with the solution presented by the Third Universal Theory to various human problems? There are only two types of minorities. One of them belongs to a nation which provides it with a social framework, while the other has no nation and forms its own social framework. The latter is the one that forms one of the historic accumulations which eventually constitute a nation by virtue of a sense of belonging and a common destiny. It is clear now that such a minority has its own social rights. Any encroachment on these rights by any majority is an act of injustice. The social characteristic is personal and is not to be given or taken away. Its political and economic problems can only be solved by the masses in whose hands power, wealth and arms should be placed. Viewing the minority as a political and economic minority is dictatorship and injustice.

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IL LIBRO VERDE DI MUHAMMAR GHEDDAFI – LA DONNA (14)

20 Ott

LA DONNA

La donna è un essere umano e l’uomo è un essere umano. Su ciò non esiste disaccordo né dubbio alcuno. La donna e l’uomo, dal punto di vista umano, ovviamente sono uguali. Fare una discriminazione tra uomo e donna sul piano umano è un’ingiustizia clamorosa e senza giustificazione. La donna mangia e beve come mangia e beve l’uomo. La donna odia e ama come odia e ama l’uomo. La donna pensa, apprende e capisce come pensa, apprende e capisce l’uomo. La donna ha bisogno di alloggio, di vestiario e di mezzo di trasporto come ha bisogno l’uomo. La donna ha fame e ha sete come ha fame e ha sete l’uomo. Ma allora perché esiste l’uomo e perché esiste la donna? Certo la società umana non è formata soltanto da uomini o soltanto da donne, ma da entrambi, ossia da uomo e donna assieme per legge di natura. Perché non sono stati creati solo uomini oppure solo donne? Qual’è inoltre la differenza tra uomini e donne, ossia fra l’uomo e la donna? Perché il creato ha richiesto la creazione dell’uomo e della donna, il che si realizza con l’esistenza di entrambi, e non dell’uomo soltanto, o della donna soltanto? Deve assolutamente esservi una necessità naturale a favore dell’esistenza di entrambi, e non soltanto dell’uno, o soltanto dell’altra. Dunque ciascuno dei due non è l’altro, e fra i due vi è una differenza naturale, la cui prova è l’esistenza dell’uomo e della donna assieme nel creato. Ciò di fatto significa che per ciascuno dei due esiste un ruolo naturale che si differenzia conformemente alla diversità dell’uno rispetto all’altro. Dunque è assolutamente necessario che vi sia una condizione che ciascuno dei due vive, e in cui svolge il suo ruolo diverso dall’altro. E tale condizione deve differire da quella dell’altro, in ragione del diverso ruolo naturale proprio di ciascuno. Per riuscire a comprendere tale ruolo, rendiamoci conto della differenza naturale esistente fra la costituzione fisica dell’uomo e quella della donna, ossia quali sono le differenze naturali tra i due: la donna è femmina e l’uomo è maschio. La donna conformemente a ciò – come dice il ginecologo – ha le sue regole, ovvero arrivata al mese è indisposta, mentre l’uomo per il fatto che è maschio non ha le regole e di abitudine non è mensilmente indisposto. Questa indisposizione periodica, cioè mensile, è un’emorragia. Vale a dire che la donna, per il fatto che è femmina, è naturalmente soggetta ad una emorragia mensile. Quando la donna non ha le sue regole è gravida. E se è tale, per la natura stessa della gravidanza, è indisposta per circa un anno, ovvero impedita in ogni attività naturale finché non partorisce. Quando poi partorisce o quand’anche abortisce, è colpita dai disturbi conseguenti ad ogni parto o aborto. Invece l’uomo non diviene gravido e di conseguenza, per natura, non è colpito dai disturbi da cui è colta la donna per il fatto che è femmina. La donna dopo il parto allatta l’essere che aveva portato in sé. L’allattamento naturale dura circa due anni. Ciò significa che il bambino è inseparabile dalla donna ed ella è inseparabile da lui, tanto che sarà impedita da svolgere la sua attività e direttamente responsabile di un altro essere umano: è lei che lo assiste nell’adempimento di tutte le funzioni biologiche, e senza di lei egli morrebbe. Invece l’uomo non diviene gravido e non allatta. E qui termina la spiegazione del medico. Questi dati naturali creano differenze congenite, per le quali non è possibile che l’uomo e la donna siano eguali. Esse di per sé costituiscono la reale necessità dell’esistenza, del maschio e della femmina, cioè dell’uomo e della donna. Ciascuno dei due nella vita ha un ruolo o una funzione diversa dall’altro, in cui non è assolutamente possibile che il maschio subentri alla femmina: ossia non è possibile che l’uomo assolva a queste funzioni naturali in luogo della donna. E’ degno di considerazione che tali funzioni biologiche sono un peso gravoso per la donna, che le impone uno sforzo ed una sofferenza non trascurabili. Ma senza dette funzioni cui ella adempie la vita umana finirebbe: si tratta dunque di funzioni naturali, non volontariamente scelte né obbligatorie, ma piuttosto necessarie, la cui sola alternativa sarebbe la fine totale della vita del genere umano. Esiste un intervento volontario contro la gravidanza, che costituisce l’alternativa della vita umana; esiste un intervento volontario parziale contro la gravidanza; esiste l’intervento contro l’allattamento. Essi però sono tutti anelli di una catena di azioni contrarie alla natura della vita, culminanti nell’uccisione, ossia nel fatto che la donna uccida se stessa nella sua essenza per non ingravidare, non procreare e non allattare. Il che rientra negli interventi artificiali contro la natura della vita rappresentata dalla gravidanza, l’allattamento, la maternità e il matrimonio, salvo il fatto che essi ne differiscono nel grado. La rinuncia al ruolo naturale della donna nella maternità, ossia che gli asili nido si sostituiscano alla madre, è l’inizio della rinunzia alla società nella sua dimensione umana e della sua trasformazione in società puramente biologica e in vita artificiale. Separare i bambini dalle madri ammassandoli negli asili nido è un’operazione che li rende pressoché pulcini, perché gli asili nido sono qualcosa che rassomiglia alle stazioni di sagginamento in cui si ammucchiano i pulcini dopo la covata. Infatti solo la maternità naturale conviene alla costituzione dell’essere umano, è compatibile con la sua natura e confacente alla sua dignità. Vale a dire che il bambino va educato dalla madre e deve crescere in famiglia in cui vi sono amore materno, paterno e fraterno e non in una sorta di stazione come quella per allevare il pollame. Anche i polli tuttavia hanno il bisogno della maternità come fase naturale, al pari dei rimanenti figli dell’intero regno animale. Perciò allevarli in stazioni simili agli asili nido è contro la loro crescita naturale, e persino la loro carne si accosta maggiormente a quella preparata su base industriale che a quella di allevamento spontaneo. La carne degli uccelli di allevamento (mahattàt) non è gustosa e talora non fa nemmeno bene, poiché i rispettivi volatili non stati allevati in modo naturale, ossia a riparo della maternità naturale. Invece i volatili ruspanti sono più appetitosi e sostanziosi, poiché sono cresciuti grazie alla maternità naturale e nutrendosi in modo naturale. In quanto ai senza famiglia e ai senza tetto, la società ne è tutore. E’ solo per costoro che la società dovrebbe istituire gli asili nido etc. E’ meglio che di essi si curi la società, piuttosto che individui che non sono i loro padri. Se si facesse un esperimento empirico per conoscere l’inclinazione naturale del bambino fra la madre e il centro di puericultura, il bambino propenderebbe per la madre, certo non per l’altro. E dato che la predilezione naturale del bambino è per la madre, ella è dunque il riparo naturale e giusto dell’allevamento. Perciò indirizzare il bambino all’asilo nido anziché lasciarlo alla madre è una coercizione ed è un abuso contro la sua libera tendenza naturale. In tutte le cose la crescita naturale è quella sana in piena libertà. Che si faccia dell’asilo nido una madre è un atto coercitivo contrario alla libertà della crescita corretta. I bambini sono condotti all’asilo nido forzatamente, oppure per il fatto che li si raggira e per la loro semplicità infantile. E poi essi vi sono inviati per cause puramente materiali, e non sociali. Ma, tolti i mezzi coercitivi adottati nei loro confronti e la semplicità infantile, essi rifiuterebbero l’asilo nido e starebbero attaccati alle loro madri. La sola giustificazione per questa operazione innaturale e inumana è che la donna si trovi in una situazione incompatibile con la natura, ovvero che sia costretta all’adempimento di obblighi sociali e contrari alla maternità. La natura della donna le comporta un ruolo diverso da quello dell’uomo, per poter adempiere al quale ella deve porsi in una situazione diversa rispetto all’uomo. La maternità è funzione della femmina, non del maschio. Perciò è naturale che i figli non vengano separati dalla madre. Qualunque provvedimento che li separa dalla madre è abuso, tirannia e dispotismo. La madre che rinuncia alla maternità verso i suoi figli contravviene al suo ruolo naturale nella vita, ed occorre che le vengano garantiti i diritti e le condizioni adeguate mancanti. Sono egualmente l’abuso e il dispotismo che obbligano la donna a espletare il suo ruolo naturale in circostanze innaturali, mettendola in una situazione di contrasto intrinseco. Se la donna rinuncia al suo ruolo naturale del parto e della maternità essendovi costretta, sono esercitate su di lei tirannia e dispotismo. La donna bisognosa di un lavoro, che la renda incapace di assolvere alla sua missione naturale, non è libera essendovi costretta dal bisogno, perché nel bisogno la libertà scompare. Vi sono circostanze appropriate e anche necessarie perché sia agevolato alla donna l’adempimento della sua missione naturale, diversa da quella dell’uomo. Fra esse quelle che si confanno ad una persona indisposta, oppressa dalla gravidanza, ossia dal portare in grembo un altro essere umano capace che la deblita sul piano della capacità materiale. In una delle fasi della maternità è ingiusto che la donna venga messa in una situazione non confacente a tale stato: come il lavoro fisico, che per lei equivale a una sanzione corrispondente al suo tradimento umano della maternità. Ed equivale anche a un tributo che ella è costretta a pagare per entrare nel mondo degli uomini, che certo non sono del suo stesso sesso. Si è convinti – compresa lei stessa – che la donna svolga il lavoro fisico esclusivamente di una spontanea volontà, ma di fatto non è così. Ella vi adempie solo perché la dura società materialistica l’ha messa in circostanze di forza maggiore, senza che lei se ne rendesse direttamente conto. E non le resta altra via che assoggettarsi alle condizioni di tale società, mentre è convinta di lavorare per sua libera scelta. Ma ella non è libera di fronte a una siffatta regola che sosterrebbe: “fra uomo e donna non vi è differenza in nessuna cosa”. L’espressione “in nessuna cosa” è il grande inganno nei confronti della donna. Distrugge infatti le condizioni a lei appropriate e indispensabili: condizioni necessarie e di cui ella deve senz’altro godere dinanzi all’uomo, in conformità alla sua natura che le ha predisposto un ruolo da svolgere nella vita. L’eguaglianza fra l’uomo e la donna nel portare pesi mentre ella è gravida è ingiustizia e crudeltà, come lo è l’eguaglianza fra di loro nel digiuno e nella fatica mentre ella allatta. E’ ingiustizia e crudeltà l’eguaglianza fra di loro in un lavoro sporco che sfigura la bellezza di una donna, privandola della sua femminilità. E’ anche ingiustizia e crudeltà addestrare la donna ad un programma che, di conseguenza la conduce allo svolgimento di un lavoro non confacente alla sua natura. Fra l’uomo e la donna non esiste differenza sul piano umano: a nessuno dei due è lecito sposare l’altro senza il suo libero consenso, né sciogliere il matrimonio senza un equo arbitrato che lo ratifichi, o senza l’accordo delle due volontà dell’uomo e della donna al di fuori dell’arbitrato. Oppure che la donna si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento, o che l’uomo si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento. La donna è la padrona della casa perché la casa è una delle condizioni appropriate e necessarie a lei che è incinta, è indisposta, procrea ed assolve alla maternità. La femmina è padrona del riparo della maternità, cioè la dimora, anche nel mondo degli altri animali diversi dall’uomo. Per la sua natura il suo dovere è la maternità, ed è un arbitrio privare i figli della madre o privare la donna della casa. La donna non è altro che femmina. Femmina significa che essa ha una natura biologica diversa da quella dell’uomo, per il fatto che egli è maschio. La natura biologica della femmina, diversa dal maschio, ha assegnato alla donna caratteristiche differenti da quelle dell’uomo sia nella forma sia nell’essenza. L’aspetto della donna è diverso da quello dell’uomo perché ella è femmina, così come ogni femmina fra gli esseri viventi, animali e vegetali, è diversa dal maschio sia nella forma sia nell’essenza. Questa è una realtà naturale indiscutibile. Il maschio nel regno animale e vegetale è stato creato forte e rude per natura, mentre la femmina nei vegetali e negli animali è stata creata bella e delicata per natura. Queste sono realtà naturali ed eterne con cui sono stati creati gli esseri viventi chiamati uomini, animali, piante. In ragione di tale diversa costituzione e delle leggi naturali, il maschio svolge il ruolo del forte e del rude non per costrizione, ma perché è stato creato così. Invece la femmina svolge il ruolo del delicato e del bello non per sua libera scelta, ma perché è stata creata così. Questa regola naturale è la giusta norma, per il fatto che da un lato è naturale e dall’altro è la regola fondamentale della libertà, dato che le cose sono state create libere e che qualunque intervento contrario alla regola della libertà è un arbitrio. Non attenersi a questi ruoli naturali e trascurarne i limiti significa trascurare e corrompere i valori della vita stessa. La natura è stata ordinata così per trovarsi in armonia con l’ineluttabilità della vita fra l’essere e il divenire. L’essere vivente, allorché è creato vivente, è un essere che necessariamente vive finché non muore. La durata dell’esistenza tra il principio e la fine si basa su una legge costitutiva e naturale, in cui non vi è possibilità di libera scelta né di coercizione, ma è naturale, è la libertà naturale. Negli animali, nei vegetali e nell’uomo è necessario che vi siano maschio e femmina per il realizzarsi della vita fra l’essere e il divenire. E non è solo sufficiente che l’uomo e la donna esistano, ma bisogna anche che svolgano il loro ruolo naturale per il quale sono stati creati. E ciò deve avvenire con piena capacità. Se esso non è compiuto perfettamente, significa che nel corso della vita vi è un difetto, conseguente a chissà quale circostanza. E questa è la situazione oggi vissuta dalla società quasi ovunque al mondo, come risultato della confusione fra il ruolo dell’uomo e quello della donna: vale a dire in seguito ai tentativi di ridurre la donna in uomo. In armonia con la natura costitutiva ed i suoi scopi, l’uomo e la donna devono sempre eccellere nel loro ruolo. Altrimenti sarebbe la regressione, l’atteggiamento in contrasto con la natura e distruttivo della regola della libertà, ed in contrasto con la vita e con la sopravvivenza. E’ necessario che ciascuno dei due adempia al ruolo per il quale è stato creato, senza rinunciavi; poiché il rinunciarvi, sia pure in parte, si verifica solo per circostanze di forza maggiore, ovvero in una situazione anomala. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio, oppure l’ornamento e la leggiadria per motivi di salute, rinuncia al suo ruolo naturale nella vita per la circostanza di forza maggiore della salute. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio oppure la maternità etc. a causa del lavoro, rinunzia al suo ruolo naturale per una circostanza egualmente di forza maggiore. La donna che rifiuta la gravidanza, il matrimonio o la maternità etc, senza alcuna causa concreta, rinuncia al suo ruolo naturale per una circostanza di forza maggiore dovuta alla deviazione ideale rispetto alla regola della natura costitutiva. Così non è possibile che la femmina o il maschio rinuncino a svolgere il loro ruolo naturale nella vita, se non in circostanze innaturali, contrarie alla libertà e minatorie per la sopravvivenza. Perciò è necessaria una rivoluzione universale che elimini tutte le condizioni materiali che impediscono alla donna l’espletamento del suo ruolo naturale nella vita, e che le fanno svolgere i compiti dell’uomo perché sia pari a lui nei diritti. Questa rivoluzione avverrà inevitabilmente, specie nelle società industriali, come reazione dell’istinto di sopravvivenza, ed anche senza il bisogno di qualche provocatore alla rivoluzione, come per esempio “Il Libro Verde”. Tutte le società oggi guardano alla donna né più né meno che come ad una merce. L’Oriente guarda ad essa come oggetto di godimento suscettibile di vendita e di compera. L’Occidente guarda ad essa come se non fosse femmina. Indurre la donna a svolgere il lavoro maschile è un’ingiusta aggressione contro la femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale necessario alla vita. Infatti il lavoro maschile cancella le belle fattezze della donna con cui la natura costitutiva ha voluto che appaia perché svolga un ruolo diverso da quello del lavoro confacente a chi non è femmina. E’ esattamente come i fiori, creati per attirare i grani del polline e per produrre le semenze: se li eliminassimo finirebbe il ciclo delle piante nella vita. E’ proprio l’abbellimento naturale della farfalla, degli uccelli e delle restanti femmine degli animali che serve a questo scopo vitale naturale. Se la donna svolge il lavoro maschile deve allora trasformarsi in uomo, rinunziando al suo ruolo e alla sua bellezza. La donna ha pieni diritti, anche senza essere costretta a trasformarsi in uomo e a rinunziare alla sua femminilità. La conformazione fisica, per natura diversa fra l’uomo e la donna, implica che differiscono anche le funzioni degli organi, diversi nella femmina rispetto al maschio. Il che comporta a sua volta una differenza del loro intero modo di essere : differenza di temperamento, di psiche, di nervi e di aspetto fisico. La donna è tenera. La donna è bella. La donna ha facile il pianto. La donna ha paura e generalmente, in conseguenza della conformazione naturale, la donna è delicata, mentre l’uomo è rude. Ignorare le differenze naturali tra l’uomo e la donna e confondere i loro ruoli è un atteggiamento del tutto incivile, contrario alle leggi naturali, distruttivo per la vita umana e causa reale di infelicità nella vita sociale dell’essere umano. Le società industriali in quest’epoca hanno adattato la donna al lavoro nei suoi aspetti più materiali rendendola come l’uomo, a scapito della sua femminilità e del suo ruolo naturale nella vita, relativamente alla bellezza, alla maternità e alla tranquillità. Ebbene esse sono società incivili, società materialistiche e barbare. E’ stolto e pericoloso per la civiltà umana imitarle! Perciò il problema non è che la donna lavori o non lavori. Questo è uno sciocco modo materialistico di porre la questione. Occorre che la società procuri il lavoro a tutti i suoi individui abili e bisognosi, uomini e donne. Ma ogni individuo deve lavorare nel campo che gli si confà, senza essere forzato sotto arbitrio a fare ciò che non gli si addice. E’ sopruso e dispotismo che i bambini si trovino nelle condizioni di lavoro degli adulti. E’ anche sopruso e dispotismo che la donna si trovi nella condizione di lavoro degli uomini. La libertà è che ogni essere umano apprenda le cognizioni che gli si confanno, e che lo qualificano ad un lavoro che gli si addice. Invece il dispotismo è che l’essere umano apprenda le cognizioni che non gli si confanno e lo conducono a un lavoro che non gli si addice. Il lavoro che si confà all’uomo non è sempre quello che si addice alla donna, e le cognizioni che si confanno al bambino non sono quelle che si addicono all’adulto. Non vi è differenza nei diritti umani fra l’uomo e la donna e fra l’adulto e il bambino, ma non vi è eguaglianza completa fra loro per i doveri cui devono assolvere.


WOMAN

It is an undisputed fact that both man and woman are human beings. It follows as a self-evident fact that woman and man are equal as human beings. Discrimination between man and woman is a flagrant act of oppression without any justification. For woman eats and drinks as man eats and drinks … Woman loves and hates as man loves and hates … Woman thinks, learns and understands as man thinks, learns and understands … Woman, like man, needs shelter, clothing and vehicles … Woman feels hunger and thirst as man feels hunger and thirst … Woman lives and dies as man lives and dies. But why are there man and woman? Indeed, human society is composed neither of man alone nor of woman alone. It is made up naturally of man and woman. Why were not only men created? Why were not only women created? After all, what is the difference between man and woman? Why was it necessary to create man and woman? There must be a natural necessity for the existence of man and woman, rather than man only or woman only. It follows that neither of them is exactly the other, and the fact that a natural difference exists between man and woman is proved by the created existence of man and woman. This means, as a matter of fact, that there is a role for each one of them, matching the difference between them. Accordingly, there must be different prevailing conditions for each one to live and perform their naturally different roles. To comprehend this role, we must understand the differences in the nature of man and woman, namely the natural differences between them: Woman is a female and man is a male. According to a gynaecologist, woman menstruates or suffers feebleness every month, while man, being a male, does not menstruate and he is not subject to the monthly period which is a bleeding. A woman, being a female, is naturally subject to monthly bleeding. When a woman does not menstruate, she is pregnant. If she is pregnant she becomes, due to pregnancy, feeble for about a year, which means that all her natural activities are seriously reduced until she delivers her baby. When she delivers her baby or has had a miscarriage, she suffers puerperium, a feebleness attendant on delivery or miscarriage. As the man does not get pregnant, he is not liable to the feebleness which woman, being a female, suffers. Afterwards woman breast-feeds the baby she bore. Breast-feeding continues for about two years. Breast-feeding means that a woman is so inseparable from her baby that her activity is seriously reduced. She becomes directly responsible for another person whom she helps to carry out his biological functions, without which it would die. The man, on the other hand, neither conceives nor breast-feeds. All these innate characteristics form differences because of which man and woman cannot be equal. These, in themselves, are the realities that necessitate the distinction between male and female, i.e. man and woman; they assign to each of them a different role or function in life. This means that man cannot replace woman in carrying out these functions. It is worthy of consideration that these biological functions are a heavy burden, causing woman great effort and suffering. However, without these functions which woman performs, human life would come to an end. It follows that it is a natural function which is neither voluntary nor compulsory. It is an essential function, whose sole alternative is that human life would come to a complete standstill. There is a deliberate intervention against conception which is the alternative to human life. In addition to that there is a partial deliberate intervention against conception, as well as against breast-feeding. All these are links in a chain of actions against natural life, culminating in murder, i.e. for a woman to kill herself in order not to conceive, deliver and breastfeed, is within the realm of deliberate interventions against the nature of life embodied in conception, breastfeeding, maternity and marriage, though they differ only in degree. To dispense with the natural role of woman in maternity — i.e. nurseries replacing mothers — is a start in dispensing with the human society and transforming it into a biological society with an artificial way of life. To separate children from their mothers and to cram them into nurseries is a process by which they are transformed into something very close to chicks, for nurseries are similar to poultry farms in which chicks are crammed after they are hatched. Nothing else would be appropriate for man’s nature, and would suit his dignity, except natural motherhood, (i.e. the child is raised by his mother …) in a family where the true principles of motherhood, fatherhood and brotherhood prevail, rather than in a centre similar to a poultry breeding farm. Poultry, like the rest of the members of the animal kingdom, needs motherhood as a natural phase. Therefore, breeding them on farms similar to nurseries is against their natural growth. Even their meat is closer to synthetic meat than natural meat. Meat from mechanized poultry farms is not tasty and may not be nourishing because the chicks are not naturally bred, i.e. they are not raised in the protective shade of natural motherhood. The meat of wild birds is more tasty and nourishing because they grow naturally and are naturally fed. As for children who have neither family nor shelter, society is their guardian, only for them should society establish nurseries and the like. It is better for those to be taken care of by society rather than by individuals who are not their parents. If a test were carried out to discover the natural propensity of the child towards his mother and the nursery, the child would opt for his mother and not the nursery. Since the natural tendency of a child is towards his mother, she is the natural and proper person to give the child the protection of nursing. Sending a child to a nursery in place of his mother is coercion and oppression against its free natural propensity. The natural growth for all living things is free sound growth. To substitute a nursery for a mother is coercive action against free sound growth. Children who are driven to a nursery are driven compulsorily or by exploitation and simple-mindedness. They are driven to nurseries purely by materialistic and not social considerations. If coercion and childish simplemindedness were removed, they would certainly reject the nursery and cling to their mother. The only justification for such an unnatural and inhuman process is the fact that the woman is in a position unsuitable to her nature, i.e. she is compelled to perform duties which are unsocial and antimotherhood. The woman, whose nature has assigned to her a natural role different from that of man, must be in an appropriate position to perform her natural role. Motherhood is the female’s function, not the male’s. Consequently, it is unnatural to separate children from their mother. Any attempt to take children away from their mother is coercion, oppression and dictatorship. The mother who abandons her maternity contradicts her natural role in life. She must be provided with her rights and conditions which are appropriate, non-coercive and unoppressive. Thus she can carry out her natural role under natural conditions. Anything else is a self-contradictory situation. If the woman is forced to abandon her natural role as regards conception and maternity, she falls victim to coercion and dictatorship. A woman who needs work that renders her unable to perform her natural function is not free and is compelled to do that by need, for in need freedom is latent. Among suitable and even essential conditions which enable the woman to perform her natural role, which differs from that of man, are those very conditions which are proper to a human being who is sick and burdened with pregnancy, i.e. bearing another human being in her womb, which renders her physically incapacitated. It is unjust to place such a woman in this stage of maternity into circumstances of physical work incompatible with her condition. Such work is a punishment of woman for her betrayal of maternity and of mankind. It is also a tax she pays for entering the realm of men who are not, of course, of her sex. The belief, including the woman’s own belief, that the woman carries out physical labour of her own accord, is not, in fact, true. For she performs the physical work only because the harsh materialistic society has placed her, without her being directly aware, in coercive circumstances. She has no alternative but to submit to the conditions of that society while she thinks that she works of her own accord. However, the rule that ‘there is no difference between man and woman in every thing’ deprives her of her freedom. The phrase ‘in every thing’ is a monstrous deception of woman. This idea will destroy the appropriate and necessary conditions which constitute the privilege which woman ought to enjoy apart from man in accordance with her nature on which a natural role in life is based. To demand equality between man and woman in carrying heavy weights while the woman is pregnant is unjust and cruel. To demand equality between them in fasting and hardship, while she is breast-feeding, is unjust and cruel. To demand equality between them in any dirty work, which stains her beauty and detracts from her femininity, is unjust and cruel. Education that leads to work unsuitable for her nature is unjust and cruel as well. There is no difference between man and woman in all that concerns humanity. None of them can marry the other against his or her will, or divorce without a just trial. Neither the woman nor the man can remarry without a previous agreement on divorce. The woman is the owner of the house because it is one of the suitable and necessary conditions for a woman who menstruates, conceives, and cares for her children. The woman is the owner of the maternity shelter, which is the house. Even in the animal world, which differs in many ways from that of man, and where maternity is also a duty according to nature, it is coercion to deprive the young of their mother or deprive the female of her shelter. A woman is but a female. Being female means that she has a biological nature different from that of man. The female’s biological nature differing, as it does, from that of the male, has imparted to a woman characteristics different from those of a man in form and essence. A woman’s anatomy is different from that of a man just as the female in plants and animals are different from the male. This is a natural and incontrovertible fact. In the animal and plant kingdoms the male is naturally created strong and tough, while the female is created beautiful and gentle. These are natural and eternal characteristics innate in these living creatures, whether called human beings, animals or plants. In view of his different nature and in line with the laws of nature, the male has played the role of the strong and tough without compulsion but simply because he is created in that way. The female has played the role of the beautiful and the gentle, not because she wanted to, but because she is created so. This natural rule is just, partly because it is natural, and partly because it is the basic rule for freedom. For all living creatures are created free and any interference with that freedom is coercion. Non-commitment to these natural roles and a lack of concern towards their roles amount to an act of negligence and destruction of the values of life itself. Nature has thus been designed in harmony with the inevitability of life from what is being to what will become. The living creature is a being who inevitably lives until he is dead. Existence between the beginning and the end is based on a natural law, without choice or compulsion. It is natural. It is natural freedom. In the animal, plant and human kingdoms there must be a male and a female for life to occur from its beginning to its end. They do not only exist but they have to play, with absolute efficiency, the natural role for which they have been created. If their role is not efficiently performed there must be some defect in the course of life caused by certain circumstances. This is the case of societies nowadays almost everywhere in the world as a result of confusing the roles of man and woman, i.e. as a result of endeavours to transform a woman into a man. In harmony with their nature and its purpose they must be creative within their respective roles. For the opposite is retrogressive. It is a trend against nature, which is as destructive to the rule of freedom, as it is hostile to both life and survival. Men and women must perform, not abandon the role for which they are created. Abandoning the role or even a part of it only occurs as a result of coercive conditions, i.e. under abnormal conditions. The woman who rejects pregnancy, marriage, make up and femininity for reasons of health, abandons her natural role in life under these coercive conditions of health. The woman who rejects marriage, pregnancy or
motherhood etc., because of work, abandons her natural role under the same coercive conditions. The woman who rejects marriage, pregnancy or maternity etc., without any concrete cause, abandons her natural role as a result of a coercive condition which is a moral deviation from the norm. Thus abandoning the natural role of female and male in life can only occur under unnatural conditions which are contrary to nature and a threat to survival. Consequently, there must be a world revolution which puts an end to all materialistic conditions hindering woman from performing her natural role in life and driving her to carry out man’s duties in order to be equal in rights. Such a revolution will inevitably take place, particularly in the industrial societies, as a response by the instinct of survival, even without any instigator of revolution such as the Green Book. All societies nowadays look upon woman as no more than an article of merchandise. The East regards her as a commodity for buying and selling, while the West does not recognise her femininity. Driving woman to do man’s work is unjust aggression against the femininity with which she is naturally provided for a natural purpose essential to life. For man’s work disguises the woman’s beautiful features which are created for female roles. They are exactly like blossoms which are created to attract pollen and to produce seeds. If we did away with the blossoms, the role of plants in life would come to an end. It is the natural embellishment in butterflies and birds as well as the rest of animal females which is created for that natural vital goal. If a woman carries out man’s work, she will be transformed into a man abandoning her role and her beauty. A woman has full rights to live without being forced to change into a man and to give up her femininity. The physical structure, which is naturally different between man and woman, leads to differences in the functions of their different organs which lead in turn to differences in the psyche, mood, nerves and physical appearance. A woman is tender. A woman is pretty. A woman weeps easily. A woman is easily frightened. In general woman is gentle and man is tough by virtue of their inbred nature. To ignore natural differences between man and woman and mix their roles is an absolutely uncivilized attitude, hostile to the laws of nature, destructive to human life, and a genuine cause for the wretchedness of human social life. Modern industrial societies, which have made woman adapt to the same physical work as man at the expense of her femininity and her natural role in terms of beauty, maternity and peace of mind — those societies are uncivilized. They are materialistic, uncivilized societies. It is as stupid as it is dangerous to civilization and humanity to copy them. The question, then, is not whether the woman works or does not work. For it is a ridiculous materialistic presentation. Work should be provided by the society to all able members — men and women — who need work, but on condition that each individual should work in the field that suits him, and not be forced to carry out unsuitable work. For the children to find themselves under adult working conditions is injustice and dictatorship. Equally it is injustice and dictatorship for woman to find herself under the working conditions of man. Freedom means that every human being gets that education which qualifies him for work which is appropriate to him. Dictatorship means that a human being learns what is not suitable for him. That leads him to work which is not suitable for him. Work which is appropriate to man is not always appropriate to woman, and the knowledge that is proper for the child is not suitable for the adult. There is no difference in human rights between man and woman, the child and the adult. But there is no absolute equality between them as regards their duties.

IL LIBRO VERDE DI MUHAMMAR GHEDDAFI – LA NAZIONE (13)

20 Ott

LA NAZIONE

La nazione (ummah) per l’individuo è un riparo politico nazionale, più distante da quello sociale che la tribù fornisce ai suoi membri. Lo spirito tribale (qabaliyyah) è la rovina della coscienza nazionale (qawmiyyah), poiché la fedeltà (walà’) tribale indebolisce e danneggia quella nazionale, così come la fedeltà familiare danneggia e indebolisce quella tribale. Il particolarismo (ta’assub) nazionale, nella stessa misura in cui è necessario alla nazione, è minaccevole per l’umanità. La nazione nella società umana è come la famiglia nella tribù. Ogni qualvolta le famiglie di una stessa tribù si azzuffano sostenendo ciascuna la propria causa, la tribù viene ovviamente minacciata. Così quando i membri di una stessa famiglia si trovano in conflitto fra loro ed ognuno parteggia a proprio vantaggio, la famiglia viene minacciata. E se le tribù di una nazione si combattono fra loro sostenendo ciascuna i propri interessi, quella nazione viene minacciata. Allo stesso modo sono male e detrimento all’umanità il particolarismo nazionale e l’uso della forza nazionale contro le nazioni deboli; oppure il progresso nazionale conseguito appropriandosi di ciò che appartiene ad altra nazione. Però l’individuo forte, rispettoso di se stesso, consapevole delle sue responsabilità personali è importante ed utile alla famiglia; la famiglia rispettosa, forte, consapevole della sua importanza è socialmente e materialmente utile alla tribù; la nazione progredita, produttiva e civilizzata è utile al mondo intero. Per contro, la struttura (binà’) politica e quella nazionale si corrompono se scendono a livello sociale, cioè familiare e tribale, interferendo con esso e assumendone i punti di vista. La nazione equivale a una grande famiglia passata attraverso lo stadio della tribù ed il moltiplicarsi delle tribù ramificatesi da un’unica stirpe, comprese quelle che vi appartengono per affiliazione in un destino comune. La famiglia non diviene nazione se non dopo il passaggio per gli stadi della tribù e della sua ramificazione, indi per lo stadio d’affiliazione a seguito del diverso mescolarsi. Sotto l’aspetto sociale ciò si realizza dopo un certo tempo, che non può non essere lungo: anche se un lungo tempo, come genera nazioni nuove, così concorre a disgregare quelle antiche. La stirpe unica e l’affiliazione in un destino comune sono i due fondamenti storici di ogni nazione: prima la stirpe e poi l’affiliazione. La nazione però non è solo una stirpe, anche se questa ne è stata la base e l’origine. La nazione, oltre ciò, è costituita da accumulazioni (taràkumàt) storico – umane le quali fanno sì che un complesso di gente viva su una stessa parte di territorio, costruisca una stessa storia, si formi per essa un unico retaggio e finisca per affrontare un unico destino. Così la nazione, a prescindere dal vincolo di sangue, in definitiva è un’affiliazione e un destino comune ( intimà’ wa masìr). Ma perché la faccia (kharìtah: la carta) della terra ha visto il formarsi di grandi stati che sono poi scomparsi, mentre al loro posto ne sono apparsi altri, e viceversa? Forse che la causa è politica , e non vi è rapporto con la “Base Sociale della Terza Teoria Universale”, oppure è sociale e riguarda in particolare questa parte de ” Il Libro Verde”? Vediamo: nessuna obiezione al fatto che la famiglia è una formazione (takwìn) sociale, e non politica; così pure la tribù perché è una famiglia che si è riprodotta, moltiplicata ed è diventata un ingente numero di famiglie. E la nazione è la tribù che si è ingrandita dopo che i suoi sottogruppi (afkhàdhuhà wa butùnuhà) si sono accresciuti e trasformati prima in clan (‘ashà’ir) e poi in tribù (qabà’il). Anche la nazione è una formazione (takwìn) sociale, il cui vincolo è la coscienza nazionale (qawmiyyah); la tribù è una formazione sociale, il cui vincolo è la coscienza tribale (qabaliyyah); la famiglia è una formazione sociale il cui vincolo è la coscienza familiare (usriyyah); le nazioni del mondo sono una formazione sociale il cui vincolo è la coscienza di appartenere all’umanità (insàniyyah). Queste sono ovvie verità. Esiste poi una formazione politica che è lo stato (dawlah), che dà forma all’assetto (kharìtah: carta) politico del mondo. Ma perché tale assetto (lett.: carta) cambia da un’epoca all’altra? La causa è che la formazione politica talora può coincidere con quella sociale, e talora no. Quando essa coincide con una sola nazione dura e non muta, e se muta in conseguenza di un colonialismo straniero o di un suo declino, essa riappare poi sotto l’insegna della lotta nazionale, del risveglio nazionale e dell’unità nazionale. Invece se la formazione politica comprende più di una nazione il suo assetto (“carta”) si smembra in seguito all’indipendenza di ogni nazione sotto l’insegna della propria coscienza nazionale. In tal modo si è smembrato l’assetto (“carta”) degli imperi (imbaràtùriyyàt) comparsi al mondo, poiché erano raggruppamenti di parecchie nazioni, che non tardarono a sostenere ciascuna la propria identità nazionale e ad esigere l’indipendenza. L’impero politico quindi si smembra perché le sue componenti tornino alle loro origini sociali. La prova è del tutto evidente nella storia del mondo, se la riesaminiamo in ogni sua epoca. Ma perché quegli imperi furono formati da nazioni diverse? La risposta è che la formazione dello stato non è solo di tipo sociale, come la famiglia, la tribù e la nazione. Lo stato è un’entità (kiyàn) politica creata da parecchi fattori, il più semplice e il primo dei quali è la coscienza nazionale. Lo stato nazionale (dawlah qawmiyyah) è l’unica forma politica in armonia con la formazione sociale naturale e la cui esistenza dura finché non è soggetta alla tirannia di un’altra nazionalità più forte; oppure finché la sua formazione politica di stato non viene influenzata dalla sua formazione sociale di tribù, clan e famiglie. Infatti se la formazione politica soggiace a quella sociale, tribale, familiare o confessionalistica (ta’ifi) e ne assume i punti di vista, si corrompe. Gli altri fattori della formazione dello stato che non sia quello semplice (dawlah basìtah), cioè lo stato nazionale, sono di ordine religioso, economico e militare. Un’unica religione talora può formare uno stato da parecchie nazionalità (qawmiyyàt), e così anche la necessità economica e pure le conquiste militari. In tal modo in una determinata epoca il mondo vede cosa è uno stato o un impero, e poi un’altra li vede scomparire. Quando lo spirito nazionale (rùh qawmiyyah) si manifesta più forte dello spirito religioso (rùh dìniyyah) e si inasprisce la lotta tra le diverse nazionalità tenute unite da un’unica religione, allora ogni nazione (ummah) diviene indipendente, tornando alla sua formazione sociale d’origine, e quell’impero scompare. Poi ritorna la fase religiosa, quando lo spirito religioso si manifesta più forte di quello nazionale, e le diverse nazionalità si uniscono sotto l’emblema di un’unica religione. Finché torna un’altra volta la fase nazionale, e così via. Tutti gli stati composti da nazionalità diverse per cause religiose, economiche, militari o ideologico – positive (‘aqa’idì wad’ì) saranno dilaniati dalla lotta nazionale, finché ogni nazionalità diverrà indipendente, ossia finché il fattore sociale vinca fatalmente su quello politico. Così, malgrado le necessità politiche impongano che vi sia lo stato, la base della vita degli individui è la famiglia, poi la tribù e quindi la nazione sino all’umanità. Il fattore di base è quello sociale, che è fisso, cioè la coscienza nazionale (qawmiyyah). Occorre fare perno sulla realtà sociale e curare la famiglia, affinché l’uomo appaia normale ed educato; poi la tribù come riparo sociale e scuola sociale naturale che educa l’essere umano in ciò che trascende la famiglia; infine la nazione. La persona conosce il pregio dei valori sociali solo dalla famiglia e dalla tribù, che sono la formazione sociale naturale che nessuno interviene a costruire. Si deve aver cura della famiglia nell’interesse dell’individuo, e cura nella tribù nell’interesse della famiglia, dell’individuo e della nazione, cioè della coscienza nazionale. Il fattore sociale (ossia il fattore nazionale) è motore reale e permanente della storia. Ignorare il vincolo nazionale dei gruppi umani, e costruire un ordinamento politico in antitesi alla situazione sociale, significa realizzare una struttura transitoria, che sarà distrutta dalla dinamica del fattore sociale di quei gruppi, ossia dal movimento nazionale di ogni nazione. Queste sono tutte verità già in principio scontate nella vita dell’essere umano, e non elucubrazioni elaborate. Dovere di ogni individuo al mondo esserne cosciente ed agire comprendendole, affinché la sua opera risulti retta. Occorre dunque conoscere queste verità fisse, perché non si verifichino deviazione, disordine e rovina nella vita dei gruppi umani, in conseguenza d’incomprensione e di mancato rispetto di tali principi della vita umana.


THE NATION

The nation is the individual’s national political ‘umbrella’ and it is wider than the social ‘umbrella’ provided by the tribe to its members. Tribalism damages nationalism because tribal allegiance weakens national loyalty and flourishes at its expense. In the same way loyalty to the family flourishes at the expense of tribal loyalty and weakens it. National fanaticism is essential to the nation but at the same time it is a threat to humanity. The nation in the world community is similar to the family in the tribe. The more the families of one tribe quarrel and become fanatic, the more the tribe is threatened. Equally if the members of one family quarrel and each of them seeks only his personal interests, the family is threatened, and if the tribes of a nation quarrel and seek their own interests, that nation is threatened. National fanaticism, the use of national force against weak nations, or the national progress which is the outcome of plundering from other nations, are evil and harmful to humanity. However, the powerful individual who respects himself and is aware of his own responsibilities is important and useful to the family, just as a strong respectable family, which is aware of its importance, is socially and materially useful to the tribe. Equally useful to the whole world is the progressive, productive and civilized nation. The national political structure is damaged when it descends to the lower social level, namely the family and tribe, and attempts to act in their manner and to adopt their views. The nation is a large family which has passed through the stage of the tribe and also through the ramifications of the tribes that have branched out of one origin; it includes as well those members who affiliated themselves with its destiny. The family, likewise, grows into a nation only after passing through the stages of the tribe and its ramifications, as well as through the stage of affiliation which comes about as a result of various types of a social mixture. Inevitably this is achieved over long periods of time. Although the passage of time creates nations, it also helps to fragment old ones. However, the common origin and shared destiny through affiliation are two historic bases for any nation, though origin ranks first and affiliation second. A nation is not defined only by origin, even though origin is its basis and beginning. In addition to that a nation is formed by human accumulations through the course of history which induce a group of people to live in one area of land, make a common history, form one heritage and face the same destiny. Finally, the nation, regardless of blood bond, is the sense of belonging and a common destiny. But why has the map of the earth witnessed great nations that disappeared to be replaced by other nations and vice versa? Is the reason political only, without any relationship to the social aspect of the Third Universal Theory? Or is it social and properly the concern of this part of the Green Book? Let us see: The family is indisputably a social structure, rather than political. The same applies to the tribe because it is a family which has reproduced, procreated and become many families. Equally the nation is a tribe, after it has grown and its branches have multiplied and become transformed into clans, then into tribes. The nation is also a social structure whose bond is nationalism, the tribe is a social structure whose bond is tribalism, the family is a social structure whose bond is family ties; and the nations of the world are social structures whose bond is humanity. These are self evident facts. Then there is the political structure of states which form the political map of the world. But why does the map of the world keep changing from one age to another? The reason is that the political structure may, or may not, be consistent with the social structure. When it is consistent in a nation, it lasts and does not change. If the change is forced by external colonialism or internal collapse, it reappears under the emblem of national struggle, national revival or national unity. When the political structure embraces more than one nation, its map will be torn up by each nation gaining independence under the emblem of nationalism. Thus, the maps of the empires, which the world has witnessed, have been torn up because they were made up of a number of nations. When every nation clings fanatically to its nationalism and seeks independence, the political empire is torn up and its components go back to their social origins. The evidence is crystal clear in the history of the world if we review all its ages. But why were those empires made
up of different nations? The answer is that the state is not only a social structure like the family, the tribe and the nation, but rather a political entity created by several factors, the simplest and foremost of which is nationalism. The national state is the only political form which is consistent with the natural social structure. Its existence lasts, unless it becomes subject to
the tyranny of another stronger nationalism, or unless its political structure, as a state, is affected by its social structure in the form of tribes, clans and families. It is damaging to the political structure if it is subjected to the family, tribal, or sectarian social structure and adopts its characteristics. However, religious, economic and military factors also contribute to form a state which differs from the simple state, the national state. A common religion, the requirements of economics or military conquests may constitute a state embracing several nationalisms. Thus, in one age the world witnesses a state or an empire which it sees disappear in another age. When the spirit of nationalism emerges stronger than the religious spirit and conflict flares up between different nationalisms which were brought together, for example, by one religion, each nation becomesindependent and recovers its social structure. That empire, then, disappears. The role of religion reappears
when the religious spirit emerges stronger than the spirit of nationalism. Consequently the various nationalisms are unified under the banner of religion until the national role appears once again and so on. All the states which are composed of several nationalisms for various reasons — whether of religious, economics, military power or of man-made ideologies — will be torn up by the national conflict until each nationalism is independent, i.e. the social factor will inevitably triumph over the political factor. Therefore, despite political factors which necessitate the establishment of the state, the basis for the life of individuals is the family, the tribe, then the nation, extending eventually to all humanity. The essential factor is the social factor. It is the permanent factor, namely nationalism. Stress should be laid on social reality and family care in order to bring up the integrated well-educated man. Care should then be given to the tribe as a social ‘umbrella’ and natural social school which brings up man at the post-family stage. Then comes the nation. The individual learns social values only from the family and the tribe which form a natural social structure engineered by no particular individual. Taking care of the family is for the sake of the individual just as the care of the tribe is in the interest of the family, the individual and the nation, i.e. nationalism. The social factor, namely the national factor, is the genuine and permanent driving force of history. To disregard the national bond of human groups and to establish a political system contradictory to social reality sets up a temporary structure which will be destroyed by the movement of the social factor of those groups, i.e. the national movement of each nation. All these realities are innate in the life of man and are not rational conjunctures. Every individual in the world should be aware of these realities and work accordingly, so that his action may be worthwhile. It is necessary to know these proven realities in order to avoid deviation, disorder and damage in the life of human groups which are the result of a lack of understanding and respect for these principles of human life.