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L’ULTIMA LIBBRA DI SHILOCK – FINANZA EBRAICA E CRISI GLOBALE

22 Apr

L’ULTIMA LIBBRA DI SHILOCK  – FINANZA EBRAICA E CRISI GLOBALE

 

 

 

 

 

 

–         di Dagoberto Bellucci

 

 

 

 

 

 

 

“Bisogna scegliere tra libertà e schiavitù: la libertà in un paese cha ha ritrovato le sue tradizioni, la sua cultura, la sua missione, o la schiavitù sotto la livrea ebraica.

 Bisogna che l’ebreo e il massone suo accolito sappiano che se la guerra o la rivoluzione dovessero scoppiare un giorno o l’altro, le nostre prime palle saranno riservate agli alti dignitari della massoneria, le nostre prime granate saranno lanciate sull’antro del Grande Oriente, i nostri primi obici raggiungeranno le banche ebraiche, i nostri primi ostaggi saranno i dirigenti dei concistori ebraici e dei trusts giudaici: e che se un giorno noi ci batteremo, la nostra battaglia sarà contro gli emissari dell’anti-Francia, contro la banda dei malfattori che disonorano il paese.

La pace, in Francia, non sarà garantita che a queste condizioni.”

 

 

( Henry-Robert Petit – “Le Règne des Juifs” – 1937 citato da Giovanni Preziosi in “Anche nella Francia di Blum”, da “La Vita Italiana” del 15 Dicembre 1937 )

 

 

 

 

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La crisi economica globale che ormai da tre anni sta investendo i mercati internazionali non accenna minimamente a diminuire con buona pace di chi aveva previsto una fuoriuscita indolore e veloce da un caos finanziario che, giorno dopo giorno, anziché diminuire ha continuato a provocare disastrose perdite, crolli borsistici e contraccolpi sull’economia delle diverse nazioni.

 

 

A niente sono servite le rassicurazioni e le tante ed inutili belle parole dei governanti dell’Unione Europea. La situazione della Grecia continua ad essere appesa ad un filo mentre il resto dei paesi europei continuano ad affannare e, come l’Italia, sono da mesi in piena recessione.

 

Il premier italiano Mario Monti, chiamato coram popolo a salvare l’economia della barcarola nazionale in alto mare, prosegue imperterrito a confidare nella buona volontà degli italiani stretti sempre più tra crisi e tasse, caos finanziario e nuovi balzelli. La ricetta “salva Italia” a cinque mesi di distanza da quando venne varata non è servita a niente salvo forse salvare il tornaconto delle banche che, di questa crisi, sono le principali responsabili.

 

La finanza europea nel suo insieme non sembra comunque fuoriuscire da quella che appare sempre più come una crisi strutturale.

 

L’Europa politica incapace oramai di qualsiasi autonomia deve rispettare le scadenze e le decisioni dell’economia: da questo punto di vista l’U.E. appare come non mai per quello che è sempre stata ossia un coacervo di differenti posizioni con approcci distinti al problema ‘crisi’ a seconda dei punti di vista di questa o quella cancelleria.

 

Berlino, Parigi, Londra, Madrid o Roma poco ‘conta’: l’Unione Europea si rivela una volta di più per quella specie di enorme leviatano che tutto ha disintegrato sull’altare della finanza internazionale, idee poche ma tutte confuse.

 

Possiamo dire che oggi come non mai si palesa l’irresponsabilità dei vertici politici europei. A distanza di vent’anni dalla nascita del trattato di Maastricht e a dieci dal varo della moneta unica che avrebbe dovuto favorire una maggiore integrazione degli Stati appartenenti all’Unione è la finanza che domina incontrastata la politica.

 

A livello di direzione degli affari politici europei sembra confermato che non esiste alcuna strategia comune, così come sembra rilevante che sia impensabile qualsiasi soluzione per una fuoriuscita indolore da questa crisi.

 

Crisi sistemica, crisi ciclica, crisi del capitalismo, crisi del modello di sviluppo consumistico e di quello fondato sullo Stato sociale, il vecchio “walfare”, che di fatto è diventato, non da oggi, una autentica palla al piede per gli apprendisti stregoni della finanza globale.

 

Per capire cosa sta accadendo in Italia con la battaglia, l’ultima prima del definitivo smantellamento di quel poco che resta dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale, sull’articolo 18 che oppone governo a fazioni sempre più minoritarie del mondo sindacale occorre fare qualche passo indietro e tornare ai primi anni Ottanta quando in America, nella Silicon Valley californiana furono varate le prime misure per l’espansione planetaria delle politiche neo-liberiste.

 

Gli apprendisti stregoni del mercato globale e dell’esportazione del sistema di produzione consumistico-capitalista avevano previsto una fase d’espansione dell’economia mondiale che avrebbe, come di fatto è avvenuto, ampliato il raggio d’azione delle compagnie multinazionali attraverso la formula della delocalizzazione: dagli anni Ottanta sempre più aziende hanno cominciato a fabbricare a bassi costi di produzione i loro prodotti nei paesi del Terzo Mondo.

 

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Questo ha favorito progressivamente le nuove economie emergenti (Cina, India, America Latina, Sud Est asiatico) ma ha anche ridimensionato il peso economico e finanziario dei vecchi capitalismi. Tra tutti quello che è rimasto inesorabilmente indietro è stato il capitalismo europeo sempre più stretto tra la tenaglia americana e quella asiatico-orientale con i risultati che maggiori sono i problemi di ristrutturazione per un’economia, quella europea, che appare da anni non competitiva sui mercati mondiali.

 

Il boom dei primi anni Novanta fu un abbaglia che ha continuato ad ingannare soprattutto coloro che avevano sperato nella diffusione di quella che con troppa euforia venne definita “new economy” e “net economy” e che portò ad alimentare artificiosamente l’attività di investimenti con eccessi e surplus che hanno finito col generare un’enorme eccedenza da produzione a livello planetario.

 

In quel periodo si ricorda come l’industria statunitense delle automobili sia cresciuta del 40% all’anno,  ben al di là della domanda. Così l’industria americana delle auto arriva a malapena a vendere il 75% delle oltre 70 milioni di vettura prodotte annualmente.

 

Neppure il livello dei profitti, fino a qualche anno fa mantenuto attraverso la politica di fusioni per delimitare la concorrenza, né le diverse attività speculative del mercato globale sono riuscite a raddrizzare una situazione divenuta insostenibile e malgrado fossero anni che da più parti si preannunciava l’implosione del sistema e di quella bolla speculativa che ne costituiva il nocciolo duro.

 

Appare lapalissiana la crisi strutturale di un sistema neoliberista che non riesce più a conseguire un bilanciamento tra produzione e consumi. Dopo anni in cui il mondo dell’economia e della finanza hanno annunciato trionfalmente l’entrata in una novella età dell’oro su scala globale i conti non tornano. Non esiste alcuna stabilità di assorbimento delle capacità produttive del sistema capitalistico concentrato nelle mani di poche aziende multinazionali che continuano inesorabili le loro attività di disintegrazione di interi tessuti sociali, economici e produttivi distruggendo economie nazionali un tempo ritenute floride e in ascesa.

 

Le dinamiche di questa crisi ci ricordano quelle che portarono alla grande depressione del 1929.

Anche allora fu una crisi da sovrapproduzione che determinò il crollo a Wall Street e – con effetto domino – la caduta delle principali piazze affaristiche internazionali con conseguenti drammatiche ripercussioni sulle diverse economie nazionali.

 

Gli aumenti di produzione non furono compensati da aumenti di reddito equivalenti dalla parte dei salariati i quali , di fatto, erano i soli possibili acquirenti potenziali di questa nuova esorbitante produzione di massa.

 

A quell’epoca per fare fronte alla crisi il modello di produzione fordista premeva per una politica di alti salari, successivamente venne assunta la formula del compromesso keynesiano-fordista che determinò il circolo virtuoso della crescita economica: aumento della produzione di massa attraverso l’aumento della produttività del lavoro (mediante l’organizzazione scientifica) e del capitale (attraverso progressi tecnici); ciò comportò una distribuzione dei guadagni tra salariati e aziende che determinò l’aumento del consumo di massa rimesso in moto da una politica di alti salari e di prestazioni complementari.

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Ma quanto si rivelò valido ottant’anni fa potrebbe non esserlo oggi anche se esistono parecchie analogie.

 

Vediamo dunque come venne analizzata quella crisi da sovrapproduzione. Scriveva nel 1933 Luigi Federici: “Sotto molti aspetti questa depressione economica che, a quanto pare, è cominciata sulla fine del 1929 si presenta come un vero rompicapo. E’ anzitutto la ricerca delle cause quella che mette a dura prova non dico la pazienza quanto l’acume e la scienza degli economisti. Perché mai gli affari, che fino a un certo momento procedevano a gonfie vele, sono andati da un mese all’altro a rotta di collo? (…) Ogni terapia risponde certamente all’opinione che il consigliere si è fatto della crisi. Senonchè come non tutte le opinioni possono essere esatte, così non tutte le cure possono essere efficaci. L’unanimità è raggiunta soltanto sull’igiene: gli statisti – che per altro predicano bene e razzolano male – aggiungono i loro voti al plebiscito che condanna le varie formule di protezionismo, i vincoli al commercio dei cambi, le riparazioni e i debiti bellici. Ma quando dal generale si scende al particolare, quando si va alla ricerca del farmaco specifico ecco che ci troviamo in piena torre di Babele. (…) …lo stesso capita a chi si propone di analizzare la crisi, i cui aspetti formali, oltre che essere numerosissimi e svariati, sono in molti casi addirittura contraddittori. Una vera giostra dei paradossi. Prendiamo ad esempio il caso dell’oro. Al 31 dicembre 1929 la quantità di oro adibita nel mondo a scopo monetario ammontava a 10.294 milioni di dollari. Di questa massa, però, il 38% era posseduto dagli Stati Uniti, il 16% dalla Francia e soltanto il 46% dai restanti 43 paesi a cui si riferisce la statistica. Orbene poiché dalla quantità di oro esistente in ogni paese dipende, grosso modo, la quantità di moneta che nello stesso paese può circolare, e poiché l’altezza dei prezzi delle merci dipende, a sua volta, dalla quantità di moneta circolante (…) come non lasciarsi conquistare dall’idea che la ragione della crisi – la quale si manifesta fra l’altro con un formidabile ribasso dei prezzi – stia proprio in questa sperequata ripartizione dell’oro, in questa paradossale situazione di abbondanza del metallo in due paesi e di relativa scarsità in tutti gli altri? (…) E se dal campo monetario passiamo a quello industriale come ignorare il contrasto fra la difficoltà in cui si dibattono molte imprese per pagare i loro debiti mentre abbondanti capitali s’accontentano, in mancanza di meglio, di ricevere al massimo l’1 o il 2% all’anno nei depositi bancari? O come non constatare la stridente opposizione fra l’accresciuta produttività dell’industria e la riduzione dei consumi senza pensare che la famosa e decantata “razionalizzazione” abbia lo zampino nella crisi? E, come infine, non soffermarsi sul tragico paradosso delle decine di milioni di persone che, per essere senza lavoro, vivono  a stento con le loro famiglie a spesa della beneficenza, mentre milioni di tonnellate di grano, di caffè, di zucchero ecc. deperiscono nei magazzini o vengono in parte distrutti dai proprietari? (…) La più grave ed immediata conseguenza della disoccupazione è però di natura economica, ed è quella della diminuzione dei consumi. Anche fuori di metafora è ben chiaro che nella moderna società civile l’uomo non vive di solo pane. (…) Con un crescendo che non ha avuto soste i bisogni dell’umanità si sono continuamente estesi. Talchè oggi è minima, rispetto al tutto, la soddisfazione che diamo ai fondamentali bisogni fisiologici, mentre massima è quella che accordiamo alla larga schiera di bisogni che si possono chiamare di civiltà.” (1)

 

Ma torniamo all’oggi: l’esempio italiano del Nord-Est , fino a quindici anni or sono preso a modello dai propagandisti del neo-liberismo, è in proposito esemplare: dopo aver favorito l’internazionalizzazione della piccola-media impresa, la sua ‘mondializzazione’ con l’apertura di sedi e filiali in mezzo mondo il mercato ha fatto sentire i suoi colpi di coda. Di fronte alla crisi le aziende multinazionali hanno continuato la loro predatoria attività di sciacallaggio mentre interi comparti della produzione locale del Triveneto finivano inesorabilmente per entrare in crisi a causa della concorrenza dei più vantaggiosi ed economici prodotti provenienti da Cina, Taiwan, Sri Lanka, Singapore, Indonesia, India e dagli altri paesi emergenti del sud-Est asiatico.

 

Un tempo a difendere i piccoli-medi prodotti del ‘made in Italy’ esisteva lo Stato. Oggi questo non esiste più sacrificato sull’altare del neo-liberismo e della globalizzazione economica.

 

Globalizzazione nella quale fanno la parte del leone le banche, gli istituti di credito, la finanza mondiale.

 

Ora possiamo forse negare che, all’origine della crisi, vi siano state le speculazioni effettuate da alcune delle principali banche ebraiche americane?

 

In molti si sono domandati perché nel settembre 2008 allo scoppio della crisi mondiale, la Lehman Brother’s – potente banca d’investimenti di origine kosher – avesse trasferito un qualcosa come oltre 400 milioni di dollari USA nell’emporio criminale sionista alias “Stato d’Israele” e, soprattutto, come mai il denaro in questione sia stato trasferito in tre banche israeliane con l’evidente scopo di evitare l’estradizione bancaria.

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Il fallimento della Lehman Brother’s Bank, fondata nel 1850 da ebrei di origini tedesche,  diede il via alla crisi finanziaria internazionale nella quale si continua a dibattere l’umanità.

 

 

Un servizio giornalistico firmato da “Voice of the White House” espresse chiaramente i dubbi sull’operazione bancaria del potente gruppo d’affari ebraico dilungandosi a spiegare come le leggi in materia bancaria nello stato-pirata sionista agevolassero questo genere di transazioni illegali e semiclandestine. Inoltre le perdite, stimate in 400 milioni di dollari, derivate dalla divisione brokeraggio della banca d’investimenti hanno messo sul lastrico decine di migliaia di piccoli risparmiatori cominciando quella lunga catena che avrebbe coinvolto altri istituti d’affari negli USA e nel resto del pianeta e da molti osservatori di questioni finanziarie definito come “contagio strategico”.

 

Se a questo si sommano le oramai mensili valutazioni delle agenzie di ratings che declassano interi settori bancari e industriali dei diversi paesi occidentali è possibile avere un quadro quantomeno chiaro di chi siano i reali responsabili di questa crisi che rischia di trasformare l’Occidente – e particolarmente l’Europa che dell’Occidente indiscutibilmente è parte integrante – in un gigante malato dell’economia mondiale.

 

Europa, ripetiamolo, incapace di fuoriuscire da sé da quello che appare un autentico collasso del sistema con un gruppo dirigente che appare incapace di  affrontare  l’attuale crisi finanziaria  le cui proporzioni appaiono intollerabili – uno dei pochi dati di fatto emergenti con chiarezza per chiunque non si sia lasciato intossicare dalle notizie sapientemente distribuite dai media: Grecia, Irlanda e Portogallo stanno lì a dimostrare che da questa impasse non se ne esce…e Italia e Spagna sembrerebbero instradate verso un identico destino al di là delle ciancie più o meno governative, degli appelli istituzionali a serrare i ranghi o – peggio – delle rassicurazioni che dovrebbero giungere dagli ‘esperti’…

 

Premesso che gli ‘esperti’ di finanza spesso e volentieri ‘dimenticano’ di ‘azzeccarci’, che la situazione economica non è rosea e la matematica non è mai stata un’opinione cerchiamo di ‘capirci’ qualcosa…anche perché se di economia ‘comprendiamo’ ‘poco’ è altrettanto vero che, chi di ‘dovere’, gli esperti e gli specialisti, economisti e agenti di borsa, uomini della finanza e del commercio, industriali e imprenditori,  negli ultimi anni di crisi dei mercati e di caos della finanza paiono proprio averci capito ancora meno…

 

Innanzitutto appare chiaro il fallimento della politica economica fino a pochi mesi or sono seguita dall’esecutivo di centro-destra: al di là delle quasi quotidiane frasi ad effetto del premier e dei suoi accoliti risultava ovvio che le ricette partorite dal “superministro” dell’economia, Giulio Tremonti, siano servite ad evitare all’Italia il rischio default.

 

Anzi…se Berlusconi aveva, tre anni fa, ‘accolto’ la crisi con la solita rassicurante ironia parlando di “crisi psicologica” (…lo andasse a raccontare a tutti quelli che non arrivano a fine mese…a 8 milioni di italiani sotto la soglia di povertà…un 13,5% di poveri assoluti che quantomeno dovrebbe far riflettere e pensare ai piani alti del ‘palazzo’…) appare chiaro oggi a chiunque non sia così sordo e cieco da voler far finta di niente che non è con le battutine e le barzellette che si possono risollevare le sorti di un paese quale il nostro… Confindustria e Sindacati che pure avevano dato in massima parte larga fiducia all’esecutivo hanno, già da tempo, lanciato l’allarme sul tasso di crescita pari a zero, su una produzione praticamente inchiodata, sui rischi di una imminente recessione (puntualmente arrivata con l’inizio dell’anno in corso) e su una ripresa economica – da troppo tempo annunciata come imminente – che tarda ad arrivare aggravando le prospettive, anche quelle esistenziali, di fasce sempre più ampie della popolazione.

 

Possiamo dire che in Italia abbiamo vissuto probabilmente per troppo tempo al di sopra delle nostre possibilità ma questa non può essere un’attenuante. Anche perché il neo esecutivo tecnocratico dei balzelli e delle tasse non ha risolto alcunché con la supermanovra e neanche sguinzagliando la finanza a destra e a manca per racimolare qualche giudeuro dall’evasione fiscale che, si dica ciò che si vuole, rappresenta una piaga che resterà presente in un contesto come quello italiano dove imprese e aziende sono costrette a subire una pressione fiscale elevatissima – la più alta d’Europa con punte del 60% che di fatto danno una media di 7 mesi lavorativi su 12 che vanno letteralmente perduti per pagare lo Stato (Stato moroso che poi tra l’altro è in ritardo con i pagamenti verso i privati) – e si ritrovano così costrette a dover valutare se continuare a lavorare pagando stipendi e fornitori evadendo il fisco oppure proclamare fallimento.

 

La situazione assomiglia ad un intricato puzzle: siamo di fronte al fatidico gatto che si morde la coda. Col rischio di fallimento generale e la messa in mora dell’economia, almeno di quella piccola e media (che costituisce il 75% dell’impresa italiana), nazionale.

 

L’Italia è arrivata al capolinea. Commercio in crisi, economia in recessione, produzione a zero, famiglie indebitate, mancanza di liquidità. La casta dei politici che sciacallescamente banchetta sul corpo inerme del paese e i banchieri che si fregano le mani…

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E’ il trionfo della combriccola degli usurai…E’ il trionfo della bramosia giudaica.

 

L’Internazionale Ebraica gongola mentre crollano i tempi di Mammona e intere nazioni sono ridotte sul lastrico.

 

 

 

Au revoir…

 

 

 

 

 

 

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

22 Aprile 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

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NOTE –

 

1) Luigi Federici – “Crisi e capitalismo una guida attraverso il caos mondiale” – Ediz. “Ulrico Hoepli”  – Milano 1933.