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SIRIA –LA POLITICA DEL TERRORE FASE AVANZATA DEL “NEW MIDDLE EAST PROJECT”

9 Gen

SIRIA –LA POLITICA DEL TERRORE FASE AVANZATA DEL “NEW MIDDLE EAST PROJECT”

 

 

 

 

 

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

L’attentato terroristico che ha colpito tre giorni fa il quartiere di al Midan, sobborgo della capitale siriana Damasco, provocando più di venti vittime e decine di altri feriti segue quello perpetrato l’antivigilia di Natale contro la sede dei servizi di sicurezza e conferma il salto di ‘qualità’ effettuato dalla cospirazione in corso controla Repubblica Araba Siriana oramai da dieci mesi nel mirino delle centrali di destabilizzazione atlantico-sioniste.

 

La Siria come l’Iraq. Questo l’obiettivo non dichiarato  ma evidente degli interessati registi, neanche troppo occulti, che hanno tutto l’interesse a precipitare la nazione siriana in una guerra civile cruenta.

 

Obiettivo del complotto – che parte da lontano (oltre Atlantico) e ha trovato interessati complici all’interno (movimenti fondamentalisti d’ispirazione salafita, i Fratelli Musulmani, le organizzazioni terroristiche locali quali Jund al Sham, gruppi armati già visti in azione nel vicino Libano sotto le sigle di Al Fatah) e ai ‘fianchi’ (con il lavorio diplomatico sotterraneo della diplomazia turca che gioca un ruolo di primo piano nelle trame sovversive straniere e attraverso l’interessata partecipazione di servizi d’intelligence dei paesi del Golfo, in special modo quelli sauditi e quelli del Qatar) della nazione siriana – è il legittimo governo del Presidente Bashar el Assad e il potere pluridecennale del partito Ba’ath.

 

La diplomazia statunitense non ha mai nascosto la sua ostilità nei confronti della Siria e della sua leadership a causa del sostegno offerto da Damasco ai movimenti di resistenza nazionali del Libano (Hizb’Allah) e della Palestina (Hamas) e , in particolare, per l’alleanza strategica che da oltre trent’anni lega la Siria alla Repubblica Islamica dell’Iran.

 

Rifiutate le avanche’s inizialmente offerte dal neo-eletto presidente Baraq Obama – un boccone avvelenato che sottintendeva uno marcamento siriano dal ‘fronte del rifiuto’ capitanato da Teheran –la Siria è diventata progressivamente il principale obiettivo delle mire egemoniche che Stati Uniti e alleati sionisti hanno nei confronti del Vicino Oriente dove Washington non ha minimamente arretrato rispetto ai suoi propositi di modificare radicalmente le carte geopolitiche regionali.

 

In proposito occorre considerare che l’establishment sionista che dirige e determina la politica estera americana attraverso le sue organizzazioni occulte (Council on Foreign Relations, Trilateral Commission, fondazioni, istituti di studi strategici, centri massonici e lobbie’s economiche e finanziarie) aveva già prospettato, fin dal 1994 una ri-organizzazione della regione petrolifera vitale per gli interessi della plutocrazia mondiale attraverso la presentazione di un “U.S. Middle East Project” presentato dal C.F.R. All’epoca responsabile per l’area vicino-orientale era Henry Siegman.

 

Il progetto diventerà un istituto di politica autonomo nel 2006 anno nel quale l’entità criminale sionista, alias lo “stato” terrorista di “Israele”, scatenerà l’aggressione contro il Libano con l’obiettivo di disintegrare le basi militari di Hizb’Allah.

 

Sarà durante l’estate di quell’anno che l’allora segretario di Stato dell’amministrazione Bush, Condoleeza Rice, presenterà la proposta per la creazione del “New Middle East” (il Nuovo  Medio Oriente) .

 

Attualmente a dirigere le linee guida dell’Istituto per il “Progetto Medio Oriente” è  Brent Scowcroft ( presidente del Forum for International Policy, esponente della Trilateral Commission e del CFR ed ex responsabile della sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Ford prima e Bush poi).

 

In merito è estremamente rilevante che siano i circoli neo-conservatori della politica statunitense ad avere prospettato una progressiva “democratizzazione” (alias americanizzazione alias sionistizzazione) della regione ed è ancor più indicativo che questo progetto sia stato presentato dalla Rice alla stampa mondiale in coincidenza con l’inaugurazione del terminale petrolifero caucasico Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC).

 

Ricordiamo come all’epoca dell’aggressione contro il paese dei cedri il progetto “New Middle East” sia stato patrocinato dalla Rice con l’avallo dell’ex premier sionista Olmert.

 

L’annuncio mediatico con i quali la responsabile della politica estera americana e il leader israeliano mettevano al corrente la stampa internazionale del progetto rappresentò la conferma di quella “roadmap” militare anglo-americana-israeliana che avrebbe dovuto generare ovunque il caos e provocare disordini nella regione partendo dall’occupazione militare statunitense dell’Iraq ed estendendosi progressivamente verso Libano, Palestina, Siria, Golfo persico e Iran.

 

La pubblica rivendicazione del progetto da parte di Washington e Tel Aviv , che doveva trovare conferme dall’attacco israeliano al Libano che invece costerà il posto di primo ministro ad Olmert e la sconfitta elettorale del suo partito di destra ‘Kadima’ a vantaggio del Likud di Benjamin Nethanyahu, doveva rappresentare la pietra miliare di un programma progressivo di ‘democratizzazione’ imposta ai paesi della regione, mediante quel “caos programmato” e “costruttivo” di cui sono esperti ingegneri e artefici i responsabili d’intelligence del Mossad israeliano e della CIA americana.

 

Attraverso la destabilizzazione terroristica del Libano nel 2005 l’asse del terrore israeliano-statunitense aveva provocato il ritiro del contingente militare siriano dal paese dei cedri (dove i soldati di Assad stazionavano fin dal 1978 e dove Damasco aveva imposto la sua pax siriana dopo gli accordi di Taif, in Arabia Saudita, che nel 1990 misero fine al conflitto civile libanese) e si riproponeva il progressivo cambiamento dei regimi della regione in particolar modo causando un vero e proprio tsunami nel triangolo Bagdad-Damasco-Beirut.

 

L’obiettivo era limitare l’influenza iraniana nella regione araba, progressivamente eliminandone i collegamenti con le comunità sciite dell’Iraq e del Libano e favorendo, per vie diplomatiche o manu militari come sta avvenendo da diversi mesi a questa parte, il distacco tra Siria ed Iran.

 

L’idea del “caos costruttivo” – non nuova per gli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale – aveva ricevuto la sua consacrazione all’epoca del conflitto civile libanese (1975-1990) e successivamente era stata attivata con successo nell’area balcanica, nella ex Yugoslavia, sottoposta agli ‘esperimenti’ di “taglia e cuci” geopolitico funzionali agli interessi di Stati Uniti, Gran Bretagna e “Israele”.

 

In occasione di una conferenza stampa l’allora segretario di Stato USA, Condoleeza Rice, sottolineò che “ciò che ci ripromettiamo qui (con specifico riferimento alla distruzione sistematica del Libano ad opera delle forze armate israeliane ndr) è, in un certo senso, il parte con dolore di un Nuovo Medio Oriente e qualsiasi cosa noi (significando gli Stati Uniti ndr) stiamo facendo , dobbiamo essere sicuri che l’obiettivo è costruire un Medio Oriente migliore e non ritornare al vecchio.”.

 

Il segretario di Stato Rice venne immediatamente criticata per le sue dichiarazioni, sia in Libano che a livello internazionale, per l’espressione utilizzata e l’indifferenza vergognosa alle sofferenze patite dalla popolazione libanese bombardata indiscriminatamente per oltre un mese dall’aviazione israeliana.

 

Come si vedrà il progetto anglo-americano-sionista di riorganizzazione geopolitica del Vicino Oriente puntava molto più in alto e non mirava esclusivamente alla sola penisola araba.

 

Con il suo discorso sul “Nuovo Medio Oriente” il segretario di Stato USA , Condoleeza Rice, aveva semplicemente posto le premesse per un piano di destabilizzazione globale dell’intera Eurasia.

 

Gli attacchi lanciati da “Israele” – pienamente appoggiato da Washington e Londra –  contro il Libano nel 2006 hanno confermato l’esistenza di un progetto geopolitico e strategico che univa Stati Uniti, Gran Bretagna e “Israele”-

 

All’epoca il professor Mark Levine osservò che “i globalizzatori professionisti, neo-liberisti e neo-conservatori, e l’amministrazione Bush sarebbero interessati ad esportare ovunque la loro “distruzione creativa”, metafora per descrivere quei processi attraverso i quali essi sperano di creare i loro nuovi ordini internazionali”.

 

Ricordiamo come il termine “distruzione creativa” sia stato spesso utilizzato dal neo-cons Michael Ledeen, ex consigliere di Bush ed esponente di spicco della destra repubblicana statunitense, per descrivere “una forza rivoluzionaria impressionante, insieme destabilizzante e costruttiva”.

 

Il punto di partenza dal quale lanciare il loro “caos creativo” era ovviamente l’Iraq sotto occupazione anglo-americana ed in particolare la regione settentrionale del Kurdistan , territorio utilizzato come base per preparare la balcanizzazione (divisione) e successiva finlandizzazione (pacificazione) dell’intera regione del Vicino Oriente.

 

E’ interessante notare come il quadro legislativo varato dal nuovo parlamento iracheno post-saddam e l’idea di costituire una federazione del paese mesopotamico appaiano come premesse per la spartizione e divisione del paese in tre enclavi (una settentrionale a guida curda, una centrale a guida sunnita ed una meridionale a guida sciita).

 

 

La “military roadmap” anglo-americana e sionista estende i suoi tentacoli verso l’Asia centrale. Dal Vicino Oriente infatti gli USA ed i loro alleati hanno intenzione – attraverso il Caucaso e Afghanistan e Pakistan – di rafforzare l’influenza occidentale sulle Repubbliche ex sovietiche in quella zona comunemente nota come “Southern Tier Russia” (il sud esterno/limitrofo russo) tradizionalmente area geostrategica di pertinenza russa.

 

La scuola di geopolitica russa, diversi analisti di politica internazionale di Mosca ed i centri di studi strategici collegati al Cremlino hanno sottolineato che questo progetto ha l’obiettivo, partendo dal Vicino Oriente arabo, di sovvertire i rapporti di forza in tutta l’Asia centrale.

 

La Russia teme l’espansione anglo-americana che si manifesta ai confini meridionali della sua massa geopolitica, dal Caucaso al Golfo persico, dal subcontinente indiano fino alle regioni estremo orientali.

 

Mosca considera l’Asia Centrale ancora come una “provincia meridionale” della sua federazione nazionale e qualunque minaccia esterna sarà portata in questa regione come un attentato alla sua sovranità ed una aggressione ai suoi interessi nazionali.

 

Per comprendere meglio questo “great game” geopolitico occorre fare riferimento al volume “The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geo-strategic Imperatives” dato alle stampe sul finire degli anni Novanta dal politologo ed esponente della Trilaterale Commission Zbigniew Brzezinsky: in pratica si evidenziavano delle linee di continuità geostrategiche fondamentali per l’America e coincidenti con l’Eurasia balcanica (che consiste nell’area caucasica – Georgia, Azerbaigian e Armenia) , l’Asia Centrale propriamente detta (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tajikistan e Turkmenistan) e i due pilastri dell’Iran e della Turchia.

 

Per riuscire a controllare questa enorme massa territoriale, storicamente, culturalmente e militarmente egemonizzata per secoli dalla Russia, il trampolino di lancio è il Vicino Oriente: destabilizzando i paesi ‘amici’ di Mosca (la Siria ed il suo ‘satellite’ Libano), disattivando il conflitto israelo-palestinese, democratizzando i paesi arabi (occasione rappresentata dalla cosiddetta “primavera araba” eterodiretta dalla finanza internazionale che vedrà il crollo di oligarchie locali in Egitto e Tunisia , la destabilizzazione dello Yemen e l’assalto controla Siria) e puntando infine le proprie attenzioni bellicistiche contro la Repubblica Islamica dell’Iran vero e proprio bastione del fronte anti-mondialista, stato sovrano indipendente e baluardo ideologico, spirituale e militare contro l’Imperialismo ed il Sionismo.

 

La Siria dunque rappresenta un ‘tassello’ , fondamentale perché la sua normalizzazione/democratizzazione (sempre coincidenti con “americanizzazione” e “sionistizzazione”) risulta determinante per la prosecuzione dell’intero progetto “New Middle East”, ed insieme il punto di partenza per un’accelerazione su scala globale dei progetti egemonici statunitensi, britannici e sionisti.

 

I normalizzatori della Globalizzazione economica, gli alchimisti del Nuovo Ordine Mondiale, non hanno ‘puntato’ Damasco a caso ma scientemente hanno portato l’aggressione al perno centrale della direzione della strategia iraniana nel Vicino Oriente.

 

La Siria è infatti l’anello di congiunzione tra Teheran, centrale rivoluzionaria dell’ideologia khomeinista sciita, e il movimento libanese di resistenza degli Hizb’Allah di Sayyeed Hassan Nasrallah oltre a rappresentare l’unico Stato arabo che rifiuta qualunque accordo con l’entità sionista, sostiene la resistenza palestinese e mantiene inalterato l’equilibro politico e militare regionale.

 

Il ruolo centrale della Repubblica Araba Siriana nel mondo arabo risalta ancor più dalla tradizionale influenza esercitata da Damasco sugli avvenimenti regionali, dal suo ruolo di moderazione tra le fazioni palestinesi e dalla sua caratteristica di stato-pivot del Vicino Oriente.

 

Senza la Siria ba’athista non esisterebbe alcun fronte anti-sionista.

 

La Siria è il centro geopolitico della Nazione Araba. E’ da Damasco che dipende il destino, l’indipendenza e la sovranità politica, delle nazioni arabe.

 

E le manovre terroristiche volte a provocare ulteriore terrore non potranno che rafforzare la volontà siriana di resistenza e la più che legittima ed opportuna reazione della direzione ba’athista al potere a Damasco.

 

Piaccia o dispiaccia agli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale la Siria resiste.

 

 

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

09 Gennaio 2012

 

 

 

 

OCCUPIED PALESTINE – Pockets in Hamas Oppose Reconciliation, says Shaath

9 Gen

Pockets in Hamas Oppose Reconciliation, says Shaath

RAMALLAH, January 9, 2012 (WAFA) – Hamas leaders have admitted that there are pockets in the movement who oppose achieving reconciliation, Fatah Central Committee member Nabil Shaath said Monday.

Shaath, who just returned to Ramallah following a week-long visit to the Gaza Strip which he described as excellent, told Voice of Palestine radio that in spite of what happened on Friday when Hamas members prevented a ranking Fatah delegation from entering the Strip the Palestinian leadership is determined to end the division.

“People can’t tolerate that someone prevents someone else from entering their own country,” he said.

He affirmed that the talks between the Palestinian factions were positive and determined to continue efforts to achieve unity.

 

( Fonte: www.english.wafa.ps )

OCCUPIED PALESTINE – Activist: Expansion of Apartheid Wall near Qalqilya will Separate Towns

9 Gen

Activist: Expansion of Apartheid Wall near Qalqilya will Separate Towns

QALQILYA, January 9, 2012 (WAFA) – An Israeli decision to seize vast areas of Palestinian land east of the West Bank city of Qalqilya in order to expand the Apartheid Wall will separate two Arab towns, a local activist said Monday.

Coordinator of the National Committee against the Wall and Settlements in Qalqilya, Rafiq Mara’ba, told Voice of Palestine radio that route of the apartheid wall, which will separate Ma’ale Shomron and Alfei Menashe settlements from Palestinian villages in the area, will also separate Kafr Thulth and Azzoun, towns east of Qalqilya.

 

( Fonte: www.english.wafa.ps )