L’INGANNO MARXISTA – LA COOPERAZIONE ECONOMICA E LA SINERGIA BANCARIA TRA IL GIUDEO-BOLSCEVISMO E LA FINANZA INTERNAZIONALE CAPITALISTA

10 Apr

L’INGANNO MARXISTA – LA COOPERAZIONE ECONOMICA E LA SINERGIA BANCARIA TRA IL GIUDEO-BOLSCEVISMO E LA FINANZA INTERNAZIONALE CAPITALISTA

–         di Dagoberto Bellucci

“Non v’è movimento proletario – neppure i partiti comunisti – che non abbia operato nell’interesse del Danaro, nella direzione voluta dal Danaro, e per il tempo concesso dal Danaro – e ciò naturalmente senza che gli idealisti fra i capi ne avessero il minimo sospetto.”

 

( Oswald Spengler  – “Il Tramonto dell’Occidente” )

 

 

 

 

 

 

Il sistema mondialista, nato dal ventre fecondo delle dinamiche sovversive dell’Anti-Tradizione agenti a diversi livelli a partire dal rinascimento e direttamente responsabili degli eventi fondamentali che a partire dal Settecento hanno modificato radicalmente la storia dell’umanità (illuminismo, rivoluzione francese, rivoluzione americana, rivoluzione industriale, movimenti risorgimentali, questione sociale, movimento socialrivoluzionario, rivoluzione bolscevica, guerre mondiali), mira all’edificazione di un One World, un mondo unipolare, ad una sola dimensione, verso il quale sono diretti gli sforzi della plutocrazia internazionale.

Per la realizzazione di questo governo planetario, insieme utopia messianica e obiettivo finale di una minoranza ambiziosa di oligarchi e miliardari appartenenti all’alta finanza ed al mondo degli affari, sono state create tutta una serie di organizzazioni semi-occulte che hanno lavorato alacremente, dietro le quinte della storia, al riparo da occhi indiscreti modellando direttamente la storia mondiale degli ultimi due secoli e particolarmente quella del Novecento.

Lobbie’s economiche, fondazioni, gruppi finanziari, potenti banche internazionali appartenenti tutte al campo occidentale hanno formato il nocciolo duro, sorta di centro direttivo, del sistema di potere che conosciamo sotto diverse denominazioni ed ha agito come autentico motore immobile rimanendo occulto dietro le quinte della storia mondiale degli ultimi tre secoli e sostanzialmente restando ai suoi piani alti inalterato, con 200-300 famiglie al vertice della piramide di potere  che sono andate aumentando progressivamente la loro sfera di influenza negli affari e nell’economia mondiali occupando infine gli spazi tradizionalmente riservati alla politica e quelli un tempo riservati alle elitè’s spirituali della religione e del sacro.

Gli strumenti utilizzati e i programmi attuati da questa oligarchia invisibile per rendere il pianeta un laboratorio sperimentale all’interno del quale sono state attuate indiscriminatamente da questi apprendisti stregoni tutte quelle formule economiche e finanziarie ritenute conformi ai loro desiderata – sviluppando dinamiche sovversive di vera e propria alchimia sociale che, negli ultimi due secoli, hanno utilizzato tutte le ideologie funzionali al raggiungimento dell’obiettivo finale: la castrazione individuale e collettiva del genere umano, l’assoggettamento degli Stati nazionali alle logiche perverse del neo-liberismo, la pretesa di forgiare un tipo-umano ridotto allo stadio larvale, sorta di burattino sinagogico, al servizio delle regole capitalistiche dominanti.

 

Per raggiungere questi obiettivi l’Oligarchia non ha lesinato di allearsi con tutte le correnti filosofiche, tutti i gruppuscoli rivoluzionari, qualunque ideologia sovversiva partorita da abili professionisti dell’agitazione sociale e del caos programmatico. E’ questo il caso del connubio d’interessi che ha visto alti esponenti dell’Establishment plutocratico, uomini del mondo della finanza ed esponenti di primo piano del sistema bancario internazionale, alleati dei “rivoluzionari” liberal-borghesi e ‘nazionalisti’ nella prima metà dell’Ottocento (all’epoca delle cosiddette insurrezioni “risorgimentali” che investirono Italia, Francia, Ungheria e Germania) e qualche decennio dopo dei loro eredi social-rivoluzionari, anarchici e comunisti internazionalisti ispirati dalle idee di Karl Heinrich (Herschel) Mordechai Marx.

 

I processi di dissoluzione dell’individuo e delle società europee hanno costituito il grande esperimento sociale al quale si sono dilettati questi plutocrati imponendo nell’Occidente il pensiero borghese, la politica democratica, il parlamentarismo e successivamente altre forme istituzionali che hanno rappresentato né più né meno che semplici frazioni di un insieme, di un tutto organico qual’era l’ordine pre-industriale e pre-illuminista del Vecchio Continente, che è stato in maniera artificiale disintegrato ricorrendo al partitismo in politica ed alla contrapposizione classista nel mondo del lavoro (con la creazione della questione sociale di marxiana memoria alveolo ideologico del sindacalismo e di tutte le diverse forme di socialismo materialista che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento avrebbero condizionato le dinamiche di sviluppo delle società europee) per meglio adempiere alle esigenze, tipiche del sistema di sfruttamento capitalistico, della produzione e del consumo che stanno alla base del sistema economico contemporaneo.

I partiti politici democratici, così come i sindacati, non rappresentano nient’altro che le forze “dirigenti”, abilmente  addomesticate – sorta di presidi oligarchici secondari del Partito Unico della Borghesia – che supervisionano le dinamiche di produzione della società, o per essere esatti i processi produttivi al quale viene indotto e indirizzato l’individuo-massa, l’ameba contemporanea alias il burattino sinagogico, costretto ad un ruolo robotico indifferenziato e alienante, autentico  oggetto dei meccanismi di produzione e consumo e schiavo delle logiche disumane del consumismo capitalista.

I fondamenti per una simile discesa agli inferi dell’umanità intera risiedono nella struttura del sistema bancario ovvero nello sfruttamento usurocratico del mondo del lavoro attuato dagli istituti di credito mediante la speculazione monetaria che crea danaro dal nulla; è infatti attraverso il danaro altrui che ‘magicamente’ la Banca produce – il plus-valore di  marxista memoria altresì storicamente definito come usura- che il Sistema si autoalimenta, rendendo schiavi miliardi di individui soggetti alla dittatura di Mammona, adoranti il vitello d’oro dei tempi moderni rappresentato dal possesso di beni di consumo in una spirale conumista senza fine nè senso.

A coadiuvare l’attività della finanza mondiale sono state create numerose fondazioni che, particolarmente nel mondo anglosassone (e specialmente negli Stati Uniti, centro della plutocrazia internazionale dopo l’invisibile passaggio di consegne alla guida del capitalismo mondiale avvenuto durante gli accordi di Bretton Woods nell’estate 1944 che sancirono la resa britannica a vantaggio della locomotiva a stelle e strisce d’oltreoceano), hanno finito per rappresentare gli strumenti essenziali per l’attività di propaganda e diffusione dell’ideologia ufficiale del Sistema.

Infine ricordiamo il ruolo che viene svolto a livello direttivo, in cima alla piramide del potere mondialista, da organismi ‘discreti’ che rappresentano il nucleo dirigente dell’oligarchia: Pugwash Conferences, Council on Foreign Relations, Bildeberg Group, Trilateral Commission – per citarne solo alcune –  sono l’emanazione di un potere invisibile che si protrae ed estende i suoi tentacoli sulla storia mondiale fin dalla seconda metà dell’Ottocento quando venne creata la prima organizzazione a sfondo mondialista denominata Round Table, fondata a Londra in epoca vittoriana da Cecil Rhodes, direttamente collegata alle coordinate d’espansione dell’imperialismo britannico.

L’influenza della Round Table si manifesterà all’indomani della prima guerra mondiale quando, in occasione della Conferenza della Pace a Parigi nel 1919, venne deciso la creazione di organismi di facciata che consentissero alla setta mondialista di dirigere la politica internazionale attraverso il controllo diretto dei principali Stati dell’Occidente: gli USA, la Gran Bretagna e la Francia. Nacquero in quella occasione il Council on Foreign Relations (C.F.R.) negli Stati Uniti, il Royal Institute for International Affaire (R.I.I.A.) in Inghilterra e, molto più discreto ma altrettanto influente, l’Institute for Pacific Relations quest’ultimo come gli altri organismo privato che raggruppa dieci Consigli nazionali di stanza in dieci diversi paesi interessati agli affari ed agli scambi commerciali con i paesi dell’area del Pacifico (*).

Saranno questi gli organismi preposti al dialogo ed alla cooperazione con la neo-costituita Unione Sovietica all’indomani del grande massacro dei popoli europei del primo conflitto mondiale.

L’URSS rappresenterà lo Stato capitalista per eccellenza, con un capitalismo di Stato elevato all’ennesima potenza, che determinerà per decenni il grande inganno rivoluzionario rappresentato ‘epicamente’ dalla propaganda comunista che disegnerà una irreale quasi leggendaria idea trasposizione della Rivoluzione d’ottobre ovvero la rappresentazione conforme al piano sovversivo internazionale dell’agitazione demoniaco-kahalica fomentata da Lenin che darà forma e vita al principale centro di irradiazione anti-tradizionale del XX.mo secolo.

L’U.R.S.S. sarà per 70 anni l’eterna assistita dall’Occidente capitalistico , ovvero da quello stesso sistema che teoricamente, e soltanto teoricamente, i ‘rivoluzionari’ comunisti minacciavo di distruggere ricorrendo all’agitazione, alla sovversione, al terrorismo diretto o indiretto mediante i diversi Partiti Comunisti attivi in ogni paese occidentale e al servizio permanente ed effettivo del Cremlino che li utilizzerà come burattini per le proprie manovre salvo poi sbarazzarsene vergognosamente mediante purghe politiche e ondate di arresti ed esecuzioni sommarie che caratterizzeranno, continuum di sangue, la prassi di potere della nomenklatura sovietica.

La rivoluzione bolscevica sarà preparata con cura attraverso canali segreti che vedranno coinvolti in prima persona l’alto comando militare tedesco, il centro politico della fazione bolscevica leninista, diverse banche ebraiche europee e americane, i principali organismi plutocratici d’oltre Atlantico ed i loro committenti europei.

I primi finanziamenti alla fazione bolscevica leninista arrivarono dallo Stato maggiore dell’esercito tedesco attraverso Alexandre Parvus-Helphand a partire dalla primavera del 1915. La “deutsche connection” vedrà attivarsi in favore dei bolscevichi alcuni esponenti legati a doppio filo ad istituti finanziari di ‘eletta’ ascendenza. A tirare le fila di questi primi contatti sarà con Parvus il suo correligionario ebreo Jacob Furstenberg, alias Hanecki, alias Ganetzki.

Parvus-Helphand aveva preso parte attiva all’insurrezione anti-zarista del 1905 assieme a Trotsky e con lui dirigeva il periodico “La Rivoluzione Permanente”. Socialdemocratico militante Parvus-Helphand conosceva tutta la direzione politica del partito socialdemocratico russo (bolscevichi e menscevichi) e gli ambienti del terrorismo anarchico-nichilista.

La rivoluzione bolscevica, il golpe ebraico di Lenin, prenderà il via dalle loro attività diramatesi tra Copenaghen, centro finanziario, Stoccolma, direzione politico-finanziaria della rivoluzione e mediante l’interposizione della Diskonto-Gesellschaft Bank di Berlino e della Nya Bank dell’ebreo Aschberg con filiali attive a Zurigo, Bucarest, Kiev, San Pietroburgo e Odessa (quest’ultima città tradizionale feudo ebraico della Russia meridionale) a sostegno delle agitazioni comuniste.

Il centro bancario svedese era direttamente collegato alla Banca russo-asiatica, con sede al 120 di Broadway a New York, a sua volta in stretto contatto con la Diskonto-Gesellschaft Bank e la Siberian Bank di San Pietroburgo.

La cosiddetta “Deutsche Connection” sarà sostanzialmente una vera e propria “jewish connection”.

L’ebreo Parvus-Helphand darà vita ad un Istituto di Studi dell’Economia Internazionale con sede a Copenaghen all’interno del quale troveranno un salario numerosi esponenti bolscevichi e menscevichi fino agli eventi rivoluzionari del 1917: è fra questi esponenti dell’ala estrema del socialismo russo che figura Karl Sobelsohn , alias Radek, dirigente ebreo socialdemocratico di origini galiziane e responsabile bolscevico del settore propaganda per la Russia.

“Radek fu uno dei testimoni – scrive Pierre de Villemarest (2) – dei rapporti tra Lenin e l’equipe Helphand. Le corrispondenze di Lenin sono eloquenti a questo proposito. Esse testimoniano che più volte il gruppo ottenne dei versamenti consistenti, particolarmente dopo il ritorno a Pietroburgo attraverso la Germania e la Svezia. Il 12 giugno 1917 (Lenin) si lamenta in una missiva diretta a Furstenberg-Hanecki “di non aver ricevuto ancora né lettere né soldi”. In un’altra missiva (Lenin) conferma la ricezione di 2000 rubli ricevuti da Kozlovski.”

Ancora più rilevante sarà l’apporto finanziario ricevuto dal “povero esiliato” comunista Leone (Bronstein) Trotsky.

Lo stesso autore ci dice che “(l’immagine di) Trotsky non esce certo più intatta di (quella di) Lenin da uno studio serio sui finanziamenti al bolscevismo. Abbiamo raccontato in un’altra opera come riuscì a rientrare a Pietroburgo nell’aprile-maggio 1917, grazie all’intervento di Sir William Wiseman, capo del servizio di spionaggio britannico per l’emisfero atlantico, all’epoca con base a New York, amico intimo all’epoca sia del Colonnello House che del Presidente Wilson. Sutton aggiunge che Trotsky venne dotato di un passaporto americano, con visto di transito britannico e visto d’entrata in Russia, con meraviglia della stessa Legazione americana a Stoccolma.

Lo stesso autore a visionato le liste dei passeggeri del piroscafo che riportò in Russia Trotsky , fra i quali oltre alla sua famiglia figuravano un rivoluzionario giapponese, diversi agitatori internazionali, e in più , come ha raccontato Lincoln Steffens (3) diversi compagni di viaggio amici del Presidente Wilson, “diversi emissari, di cui due di Wall Street, con destinazione Germania”…

A bordo, discutendo con Trotsky, si trovava Charles Richard Crane, “che tra il 1890 e il 1930  aveva , non meno di 30 volte, soggiornato in Russia” , per la sua azienda, la Westinghouse, e che il magnate del petrolio Doheny cita tra “i bolscevichi di Wall Street”.

Notiamo le “straordinarie coincidenze”. Nel momento stesso in cui , secondo la storia ufficiale, viene riportato di questi avvenimenti come fossero sorti spontaneamente, o “grazie al magico intervento del ‘geniale’ Lenin” , del “tattico Trotsky” e dell’entusiasmo del proletariato, il governo liberale russo fa liberare , agli inizi di marzo, dal loro internamento siberiano Stalin e Kamenev. Essi arriveranno a Pietroburgo il 12 marzo. Dove Lenin arriverà il 2 aprile.

Dove Trotsky arriverà soltanto all’inizio di maggio ma soltanto perché il contro-spionaggio canadese l’ha trattenuto qualche giorno in più ad Halifax. In quello scalo prolungato infatti i canadesi avevano trovato 10mila dollari nelle tasche di Trotsky, il ‘povero esiliato’ di New York.

Dunque Trotsky non viveva poi così in povertà come hanno continuato a disegnare gli storici ufficiali di tutte le tendenze quando non è stato preferibile glissare e passare sotto silenzio la sua vita newyorchese.

La sua collaborazione a “Novy Mir”, o a “Nasha Slovo” (pubblicata dagli esiliati di Parigi), non poteva permettere a Trotsky di mettere da parte 10mila dollari. Quanto al suo “lavoro” alla Fox-Films, non esiste testimone in grado di affermare quando e se mai Trotsky sia mai passato dagli studi o dagli uffici di questa multinazionale cinematografica…Sutton rivela che abitava assieme alla sua compagna in un bell’appartamento, con telefono, frigorifero (raro all’epoca) e circolava per la città in limousine il tutto compreso il servizio di autista.

(…) E’ corrispondente al vero che Trotsky aveva ottenuto (…) per il suo ritorno a Pietroburgo , 500.000 lire-sterline per sé e per Lenin. Da Mme Joseph Fels, nata Rothschild, che – appoggiata dal suo caro amico George Lansbury (animatore della Società Fabiana a New York) – aveva convinto il marito, miliardario, di fare questo dono generoso…Altro finanziamento da Wall Street alla Rivoluzione Bolscevica .” (4).

Altri e ben più sostanziosi saranno i finanziamenti che andranno ad alimentare le casse del partito socialdemocratico russo, particolarmente la sua ala estremista, i bolscevichi di Lenin.

La plutocrazia ebraica accorrerà rapidamente a dare il suo contributo alla rivoluzione. L’alta banca ebraica d’Occidente amorevolmente aprirà i suoi cordoni della borsa per sostenere l’insurrezione che si prepara contro il potere assolutista degli zar; una insurrezione “dall’alto”, come tutte quelle che caratterizzeranno la storia sanguinaria del comunismo internazionale; insurrezione eterodiretta dalla finanza mondiale che ‘tiferà’ per Lenin contro l’aristocrazia feudale russa. Il fil rouge che unirà l’alta banca occidentale ai “rivoluzionari” del Cremlino da allora e fino alla fine dell’URSS non si sarebbe mai più spezzato.

Ne sa qualcosa Zbigniew Brzezinski, esponente dei principali organismi mondialisti e tra i principali fautori del dialogo con i sovietici negli anni Settanta; anni in cui darà vita alla Commissione Trilaterale.

“Secondo Brzezinski, il fenomeno che viviamo attualmente “questa preminenza dei fattori tecnici ed economici”, costituisce una svolta nella nostra storia “molto più importante e drammatica della rivoluzione francese o dell’instaurazione del potere bolscevico”. L’uomo che controlla le idee di Carter riempie con disprezzo le trincee che gli irriducibili fautori dei “sistemi antagonisti” vorrebbero approfondire. Egli stabilisce, da esperto genealogista, una filiazione sbalorditiva: “Lo sviluppo economico sovietico tra il 1917 e il 1930 si è basato essenzialmente sull’aiuto tecnologico degli Stati Uniti. Almeno il 95% della struttura industriale dell’URSS ha ricevuto questa assistenza.”.

Il 12 aprile 1976, Armand Hammer, presidente dell’Occidental Petroleum, firmava con Breznev un accordo di 20 miliardi di dollari per la costruzione di fabbriche fertilizzanti. Laconicamente Breznev ha definito Hammer come “un uomo che mi aiuta e che aiuto”.

Così veniva simbolicamente confermata e ripresa una cooperazione economica iniziata cinquantasette anni prima. Il padre di Armand Hammer, emigrato da Odessa, membro fondatore del partito comunista americano conosceva Lenin dal 1907. Egli finanziava l’ufficio di relazioni sovietico aperto a New York, che era diretto da uno dei suoi amici russi, Ludwig Martens. Hammer accolse Trotsky quando il futuro capo dell’Armata rossa sbarcò negli Stati Uniti alla ricerca di aiuti finanziari. Il 27 marzo 1917 , Trotsky lasciava New York a bordo del ‘Christinia’ munito di un passaporto canadese fornito da Hammer. Un suo zio si occupava degli interessi della Ford Motor Company nella Russia zarista. Fin dal 1922 , Armand Hammer negoziò con Lenin e Mikoyan a Mosca, ottenendo da parte di Henry Ford il mantenimento delle sue catene di montaggio sul territorio comunista.

Nel 1920 la Chase Bank di John Rockefeller, nonno di David, negoziava con l’organo di Stato Prambank , la creazione di una camera di commercio sovietico-americana. Questa istituzione, sorta nel 1922, venne diretta da Renè Schley, uno dei vicepresidenti della Chase Bank. L’istituto bancario della famiglia Rockefeller appariva, insieme all’Equitable Trust Company, appartenente al fondatore della Standard Oil, come il più impegnato nelle operazioni di credito con il nuovo regime rivoluzionario di Mosca. Nel 1925, esso negoziava il finanziamento di esportazioni americane di cotone e di macchine utensili verso l’URSS. Tre anni dopo, si incaricava della collocazione di prestiti russi in territorio americano, ciò che gli valse aspre critiche da parte di organizzazioni patriottiche. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato, “Kuhn, Loeb and Company”, il più grosso finanziere newyorchese, partecipa al finanziamento del primo paino quinquennale, dopo aver funzionato come banca di deposito per il governo bolscevico, che vi aveva trasferito tra il 1918 e il 1922 più di 600 milioni di rubli in oro.”

E ancora, Max Warburg e Jacob Schiff, i due principali azionisti di Kuhn Loeb, ufficiosamente associati a John Rockefeller e a John P. Morgan, finanziarono Lenin e il suo gruppo quando divenne evidente che i Romanov non esercitavano più realmente un potere in via di totale decomposizione e che Kerenski rappresentava solo una modesta transizione. Secondo il “Washington Post” del 2 febbraio del 1918, la banca Morgan avrebbe versato almeno un milione di dollari a questi fautori della nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Il 14 giugno 1933 , Louis Mc Fadden, dirigente della House    Banking Committee, ha dichiarato di fronte ai suoi colleghi: “Il governo sovietico ha ricevuto fondi emanati dal Tesoro americano, attraverso la mediazione della Federal Reserve Board (la banca centrale americana). Le banche federali hanno cooperato in questa operazione con la Chase Bank, la Guaranty Trust Company e altre grandi banche newyorchesi. Se aprite i libri dell’Amtorg, l’organizzazione commerciale del governo sovietico a New York, del Gostorg, l’ufficio centrale dell’organizzazione commerciale comunista, o della Banca Centrale dell’URSS, vedrete l’importanza delle somme prelevate dal Tesoro americano a beneficio della Russia. Queste operazioni sono state effettuate a profitto della banca di Stato sovietica attraverso i suoi corrispondenti, la Chase Bank di New York e Kuhn Loeb and Company”.” (5).

Da buoni capitalisti quali erano i bolscevichi cominciarono immediatamente a mettere a profitto ottimi affari con l’Occidente, particolarmente con le sue multinazionali che alacremente ritornavano a lavorare in territorio russo ‘sovietizzato’. La rivoluzione aveva difatti distrutto l’intero apparato economico del paese, non aveva affatto portato come aveva promesso “la terra ai contadini” né migliorato la vita dei tanti diseredati che avevano risposto all’appello rivoluzionario di Lenin: la Russia cadrà nel 1917 nell’inganno bolscevico , un tranello ebraico che utilizzerà le parole d’ordine della rivoluzione marxista, incitando all’odio di classe alla sovversione ed al caos la plebe ignorante per sostituire ad un’aristocrazia zarista ormai marcia una nuova nomenklatura ‘rivoluzionaria’ ai cui vertici si situerà l’elemento ebraico.

Scrive in proposito Henry Ford: “Per sottrarsi alle terribili accuse degli assassinii in massa, dei furti, delle morti per fame e di tutte le atrocità che si commettono in Russia, la propaganda ebrea si aggrappa ad argomenti insignificanti. Essa afferma, per esempio, che Kerensky, il precursore del bolscevismo, non è ebreo, come non lo è Lenin. Ma quest’interesse ebreo di proclamare a tutti i venti che due dei capi del bolscevismo non sono ebrei è una prova più che convincente del carattere ebraico del bolscevismo. E’ del tutto inutile rinnegare soltanto due persone fra centinaia d’altre, tanto più che il fatto non influisce per niente sulla loro vera nazionalità. Il vero cognome di Kerensky era Adler (Aquila) e i suoi genitori erano ebrei. Morto il padre, la madre sposò in seconde nozze un russo chiamato Kerensky, cognome che prese anche l’avvocato statista. Ma fra gli elementi rivoluzionari che se ne servirono come di uno strumento, fra coloro che lo spinsero a piantare il primo chiodo nella bara della Russia, fra i soldati combattenti sotto i suoi ordini, la sua origine ebraica non fu mai messa in dubbio. “Ma Lenin – dicono i portavoce ebrei – Lenin , il vero capo e il cervello di tutto il movimento, Lenin non è ebreo!”.

Sarà, forse, ma allora, perché parla ai suoi figli nel gergo ebreo? Perché ha soppresso la domenica cristiana, istituendo il sabato mosaico? La spiegazione potrebbe trovarsi nel fatto che egli ha sposato un’ebrea o addirittura che egli sia un autentico ebreo, nonostante tutto quello che gli ebrei affermano. (…) Il governo bolscevico che nacque sotto la formula di “cancellazione dei debiti” si rivelò per la sua composizione fino dal suo sorgere, come una vera egemonia ebrea. Non bisogna credere, comunque, che i membri non ebrei dei Commissariati siano russi; attualmente ci sono pochissimi russi veri che abbiano qualche ingerenza negli affari della loro terra. La cosiddetta “dittatura del proletariato”, nella quale il proletariato non significa assolutamente nulla, è russa soltanto per il fatto che è stata impiantata in Russia, ma non nacque dalla volontà del popolo russo, né sussiste oggi per salvaguardare gli interessi del proletariato russo. Il bolscevismo non è , né più né meno, che la realizzazione del programma internazionale contenuto nei Protocolli sionisti, così come secondo gli stessi Protocolli dovrebbe realizzarsi in tutti gli altri paesi ad opera di una minoranza rivoluzionaria.” (6).

Che la rivoluzione bolscevica sia stata un prodotto dell’”intellighenzia” giudaica, un vero e proprio golpe ebraico quello che Lenin assesterà al corpo in decomposizione della Russia zarista, è un dato di fatto storico incontrovertibile riconosciuto pienamente e spesso rivendicato con estremo orgoglio dai principali storici di ‘eletta’ ascendenza.

Lo riconosce nitidamente lo storico ebreo Eugenio Saracini nel suo “Breve storia degli ebrei e dell’antisemitismo” laddove afferma: “Forse nessun’altra corrente di pensiero è mai stata così nettamente contraria all’antisemitismo come il marxismo. Le uniche possibili riserve concernono, paradossalmente, lo stesso Marx: diversi scrittori gli rimproverano di avere manifestato, pur essendo di origine ebraica, tendenze antisemite. (…) Sta di fatto che nelle sue opere non si trova nulla di veramente antisemita; che egli fu amico ed ammiratore di non pochi ebrei; che nel 1843, quando si pose il problema degli ebrei di Prussia, Marx combattè generosamente per la loro emancipazione. Contrario ad ogni forma di antisemitismo fu pure Engels, che, sopravvissuto di dodici anni a Marx, potè assistere all’inizio delle grandi migrazioni ebraiche dall’Europa orientale e all’inizio di nuove campagne antiebraiche nell’Europa occidentale, con finalità reazionarie: “l’antisemitismo” egli scrive nel 1890 “è nient’altro che una reazione di ceti sociali medievali votati alla rovina dall’avanzare della società moderna”. (…) Apertissimamente contrari all’antisemitismo furono pure i successivi esponenti marxisti: Otto Bauer (che era di famiglia ebraica) e con lui la scuola austro-marxista; Bebel, Kautsky, Liebknecht, Mehring e con loro il movimento operaio tedesco. Lo fu infine, più nettamente che mai, lo stesso Lenin.” (7)

D’altronde “Infamia e disonore su coloro che seminano l’odio contro gli ebrei” fu tra le altre ‘consegne’ quella data da Lenin al movimento rivoluzionario bolscevico.

Ed il suo successore, Stalin, ribadiva la condanna assoluta dell’ “antisemitismo” affermando nel 1931 che “l’antisemitismo, forma estrema dello sciovinismo razziale, è la sopravvivenza più pericolosa del cannibalismo (..) è un pericolo per i lavoratori, è la strada sbagliata che li allontana dalla giusta via. Perciò i comunisti, in quanto internazionalisti, sono nemici implacabili dell’antisemitismo”.

 

Con buona pace dei ‘tanti’ emuli e seguaci post-mortem del ‘Maresciallo’ Stalin, ebreo di origini georgiane e maritato a due soggetti femminili di ‘eletta’ ascendenza.

Per avere delle conferme in merito al ruolo di primo piano, all’influenza ed al potere che esercitarono gli ebrei nell’URSS fin dalla sua fondazione e per tutti i successivi 74 anni di vita di questo enorme Stato-prigione rimandiamo al volume “Ebrei e sionismo” che, in forma di intervista, vede il generale David Dragunsky, di eletta ascendenza, rispondere sulla condizione ebraica nella Russia sovietica degli anni Ottanta alle domande lui poste dallo storico italiano, comunista ed ebreo, Guido Valabrega.

Fra le altre risposte il gen. Dragunsky afferma: “…gli spostamenti dei lavoratori ebrei all’interno dell’Urss dopo la Rivoluzione d’Ottobre sono sempre stati del tutto volontari; secondariamente che gli ebrei sovietici hanno validamente preso parte all’edificazione socialista ovunque si trovassero: il numero degli operai ebrei è passato dai 153000 nel 1926 a 689000 nel 1939. Ricorderò ora la svolta del 1924 allorchè presso il Presidium del Soviet delle nazionalità, una delle due Camere rappresentative che formano il Parlamento sovietico, fu creato il Comitato per la sistemazione agricola delle masse lavoratrici ebraiche la cui sigla è Komzet o, in yiddish, Comerd. L’anno dopo fu organizzata la Società per la sistemazione agricola dei lavoratori ebrei dell’URSS o , più brevemente, Ozet, in yiddish, Gezerd. (…) Dopo il lavoro preparatorio che ho ricordato, nel marzo 1928, il Presidium del Soviet supremo, definì i confini del Distretto del Birobigian nella zona del fiume Amur, lo assegnava al Komzet per un insediamento massiccio di lavoratori ebrei, sia pure escludendo scrupolosamente le aree che già erano occupate da popolazioni autoctone e cosacche. Cinque anni dopo, e cioè il 7 maggio 1934, il Presidium del Soviet supremo decideva la trasformazione del Distretto nazionale ebraico del Birobigian in Regione Autonoma Nazionale degli Ebrei nell’ambito della Repubblica Socialista Sovietica Russa.” (8)

Ma se la condizione degli ebrei di Russia migliorò considerevolmente all’indomani della Rivoluzione bolscevica è altrettanto reale che ad approfittarne massicciamente furono soprattutto le ‘firme’ delle principali multinazionali ebraiche occidentali alle quali i sovietici non lesinarono accordi, contratti e scambi commerciali di primo piano fondamentali per risollevare la disastrata economia sovietica.

In proposito riporta lo storico ebreo Levinson: “Dopo la rivoluzione, la Standard Oil del New Jersey, acquistò nel Caucaso il 50% delle immense concessioni petrolifere appartenenti ad Alfred Nobel e che, in teoria, erano state nazionalizzate. Nel 1927, la Standard Oil di New York costruì una immensa raffineria in Russia. Poco dopo, la compagnia newyorchese e la sua filiale Vacuum Oil Company, registravano un accordo con Mosca sulla commercializzazione del petrolio sovietico nei paesi europei. Per questo scopo, venne accordato un prestito di 75 milioni di dollari al governo comunista. (…) Nel 1964, uscendo dal Cremlino dove aveva incontrato per la prima volta Kruscev, David Rockefeller, suo futuro alleato, dichiarava a coloro che si preoccupavano di un simile confronto: “E’ stata la conversazione più impegnativa che abbia mai avuto. Ma noi ci conosciamo bene. Abbiamo da molto tempo l’abitudine di lavorare insieme.”.

Nel 1944 il ricchissimo ed influente democratico Averell Harriman, in un rapporto redatto per il Dipartimento di Stato, dopo vari incontri al Cremlino scriveva: “Stalin ammette che circa i due terzi delle più grosse industrie sovietiche sono state costruite con l’aiuto degli Stati Uniti o grazie alla loro assistenza tecnica”.

Nella calma dei suoi appartamenti, rilassato, benché sempre preoccupato tra una purga e l’altra, il vecchio seminarista georgiano, difensore del socialismo in un solo paese, confessava: “Bisognerebbe unire la coscienza rivoluzionaria con l’efficienza dei capitalisti americani”.” (9)

 

 

E’ questa cooperazione economica – che durante la seconda guerra mondiale si trasformerà rapidamente in una collaborazione tecnico-militare da parte delle industrie capitaliste britannica e statunitense all’eterna assistita Unione Sovietica e senza la quale l’armata rossa sarebbe stata travolta dal rullo compressore tedesco – che diventerà la base delle continue ottime relazioni sovietico-americane e sovietico-occidentali che dureranno, aumentando in proporzione negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, fino al tracollo finale dell’URSS.

L’URSS sarà per 74 anni l’eterna assistita della politica mondiale. Mentre si paventerà una inesistente minaccia militare sovietica contro il blocco occidentale ( il pericolo rosso verrà abilmente utilizzato come uno specchietto per le allodole dall’establishment politico e militare statunitense per aumentare considerevolmente le proprie spese militari che serviranno per finnziare gli interventi che dall’America Latina all’Africa fino all’Asia orientale ed al Vicino Oriente caratterizzeranno la politica estera a stelle e strisce nel periodo della guerra fredda con i suoi colpi di Stato affidati alla CIA e le sue interferenze nella vita politica ed economica di decine di nazioni ); l’URSS e la stragrande maggioranza dei paesi del blocco orientale, legati a Mosca dal Patto di Varsavia, cercavano di sfruttare gli scambi commerciali e le loro relazioni economiche con le potenze capitalistiche per sopravvivere e mantenere inalterato lo status quo (peraltro riconosciuto dall’Alleanza Atlantica durante i lavori della conferenza internazionale di Helsinki del 1976 ad una Unione Sovietica profondamente in crisi di consenso anche in seno al proprio blocco d’influenza orientale) ovvero per non crollare miseramente assieme alla struttura deficitaria dell’economia sovietica.

USA e URSS – ha scritto Piero Sella (10) – hanno impostato nel dopoguerra una coincidente politica basata sullo sfruttamento della decolonizzazione; i Russi in chiave di sovversione marxista, gli Americani di semplice scalzamene delle posizioni politiche e dell’influenza economica europea. Ambedue, in tale contesto antieuropeo, si sono battute per la nascita anacronistica, colonia in tempo di decolonizzazione, dello stato di Israele. Strumentalizzandone il naturale patriottismo, hanno cercato di far credere all’opinione pubblica mondiale che il popolo ebreo, come ogni altro popolo, desiderava una patria. (…) L’intesa tra USA e URSS, tra democrazia e comunismo a danno dell’Europa, ha avuto ripercussioni profonde. Un inventario completo dei danni dimostrerà che i guasti arrecati sono rintracciabili ovunque: sarà facile constatare che ogni quadrante della civiltà europea, dalle istituzioni al costume, è stato leso. (…) L’economia sovietica, inoltre, conferma ogni giorno di più di non essere in grado di affiancare, di sostenere alcuna espansione politica. I Sovietici non riescono infatti ad “occupare” economicamente neppure le conquiste militari già fatte. Pur essendo quella dell’URSS un’economia da paese arretrato (il 70% delle esportazioni sovietiche è costituito da materie prime) la produzione agricola è sempre più deficitaria rispetto ai consumi. Tutto il sistema economico sovietico si regge quindi solo grazie all’artificio isolazionista che ne maschera la totale non competitività.”.

Un ‘occultamento’ peraltro mal riuscito quello operato per settanta e più anni dai dirigenti sovietici che continuavano a sognare di poter eguagliare i record economici occidentali mentre i risultati reali confermavano soltanto gli enormi deficit e aumentavano il gap tra l’Oriente comunista e l’Occidente capitalista dimostrando che l’URSS aveva un ritardo di 10 anni circa rispetto all’Europa occidentale e di quasi 15 rispetto agli Stati Uniti.

Anche la corsa agli armamenti nucleari, così come la sfida “spaziale” che vide negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso impegnati sovietici e americani, fu strumentale propaganda utilizzata dal regime comunista essenzialmente per mascherare il ritardo cronico nei confronti dell’Occidente militarmente, tecnologicamente ed economicamente superiore con un rapporto di 1:3 rispetto all’intero blocco orientale.

Per sopperire a questi evidenti insuccessi , e malgrado tutta la propaganda di regime che continuava a tessere le lodi dei diversi tentativi di dare una sferzata all’economia sovietica (con la NEP negli anni di Lenin, poi sostituita dai piani quinquennali stalinisti e successivamente dalla molto strombazzata a livello di opinione pubblica mondiale ‘distensione’ dell’epoca Kruscev) inventandosi di sana pianta una competizione con gli Stati Uniti assolutamente inesistente – in quanto irrealizzabile per l’arretratezza strutturale dell’economia sovietica – progressivamente al Cremlino compresero la necessità di aprire l’intero blocco dei paesi del Patto di Varsavia all’assalto delle multinazionali capitalistiche occidentali come avvenne a partire dai primi anni Cinquanta e fino al crollo dell’intero edificio sovietico.

L’URSS ed i suoi satelliti, escluso forse la Repubblica Democratica Tedesca il solo Stato del blocco orientale industrialmente competitivo malgrado tutte le devastazioni subite durante la 2.a Guerra Mondiale, furono dunque assistiti dalla plutocrazia occidentale per mantenere in vita la divisione bipolare sancita dall’oligarchia usurocratica mondialista a Yalta, patto scellerato concluso tra gli avvoltoi democratici occidentali di Londra e New York con il beneplacito accordo del loro alleato Stalin che si garantirà così l’intera zona d’influenza dell’Europa orientale penetrando con i suoi mezzi e soldati fino al Danubio ed occupando nazioni sovrane che verranno svendute dagli oligarchi della City e di Wall Street e sacrificate sull’altare dei Soviet in nome della lotta antifascista.

I rappresentanti delle grandi banche – conferma Levinson (11) – intervengono in continuazione perché venga concessa all’URSS la clausola della  “nazione più favorita”, perché il Congresso degli Stati Uniti non debba più essere consultato quando un credito destinato all’URSS supera i 300 milioni di dollari, perché l’Exim Bank possa aumentare l’importo dei suoi prestiti, per migliorare le quote d’esportazione e per eliminare dalla lista dell’embargo del COCOM i prodotti strategici più soggetti a cauzione. In Germania occidentale, in Gran Bretagna, in Francia, in Italia, in Svezia, in Austria e negli altri paesi, la coalizione “banche-Breznev” è riuscita a sconfiggere i principali avversari politici dell’operazione Vodka-Cola.

In numerosi campi, la potenza di questi gruppi finanziari occidentali si esercita a un duplice livello, sorprendente, ma forse necessario, per quanto riguarda la tolleranza nei confronti delle istituzioni dell’Europa orientale. Il più importante, ovviamente, è quello della libertà di cui godono i partiti comunisti e i sindacati che dominano questi partiti. I sovietici affermano che se i lavoratori hanno un partito comunista che li dirige, è per liberarsi della schiavitù capitalistica, e che questa è la loro volontà senza che l’Unione Sovietica debba interferire negli affari interni di un altro paese. L’Occidente, tuttavia, non esige alcuna contropartita, vale a dire il diritto corrispondente di verificare se gli operai sovietici non vorrebbero avere un partito liberale o socialdemocratico che li guidi per liberarsi dalla schiavitù staliniana. (…) Allo stesso modo, i sindacati comunisti nazionali e internazionali hanno la libertà di funzionare indisturbati all’Ovest, di mantenervi propri agenti e rappresentanti, di fare propaganda, di organizzare manifestazioni e congressi, di fare dell’agitazione e di creare sindacati paralleli, vale a dire settari. (…) Questi due diversi livelli sono ammessi anche nel mondo bancario. Mentre nell’Europa dell’Est le banche occidentali si vedono rifiutare l’autorizzazione per qualsiasi transazione bancaria diretta e viene loro impedito di funzionare nel quadro del sistema statale esistente, le banche di Stato dell’Est godono invece in Occidente di tutti i privilegi delle banche capitaliste, senza limite alcuno.

Nella necessità di trovare altre fonti di credito, l’Unione Sovietica, che aveva venduto 328 tonnellate d’oro in Svizzera nel 1976 per poco più di un miliardo di dollari, ha ricominciato ad emettere obbligazioni a 5 anni per raccogliere altro denaro. (…)

La banca Narodny di Mosca possiede a Londra beni mobili e immobili superiori a quelli della Banca d’Irlanda ed ha filiali a Singapore e a Beiruth. A Parigi vi è la Banca commerciale per l’Europa del Nord, a Zurigo la Banca commerciale Wochzod, a Francoforte la Banca Est-Ovest, a Teheran la Banca russo-iraniana, a Vienna la Banca del Danubio e nel Lussemburgo la United Bank: tutte queste banche sovietiche sono specializzate nelle transazioni commerciali Est-Ovest, operano come banche nazionali regolarmente autorizzate e offrono al pubblico occidentale tutti i servizi bancari tradizionali. (…)

Un’operazione speculativa degna di nota è stata condotta in porto dalla rete bancaria dei sovietici in Svizzera, alla fine di dicembre 1976. In meno di mezz’ora la Zurich Wochzod Bank riuscì a cambiare, tramite vendite per telefono, tra i 300 e i 500 milioni di dollari in franchi svizzeri. Venduto in “piccoli” pacchetti di 10-20 milioni ciascuno a banche svizzere diverse, il dollaro cadde da 2,45 a 2,42, permettendo ai sovietici di realizzare un’enorme speculazione prima che l’intervento deciso dalla Banca Nazionale Svizzera stabilizzasse il prezzo del dollaro intorno a 2,437. Fu la più grossa operazione del genere nella storia svizzera. Il ricavato può essersi aggirato tra i 12 e i 15 milioni di capitalistici franchi svizzeri.

Tutti gli altri paesi del Comecon, con l’eccezione della Bulgaria e della Repubblica Democratica Tedesca, compiono in Occidente operazioni bancarie analoghe. Alcune di queste filiali si sono installate già da tempo, ma la grande espansione è cominciata solo dopo il 1970. La Polonia è, tra tutti i paesi dell’Est, quello relativamente più indebitato e che dipende di più dal capitalismo, con un terzo dell’economia e della mano d’opera ancora occupata nel settore agricolo, con prezzi elevati per tutto ciò che è alimentare, pochissime esportazioni e un’industria vacillante, inefficiente, che non produce altro che articoli di pessima qualità. Grazie soprattutto alla Germania e agli Stati Uniti , la Polonia spera di poter disporre di fabbriche a tecnologia abbastanza avanzata. Essa è costretta a pagare interessi più elevati che in altri paesi per il materiale di cui ha un tremendo bisogno ( i tassi raggiungono il 10 e anche l’11%) e ciò provoca reazioni a Mosca che teme che questi tassi vengano usati come un trampolino per aumentare tutti gli altri tassi nei paesi del blocco orientale. (…) Tra le banche occidentali installate in Polonia troviamo la First National Bank di Chicago, la Banca Commerciale Italiana e due banche francesi, la Crèdit Industriel et Commercial e la Banque Nationale de Paris. La banca polacca per il commercio estero, la Handlowy Warszawie, ha delle filiali a Belgrado, a Londra e a New York. La banca PKO (Banca del Servizio Personale) è installata in Francia e in Israele, dove compie trasferimenti di denaro per conto di cittadini polacchi o di origine polacca.

Per quanto riguarda gli altri paesi dell’Est, la RDT ha autorizzato due banche francesi e una italiana a installarsi a Berlino-Est. L’Ungheria ha una banca austriaca, la Kreditanstal-Bankverein; la Romania, una banca americana, la Manufacturers Hanover Trust Company; la Bulgaria, il Banco di Napoli. Solo la Cecoslovacchia si oppone alla presenza di banche straniere, ma ciò riflette ancora  l’atmosfera repressiva che ha fatto seguito all’era di Dubcèk, quella del “socialismo dal volto umano”.

Oltre alle banche sovietiche e polacche fin qui menzionate, l’Ungheria ha banche o rappresentanze bancarie a Vienna e a Londra; la Romania a Londra, Parigi, Roma e Zurigo e anche la Bulgaria ha aperto degli uffici a Londra e a Beirut.

Filiali di banche straniere capitaliste sono state autorizzate in Ungheria con una legge del 24 gennaio 1977.  (…) Le banche occidentali operano ampiamente tramite una rete di banche internazionali corrispondenti, che realizzano la cooperazione bancaria all’estero.

Una “corrispondente” è una banca straniera che accetta di cooperare su questioni da stabilire di volta in volta , a nome di un’altra banca. (…) Durante le prime fasi della cooperazione economica Est-Ovest, si diffuse molto la pratica di stabilire reti di banche corrispondenti in tutto l’Occidente.

Le banche orientali più importanti hanno creato un gran numero di catene bancarie di questo genere. Esse rappresentano un altro legame tra le banche dell’Est e quelle dell’Ovest, oltre a quelli di associazione e di investimenti già descritti. Di seguito offriamo un esempio di banche corrispondenti che la Banca Nazionale Polacca si vanta di avere in Occidente: Osterreichische Landerbank A.G., Vienna; Banque de Bruxelles S.A., Bruxelles; Den Danske Landinansbank, Copenhagen; Skandinaviska Enskilda Banken, Stoccolma; Algemene Bank Nederland N.V., Amsterdam; Deutsche Bank A.G., Monaco; Dresdner Bank A.G., Francoforte; Mitteleuropaische Handelsbank A.G., Francoforte; Union de Banques Suisses, Zurigo; Banca Nazionale del Lavoro, Roma; Barclays Bank International Ltd, Londra; Commonwealth Tradink Bank of Australia, Londra; Chase Manhattan Bank, New York; First National Bank of Chicago, Chicago; First National City Bank, New York; Girard Trust Bank, Philadelphia; Irving Trust Company, New York; Bank of American Trust and S.A., San Francisco; The Royal Bank of Canada, Montreal; Commonwealth Trading Bank of Australia, Sidney.

Nulla indica meglio la collaborazione crescente che esiste tra i giganti del capitale monopolistico finanziario dell’Ovest e i monopoli bancari del commercio estero dei paesi comunisti (…), della tendenza che si delinea verso la creazione di consorzi bancari Est-Ovest.

Per esempio, una banca polacca, la Handlowy, si è associata a sei grandi banche capitaliste, per creare a Vienna, nel 1971, la Centrobank AG. Le sei banche erano: il Banco Popular Espanol della Spagna franchista; la Kleinwort Benson di Londra; la Banque Occidentale pour l’Industrie e le Commerce di Parigi; il Banco di Sicilia di Palermo; la Banca di Tokio e la Bank fur Arbeit und Wirtschaft, che possiedono il partito socialista e la centrale sindacale austriaci. Due anni dopo la Polonia entrava a far parte della Banca tedesco-polacca dell’Europa centrale, a Francoforte. Era la prima impresa mista realizzata tra una banca tedesca e una dell’Europa dell’Est: la banca polacca Handlowy possiede il 70% delle azioni e la Hessische Landesbank-Girozentrale il 30%.

Anche la Romania ha dato un esempio nel campo delle imprese miste, del tipo Vodka-Cola. La Banca per il commercio estero rumeno ha creato un’impresa mista nel 1972 con otto importanti banche francesi: si tratta della Banca franco-rumena di Parigi. Nella Banca anglo-rumena di Londra i rumeni detengono il 50% del capitale, il 30% spettando alla Barclay’s Bank e il 20% alla Manufacturers Hanover Trust Co. americana. Nell’agosto 1976 un’altra impresa mista è stata fondata a Francoforte con banche della Germania occidentale. Anche l’Ungheria ha creato due imprese del genere in Austria con la Kontrolbank e a Londra, la Hungarian National Bank in cui le banche austriache detengono il 25% delle azioni. (…) La Moscow Narodny di Londra ha offerto ai suoi clienti “eurodollari” capitalistici dal 1954 al 1955, esattamente come ha fatto la sua collega, la banca sovietica di Parigi. In seguito le banche comuniste hanno aumentato regolarmente la loro partecipazione nella gestione e nella emissione di obbligazioni valide per prestiti sul mercato eurodollaro, sia per i paesi capitalisti sia quelli comunisti. La prima emissione di eurodollari, ad uso di un paese comunista, sul mercato monetario più sfacciato del capitalismo, è stata fatta in Ungheria. Più di 75 banche occidentali hanno garantito questa emissione di 25 milioni di dollari, seguita da una seconda di 50 milioni di dollari all’8,5% d’interesse, rimborsabili in quindi anni. Questa emissione è stata garantita da un consorzio composto dalla Banca Narodny di Mosca, dalla Morgan Grenfell di Londra, dalla Bank of America e dalla Frankfurter Bank della RFT. Dopo questo inizio le emissioni di obbligazioni sottoscritte da paesi dell’Est, si sono moltiplicate.”

 

 

Ecco dunque il vero volto del comunismo. Nato dall’utopia messianica del giudeo Karl Marx nell’Ottocento come scienza economica esatta, anzi “scientificamente inattaccabile”come hanno sempre preteso generazioni di teorici marxisti, il comunismo è tornato docilmente e paciosamente nell’alveolo capitalista del quale ha rappresentato semplicemente l’altra faccia.

Un inganno durato più di un secolo che ha fascinato sotto le proprie bandiere rosse sangue milioni, probabilmente miliardi, di individui irretiti da una propaganda di ribellione e di odio – il marxismo è di fatto la trasposizione in termini economici del tradizionale viscerale disprezzo talmudico nel campo delle applicazioni sociali e politiche – che hanno creduto di aderire ad un movimento di rivalsa contro il sistema capitalista dominante diventando invece gli oscuri burattini di un gioco più grande di loro, marionette manovrate da un piccolo nucleo di dirigenti ideologizzati che mentre sbraitavano ai quattro venti le parole d’ordine rivoluzionarie della “dittatura del proletariato” e dell’”assalto al cielo” – proclamando ovunque la fine delle vecchie classi e l’edificazione di una nuova società più giusta ed uguale (vecchie parole d’ordine della rivoluzione illuministico-borghese del 1789) – lavoravano esclusivamente per quegli stessi individui detentori assoluti delle ricchezze planetarie; casta di intoccabili che si situa al di sopra di governi ed istituzioni nazionali ed internazionali e vera e propria oligarchia del denaro determinante le sorti della politica, dell’economia, del commercio e del futuro stesso dell’umanità.

 

Il bolscevismo, fase estrema dell’utopia socialrivoluzionaria di marxiana memoria, finisce con il crollo indecoroso dell’URSS per ritornare all’alveolo capitalistico: la rivoluzione d’ottobre che aveva proclamato di abolire la schiavitù del capitale si ricongiunge con la sua degna ‘matrigna’ – la rivoluzione-madre francese degli Immor(t)ali Principi – confermando l’inapplicabilità dell’intera struttura teoretica marxista.

Scriverà legittimamente a tal proposito Maurizio Lattanzio: “Il marxismo così come è stato ‘pensato’ da Marx, cioè il complesso delle dottrine economiche, politiche e filosofiche risultanti dalla elaborazione teorica e dalla organizzazione ideologica del pensiero di Carlo Marx (alias Kissel Mardochai) NON PUO’ ESISTERE NE’ SPERARE DI REALIZZARSI.

Maturato nell’ambito della sfera meramente razionale che si articola in coordinate di pensiero assolutamente astratte, cioè prescindenti dalle realtà spirituali ed etiche, caratteriali e psicologiche, culturali e storiche relative agli uomini e ai popoli, il marxismo si pone quale omogenea derivazione dalla cultura illuministica, dai suoi contenuti egualitari e dai suoi schematismi livellatori. Ma, nondimeno, nazione e popolo, religione e costume, tradizioni popolari e mentalità ‘registrate’ nell’anima razziale dei popoli esistono; esse sono realtà che lo schema marxista nega, ma dalle quali non può prescindere e alle quali deve appoggiarsi qualora voglia realizzare una esperienza di gestione concreta di uno Stato e di una società. Se vuole “galleggiare” nel fiume della storia, il marxismo ha bisogno di “salvagente reazionari”. La sua capacità di incidenza storica presuppone che esso si ‘leghi’ alle costanti culturali, razziali ed anche politiche (con speciale riferimento alla politica estera) che plasmano i profili dei popoli e delle nazioni.

I due termini del rapporto (marxismo e costanti storico-culturali) hanno una differenziata intensità di prevalenza, che però, alla fine, sostanzialmente tende sempre a riferirsi al primo termine.

A volte il marxismo si riduce a verniciatura ideologica – in posizione marginale e subordinata – dietro al quale possono esprimersi o premere forze e istanze più profonde, anche marxisticamente eretiche; altre volte l’oligarchia tecno-burocratica comunista, consapevole della potenziale efficacia di queste forze e di questi dinamici sedimenti storico-culturali, riesce a farne dei “vettori” la cui qualità è non-marxista o, al limite, antimarxista, ma la cui direzione, il cui orientamento dinamico, si concretizza in una direttrice di marcia che, procedendo da un progetto ideologico marxista, muove verso l’approdo ultimo della Sovversione. Può esserci infatti una sostanziale differenza tra la qualità e la direzione dello stesso vettore.

Comunque nei momenti decisivi – vedi II guerra mondiale – la direzione del vettore Russia-staliniana si è sempre orientata contro Idee e uomini, forme statuali e movimenti ispirati ai valori della Tradizione.” (12)

Il resto è ‘fuffa’ ideologica e ciarle portanti acqua al mulino – giudaico – della Sovversione.

Au revoir….

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

10 Aprile 2012

 

NOTE –

1)      Come altre strutture analoghe anche l’Institute for Pacific Relations ha ricevuto finanziamenti direttamente dalle principali Fondazioni statunitensi in particolare dalla Carnegie e dalla Rockefeller mentre altri fondi sono arrivati attraverso la Standard Oil, l’ITT, l’International General Electric, la National City Bank e la Chase National Bank (vale a dire sempre da associate al gruppo Rockefeller). Il ruolo dell’I.P.R. fin dalla sua fondazione è quello di programmare, decidere e attuare la politica estremo-orientale asiatica delle diverse amministrazioni USA;

2)       Pierre de Villemarest – “A l’ombre de Wall Street” – Ediz. “Godefroy de Bouillon” – Paris (Francia) 1996;

3)      “Autobiography” – New York (USA) 1931;

4)      Pierre de Villemarest – op. cit. ;

5)      Charles Levinson – “Vodka-Cola” – Ediz. “Vallecchi” – Firenze 1978;

6)      Henry Ford – “L’Ebreo Internazionale” – Ediz. di “Ar” – Padova 1971;

7)      Eugenio Saracini – “Storia degli Ebrei e dell’antisemitismo” – Ediz. “Mondadori” – Milano 1977;

8)      David Dragunsky/ Guido Valabrega – “Ebrei e sionismo” – Ediz. “Teti” – Milano 1986;

9)      Charles Levinson – op. cit.;

10)  Piero Sella – “L’Occidente contro l’Europa” – Ediz. de “L’Uomo Libero” – Milano 1984;

11)  Charles Levinson – op. cit.;

12)  Maurizio Lattanzio – “Stalinismo ed Ebraismo” – Ediz. “Barbarossa” – Saluzzo 1986.

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