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Recensione Libraria – “I rapporti tra Fascismo e Nazionalsocialismo fino all’andata al potere di Hitler (1922-1933) – di Renzo De Felice

18 Apr

Recensione Libraria: “I rapporti tra Fascismo e Nazionalsocialismo fino all’andata al potere di Hitler (1922-1933)” di Renzo De Felice

 

 

 

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

 

Abbiamo sempre assunto un atteggiamento sostanzialmente diffidente rispetto all’opera, pure per altri versi degna di nota, degli storici “ricostruzionisti” alla De Felice per ciò che concerne l’esperienza politica del Fascismo italiano ravvisando in essi tentativi neanche troppo velati di de-politicizzazione della carica rivoluzionaria insita nel movimento mussoliniano.

 

Ciononostante, e in considerazione di una storicità oramai raggiunta dal fenomeno fascista, occorre valutare quell’esperienza partendo dalle fonti storiche dirette anziché continuare con le speculazioni di varia natura provenienti da destra come da sinistra e comunque anch’esse tendenti a sottolineare esclusivamente solo quanto fa comodo rigettando quanto di non funzionale a coloro che ovviamente le presentano.

 

Verità indiscutibile, storicamente e politicamente, ideologicamente e spiritualmente, che i fenomeni del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco furono omogenei nella misura in cui ognuno poteva riferirsi alla propria natura ed al peso specifico che su questa natura hanno avuto caratteristiche peculiari archetipiche dei due popoli: mentalità, carattere, spirito, idee-guida, cultura, forma di civilizzazione, obiettivi distinti e valori di riferimento rappresentano i terreni di incontro e di diversificazione sui quali porre a confronto le due esperienze rivoluzionarie che contrassegnarono Italia e Germania , a distanza l’una dall’altra di un ventennio, nel periodo tra le due guerre mondiali.

 

In questa ottica il volume dato alle stampe dal De Felice ci aiuta a comprendere meglio affinità, vere o presunte, tra i due movimenti e soprattutto – attraverso una seria di documenti particolari che riguardano il periodo intercorrente tra la presa del potere fascista in Italia (ottobre 22) e quelle nazionalsocialista in Germania (gennaio 33) – diversità di vedute, perplessità e dubbi riscontrabili soprattutto da parte italiana, atteggiamenti di sostanziale diffidenza improntatati ad un reciproco rispetto di facciata ma anche da un timore, affatto infondato, che contraddistinguerà tutta la politica mussoliniana nei confronti del solo vero, autentico, alleato che il Regime Fascista avrebbe trovato in Europa; certamente il solo con il quale poter costruire una politica di potenza che puntasse dritto alla revisione parziale o totale dei diktat imposti ad entrambe le nazioni e popoli dalla pace  di Versailles dalla miopia politica britannica e dal revanscismo vendicativo francese.

 

Per questi, e molti altri, motivi consideriamo l’opera del De Felice utile ai fini quantomeno di far luce su aspetti spesso sottovalutati e talvolta appena noti del tipo di  relazioni che contraddistinsero l’iniziale approccio avuto dal governo fascista di Roma con il nascente movimento hitleriano.

 

 

Il testo ci offre inizialmente un articolo, pubblicato sulla rivista “Gerarchia” nel marzo del 1922 (cinque mesi cioè prima della conquista fascista del potere), di Benito Mussolini intitolato “Maschere e volto della Germania”. E’ indicativo dello stato d’animo che pervadeva la società italiana dell’immediato dopoguerra e particolarmente riflette quelli che erano gli umori del nazionalismo italiano (di cui il fascismo si farà portavoce unitario ‘fascinando’ appunto i diversi gruppi e dandogli forma in un partito che voleva proporsi come continuatore ideale dell’esperienza bellica, dando cioè vita alla sintesi ideologica tra Nazionalismo e Socialismo che doveva superare la contrapposizione classista della visione marxista della storia creando una comunità di popolo) nei confronti dell’omologo nazionalismo germanico.

 

L’articolo di Mussolini riflette dunque della diffidenza italiana, diffidenza peraltro presente in tutte le cancellerie europee, di fronte alla possibilità di una rinascita (preludio alla rivincita) militare tedesca.

 

Ci soffermeremo più di quanto possa sembrare necessario su questo scritto mussoliniano perché riflette esattamente quello che, a torto o a ragione, sarà l’atteggiamento generale tenuto in tutta Europa nei confronti dei problemi determinati dal possibile riarmo tedesco e che di fatto rivelavano una incapacità, ed anche non volontà, di affrontare – a livello di diplomazie e di governi – il più ampio problema del ruolo della Germania nell’assetto geopolitico uscito dal primo conflitto mondiale e dagli accordi di ‘pace’ di Versailles che segnarono una stagione di vera e propria “quarantena” tedesca nel concerto della politica continentale.

 

Dopo una attenta analisi del nuovo ruolo al quale veniva chiamata la nuova Italia uscita vittoriosa dal primo conflitto, ruolo che le avrebbe conferito dignità e un posto di rilievo tra le grandi potenze continentali e mondiali –  “Io pensavo che, spezzata la tracotanza non soltanto verbale del bolscevismo italiano, il fascismo dovesse diventare la vigilante coscienza della nostra politica estera. Pensavo che il fascismo volesse preparare una generazione di uomini nuovi, provincializzata e scampanilizzata, che “sentisse” il problema italiano, come problema di conoscenza, di espansione, di prestigio italiano nell’Europa e nel mondo: e a questo obiettivo adeguasse lo spirito e i mezzi. L’Italia è politicamente – nel suo interno – oramai completa: la sua unità è raggiunta. Ha dei confini al nord e all’oriente. Ha una massa demografica imponente all’interno e fuori. Ha una storia grande. Il suo intervento decisivo in guerra le ha concesso di partecipare alla politica mondiale. (…) Se l’Italia vuole giocare questa sua parte direttrice nel mondo; se l’Italia ha l’orgoglio di ciò e deve averlo, deve anche prepararsi: preparare cioè una minoranza di tecnici, di studiosi, che portino amore e competenza nell’esame delle singole questione e nello stesso tempo suscitare fra masse sempre più vaste d’italiani l’interesse per i problemi di politica estera.” – il futuro Duce del Fascismo passa ad analizzare la situazione interna della Germania dell’immediato dopoguerra in un periodo (primavera 22) ancora ricco di avvenimenti che condizionava qualsiasi prospettiva per il futuro della debolissima Repubblica di Weimar e caratterizzato da tentativi di colpi di Stato effettuati sia dall’estrema destra nazionalista sia dall’estrema sinistra comunista contro l’istituto repubblicano. A tal proposito scrive Mussolini:

“…lo studioso che si reca in Germania è tratto a domandarsi: la Repubblica è una maschera? Il pacifismo è una maschera? La miseria è una maschera? In altri termini, la Germania d’oggi è sinceramente repubblicana, è lealmente pacifista, è seriamente povera, e quindi incapace di fronteggiare le scadenze delle riparazioni? (…) La Repubblica di Germania è nata in un modo singolare: non ci fu un assalto di masse repubblicane alla monarchia, di masse diventate repubblicane attraverso le stragi e le miserie della guerra, repubblicane di esasperazione se non di convinzione, ma ci fu una diserzione della dinastia. (…) Ma fin dagli inizi, la neo-Repubblica tracciò duramente i suoi confini soltanto a sinistra, non a destra: fu violenta a sinistra, non a destra; fu severa, fino alla strage collettiva ed individuale, contro gli elementi di sinistra; ma lasciò assolutamente indisturbati tutti i personaggi e le caste del vecchio regime. Tutta la storia della Repubblica tedesca è racchiusa nella lotta contro i tentativi di sinistra. (…) Il capitalismo in Germania, è – economicamente e politicamente – nelle stesse posizioni di prima della guerra, forse migliorate. Ebert è un povero uomo a paragone di Stinnes. I social-democratici e simili pretendevano, ad esempio, una parziale confisca del capitale. Stinnes ha vinto, sostituendo alla confisca, un prestito forzoso di un milione di marchi d’oro, e ponendo condizioni categoriche, come il ritorno delle ferrovie e delle poste alla industria privata. Ho domandato a parecchi uomini di tutti i partiti: ci sono, nel momento attuale, in Germania, centomila uomini pronti a morire per la Repubblica? Unanime risposta negativa. La stessa unanimità nell’affermare, invece, che ci sono, in Germania, mezzo milione di uomini pronti a morire per la monarchia. (…) Il crollo dell’impero ha creato un vuoto nell’anima tedesca. La Repubblica non l’ha riempito. Berlino è una città imperiale. Il suo dècor è troppo fastoso per una Repubblica di piccoli borghesi presieduta da un sellaio. (…)  La Repubblica come ideale, come passione, come avvenire, non ha masi scaldato l’animo torbido e inquieto del Michele tedesco. (…) Maschera è la Repubblica; maschera il pacifismo. Bisogna avere il coraggio di dire che la Germania non è repubblica e non è pacifista. Il suo pacifismo è forzato. Non ha più un esercito: i centomila uomini che il Trattato di Versaglia le ha concesso, non dispongono, fra l’altro, di artiglierie, se non in proporzione ridicola. La flotta di guerra è stata inabissata nei gorghi del mare; milioni di fucili, migliaia di cannoni e di mitragliatrici sono stati metodicamente consegnati e rastrellati. La Germania è pacifica perché “non può” fare la guerra. (…) Ma non v’ha dubbio che la gioventù è tormentata dai desideri della rivincita e non soltanto la gioventù degli universitari e degli ufficiali. In fondo è umano. Secondo l’opinione media tedesca, la Germania non ha perduto militarmente la guerra. L’armistizio fu segnato in terra nemica. Senza il blocco, la Germania aveva ancora energie sufficienti per tenere il fronte. Non c’è stata disordinata rotta di eserciti tedeschi. Non colle armi, ma colla fame, è stata atterrata la Germania. Poi è venuto il Trattato di Versaglia. La totalità dell’opinione pubblica tedesca lo considera come un patto d’infamia e di vergogna; come un patto di schiavitù e di miseria. (…) Da questa convinzione del popolo tedesco, al segreto, ma irrefrenabile desiderio della rivincita e della vendetta, è logico e fatale il passo. L’odio contro la Francia si accentua ogni girono di più sino a diventare parossismo. (…) Sotto la maschera della miseria, quale volto si cela? Qui si può rispondere che nonostante la fiera di Lipsia, nonostante il vertiginoso aumento delle esportazioni tedesche, nonostante la penetrazione in Russia, nonostante il lavoro in pieno nelle officine, la economia tedesca è profondamente malata. Essa deve reggere questo triplice, operosissimo peso: riparazioni, specie di occupazione, deficit nel bilancio statale. Il compromesso fiscale è un palliativo; la inflazione cartacea attinge cifre fantastiche; il torchio gira continuamente. E più gira e più il marco perde del suo valore. (…) Il mito della ricostruzione europea, la frase che più ricorre sulle labbra tedesche è in questo momento “Wiederaufbau Europas”. Non è una trovata tedesca, non risponde, cioè, soltanto ad un interesse tedesco. Ci sono già, in Europa, spalancate una piccola e una grande voragine: l’Austria e la Russia. Ci sono, cioè, due paesi nei quali l’economia è gravemente sconvolta e paralizzata. Si tratta ora di sapere se conviene all’Europa e al mondo che una terza voragine si apra nel centro del nostro continente. (…) La conclusione è una sola: l’Italia deve accettare e sostenere il punto di vista inglese. Poiché repubblica e pacifismo in Germania sono maschere e non volto, ombre e non realtà, è necessario che le potenze occidentali garantiscano sé stesse e la Francia dalle possibilità di una impresa offensiva della Germania. Non v’è altro mezzo per assicurare un relativamente lungo periodo di pace all’Europa. (…) Dare un respiro alla Germania, vigilarla, costringerla – dopo un determinato periodo di tempo – a pagare. Questo potrebbe essere, alla vigilia di Genova, il punto di vista del fascismo”. (1)

 

 

 

Nazi-Mahnmal an der Feldherrenhalle zu Ehren der 16 Todesopfer während des Hitler-Putsches vom 9.11.1923Il secondo capitolo si occupa della missione svolta da Kurt G.W. Ludecke in Italia nel periodo compreso tra il 1922 e il 1923. Ludecke fu il primo emissario inviato da Hitler in Italia per prendere contatti diretti con Mussolini. Iniziata alla vigilia della Marcia su Roma la missione non otterrà probabilmente quanto Hitler si aspettava ma servì a gettare i ponti tra i due movimenti, fino a quel momento inesistenti (Mussolini non conosceva a quanto pare il nome di Hitler fino ad allora oscuro agitatore di un partito minoritario della Baviera).

 

Il testo riprodotto è parte del libro di memorie pubblicato nel1938 aLondra dallo stesso Ludecke e testimonia dell’interesse che i nazionalsocialisti seppero guadagnarsi soprattutto presso la stampa fascista.

 

Per una valutazione sull’attendibilità delle affermazioni riportate da Ludecke, De Felice, fa riferimento ad alcuni articoli pubblicati in quel periodo dalla stampa fascista , particolarmente da “Il Corriere Italiano” e da “L’Epoca”. Sono documenti importanti che confermano l’assoluta volontà del nascente movimento crociuncinato tedesco di ottenere riconoscimento dal fascismo italiano appena salito al potere e del grande rispetto che Hitler provava, e che manterrà inalterato fino alla fine del conflitto quando all’interno del bunker della Cancelleria di Berlino amava ripetere che Mussolini era un Genio al quale era mancato un popolo adeguato per concepire una rivoluzione totalitaria sul modello di quella nazionalsocialista, nei confronti del Duce del Fascismo.

 

Nelle cosiddette “Conversazioni segrete” il Fuhrer sosterrà: “Mi piace affermare che per me è sempre una gioia incontrarmi col Duce. Egli è una grande personalità…Ora, il nostro programma è stato elaborato nel 1919, e in quell’epoca io non sapevo niente di lui. La nostra dottrina poggia su basi che le sono proprie, ma il pensiero di ogni essere è una risultante.  Non si dica dunque che gli avvenimenti italiani non abbiano influito su noi. Probabilmente la Camicia Bruna non sarebbe mai esistita senza la Camicia Nera. La Marcia su Roma, nel 1922, fu una svolta decisiva nella storia. Il semplice fatto che una cosa simile si sia potuta tentare e condurre felicemente a termina ci ha dato vigore.”  (2) 

 

 

Racconta Ludecke nelle sue memorie: “…Giunto a Milano, cercai di prendere le informazioni più complete possibili su Mussolini e le sue Camicie Nere, e mi resi conto che la sua posizione era molto più forte di quel che pensavamo. Le condizioni per una chiarificazione in Italia erano molto più mature qui che in Germania. Telefonai al Popolo d’Italia e chiesi del signor Mussolini, spiegando che ero venuto espressamente da Monaco per portare un messaggio importante di persone importanti. Un momento dopo Mussolini era in linea e si diceva lieto e pronto a ricevermi. (…) Fui molto franco con lui, perché fu subito evidente che dovevo cominciare dal principio. (…) Feci un breve ma esauriente quadro delle condizioni della Germania, e parlai del nostro movimento come di un inarrestabile processo verso risultati ben definiti. Cercai di sottolineare l’importanza di Hitler e del partito nazista come entità politiche. (…) Parlammo poi del bolscevismo e del marxismo, del fascismo e del liberalismo e lui mi fece un quadro della situazione interna italiana. Quando parlò dell’avanzata delle sue Camice nere gli occhi gli brillarono di orgoglio. Toccando il problema della finanza internazionale trovai che le sue opinioni collimavano con quelle di Hitler. Proseguendo su questo argomento parlai poi degli ebrei. Convenne con la realtà che gli prospettavo, ma fu evasivo sulle misure che essa richiedeva. Pur ammettendo di controllare attentamente gli ebrei, sostenne che in Italia la questione ebraica non costituiva un problema come in Germania. A quel tempo io non sapevo che Margherita Sarfatti, sua amica devota e biografa, era ebrea, e che uno dei suoi primi seguaci e importante elemento di collegamento era un ebreo convertito…Infine, cautamente, mi avventurai a sondare Mussolini su un problema veramente delicato – il suo atteggiamento sul Tirolo, ora Alto Adige, che, tolto dagli italiani agli austriaci, costituiva da sempre una ferita aperta per i tedeschi, poiché i suoi abitanti erano tedeschi nell’anima. Prima che la mia domanda fosse semplicemente espressa, egli mi interruppe come un fulmine, sottolineando le sue parole con pugni simili a colpi di manganello. “Questo non si discute nemmeno – mai!”.  (…) Di ritorno dall’Italia, telefonai al quartier generale e Hitler mi disse che sarebbe venuto a trovarmi… (…) Cercai, per quel che ne ero capace, di fargli comprendere la mia reazione intuitiva. Hitler non sapeva assolutamente nulla sulla situazione italiana – la situazione reale, non quella di cui parlavano i giornali. Fu facile convertirlo alla mia idea, e cioè che, tra poche settimane o pochi mesi, dire Italia avrebbe voluto dire Mussolini. (…) Ci addentrammo in una seria discussione su Mussolini e l’Italia. Per la prima volta Hitler esaminava nella realtà le fondamentali possibilità di successo del suo programma in relazione con il resto dell’Europa e cercava di vedere il problema internazionale da un punto di vista del tutto realistico. La naturale futura alleata della nostra nuova Germania, concludemmo, sarebbe dovuta essere l’Inghilterra e in seguito gli stati dell’Europa settentrionale; logicamente, una volta giunti al potere, ci saremmo dovuti sforzare di allontanare l’Inghilterra dalla Francia. Come corollario logico della nostra organica crescita un’alleanza anglo-tedesca era perciò imperativa. Ma noi dovevamo naturalmente tenere in considerazione il reale schieramento internazionale. Le forze attualmente al potere in Inghilterra erano, e sarebbero rimaste indefinitamente, contrarie a quella Germania nazista da noi immaginata. (…) Se c’era per noi una speranza di venire a un’intesa con le principali potenze, questa era riposta nell’Italia, se Mussolini arrivava al potere. Un’intesa con Mussolini avrebbe voluto dire una minaccia contro la Francia in caso di conflitto e avrebbe probabilmente suscitato uno spirito di cooperazione in Austria, Ungheria e Bulgaria. In breve, poteva dipendere da Mussolini e dalla sua buona volontà una ristrutturazione dello schieramento europea a nostro beneficio. Il Tirolo, Hitler conveniva, non era un prezzo troppo alto per ottenere l’amicizia di Mussolini, perché se la posizione della Germania rispetto al resto dell’Europa veniva rafforzata grazie a una forte alleata, noi potevamo contare sul tempo per completare la nostra riorganizzazione interna senza timori di interferenze. (…) Più parlavamo della probabile futura importanza di Mussolini nelle questioni europee e più diventava evidente che la lotta dei nazisti per il potere non era un fatto interno, ma anche un problema di politica estera della massima importanza, che sarebbe diventato sempre più importante mano a mano che i nostri progetti all’interno progredivano.” .

 

 

Di notevole rilievo sono le considerazioni hitleriane in relazione agli sviluppi, imminenti, della situazione italiana – favorevole al fascismo – ed all’assetto futuro europeo. Sono da considerarsi analisi che condurranno l’intera azione svolta dal Hitler sul palcoscenico, quello tedesco prima quello europeo e mondiale poi, e che non possono non confermare sulla chiaroveggenza del capo nazionalsocialista relativamente a quelli che saranno gli sviluppi futuri.

 

Hitler individua dunque nell’Italia un alleato di fondamentale importanza per la sua strategia in campo europeo. Posizione ribadita fin dall’avvento al potere della Rivoluzione crociuncinata nel gennaio 1933 quando il capo delle Camice Brune confermerà all’inviato ‘discreto’ del Duce, il Maggiore Renzetti, la sua stima ed ammirazione per il capo del Fascismo e del governo di Roma.

 

“Quale Cancelliere desidero dirle – affermerà il neo nominato alla Cancelleria Adolf Hitler (3) al suo interlocutore italiano – , perché Lei ne faccia oggetto di comunicazione a S.E. il Capo del Governo, che io dal mio posto perseguirò con tutte le mie forze quella politica di amicizia verso l’Italia che ho finora costantemente caldeggiato. Il Ministro Neurath personalmente condivide le mie idee su questo punto: vi sono però molti ostacoli da superare nel ministero stesso. (…) Se è vero che i due movimenti sono diversi, è pur vero che Mussolini ha realizzato la “Weltanshauung” che unisce i movimenti stessi: senza tale realizzazione forse non avrei potuto raggiungere questo posto. Se è vero che non si esportano idee o sistemi, è pur vero che le idee per loro conto si espandono così come fanno i raggi, le onde.”.

 

  Il ruolo che svolgerà il maggiore Giuseppe Renzetti in seno alle forze nazionali tedesche sarà fondamentale per una comprensione reciproca, che comunque – soprattutto da parte italiana – non dissiperà completamente le diffidenze nei confronti della politica dei nazionalsocialisti, fra Fascismo italiano e Nazionalsocialismo tedesco.

 

Korruption

I contatti e le missioni di collegamento svolti dal Renzetti, e che ebbero luogo dalla seconda metà di settembre del 1930 fino alla fine del 1932, sono quindi determinanti per comprendere il sempre maggior interesse dimostrato dal fascismo italiano per la situazione venutasi a creare in Germania e particolarmente per il ruolo che aveva assunto l’NSDAP , il partito di Hitler, dopo i successi elettorali che dal 1930 fino al 1933 porteranno l’astro nazionalsocialista a dominare la politica tedesca.

 

Contatti che peraltro non pregiudicarono, da parte fascista, altre relazioni con formazioni della destra tedesca considerate meno estremistiche dei nazionalsocialisti e che furono favoriti e ricercati dall’emissario del Duce attraverso un intensa attività di ‘cucitura’ che vedrà il Renzetti svolgere un ruolo di primo piano nell’evoluzione delle relazioni tra le stesse forze nazionaliste tedesche.

 

Fondamentali a questo riguardo furono i rapporti che in quel triennio si avranno tra Fascismo e movimento dello Stahlhelm , gli Elmi d’Acciaio, ai quali i fascisti, e lo stesso Mussolini, guardavano con maggior simpatia rispetto alla stessa NSDAP hitleriana.

 [ Stahlhelm

Mussolini offrì un ricevimento ufficiale verso la fine del 1930 ad un gruppo di dirigenti dello Stahlhelm in visita in Italia mentre lo stesso Renzetti si occuperà di svolgere funzioni ufficiose di portavoce del Duce ottenendo per es. la pubblicazione di un suo articolo, “Deutschland und Italien” sull’organo ufficiale “Der Stahlhelm” nel novembre 1930.

 

Oltre agli Elmi d’Acciaio i fascisti italiani guardavano con altrettanta simpatia alla Deutsche Nationale Volkspartei  (D.N.V.P.), il Partito Nazionale del Popolo tedesco di Alfred Hugenberg che rappresentava la classica ‘destra’ reazionaria, conservatrice, di stampo prussiano e legate al vecchio istituto monarchico.

 

“Sotto questa sigla – scrive Adriano Romualdi (4) – si raccolsero negli anni di Weimar i monarchici, i vecchi pangermanisti, personalità della finanza e della burocrazia. Ma il tentativo di queste forze nazionali moderate di distinguersi dall’hitlerismo era destinato a fallire di fronte alla radicalizzazione della lotta politica: la D.N.V.P. venne assorbita dal Nazismo nella coalizione nazionale del Gennaio 1933 e i suoi membri finirono per l’entrare nel partito di Hitler come i nazionalisti italiani confluirono nel Fascismo dopo la Marcia su Roma.”.

 

 

Mussolini teneva molto ai rapporti con tutte le forze nazionali della Germania pur continuando a negare ad Hitler, che in svariate occasioni in quegli anni ribadirà la sua richiesta per un viaggio in Italia, la possibilità di un incontro.

 

Il quadro della politica mussoliniana verso la Germania che siamo venuti delineando sulla scorta di alcuni documenti più significativi relativi al periodo settembre 1930-dicembre 1932 non sarebbe però completo in tutti i suoi elementi principali se non si cercasse di indicare anche quali, in questo stesso periodo, erano tra i fascisti i maggiori motivi di incertezza e di diffidenza verso il nazionalsocialismo. Solo rendendosi conto anche di questi motivi si può infatti pienamente capire quali profonde contraddizioni, via via Hitler si avvicinava al potere, contraddistinguevano sempre più i rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo e la politica di Mussolini verso la Germania.” (5)

 

Tale ambiguità di fondo, dettata da una non celata difficoltà italiana nell’accettare pienamente il ritorno di una Germania forte sulla scena europea, caratterizzerà tutta la successiva stagione dei rapporti Fascismo-Nazionalsocialismo e di quelli tra Mussolini e Hitler (i quali saranno decisamente condizionati dai tanti lacci interni – rappresentati dalle troppe questione lasciate insolute, dal ruolo svolto dall’industria italiana a quello giocato dai circoli monarchici notoriamente filo-britannici legati alla casa Savoia e non dimenticando l’influenza che continueranno ad esercitare logge massoniche e ambienti ebraici ostili all’Asse –  che impediranno al Duce di svolgere una grande politica internazionale e che rappresenteranno per un Ventennio il freno alle ambizioni del Fascismo di svolgere un ruolo mondiale rimandando di fatto l’Italia e riportandola ad una condizione di piccola-media potenza mediterranea): dal ‘gelo’ del primo incontro fra i  due statisti a Stresa fino ai giorni bui del tentativo di colpo di Stato dei nazionalsocialisti austriaci contro il governo Dolfuss (al quale Mussolini aveva garantito la protezione delle armi italiane che effettivamente attiverà allertandole sul Brennero) fino ai giorni dell’Asse ed ai seguenti dubbi e perplessità – con la dichiarazione italiana di non belligeranza – che caratterizzarono la posizione del Duce e dell’Italia in occasione dell’attacco tedesco alla Polonia (e soprattutto rispetto al precedente patto tedesco-sovietico firmato da Ribbentrop pochi giorni prima a Mosca) che darà il via alla 2.a guerra mondiale.

 

Adolf Hitler, Führungsstab der NSDAP | in Bad Harzburg | 11.10.1931 Mentre poche realtà in Italia spingevano per una collaborazione con i nazionalsocialisti, e tra queste senz’altro figurerà la rivista “La VitaItaliana” diretta da Giovanni Preziosi e con il contributo di Julius Evola per quanto riguarderà una esposizione della dottrina razziale del Fascismo; la stragrande maggioranza della pubblicistica fascista – riflettendo probabilmente la posizione delle maggiori Istituzioni – resteranno sostanzialmente piuttosto tiepide anche nei giorni dell’Asse ed ancor più durante la guerra avvertita da gran parte dell’opinione pubblica come estranea agli interessi nazionali.

 

In queste posizioni riecheggiano una certa dose di attendismo tipicamente italiano che nemmeno il Fascismo aveva saputo eliminare. Ragioni d’ordine senz’altro pratico invitavano l’Italia fascista a prendere tempo, a postdatare la sua entrata in guerra, a cercare quella “guerra parallela” nei Balcani e in Africa settentrionale che non riuscì a Mussolini di condurre in porto senza l’aiuto delle armi tedesche accorse in Grecia e poi in Libia a dare manforte alle truppe italiane.

 

L’Italia mussoliniana resterà, suo malgrado, provinciale e sostanzialmente incapace di rendersi pienamente conto della totalkampf continentale e mondiale che si andava combattendo nelle trincee che dall’Atlantico al Mediterraneo fino alla Russia bolscevica vedranno gli eserciti dell’Asse contrapporsi alla più grande coalizione militare che la storia ricordi che unirà demoplutocrazie d’Occidente a bolscevismo sovietico aizzando popoli e nazioni contro l’ultima opportunità offerta dalla storia ai popoli europei di segnare il loro destino e costruirsi il proprio futuro.

 

Si tratterà di una guerra per la spartizione del pianeta.

 

Una guerra tra concezioni del mondo.

 

“Fu una guerra manichea – scriveranno due autori (6) non accusabili di particolari simpatie con il Nazionalsocialismo – o, come dice la Scrittura, ‘una lotta di dèi’. Non si tratta, beninteso, di una lotta tra Fascismo e democrazia (…) Questo è l’aspetto esteriore della lotta. C’è un essoterismo. Questa lotta di dèi che si è svolta dietro gli avvenimenti appariscenti non è terminata sul pianeta…”

 

Tale aspetto ‘esoterico’, rimasto occulto ai più – soprattutto agli storici che continuano a dilettarsi sugli aspetti profani, esteriori, delle vicende della seconda guerra mondiale – ; era stato particolarmente percepito ed enunciato più volte dallo stesso Adolf Hitler il quale dichiarerà: “E’ d’altronde fatale  che una guerra sfortunata come la presente, dove si fronteggiano due dottrine radicalmente antagoniste, si concluda con una disfatta totale. E’ una lotta che deve essere condotta da una parte e dall’altra, fino all’esaurimento, e noi sappiamo, per quanto ci riguarda, che lotteremo fino alla vittoria o fino all’ultima stilla di sangue.” (7)

 

Tornando ai documenti contenuti nel volume del De Felice, e dei quali abbiamo riportato soltanto una minima parte, si rilevano comunque dati importantissimi per comprendere esattamente quali furono, e come furono imbastiti, i rapporti tra i due movimenti, affini ma non uguali, tra i due Capi di Stato e condottieri di Rivoluzioni considerate vicine ma non per questo completamente simili l’una all’altra e infine tra due nazioni che erano state sugli opposti fronti nel precedente conflitto mondiale e che di fatto mantennero inalterata una certa dose di diffidenza reciproca (oggettivamente legittima, col senno di poi, da parte tedesca).

 

 

Anche la posizione adottata dal Nazionalsocialismo, e in particolare da Adolf Hitler (e in aperto contrasto con tutta la galassia delle formazioni dell’estrema destra nazionalista tedesca dell’epoca immediatamente seguente alla prima guerra mondiale), circa la questione altoatesina/sud tirolese, passa senz’altro in secondo piano sia perché il Fuhrer ribadirà sempre la sua linea di non intromissione nelle faccende interne italiane sia perché a ben altri orizzonti e verso altri obiettivi era rivolto lo sguardo e indirizzata la politica nazionalsocialista di revisione dei Trattati di Versailles ( dalla Renania occupata dalle truppe francesi al corridoio polacco passando per l’Anschluss dell’Austria e la questione della minoranza tedesca nei Sudeti inglobati dopola GrandeGuerradentro l’innaturale creazione di una Cecoslovacchia nata appositamente per favorire un cordone sanitario ad Est nei confronti dell’eventuale rinascita del militarismo tedesco).

 

Un testo che ci permette senza dubbio di rivalutare il Nazionalsocialismo quale Fascismo compiuto ovvero espressione della più vasta Rivoluzione Conservatrice che avrebbe ridestato le forze vive della Nazione tedesca fascinandole in una organica Weltanshauung  mirante all’edificazione di uno Stato volkisch, nazionalpopolare, insieme socialista e nazionale, anticapitalista e anticomunista, diretto contro la sovversione bolscevica sovietica e contro l’alta finanza internazionale – entrambe eterodirette dall’Internazionale Ebraica contro l’Europa del Nuovo Ordine Fascista che si tentò di costruire manu militari nel corso della 2.a guerra mondiale – per l’edificazione di un nuovo Reich continentale, territorialmente perno centrale dell’assetto dell’intera piattaforma eurasiatica, fondato su basi razziali e che avrebbe dovuto assicurare all’Europa un ruolo da grande potenza negli assetti della politica mondiale dominati dai grandi imperi d’Asia (l’URSS) e d’America (gli Stati Uniti).  

 

 

Scriverà Pietro Solari, in un testo pubblicato in Italia solo pochi mesi prima della conquista nazionalsocialista della Cancelleria, prefigurando quale portata avrebbe rappresentato la nascita del Terzo Reich sotto le insegne della bandiera crociuncinata: “Il maggior merito di Hitler – la Storia non durerà fatica a riconoscerglielo – rimarrà sempre quello di aver avuto per primo fiducia nella rinascita del Reich; d’essersi per primo ribellato agli iniqui trattati, agli schiaccianti tributi; d’aver per primo chiamato a raccolta i futuri liberatori d’aver finalmente persistito, con una drammatica tenacia, così a lungo tempo contro la miseria dei tempi e degli uomini, fino al giorno della riscossa. (…) Eccoci di fronte ad un movimento che si identifica così profondamente con la tradizione della razza, è con essa così intrinsecamente immedesimato, che chi dubitasse della sua vitalità negherebbe una forza di natura. A questa stregua il movimento hitleriano è assai più di un partito politico. E’ un ritrovamento nazionale, una nuova legittimazione storica d’una razza che ancora una volta riconosce se stessa e trae da questo riconoscimento una somma di energia capace di travolgere ogni ostacolo. Con ciò sarebbe spiegata anche la violenza della ripresa hitleriana la quale ha sorpreso il mondo o per lo meno una parte ben determinata e circoscritta di esso. Meraviglia soprattutto che l’improvviso e indiscreto frastuono degli eversori nazionalsocialisti destasse di soprassalto una candida Europa che aveva appena finito di appisolarsi a Locarno, in un cuscino imbottito di armamenti e di buone intenzioni democratiche. Eppure tutto era ed è ben chiaro, e la reazione nazionalista fu ed è esattamente rispondente all’azione che l’ha determinata. Vediamo. Una guerra perduta; un trattato di pace iugulatorio; tributi esorbitanti destinati a gravare su tre generazioni; imposizione di un regime marxista contrario all’indole e alla natura della nazione; il disarmo di questa; la sua minorità e disparità internazionale; impoverimento e proletarizzazione di due terzi della popolazione; il perpetuarsi di un’irritante divisione fra vincitori e vinti che – disse recentemente Bruning – concede ai primi tutto il bene della terra e ai secondi non lascia se non le lacrime per piangere la propria miseria; ecco alla rinfusa i principi fondamentali della reazione hitleriana, tutti di così grande momento da far considerare una meraviglia il fatto che non ne sia nata una rivoluzione cruenta o una crudele guerra intestina.” (8)

 

Ci permettiamo una chiosa finale, soprattutto rivolta a chi ha inteso rivalutare altri movimenti del fronte nazionalista conservatore tedesco rivalutando per fare un semplice esempio l’idea nazionalbolscevica di un Niekisch, che guardava ad una alleanza programmatica conla Russia sovietica, o ad analoghe fughe in avanti di quanti – anche all’interno dello stesso movimento nazionalsocialista (vedasi i fratelli Strasser e più in generale l’ala ‘sinistra’ della NSDAP , particolarmente la direzione delle S.A. di Rohm) – avrebbero preteso una “seconda rivoluzione” dopo quella legalitaria che il 30 Gennaio 1933 porterà Hitler alla Cancelleria del Reich.

 

Senza l’alleanza tra il Nazionalsocialismo e la Werhmacht non sarebbe mai esistito un Terzo Reich così come il mondo l’ha conosciuto né Hitler, senza l’alleanza con gli junker transelbani e gli industriali, non avrebbe potuto dare vita al riarmo tedesco condizione, sine qua non, per il successivo espansionismo revisionista nel cuore dell’Europa preludio della spinta verso Est che verrà suggellata dall’attacco contro l’URSS del giugno 1941.

 

Il resto sono ‘ciancie’ e inutili chiacchiericci più o meno intellettualoidi di chi non vuole riconoscere una sacrosanta verità , realtà storica di ieri e di oggi: senza la Germania non si costruisce l’Europa. Senza una Germania indipendente, libera dai lacci usurocratici e dai diktat e condizionamenti che ancora la legano a quasi 70 anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale, non è pensabile alcuna unità continentale e eurasiatica. La Germania è il cuore dell’Europa.

 

Passato, presente e futuro del continente europeo sono indissolubilmente e irriducibilmente legati ad uno sviluppo organico e ad una espansione economica, sociale, politica e militare della Germania.

 

E’ la Germania il passato dell’Europa. Sarà, inesorabilmente, anche il suo futuro una volta distrutte le catene che la obbligano schiava a casa propria ed eliminate tutte le paure che abilmente sono alimentati ancora oggi contro Berlino dall’Internazionale Ebraica che teme la rinascita tedesca ed europea.

 

Ma, inesorabile, questo destino dovrà manifestarsi e allora, in un domani lontano dai nostri occhi, la Germania – una Germania nuova, diversa da quella che conosciamo (ebrea ed ebraicizzata) –  riprenderà il posto che le compete tra le nazioni e nella politica mondiale…

 

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

18 Aprile 2012

 

 

 

 

 

 

 

Note –

 

1)      Benito Mussolini – “Maschere e volto della Germania” – da “Gerarchia” , marzo 1922;

2)      Adolf Hitler – “Conversazioni Segrete” – Napoli 1954 ( pp. 10-11 , in data 21-22 Luglio 1941);

3)       Dal rapporto del Magg. Renzetti del 31 Gennaio 1933;

4)      Adriano Romualdi – “Correnti politiche ed ideologiche della destra tedesca dal 1918 al1932”– Ediz. “L’Italiano”, Anzio 1981;

5)      Renzo De Felice – “I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo fino all’andata al potere di Hitler (1922-1933) – Edizioni Scientifiche Italiane – Napoli 1971;

6)     Jacques Berger / Louis Pauwels – “Il Mattino dei maghi” – Ediz. “Mondadori” – Milano 1963;

7)      Adolf Hitler – “Ultimi discorsi” – Nota del 2 aprile 1945 – Ediz. di “Ar” – Padova 1988,

8)      Pietro Solari – Hitler e il terzo reich” – Ediz. “Agnelli” – Milano 1932.