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MINO PECORELLI – QUALCOSA DI PIU’ (E DI ‘ALTRO’) DI UN SEMPLICE ‘GIORNALISTA’…

3 Gen

MINO PECORELLI – QUALCOSA DI PIU’ (E DI ‘ALTRO’) DI UN SEMPLICE ‘GIORNALISTA’…

–         di Dagoberto Bellucci

“ E, infine, va sottolineata la profonda differenza che esiste – anche a livello psicologico – tra i due modi di muovere “l’attore di legno”: il burattino costituisce un prolungamento della mano del burattinaio, una amplificazione dei suoi movimenti compiuta in positivo; esso prende corpo e vita dal braccio e dalle dita di chi lo manovra. La marionetta invece viene mossa come in negativo, in un modo indiretto, che da qualche marionettista ho sentito paragonare all’atto di suonare uno strumento musicale a corde: e richiede dunque un’attenzione di tipo razionale.”

 

 

 

( Italo Sordi – Introduzione a “Il teatro delle marionette” – Brescia 1980 )

 

 

Osservando la situazione italiana, il presente circostante di un paese senza più identità, sorta di vascello in preda alle onde terribili della cosiddetta ‘globalizzazione’ economica, privo di una rotta, di timonieri e timone; non si può che riflettere rivolgendo indietro gli occhi, ad un passato non troppo remoto.

L’Italia non è più la “provinciale” dell’Occidente capitalistico ma, ciononostante, non ha saputo maturare, crescere ed evolvere nella direzione che imponevano i tempi moderni: con la politica ridotta ad un deja vu di piccoli ricatti, intercettazioni telefoniche, nani e ballerine di ogni genere e colore; sprofondata sonnacchiosamente in quel riflusso generazionale che caratterizzerà gli anni Ottanta nel più vuoto ed insignificante dei periodi storici della Repubblica – quello per intenderci della “Milano da bere” e del craxismo imperante, dell’edonismo sovrano e dell’individualismo collettivo dopo gli anni della sbronza ideologica che impose l’idea che “tutto è politico” – contrassegnati da una sorta di ‘contrordine’ , non detto forse e neppure scritto ma tacitamente accettato, di un “ritorno al privato” che fu, senza ombra di dubbio, la fine della politica intesa come vissuto di passioni ad alta tensione e soprattutto sanzionò la definitiva scomparsa delle ideologie; questo paese non ha saputo tenere il passo dei tempi; né maturare una classe politica decentemente responsabile per affrontare le sfide della contemporaneità.

Si è vivacchiato di falsa rendita aspettando dei segnali.

Lo si è fatto in termini di prestigio internazionale senza essere riusciti a sfruttare, com’era necessario fare e doveroso attendersi dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della contrapposizione Est-Ovest, le opzioni che si erano venute ad aprire per una politica indipendente e maggiormente propositiva nel quadrante geostrategico mediterraneo accettando supinamente le strategie dettate dai potentati economico-finanziari e politico-militari d’oltre-oceano.

Lo si è fatto sostanzialmente in politica adagiandosi ad una sbracata copiatura di vizi e difetti, i peggiori, presi a prestito dall’America, vera responsabile della storia politica, culturale e sociale di questo paese dal 1945 fino ad oggi.

E lo si è fatto ancor più sul piano dei costumi, delle mode, delle idee, della cultura e di tutti quei fenomeni che avrebbero dovuto rapportarsi con la realtà sociale, le tradizioni più genuine, i valori di un popolo, della sua storia, per l’italiano-medio del suo sentirsi – nonostante tutto – parte di una comunità.

Premesso che il concetto di comunità nazionale sia stato disintegrato alla fine del conflitto mondiale che vedrà nascere uno Stato infeudato completamente alla potenza egemone del blocco occidentale, cioè agli Stati Uniti, e considerando che non è mai esistita una forza politica che abbia autenticamente combattuto per affermare la sovranità economica e politica nazionale – compito questo al quale erano chiamate in linea teorica le forze politiche uscite sconfitte dalla guerra quindi i reduci della RSI, i fascisti, tutti quelli che avevano combattuto sotto altre bandiere e sotto altri ideali per un Italia unita, indipendente e sovrana e che, al contrario, furono tra le principali cooperanti nel progetto di stabilizzazione atlantica sotto l’egida NATO partorito dalle centrali sovversive d’oltre-oceano alle quali si devono gli anni ‘caldi’ della strategia della tensione e del terrorismo – contrapponendosi all’egemonia USA e sottolineando che, di fatto, tale forza politica venne rappresentata dall’allora Partito Comunista Italiano (il quale sia detto per inciso abdicherà benevolmente a questo suo ruolo accettando più o meno passivamente la logica dello scambio clientelare e della divisione del potere abiurando progressivamente – soprattutto dal 68 in avanti – i suoi legami con la centrale moscovita sovietica e ricercando improbabili “terze vie” attraverso la formula dell’euro-comunismo di berlingueriana memoria); crediamo sia necessario accendere i riflettori su una figura della storia italiana dimentica troppo in fretta e, altrettanto celermente caduta nell’oblio: Mino Pecorelli.

Pecorelli può definirsi l’antesignano di tutti i giornalisti oggi sulla ‘piazza’ , quelli che utilizzano nastri telefonici e altolocate amicizie negli ambienti giudiziari per infarcire veri, o presunti, ‘scoop’: una bassissima manovalanza di galoppini al servizio di questo o quel potere costituito; nient’altro che copiaincollatori di mezze verità, cumuli di menzogne e incapaci di scarabocchiare quanto viene loro gentilmente ‘passato’ dal Palazzo (e per tale intendiamo qualunque ufficio e qualsiasi Istituzione rappresentanti del Potere sia esso politico, giudiziario o di altra natura e forma).

Mino Pecorelli era nato il 14 giugno1928 a Sessano del Molise.

Sedicenne iniziò la sua carriera di informatore arruolandosi nel contingente alleato attivo nella zona quello anticomunista comandato dal generale polacco Wladislav Anders.

Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Palermo Pecorelli tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta cominciò a lavorare a Roma presso l’ufficio di un avvocato specializzato nelle procedure fallimentari un settore ed una privilegiata posizione che gli permetteranno di conoscere a fondo le connessioni, i loschi affari e certe trame esistenti negli ambienti della capitale tra magistratura, politica, affari e ambienti della malavita.

Nel 1967 Pecorelli smise i panni dell’avvocato e cominciò a fare il giornalista. Ma si tratterà di un giornalismo particolare , decisamente all’avanguardia, rampante si potrebbe affermare se non addirittura ricattatorio. Lo scandalo Watergate che avrebbe qualche anno più tardi portato alle dimissioni del presidente americano Richard Nixon e che ancora oggi viene ricordato come uno dei maggiori successi del ‘quinto potere’ – e che porterà l’Establishment a riconsiderare interamente la formula della democrazia, i suoi meccanismi e le sue dinamiche come analizzato qualche anno più tardi all’atto di fondazione della Commissione Trilaterale – impallidisce di fronte alle attività, alla mole di informazioni, ai segreti sapientemente divulgati da Pecorelli negli anni Settanta.

Il primo incarico di Pecorelli è per “Mondo d’oggi” prima mensile poi settimanale di “politica, attualità e cronaca”: un periodico molto particolare, con una redazione politicamente di destra e collegata ai servizi segreti.

 

“Mondo d’oggi” è diretto da Paolo Senise, figlio della capo della polizia fascista Carmine Senise.

All’interno della redazione figura anche Nino Pulejo che aveva aiutato il principe Valerio Borghese a nascondersi dai partigiani alla fine del conflitto su indicazione dell’allora direttore dell’OSS in Italia  James Angleton. L’OSS era il servizio d’informazione militare degli Stati Uniti, antesignano della CIA per le attività sotto copertura all’estero.

Il periodico pubblica inoltre notizie ‘riservate’ direttamente dagli archivi del Sid e del Vaticano e imbastisce campagne scandalistiche fino all’ultimo scoop, mai pubblicato, perché interviene l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno che trova un accordo per far chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.

Venti giorni più tardi nascerà “O.P.-Osservatore Politico” la creatura di Mino Pecorelli.

“OP” rappresenterà per quasi un decennio la coscienza sporca di un paese in preda ai deliri del terrorismo, dei progetti e delle tentazioni golpiste, dei piani massonico-pidduisti e degli scandali nel quale sprofonderà soprattutto il principale partito di maggioranza quella Democrazia Cristiana temuta a Washington per la sua debolezza, il malcostume, la corruzione dilagante della sua classe dirigente.

 

Per un po’ di tempo Pecorelli sarà affiancato alla guida del nuovo periodico da Nicola Falde. Costui era un ex ufficiale dei servizi segreti dell’esercito, finanziato dal Sid per condurre un’aspra campagna diffamatoria a mezzo stampa contro il nucleo operativo dei servizi diretti dal generale Gianadelio Maletti per conto del suo diretto superiore, il generale Vito Miceli.

La rivalità all’interno del Sid rappresentò spesso un problema di ordine politico e non va omesso il ruolo che rivestiranno nelle fasi più acute della strategia della tensione questa o quella fazione dei servizi i quali saranno i principali responsabili, insieme ideatori e complici del terrorismo – sia rosso che nero –  che aiutarono a dilagare attraverso l’occultamento di documenti, la manipolazione di singoli individui e gruppi politici, l’uso spregiudicato dell’infiltrazione e particolarmente mediante una regolare prassi d’inquinamento delle prove che caratterizzerà la loro azione durante tutto il periodo “caldo” dell’emergenza terroristica (1969-1984) i quindici anni che mutarono il volto del paese.

“O.P” sarà il punto di osservazione privilegiato che verrà utilizzato da Pecorelli per infilarsi negli affari più sporchi della vita politica nazionale insieme punto di raccordo e approdo di agit-prop, intrallazzatori delle notizie, professionisti dell’informazione “dietro le quinte” e ‘ingegneri’ del complotto.

Fabbricare false piste, lanciare messaggi in codice minacciosi o ricattare diventerà da allora l’abitudine e la prassi del modo di fare giornalismo di Pecorelli e del suo periodico, il quale – riservato ad un numero ristretto di personaggi del mondo della politica, dell’economia e della finanza – si distinguerà per il disinvolto utilizzo di informazioni ‘top secret’ provenienti da ambienti dei servizi con i quali il suo fondatore rimarrà sempre in contatto.

“OP” rappresenterà una sorta di “organo semi-ufficiale” degli ambienti che, per tutta la stagione della strategia della tensione e del terrorismo, condizioneranno la politica italiana: servizi segreti ma anche logge massoniche, ambienti della malavita organizzata, gruppi di pressione, lobbie’s economiche.

E Pecorelli non si farà nessuno scrupolo: “OP” pubblicherà  sempre più informazioni riservate dagli ambienti che contano in Italia e all’estero, rivelando puntualmente tutti i più grandi scandali italiani degli anni Sessanta e Settanta, riguardanti la strategia della tensione, le trame eversive, il sequestro Moro, l’Italia delle tangenti e degli scandali politico-affaristici, le trame dei poteri occulti e quelle della criminalità organizzata e le torbide attività dei servizi segreti, arrivando a illuminare un retroscena del sottobosco del potere di quegli anni che ancora oggi ha evidenti ripercussioni sulla società italiana.

“In un particolarissimo momento della storia repubblicana come erano gli anni Settanta, Pecorelli e la sua agenzia giornalistica simboleggiano bene il peso, le contraddizioni e le ambiguità del cosiddetto “quarto potere”, cioè i mass media e l’informazione.

Il 20 marzo 1979, dopo quasi undici anni di attività, memore anche dell’esperienza di “Mondo d’oggi”, Pecorelli si rifiuta di cessare le pubblicazioni del suo OP e, ormai solo contro tutti, viene assassinato da un sicario che gli esplode quattro colpi di pistola a bruciapelo in via Orazio a Roma.

Tempi biblici e nessun colpevole accomunano il processo Pecorelli a tanti altri processi riguardanti la strategia della tensione, le “trame atlantiche” e lo stragismo in Italia, conferma del fatto che quando si processano delitti nei quali sono implicati i servizi segreti sia pressoché impossibile accertare i fatti e punire i colpevoli. Il processo per il suo delitto ha avuto tre sentenze, primo grado, appello e Cassazione, imputati Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Giuseppe Calò, Gaetano Badalamenti, MichelangeloLa Barbera, Massimo Carminati. Sebbene si sia concluso senza verità, il processo ha raccolto una documentazione di incredibile interesse storico che varrebbe la pena di rivalutare per una corretta analisi degli avvenimenti che ancora oggi caratterizzano la Repubblica italiana.” (1)

 

Secondo quanto affermato da , Federico Umberto D’Amato –  all’epoca responsabile dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni nonché promotore del “Club di Berna” che  nel 1968 riunì e coordinò le forze di polizia europee nella lotta anti-terrorista – una delle tecniche utilizzate da Pecorelli per estorcere denaro dalla vittima predestinata era quella di far visionare la bozza dell’articolo prima che questo venisse pubblicato…come si può notare, scusandoci per il paragone, Fabrizio Corona non ha inventato niente di nuovo, casomai l’ha semplicemente applicato in altri campi – peraltro abbondantemente setacciati prima di lui e meglio di lui da decine di “paparazzi”.

In questo modo Pecorelli ripianava i debiti che periodicamente affliggevano il giornale.

Tra i più importanti aspetti della vicenda Pecorelli ricordiamo la sua vicinanza, sorta di “odio-amore”, con la loggia massonica Propaganda 2 del Venerabile Licio Gelli.

Pecorelli conosceva Gelli. Aveva fatto parte della loggia e se ne era distanziato successivamente – negli ultimi anni prima di venir ucciso – per, sembra, contrasti con il suo gran maestro.

E fu proprio il periodico “OP” che si prestò ad un tentativo di squalificare Licio Gelli, primo reale attentato al suo potere che all’epoca dominava pressoché incontrastato ambienti della vita politica coinvolgendo imprenditori, militari e finanzieri di primo piano tutti cooptati all’interno della loggia e funzionali al programma di “rinascita democratica” che prevedeva uno slittamento a destra del panorama politico italiano.

Il successivo ritrovamento dei nominativi degli affiliati alla loggia in quel di Castiglion Fibocchi sembra rientrare in un più vasto piano attuato dalla Gran Loggia di New York in contrasto, da tempo, con il Grande Oriente di Lino Salvini.

Nel febbraio 1978 la Commissione Frossel, incaricata dalla Gran Loggia newyorchese di indagare sulla situazione massonica italiana, concluse i propri lavori raccomandando di ritirare il riconoscimento al Grande Oriente a causa della sudditanza di Salvini rispetto a Licio Gelli.

All’epoca Pecorelli si trovava nella posizione ideale per carpire tutte le informazioni più importanti sulla piazza grazie ai suoi contatti di vertice con il mondo della politica, dei servizi, di noti esponenti dell’imprenditoria e della finanza.

Come membro della P2 a un certo punto Pecorelli domandò che tutti i membri della Loggia fornissero alla testata che dirigeva tutte le informazioni più eclatanti in modo che la pubblicazione potesse diventare una sorta di “bollettino interno”. Ovviamente la proposta non venne accettata e ciò causò l’allontanamento volontario del giornalista molisano dal circolo di potere di Gelli che rimase comunque uno dei suoi contatti.

Nel gennaio 1978 Pecorelli pubblicò un rapporto dei servizi che rappresentava un vero e proprio atto d’accusa per tutti i partecipanti al tentato colpo di stato del dicembre 1970 guidato dal principe Valerio Borghese e dal suo Fronte Nazionale.

Tra i bersagli preferiti da “OP” figurava senz’altro l’on. Giulio Andreotti.

“In un breve articolo il giornalista – scrive Philip Willan (2) – metteva in evidenza l’amicizia del leader democristiano con Michele Sindona semplicemente giocando sui nomi dei due uomini. “Il noto finanziere Michele Andreotti avrebbe deciso di trasferirsi presto, armi e bagagli, in una località imprecisata all’estero. Intanto per le prossime feste natalizie è previsto il rientro in Italia dell’on. Giulio Sindona” (OP , 17 dicembre 1974). Il 2 gennaio 1979 Pecorelli si indirizzava a Gelli con un articolo intitolato “Due volte partigiano”, nel quale apparentemente smantella l’ipotesi dell’opinione pubblica sui collegamenti tra Gelli e la destra. Cominciava con lo schernire la tesi, sostenuta da quattro quotidiani nazionali, che la massoneria italiana “altro non sarebbe se non un’articolazione della perfida CIA…Industriali e finanzieri, politici, generali e magistrati, giurando fedeltà alla massoneria si sarebbero posti al servizio della centrale segreta degli Stati Uniti, per impedire in ogni modo l’ingresso del PCI nella stanza dei bottoni. Quanto questa tesi sia strampalata è facile dire”. Quindi riassumeva le accuse contro Gelli: “Ex nazista, agente dei servizi segreti argentini, amico personale di Lopez Rega e fondatore degli squadroni della morte AAA in America Latina, legato alla CIA, a Connally e ai falchi americani”. Dopo aver riassunto le accuse contro Gelli con maggior forza e concisione di quanto non facessero i mezzi di comunicazione di massa, Pecorelli le demoliva con una serie di aneddoti sulla collaborazione di Gelli coi partigiani, attestata dalla pubblicazione del documento firmato da uno dei capi della Resistenza, il comunista Italo Carobbi. “Non quindi un Gelli nazifascista, amerikano e golpista, ma un venerabile maestro sincero democratico e partigiano combattente.” scriveva Pecorelli, concludendo con un accenno ai ben noti rapporti di Gelli conla RepubblicaPopolaredi Ceausescu. Non è comunque chiaro se Pecorelli si aspettasse da Gelli maggior imbarazzo per le rivelazioni sui suoi contatti con la sinistra o per l’eloquente riassunto del suo impegno per la destra.”

Ancora più sensazionali invece le rivelazioni, i messaggi in codice, le anteprime che Pecorelli pubblicherà in occasione del sequestro e poi dell’uccisione di Aldo Moro.

La vicenda Moro rappresentò il culmine della stagione della tensione politica in Italia: dopo di allora si assiste progressivamente ad un declino sia del terrorismo di sinistra che di quello di opposto segno e alla loro definitiva sconfitta.

In un articolo pubblicato su “OP” in data 24 ottobre 1978 Pecorelli scrisse a proposito dell’affare Moro: “Via Gradoli avrebbe dovuto insegnare che le Brigate Rosse seminano polpette avvelenate tra i ciclostilati dei loro covi” e in merito al ritrovamento del covo brigatista di Via Montenevoso il giornalista molisano rilevava come il Gen. Dalla Chiesa avesse trovato ad attenderlo una “bomba senza spoletta” ossia la trascrizione dell’interrogatorio effettuato allo statista democristiano su alcuni nastri magnetici concludendo che “se il detonatore è il memoriale, la bomba è proprio questa degli scandali e delle rivelazioni”.

Le BR secondo Pecorelli avrebbero messo a disposizione dei magistrati “una bomba a orologeria che avrebbe più minato le già ‘cotte’ strutture della Repubblica”.

Moro venne descritto come il pubblico ministero per conto delle BR di un vero e proprio processo alla DC, alle malefatte dei suoi uomini più in vista ed ai segreti che essi custodivano così gelosamente.

Tra i tanti segreti ovviamente l’intera strategia della tensione, le sue dinamiche ideologico-politiche, la sudditanza dei nostri servizi rispetto a quelli americani e le tecniche utilizzate per inasprire quello scontro tra “opposti estremismi” necessario a screditare il PCI e mantenere saldamente al potere un partito politico così immensamente screditato e marcio qual’era la DC di allora alla quale, malgrado tutto ed in mancanza di una valida alternativa, Washington aveva delegato il compito di mantenere saldo il timone della nave Italia in tempesta a qualsiasi costo.

Il costo più enorme venne pagato dalle centinaia di vittime civili innocenti: quelle degli attentati, quelle eliminate più o meno casualmente in un quindicennio di violenza politica metropolitana ma anche molte voci scomode, fuori dal coro, che denunciavano la situazione irreale di un paese sprofondato nella corruzione e nel vortice del terrorismo paradossalmente alimentato da chi, servitori dello Stato e esponenti della classe politica, avrebbe dovuto combattere tale fenomeno anziché alimentarlo quotidianamente, fingendo di non vedere, ignorando, falsificando prove e ordendo a sua volta complotti e stragi.

Gli abili burattinai della strategia della tensione italiana – che guardavano alla centrale di destabilizzazione per eccellenza situata al di là dell’Atlantico – saranno i responsabili primi di quanto avverrà in Italia nel periodo 69-84: depistaggi, omissis ministeriali, collusioni con ambienti dell’eversione, della malavita, di centri occulti di potere massonici renderanno i nostri servizi segreti i principali co-responsabili di un programma che mirava esclusivamente a mantenere l’Italia nell’orbita occidentale, succube dei ricatti dei suoi padroni a stelle e strisce e miseramente servile alle direttive provenienti da Washington.

Per  capire l’attualità , il presente, occorre ricordare la cloroformizzazione alla quale è stata portata l’intera vita politica italiana ed il degrado fatto di tangenti, mazzette e clientele che quotidianamente ha reso gli italiani disinteressati dagli affari della politica italiana, disillusi dalle promesse che ogni tre-quattro-cinque anni sono propinate dai partiti ormai equiparati più che legittimamente ad una casta di potere che ha, quale fine ultimo, l’esclusiva preservazione del potere.

Il malcostume politico italiano tanto deprecato al di fuori dei tricolori confini (…come si vedrà all’estero, in Europa o in America, la situazione non è poi così migliore come sembra…rubano anche gli altri ma, almeno, lo fanno in maniera meno sbracata…) sarà l’acqua ristagnante nella quale si intrecceranno, nel periodo caldo delle stragi di Stato, personaggi in cerca d’autore come un Mino Pecorelli, avventurieri senza scrupoli, faccendieri, servitori dello Stato, bancarottieri, imprenditori, elementi della malavita organizzata, mafiosi, estremisti di ogni colore e risma e ovviamente tutti i centri di potere – istituzionali e non – preposti al mantenimento dello status quo.

L’Italia è un paese tendenzialmente di destra: sono esistite tante ‘destre’ (politiche, ideologiche, economiche e perfino religiose ed esoteriche) quanti furono i loro rappresentanti ma, sostanzialmente, tutte vennero cooptate dall’establishment statunitense per i suoi fini di stabilizzazione politica ed economica dell’Italia da attuare mediante la destabilizzazione sociale.

 

Nella “crociata anticomunista” globale varata da Washington , e che prenderà il nome di Guerra Fredda, si ritroveranno in Italia  ambienti e personaggi provenienti dai settori più disparati della vita socio-politica italiana.

Cinque furono i principali ‘bastioni’ sui quali faceva perno la strategia anti-comunista determinata dall’appartenenza dell’Italia all’Alleanza Atlantica: la Chiesa, la Massoneria, la Mafia (o per essere esatti le mafie), la grande impresa – cioè gli ambienti industriali del Nord – e, quale bassa manovalanza, ovviamente tutti quegli ambienti anti-comunisti che sognavano il golpe militare ed  i cui capi erano pienamente consapevoli di tessere le fila di un gioco più grande di loro eterodiretto dalla filiale della sovversione globale che aveva sede a Washington. Queste furono le forze di “destra” interessate all’epoca a fermare il comunismo con qualunque mezzo.

Peraltro appare legittima più di una perplessità sull’ultra-sinistra nata all’epoca della contestazione giovanile e studentesca del 68 e probabilmente creata ad hoc per bloccare la corsa verso le stanze dei bottoni, l’ascesa elettorale,  del PCI: l’estremismo di sinistra che avrebbe alimentato per anni la malapianta brigatista fu altrettanto funzionale al Potere democristiano di quanto non lo fossero gli anticomunisti di segno opposto.

 

D’altronde va considerato come per gli uni come per gli altri l’obiettivo principale era rappresentato dal PCI ed i fatti storici provano che, assai più delle velleità golpiste di qualche generale, a minare l’organicità del PCI saranno proprio le formazioni dell’ultra-sinistra poi degenerate nella lotta armata in gruppuscoli che si chiamavano BR., Prima Linea o Lotta Continua.

La ‘lezione’, se di lezione è possibile parlare, è semplice: è Yalta che ha deciso le regole del ‘gioco’ politico tra le due superpotenze (USA e URSS) che si erano spartite l’Europa ed il pianeta alla fine della seconda guerra mondiale. Ed è alla logica di Yalta, alla sua divisione bipolare del mondo, alle due concezioni ideologiche che sottintendevano la subalternità ad uno dei due poli di potere egemonici che si deve fare riferimento quando si parla di nazioni ridotte al rango infimo di colonie come avverrà per l’Italia e l’Europa Occidentale dopo il 1945.

 

Crollato un ventennio or sono l’equilibrio di Yalta – fondato sul reciproco terrore e la perenne minaccia di olocausti nucleari veri o presunti – rimangono in piedi le sole rovine di una nazione completamente svuotata di qualunque tensione ideale, di qualsiasi valore, di ogni prospettiva che non sia l’incondizionato e supino appoggio alle volontà , agli ordini ed ai diktat provenienti d’oltre-oceano.

Un paese , l’Italia, al quale è stata negata, fin dalle sue origini “costituzionali” nel lontano 1946, perfino lo straccio di una parvenza di sovranità nazionale.

 

Pecorelli, giornalista sui generis , raccolse molte delle indiscrezioni sul periodo più torbido della vita politica (e non solo politica) italiana degli ultimi sessantasei anni e, per questa sua spregiudicatezza, pagò con la vita il mestiere di “cronista” al quale era stato delegato dal Sid sul finire degli anni Sessanta.

Fino a quando non cadranno tutti i veli di omertà e verranno resi pubblici tutti i documenti classificati come “segreti di Stato”, finchè non verrà fatta luce sulle stragi di Stato e sulla strategia della tensione qualsiasi prospettiva di fuoriuscire da questa situazione anacronistica di indecente servilismo di fronte allo strapotere degli Stati Uniti, autentico centro dell’Impero, resteranno una mera utopia così come servirà ben poco lagnarsi o fingere indignazione sull’attuale situazione di degrado politico-economico raggiunta dal nostro paese, dalla sua classe dirigente e più in generale dai suoi stessi cittadini.

I politici, si usava un tempo scrivere, sono l’espressione più vera dei loro elettori e rappresentano lapalissianamente pregi e difetti di un popolo….

Ci meritiamo dunque chi votiamo. Nel bene come nel male.

Anche quelli che, non votati, sono stati oggi chiamati coram populo a salvare il salvabile….

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

03 Gennaio 2012 

NOTE –

1)  Mino Pecorelli (1928-1979) – dal blog di Edgardo Fiorini:  www.minopecorelli.it ;

2) Philip Willan – “I Burattinai – Stragi e complotti in Italia” – “Tullio Pironti” Editore – Napoli 1993;

IDENTITA’ NAZIONALE E RAZZA

3 Gen

IDENTITA’ NAZIONALE E RAZZA

 

 

 

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

 

 

Nel gran bailamme di chiacchiere e fesserie che sono state scritte all’indomani dell’episodio di intolleranza xenofoba che ha visto Firenze protagonista di un’azione sconsiderata portata a termine da un soggetto immediatamente etichettato dai media come “estremista di destra” (etichetta valida per tutte le stagioni e per tutti gli usi…soprattutto gli abusi a leggere certi gazzettieri di quint’ordine e infima lega) contro alcuni ambulanti ‘colored’ di origini senegalesi non è stata sottolineata la questione dell’identità.

 

Visto e considerato il piagnisteo sistemico e multiculturalista che si è scatenato sui quotidiani italioti pensiamo sia logico che pochi abbiano provveduto a valutare e considerare esattamente i termini, tanto stra-abusati quanto affatto compresi dai più, “identità” e “razza” o razzismo che dir si voglia.

 

Perché che esistano razze distinte è un dato di fatto oggettivo e assolutamente indiscutibile.

 

E non ci si venga a dire che esiste la “razza umana”…né che queste categorie antropologiche siano soltanto un retaggio di qualche tempo fa: le razze esistono e sono al centro dei principali squilibri sociali esistenti nelle società occidentali, in America – soprattutto nella democrazia per eccellenza che sono gli Stati Uniti – come in Europa dove a ben vedere è già in corso quella “guerra razziale” auspicata e anticipata con vent’anni d’anticipo da Franco Freda all’epoca reggente del Fronte Nazionale, formazione xenofobo-identitaria ruotante attorno al Gruppo umano che fa capo alle Edizioni di “Ar” peraltro preventivamente messa fuorilegge dai ‘solerti’ magistrati democratici che ravvisarono reati di apologia ed odio razziale…vent’anni più tardi esiste un partito politico, la LegaNord, che utilizzando manifestazioni e parole d’ordine mille volte più becere e aggressive contro l’invasione allogena viene lasciato tranquillamente pascolare per le valli padane….misteri d’Italia…

 

Al di là di queste premesse storiche occorrerebbe riconsiderare quale sia, se esista e di che cosa si alimenti attualmente questa “identità nazionale” della e sulla quale tutte le istituzioni hanno santificato il 150.mo anniversario (…l’unico dato positivo del 2012 è che, finalmente, non si sentirà più parlare né si celebreranno più inutili defilè per il centocinquantesimo tricoloreggiante anniversario dello Stato italiota nato dal risorgimento giudaico-massonico con l’interessata regia franco-britannica…poteri forti dell’epoca in azione…).

 

L’identità nazionale, secondo il Presidente della Repubblica – l’ex comunista Giorgio Napolitano – starebbe iscritta nell’inno di Mameli e nella memoria collettiva di un popolo che, se mai popolo è stato, orgoglioso di esserlo, lo fu soltanto nel Ventennio fascista.

 

Ora prendiamo un attimo l’inno di Mameli e analizziamo la prima strofa: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio, s’è cinta la testa…” …ora si pensi ai tanti nuovi-italiani, multicolored riconosciuti come tali dalla permanenza sul territorio nazionale per uno spazio temporale di qualche anno: qualcuno può immaginare qualcosa di più surreale, come sappiamo accade regolarmente specie nelle scuole inferiori, di africani e asiatici, estremo orientali, di nazionalità disparate dell’est europeo come del sud America in fila a cantare un simile ritornello?

 

Quale significato potrà mai rivestire per ciascuno di questi stranieri il riferimento ad un eroe dell’antica Roma, Scipione l’Africano, che fu, peraltro, il conquistatore di Cartagine (… “per terre incognite vanno le nostre legioni a fondare colonie a immagine di Roma” canta il sulfureo Franco Battiato in “Delenda Carthago”…) ?

 

Nulla.

 

E tantomeno potrà , una volta studiata la storia patria – ammesso e non concesso che la si studi ancora – ; assumere una qualche valenza positiva per quelli , fra questi, che provenissero dall’Africa: un nemico al massimo, un conquistatore nemico da disprezzare.

 

Qualcuno avvisi Napolitano….c’è un inno da modificare in nome del “politically correct” e dell’italianissimo “volemose bene”….

 

Poi qualcuno ‘ciancia’ di “razzismo”….mah….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

03 Gennaio 2012

 

 

 

Guerra Frìa Psicològica – Las Ciencias de la Dominacìon Mundial – por Denis Boneau

3 Gen


por Denis Boneau

7 Marzo 2005

del Sitio Web VoltaireNet

 

Denis Boneau
Periodista francés, miembro de la sección francesa de la Red Voltaire


Las ciencias de la comunicación, cuyo desarrollo ha dirigido la CIA a partir de los años 50, han sido un instrumento esencial de la «guerra psicológica» contra los gobiernos prosoviéticos y los países resistiendo al dominio de los EE.UU.

 

En colaboración entre el ejército U.S. y los servicios secretos, los especialistas del comportamiento ayudaron a recoger información sobre «el enemigo», a elaborar la propaganda atlantista (OTAN), a prevenir el surgimiento de movimientos de liberación hostiles a Washington, llegando incluso a servir de consejeros a los expertos en torturas.

 

Esta «alianza entre lo científico y lo político» dio lugar a un dispositivo que aún se utiliza hoy en día para difundir la voz de Estados Unidos por el mundo.

A partir de 1945, los presidentes Harry Truman [1] y Dwight Eisenhower [2] institucionalizan las agencias de propaganda creadas durante la Segunda Guerra Mundial y les asignan como nueva misión la lucha contra la Unión Soviética y las repúblicas socialistas, a las cuales las designan como países satélites.

La estrategia general que elaboraron Truman y sus consejeros, llamada «containment», consiste en bloquear la expansión del comunismo mediante el control de los movimientos de emancipación nacional que pudieran tener la intención de llevar al poder a dirigentes prosoviéticos o prosocialistas. Este ambicioso proyecto exige la colaboración de expertos capaces de proveer datos geográficos, económicos, culturales, psicológicos y sociológicos que puedan ser explotados por el ejército y los servicios secretos.

En ese contexto, ciertos especialistas de «ciencias» del comportamiento, algunos de los cuales habían sido utilizados ya contra el Tercer Reich, son enrolados en los nuevos servicios de propaganda de la Guerra Fría.

Ya en noviembre de 1945, el general John Magruder propone confiar a la inteligencia militar un ambicioso proyecto de propaganda «en tiempo de paz» basado en el aporte de las ciencias humanas. Pero su iniciativa no logra convencer al presidente estadounidense Truman quien decide el desmantelamiento del OSS [3] de «Wild Bill» Donovan, protegido de Roosevelt.

Siguiendo la misma lógica, el Buró de Información de Guerra (OWI) [4], acusado de haber favorecido la reelección de Roosevelt en 1944, es disuelto. En enero de 1946, Truman establece el Grupo Central de Inteligencia (CIG) que se convierte en la Agencia Central de Inteligencia (CIA) algunas semanas después.

Las operaciones son inconfesables e inimaginables:

«propaganda, guerra económica, acción directa preventiva, sabotaje, antisabotaje, demolición, subversión contra los Estados hostiles, asistencia a movimientos de liberación clandestinos, guerrilla, asesinatos, apoyo a grupos indígenas que combatan los países enemigos del “mundo libre”…» son confiadas a la OPC [5], dirigida por un veterano del OSS, Franck Wisner.

Teóricamente la OPC depende de la CIA.

En la practica Wisner, bajo la complaciente autoridad de George Kennan, dispone de una libertad de acción más que amplia. La OPC se encarga de una parte substancial de las operaciones de «guerra psicológica».

 

Wisner recluta para ello científicos que garantizarán la búsqueda de datos y se encargarán de convencer a intelectuales «neutros» y, claro está, de elaborar la propaganda atlantista (de la OTAN).
 

 


¿Qué es la guerra psicológica?

Las operaciones psicológicas designan un conjunto muy amplio de actividades que van de la propaganda radial a la tortura y demandan conocimientos profundos sobre las poblaciones a las que van dirigidas.

 

En un documento redactado en 1948, las fuerzas terrestres estadounidenses definen así la «guerra psicológica»:

«[Esta] emplea medios físicos o morales diferentes a las técnicas militares ortodoxas, medios que buscan:

  • Destruir la voluntad y la capacidad combativa del enemigo.

  • Privarlo del apoyo de sus aliados.

  • Acrecentar entre nuestras tropas y las de nuestros aliados la voluntad de vencer.

La guerra psicológica utiliza toda arma que pueda influenciar la voluntad del enemigo. Las armas son psicológicas solamente por el efecto que producen y no por su naturaleza misma.

 

Por ello, la propaganda abierta (blanca), secreta (negra) o gris -subversión, sabotaje, asesinatos, operaciones especiales, guerrilla, espionaje, presiones políticas, culturales, económicas y raciales- son consideradas como armas utilizables [en el marco de la guerra psicológica]».

Para llevar a cabo este programa de «guerra psicológica», los servicios secretos reclutan especialistas de las ciencias del comportamiento capaces de inventar la propaganda blanca «simple, clara y repetitiva» y la propaganda negra destinada a sembrar en el campo del adversario «el desorden, la confusión… el terror».
 

 


Proyectos ‘Troy’ y ‘Camelot

El proyecto Troy consiste en movilizar investigadores para definir los diferentes medios disponibles para difundir la «Verdad» (la propaganda estadounidense) del otro lado de la Cortina de Hierro (3).

 

El objetivo es reforzar el dispositivo de la Voice of America (VOA), red de radiodifusión creada por el International Information Service (IIS), un organismo que estableció Truman para reemplazar el OWI.

Voice of America es una operación de propaganda «blanca». Su objetivo es la promoción de Estados Unidos («Democracia», «American way of life», «Libertad» son, claro está, los principales leitmotiv del discurso de la VOA). En el punto de partida del proyecto Troy está James Webb, consejero del secretario de Estado Dean Acheson y partidario precoz de la «guerra psicológica». Weeb aconseja el acercamiento entre expertos universitarios y el gobierno.

Los científicos del proyecto Troy establecen un informe donde afirman que Voice of America no bastará para penetrar la Cortina de Hierro. Ante este relativo fracaso, aconsejan otros medios. El proyecto Troy debía concentrarse inicialmente en la radiodifusión y el lanzamiento de propaganda mediante globos.

Yendo más allá de los objetivos que proponen sus mecenas – la fuerza aérea, la marina de guerra y probablemente la CIA – los expertos proponen otros canales para vehicular la propaganda «blanca»: intercambios universitarios, publicación de libros… y apuntan que la información puede propagarse utilizando simplemente el correo y mediante diarios profesionales u otras publicaciones comerciales e industriales.

El estudio incluye recomendaciones prácticas muy precisas. Los miembros del proyecto Troy [6] aconsejan, por ejemplo, centralizar las operaciones de propaganda. Siguiendo esa opinión, Truman establece el Psychological Strategy Board, intensifica los estudios sobre la «sociedad soviética» [programa de entrevistas con disidentes] y favorece la creación del CENIS [7].

Esta primera colaboración de gran envergadura prefigura operaciones similares. La fuerza aérea pide, en 1950, un informe sobre la población coreana.

 

Wilbur Schramm (considerado como el padre fundador del paradigma de la comunicación de masas), John Ridley y Fredericks Williams reciben la misión de entrevistar refugiados anticomunistas para elaborar una táctica de propaganda en Corea.

El estudio da lugar a dos tipos de documentos: publicaciones en Public Opinion Quaterly (POQ), la revista oficial de los partidarios de la «guerra psicológica», un libro intitulado The Reds Take a City así como un informe secreto destinado a las fuerzas terrestres.

Otra expresión de la «guerra psicológica», el proyecto Camelot, consiste, en los años 60, en establecer modelos sobre los procesos que conducen a revoluciones nacionales en los países del Tercer Mundo para facilitar la dirección de operaciones de contra-insurrección.

Camelot ilustra a la perfección la intensificación de las relaciones entre los estudiosos del comportamiento y los servicios secretos estadounidenses. Emprendido en 1963, este proyecto, destinado a facilitar las intervenciones en Yemen, Cuba y el Congo belga, debe – teóricamente – permitir prever y prevenir el riesgo de revolución.

En Chile, algunos diarios de izquierda denuncian la implicación del gobierno estadounidense, que dirige Camelot mediante la Organización de Investigación de Operaciones Especiales (SORO).

 

El «plan de espionaje yanqui» fracasa parcialmente ya que, al parecer, las conclusiones del estudio servirán a los servicios secretos estadounidenses para derrocar a Allende y establecer en Chile la junta del general Pinochet [8].
 

 


Enrolar a los universitarios

El entendimiento entre un grupo de universitarios y las fuerzas terrestres permite la aparición de una nueva ciencia concebida como un instrumento destinado a los servicios secretos.

Las ciencias de la comunicación y el paradigma de «la comunicación de masas», financiados por créditos de la fuerza aérea, la marina de guerra, la CIA, el Departamento de Estado (…) aportan numerosos elementos útiles con el fin de elaborar una propaganda eficaz que debe atravesar la Cortina de Hierro por diferentes vías (volantes, radiodifusión…).

El campo de estudio de la disciplina es amplio: técnicas de persuasión, sondeos de opinión, interrogatorios, movilizaciones políticas y militares, propagación de ideología…

Para satisfacer la demanda de datos científicos se toma la decisión de financiar varios centros:

  • Bureau of Applied Social Research (BASR), de Paul Lazarsfeld, instalado en la universidad de Columbia.

  • Institute for International Social Research (IISR), de Hadley Cantril.

  • Center for International Studies (CENIS), de Ithiel de Sola Pool (Instituto Tecnológico de Massachussets) cuyos fondos, distribuidos por la Fundación Ford [9], provienen en realidad de la CIA.

  • Bureau of Social Science Research (BSSR), financiado directamente por la CIA que desea perfeccionar las técnicas de interrogatorio.

O sea, se concibe la tortura como un campo de investigación de las ciencias sociales [10]. A partir de la guerra de Corea, se le encarga al BSSR, principal centro de investigación de la propaganda «negra», la realización de diferentes estudios a pedido del ejército.

Se trata esencialmente de determinar los,

«blancos y factores de vulnerabilidad» de las poblaciones de Europa del Este teniendo el cuidado de definir diferentes «aspectos de la violencia psicológica».

Concretamente, el BSSR elabora informes sobre los efectos de las técnicas tradicionales de interrogatorio de prisioneros – descargas eléctricas, golpes, drogas…

 

Financiados por la CIA (50% del presupuesto social del centro), estos estudios permiten recoger información, específicamente sobre las poblaciones de Vietnam y de África, con el objetivo explícito de mejorar la eficacia de la tortura [11].
 

 


Una revista – Public Opinion Quarterly

En 1937, De Witt Poole, de la universidad de Princeton, crea la revista Public Opinion Quarterly (POQ).

 

Esta publica artículos de «guerra psicológica», provenientes sobre todo del OWI, estudios sobre el estado moral de los civiles alemanes durante la guerra, ensayos sobre el entrenamiento de las tropas, reflexiones sobre la propaganda de guerra…

 

Ciertas investigaciones parecen inspiradas directamente en las preocupaciones de los servicios secretos y las agencias de propaganda (sondeos de opinión en Francia e Italia…)


Paul Lazarsfeld

 

El consejo de administración de la revista se compone de especialistas que participan en el proyecto psicológico de la CIA:

  • Paul Lazarsfeld

  • Hadley Cantril

  • Rensis Likert

  • De Witt Poole (que se convertirá más tarde en el presidente del National Committee for Free Europe)

El estudio de los sistemas de comunicación de los países que domina la Unión Soviética o que podrían ser conquistados por grupos comunistas permita recoger informaciones que los estrategas de las fuerzas terrestres pueden utilizar inmediatamente, así como indicaciones – a veces muy precisas – sobre las modalidades de propagación de la propaganda «blanca» y los métodos «negros» de difusión del terror.

 

Las ciencias de la comunicación, concebidas como medios de vigilancia y de coerción, tienen por consiguiente una vocación puramente manipuladora.
 

 


Las ciencias de la coerción contra el neutralismo

El paradigma de la comunicación de masas, surgido del financiamiento de los servicios de la Guerra Fría, se inserta en un plan intelectual más amplio que consiste en dividir el mapa del mundo según la lógica maniquea de los estrategas estadounidenses. Las tesis que defiende el patriarca de esta disciplina, Wilbur Schramm, dan una perspectiva de esta dimensión reductora de las ciencias de la comunicación.

El sistema de Schramm (como el de Leo Strauss) se basa en el antagonismo «good guys/bad guys» (buenos y malos). Ese principio moral (el comunismo simboliza el Mal y Estados Unidos el Bien) es compartido por la mayoría de los intelectuales o científicos comprometidos con el gobierno estadounidense en la lucha contra la expansión soviética.

 

En esta lucha maniquea, el neutralismo se ve obligatoriamente como una traición.

Más que convencer a los partidarios del comunismo, el combate intelectual consiste en implicar a los neutrales. En el Congreso por la Libertad de la Cultura, los New York Intellectuals seguidos por una multitud de defensores europeos del atlantismo, como Raymond Aron, en Francia señalan el neutralismo como blanco fundamental de «su» trabajo.

Los especialistas de la comunicación trabajan también a favor de ese plan general concebido por la CIA y la OPC. En un artículo publicado en POQ, Daniel Lemer se interroga sobre los diferentes aspectos del neutralismo y elabora un retrato tipo de los individuos que forman parte de esta categoría.

 

A la pregunta ¿Cómo reconocer a un neutral?, el autor responde:

«[Para un neutral] escoger entre Estados Unidos y la URSS no es lo mismo que escoger entre la libertad y la esclavitud».

Lemer establece varios síntomas de neutralismo:

«Paz, seguridad, distensión de las relaciones internacionales».

Más allá del parecido entre las líneas ideológicas de la «guerra psicológica» y las del Congreso por la Libertad de la Cultura que muestran la coherencia relativa del plan concebido por Wisner y los dirigentes de la CIA, se puede notar que los especialistas de la «manipulación de masas» son frecuentemente marxistas arrepentidos.

 

Un ejemplo de ello es la carrera de Paul Lazarsfeld. A fines de los años 20, el que será uno de los principales ideólogos de la «comunicación de masas» es un socialista activo.

En Francia, tiene relaciones con la SFIO y con Leo Lagrange. En 1932, la Fundación Rockefeller le ofrece una beca de dos años para estudiar en Estados Unidos. Considerando que existe «una correspondencia metodológica entre la compra de jabón y el voto socialista», se da a conocer escribiendo artículos de marketing.

El gobierno y los servicios secretos reparan rápidamente en él y colabora en un programa de investigación sobre los efectos de la radiodifusión (el Radio Research Program) financiado por la Fundación Ford y fundado por el BASR, cuya fuente de financiamiento son esencialmente los contratos del ejército y de la CIA.

En 1951, es nombrado consejero para las Ciencias Sociales en la Fundación Ford. Facilita entonces la creación en Austria de un Instituto de Estudios Avanzados en Ciencias Sociales y el comienzo de un programa de intercambio con Yugoslavia y Polonia. En los años 60, se le asignan puestos de experto ante la UNESCO y la OCDE [12].

Paul Lazarsfeld rompió, por tanto, con los grupos socialistas para incorporarse a los equipos científicos de la «guerra psicológica». Pero no es el único que siguió ese camino, digno de los New York Intellectuals [13]. Leo Lowenthal, uno de los principales colaborares de POQ, también participó activamente en la elaboración de técnicas «psicológicas» para combatir a sus ex-amigos marxistas.

El terreno científico de los «estudiosos del comportamiento» es el estudio de los sistemas de comunicación de los países «de riesgo».

 

Por consiguiente, no tiene nada de sorprendente el que la historia de esa disciplina esté ligada a conflictos (Corea, Vietnam… y, secretamente, Chile y Angola…) en los que interviene Estados Unidos durante la Guerra Fría.
 

 


Vigencia de la «guerra psicológica»

El dispositivo creado por Wisner se mantuvo al término de la Guerra Fría. Paralelamente al reclutamiento de los «estudiosos del comportamiento», la CIA financió la creación de numerosos centros de investigación internacional o «area studies» con el objetivo de producir información sobre las zonas geográficas «de riesgo».

Ya en 1947, la Fundación Carnegie provee los fondos necesarios para la creación del Centro de Investigaciones sobre Rusia (Russian Research Center). A partir de 1953, una de las principales pantallas de la CIA, la Fundación Ford, procura fondos a 34 universidades para que se desarrollen en ellas investigaciones internacionales.

Este proyecto se extiende más allá de Estados Unidos. La Fundación Rockfeller financia, verificando cuidadosamente la etiqueta política de los investigadores subvencionados, diferentes centros de «Area studies» en Francia. La VIª Sección de la Escuela Práctica de Altos Estudios, que se convertirá más tarde en Escuela de Altos Estudios de Ciencias Sociales (EHESS), acoge equipos de investigadores que generan trabajos sobre China, Rusia y otras regiones de interés para los servicios estadounidenses.

 

Aún hoy, los estudios internacionales siguen estando entre las preocupaciones esenciales de la EHESS.

Asimismo, la Voice of America, la red de radiodifusión de la propaganda estadounidense – juguete favorito de los estudiosos del comportamiento del proyecto Troy – sigue en activo.

 

La ley, votada por el Congreso en 1960, que promulgó el presidente Ford estipula:

La comunicación directa [la propaganda blanca] por radio con los pueblos del mundo sirve a largo plazo a los intereses de Estados Unidos (…) Las noticias de la VOA serán precisas, objetivas y completas (…) La VOA presentará la política de Estados Unidos de manera clara y eficaz (!)»

Difundidos mediante el transmisor de Greenville (Carolina del Norte), los programas de la VOA se destinan actualmente a los países africanos y parecen dirigidos esencialmente a servir de contrapeso a la influencia francesa en la región (la VOA estableció además un servicio en idioma francés en 1960).

Proclamando su independencia, la VOA concluya así su carta:

«En el mundo, y específicamente en África, la radio sigue siendo el principal medio de acceso a la información. Hoy como ayer (sic), nuestro objetivo es presentar programas que contengan informaciones fiables e imparciales, con las cuales deben poder contar nuestros oyentes».

De manera general, las ciencias de la comunicación favorecieron el surgimiento de una nueva forma de propaganda de guerra adaptada a la Guerra Fría, o sea concebida no para un afrontamiento clásico sino a la vez para la batalla ideológica Este-Oeste y los conflictos de baja intensidad que tuvieron lugar en el Tercer Mundo.

En 2001, la administración de George W. Bush reactivó el conjunto de dispositivos de la Guerra Fría, no para luchar contra la Unión Soviética sino para imponer un Nuevo Orden Mundial. A partir de los atentados del 11 de septiembre 2001, la justificación de esta reactivación han sido las necesidades de la «guerra contra el terrorismo».

En ese contexto, la CIA recurre de nuevo a las universidades.

  • El director de investigaciones científicas en el seno de la Agencia, John Philips, tomó el control del Rochester Institute of Technology

  • Michael Crowl, subdirector de la sociedad de economía mixta de la CIA en el sector informático, se convirtió en rector de la universidad de Arizona

  • mientras que Robert Gates (ex-patrón de la CIA bajo Bush padre) dirige actualmente la Texas A&M University.

Referencias

[1] Presidente demócrata de los EE.UU. (1884-1972), remplazó a Roosevelt y ordenó arrojar la bomba atómica sobre Japón. Apoyo la Guerra Fría y desarrolló una política agresiva frente a la Unión Soviética y la China comunista

[2] General y presidente republicano de los EE.UU. (1890-1969), comandante en jefe de la OTAN

[3] La OSS (Office of Strategic Services) es un servicio secreto de inteligencia y acción exterior, establecido durante la Segunda Guerra Mundial. Utilizó a personalidades de las ciencias sociales como Herbert Marcuse o Margaret Mead.

[4] El Office of War Information se encontraba bajo la dirección de Elmer Davis.

[5] La OPC (Office of Policy Coordination) es la estructura directiva de la red «stay-behind». Ver: «Stay-behind: Las redes estadounidenses de desestabilización y de injerencia» por Thierry Meyssan, Voltaire, 20 de julio de 2001.

[6] Alan Needell, «Project Troy and the Cold war annexation», in Universities and Empire, Money and politics in the social sciences during the Cold war, The New Press, 1998.

[7] El Center for International Studies (CENIS) es un departamento del célebre MIT (Massachusetts Institute of Technology) dirigido por Max Millikan.

[8] Ellen Herman, «Project Camelot and the Career of Cold War Psychology», ibid.

[9] «La Fundación Ford, fachada filantrópica de la CIA», Voltaire, 31 de enero de 2005.

[10] «Los manuales de tortura del ejército de los Estados Unidos» por Arthur Lepic, Voltaire, 8 de junio de 2004.

[11] Christopher Simpson, Science of Coercion, Communication Research and Psychological Warfare, 1945-1960, Oxford University Press, 1994.

[12] Michael Pollack, «Paul Lazarsfeld, fondateur d’une multinationale scientifique» (Paul lazarsfeld fundador de una multinacional científica), in Actes de la recherche en sciences sociales, n° 25, enero de 1979.

[13] «Los New York Intellectuals y la invención del neoconservadurismo» por Denis Boneau, Voltaire, 4 de febrero de 2000.

 

( Fonte: www.bibliotecapleyades.net )