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CARL SCHMITT – IL DECISIONISMO O DEL PRIMATO DEL POLITICO

21 Apr

CARL SCHMITT –  IL DECISIONISMO O  DEL PRIMATO DEL POLITICO

 

 

 

 

 

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

 

“Fra le figurazioni del nostro destino è da annoverarsi anche quella che può essere detta ‘delle posizioni perdute in combattimento’, e nessuno sa se proprio quel destino un giorno lo colpirà con la sua sentenza. A volte la fatalità ci viene incontro all’improvviso, così come la nebbia ci sorprende in alta montagna. In altri casi, vediamo il pericolo avvicinarsi a noi da lontano; lo affrontiamo in una situazione simile a quella di un giocatore di scacchi che conduca il finale di partita trincerandosi dietro un gioco abile, estenuante e prolungato, benché riconosca ormai la sconfitta come inevitabile.”

 

 

( Ernst Junger )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il fenomeno culturale, ideologico e politico che prende il nome di “rivoluzione conservatrice” tedesca, diffuso nel periodo compreso tra le due guerre mondiali e particolarmente fecondo di pensatori e idee durante l’epoca della repubblica di Weimar, rappresenterà l’insieme di quei circoli e correnti filosofiche, politiche e spirituali che favoriranno, in modo cosciente e volontario così come indirettamente, la fine della repubblica, l’ascesa politica del movimento nazionalsocialista e la costituzione del Terzo Reich con la nomina di Adolf Hitler alla Cancelleria di Berlino il 30 gennaio 1933.

 

Questo movimento culturale si presenta come un insieme eterogeneo rappresentato da singoli individui, circoli culturali, cenacoli filosofici che sostanzialmente proclamano il loro disagio di vivere un’epoca – quella post-bellica della repubblica di Weimar – caratterizzata dal caos politico, dall’instabilità economica e da un diffuso malessere nei confronti della modernità.

 

Ernst von Salomon in uno dei suoi scritti più incisivi riuscirà in poche righe a sintetizzare il pensiero generale che attraversava i diversi uomini e gruppi della “Rivoluzione Conservatrice” scrivendo: “Eravamo posseduti da questa nostra epoca, ossessionati dalla sua distruzione e anche dalla sofferenza che sola poteva renderla fertile. Ci eravamo buttati sulla sola virtù che quell’epoca esigesse: la decisione, perché come la nostra epoca anche noi avevamo sete di decisione”.

 

La RivoluzioneConservatricetedesca assumerà pertanto i tratti tipici di un movimento di idee, sorta di contenitore e laboratorio filosofico, per tutte quelle anime della Destra tedesca fuoriuscite scombussolate e vinte dal primo conflitto mondiale e dalla seguente costituzione di una repubblica avvertita estranea all’anima, alle tradizioni, alla storia ed alle virtù tedesche.

 

L’eterogeneità delle diverse correnti politiche che comporràla Rivoluzione Conservatrice appare caratterizzare lo sfaldamento in raggruppamenti e sigle – anche partitiche – seguente al caos generale determinato dalla nascita di uno Stato repubblicano all’interno del quale cominciarono a svilupparsi i germi della sovversione comunista importati dalla Russia bolscevica.

 

In tutti gli ambienti della Rivoluzione Conservatrice esiste un categorico rifiuto della forma presente dello Stato sebbene siano spesso contraddittorie quando non contrastanti tra loro e di segno opposto le soluzioni per il superamento del caos istituzionale, sociale, politico ed economico che contrassegna l’esperienza della repubblica di Weimar.

 

I diversi gruppi intellettuali che formano quel crogiulo ideologico denominato “Konservative Revolution” pur nascendo tutti dall’esperienza combattentistica o dall’attivismo del primo dopoguerra hanno in realtà diversi punti di riferimento e distinte concezioni della politica da sviluppare all’interno dell’odiata repubblica per superare la crisi: alcuni, come il movimento giovanile, si ricollegano al neo-romanticismo dell’età guglielmina, altri all’ideologia razzista ed alla tradizione volkisch, altri ancora sognando semplicemente la rifondazione dell’Impero.

 

Incertezza, inquietudine, senso di smarrimento per quella che verrà avvertita come un’epoca di transizione imperfetta e inadeguata alla storia ed alle tradizioni della Germania.

 

Secondo Adriano Romualdi: “Questi circoli esercitano una certa influenza sul clima politico degli anni ’20 anche se, è inutile dirlo, non avrebbero mai potuto costituire un pericolo per le istituzioni repubblicane se Adolf Hitler non fosse riuscito a creare un grande partito di massa e a trasferire la tematica della “rivoluzione conservatrice” semplificata in pochi slogans, nelle strade e nelle piazze. Il nazionalsocialismo è, al principio degli anni ’20, un gruppo tra tutti gli altri, che solo grazie alla sua formidabile agitazione attivistica e propagandistica riesce poi a monopolizzare tutta l’area della destra tedesca, colpendo, all’occasione, tutti quelli che non si conformano alle sue direttive.

Il termine “Rivoluzione Conservatrice” è quello che meglio può definire un certo atteggiamento della cultura e della  politica tedesca nell’epoca che precede il nazionalsocialismo. Poiché non si ha a che fare con una semplice “rivoluzione tedesca” o una crisi interna della “ideologia tedesca” , ma con un movimento di proporzioni europee la cui caratteristica è appunto quella d’unire un’ideologia conservatrice con un atteggiamento rivoluzionario e provocatorio nei confronti dell’ordine democratico. L’uso di questo termine si trova per la prima volta in un famoso discorso di Hoffmannstahl , “Das Schrifttum als geistiger Raum der Nation”, in cui si dice: “Il processo di cui parlo non è nient’altro che una rivoluzione conservatrice di tali proporzioni come la storia europea non ne conosce” (*)” (1)

 

 

La Rivoluzione Conservatrice sarà più un insieme di ‘etat’s d’esprits’ che non un vero e proprio movimento, mancando di omogeneità, risultando nei suoi uomini e nei suoi gruppi un contenitore di idee, programmi e progetti relativi al futuro della Germania, al superamento dell’età della crisi e dell’incertezza e sostanzialmente frammentata e differenziata e perdendo di potenzialità reali che furono ‘fascinate’ e organizzate in movimento politico di massa dal Nazionalsocialismo hitleriano.

 

 

Eppure senza Hitler e la costituzione di un Terzo Reich nazionalsocialista, espressione della rivoluzione popolare – socialista e nazionale – dal ‘basso’ del movimento d’avanguardia rivoluzionaria creato agli inizi degli anni Venti a Monaco dall’ex caporale austriaco assurto a Fuhrer della rinascita tedesca; probabilmente lo stesso impianto generale della Rivoluzione Conservatrice, il suo apporto, le sue tematiche, sarebbero rimaste confinate esclusivamente in un ambito accademico-intellettuale risultando, di fatto, vane.

 

E se, come scrisse Carlo Terracciano (2) “il nazionalsocialismo fu sono UNO degli sbocchi possibili, con al suo interno stesso ulteriori possibilità (si pensi solo alla sinistra NS degli Strasser, per tanti versi affine, come vedremo al nazionalbolscevismo), figlio legittimo della stessa cultura e visione del mondo nazional-rivoluzionaria conservatrice e prussiana, almeno quanto lo furono le altre correnti…” altrettanto vero è che solo il Nazionalsocialismo costruì quella perfetta macchina da guerra politico-sociale, propagandistico-militante, ideologico-militante necessaria per scardinare le fradice mura dell’istituto repubblica di Weimar.

 

L’immagine della repubblica, uscita compromessa dagli avvenimenti del novembre 1918, era quella stereotipata del classico istituto democratico-parlamentaristico di stampo europeo occidentale con una fisionomia espressione della classe borghese e legata a filo doppio al capitalismo ed al blocco politico-militare franco-britannico con il quale i dirigenti di Weimar non riuscirono a trattare nemmeno su un piano di parità subendo gli umilianti trattati di pace ed una sottomissione che di fatto condizionerà tutti i successivi anni dimostrandone la fragilità interna.

 

Tra i maggiori pensatori che daranno un impulso alla disintegrazione su di un piano giuridico-politico dell’impalcatura malferma della repubblica un ruolo rilevante fu quello espresso da Carl Schmitt considerato come “il giurista del Terzo Reich” al quale darà effettivamente il suo contributo dopo aver pubblicato tutta una serie di scritti fondamentali negli anni Venti miranti propriamente il superamento di Weimar e la costituzione di uno Stato forte su basi nuove.

 

Carl Schmitt (nato a Plettenberg l’11 luglio 1888) sarà un elemento dominante la “Konservative Revolution” tedesca particolarmente per i suoi studi giuridici che lo porteranno a dare una svolta decisiva agli studi politici attraverso alcune opere che metteranno in discussione le forme – o categorie – del Politico sulle quali, come vedremo, si avrà un vasto eco e un rinnovato interesse a partire dagli anni 70 del secolo scorso e fino ai giorni nostri.

 

Nato in una famiglia cattolica della Vestfalia prussiana e protestante Schmitt dopo aver conseguito la laurea nel 1910 e il dottorato in diritto (Juristiche Habilitation) cinque anni più tardi presso l’Università di Strasburgo (all’epoca parte del Reich) cominciò a dedicarsi ai suoi studi politici pubblicando nel 1921 “Die Diktatur” saggio critico sulla Costituzione della Repubblica di Weimar al quale seguiranno “Politiche Theologie” – Teologia Politica – (1922), ostile alla filosofia del diritto di Hans Kelsen; “Die Geistesgeschichtliche Lage des heutingen Parlamentarismus – La situazione storico-intellettuale del parlamentarismo odierno, sull’incompatibilità fra liberalismo e democrazia di massa – (1923) e infine “Der Begriff des Politischen” – Il concetto di Politico  Sul rapporto amico/nemico come criterio costitutivo della dimensione del ‘Politico’ – (1927).

 

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Schmitt otterrà una prima cattedra a Greifswald, quindi a Bonn dal 1922 al 1928 anno in cui verrà chiamato all’insegnamento delle materie giuridiche nella Scuola Superiore di Commercio di Berlino.

 

Dopo un breve periodo presso l’Università di Colonia ritorna nell’autunno 1933 a Berlino dove si metterà in luce come uno dei più brillanti professori universitari nazionalsocialisti, movimento al quale Schmitt aveva aderito dal 1.o maggio.

 

La scelta di Schmitt a favore dell’impegno politico nelle file del NSDAP ha delle motivazioni piuttosto culturali ed esistenziali profonde. Infatti lo studioso si rende conto ben presto della “sterilità” del tradizionale positivismo giuridico a fronte dei tempi nuovi, finendo con l’attribuire una parte sempre più rilevante e decisiva agli avvenimenti politici. Tale constatazione è suffragata da numerose considerazioni di ordine soprattutto storico sempre presenti, peraltro, nelle opere schmittiane” (3)

 

 

Il ruolo di Schmitt all’interno del nuovo Stato, che avallerà sul piano politico e storico sostenendo la formula del Fuhrerprinzip hitleriano e dandole contenuto giuridico, sarà considerevole almeno fino al 1936 quando a causa di alcuni attacchi portati contro la sua persona dal periodico delle S.S. “Das Schwarze Korps” deciderà di ritirarsi dalla scena politica continuando l’insegnamento all’Università di Berlino.

 

Nel frattempo Schmitt diventerà consigliere di Stato in Prussica, membro della “Akademie fur Deutscher recht” e della prestigiosa “Kaiser Wilhelm-Gesellschaft zur Forderung der Wissenschaften” partecipando alla stesura di alcune delle leggi fondamentali del Terzo Reich in particolare lavorando alla preparazione della importantissima “Seconda legge per la Gleichschaltundei Lander col Reich” meglio nota col nome abbreviato di “Reichsstatthaltergesetz” del 7 aprile 1933 che fornirà attraverso l’istituzione di vicari del Reich il fondamento giuridico per il riordinamento unitario dello Stato e della nazione tedesca.

 

 

Nel novembre 1933 Schmitt era diventato presidente della Vereinigung der nationalsozialistischen Juristen (Unione dei giuristi nazionalsocialisti) e nel giugno 1934 assunse il titolo di direttore della Deutsche Juristen-Zeitung (la rivista dei giuristi tedeschi).

 

 

Una partecipazione dunque rilevante caratterizzata soprattutto dai suoi studi sul diritto pubblico e internazionale che ne faranno uno dei maggiori giuristi di fama mondiale con una lucidità di analisi ed un pensiero fecondo che, nel corso dei decenni successivi, attrarranno eminenti studiosi fra i quali Walter Benjamin, Jacques Derida, Leo Strass e in Italia Gianfranco Miglio al quale si deve, nel 1972, la ‘riscoperta’ – assieme a Pierangelo Schiera – del suo “Categorie del Politico” con una serie di saggi pubblicati in Germania tra il 1922 e il 1953.

 

Il pensiero di Schmitt affonda innanzitutto le sue radici nella cultura e nella religione cattolica sulle quali fonda le sue idee in merito ai concetti, per lui essenziali, di potere, della violenza e dell’attuazione del diritto nei tempi moderni.

 

Alcuni dei suoi concetti chiave troveranno un posto nella storia del diritto contemporaneo: quello relativo allo “stato d’eccezione”  (Ausnahmezustand), quelli inerenti la “dittatura” (Diktatur), la “sovranità” (Souveranität) e il “grande spazio” (Großraum), e le definizioni da lui coniate, come “teologia politica” (Politische Theologie), “custode della costituzione” (Hüter der Verfassung), “compromesso di formula dilatorio” (dilatorischer Formelkompromiss), “la realtà della costituzione” (Verfassungswirklichkeit), o  le caratteristiche formule dualistiche come “legalità e legittimità” (Legalität und Legitimität), “legge e decreto” (Gesetz und Maßnahme), “amico e nemico” (Freund und Feind) e “decisionismo” che formeranno il nocciolo del pensiero schmittiano.

 

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Scriverà nel suo “Categorie del Politico”: “Si può raggiungere una definizione concettuale del “politico” solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie specificamente politiche. Il “politico ha infatti i suoi propri criteri che agiscono, in modo peculiare nei confronti dei diversi settori concreti, relativamente indipendenti, del pensiero e dell’azione umana, in particolare del settore morale, estetico, economico. Il “politico” deve perciò consistere in qualche distinzione di fondo alla quale può essere ricondotto tutto l’agire politico in senso specifico. Assumiamo che sul piano morale le distinzioni di fondo siano buono e cattivo; su quello estetico, bello e brutto; su quello economico, utile e dannoso oppure redditizio e non redditizio. Il problema è allora se esiste come semplice criterio del “politico”, e dove risiede, una distinzione specifica, anche se non dello stesso tipo delle precedenti distinzioni, anzi indipendente da esse, autonoma e valida di per sé.

La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico e nemico. Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. Nella misura in cui non è derivabile da altri criteri essa corrisponde, per la politica, ai criteri relativamente autonomi delle altre contrapposizioni: buono e cattivo per la morale, bello e brutto per l’estetica e così via. In ogni caso essa è autonoma non nel senso che costituisce un nuovo settore concreto particolare, ma nel senso che non è fondata né su una né su alcune delle altre antitesi né è riconducibile ad esse. […] Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possono venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite né mediante l’intervento di un terzo “disimpegnato” e perciò “imparziale”. […] Ancora oggi il caso di guerra è il “caso critico”. Si può dire che qui, come anche in altri casi, proprio il caso d’eccezione ha un importanza particolarmente decisiva, in grado di rilevare il nocciolo delle cose. Infatti solo nella lotta reale si manifesta la conseguenza estrema del raggruppamento politico di amico e nemico. E’ da questa possibilità estrema che la vita dell’uomo acquista la sua tensione specificamente politica. Un mondo nel quale sia stata definitivamente accantonata e distrutta la possibilità di una lotta di questo genere, un globo terrestre definitivamente pacificato, sarebbe un mondo senza più la distinzione fra amico e nemico e di conseguenza un mondo senza politica. In esso vi potrebbero forse essere contrapposizioni e contrasti molto interessanti, concorrenze ed intrighi di tutti i tipi, ma sicuramente non vi sarebbe nessuna contrapposizione sulla base della quale si possa richiedere a degli uomini il sacrificio della propria vita e si possano autorizzare uomini a versare il sangue e ad uccidere altri uomini.”   (4)

 

La posizione di Schmitt è quella di un uomo che si trova di fronte a due epoche, in una fase di trasformazione della vita politica alla quale cercherà di dare risposte sul piano dell’elaborazione teorica e giuridica conformi ai tempi nuovi che vedrà maturare nel passaggio dalla repubblica al Terzo Reich.

Nel pensiero di Schmitt la definizione di sovranità è il punto decisivo per giungere all’essenza della decisione e qualificare le categorie proprie della politica. Il tema della sovranità e del fondamento del potere politico verrà svolto compiutamente nella sua “Teologia politica” in cui Schmitt afferma risolutamente che “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”.

Quando un soggetto può decidere, e si assume la responsabilità di decisione, in uno stato “d’eccezione”? E quando si ha lo “stato d’eccezione” summenzionato?

Per “stato d’eccezione” Schmitt intende quello stato della vita politica non descritto, non previsto da alcun ordinamento giuridico. In questa situazione colui che decide in modo risoluto e definitivo garantisce la normalità (o per essere esatti ne ristabilisce lo sviluppo).

Il caso d’eccezione secondo Schmitt rende palese così nella maniera più netta l’essenza dell’autorità statale.

Il problema della sovranità – scrive Gennaro Malgieri (5) – è, in tale contesto, intimamente legato alla nozione di dittatura che Schmitt ha posto al centro della sua speculazione giuridico-politica fin dal 1921. La dittatura, infatti, è la situazione “normale” in cui si manifesta lo stato d’eccezione e quindi il potere di decidere sospendendo qualunque norma vincolante e limitativa dell’ordinamento giuridico. E’ del resto noto che presso i romani era invalso l’uso di affidare ad una magistratura straordinaria dei poteri straordinari, di durata limitata, per fronteggiare un pericolo esterno minacciante la sicurezza statale. Ma, osserva Schmitt, tale tipo di dittatura cadde in disuso per far luogo ad una magistratura con poteri illimitati, come nei casi di Silla e Cesare. La prima viene definita da Schmitt “dittatura commissaria” e la seconda “dittatura sovrana”; quella decide sì sullo stato di eccezione, ma non sospende la costituzione vigente; questa, invece, mira ad un rinnovamento della costituzione stessa.”

 

 

Come scrive lo stesso Schmitt: “La dittatura sovrana vede in tutto l’ordinamento esistente uno stato di cose da rimuovere completamente con la propria azione. Essa non sospende una costituzione vigente facendo leva su di un diritto da essa contemplato, e perciò costituzionale, bensì mira a creare uno stato di cose nel quale sia possibile imporre una costituzione ritenuta come quella autentica.” (6)

 

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Ostile al liberalismo ed alla democrazia Schmitt come giurista rielaborando i classici del pensiero contro-rivoluzionario cattolico (De Maistre, Bonald, Donoso Cortès) darà una connotazione particolare alla nozione di “decisione” attorno alla quale farà ruotare il suo pensiero giuridico.

 

Il “decisionismo” nel pensiero di Schmitt si configura essenzialmente come il principale modello della funzione del politico e della politica fondamentale per fuoriuscire da quelle che ritiene essere delle imposizioni estranee alla storia tedesca quali il parlamentarismo, l’istituto democratico, il pensiero derivato dal liberalismo.

 

Per Schmitt lo stato d’eccezione diviene l’equivalente che può essere ravvisato nella teologia dal miracolo: è il legittimo espediente che deve essere assolutamente utilizzato per riordinare uno stato di non normalità.

 

“Solo con la consapevolezza di tale posizione di analogia – afferma Schmitt (7) – si può acquistare una conoscenza dello svolgimento che le idee filosofiche sullo Stato hanno avuto negli ultimi secoli. La idea del moderno ‘Stato di diritto’ si afferma infatti col Deismo – cioè con una teologia e una metafisica che scacciano dal mondo il miracolo e rifiutano l’interruzione della legge di natura implicita nel concetto stesso di miracolo (interruzione che scaturisce un’eccezione alla stessa maniera dell’intervento immediato)e che respingono tale eccezione alla stessa maniera dell’intervento immediato del Sovrano nell’ordinamento giuridico in vigore. Il razionalismo dell’illuminismo respingeva il caso d’eccezione in tutte le sue forme. La convinzione ateistica degli scrittori conservatori della controrivoluzione poteva quindi compiere il tentativo di sostenere ideologicamente la sovranità personale del monarca a mezzo di analogie tolte da una teologia teistica.”

 

La travagliata e breve esperienza della repubblica di Weimar sarà segnata da questo decisionismo in politica quanto più essenziale nei momenti di crisi. E’la Politicache riprende le redini dello Stato ed èla Politicache deve assumersi il momento della “decisione”.

 

“Ne risulta un quadro in cui la decisione è lo strumento della potenza che si realizza attraverso l’organizzazione dell’economia, la potenza non si basa sui principi, ma sulla sua pura e semplice attualità. Non è un caso che, nello stesso torno di tempo, Carl Schmitt, sviluppando la sua teoria giuridico-politica fondata interamente sulla decisione, facesse derivare lo Stato dal Politico, cioè dai processi decisionali, rompendo così lo schematismo tradizionale che faceva derivare il Politico dallo Stato.” (8)

 

Così dal caos degenerato dell’esperienza repubblicana di Weimar nasce e si sviluppano i germi per un nuovo Stato d’ordine e di legalità rivoluzionaria di cui Schmitt paventa ed auspica la nascita dando successivamente valenza giuridica alla formula del Fuhrerprinzip hitleriano laddove viene rivendicata l’autonomia della politica ed il ruolo e la funzione suprema dell’Autorità che lavora al servizio dello Stato al di sopra dello Stato facendosi essa stessa Stato per il conseguimento del bene dei cittadini che lo Stato formano.

 

Lo Schmitt trarrà dalla tradizione cattolica e dall’analogia con l’organizzazione politica derivata dalla sovranità assoluta e dittatoriale del Pontefice nella Chiesa romana la sua dottrina della politicità come “decisione”.

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“Tale estrema coerenza logica conduce a volte lo Schmitt attraverso il suo sforzo di essere freddo e oggettivo, “scientifico”, a qualcosa di analogo al ripensamento filosofico delle esigenze pratiche e delle formulazioni polemiche, a quel superamento di ogni posizione preconcetta, reazionaria o controrivoluzionaria che è proprio della filosofia, in quanto essa è e rimane indifferente a tutto ciò che non riguarda la vita del pensiero in quanto tale, ma che nello Schmitt per troppa aderenza alla politica quotidiana rimane al di qua della filosofia. Si tratta di quella “sovrana indifferenza” (come ha detto un avversario) , che trova la sua migliore espressione precisamente nello scritto che ha procurato allo Schmitt più larga rinomanza politica, fuori del campo strettamente scientifico-giuridico : “Das Begriff des Politischen” (* “Sul concetto della Politica”) . Portato all’estremo, infatti, il concetto già accennato che il fondamento di ogni organizzazione politico-istituzionale degli uomini è la “decisione” doveva logicamente condurre alla ricerca della “decisione” per eccellenza; e non potendosi procedere molto sulla linea delle astrazioni, occorreva cercare un punto di riferimento che avrebbe determinato e definito, con la estrema decisione, anche la categoria stessa della politicità.(9)

 

 

Infine qualche nota sulle ‘fortune’ italiane dell’opera di Schmitt. Dopo un breve periodo di diffidenza dovuta ai suoi trascorsi nazionalsocialisti le idee ed il pensiero giuridico del grande politologo tedesco sono tornate d’attualità soprattutto grazie alla sua riscoperta operata da Gianfranco Miglio agli inizi degli anni Settanta e più recentemente per le implicazioni giuridiche e politico-filosofiche connesse all’era della cosiddetta globalizzazione attraverso gli scritti di un Danilo Zolo, un Carlo Galli o un Giacomo Marramao mentre altri (Cacciari, Barcellona, Castrucci) ne hanno riproposto i temi mettendoli a confronto con la crisi contemporanea delle categorie giuridiche moderne.

 

Una riscoperta resa difficile anche dal pressochè relativo spazio concesso al pensiero ed alle opere di Schmitt nell’Italia fascista. Sarà infatti soltanto nel 1935 che vedranno la luce alcuni dei suoi saggi più significativa quando verrà presentato come “uno dei teorici ufficiali del nazionalsocialismo” al volume “Principii politici del nazionalsocialismo” edito in Firenze dall’editrice “Sansoni” con prefazione di Arnaldo Volpicelli.

 

“Pur rilevando l’indiscutibile validità scientifica dell’opera di Schmitt, Volpicelli – rappresentante di buona parte degli studiosi di dottrina dello stato fascista – prese le distanze dalla teoria schmittiana. Tale posizione, del resto, era tipica di chi si poneva sul terreno della concezione fascista dello Stato nel considerare le tesi di Schmitt. Come Volpicelli la pensava anche Felice Battaglia che riferendosi allo stesso scritto dello Schmitt ne rivelava le insufficienze ed, a suo giudizio, le contraddizioni. Di avviso contrario si mostrò invece Julius Evola, fecondo scrittore di orientamento “tradizionalista”, che forse per avere letto Donoso Cortès, pur senza condividerlo in toto, meglio capiva Schmitt e la sua teoria dello Stato, diomostrandolo nel bel saggio “La guerra totale”, pubblicato nella rivista “La Vita Italiana”, dal quale si arguisce che ben aveva digerito la concezione dualistica schmittiana di “amicus-hostis” (10)

 

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Le fortune schmittiane in Italia avrebbero trovato una stagione feconda soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta come ricordano alcune note di Carlo Galli sulla “riscoperta” di Schmitt nella cultura giuridica e politica italiana che riproponiamo di seguito:

A più di mezzo secolo di distanza, può apparire paradossale che siano stati i socialisti i primi a tradurre Schmitt in Italia, e i fascisti a bruciarne il manoscritto; ma forse in quella lontana violenza è possibile oggi cogliere — pur nella inconsapevolezza che la guidò — uno stimolo a una interpretazione di Schmitt diversa da quella che storicamente appare consolidata da più di cinquant’anni di critica italiana.

Se è logico che un autore come Schmitt risenta non poco del clima politico in cui opera e nel quale viene recepito, è però altrettanto vero che la fortuna italiana di Schmitt è stata sorprendentemente costante (una volta perduta quell’occasione iniziale), e segnata da una duplice caratteristica: una significativa «marginalità» del pensiero schmittiano nella nostra cultura, e una sua interpretazione essenzialmente «filosofica». Infatti, quello che potrebbe essere uno «spaccato» di più di mezzo secolo di cultura giuridica e politica italiana dal punto di vista dell’incidenza di Schmitt, rivela invece brusche fratture, significativi silenzi, omissioni, censure, fraintendimenti, almeno fino ad anni vicinissimi (vi sono state alcune eccezioni, che pur nella loro importanza restano tali). La storia delle interpretazioni italiane di Schmitt si è cosi rivelata episodica e frammentaria, ma non casualmente, anzi a causa di un atteggiamento di fondo che ci è parso importante dichiarare.

Abbiamo creduto di individuare il motivo principale di questa circostanza — più ancora che nella nota compromissione politica di Schmitt con il nazismo — nel fatto che la critica italiana (per una serie di fattori che si porranno in evidenza) ha voluto fin dall’inizio inquadrare il pensiero di Schmitt nelle coordinate storicistiche, dialettiche, spiritualistiche della filosofia tradizionale; tale operazione si è rivelata una vera camicia di Nesso per un pensiero che, come quello schmittiano, si concepisce — ed è questa l’ipotesi che sorregge tutto il presente lavoro — come analisi «scientifica» della politica, vista come un sistema di rapporti la cui struttura fondamentale è l’esclusione.

Non è dunque questa una rassegna soltanto delle più note prese di posizione, delle critiche più autorevoli e divulgate, ma, proprio attraverso il recupero minuzioso anche degli interventi più lontani, nascosti, marginali, un tentativo di fornire il panorama unitario e complessivo dei diversi canali attraverso i quali Schmitt è stato recepito nella cultura italiana, con puntuale attenzione alla specifica incidenza politico-culturale di ogni interpretazione.

Da questa «storia di una presenza» si è poi proceduto non soltanto a un «bilancio» e a una «valutazione», ma anche — sulla base di una diversa ipotesi di lettura — a indicare nuove aree di possibile operatività scientifica del pensiero schmittiano: che è quanto si è tentato di fare nell’ultima parte del saggio, pertanto palesemente non avulsa dalle precedenti, e che anzi a quelle si collega necessariamente, nella convinzione che re-interpretare Schmitt sia non soltanto un’operazione politica, ma che implichi anche l’entrare in conflitto con alcune strutture tradizionali del pensiero politico italiano.

La pretesa di completezza che ha mosso l’autore a una scrupolosa ricerca è forse — nonostante i molti sforzi — non pienamente realizzata; sono stati tuttavia recuperati interventi che — sepolti in certi casi da decenni di oblio — non hanno trovato segnalazione neppure nella documentatissima bibliografia che segue alla traduzione italiana delle Categorie del ‘Politico’.

Collocato fra storia del pensiero politico, critica filosofica e proposte di «politica culturale», il presente lavoro vuole essere un modesto omaggio al «gran vecchio della politologia europea» in occasione del suo novantesimo compleanno, e un contributo all’interpretazione del suo densissimo pensiero.

II. È anzitutto da segnalare ed esaminare un gruppo di primissimi interventi intorno al pensiero schmittiano, importanti sia perché retrodatano di parecchio quello che solitamente è ritenuto l’ingresso di Schmitt nella nostra cultura (cioè i primi anni Trenta), sia perché non sono ancora influenzati dal saggio di Löwith, che eserciterà poi un’influenza decisiva sulle interpretazioni italiane di Schmitt (inserendosi tuttavia in una sostanziale predisposizione della nostra cultura alla diffidenza verso il pensiero schmittiano, come questi primi interventi documentano, con una sola eccezione). Si tratta tuttavia di segnalazioni specialistiche, slegate da una recezione ampia e articolata, che non trovano eco nella cultura italiana, tanto che di esse si era virtualmente perduto il ricordo fino ai nostri giorni.

Apre la serie — con quello che allo stato attuale delle ricerche pare il primo intervento in assoluto — Filippo Grispigni nel 1924, con una recensione di Politische Theologie, in cui viene esposto, brevemente ma con sicurezza e buona informazione, il concetto «veramente un po’ singolare» di teologia politica, sia nei suoi ascendenti storici (Leibniz, Cartesio, Rousseau, Atger, Boutmy), sia specificamente in Schmitt; si sottolinea inoltre che questi passa dalla percezione di un generico «rapporto» fra teologia e scienza dello Stato a una più impegnativa «sociologia dei concetti giuridici», per fissare i principi generali che in ciascuna epoca legano metafisica e politica (dall’assolutismo/trascendenza alla democrazia/immanenza).

Riconosciuto che l’assunto di Schmitt è interessante, Grispigni tende tuttavia a disinnescarne il potenziale critico (con un procedimento che è caratteristico di gran parte delle interpretazioni italiane), esprimendo «molte riserve sulla fondatezza di un tale principio (scil. il legame generale fra sistema metafisico e sistema politico) perché, se indubbiamente esso contiene qualche elemento di verità, è pure certo che una generalizzazione troppo affrettata risulta in evidente contrasto con la realtà storica».

Nonostante il valore «sintomatico» di questa breve recensione, il suo peso intrinseco pare alquanto scarso; più interessante e articolata è invece quella che — dopo cinque anni di silenzio della critica — C. G.  dedica a Verfassungslehre, sia perché sviluppa un discorso molto ben informato e originale sul concetto schmittiano di sovranità, portato alla luce attraverso l’analisi delle principali opere del giurista tedesco, sia perché inquadra lo Schmitt — con indubbia competenza — nell’ambito del pensiero giuscostituzionalistico germanico (ricostruito a partire dall’Allgemeine Staatslehre, attraverso il concetto di Rechtsstaat, fino al neopositivismo giuridico della scuola austriaca e al polemico recupero del Polizeistaat nell’epoca «pluralistica» di Weimar). Goretti riconosce come filo conduttore del pensiero schmittiano l’elaborazione del concetto di sovranità come di un «irrazionale che sta al di fuori del diritto», «irriducibile a ogni valutazione giuridica», così che «lo Stato come forma di unità politica, di imperium, appare principalmente fondato su tale principio».

Ma accanto a questa, che sembra al critico italiano la più sostanziosa acquisizione dello Schmitt — come più volte ripete —, vi è nel pensiero del giurista tedesco un’altra nozione fondamentale, quella di unità politica immediata di un popolo, vera fonte di ogni costituzione e depositaria della sovranità: ed è contro questo principio che si concentrano le critiche di Goretti. Secondo questi, infatti, tale unità politica sarebbe mitica, deriverebbe a Schmitt da forti suggestioni rousseauiane, e dimostrerebbe — anche attraverso gli espliciti riferimenti a Hobbes – di essere «una conseguenza di una generale concezione naturalistica che per quanto ammantata di orpello idealistico è un po’ dappertutto la caratteristica del nostro tempo». Al contrario di quanto sostiene Schmitt — prosegue il critico italiano — «la sovranità politica nelle sue diverse manifestazioni storiche non è affatto questa identità di popolo che si fa stato, ma è la risultanza di lotte politiche, il predominio di certe maggioranze o di certe minoranze che esercitano certe determinate funzioni sociali, per cui lo Stato non è altro che l’equilibrio di limiti e di controlli in modo da regolare appunto l’esercizio della sovranità»; e lo stesso sovrano — il quale dovrebbe, secondo Schmitt, realizzare la «presenza» veramente democratica, superando la «rappresentanza» liberale e elitaria e i rischi di sterile meccanicismo a essa immanenti — è anch’esso mitico. Molto più concreto appare allora il concetto giuridico-politico liberale secondo il quale «l’unità politica di un popolo non è un dato da accettare come mito, come un contratto sociale già perfetto, ma un lento sforzo che si ottiene attraverso un coordinamento e una autonomia dei gruppi sociali»; anche tale concetto liberale — e qui Goretti accetta la lezione schmittiana — «è certamente [… ] una ideologia politica, non un criterio giuridico astratto, ma il carattere giuridico che lo contraddistingue è quello di sostituire più che sia possibile al criterio politico della sovranità il criterio della funzione della competenza, che, come faceva osservare lo Jellinek, è essenzialmente giuridico». Ora, al di là dell’indubbia solidità dell’impianto teorico, questa recensione ci appare importante perché imposta da un punto di vista giuridico (ma non certamente digiuno di una più ampia problematica storica e filosofica) tutta una serie di critiche che verranno mosse in seguito a Schmitt e — più che al suo concetto di sovranità — a quello più immediatamente politico di «unità popolare», ritenuto insufficiente a dare ragione della complessità delle strutture costituzionali, critica che si rivelerà una costante delle letture italiane di Schmitt. Accanto a questo rilievo — e anche senza sottolineare la notevole carica di anticonformismo che anima la difesa della dottrina liberale in anni non certo favorevoli (ma è da ricordare che dal 1927 la «Rivista di Filosofia» traeva ispirazione diretta da Piero Martinetti) — ci appare notevolissimo il parallelo Kelsen-Schmitt, che in seguito verrà individuato da buona parte della critica come uno dei nodi centrali per la definizione del pensiero schmittiano.”  (10)

 

 

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L’ “uso” che si è voluto fare di Schmitt, soprattutto del suo pensiero, dal momento della sua riscoperta e diffusione contemporanea è stato spesso contraddistinto da una certa dose di disinvoltura, dimentichi – i soliti opportunisti della cultura sistemica di casa nostra – delle connessioni organiche del giurista e politologo tedesco con il Terzo Reich che sono state, talvolta, opportunamente negate in un tentativo, peraltro maldestro, di “sterilizzazione” della portata e del ruolo svolto dallo Schmitt in seno alla Rivoluzione Conservatrice ed ai primi anni, gli anni decisivi della ricostruzione nazionale, del Reich crociuncinato.

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

21 Aprile 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note –

 

 

*)   Hugo von Hoffmannstahl – “La letteratura come area intellettuale della nazione” – discorso tenuto nell’Aula Magna dell’Università di Monaco il 10 Gennaio 1927;

1)      Adriano Romualdi – “Correnti politiche ed ideologiche della destra tedesca dal 1918 al1932”– Ediz. “L’Italiano” – Anzio 1981;

2)      Erich Muller/ Carlo Terracciano – “Nazionalbolscevismo” – Ediz. “Barbarossa” – Saluzzo (CN) 1989;

3)      Gennaro Malgieri – “Su Schmitt” – Ediz. “Settimo Sigillo” – Roma 1988;

4)      Carl Schmitt, “Le categorie del “politico”, Edizione “Il Mulino” – Bologna 1984;

5)      Gennaio Malgieri – op. cit.;

6)      Carl Schmitt – “La dittatura” – Ediz. “Laterza” – Bari 1975;

7)      Carl Schmitt – “Politiche Teologie – Vie Kapitel zur Lehre von der Souveranitat” – 2.a ediz. (1922);

8)      Francesco Ingravalle – “Cultura faustiana e rifondazione del Reich germanico” in Oswald Spengler – “La rigenerazione del Reich” – Ediz. di “Ar” – Padova 1992;

9)      Delio Cantimori – “Tre saggi su Junger, Moeller van den Bruck, Schmitt” – Ediz. “Settimo Sigillo” – Roma 1985;

10)  Gennaro Malgieri – op. cit;

11)  Carlo Galli – “Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978) Storia, bilancio, prospettiva di una presenza problematica (1979);