Archive | 9:13 pm

La disintegrazione del sistema sta già avendo corso – di Luca Leonello Rimbotti

15 Ott

La disintegrazione del sistema sta già avendo corso

– di Luca Leonello Rimbotti

 

La differenza fondamentale tra la concezione platonica dello Stato e quella moderna consiste nel fatto che la prima intendeva costruire una comunità ritagliata sull’idea di Giustizia e di Bene assoluti, un ordine in cui ognuno ricoprisse organicamente il proprio ruolo creando armonie e benefiche reciprocità; mentre la seconda, nominalmente eretta su dogmi di buona intenzione, nella realtà è tutta giocata sugli scatenamenti: di violenza bruta, di avidità di denaro, di narcisismi incontenibili, di minaccia all’integrità dello spirito e della carne. Con l’antico mito degli dèi nacque presso di noi la cultura, e il mito fu il geniale tentativo di spiegare con racconti simbolici i vaghi ricordi ancestrali, gli avvenimenti, i traumi collettivi, le impressioni primordiali legate al potere delle forze di natura. Mito voleva dire, all’alba della nostra civiltà, essenzialmente aggregazione attorno a una storia di simboli, riconoscimento dei fondamenti comuni di un popolo attraverso il metafisico. Fu detto assai profondamente dal filosofo Cassirer che lo Stato nacque insomma dal sentimento dell’ignoto. Il timore e la riverenza per l’ignoto sarebbero stati vinti dall’uomo europeo, che avrebbe cercato di darsi una spiegazione della vita tessendo le sue storie sulla genesi del mondo, sull’origine di se stesso e del proprio sapere e infine dando sbocco alla società, allo Stato.

Per assonanza con queste considerazioni, viene in mente che Franco Freda, nel suo vecchio scritto sulla Disintegrazione del sistema (risalente al 1969, ma poi più volte ripubblicato dalle Edizioni di Ar), parlando della necessità di ripensare una forma di Stato non mercantile, ma eroica, scrisse che si trattava di favorire “l’intuizione del mito, anzi del mistero dello Stato”. Platonicamente, in quelle pagine si dava importanza al lato spirituale e organico dello Stato, il cui fine non consiste nel raggiungimento della ricchezza, ma della felicità.

Libri di Friedrich Nietzsche Qualcuno, prosaicamente, potrebbe obiettare che per l’appunto i soldi, se non danno la felicità, spesso ci vanno vicini. Ma parliamo di due cose diverse. Per Platone la felicità è l’ordine armonico e naturale della comunità, una felice – cioè giusta, cioè benefica – disposizione delle cose umane. La gioia, la spensieratezza, la soddisfazione individuale non c’entrano nulla. Felice è quel cosmo umano in cui tutto e ognuno è al suo posto, come accade tra le sfere celesti. Quindi gerarchia, quindi diversità di posizionamenti – tutti a loro modo essenziali, tutti onorevoli -, e quindi ordinamento per ranghi. Freda – un platonico infelicemente vivente in epoca antiplatonica – ci teneva a rammentare che lo Stato non è riflesso dell’individuo, ma “regime politico di un principio impersonale” che dovrebbe esprimere – e sempre espresse nella nostra civiltà tradizionale – il diritto naturale delle genti eroiche.

Eppure, uno sguardo fermo al nostro più lontano passato, non può non considerare che fu proprio Platone, con la sua vena “razionalista”, a dare il primo colpo della storia al mito, giudicandolo fase aurorale, l’infanzia del popolo: i racconti degli dèi, con i loro intrecci troppo umani, i loro amori, le loro passioni, avrebbero offuscato, secondo Platone, il purissimo rifulgere dell’Idea di perfezione, giacente in alto, nel sovramondo delle mete eternamente inarrivabili.

Julius Evola, Cavalcare la tigre La frattura culturale del V secolo è questa: abbandono della capacità mitica quale base della società e tentativo di elaborare una teorica dello Stato perfetto. Fino ai moderni prolungamenti – tutti, più o meno, platonici – che da San Tommaso (in questo più greco che cristiano) a Machiavelli a Rousseau e a Hegel, determinarono la mistica dello Stato. Tra lo Stato tradizionale storico di Licurgo, di Solone, di Pericle – comunità etnica e guerriera fondata sul mito – e lo Stato filosofico di Platone – comunità gerarchica fondata sul modello ideale – il pensiero politico moderno scelse il secondo, volgendolo in comunità nazionale. Questa la “rivoluzione socratica” così duramente condannata da Nietzsche. Il moderno nazionalismo è nato su una dilatazione di Platone, corrompendone l’immagine, ma trattenendone un riflesso nella dottrina dello Stato nazionale. Il quale surrogò il mito con la narrazione delle glorie patrie. E il nazionalismo cercò, per quanto in suo potere, di mantenere in questo solco, pur sempre tradizionale, il corso di eventi che invece, sulla spinta “liberale” già all’opera dal XVI secolo, viaggiavano potentemente verso lo smantellamento dello Stato e l’erezione, in suo luogo, di amministrazioni pubbliche di interessi privati.

A quel tipo di stato moderno, che poi offrì il fianco all’aggressione cosmopolita, i soli movimenti nazionalpopolari del XX secolo, in modo rivoluzionario nei metodi e conservatore nei contenuti, opposero una rivolta “dorica” e insieme “platonica”, per così dire: una vera rinascita del mito etnico su basi mistiche e, insieme, il progetto di una società dei ranghi. Pericle avrebbe apprezzato, ma, in qualche modo, anche Platone: per il primo, c’erano la comunità guerriera, la protezione della stirpe e l’assemblearismo popolare; ma, per il secondo, c’erano lo sforzo razionale di varare una società dei ceti, una società organica su basi di giustizia, un senso assoluto dell’ordine. Soprattutto, la volontà di erigere lo Stato nuovo fondandolo sulla eguaglianza geometrica: non lotta belluina per il potere e il sottopotere, ma responsabilità di rango. Il risultato, dunque, sarebbe stato che nel XX secolo, in virtù della socialità ancestrale risvegliata, ma anche della politica programmatica, cioè razionale, di quei regimi, si sarebbe potuta ricomporre la frattura “socratica” del V secolo avanti Cristo. Tra le cui fessure si era inserita, nei tempi lunghi, la concezione acquisitiva dei rapporti sociali: cioè il capitalismo. Nel caso degli Stati nazional-popolari, si sarebbe dunque operata una simultanea conversione, riguadagnando il senso della comunità arcaica e conciliandola, allo stesso tempo, entro categorie di razionale organizzazione dell’ordine: e anche Nietzsche, a quel punto, avrebbe potuto sottoscrivere…

Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich Di fronte a questi svolgimenti, quel relitto inorganico che è l’attuale Stato liberale rimane muto, come cosa estranea e ignara. Esso proviene da altri mondi. Mondi non europei. Luoghi in cui la concezione della solidarietà comunitaria è inesistente, esistendo invece quella, molto forte, da predoni del deserto, dell’astuzia al servizio della propria avidità individuale. Oggi, in assenza di élites poli-tiche in possesso di doti anche minime di contrapposizione, la disintegrazione del Sistema liberale è affidata soprattutto alle mani dei liberali stessi. Col sicuro piglio distruttivo di ogni dinamico schiavo di sempre più ansiogene patologie innovative, l’innata vocazione “democratica” alla degenerazione condurrà, prima o poi, alla tremenda implosione che molti invocano. Non si tratta più, oggi, di opporre al caos tecnocratico, come compiuta teoria, una concezione organica di tipo tradizionale, sia essa arcaica o platonica. Il problema è quello di verificare chi, e in quali condizioni, sarà in grado di occupare il terreno, non appena si aprirà il vuoto lasciato dalla società cosmopolita in gigantesca decomposizione. La risposta la daranno, probabilmente, quelle quote di consapevolezza e autocoscienza che ogni popolo riuscirà a trattenere dentro di sé, sia nelle minoranze culturali ideologicamente attrezzate, sia nei sostrati biologici ancora reattivi, e rimasti incorrotti nelle grandi masse. I patrimoni di istinto vitale che languono nei fondali delle masse europee costituiscono il migliore arsenale cui attingere, in un domani imprevedibile, per attivarele energie della ricostruzione su base organica. I sintomi di un inizio di disfacimento del Sistema mondiale sono molti: e l’assalto all’identità europea portato con l’arma immigratoria – su cui le tecnocrazie multinazionali pensano di fondare il loro potere mondiale nel tempo avvenire – costituisce invece l’assicurazione che proprio quel potere sta segando il ramo su cui siede.

Il contatto alchemico tra materiali incompatibili, a lungo andare, provoca reazioni, e a volte reazioni anche esplosive. La regressione verso forme di lotta per la sopravvivenza, quale potrebbe scatenarsi inpresenza di un collasso dei poteri liberal, oppure come reazione fisica alla crescente tortura del corpo etnico delle nazioni, potrebbe essere la matrice di un risveglio delle memorie istintuali e mitiche dei popoli. Potrebbe essere, quella, l’ora in cui i migliori farebbero loro le parole di Carlyle: “Non hai forse un cuore? Non potrai forse sopportare qualunque cosa avvenga? Lascia che venga, dunque: a tutto questo io andrò incontro, e lo sfiderò”. Quelli che ci attendono, probabilmente, non saranno tempi adatti a innalzare teorie o immagini, magari grandiosamente post-moderne. Ma saranno comunque i tempi della memoria e dell’azione, e l’Europa avrebbe l’occasione di saldare davvero, sotto la spinta di un qualche trauma, le sue due anime arcaiche: il suo mito identitario e la sua volontà di edificazione sociale. L’istinto e l’ordine, Nietzsche direbbe: Dioniso e Apollo. Tempi di nuovo dorici e platonici.

* * *

Tratto da Linea del 7 agosto 2005

 

( Fonte: www.centrostudilaruna.it )

Franco Freda, La Disintegrazione del sistema

15 Ott
Franco Freda, La disintegrazione del sistema

Nel 1969, uscì nelle librerie un lavoro di Franco Freda La disintegrazione del sistema, che influenzò in maniera rilevante i giovani neofascisti di quegli anni. Secondo la ricostruzione di Freda, il risultato dello sviluppo europeo è il mondo capitalista-borghese, governato dall’istanza economica e dal principio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In tale contesto, l’esistenza della borghesia dipenderebbe dalla sopravvivenza dello stesso sistema statale, da cui essa trarrebbe sostentamento e protezione. Contro questa degenerazione Freda auspicava la costituzione di uno Stato Popolare, molto simile a quelli del cosiddetto socialismo reale. In politica estera, il nuovo Stato avrebbe dovuto denunciare il Patto Atlantico, rompere le alleanze con le «strutture neocapitalistiche supernazionali» e stipulare trattati con «gli Stati realmente anticapitalisti». Freda teorizzava così l’eversione totale del sistema politico esistente attraverso un’«azione rapida» che conducesse ad «accelerare l’emorragia» e, quindi, a «sotterrare il cadavere». In quel contesto – in cui l’attacco alla società borghese era parte integrante della cultura neofascista come, lo era stato, di quella fascista – l’originalità dell’impostazione frediana dipese anche dalla teorizzazione del cosiddetto «fronte unito rivoluzionario». Questo va inteso non come una mera ipotesi teorica, ma come una concreta proposta strategica. Così, forgiando dei «soldati politici» in cui la «purezza giustifica ogni durezza e il disinteresse ogni astuzia», dovrebbe essere instaurata un’unità operativa con tutte le forze antisistema di forze di estrema destra e di estrema sinistra.

F. Freda, La disintegrazione del sistema, Padova, Edizioni di AR, Padova 2000, 34-49.

 

( Fonte: http://www.storicamente.org/07_dossier/sessantotto-guerrieri_link18.htm )

Franco G. Freda – Biografia

15 Ott

Franco G. Freda

franco-giorgio-freda

 

Incipit dell’interrogatorio di Freda al processo per Piazza Fontana. Milano, 2001.

BIOGRAFIA

Di origini irpine, Franco Giorgio Freda nasce a Padova, l’11 febbraio 1941. Attento alla politica fin dal ginnasio, presiede il Fuan San Marco (l’organizzazione degli studenti universitari del Movimento Sociale Italiano), rendendolo poi autonomo da quel partito – che ritiene non ‘in ordine’.

Dopo essersi laureato in giurisprudenza, discutendo con il professor Enrico Opocher la tesi su “Platone: lo Stato secondo giustizia”, costituisce, nel 1963, il Gruppo di Ar. Tale sodalizio balza subito ai rumori delle cronache diffondendo un opuscolo che compendia alcune teorie revisioniste sull’“Olocausto” e spinge il senatore ebreo comunista Terracini a formulare ai ministri dell’Interno e di Grazia e Giustizia una faconda interrogazione (dove si parla di “un immondo fascicolo antisemita” e si domanda quali misure fossero state prese “per cauterizzare la piaga fetida e purulenta prima ch’essa allarghi la sfera della propria azione”). Sempre nel 1963, Freda fonda le Edizioni di Ar, che aprono il proprio catalogo con il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane di Arthur de Gobineau. Nel 1969, pubblica La disintegrazione del sistema, nota sua scrittura di contrasto.

Le Edizioni di Ar – il cui catalogo raccoglie centinaia di titoli e si ramifica ora in una ventina di collane – riuniscono i classici del pensiero antiumanistico e antidemocratico (antimoderno), da de Gobineau, a Nietzsche, a Spengler, a Evola. Verso la fine degli anni ‘70, durante la lunga inclaustrazione, Freda inaugura la collana per lui capitale, ‘Paganitas’, che comprende le voci più significative della non-cristianità, da Celso (la prima traduzione in Italia del Discorso di verità appare, nel 1978 appunto, a cura sua), a Giuliano Imperatore, a Porfirio, a Pitagora, fino ai contemporanei.

Dal 1971, il processo (politico e quindi giudiziario) per la strage di Piazza Fontana vede l’Editore tra i principali imputati, fino al 1987, quando la Corte di Cassazione stabilisce la sua non-responsabilità per la strage, confermando le due sentenze assolutorie di appello di Catanzaro e Bari.

Nel 1982, viene condannato definitivamente a quindici anni di carcere per associazione sovversiva.

Attento studioso dell’etnicità, Freda definisce, nelle proprie opere più recenti, i principii di un razzismo “morfologico”. Nel 1989, fonda il movimento politico-culturale “Fronte Nazionale” – il cui atto costitutivo ufficiale reca la data del 1990 – e pubblica L‘Antibancor (rivista periodica di studi economici e finanziari) e numerosi volumi dedicati alla questione razziale connessa con i problemi migratorii.

Il Fronte Nazionale esprime la propria preveggente apprensione di fronte alla mostruosità del disegno di una (pretesa) società multietnica e all’inumanità della globalizzazione. Esso si propone soprattutto come scuola, come luogo di formazione politica. Ma alcuni magistrati ritengono che sediziose e nocive siano le parole di Freda (“ontologicamente criminale”? domanda allibito alla corte il difensore di questi, l’avvocato Carlo Taormina) – e irridono la sua previsione dei conflitti razziali che pur vanno profilandosi. Freda viene condannato, così, a tre anni di carcere e il Fronte Nazionale è sciolto dal Consiglio dei Ministri, nel 2000, sulla base della legge Mancino-Modigliani.

Nel 2004, l’Editore dà vita a una nuova collezione di Ar, che ospita i testi di Friedrich Nietzsche con l’originale tedesco a fronte (e mira a ripulire le scritture nietzscheane dall’invadenza dei ‘passatori’ infedeli), dando alle stampe L’anticristiano.

Attualmente il concerto di voci da lui ordinate varia dal libretto per fanciulli sul come astenersi igienicamente dal Dio-unico, alla calligrafia erotica, ai testi filosofici, politici, genealogici, a volumi sull’arte e l’estetica, a vigorosi pamphlet d’assalto.

Franco Giorgio Freda

(da La disintegrazione del sistema, V edizione)

S’i fossi Freda arderei il mondo. Una vita tutta al superlativo. Bellissimo e dannatissimo, capelli bianchissimi, ribelle non per una stagione ma per tutta l’esistenza, accusato a gran voce non di aver ucciso un paio di persone in un reflusso di pathos ma di aver organizzato la strage di Piazza Fontana, madre di tutti i ‘sacrifici’ politici (e poi assolto, dopo un processo decennale che tenne l’Italia incollata ai telegiornali). Timbro di voce più che grave. Cercagli solo un capello non bianco, grigio chiaro, sulla sua testa e non lo trovi. E’ completamente candida, senza sfumature, senza sbavature. Contro lo stato al punto da non concederglisi nemmeno nel nome. Franco per l’anagrafe, per la legge e per i curiosi; Giorgio per sé e per tutti gli altri.

Anche se è da vedere, qui, come nella sapienziale e sorprendente chiusa dell’Eneide, chi arde e chi è arso, perché la sorte di Freda comincia a mandare vampe ben prima della sua nascita, con un trisnonno, notaro irpino e munifico sindaco antiborbonico (“i limiti del razzismo biologico” – chiosa l’epigono, di avviso completamente opposto…), finito nel mirino del brigante Crocco, che gli incendiò la biblioteca e gli affumicò i tomi di diritto pubblico e privato insieme a un po’ di carmi latini, postillati con grandi ghirigori ai tempi venerandi delle scuole ottocentesche.

“Studia, Michelangelo, che sennò ti tocca fare il pubblico ministero…” – diceva don Gennaro Freda. Mica con sprezzo: è che allora usava così; era un altro mondo in cui i pubblici ministeri venivano considerati come il due di picche. E il figlio, il bisnonno del nostro protagonista, studiava leggi e leggine, a Napoli, pur restando un ‘campatore’, amante della vita gratuita e voluttuosa. Altre vampe: il rosso dei capelli della postigliera di cui sussurrano conobbe le grazie, sottraendole agli altolocati sospiri del barone indigeno. Bocche di donne e paragrafi di pandette…

I cafoni se ne andarono e cominciò a tirare brutta aria, aria di ‘incivilezza’ in paese. I campi, senza braccia che li lavoravano, parvero, da infiniti che erano, raggrinzirsi e diventarono poco più che fazzoletti. Tutto era cambiato quando nacque, circa un secolo dopo, Franco Freda di Michelangelo, che il suo nome anagrafico lo apprese solo, con una certa perplessità, in prima elementare. Nacque aspramente, a Padova, in una fredda notte di guerra. Il padre, soldato, a obbedire al Duce, che lo spedì a combattere ai quattro angoli d’Europa. Nel febbraio del ’41, gli era appena morto un commilitone che si chiamava Franco. La levatrice fu così mandata a iscrivere il piccolo all’ufficio anagrafe con ordini confusi. Giorgio… Franco… Lei ricordò solo il secondo nome: Franco, e così dichiarò. Ditelo ai misteriologi che non c’entrano i nomi di battaglia.

Incendio numero uno: il covo di via Patriarcato nel centro storico di Padova, dove Freda riuniva la sua snella masnada e dove aveva aperto, nel ’68, una libreria dal nome odioso a Padova tutta, la Libreria Ezzelino. 1975. Forse un commando delle Brigate Rosse. Forse c’era con loro un noto ideologo scarlatto. Di sicuro, dentro i locali, c’erano due persone e un bambino di pochi mesi e, di sicuro, se non ci fosse stata l’uscita sul retro, si sarebbero tutti e tre cotti a puntino. Avevano buttato una molotov e chiuso la serranda, trasformando la libreria in un forno. Freda era già in galera da quattro anni e di anni ne aveva trentaquattro. I suoi maglioni col collo alto, i suoi zigomi alteri, la sua schiena dritta e le sue idee inconcepibili, sospese tra la Grecia di Eraclito e Platone, la scrivania di Nietzsche e il Terzo Reich, avevano già fatto il giro delle gazzette.

Incendio numero due. Via San Biagio (sempre in centro a Padova). Brucia l’ex studio di Freda adibito a deposito dei volumi di Ar, la sua casa editrice, fondata nel 1963. E giù altri libri affumicati, Celso, Porfirio, i Discorsi contro i galilei di Giuliano Imperatore. Siamo negli anni ‘90. L’Editore (così lo chiamano i suoi aficionados) è di nuovo in rotta con il diritto italiano per aver fondato, nel 1990, un movimento politico, il Fronte Nazionale, che voleva impedire l’ingresso massiccio di immigrati in Italia. Allora, se ne coglievano malcerte (ma per lui certissime, così come è stato) avvisaglie. Si trovava ancora in galera, Freda – sarà stato il 1987, poco prima della scarcerazione definitiva per Piazza Fontana – quando vide la prima immagine di un gruppo di vu’ cumprà all’ombra della madunina, sotto le spade celesti delle guglie del Duomo di Milano. O è un fotomontaggio o è un’indecenza – pensò. Non si concesse neanche due anni di congedo dalle cure politiche e, nel 1989, cominciò ad attraversare l’Italia per costituire il Fronte Nazionale, che il consiglio dei ministri disciolse, nel 2000, per le sue frizioni con la legge Mancino. Dieci anni di vita: quanto basta perché i balconi bombati dello studio di via San Biagio, davanti alla storica biblioteca universitaria, si annerissero, e non metaforicamente.

Mettiamoci anche le fiamme della guerra che il piccolo Giorgio conobbe nei suoi primi anni di vita. Mettiamoci gli urli delle sirene e il mormorio lento, inerzia e rassegnazione, dei rosari ascoltati nei rifugi. E mettiamoci il cielo che si rovesciò, un giorno, frantumando gli affreschi del Mantegna. Il filobus che si ferma di colpo. L’ululato della sirena. La gente che corre tentando di scappare dal cielo, che non finiva mai. E lui, Giorgio, attaccato al petto di un’amica della madre che se l’era portato con sé in giro per la città. Lei paralizzata; l’autista fuggito in barba a decenze e doveri e, all’improvviso, la lana dura del cappotto di un soldato tedesco, Alfred, che si era infilato il piccolo dentro il suo bavero e li trascinava entrambi al più vicino rifugio e poi, dopo una pausa interminabile, lo riportava a casa, dalla madre e dalla sorella, quando gli amici di Pippo, il tremendo bombardiere alleato, avevano finito le munizioni. “Noi sì morire, i bambini no” – disse il tedesco, umano troppo umano. Facile diventare nazisti. Ma non Giorgio, lui non sarebbe mai diventato nazista per questo, sull’onda del sentimento. Lui, se un po’ lo fu, è perché indotto dal suo Platone, compulsato tra il liceo e la laurea, e per un’innata sensibilità per lo stile. Per lui Alfred non è nazismo: è ancora folklore, seppur gradevole.

Come non è un ricordo fascio quest’altro, di quando i rossi cercarono di linciare suo padre nel giorno dell’attentato a Togliatti. Suo padre la guerra la fece fino in fondo, fascista fino alla fine, e provò la dolcezza delle bucce di patate nei campi di concentramento tedeschi, subito prima di fare lo scudiero di Mussolini nella Repubblica Sociale, e ritornò a casa senza stivali, lasciati come giusto pegno di guerra a un partigiano. Rabbia, amarezza, anche se lui fascista lo era solo perché era fascista lo stato, la sua nazione, e non fu mai come il figlio, ribelle e libero nella passione ideologica. Finita la guerra, Michelangelo Freda riprese il suo ruolo di servitore dello stato, direttore del più odioso degli uffici, l’ufficio imposte, e si portava la legna da casa per la stufa per non approfittare dello stato. Uomini ormai estinti anche loro, insieme allo stato che veneravano. Un po’ di rammarico politico gli era rimasto, però, un’ombra di nostalgia, e bastò per indurlo a diventare il segretario della sezione dell’Uomo Qualunque di Adria, città in cui risiedeva per lavoro, prima di trasferirsi a Piove di Sacco e infine a Padova. Nel giorno dell’attentato a Togliatti passeggiava insieme a suo figlio (fate voi il calcolo di quanti anni avesse), quando un nugolo di rossi gli fu addosso menando calci, pugni, ingiurie. Cosa volete, allora mancava il diversivo del “Grande Fratello” e la politica era passione.

Ma chi cercasse in Giorgio del rancore per quegli episodi, del risentimento mascherato da ideologia, non ne troverebbe un grammo. Per lui à la guerre comme à la guerre, per sé e per gli altri, e basta con le moralette, con i vittimismi, con il moccio al naso.

Insomma, ecco, tutto il contrario del neofascismo italiano retorico e bigotto, puntellato di labari e lacrime, di commemorazioni e sceneggiate. Tutto il contrario del “sangue-dei-vinti”, del “cuori-neri” style che ora impazza. Non parlate a Freda delle foibe, non parlategli delle cattiverie dei partigiani, dei massacri di Stalin, non pretendete che lui usi per l’Italia la parola patria (“sono italofono, non italiano” – precisa), non aspettatevi di vederlo commosso per le tredicenni violentate dopo il 25 aprile. Le uniche figure che muovono il suo cuore, al plauso, sono le due vendicatrici, Maria Pasquinelli, l’erinni che uccise, nel 1947, a Pola, il brigadiere generale W. De Winton (comandante della guarnigione britannica), e Alfa Giubelli che, nel ‘56, vendicando con la madre uccisa il fascismo, accoppò il sindaco comunista del paese, ex partigiano.

“Prima ci si vendica e poi si fa la pace” – pare abbia detto Freda al giovanotto Ventura che comiziava, nel 1967, di pacificazione necessaria. O lo scontro totale con l’inaccettabile – ai suoi occhi – ipocrisia postbellica, o la distanza assoluta, la monacalità. “Un monaco” – si definisce oggi, mentre cesella, con puntigliosità ‘imperdonabile’, le sue traduzioni da Nietzsche e da Spengler, mentre pensa alle nuove voci da aggiungere alla sinfonia antimoderna, antiumanistica, antiborghese e antisentimentale delle Edizioni di Ar, che va dagli Aurea carmina di Pitagora alla gaia erotica, a Nietzsche, a Evola, al Mein Kampf (ma in livrea bella e preziosa, mica con quei goffi grassetti pseudorunici da santino nostalgico).

Esserci, comunque, quando Freda duellava con D’Ambrosio agli albori del processo per Piazza Fontana. Esserci quando imponeva alle guardie di attendere che si potesse infilare i guanti prima di mettergli le manette o gli schiavettoni, che il ferro democratico non toccasse i suoi polsi. Esserci quando, giovanissimo, passando tra i tavoli del Pedrocchi, lo storico caffè padovano, indicava al suo seguito i reduci del fascismo, intenti a scordare nell’ebbrezza alcolica e nelle chiacchiere vacue i bei tempi, dicendo aspramente: “Guardateli, quelli che hanno perso la guerra”. Esserci, in via Patriarcato, ad ascoltare, nelle sere di sabato, le sue letture del Federico II di Kantorowicz, con quella voce e quella faccia fatte apposta per la recita di leggende anacronistiche. Esserci quando gabbò le guardie, a Catanzaro, e si “allontanò” (come preferisce dire) dal domicilio coatto prima di beccarsi l’ergastolo per strage (poi annullato con triplo sigillo), andando a passare quell’inverno esistenziale in Costarica. Esserci quando, durante il breve esilio, gliene succedevano di tutti i colori intorno – e non è uno che ami i romanzi. Esserci quando, ancora oggi, incanta agricoltori e impiegate delle poste, che potrebbe arruolarli di certo se gli interessasse fare la guerra. Esserci quando, nel 2000, citato come teste nel corso dell’ennesimo processo per Piazza Fontana, interruppe il pubblico ministero, che aveva cominciato a interrogarlo senza presentarsi, innescando una micidiale ‘sticomitia’:

“Chiedo scusa, signore, lei chi è?”

“Sono il pubblico ministero.”

“La riverisco.”

Un uomo inimmaginabile. Che appassiona o atterrisce. Che si venera istintivamente o si evita in toto. Da recitare tutta la “Marcia del coraggio” di Papini, prima di incontrarlo, ché, come minimo, ti farà vergognare di quello che hai appena detto, letto, non fatto, mangiato. Con il suo staffile letterario sempre pronto:

“Questo popolo di cialtroni, di carogne, di osti, di legulei, di traditori…” (dal pamphlet In alto le forche!)

Con i suoi giochi di etimi e radicali linguistici:

“Noi dobbiamo situarci sulla linea che segna il confine tra cielo e terra, in cui cielo e terra si confondono: in cui l’illuminante e l’illuminato danno vita al luminoso.” (da La disintegrazione del sistema)

Antimondano da spavento. Disgustato dai politicanti attuali. A un passo dal rinunciare alla lettura del quotidiano, di cui lo incuriosiscono appena le avventure della politica estera. Sobrio. Secco. Severo. Ma, a sentire le femmine che gli girano e giravano e sono sempre girate intorno, pure “seducente”. “Ammaliante”. “Affascinante”. Donne anche di sessanta, settant’anni che, ricordandolo, te lo dicono così, in un soffio, come adolescenti alla prima cotta: “affascinante”. Un ‘campatore’ al modo del bisnonno, ma più da proiettili che da pandette. “Bocche di donne e di fucili”…

Prima di accalorarsi per i trecento di Leonida, Freda ama Attilio Regolo, la cui fedeltà scordò ogni convenienza e ogni compiacimento. Vincere in questo mondo non gli preme, non gli importa nulla del successo mondano, ma se vincesse lui vorrebbe fare fuori “anche il cane di casa” dei nemici. Tranquilli, non c’è quel rischio. In una recente intervista (delle pochissimissime che concede), alla domanda: “Come pensa debba muoversi l’uomo ‘in ordine’?”, ha risposto con decisione: “Non deve muoversi. Deve stare fermo, raccolto in sé, concentrato in sé. Naturalmente, nel proprio miglior sé.”

S’i fossi Freda, in effetti, pensandoci bene, non lo arderei mica questo mondo, che poi col cavolo che si sopravvive con tutte le esalazioni chimiche nocive che si sprigionano. S’i fossi Freda, a questo punto, capito come funziona il fatuo giochino della modernità ragionevole e plurale, tollerante e pietosa, me ne starei ben trincerato nella mia torre d’avorio patriarcale, ad Avellino, tra il monte Terminio e il monte Partenio, grazie alla sorte pure dietro un paio di colonnuzze doriche, a tradurre e a tramandare. E questo fa infatti, l’editore più tabù d’Italia, candido e inafferrabile.

Dudù

 

Intervista a Franco G. Freda su ‘Libero’ (28 marzo 2012)

di Francesco Borgonovo

Franco Freda è uno dei personaggi chiave del film di Marco Tullio Giordana, “Romanzo di una strage”, in cui è interpretato da Giorgio Marchesi. Gli abbiamo chiesto, tramite scambio di e-mail, di esprimere il suo pensiero sul film e su alcune dichiarazioni del regista.

– Andrà a vedere il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage?

– Non vado al cinema. I romanzi preferisco viverli. Ho incontrato negli anni personaggi straordinari, nel bene e nel male, ho conosciuto il gioco del destino, che, anche spietato, ha sempre una sua grazia e grandezza e certo non è mai un moralista, sono inciampato in situazioni rocambolesche, da venturiero: quello è il mio romanzo. Ma ho l’impressione che nel film di Giordana non ce ne sia traccia.

– Ha letto sui giornali qualche articolo riguardo al film?  E’ curioso di vedere come l’hanno rappresentata?

– Nessuna curiosità. Mi sottraggo così all’insolenza, con l’indifferenza. Però ho notato i toni sguaiati da Wanne Marchi che sono stati usati per la propaganda del film. Se si volesse parlarne con onestà, occorrerebbe dire che Piazza Fontana è un mistero. Invece Giordana e i suoi hanno fatto di tutto pur di addomesticare il mistero, ridurlo, adattarlo. Non allo schermo, ma alle loro dimensioni. Occorrevano un Sofocle, un Euripide e davvero allora il mistero avrebbe trovato le sue parole.

– Che cosa pensa dell’idea di raccontare quei fatti in un film?

– Che prima occorrerebbero i fatti. E’ dai foschi anni ‘70 che abbiamo solo interpretazioni. Oh, tutte quante interessantissime: perché rivelano il temperamento e il valore di chi le ha concepite.

– Il regista (o collaboratori del regista) ha mai cercato di contattarla per farle domande o ottenere documentazione?

– Mi hanno contattato, ma non per farmi domande. Hanno cercato di convincermi dei vantaggi commerciali che avrei avuto se li avessi autorizzati a esporre, in una scena del film, il volume del Mein Kampf da me curato due anni fa per le Edizioni di Ar. Vede: è la stessa questione delle interpretazioni. Loro sono dei posseduti dall’ideologia (o dalla fame?) del denaro, mentre io, nel ’69, nel mio scritto “La disintegrazione del sistema”, miravo a un comunismo platonico che abbattesse la proprietà privata. Per questa rivoluzione castrense, francescana, avevo pensato addirittura di arruolare anche i compagni.

– Nel film il suo personaggio è piuttosto sulfureo e su di esso si allunga più di un’ombra. In particolare, in un scena si racconta che (riprendo dal comunicato di Giordana) “poco prima della strage, Freda aveva acquistato 50 timer uguali a quello utilizzato alla Banca dell’Agricoltura”. Di fronte a questa affermazione degli inquirenti, il suo personaggio risponde che servivano per un’altra causa. Corrisponde al vero?

– Corrisponde alle mie dichiarazioni processuali. Ricordo con nostalgia il capitano Hamid, il destinatario dei cinquanta timer: gli ho intitolato una collezione delle Edizioni di Ar.

– Alla fine del film, e nelle note del regista, si legge: “Freda e Ventura, prima condannati e poi assolti per insufficienza di prove, sono stati infine riconosciuti colpevoli dalla Suprema Corte di Cassazione, ma non più ‘giudicabili’”. E’ così?

– Il guitto Giordana può ripetere ciò che vuole. Non è così: semplicemente, così pare a loro. Ma queste sono vendette ideologiche che non possono proprio essere prese in considerazione, altrimenti è la fine dell’etica giuridica e del suo principio cardinale: che nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso reato. La mia responsabilità penale per Piazza Fontana è stata esclusa: c’è una sentenza di assoluzione della cassazione. E adesso si oppone una seconda sentenza della cassazione? Ma che dignità può avere? La cassazione avrebbe cassato sé stessa? Che rispetto di sé!

– Giordana si ispira dichiaratamente alla celebre frase di Pasolini “Io so. Ma non ho le prove”. Precisando poi: “Oggi, passati più di quarant’anni, queste prove sono finalmente accessibili, a disposizione di chiunque voglia davvero sapere”. Che ne pensa?

– Penso che i miei avversari ideologici d’antan, dopo lungo ruminare, abbiano fatto pressoché tutti fini pessime, da sfigati. Quella di Pasolini è nota. Oggi è nota pure quella del giudice D’Ambrosio, che dopo essersi dato alla politichina si è messo a gnaulare a mezzo stampa perché Giordana e i suoi non l’hanno – e qui ci sarebbe da usare un verbo un po’ triviale, ma non lo facciamo – badato, nell’allestimento del film. E io che lo consideravo un avversario di rango! Hanno ragione i giapponesi che danno solo le medaglie post mortem. Insieme ad Alessandrini, D’Ambrosio aveva scommesso con me e Ventura che se fossimo stati assolti ci avrebbe offerto una cena. Ma mi è scaduto, quindi non gli ho ricordato il suo obbligo. O dovere – se si trattasse di uomo d’onore? Casso dalla memoria anche quello.

– Il film sostiene un’ipotesi suggestiva. Che in piazza Fontana furono piazzate due bombe da “ambienti” e “poteri” diversi. Forse anarchici da una parte e “neonazisti” manovrati da chissà chi dall’altra. Le sembra credibile?

– 12-12-‘69: Odissea nello spazio?…

– Lei ha mai avuto a che fare con il commissario Calabresi?

– No.

– Che cosa pensa dell’assassinio di Calabresi e di ciò che scrissero i giornali di sinistra prima che avvenisse?

– Penso che molti intellettuali di sinistra, allora come oggi, scrivessero intingendo la penna nell’inchiostro del risentimento. Non si facevano problemi a sacrificare un uomo alla propria furia. Erano bestie sanguinarie, agili, abilissime: al punto da sembrare filantropi.

– Scrive Giordana a proposito dell’omicidio di Calabresi: “L’azione non sarà mai rivendicata. Vendetta del proletariato? Ritorsione neo-nazista? Operazione sotto copertura dei servizi segreti?” Lei che ne pensa?

– Che mi fa venire il mal di testa.

– Esistevano “legami tra estremisti veneti e oscure forze organizzate per contrastare, in caso di guerra, un’eventuale occupazione sovietica”? Se ne parla sempre nel comunicato di presentazione del film, dove si racconta che Calabresi, continuando a indagare, era “incappato nella rete Stay Behind”.

– Ma io vivo ad Avellino, nella piazza intitolata alla rivoluzione dei carbonari, alla primavera dei popoli: cosa vuole che sappia di queste cose? Mi interesso della carboneria irpina del XIX sec, non della massoneria italiana del XX. Al massimo dell’operazione Alzo Zero, o Karstquelle…

– Esisteva un “rapporto tra eversione e Stato”? O fra “eversione” (immagino che questa parola si riferisca anche a lei) e servizi segreti, Nato eccetera?

– Le Badolliotruppen?… Per carità! Nel ’68-’69 io volevo fare la rivoluzione, non un golpe militaresco. Volevo il caos, il nichilismo, non il potere sugli italioti. Neanche se si mettessero in ginocchio vorrei governarli. Ricordiamoci di cosa diceva il Duce: “Governare gli italiani non è impossibile: è inutile.”

– Chi ha messo la bomba a piazza Fontana?

– Dopo quarant’anni un’Amministrazione di settanta milioni di abitanti, con polizia, magistrati, minustrati, pennaioli, cinematografari, guitti delle lettere e della politica, pone a me questa domanda?

– In ogni caso, qual è la sua versione dei fatti?

– La mia avversione ai fatti così come vengono rappresentati è contenuta in un libello delle Edizioni di Ar che abbiamo stampato nel 2005. Si intitola “Piazza Fontana: una vendetta ideologica”, ed è un suggerimento a interpretare la vicenda in ottica nietzscheana e disincantata.

– Perché a suo parere non si è ancora fatta chiarezza sui fatti di cui sopra?

– Ho l’impressione che ci sia in giro uno straordinario difetto di intelligenza e di buon gusto. A Paolo Cucchiarelli, che pretendeva di sapere cosa ne pensassi del suo libro, la matrice del film, ho mandato a dire una cosa del genere: che l’umano non è quasi mai geometrico e sistematico e occorrono dita sottilissime, attente, e soprattutto dotate di una certa grazia benevola per districare i suoi fili. La verità è forse il premio di chi sappia essere più umano, in questo senso, e meno mondano. Certo dev’essere cosa lievissima, la verità, preziosissima, che non si darà mai all’iroso, al fazioso, all’ambizioso, all’inquisitore ‘lurco’ che le muova incontro agitando i pugni.

 

 

( Fonte: http://www.edizionidiar.it/franco-freda/ )