Archivio | 11:27 am

Verità storica o verità politica? di Serge Thion

16 Ott

Verità storica o verità politica?

Serge Thion


[100]

Ecco un individuo che afferma che le camere a gas dei zampi di concentramento tedeschi non sono mai esistite, che sono esserizialmente un mito, nato dagli orrori della guerra. Scandalo. Si denuncia quest’uomo come un pazzo o un nostalgico del nazismo. A prescindere dal modo in cui questo individuo e le sue affermazioni provocatorie vengono etichettati, il suo caso appare chiaro e privo del minimo interesse.

Ma, stranamente, il caso si gonfia, acquista proporzioni inattese, dilaga sulla stampa nonostante il desiderio di smettere di parlame che questa rivela. Ministri rilasciano dichiarazioni, parlamentari interpellano il governo e uno di essi ne approfitta per chiedere l’introduzione in Francia del Berufsverbot, l’interdizione del pubblico impiego agli “estremisti”. Dall’ottobre 1978 la stampa non riesce più a ensurarsi perché si verificano disordini all’Università di Lione-2, perché, sommerso da ingiurie, l’interessato si divincola e bombarda i giornali con richieste di rettifiche a termine di legge, perché si istruiscono processi per stampa, se ne parla allestero e perché infine i movimenti antirazzisti decidono di schiaociare il tanghero intentandogli un processo con l’accusa, del tutto originale per il diritto francese, di avere “volontariamente falsificato la presentazione della Storia”. Notiamo la S maiuscola e aspettiamo di vedere come la giustizia se la sbroglierà con questa ipostasi.

[101]

La voce che le idee di questo Faurisson siano oltraggiose in quanto emanazione di un nazista, o di un filonazista, e di un antisemita, si diffonde per la città, anche quando non è stampata nero su bianco. Che lui respinga sia l’una sia l’altra definizione, che a questo riguardo vinca un processo per diffamazione contro “Le Matin de Paris”, non muterà affatto le convinzioni dei suoi detrattori, basate non tanto su ciò che dice quanto sulle intenzioni più o meno losche che gli si attribuiscono. Bisogna dire molto chiaramente che questi processi alle intenzioni non onorano i censori, ma soprattutto che non sta qui il nocciolo della questione. Si può certamente dire che Faurisson è un uomo di destra. Tuttavia, va anche ricordato che i suoi allievi e moltissimi tra i suoi colleghi lo consideravano, fino allo scoppio dell’affare, piuttosto come un uomo di sinistra. In ogni caso, egli è un uomo solo. Quanto ai suoi sentimenti politici, non ci trovo, per quel che ne so, niente di attraente se non un rifiuto dei tabù intellettuali e una certa propensione, che condivido, a schierarsi dalla parte dei vinti, di coloro che si trovano, o si ritrovano, dalla parte opposta a quella del più forte. Questa propensione, secondo me, non basta a fondare una morale politica, ma è un ottimo vaccino contro le illusioni del potere.

Ciò che si deve respingere con estrema energia è che qualsiasi argomentazione di un nemico politico sia automaticamente da considerare falsa, nulla e inesistente. Conosco gente di destra capace, all’occorrenza, di dire cose sensatissime e gente di sinistra in grado di sputare enormità che fanno raggelare il sangue. Né il primo fenomeno né il secondo, ed essi sono noti a chiunque, ha mai indotto me, o qualcun altro, a cambiare opinione politica. Ma ho potuto impararne qualcosa, oppure ho cambiato opinione su un punto ben preciso, procedendo poi ad integrarla nel mio modo di vedere le cose.

Non ci si deve quindi accontentare di chiedere libertà di espressione per i nostri avversari, fossero pure nemici della libertà, come elemento altrettanto essenziale della nostra stessa libertà di espressione, da cui è indivisibile, ma si deve insistere sul diritto di comprendere, di interpretaro le loro affermazioni senza farsi trattare da complici idioti.

Niente obbliga, per capire che ci si è sbagliati, ad andare a piangere lacrime d’innocenza tradita suIla stampa avversaria e a vendere a caro prezzo il racconto pietoso delle proprie ingenuità successive.

[102]

Faurisson, dunque, secondo me, è un uomo di destra. Ciò che pensa del significato politico delle sue affermazioni non ci interessa molto. Non abbiamo alcun motivo per discutere delle sue intenzioni. Ma egli fa delle affermazioni a proposito di fatti e di realtà di un vicino passato. Certo, che un individuo più o meno qualificato scriva non importa che cosa su non importa quale argomento, è una constatazione di schiacciante banalità. Vi basta conoscere un po’ un argomento per averlo studiato in profondità o una situazione per averla vissuta, per rendervi conto che le colonne dei giornali e gli scaffali delle librerie sono ingombii di elucubrazioni che nulla in apparenza distingue da opere serie meritevoli di stiTna. La spaventosa tragedia della deportazione s’è rivelata un tema adatto ad ogni tipo di affabulazione che solo degli ex deportati possono identificare di primo acchito. Per noi è più difficile.

L’affermazione secondo la quale le camere a gas non sono esistite fa quindi immediatamente pensare a quel “non importa che cosa”, all’universale e insipida salsa che condisce oggi tutti i piatti dello spirito.

Di fronte ad avversari così meschini, confusi in dispregio della realtà, si è allora vista levarsi una toccante unanimità nazionale. Ministri, parlamentari, editorialisti di ogni bandiera hanno accusato le nuove generazioni di ignorare il passato e fors’anche addirittura di fottersene. Su “Le Monde” del 21 febbraio ’79 si è scatenata l’artiglieria pesante, con una dichiarazione solenne firmata da trentaquattro tra i più noti dei nostri storici, i quali affermano che non ci si deve chiedere come un fatto possa essere accaduto, in quanto, convinto della sua esistenza, lo storico non è spinto a rimetterlo in questione. Ecco un intollerabile limite che nessuno tra loro accetterebbe per le proprie ricerche, nello specifico campo cui si riferiscono. Se ci penso, mi prende un senso di vertigine: di quale fatto storico, di qualsiasi tipo possa essere (innanzitutto economico, ma anche militare, culturale, sociale, psicologico, ecc.) potrei mai dare una spiegazione senza essermi interrogato, prima o dopo, sulle modalità tecniche della sua esistenza, sul come del suo perché? Capisco perfettamente il motivo per cui tanti eminenti storici hanno finnato quel testo. (Non mi chiedo perché altri storici, altrettanto eminenti, non l’hanno finnato, né perché anche la maggior parte dei veri specialisti del problema si sia astenuta.) L’hanno fatto per solidarietà intellettuale e politica, più

[103]

che per competenza reale, in quanto nell’insieme essi lavorano in settori diversissimi. Hanno firmato sulla fiducia. Quel che mi pare più stupefacente è proprio che, per fare quell’atto politico impedire qualsiasi dibattito sull’esistenza delle camere a gas degli storici abbiano avallato un testo che espressamente limita il campo della ricerca a quanto acquisito dalla generazione precedente. Per me, che in qualche modo faccio il ricercatore di professione, il diktat è inammissibile.

Mi si obietta che questo esto non tende per nulla a vietare qualcosa, che la sua formulazione è indubbiamente un po’ maldestra e anche ambigua e che io ho voluto interpretarla nel modo meno indulgente. Esso voleva semplicemente affermare che determinati fatti (la politica di sterminio, l’utilizzazione massiccia delle camere a gas) sono noti, che molteplici prove assolutamente convincenti sono a disposizione del pubblico e che è assurdo voler negare l’evidenza. E si richiamano gli scritti che mettono in causa l’esistenza fisica di Gesù di Nazareth, di Giovanna d’Arco, di Napoleone, ecc. Trovo che l’analogia sia divertente, niente di più. Insomma, mi si dice che non ci si deve preoccupare e, intervenendo in un dibattito sull’esistenza delle camere a gas, che “non ci può essere dibattito” al riguardo. La contraddizione non è di poco peso. Se scrivo che il generale De Gaulle non è mai esistito, dubito che “Le Monde” impegni parecchie pagine per confutarmi. Se, di conseguenza, mi si dicesse che esistono dei limiti ad un dibattito storico, sarei d’accordo. Ci sono sicuramente affermazioni che non val la pena discutere.

Occorre che i dati di base siano chiari per tutti, studiati in modo pressoché esauriente e che la discussione sulla ricostruzione dei fatti sia stata portata a termine. Poi si sviluppa il gioco delle interpretazioni. Che cos’è una discussione in questo caso? L’esame degli argomenti: la loro valutazione, il loro rifiuto o la loro accettazione secondo ragioni esplicite, ad esempio secondo l’analisi delle compatibilità con il contesto.

Il dibattito che si svolge su “Le Monde” non è una discussione in questo senso (se non, ruolto parzialmente, nel caso di due articoli di G. Wellers). La dichiarazione degli storici ostenta la sua bandiera: ecco la versione dei fatti, così come noi la sottoscriviamo; sull’oggetto del dibattAo non si discute perché, essendo escluso dalla nostra interpretazione, esso non esiste. La difficoltà, quel

[104]

la di rispondere a Faurisson (è quanto si aspettano certi lettori), viene aggirata perché si dice che non c’è bisogno di rispondergli (è quanto si aspettano altri lettori). Non stupisce che la conclusione di questa dichiarazione sia grossolana o ambigua. Se non lo fosse, la scelta sarebbe tra due posizioni ugualmente brutali: o “tutto ciò è idiota perché non quadra con la nostra interpretazione”, oppure “ci dà fastidio, ci sconvolge per motivi personali, sconfina nell’indicibile, non sopportiamo una discussione che offende ciò che di più sacro sentiamo”.

Ritornerò sulla prima conclusione implicita e la criticherò. Quanto alla seconda, non mi si farà il torto di credere che io non sia consapevole di tutie le emozioni che può sollevare, e la trovo perfettamente comprensibile. Osservo del resto che l’emozione più viva si riscontra in coloro che non hanno conosciuto la deportazione. I deportati, quelli che conosco, sono consci di aver sperimentato solo aspelti particolari della deportazione e non si riconoscono sempre negli scritti che ne parlano. Vorrei tornare su questa seconda conclusione implicita della dichiarazione, in quanto mette gli autori nella difficile posizione di dover spiegare a fondo che non ne vogliono parlare, quanto meno in un modo che si allontani dall’ortodossia. Avrebbero potuto preferire il silenzio, trattare quest’affare con disprezzo, e sono persuaso dell’esistenza di questo atteggiamenio. Lo comprendo e potrei anche approvarlo. Non vedo in nome di che cosa ci si dovrebbe sempre sottomettere a tutte le ridiscussioni portate dall’aria dei tempo. Ci si può trincerare nelle proprie certezze e rifiutare cortesemente un dibattito che si ritiene inutile e doloroso. Ma se decidete di intervenire, se l’ansia di convincere vi tormenta, allora dovete essere pronti a spiegarvi su tutto, a mettere in vetrina la merce, a subire i colpi di spillo della critica.

Uno dei firmatari della dichiarazione, per sintetizzare il suo atteggiamento sul senso di questa faccenda, mi ha detto: “Coloro che prendono a bersaglio ciò che gli ebrei hanno di più sacro, sono degli antisemiti”, allusione a quello che adesso viene chiamato, con un termine preso dai rituali, l’olocausto. E’ facile essere chiari su questo punte: l’affermazione non si può assolutamente condividere. Che ciascuno metta il sacro dove vuole, sta bene. Che imponga ad altri di rispettarlo come articolo di fede, no. Per un materialista, il sacro non è che una categoria mentale tra le al-

[105]

tre, di cui si può anche seguire l’evoluzione storica. Non si può far finta di riverire tutte le proteiformi sacralità generate dall’insieme delle credenze umane. Non sarebbe neppure saggio scegliere. Mi basta che si rispettino gli individui in carne ed ossa e la loro libertà materiale e morale. Forse non è inutile, mentre l’ultimo grido della moda è il ritorno al religioso, nel quale si mescolano allegramente gli ayatollah e le svendite “giudeocristiane” del primo efebo arrivato, riaffermare che nessuna credenza è in sé rispettabile. Ciascuno faccia i conti con le sue e con quelle degli altri. Né dio, né padrone. E’ il minimo che si possa chiedere in una società laica. Liberi gli idolatri di non ascoltare gli spregiatori degli idoli. Mi si obietterà forse che, tra l’assenza di rispetto per il sacro altrui e il passaggio all’azione per impedire una credenza, non c’è che un passo. In realtà, non si abbattono gli idoli che per sostituirli con feticci e si è visto che le rivoluzioni hanno fatto assai presto a riempire a loro vantaggio le forme di un sacro che dapprima hanno cercato di svuotare del loro contenuto. L’uomo è credente, si dice dappertutto, e lo sono forse anch’io perché credo che non lo dovrebbe essere.

Esiste, per dissolvere l’aura del sacro attorno al fenomeno nazista, un’altra ragione, più contingente, ma definitiva: il tempo che passa.

Ma dobbiamo rispondere anche a un’ulteriore obiezione, che è la specificità del destino degli ebrei, soprattutto nel modo in cui si è manifestata durante il periodo nazista. Ciò che forse vale, relativamente, per il sacro altrui, non varrebbe per il destino degli ebrei, in quanto fenomeno unico, di cui il resto dell’umanità dovrebbe render conto al popolo ebraico. Occorre anche qui dire quindi che il destino di uomini o gruppi ci uomini e singolare e che la specificità degli uni è pressappoco ermetica alla specificità degli altri. Per me, che non conosco altra patria se non l’arcipelago delle amicizie e degli incontri, che ho fatto di tutto un po’ e in diversi continenti, un uomo vale un uomo. Ciò che gli uomini hanno in comune, ciò che è confrontabile tra l’uno e l’altro, è ben poco e vale poco. Sono le singolarità, altrimenti ricche, mescolate, giustapposte, appena trasmissibili, a costituire la trama reale delle nostre erranze. Parlando d’esperienza. non concepisco che si possa credere che ci sia maggior gloria o sfortuna ad essere ebreo, o zuIù, o melanesiano, o mnong, con le estreme differenze che

[106]

comportano queste appartenenze, più o meno volute e fatte proprie. Non mi piacciono queste idee generali che arrivano come obici da 75. Diventiamo tutti troppo equivoci e disparati, per sopportare ancora a lungo queste vecchie chimere: voi siete questo, io sono quest’altro…

Non è che a prezzo di un rimedio teologico, confessato o no, che si può così singolarizzare un gruppo ed assegnargli un ruolo distimivo. E facile capire come un’ideologia fondata sulla nozione di elezione predisponga all’affermazione di una specificità irriducibile. Ma qualsiasi gruppo umano è portato a recitare la propria teofania, in nome di un’interiorità che non s’accorda con nessun’altra. Se ne può scegliere una, oppure non sceglieme nessuna.

Nessuno negherà che esiste quasi un’esitazione, o persino censura, nei riguardi di qualsiasi discorso sugli ebrei o su degli ebrei, o sul sionismo, o su Israele, se la parola pronunciata non è stata prima di tutto, in un modo o nell’altro, autorizzata. Per ascoltarla, occorre sapere, come si dice, da dove arriva. Senza una sanzione appropriata, senza un visto di legittimazione, ogni discorso su questo tema è votato alla forca, consegnato al sospetto. Si giunge così a sentire argomenti che, sostenuti da un ebreo, il quale ad esempio critichi il sionismo o qualche atteggiamento delle istituzioni ebraiche, sono considerati intollerabili sulla bocca di un gentile, previo accordo in proposito tra ebrei e non ebrei. Il termine stesso di “ebreo” è stato per lungo tempo evitato nel vocabolario della sinistra. Per ottenere l’autorizzazione, un discorso che tratti di un aspetto qualsiasi dell’ebraicità deve unirsi Ld una colpevolezza, ossia deve trasferire quella dei colpevoli veri (i nazisti, i loro sostenitori e gli antisemiti) su coloro che non lo sono, ma che devono farsene carico perché parte di una collettività che ha generato tali colpevoli. Il grande referente, d’uso universale, è Auschwitz. E’ la parola d’ordine, il simbolo che apre le porte. Aprite un giornale, un giorno qualsiasi, e vi troverete citato il nome di Auschwitz in rapporto a qualunque cosa. Esso dice tutto.

E, naturalmente, non dice nulla. Che cosa succederà se, per un rifiute che mi è abituale verso ciò che sembra una semplice convenzione, io mi metto a considerare la realtà di ciò che è stata questa tetra pianura, a cercare di comprendere che cosa è stata l’edificazione di quella che si configura storicamente anzitutto come una

[107]

gigantesca impresa industriale e politica? Se, dietro al simbolo, cerco i fatti, ai quali sarei tentato di applicare i metodi di comprensione di cui farei uso in altre occasioni? Sono un freddo mostro, a pretendere di continuare a ragionare dinanzi all’insostenibile spettacolo dell’orrore?

Se si tratta poi, davvero, di far sapere alle giovani generazioni ciò che è accaduto affinché “non succeda più”, bisogna mostrar loro la verità tanto da vicino che la possano stringere, eliminando dall’immagine della deportazione tutti i miti che la ricoprono e rispondendo il più chiaramente possibile a tutte le domande che non mancheranno di essere formulate. E’ certamente questo il rispetto che si deve a chi ha sofferto. Ogni indignazione che non avesse per ragione esclusiva la ricerca della verità, con ciò che questa comporta di dubbio, avrebbe sicuramente un significato politico tagliato più sul presente che sul passato: occorrerebbe trattarla come un procedimento polemico che utilizzi, a torto, la sofferenza degli altri. Per il momento, osservo che questo aspetto politico e, nolens volens, polemico rischia di essere quello dominante. Domando quindi, per essere un po’ metodico, che si sospenda per un attimo il giudizio politico, in modo che ci si possa chiedere se esiste una ragione per porsi il problema delle camere a gas in termini di fattualità storica.

1 L’aspetto storico

Una ragione per farlo c’è, secondo me molto semplice e che nessuno contesterà: tra i testimoni, tra i deportati, tra i nazisti accusati dinanzi ai tribunali alleati e tra gli storici che hanno tentato di sintetizzare la storia della deportazione sono esistiti ed esistono ancora disaccordi profondi a proposito dell’installazione, del funzionamento e dell’esistenza stessa di alcune camere a gas.

Possiamo farcene un’idea leggendo le tre paginette (su 667) che Olga WormserMigot dedica al “problema delle camere a gas” nella sua tesi sul Système concentrationnaire nazi, 19331945 (PUF, Parigi 1968, pp. 541-544). Non vi si parla che di Mauthausen e di Ravensbrück; l’autrice osserva che le testimonianze si contraddicono, che in genere sono piene di inverosimiglianze, che i comandanti dei campi osembrano aver rincarato l’orrore” (p. 540)

[108]

nel corso dei loro processi e che le loro “confessioni” (virgolette di O. W.-M.) le sembrano “molto strane” (pp. 543-544). A proposito delle testimonianze che collocano camere a gas a Mauthausen e a Oranienburg, ella scrive: “queste affermazioni ci paiono aver carattere di leggenda”. Quanto a Ravensbrück, dove la camera a gas sarebbe stata una “baracca di legno” (secondo Marie-Claude Vaillant-Couturier), “si noterà infine che le dichiarazioni sull’ esistenza della camera a gas di Ravensbrück la situano a partire dal febbraio 1945, data dell’arrivo degli evacuati da Auschwitz” (p. 544), affermazione che viene d’altronde contestata.

Questi brani di una storica che ha dedicato anni alla ricerca, hanno dolorosamente scosso Germaine Tillion, famosa etnologa, lei stessa deportata a Ravensbrück perché impegnata nella resistenza. La Tillion, fin dal suo arrivo nel campo e dopo la liberazione, ha raccolto quel che ha potuto, quanto a dati sui deportati e sul funzionamento del campo. Con un lavoro di censiderevole pazienza e con grande prudenza metodologica, è arrivata a ricostruire buona parte della storia di questo campo femminile. Ad esempio, dimostra che certi ricordi precisi sono del tutto falsi, o spostati nel tempo o nello spazio. Per stabilire un fatto, anche minimo, occorrono numerosi controlli incrociati. E quindi notevole che ccncluda ricordando che l’esistenza della camera a gas non era messa in dubbio da nessuno (sicuramente non dalle SS dei campo durante il loro processo) e non dandone alcuna prova certa, al punto di non farla figurare sulla pianta, pur particolareggiata, del campo, che allega (pp. 272-3). Si comprende, leggendo questo libro serio e commovente, che l’autrice non riesce a pensare di dover fornire delle prove di ciò che le sembra tanto manifestamente ed evidentemente vero.

Gli storici di professione si pongono però da un altro punto di vista e considerano questa camera a gas come inesistente. Andando un po’ più indietro nel tempo, ci si rende conto che vi sono delle testimonianze, registrate a Norimberga e altrove, su camere a gas che la maggior parte degli storici, tra i più ostili all’idea che le camere in questione non siano esistite, oggi non considerano più come esistile. Il direttore dell’ufficialissimo Institut für Zeilgeschichte di Monaco ha scritto nel 1960 che non ci fu alcun “annientamento di massa di ebrei col gas” nel “vecchio Reich”, ma che ce n’erano stati nei territori occupati della Polonia, in particolare ad

[109]

Auschwitz-Birkenau, Sobibor, Treblinka, Chelmo e Belzec. Alcuni obietteranno che questa dichiarazione non esclude le gassazioni “non di massa” o le gassazioni di nonebrei, come a Dachau, dove, sembra, la percentuale di ebrei era bassa. Ma la lettera di Broszat si intitola Keine Vergasung in Dachau, in risposta ad un articolo precedentemente apparso sullo stesso giornale.

Se si accetta la tesi secondo la quale le camere a gas hanno funzionato solo nei territori polacchi, bisogna eliminare dal catalogo delle infamie naziste quelle che vengono tuttavia citate, e anche confermate, a Dachau, Struthof (in Alsazia), Ravensbrück, Mauthausen-Hartheim, e moltissime altre ancora. Le autorità hanno finito con l’apporre un cartello sulla pretesa camera a gas nel campo di Dachau, precisando che essa non è mai entrata in funzione. Germaine Tillion ci presenta tuttavia il rapporto di Albert Fribourg, ingegnere chimico, capitano e membro della missione militare francese al seguito dell’US Army, che ha visitato Dachau sei giorni dopo la liberazione del campo stesso nell’aprile del 1945 (pp. 24925 1), il quale dice invece che funzionava.

Allora, che cosa credere? Come potrà orientarsi un profano in questi documenti, tutti sulle prime convincenti, che presentano tesi così manifestamente contraddittorie? Ci si può fidare di queste “opere di seconda mano che esigono dai loro autori moltissima pazienza, tempo, merito, perché, per non perdersi in questo guazzabuglio sanguinolento, bisogna decifrare innumerevoli scartoffie incredibilmente noiose, le più importanti delle quali sono state falsificate” (parole di Germaine Tillion)? In quale labirinto siamo capitati? Tutti gli autori affermano che esistono queste falsificazioni, ma non si accordano per identificarle. Per fare un po’ il punto sulle nostre conoscenze di questo periodo tremendo, così vicino e così lontano, ci si può rifare a uno tra coloro che più hanno studiato la questione, Léon Poliakov, e leggere quanto segue dalla nuova prefazione che ha scritto nel 1974 per la ristampa del suo classico Bréviaire de la haine (Le livre de poche, 1974, pp. 1213, prima ed. 1951):


Si verifica quindi uno stato di cose sorprendente. Da un lato il genocidio hitleriano è diventato uno dei grandi miti del mondo contemporaneo, ancora oggi difficilmente dissociabile da ogni presa di posizione politica o etica di fronte agli ebrei e che le
[110]
chiese o i capi di Stato o gli studenti parigini in rivolta o i moralisti ed i romanzieri di tutti i paesi hanno evocato in tanti modi diversi. D’altra parte, malgrado l’interesse costante nutrito dal grande pubblico per la storia della seconda guerra mondiale, malgrado il processo Eichmann e malgrado il recente rinnovamento della produzione storica riguardante lo stesso Hitler, gli storici, universitari e non, si disinteressano della sua impresa più specifica, quella che ha fatto del suo nome uno spauracchio ed un insulto. Di conseguenza, le nostre conoscenze sulla soluzione finale della questione ebraica sono progredite di meno nel corso degli ultimi venticinque anni rispetto a quelle che possiamo avere sulla notte di San Bartolomeo o sull’antico Egitto.
Perché questa reticenza dei ricercatori, complementare alla capacità di dimenticare da parte del pubblico? Non sarà per un diffuso senso di colpevolezza, a causa del quale anche l’antisemitismo dal 1945 è colpito da interdizione o camuffato sotto altri vocaboli? Sarebbe allora lo stesso terrore che lo fa censurare con estrema severità (sintomo, per lo psicologo, della sua presenza nascosta in fondo ai cuori) e che sconsiglia di conoscere ciò che è realmente accaduto agli ebrei, o come agivano i loro carnefici e perché lo diventarono. [Posso sottolineare questo “come” e questo “perché”?]. Tale sembra essere il legame tra l’impopolarità dell’argomento e la proscrízione della parola, se non della cosa; è quindi ad una censura oppure a resistenze di questo tipo, ma proiettate verso il passato, che si deve attribuire la tendenza a non soffermarsi su questo “lato cattivo” della storia.

Non lascia insensibili vedere lo stesso Léon Poliakov che pare qui augurare ricerche nuove, più approfondite, che studino il come e il perché, prive di quella “colpevolezza diffusa” che censura l’argomento tra i firmatari della dichiarazione dei trentaquattro ed esserne perfino uno dei promotori, come si dice in diritto canonico. Non dispiaccia a questi nuovi conformisti: è in corso un aspro dibattito tra autori che professano principi assai simili. Non auspicano forse, loro che lo fanno per mestiere, di fare strame delle leggende, delle false testimonianze, delle “falsificazioni” che ottenebrano queste questioni fattuali? Planchais, che redige il cappello della dichiarazione degli storici, è sicuramente colpevole di leggerezza quando scrive: “Che non ci siano state camere a gas in tutti i campi di concentramento, anche in alcuni di quelli nei quali le si vucle mostrare ai pellegrini ed ai turisti, è un fatto riconosciuto dagIL specialisti e dai testimoni diretti”. E’

[111]

falso; o Planchais non è informato dell’esistenza di questi dissensi, oppure li passa sotto silenzio.

E se la tendenza della ricerca contemporanea, convalidata dai trentaquattro, che ignorano il dibattito più sopra ricordato, consiste nel respingere verso l’Est questi simboli dell’omicidio di massa, introducendo una distinzione tra campi “di sterminio” e campi “di concentramento” (sola parola storicamente accertata), distinzione che l’amministrazione tedesca non ha mai applicato, è allora del tutto illegittimo volersi assicurare che stavolta i documenti non siano falsificati, che i testimoni non abbiano commesso errori, che le confessioni giudiziarie provengano tutte da una buonafede controllabile, che siano finalmente messi un po’ d’ordine e della serietà nella critica particolarmente attenta richiesta per una documentazione da cui la verità appare tanto fuggevole, che sia finalmente messo a punto un metodo per discriminare tra le false prove riguardanti l’esistenza di camere a gas nei campi dell’Ovest e le altre, spesso di identica origine, riguardanti i campi dell’Est? Come si potrà evitare di porsi delle domande sul modo in cui operò il Tribunale di Norimberga (“Norimberga aveva un difetto: era stato insediato dai vincitori che giudicavano un vinto”, disse Jean-Paul Sartre). Come si potranno eludere delle domande sul valore della documentazione prodotta dai sovietici? “Dopo la liberazione del campo di Auschwitz, la commissione straordinaria di Stato dell’Unione Sovietica per l’esame dei crimini tedeschi, presieduta dal generale Dmitrij J. Kudrjatsev, si è immediatamente messa all’opera”. In quel periodo di apogeo stalinista, i più bei titoli di gloria dei giuristi sovietici erano ancora i processi di Mosca. C’è mancato poco che a Norimberga gli stessi giuristi sovietici non riuscissero a rifilare ai nazisti la responsabilità dei massacri di ufficiali polacchi a Katyn, le cui fosse comuni furono scoperte solo dall’avanzata dell’esercito tedesco. Ma su quel piano, stranamente, gente pur prevenuta pare dispostissima a fare affidamento sui sovietici e sui polacchi, il ben noto antisemitismo dei quali garantirebbe allora l’onestà, sempre tenendo presente che l’antisemitismo dei nazisti garantirebbe l’inverso. Quale serietà!

Ho l’impressione che Poliakov, nella frase sopra riportata, descriva un fenomeno che assomiglia ad una “storiografia bloccata”. Si potrebbe parlare a lungo delle cause storiche di ciò, o, meglio, della immobilizzazione della storiografia sulla realtà dell’immediato

[112]

dopoguerra, periodo di ricostruzione sia materiale sia ideologica. Bisognerebbe parlare dell’atmosfera di quel periodo, del monopolio che si arrogavano i comunisti ed i loro compagni di strada su tutti gli aspetti della guerra e della resistenza, sui terrori e le infamie che sono seguite sotto il nome di epurazione.

Il comune mortale, indubbiamente, crede, come ho creduto io per tanto tempo, che sul tema della politica nazista di sterminio si disponga di una vasta quantità di documenti e di informazioni veri ficabili. Abbondanza di prove titola un articolo di Georges Wellers, esperto in materia (“Le Monde”, 29 dicembre 1978). Francois Delpech, che espone con tutta semplicità La verità sulla “soluzione finale” (“Le Monde”, 8 marzo 1979) parla di “molteplicità di testimonianze, di documenti e di opere di ogni tipo”. Questa non è, evidentemente, l’opinione di un altro specialista, Léon Poliakov:

Solo la campagna di sterminio degli ebrei, per quanto riguarda la sua concezione, come per molti altri aspetti essenziali, rimane immersa nella nebbia. Inferenze e considerazioni psicologiche, resoconti di terza o quarta mano, ci permettono di ricostruime lo sviluppo con notevole verosimiglianza. Certi particolari, tuttavia, rimarranno sconosciuti per sempre. Per quel che riguarda la concezione propriamente detta del piano di sterminio totale, i tre o quattro protagonisti si sono suicidati nel maggio 1945. Non è rimasto, né forse è mai esistito, alcun documento. Questo è il segreto con cui i capi del III Reich, per quanto cinici e millantatori siano stati in altre occasioni, hanno circondato il loro massimo crimine.

Per quale altro argomento ci si contenterebbe di considerazioni psicologiche e di resoconti di terza o quarta mano per definire la ricostruzione notevolmente verosimile? Non appare un’inverosimiglianza psicologica la stessa ultima frase citata? Non posso accontentarmi di questo genere di affermazioni. Non dico che Poliakov abbia torto, o che abbia ragione, ma egli ci offre tutti i motivi per considerare ipotesi quelle che ci presenta come conclusioni. Queste ipotesi sarebbero quindi da verificare con altri mezzi perché, ci viene detto, non esistono documenti, cosa difficilmente credibile se si ha qualche cognizione del funzionamento della mace hina amministrativa tedesca.

Si è quindi sviluppata, in margine alle istituzioni, un’altra scuola, che viene chiamata revisionista, molto eterogenea d’altronde, il cui

[113]

denominatore comune mi pare l’insistenza sul fatto che una parte dell’idea che ci facciamo della Germania nazista derivi direttamente dalla propaganda di guerra alleata, propaganda che non era molto più rispettosa della verità dì quella di coloro che contrastava. Nessuno del resto negherà che qiesta propaganda ci sia stata, né che abbia potuto avere un accentuato aspetto menzognero. Il “mondo libero” ci ha abituato, in occasione delle sue guerre imperiali, a campagne di manipolazione molto efficaci: la guerra d’Algeria, le operazioni della CIA, l’Indocina, ecc. Si potrebbero moltiplicare gli esempi ad nauseam. Lo sanno tutti, ma forse non si ha la consapevolezza che gli effetti di una propaganda non si esauriscono dopo che è stato vissuto l’evento che rie ha provocato lo sviluppo. Per quanto concerne la Germania nazista, sembra che nessuno si sia dato la pena di delimitare chiaramente ciò che è propaganda, invenzione dei testimoni, affabulazione ufficiale e ciò che rientra nella categoria dei fatti verificabili.

Ma quest’operazione è stata fatta per la prima guerra mondiale e potrebbe servire come modello.

Qui non possiamo dibattere a fondo l’argomento. Non sono uno storico della Germania, ma il problema consiste proprio nel fatto che questa corrente non è riconosciuta, che la sua esistenza viene soffocata dalla stampa. Il caso Faurisson sembrava proprio una specie di sfondamento della scuola revisionista, tanto più brusco e inopinato in quanto essa era soffocata da lungo tempo. Occorre conoscerla un po’ per comprendere la critica che le rivolge Francois Delpech:

I “revisionisti” utilizzano un vecchio metodo politico di cui è inutile dimostrare l’efficacia: l’ipercritica. Il procedimento consiste nel cercare, all’interno dell’immensa letteratura dedicata alla persecuzione nazista, forzatantente molto disuguale, errori o esagerazioni, che vengono gonfiati e sottolineati all’infinito per gettare il sospetto sull’insieme e negare tutto in blocco.
E’ da parecchio tempo che gli storici denunciano la critica esagerata e considerano vero o molto probabile ogni fatto testimoniato da due fonti indipendenti e bene informate, con riserva di ulteriore verifica. Essi accettano di buon grado e persino auspicano le obiezioni e le ridiscussioni, purché siano ragionevoli e fondate su argomenti seri. Non è il caso dell’odierna campagna che tende a far dubitare della realtà dell’olocausto. E’ comunque
[114]
rischioso rispondere all’ipereritica, perché è possibile affogare nel particolare e perdere di vista l’insieme.

Si può, in principio, risporidere che la nozione di ipercritica viene impiegata di rado in quanto essa è instabile e perfino, in certo qual modo, contraddittoria. Se, come dice il vocabolario, significa “critica minuziosa, esercizio sistematico del dubbio” non vi è nulla di veramente riprovevole. Cartesio era quindi un ipereritico. Se si vuol dire che la critica non è più la critica, che il dubbio non è più il dubbio, perché negare l’evidenza non è un dubbio ma una certezza, allora la parola non ha neppure più senso. Ma andiamo avanti.

E’ divertente vedere attribuita agli storici l’idea ingenua della deontologia giornalistica, con la faccenda delle due fonti indipendenti che si confermano. Nessuno lavora con un simile metodo. Ci sono le fonti buone e le fonti cattive e l’astuzia sta nel valutarle in modo corretto, in quanto evidentemente non è quasi mai possibile assicurarsi che due fonti siano indipendenti l’una dall’altra. Ma mi colpiscono soprattutto le parole “con riserva di ulteriore verifica”. Ulteriore rispetto a che cosa? Non è forse la porta aperta alla ridiscussione, se per caso la verifica tarda o si rivela impossibile? Osserviamo anche l’onestà che consiste nell’auspicare le “obiezioni e le ridiscussioni” fondate su “argomenti seri”. Si potrebbe credere che lo storico, impegnato a dissipare ogni dubbio, voglia dimostrare che gli argomenti di Faurisson non sono seri e non resistono all’analisi. “Non è il caso”, dice a definitiva confutazione, e aggiunge che si rischierebbe di “affogare nel particolare”. Ecco dunque buona parte dei suoi colleghi condannati alla disoccupazione per aver commesso l’effore di dedicarsi ai dettagli. Si sarà capito che l’ipercritica si rivela preziosissima per salvarsi dall’annegamento, cui non si esita a condannare il pesce.

La cosa più incredibile, quindi, per chi si occupa di questo problema, è, tra l’enormità dei fatti e la generalità della loro rappresentazione, la ristrettezza delle fonti, se si scarta la massa di testimoni che non hanno visto, ma hanno sentito dire. E’ davvero stupefacente constatare che il pezzo forte è l’insieme delle confessioni dei comandanti dei campi tedeschi passati dinanzi ai tribunali alleati. Se si vuole per un istante immaginare la situazione di questi uomini vinti, che si giocavano la vita nelle mani dei loro carcerieri, un piccolo gioco in cui verità e menzogna erano gli elementi

[115]

di base di una tattica di sopravvivenza, non ci si può dire pronti a prendere tutte le loro dichiarazioni per oro colato. Ma che cosa prendere e che cosa lasciare? Non esistono studi esaurienti di tutti i processi fatti ai responsabili nazisti in Germania, in Polonia, nell’URSS, in Francia, ecc. Non tutti hanno accesso agli archivi, ma tutti possono procurarsi un brivido di spirito critico rileggendo le confessioni di Hóss, uno dei comandanti di Auseliwitz, possono rilevame le incoerenze e le stranezze, tenendo presente che scriveva in prigione con l’assistenza di un giudice istruttore polacco, prima del suo processo e con la prospettiva della forca. Ecco un piccolo esercizio di critica alla portata di tutti e molto salutare.

Altri documenti provengono da testimoni involontari od occasionali; i più noti sono Gerstein, Kremer, Nyiszli, ecc. Non spetta a me entrare nel vivo dell’argomento. Dirò soltanto che le stranezze abbondano, che sono certamente note agli autori che basano le loro tesi su queste testimonianze e che vi appiccicano spiegazioni che sono, a mio avviso, discutibili, ossia che si dovrebbero sottoporre a verifica. E’ una parte importante del dibattito, che in realtà non si è svolto.

Gli elementi nuovi, in campo documentario, sono rari. Tuttavia, come prevedeva l’autore revisionista americano A.R. Butz, i servizi segreti americani avevano nei loro archivi delle foto aeree, prese nel 1944 a bassa quota, del complesso di Auschwitz. Tecnici della CIA ne hanno pubblicato una serie che si sono sforzati di confrontare con gli elementi storiografici forniti dalle commissioni d’inchiesta polacche. Queste foto risalgono al 4 aprile, al 26 giugno, al 26 luglio e al 25 settembre, ossia a quando, se si rilegge Léon Poliakov, le cremazioni raggiungevano le cifre più elevate: da 12.000 a 15.000 al giorno in maggio – giugno e perfino 22.000, secondo la testimonianza del dottor Robert Lévy (citato da Poliakov, il quale osserva che secondo una fonte polacca la capacità dei crematori era di 12.000 cadaveri al giorno e riporta l’indicazione di Höss su una capacità massima di 4.000; nessun commento sull’incoerenza assoluta tra tutte le cifre; corne se non se ne rendesse conto. Al lettore decidere). Le foto mostrano i dintorni dei crematori deserti. Niente folla, niente agitazione visibile, nessuna attività. Si vede una volta un gruppo di detenuti vicino ad un treno non lontano dai crematori. Il testo annota: “Benché i superstiti ricordino che fumo e fiamme uscivano continuamente dai

[116]

camini deì crematori e che erano visibili a chilometri di distanza, la fotografia che abbiamo esaminato non ne fornisce alcuna prova” (p. 11). Il resto è simile. I due esaminatori, che hanno il testo polacco tra le mani, evidentemente non si sognano neppure per un istante di mettere in dubbio alcunché. Cercano semplicemente di reperire sulle foto gli elementi d’informazione che possiedono, ma, stranamente, queste foto non servono a nulla. Se ne ricava tutt’al più che non confermano quanto è scritto circa l’utilizzazione dei crematori. Senza essere dei maniaci dell’ipercritica, si può auspicare che simili contraddizioni non vengano semplicemente lasciate così come sono.

Il L’aria del tempo, il tempo si copre

Sento l’obbligo di partecipare al lettore le convinzioni che un breve studio di questo enorme dossier ha suscitato in me. Una sola, inflessibile, solidissima: si può dubitare che le cose siano avvenute in questo modo. La versione della storia dello sterminio così come viene presentata nella dichiarazione degli storici e nell’articolo di Francois Delpech, che riprendono quella di Poliakov e di numerosissimi libri, la quale a sua volta riprende i lavori un po’ affrettati, non esenti da certi pregiudizi, del Tribunale militare interalleato di Norimberga, questa versione, che ha tutti i caratteri di un credo universale, mi sembra soffrire di sorprendenti fragilità. Ha le virtù di un’ipotesi coerente in apparenza, confortata da documenti interpretati sele(tivamente. Non si è pensato che sono ugualmente possibili e ragionevoli altre interpretazioni. Questa versione delle cose lascia troppe domande senza risposta per poter essere considerata da esseri razionali come definitivamente accettabile.

Per il resto, non so. Ci sono state camere a gas ad Auschwitz e altrove? Faurisson e altri pensano di no. Conosco le loro argomentazioni, conosco quelle di coloro che sostengono il contrario, sono incapace di decidere. Perché poi, anche se ci si potesse assicurare che era impossibile che le cose avvenissero come sostengono le testimonianze di valore dubbio, potrebbe essere accaduto qualcos’altro, ad un ritmo meno rapido, su scala più ridotta. Non vedo come, allo stato delle ricerche, potrei in coscienza decidere. Sarà compito, credo, di una prossima generazione di storici di professione.

[117]

Ci sono state deportazioni e morti in quantità enormi. Le cifre che se ne danno sono semplici stime e le discordanze al riguardo sono notevoli. Sulla base della certezza che l’enonne maggioranza dei deportati ebrei sia stata gassata, non si è mai fatta una ricerca seria su ciò che è capitato ai deportati dopo la loro partenza, su scala globale. Le cifre stesse della deportazione non sono note che con estrema imprecisione. Si sa ad esempio che un istituto ufficiale francese si rifiuta di renderle pubbliche. Per altri paesi, non si sa nemmeno se i dati siano stati raccolti. Sicuramente ci sono state gassazioni artigianali, ma la questione dei metodi industriali di sterminio non viene discussa in modo da rispondere a tutte le domande che ci si sente in diritto di porre sul funzionamento di ogni altra impresa industriale, in un altro contesto. E’ ciò che ho chiamato il come del perché. (Come osserva R. Faurisson, nessun tribunale ha mai ordinato una perizia tecnica di una camera a gas. Non pare nemmeno che sia stato sollecitato il parere di ingegneri o di chimici sul funzionamento di complessi “crematorio-camera a gas” e sui particolari tecnici del loro funzionamento; l’uso di gas cianidrico come disinfettante è tuttavia ben conosciuto: ci sono norme per la sua utilizzazione in numerosi eserciti ed amministrazioni civili risalenti a prima della seconda guerra mondiale.) Tutto ciò converge verso un insieme di dubbi lan2inanti, che include ma supera la specifica questione dell’esistenza delle camere a gas. Se si vuole riconoscere, a me come ad altri, il diritto di sapere, si farebbe bene a non frapporre ostacoli, a non porre condizioni ad inchieste che dovranno un giorno dissipare la “nebbia” di cui parla Poliakov.

Molti tra i miei amici sono spaventati. Che io lo voglia o no, mi dicono, anche con le più nobili rnotivazioni, sollevare questo genere di domande rimette in forse la realtà del genocidio, dà argomenti agli antisemiti e aiuta la destra. Inoltre, aggiungono i più preoccupati per la mia tranquillità, tu stesso sarai associato agli antisemiti.

Pesante responsabilità, gravi rischi davvero, se per caso avessero ragione loro. Che cosa si può fare contro delle voci, contro delle deformazioni, dovute forse a sincera indignazione, a perfidie in cui i sentimenti s’accavallano? Non sono uno che ricorre ai tribunali, non mi batterei, non stimo tanto colui che insulta da rendergli la pariglia. Non ho, come protezione, che il buon senso altrui, la certezza che un malinteso si può dissipare con un po’ di buona

[118]

volontà e soprattutto l’assicurazione che si può vivere con i propri simili anche sopportando dei disaccordi. Dopo tutto, non c’è molta gente della mia generazione politica con cui mi sia sentito sempre d’accordo su tutto. L’affare non è quindi personale, ma, di fronte all’insistenza, che i miei scritti rispondano per me. Respingo anche l’idea che si potrebbero offrire argomenti agli antisemiti. Costoro non ne hanno bisogno: dietro di loro hanno una solida tradizione di falsi, di menzogne e di calunnie, più che sufficiente.

Aiutare la destra è invece un’obiezione che merita di essere analizzata Si osserverà innanzitutto che non si tratterebbe certo di un aiuto diretto. Ma semplifichiamo ancora l’obiezione, riducendola al suo nucleo centrale: togliere un crimine enorme dal catalogo delle ignominie naziste significherebbe riabilitare il III Reich o “banalizzarlo”, collocandolo sullo stesso piano di altri regimi politici. Ma questa è confusione: si attribuisce agli autori che mettono in dubbio l’esistenza delle camere a gas l’intenzione di mettere in dubbio tutti gli altri orrori, molto meglio conosciuti e verificati. Non è che un procedimento polemico. Per quanti vogliano combattere la peste bruna per non vederne mai più il ritorno, il problema sta nel valutare il mezzo a ciò adeguato: accumulare il massimo di storie atroci, col rischio di vedersi rinfacciare delle esagerazioni o anche delle invenzioni, oppure delimitare un insieme di verità inconfutabili, forse meno stupefacenti per la fantasia, ma indubitabili.

Ho così constatato con sorpresa che nella letteratura specializzata non si fa mai menzione di un fatto di cui ho intess o parlare mille volte: il sapone che sarebbe stato fabbricato coi cadaveri degli ebrei. Ma queste saponette sono state viste. Confesso di provare un certo sollievo all’idea che questi oggetti ripugnanti siano mitici come i chiodi della santa croce, i peli della barba del profeta, il dente di Buddha, che ho visto qua e là.

Osservo anche che uno dei trentaquattro storici firmatari, E. Le Roy Ladurie, riprendendo le cifre fornite da un demografo sovietico dissidente che imputa allo stalinismo un’eliminazione netta di 17 milioni di persone, apporta un po’ di sollievo: scartando calcoli di fantasia e incredibili come quelli di Solzenicyn (60 milioni), egli circoscrive il fenomeno, cerca di renderlo intellegibile e fornisce una base molto più probabile e verosimile per un giudizio, per una valutazione morale e politica. Nessuno, mi sembra, ha accusato Le Roy Ladurie di volere in certo qual modo “banalizzare”

[119]

lo stalinismo o riabilitarlo. Si sa d’altronde che egli ne è guarito. Si nota invece che si tratta di stabilire un elemento incontestabile e tanto più schiacciante di questo fenomeno, in un processo che è tutto da istruire, in quanto i successori di Chruscëv vi hanno rinunciato.

Allora, due pesi, due misure? Non credo. La differenza è che le affermazioni di Le Roy Ladurie riprendono quelle di un dissidente sovietico dal quale ci si aspetterebbe che faccia piuttosto come Solìenicyn, cioè che esageri. Il fatto che egli ridimensioni le stime correnti viene considerato come prova del fatto che la sua unica preoccupazione è quella della verità. Le affermazioni dei revisionisti riguardo alle camere a gas e la cifra, relativamente ridotta, delle vittime della deportazione non sono in genere attribuite a una pura preoccupazione di verità. Si suppone che siano strumentali, che utilizzino in rnalafede le lacune della documentazione o che sfruttino il carattere congetturale delle cifre abitualmente fornite. (Si sa che la cifra di sei milioni è una stima priva di carattere scientifico e che è oggetto di discussione all’intemo della stessa tendenza storica; esistono, con gli stessi metodi, stime nettamente più alte e altre nettamente più basse. Non vi è alcuna ragione di affermare, come fanno alcuni, che non si conoscerà mai la cifra esatta, finché tutti gli archivi non saranno stati esaminati. Non è affatto vero.) Si nega fiducia alle argomentazioni dei revisionisti perché essi sembrano trarre un profitto politico dalla riduzione del numero delle vittime, mentre il dissidente sovietico che fa la stessa cosa sembra perdere un vantaggio politico. Sarebbe così se si trattasse di una destra che, sotterraneamente, cercasse di scalzare la condanna morale di cui il nazismo è pressoché universalmente oggetto. Che alcuni, individui o gruppi, manifestino questo tipo di duplicità, è non solo possibile, ma probabile. C’è, tra gli autori revisionisti (lio detto che questa “scuola” è eteroclita), qualcuno che è nazista da un punto di vista ideologico. Altri non lo sono. Ma questa questione deve passare in secondo piano se si fa in modo che il criterio della produttività politica di un’affermazione non coincida col criterio della verità dei fatti. Per concludere questo esempio, farò notare che Le Roy Ladurie non ha evidentemente i mezzi per verificare in modo diretto le affermazioni del demografo sovietico e non lo pretende; lui non fa che esporre queste affermazioni mettendo in guardia contemporanea-

[120]

mente sulla probabilità che siano vere, perché né lui né il dissidente ne traggono profitto. Ma, nel fondo, ci troviamo nell’impossibilità di sapere se ciò che viene detto è vero. Noi modificheremo il giudizio corrente che abbiamo in testa per adottare quello che Le Roy Ladurie propone, a causa del criterio dell’interesse politico del suo autore: è evidentemente molto vago e, in seconda istanza, non accetteremo questa cifra che a titolo provvisorio, aspettando di meglio. Ma non si può elevare a regola di accettare un’affermazione solo persuadendosi che il suo autore non abbia alcun interesse politico nel farla. Se ci comportassimo così rigetteremmo come falsa qualsiasi affermazione che confermasse un punto di vista stabilito. La realtà è molto più ambigua, anche senza insistere sul fatto che non si controlla sempre bene il modo in cui altri intendono i propri interessi politici.

La propaganda suscita la contropropaganda e si perde la testa (oggi si dice la credibilità.) a sposare l’una o l’altra, in nome di interessi che sono per natura mutevoli. Per alcuni, e per me, la verità è l’unica arma che non può rivolgersi contro colui che l’utilizza. Che l’interesse politico coincida o no con essa è questione di circostanze, di scelta, di morale politica.

I miti politici sono come palle di neve: più rotolano, più s’ingrossano. Ne abbiamo avuto un esempio recentemente. Qualche furbastro lancia la voce: “Bokassa antropofago”. Si capisce immediatamente, leggendo con attenzione qualche buon giornale, che si tratta di una frottola. Non importa, la leggenda parte; una graziosa cortina fumogena per giustificare a cose fatte l’intervento militare francese in Centro Africa. Bisognava anestetizzare l’opinione pubblica, soprattutte quella africana.

Il meccanismo di queste faccende è semplicissimo: esagerare, abbellire con dei particolari cui non si penserebbe spontaneamente e che vengono spacciati per realtà. Gli hitleriani eccellevano in questo giochetto, ma i comunisti e i democratici occidentali non sono da meno. La ricerca faticosa, spesso sgradevole, a volte impossibile, della verità non aiuterà nessuna delle forze politiche che basano il loro dominio sull’ignoranza e la menzogna. E se si scoprisse che c’è qualche verità sgradevole da rilevare nella storia degli anni Quaranta, sarebbe meglio che fosse la destra a trarne merito, a servirsene corne di un’arma, oppure la sinistra? E se non c’è nulla da scoprire, se si incide l’ascesso e si arriva pressap-

[121]

poco alla stessa conclusione che è in vigore attualmente, che cosa avremmo perso?

Molti, in conclusione, saranno d’accordo con ciò che abbiamo detto. Essi opporranno però un’ultima obiezione, che ritengono risolutiva: non è il momento di porre questo genere di problema, l’antisemitismo risolleva la testa, guardate i libri che escono, i volantini, gli attentati. Risponderò che bisogna mantenere la calma, che a guardar bene non succede niente di diverso da prima; che una certa inquietudine cresca nella comunità ebraica è possibile, ma l’inquietudine cresce un po’ dappertutto. L’idea che l’antisemitismo aumenti è un’idea che è stata sempre ripresa dalla fine della guerra: non c’è mai stato un periodo in cui si sia detto che diminuiva. E quindi una falsa idea, un’illusione di prospettiva. Se si dovesse attendere che scompaia, si rimanderebbe tutto alle calende greche. Non bisogna farsi illusioni: la questione dell’esistenza delle camere a gas è già stata affrontata varie volte negli ultimi vent’anni, lo sarà ancora, che se ne parli o no. Articoli e libri si accumulano e ricevono una sola risposta: il problema non esiste. In Germania, sono proibiti e i loro autori puniti. à una tattica miope, che non fa presagire nulla di buono. Non si deve reprimere, a questo riguardo. E’ però proprio ciò che una parte della sinistra ha creduto di dover fare. lo ho altre proposte da presentare e sono le seguenti:

1) — Fermare le persecuzioni giudiziarie contro Faurisson (o altri). I tribunali non sono in grado di risolvere alcunché. Inoltre, non trovo onesto attaccare un uomo con l’unico pretesto che le sue opinioni sono sconvolgenti. Non solo è troppo facile, ma è stupido nascondersi dietro le leggi.

2) — Aprire un dibattito di metodologia storica. Occorre indubbiamente cominciare coll’esaminare le argomentazioni di Faurisson e dei revisionisti, senza esitare ad “affogare nei particolari”. Sono i particolari che contano! Sarebbe auspicabile che un gruppo di storici accettasse di dedicarsi a questo compito. Il luogo e la forma del dibattito saranno fissati da coloro che vi si vorranno impegnare.

3) — Dotarsi degli strumenti per ampliare le fonti. Occorrerebbe chiedere valutazioni e perizie tecniche. Oltre a ciò, vi sono archivi che non sono stati ancora sfruttati, in particolare gli archivi tedeschi che bisognerebbe inventariare negli Stati Uniti, in Francia e naturalmente, innanzitutto, nell’Unione sovietica. Non riterrei inu-

[121]

tile un passo presso le autorità governative perché agissero nei loro negoziati coi sovietici affinché l’accesso a tali archivi diventasse una contropartita per i vantaggi da loro richiesti.

4)– Far conoscere pubblicamente i risultati di tali ricerche, evitando di dar loro un carattere di verità ufficiale. E’importante che queste cose rimangano tra gente onesta, il che implica che non vi si mescolino i poteri pubblici e politici, sindacali, religiosi, ecc.

Non so se chiedo troppo. Mi sembra che sia il minimo che si possa faire.

14 ottobre 1979

++++++++++++++++++++++++

Prima parte da Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz, Paris, La Vieille Taupe, 1979, pp. 13-45. Il titolo era: Le comment du pourquoi (il come dello perché).
Prima traduzione italiana: Il Caso Faurisson, a cura di Andrea Chersi, [1981], p. 49-72. Le note sono assente.

 

( Fonte: www.vho.org )

Il carattere necessario del caso Faurisson – di Serge Thion

16 Ott

Il carattere necessario del caso Faurisson

Serge Thion


Il caso Faurisson, o meglio, per dargli la sua vera dimensione, la questione di sapere ciò che è davvero accaduto durante la guerra in alcuni campi di concentramento nazisti, non è il primo atto di quella tragicommedia che è l’evoluzione della rappresentazione collettiva del mondo concentrazionario nel pubblico. In Francia, questo prologo è stato scritto da Paul Rassinier con Le Mensonge d’Ulysse, poi con Le Véritable Procès Eichmann ou les Vainqueurs incorrigibles e, soprattutto, con Le Drame des Juifs européens, nel quale esamina alcune delle principali testimonianze sulle camere a gas e smantella lo studio più solido delle statistiche sul numero degli scomparsi nelle comunità ebraiche d’Europa, quello dell’americano Hilberg (The Destruction of the European Jews, Quadrangle Books, Chicago 1961, riedito nel 1967). Il testo tardivo e polemico di Georges Wellers, La “solution finale” et la mythomanie néonazie (“Le Monde Juif”, Paris, CDJC, n. 86, aprile-giugno 1977, pp. 41-84), non risponde adesso che molto parzialmente e resta prigioniero delle convenzioni di lettura e d’interpretazione dei documenti di cui Rassinier dimostra l’inconsistenza.

Rassinier è stato violentemente attaccato e si è visto costretto a farsi pubblicare dall’estrema destra. Come dicono alla Vieille Taupe che ha riedito Le Mensonge d’Ulysse: “Quelli che rimproverano a Paul Rassinier di essersi fatto pubblicare da un editore di estrema destra sono quelli che avrebbero voluto che non venisse pubblicato affatto”. Ammetto di buon grado che nei suoi scritti si trovano eccessi di linguaggio e, a volte, affermazioni discutibili. Ma discutere non significa respingere e calunniare. Bisognerà pure, un giorno, riabilitare Rassinier.

[124]

Egli ha scritto troppo presto, forse. Anche Faurisson, quindici anni dopo, scrive troppo presto? L’orizzonte è un po’ cambiato. Come lamenta una pubblicazione ebraica, vanno scomparendo i “tabù psicologici innalzati attorno agli ebrei e all’ebraismo”. L’autore di quest’articolo attribuisce il fenomeno alla “cancellazione nella memoria collettiva del genocidio nazista e alla progressiva diluizione del senso di colpa alimentato successivamente dai non-ebrei. In una parola, il genocidio non paga più e i nostri poveri morti non ci danno più diritto morale su un Occidente sei milioni di volte giudicabile per una punizione” (R. Gérard, Requiem pour une idée acquise, “Information juive”, n. 288, Paris, gennaio 1979). E’ una verità lapalissana: in nome di che cosa le generazioni del dopoguerra dovrebbero sentirsi colpevoli di atteggiamenti ed atti politici che non sono i loro? Che addirittura, nella maggior parte dei casi, sono l’esatto contrario? I crimini nazisti appartengono esclusivamente agli hítleriani, a rigore ai loro complici, ma sicuramente non a coloro che si sono dimostrati antifascisti ed antirazzisti.

Un altro elemento della dissoluzione progressiva dei tabù in questione è sicuramente stato l’atteggiamento di Israele di fronte alla questione palestinese. Fino alla Guerra dei sei giorni compresa, l’opinione francese era impregnata di una sorta di sionismo da transfert: al crimine dì Auschwitz corrispondeva una riparazione di fatto che era l’esistenza di uno Stato d’Israele miticamente pacifista e socialisteggiante. La nascita della questione palestinese e soprattutto il rifiuto categorico ed assoluto degli israeliani, e con loro dei sionisti, di considerare e persino di cercare una soluzione allo sradicamento massivo di popolazioni che essi avevano provocato, sono serviti da cartina di tornasole: militarismo, intransigenza, bombardamenti di civili, rappresaglie collettive, omicidi politici, questi atteggiamenti aggressivi e questa rigidità di piombo hanno imposto un’altra immagine di Israele che non è più sovrapponibile a quella della riparazione dovuta agli ebrei a causa dei torti recati loro dall’Europa hitIeriana. L’oppresso è diventato l’oppressore, sic transit gloria…

Tutto ciò meriterebbe sicuramente più ampi sviluppi. Mi limito semplicemente a constatare che, a seguito dello sfaldamento di certi tabù, s’è aperto dopo il 1967 uno spazio di discussione sulla politica israeliana e sul sionismo; in altre parole, le accuse ingiu-

[125]

riose di antisemitismo lanciate contro i critici del sionismo non vengono più prese sul serio e non impediscono la discussione. Ci si può chiedere, viste le reazioni suscitate dal caso Faurisson, se esista la possibilità che nasca uno spazio di diszussione sulla realtà, l’ampiezza e le modalità delle persecuzioni hitleriane. Per il momento, tutto è fermo, a causa degli sforzi di coloro che vogliono imbalsamare dei ricordi e imporre il rispetto di un’immagine della storia che non è particolarmente intelligibile. Alcuni non sono lontani dal credere che si stia assistendo alla nascita di una nuova religione, quella dell’olocausto, con corredo di dogmi e officianti. Da parte mia, sono convinto che c’è uno sviamento, che la possibilità di ritrovare e conservare il senso che avevano per le vittime le sofferenze imposte loro dalla tirannia si trova piuttosto tra coloro che cercano di porsi delle domande. L’arsenale delle celebrazioni, dei monumenti e di altri sacrari non è che un travestimento del vero ricordo.

E’ in gioco la responsabilità degli intellettuali di sinistra. La scelta è semplicissima: o si rafforzano le posizioni acquisite, sostenendo una storia ufficiale e avallando tutte le sue lacune e le sue scorie in attesa, come nel Deserto dei Tartari, dell’arrivo dei barbari, oppure ci si dà un margine di valutazione critica e si accetta l’idea che c’è motivo, nel passato prossimo, di ripensare avvenimenti che servono da fondamento all’attuale configurazione del mondo. Finora, le reazioni sono state nell’insieme negative. La mia esperienza in materia si riassume pressappoco così: quando si affronta questo problema con qualche vecchio conoscente, la prima reazione è uno choc (è accaduto anche nel mio caso). Poi, dopo un periodo di spiegazione, che è variabile, mi si concede che sia necessaria un’informazione storica precisa, che dopotutto possa porsi la questione. Ma immediatamente avviene il dislocamento della questione: “Ammesso che il problema si ponga, hai pensato alle conseguenze? Se è vero, sarà d’aiuto ai neonazisti, si ripresenterà la questione ebraica, andrà a finire che… “. In altre parole, l’importanza della verità (che non si sa ancora quale sarà, posto che si riesca ad avvicinarsi ad essa) è completamente subordinata all’uso polemico o incantatorio che si prevede di farme o si sospetta che altri ne faranno.

E proprio a questo che si riduce la libertà di pensare presso i nostri chierici: una merce il cui valore è strettamente d’uso. Dinanzi

[126]

alle affermazioni, che mi paiono palesemente provocatorie, di Faurisson, l’intellighenzia s’affretta a svendere i suoi principi. I giornali, le riviste, gli editori e persino i tipografi si tirano indietro perché ne hanno — chi lo nega? — la libertà. Non parlo di paura perché essi respingono perfino l’idea di poter temere di affrontare il dibattito. Di conseguenza, grazie alla prodigiosa libertà di cui godiamo, sotto la vigilante protezione della sinistra, abbiamo la scelta di ricorrere al buon vecchio metodo del samizdat.

Abbiamo anche la libertà di farci pubblicare dai nostri nemici politici, provvisti, nell’immaginario della sinistra, di fondi sicuramente inesauribili. Consentiteci di declinare questa generosa offerta. Meditate per un momento su questa situazione e sulle sue conseguenze. Chi potrà uscirne moralmente a testa alta?

12 novembre 1979

+++++++++++++++++++++++++++++++++++++
Capitolo sesto, conclusivo, da Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz, Paris, La Vieille Taupe, 1979, pp. 164-7.
Prima traduzione italiana: Il Caso Faurisson, a cura di Andrea Chersi, [1981], p. 73-6.
Nuova traduzione in Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico, Graphos, 1997, p.123-6.

 

( Fonte: www.vho.org )

Ferdinando ABBA/ Romolo GOBBI – “Complessità” e Revisione – Revisione tra storia e politica

16 Ott

Ferdinando ABBA e Romolo GOBBI

 

“COMPLESSITA” E REVISIONE

 

Revisione tra storia e politica

 

In generale la “revisione” culturale e’ una tendenza naturale e un sacrosanto diritto di ogni generazione di studiosi, ricercatori o teste comunque pensanti, che non vogliono rinchiudersi nell’eterno compitino di ricopiatura e chiosatura dei sacri testi. L’esigenza di revisione nasce dall’acquisizione di nuove informazioni, dall’affermazione di nuovi paradigmi teorici, dalla necessita’ di riconsiderare continuamente il patrimonio culturale ereditato alla luce dei nuovi problemi del presente e del futuro.

Altrettanto naturale e’ che le vecchie élites intellettuali e dirigenti oppongano la propria resistenza a tale tendenza, sia per ragioni ideali che di difesa del proprio potere e prestigio istituzionale ed accademico. Ma del tutto eccezionale e’ la virulenza con cui oggi reagiscono a qualunque accenno di ridiscussione dei canoni consolidati di interpretazione della storia contemporanea. Si e’ caricato il termine “revisionismo” di ogni connotato negativo, si e’ banalizzato il concetto per poterlo assimilare a “neo-nazista” ed in qualche occasione si tenta di dar vita ad una nuova caccia alle streghe. Naturalmente l’opera di demonizzazione, soprattutto nei mass media, risulta facile se si circoscrive tutto alla polemica sulle cifre dell'”olocausto”. Ma e’ proprio la violenza della reazione a dimostrarci che il revisionismo apre una possibilita’ di critica radicale dei fondamenti culturali del nostro tempo, a partire dal muro di false certezze eretto dalla storiografia.

La verita’ e’ che la storia inchioda il presente al passato e quindi impedisce un futuro alternativo all’esistente. Che la storia sia uno strumento del potere lo sappiamo da sempre, ma ce ne dimentichiamo regolarmente. Che la storia non sia obiettiva anche questo lo sappiamo da sempre, ma continuiamo ad aver bisogno di sentirci inseriti in una catena di eventi che ci precedono e di altri che si prevedono, per riuscire a superare l’angoscia della nostra finitezza personale. Per questo i miti storici hanno un potere cosi’ grande su di noi: per questo da cinquant’anni siamo inchiodati al mito della grande guerra patriottica ed antifascista dagli Alleati nel 1945. (1)

E’ questo il mito fondante, quello che non si puo’ discutere: perche’ sulle sue spalle avanza oggi, in modo apparentemente irresistibile, la legittimazione dell’egemonia americana. Gli USA rappresentano la punta piu’ avanzata del modello economico, sociale, culturale, politico, al quale l’Occidente vuole omologare l’intero pianeta. Questo modello si e’ affermato sconfiggendo i suoi antagonisti, nella seconda guerra mondiale e nella guerra fredda, e da vincitore ha imposto la “sua” storia. Ancora oggi la rassicurante narrazione del giusto trionfo della democrazia sui regimi totalitari e’ intoccabile e detta i confini della politica internazionale nei suoi punti caldi: egemonia economica-politica-militare degli USA, difesa ad oltranza dello Stato di Israele, diffidenza per il ruolo della Germania. L’Italia, che ha cessato di essere una nazione l’8 Settembre 1943, e per cinquant’anni e’ stata una colonia americana, oggi si trova a dover scegliere. I liberal-liberisti del Polo sono critici del fatiscente Stato assistenziale, teorizzano la flessibilita’ e il libero mercato, e ci propongono appunto il modello americano, travestendolo da rivendicazione di sovranita’ nazionale contro un’Europa ad egemonia tedesca: “oggi liberta’ in Europa significa liberarsi dall’annessione culturale e politica della Germania e dai suoi errori, che da almeno un secolo portiamo, generazione dopo generazione, sulla pelle”. (2) Qui la difesa del mito storico della grande guerra antifascista e’ parte integrante e funzionale di un progetto politico.

Piu’ difficile da spiegare e’ la difesa che ne viene fatta nell’altro campo, all’interno della sinistra. Questa, dopo aver celebrato e praticato l’unita’ antifascista, come scelta imposta dalle esigenze di politica internazionale dell’Unione Sovietica, ha poi dovuto partecipare a quarant’anni di guerra piu’ o meno fredda fra i due protagonisti dell’alleanza e vincitori, che erano non solo due potenze in lotta per l’egemonia mondiale, ma due sistemi ideologici totalizzanti, in competizione per il dominio sulla sfera noologica umana. Quando poi si e’ registrato il crollo clamoroso di uno dei contendenti, quello per cui parteggiavano, subito si grido’ alla fine delle ideologie. Ma e’ rimasto deluso chi si aspettava finalmente una ridiscussione critica dei concetti, delle idee che avevano dominato per mezzo secolo, delle “parole-padrone” (Destra/Sinistra, Capitalismo/Socialismo, Fascismo/Antifascismo ecc.) che operavano le distinzioni/opposizioni fondamentali che davano forma e senso all’universo politico. Eppure, gia’ prima del crollo, ci si poteva chiedere:

“non sta accadendo forse che le parole padrone dei nostri vocaboli politici dominanti divengono sempre di meno parole che fanno riferimento ai fenomeni effettivi, e sempre di piu’ parole mistero (che si crede siano esplicatrici quando invece sono proprio esse a dover essere spiegate), parole spettro che si impongono come realta’ e che occultano in questo modo le cose reali”. (3)

I vincitori dell’89 hanno subito proclamato la fine della storia, i vinti si sono affrettati a rimuovere il loro passato, per arruolarsi velocemente sotto le nuove bandiere di un pensiero unico genericamente progressista e democratico. In fondo non e’ stato difficile per chi, da anni, era abituato a recitare la parte verbale del contestatore e fustigatore del sistema, mentre veniva ripagato dallo stesso con quote di partecipazione al potere, ruoli di egemonia culturale, prebende accademiche. Venuto meno lo scenario internazionale che permetteva questa comoda posizione, il re si e’ denudato: nelle nuove condizioni ambientali, la cultura di sinistra non si e’ evoluta in una nuova specie, ma ha riprodotto un ibrido, che sta col cuore in USA ma sceglie politicamente di schierarsi colla Germania, il cui modello di capitalismo assistenziale e’ piu’ adatto alla conservazione della specie “sinistra tradizionale”. Si e’ conclusa una vicenda che era probabilmente insita nel patrimonio genetico della cultura di sinistra, che ha ritrovato nel passaggio dal PCI al PDS la realizzazione del proprio progetto:

“Anche sul piano culturale il PCI e’ andato alla ricerca della legalita’. Un’operazione difficile ed insieme difficilmente evitabile… Prendendo le distanze da Marx, con l’intento di differenziarsi da un pensiero troppo eversivo e pericoloso agli occhi della cultura democratico-liberale, il PCI non poteva simpatizzare con le forze culturali, anche di primaria importanza, che in vari modi mettono in questione la logica della democrazia. E poiche’ e’ largamente accreditata la tesi che struttura e sorte delle moderne democrazie parlamentari siano strettamente legate a quelle della scienza e della tecnica moderne, il PCI ha dovuto mostrare l’estraneita’ della propria vocazione cultuale non solo rispetto alle varie forme di critica alla civilta’ occidentale, ma anche alle critiche rivolte da piu’ direzioni alla conoscenza scientifico-tecnologica. La legalita’ culturale a cui mirava il PCI, e che presumibilmente si prolunga nel PDS, consisteva dunque nella difesa argomentata dell’ordine democratico e del sapere scientifico, e nel rifiuto di tutto cio’ che poteva sembrare avventura politica e culturale, “irrazionalismo”. E’ all’interno di questa dimensione che, per differenziarsi dagli altri partiti, il PCI ha parlato del carattere “forte” del suo riformismo”. (4)

Si e’ cosi’ realizzata veramente la fine della storia, perlomeno della riflessione sulla storia: si e’ congelato il pensiero, condannando all’espulsione dall’universo del discorso legittimo qualsiasi posizione critica dei paradigmi dominanti, bollata come eretica. E il discorso eretico viene semplicemente ignorato, definendolo di volta in volta “pseudo-scientifico”, “pseudo-storico”, ed esimendosi cosi’ dall’onere della replica.

“La regola implicita… e’ la seguente: ogni famiglia di pensiero che non sia nel campo di legittimazione aperto nel XVIII secolo dalla filosofia dei Lumi, va considerato inesistente”. (5)

Arriviamo cosi’ al cuore del mito e del paradigma moderno occidentale. Razionalita’ tecnico-scientifica e fede nello sviluppo hanno alimentato il grande mito ottimista del progresso, nel quale oggi la sinistra trova l’ultimo rifugio (ma anche la destra tradizionale, appena “sdoganata”, ha dimostrato uguale ansia di omologazione), proprio nel momento in cui si accumulano i fatti ed i dati che dovrebbero rovesciare questo ottimismo.

Paradigma industrialista e limiti dello sviluppo

Da molto tempo si parla della “crisi dell’Occidente”; continui aggiornamenti ci illustrano nuovi aspetti quantitativi o qualitativi di questa crisi: crisi dei valori, crisi economiche, degrado ambientale, caduta culturale, ecc. Eppure a livello dell’agire politico ma anche del linguaggio comune dell’informazione non si tiene alcun conto dei dati critici, cosi’ abbondantemente forniti: continua invece a circolare un irrazionale ottimismo che fa sperare in una soluzione razionale-scientifica di tutti i mali che affliggono le societa’ industriali e quindi l’umanita’ intera. Gia’ l’idea di “umanita’” come unita’ e’ priva di fondamento, la differenza tra le condizioni di vita degli abitanti dei paesi industrializzati e quelle dei paesi sottosviluppati e’ grandissima e tende ad aumentare. I paesi industrializzati in cui vive il 20% dell’umanita’, consumano l’80% dell’intero prodotto lordo mondiale e producono il 90% dell’inquinamento globale. Questa radicale sperequazione e’ inoltre destinata ad aumentare col raddoppio della popolazione. Poiche’ la crescita demografica si realizzera’ tutta nel cosiddetto Sud del mondo, il rapporto diventera’ insostenibile: se oggi e’ di 1 a 4, allora sara’ di 1 a 9, un ricco contro nove poveri. Non ci si puo’ illudere di risolvere il problema con le politiche migratorie: in ogni caso le quote di immigrati che possono essere accolte nei paesi ricchi sono tali da essere sufficienti a scatenare gravi tensioni e conflitti nei paesi di accoglienza, ma del tutto irrisorie rispetto alle dimensioni della popolazione dei paesi poveri. D’altra parte l’idea stessa del raddoppio della popolazione e’ un’idea di crisi: secondo i piu’ recenti calcoli del “Population Institute” di Washington, se non verra’ fatta una radicale politica di controllo delle nascite, nel 2015 sulla terra si potrebb-ero raggiungere i 14 miliardi di abitanti ed il risultato “sarebbe una ‘fine del mondo’ ambientale nel XXI secolo”. (6)

L’allarme per la crescita iperesponenziale della popolazione era gia’ stato lanciato alla fine degli anni ’60. Lo scarso impegno sul terreno della pianificazione demografica, addirittura una politica contraria nell’epoca reaganiana, ha permesso da allora la continuazione del processo secondo i suoi ritmi naturali. Allo stesso modo sono gia’ scattati i meccanismi altrettanto naturali e previsti di equilibrio: epidemie, carestie, esplosioni di aggressivita’. Secondo i rapporti delle Commissioni Speciali dell’ONU, dell’UNICEF e dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’

“tutte le malattie epidemiche che credevamo debellate stanno facendo la loro ricomparsa… Il problema capitale e’ il seguente: gli organismi e i medici incaricati della battaglia contro le epidemie confessano la propria impotenza. Non vi sono soccorsi ne’ risorse possibili senza una lotta efficace e rapida per sconfiggere il sottosviluppo. Tuttavia questa stessa lotta e’ vanificata da una crescita demografica esponenziale”. (7)

Sul fronte alimentare l’allarme e’ scattato nell’86, da quando cioe’ il consumo mondiale di derrate alimentari ha cominciato ad essere superiore alla produzione, provocando cosi’ una diminuzione delle riserve.

“La produzione alimentare non puo’ raddoppiare nei prossimi 40 anni, come invece fara’ la popolazione, anzi a causa dello ‘stress’ cui sono sottoposti i terreni agricoli si avra’ via via una diminuzione dei prodotti coltivabili”. (8)

Contemporaneamente l’esplosione della violenza non e’ confinata all’interno del Terzo Mondo: da li’ e’ gia’ partita una campagna, non solo nelle forme dell’ideologia ma anche in quelle ben piu’ micidiali del terrorismo, che prende di mira l’intero Occidente ed i suoi privilegi.

“La ragione della nuova conflittualita’ e’ infatti la presenza, nel Nord, di risorse che per la prima volta nella storia potrebbero risolvere il problema della sopravvivenza dell’umanita’ intera, e che invece sotto il monopolio dei paesi ricchi, sono usate per rafforzare i loro privilegi… E’ la presenza di queste risorse senza precedenti, dunque, ad attivare una pressione del Sud sul Nord, che a sua volta non ha precedenti – anche perche’ l’accumulazione di tali risorse avviene attraverso il coinvolgimento e lo sfruttamento del Sud . (9)

Il Nord e’ l’area “dove il capitalismo e’ l’ideologia repressiva, sostanzialmente condivisa dalle popolazioni del Nord, per la quale la minoranza costituita da tali popolazioni estromette il resto del mondo dal controllo dell’apparato scientifico-tecnologico”. (10)

Il conflitto Nord-Sud

La consapevolezza della centralita’ del conflitto Nord-Sud sembra ormai diffusa a livello intellettuale ma a livello politico se ne sottovalutano gli effetti e soprattutto non si riesce ad individuare soluzioni praticabili. Tutte le proposte rientrano infatti nel tradizionale paradigma industrialista, piu’ sviluppo, piu’ crescita, che in realta’ riproduce lo stesso problema ma su scala piu’ critica.

Da sinistra si propone una difesa accanita del livello di vita dell’Occidente, attraverso i tradizionali strumenti protettivi e protezionistici dello Stato sociale, salvandosi la falsa coscienza con le buone intenzioni sull’integrazione razziale e gli aiuti al mondo sottosviluppato senza indicare ne’ dove trovare i soldi ne’ come spenderli.

Alla destra risulta facile criticare questa posizione ricordando la crescita incontrollata del debito pubblico, l’insostenibilita’ dei costi previdenziali, ma piu’ in generale la caduta di autorita’ e di possibilita’ di manovra degli Stati nazionali nell’era della “globalizzazione” economica: quando le risorse degli stessi sono irrisorie di fronte all’entita’ del flusso borsistico e finanziario di capitali a livello mondiale, e quando l’apertura dei nuovi mercati di merci e lavoro dei paesi del Terzo Mondo costringe i salari ad un livellamento generale verso il basso, mentre l’innovazione tecnologia produce disoccupazione in tutti i settori. La proposta che viene avanzata da questa parte, e’ quella di cavalcare proprio questi processi configurati nella formula del “turbo capitalismo”, che dovrebbe trascinare, nelle intenzioni, l’industrializzazione a livello globale, in una corsa tra le continue innovazioni dell’Occidente e le capacita’ imitative del mondo sottosviluppato, dando comunque per scontata una fase di crescente poverta’ e di tensioni sociali (che spetterebbe al “politico” controllare) nei paesi del Nord spinti a questa nuova reindustrializzazione. (11)

Questa posizione e’ espressione della fede ottimistica nelle virtu’ salvifiche delle nuove tecnologie, nei vari campi della robotica, dell’informatica, delle bioingegnerie. Ma avvertimenti critici sugli sviluppi incontrollati da questa “terza rivoluzione industriale” sono stati avanzati gia’ da tempo. Ad affrontare per primo il problema nei suoi vari aspetti, era stato il Club di Roma nel 1982 con il rapporto sulla “Rivoluzione Microelettronica”. L’ondata di nuove tecnologie, basate essenzialmente sugli sviluppi dell’informatica, veniva qui presentata come una svolta epocale:

“possiamo affermare di trovarci sulla soglia di un periodo di trasformazione profonda, che durera’ da trenta a cinquant’anni prima di imporre un tipo completamente diverso di societa’ mondiale”. (12)

Dati i tempi, era ancora possibile per gli autori del rapporto disegnare scenari utopistici di soluzione dei conflitti e dei problemi sociali e mondiali con l’ausilio delle nuove tecnologie. Contemporaneamente pero’ venivano denunciati i pericoli: disoccupazione di massa, aggravamento del divario Nord-Sud, crisi delle realta’ nazionali.

Gli sviluppi successivi confermano le previsioni piu’ pessimistiche. Un libro recente ci avverte:

“piu’ del 75% della forza lavoro occupata nella maggior parte delle nazioni industrializzate svolge funzioni ripetitive semplici. Macchine automatizzate, robot e computer sempre piu’ sofisticati possono eseguire molte, se non la maggior parte, di tali mansioni. Nei soli Stati Uniti, cio’ significa che nei prossimi anni piu’ di 90 dei 124 milioni di individui che costituiscono la forza lavoro sono potenzialmente esposti al rischio di essere sostituiti da una macchina. Dal momento che le attuali analisi dimostrano che meno del 5% delle imprese, a livello mondiale, ha iniziato ad adattarsi alla nuova cultura delle macchine, sembra quasi inevitabile che, nei prossimi decenni, si debba far fronte a una disoccupazione di massa di proporzioni mai viste finora”. (13)

Secondo l’autore “la ridefinizione delle opportunita’ e delle responsabilita’ di milioni di persone in una societa’ nella quale non esiste l’occupazione formale di massa sara’, molto probabilmente, la questione sociale piu’ pressante nel secolo a venire”. Intanto, “le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e le forze del mercato globale stanno rapidamente polarizzando la popolazione mondiale in due forze inconciliabili potenzialmente conflittuali: una e’lite cosmopolita di “analisi di simboli” che controllano le tecnologie e le forze di produzione; e un crescente numero di lavoratori permanentemente in eccesso, con poche speranze e ancor meno prospettive di trovare un’occupazione significativa nella nuova economia globale ad alta tecnologia”. (15) Ed e’ appunto a livello mondiale che la ricaduta tecnologica provoca i rischi maggiori, contribuendo alla radicalizzazione, anziche’ alla soluzione, del conflitto Nord-Sud.

“Vi sono precise indicazioni del fatto che alcune delle nuove tecnologie del ‘Primo’ Mondo, lungi dal venire in soccorso ai paesi in via di sviluppo afflitti dal boom demografico, possano perfino danneggiarli”. (16)

A cominciare dall’applicazione delle biotecnologie in agricoltura, prospettata come soluzione dei problemi alimentari dell’umanita’, che implicherebbe “un significativo trasferimento della produzione agricola (o di suoi succedanei) dai paesi in via di sviluppo, con conseguente peggioramento della loro bilancia commerciale e dell’indebitamento, ed una accresciuta dipendenza dai paesi ricchi. Inoltre, se anche i paesi in via di sviluppo fossero in grado di superare tutti gli ostacoli (mancanza di laboratori, scienziati, know-how) e di sviluppare una propria produzione in vitro, cio’ avverrebbe a spese di milioni di posti di lavoro in campo agricolo e col rischio di provocare una vera e propria rivolta del ceto rurale”. (17) Contemporaneamente l’automazione industriale ed il conseguente aumento di produttivita’ “accresce altresi’ il potere relativo di societa’ e nazioni in grado di passare alla produzione automatizzata e al contempo di controllarne le conseguenze sociali… anche in questo caso siamo in presenza di una rivoluzione tecnologica destinata a mantenere i paesi poveri ‘in posizione di coda’ e a indebolirli ulteriormente”. (18) Inoltre

“il quadro idilliaco di societa’ multinazionali superefficienti che competono per offrire i loro ultimi ritrovati della tecnica a clienti di favore sparsi ai quattro angoli del globo, con i rispettivi governi ridotti a entita’ invisibili, puo’ senza dubbio apparire seducente, ma ignora il fatto che cio’ di cui la gran parte delle nazioni piu’ povere ha bisogno non e’ soltanto la liberta’ concessa dall’economia di mercato, quanto soprattutto enormi investimenti in campo sociale… occorrono enormi investimenti pubblici… in modo da creare quelle condizioni che permettano di attrarre gli investimenti delle compagnie americane o giapponesi. Ma dove trovare tali fondi pubblici e’ un tema poco o punto affrontato dai fautori della globalizzazione”. (19)

Dunque i processi di globalizzazione economica e di sviluppo tecnico-scientifico non spingono affatto verso un riequilibrio degli assetti planetari ma al contrario verso una radicalizzazione delle differenze e quindi dei conflitti fra Nord e Sud del mondo. E’ d’altra parte un meccanismo inevitabile all’interno del paradigma della crescita economica: in quanto tale questa non e’ generalizzabile, il modello occidentale non e’ esportabile all’intero pianeta per gli effetti distruttivi che comporterebbe. A fronte della crescita demografica, per estendere il livello di consumi occidentali al secondo e al terzo mondo “sarebbe necessario aumentare da cinque a dieci volte l’attivita’ economica… Un aumento dell’attivita’ economica da cinque a dieci volte si traduce in un nuovo enorme sovraccarico per l’ecosfera”. (20)

Il problema dei limiti dello sviluppo venne affrontato per la prima volta nell’ormai famoso primo rapporto al Club di Roma, ma li’ l’attenzione era ancora rivolta soprattutto al problema delle risorse e delle materie prime. La questione consiste piuttosto nell’impatto globale che il sistema industriale, tanto piu’ nella prospettiva di una sua ulteriore proliferazione, comporta sull’intero ecosistema. Cio’ che dal punto di vista economico e’ trattato come produzione di beni, dal punto di vista ecosistemico rappresenta da una parte sottrazione complessiva di energia ai processi di regolazione e rigenerazione dell’ecosfera, dall’altra emissione di inquinamento e quindi degradazione dei meccanismi di quello stesso processo.

“L’umanita’ si sta appropriando direttamente o indirettamente di gran parte della frazione di energia solare che viene sfruttata, mediante il processo di fotosintesi, dalle piante, dalle alghe e da alcuni tipi di batteri. Praticamente tutti gli animali e gli altri organismi non fotosintetizzatori dipendono in ultima analisi da questa energia, che essi assumono con il cibo. Tutta l’energia catturata ogni anno fai fotosintetizzatori e non utilizzata da questi per vivere e’ chiamata la ‘produzione primaria netta’ (PPN)”.

Attraverso i suoi consumi diretti ed indiretti e i suoi interventi sul territorio, l’umanita’ sta consumando “quasi il 40% della PPN terrestre potenziale del pianeta… Questa enorme diversione delle risorse energetiche di tutta la vita sulla Terra ben spiega perche’ i servizi vitali forniti dagli ecosistemi naturali si stiano deteriorando”. (21)

Dal punto di vista dell’emissione, gli scienziati hanno recentemente confermato il decisivo contributo delle attivita’ e dei prodotti industriali sull’effetto serra , (22) con il rischio di sconvolgimento dell’assetto climatico globale e relativi effetti catastrofici, che ci sono stati ampiamente descritti, mentre ci veniva comunicato che il 1995 e’ stato l’anno in cui la Terra ha registrato la piu’ alta temperatura, da che sono iniziate questo genere di rilevazioni . (23)

Dal mito del progresso al paradigma della complessita’

Tutto questo non deve sfociare in un fatalismo apocalittico, ma impegnarci in una revisione del pensiero, dei criteri di valutazione e dell’agire che ci consenta di evitare gli esiti apocalittici.

Sul piano razionale la soluzione appare chiara: per evitare il collasso, l’umanita’ nel suo complesso deve avviarsi verso una transizione multipla, che comporti. 1) un’inversione delle tendenze demografiche, attraverso una stabilizzazione prima ed una diminuzione poi della popolazione, 2) un adeguamento dei consumi materiali ed energetici dell’Occidente ai livelli ecologicamente compatibili, 3) una redistribuzione delle risorse naturali e tecniche fra Nord e Sud del mondo.

Ma questa e’ appunto un’enunciazione razionale, che si scontra con modi di pensare, comportamenti, aspettative, interessi, abitudini e pregiudizi che sono irrazionali o a razionalita’ limitata. Contro questo blocco bisogna mobilitare le energie a livello di pensiero e di azione, locale e globale, senza illudersi che gli esiti possano essere lineari ed indolori.

Di fronte a questi problemi, non solo la pratica politica che e’ di per se’ “stupida”, vive nel breve periodo, di riflessi condizionati – ma la stessa teoria politica e’ muta. Un celebre scienziato della politica in un suo altrettanto celebre libro ha affermato recentemente: alcuni problemi “sono gia’ ben identificati, per esempio la bomba demografica… e la minaccia del collasso ecologico; ma non riguardano la teoria della democrazia”. (24) Tanto vale dire che la teoria della democrazia non serve a nulla, ed in effetti non mancano i segnali che la si vuole usare per farne lo scudo e la spada ideologica con cui difendere i privilegi di una parte del mondo. Inutile pensare oggi ad una “riforma della politica”, il cambiamento puo’ venire solo da rotture profonde dentro il tessuto socio-culturale, rotture pratiche che mettano in discussione la logica della tecnica e dell’economia.

Da piu’ parti ormai si invoca la necessita’ di “una regolazione su scala planetaria” per evitare i disastri di un collasso ecologico, ma pochi ancora sono disposti ad ammettere che “sara’ necessario che catastrofi di questo tipo siano imminenti, ma nel contempo non irrimediabili, perche’ si diffonda una presa di coscienza e si dia il via a una costruzione di sistemi metanazionali e di sistemi su scala planetaria”. (25) Piu’ in generale:

“c’e’ una pedagogia delle catastrofi. I dubbi, gia’ notevoli, che hanno scosso la fede tecnicistica, potrebbero ben portare ad una crisi profonda… Il culto del progresso non passa piu’ per delle preghiere monotone rivolte alla divinita’, ma per delle pratiche familiari entrate nelle abitudini e la rivendicazione di ulteriori innovazioni per risolvere le disfunzioni generate dalla dinamica stessa del progresso. Soltanto una ‘catastrofe’ pratica puo’ aprire gli occhi degli adepti affascinati” (26).

Una cultura alternativa deve quindi uscire dall’impotenza di un illusorio ottimismo e sapere che “la condizione in cui ci troviamo ci obbliga a fare i conti con la catastrofe e a coricarci al suo fianco perche’ non ci sorprenda durante il sonno. Possiamo cosi’ accumulare una riserva di sicurezza che ci consenta poi di agire in modo razionale” (27).

Dobbiamo rinunciare anche alle piu’ recenti illusioni sullo sviluppo eco-compatibile o sostenibile, che rappresentano

“soltanto l’ultimo atto di una lunga serie di innovazioni concettuali tendenti a fare entrare una parte di sogno nella dura realta’ della crescita economica… Lo sviluppo e’ stato ed e’ l’occidentalizza-zione del mondo, la guerra economica e la depredazione della natura. Finche’ si continuera’ a lottare contro gli effetti ed i misfatti ecologici dello sviluppo mettendosi sotto la protezione della sua bandiera, lo si voglia o no si incoraggia l’arroganza degli economisti… Quando si razionalizza l’ecologia e’ necessariamente l’economia che impone la sua legge”. (28)

Una revisione del pensiero deve portarci ad un’uscita radicale dal mito del progresso, che domina ancora oggi l’universo dei criteri, delle percezioni, delle aspettative delle masse occidentali ed ancor piu’ delle loro e’lites intellettuali.

“Il Progresso e’ il grande mito tribale dell’Occidente… La postmodernita’ ed il dopo sviluppo possono iniziare solo dopo l’abbandono del culto del progresso. Il progresso, la tecnica, l’economia costruiscono un triangolo di campi interdipendenti che formano la base della modernita’”, ma “il progresso occupa un posto essenziale in quanto mette in orbita l’immaginario che permette lo sviluppo degli altri due”.

Questa visione e’ oggi accompagnata dalla “nostalgia per la semplicita’ passata – che e’ l’altra faccia dell’ideologia del progresso”. (29) In realta’ la nostalgia e’ “un’abdicazione della memoria”, che interferisce “sia con una ricostruzione del nostro passato che con una valutazione equilibrata delle prospettive future”, e’ il richiamo al comunitarismo come contrappeso all’idea di progresso “che cerca di equilibrare i vantaggi del progresso con i suoi svantaggi e rimane comprensibilmente ambivalente riguardo all’intera faccenda. E’ necessario un punto di vista che tagli corto con questo dibattito inconcludente, ponendo in discussione le categorie dominanti”. (30)

Questa discussione deve svolgersi non con lo sguardo rivolto indietro, ma partendo dai piu’ recenti paradigmi di pensiero, provenienti dalle scienze piu’ avanzate, in particolare i paradigmi della complessita’ e dei limiti della mente umana. E’ dalla cosiddetta “Scuola di Santa Fe” che provengono i piu’ recenti ed avanzati studi sulla complessita’. Uno dei fondatori della scuola, il premio Nobel per la fisica teorica M.Gel-Man, nel definire il campo di indagini, elenca:

“l’evoluzione chimica, l’evoluzione biologica, il comportamento di organismi singoli, il funzionamento egli ecosistemi, del sistema immunitario dei mammiferi, l’apprendimento ed il pensiero, l’evoluzione delle lingue umane, l’ascesa e la caduta delle culture umane”. (31)

Tutte queste realta’ rientrano nella definizione di “sistemi adattativi complessi”. Si tratta cioe’ di fenomeni che coinvolgono ognuno numerosi fattori indipendenti; sviluppano un’autorganizzazione spontanea, derivante dall’azione di reciproco adattamento fra gli agenti, che acquisiscono in questo modo proprieta’ collettive emergenti, irraggiungibili a livello individuale (come la vita, il pensiero, l’intenzionalita’); sono adattativi, in quanto non si limitano a reagire passivamente agli eventi ma si sforzano di svolgere a proprio vantaggio qualsiasi circostanza. Tutti questi sistemi hanno acquisito “la capacita’ di conciliare ordine e caos in un particolare stato di equilibrio spesso definito ‘margine del caos’- in cui i componenti non raggiungono una posizione stabile e tuttavia non si dissolvono nella turbolenza”. Il ‘margine del caos’ e’ quella zona di transizione, fra la rigidita’ di un ordine banale e povero e il caos totale di una proliferazione di agenti disordinati, in cui, a partire da poche leggi naturali di organizzazione, si possono formare sistemi complessi localmente ordinati. Il concetto di equilibrio qui implicito e’ ben lontano da quello tradizionalmente legato all’idea di stabilita’ e di ottimizzazione. Questi sistemi si trovano sempre in sviluppo, in transizione e non raggiungono mai la posizione di equilibrio stabile. Non ha nemmeno senso immaginare che gli agenti possano in qualche modo “ottimizzare” il loro adattamento, essendo la gamma delle possibilita’ troppo ampia. Al massimo possono migliorare in rapporto al comportamento degli altri agenti.

Fondamentale per la comprensione di questi sistemi e’ la simulazione al computer, che permette di studiare da un punto di vista matematico come

“da un numero limitato di regole possano emergere comportamenti complessi… Questa matematica rappresenta il primo gradino, il linguaggio di base dell’informatica dei sistemi complessi. All’altro estremo si situano i tentativi, ancora prematuri, di utilizzare tali sistemi per studiare i rapporti fra uomo, societa’, biosfera. A un livello intermedio, invece, alcuni studiosi cercano di comprendere il funzionamento dei sistemi adattativi nelle scienze biologiche, comportamentali e sociali. A mano a mano che ci allontaniamo dal livello di base, puramente matematico, cominciano a diventare importanti i cosiddetti accidenti storici e il loro progressivo accumularsi”. (33)

Si studiano cosi’ i fenomeni non lineari, che si incontrano numerosi in natura e tanto piu’ nello studio della mente e delle societa’ umane. Sono sistemi formati da una vasta rete non lineare di incentivi, costrizioni, connessioni. Il minimo mutamento di una loro parte produce sconvolgimenti nelle altre: ogni cosa e’ connessa a un’altra e sovente con un’incredibile sensibilita’. Le piccole perturbazioni non rimangono sempre piccole. In circostanze appropriate, la minima indeterminazione puo’ crescere fino a rendere del tutto imprevedibile – ovvero caotico – il futuro del sistema . (34) Da questo deriva anche che:

“In un sistema complesso adattativo… il flusso dei dati che lo interessa segue determinati schemi. A loro volta questi schemi entrano in competizione fra loro e si avvicendano nel tempo. Adoperandoli per descrivere e predire il comportamento del mondo, oppure per prescrivere un comportamento allo stesso sistema complesso adattativo, si generano conseguenze sulla realta’. Infine queste conseguenze influenzano retroattivamente la competizione fra schemi diversi, rendendo cosi’ possibili l’adattamento e l’apprendimento”. (35)

L’idea di ‘margine del caos’ ci apre ad una concezione nuova della storia e della societa’ umana, come un sistema che segue una continua evoluzione, che non ha di per se’ valenze positive, non ha una direzione e tantomeno segna un progresso, ma e’ produzione continua di nuove “emergenze”, di una sempre maggiore complessita’. D’altra parte la crescita di complessita’ non e’ senza limiti: alla fine i sistemi raggiungo un livello “oltre il quale i nuovi eventuali incrementi di complessita’ non potranno piu’ essere di aiuto all’efficienza dinamica; oltre quella soglia l’evoluzione puo’ produrre soltanto una deriva non selettiva” (36).

La crescita delle metropoli (pensiamo alle previsioni sulla crescita nel prossimo futuro delle metropoli del Terzo Mondo) e’ una metafora efficace di questo processo: la crescita continua di abitanti, relazioni, attivita’, tutto dipende dalla crescita di un apparato tecnico di controllo sempre piu’ sofisticato, portano l’intero sistema al punto di rischiare, al minimo intoppo, il collasso totale. Per evitare il collasso finale, il sistema deve operare un passaggio di forma, organizzarsi in una nuova configurazione che riduca la complessita’ globale. Quale sara’ questa nuova configurazione a livello politico-sociale non e’ dato saperlo, ne’ prevederlo, ma certamente sara’ una fuoriuscita dal sistema industriale ed un ingresso in un mondo veramente postindustriale.

 

[Torino, febbraio 1996]

NOTE

1. R. Gobbi, Chi ha provocato la seconda guerra mondiale?, Muzzio,1995, p.1.

2. C Pelanda, “il Giornale”, 160196.

3. E. Morin, Per uscire dalXX secolo, Lubrina, 1989, p.69.

4. I. Severino, “La bilancia”, Rizzoli, 1992, p.20.

5. A de Benoist, “Il Giornale”, 160196.

6. “La Stampa”, 281295.

7. J. Daniel, “La Reppublica”, 091091.

8. L. Bignami, “Il Corriere della Sear”, 210192.

9. I. Severino, op. cit., p.37.

10. I. Severino, Il declino del capitalismo, Rizzoli, 1993, p.89.

11. Aa Vv, Il fantasma della povertà, Mo,ndadori, 1995.

12. Aa Vv, Rivoluzione Microelettronica, Mondadori, 1982, p.32.

13. J. Rifkin, La fine del lavoro, Badini e Castoldi, 1995, p.27.

14. Op. cit., p. 16.

15. Op. cit., p. 18.

16. P. Kennedy, Verso il XXI secolo, Garzanti, 1993, p.30.

17. Op. cit., p. 109.

18. Op. cit., p. 122.

19. Op. cit., p. 85.

20.”Le scienze”, novembre 1989, p. 108.

21. P. e A. Erlich, Una pianeta non basta, Muzzo, 1992, p.35.

22. Conferrenza ONU sul clima, dicembre 1995.

23. “La Stampa”, 050196.

24. Sartori, Democrazia, Rizzoli, 1993, p. 317.

25. E. Morin, op. cit., p.14.

26. Latouche, La megamacchina, Biringhieri, 1995, pp. 165-166.

27. E. Junger, Tratato del ribelle, Adelphi, 1990, p. 67.

28. Latouche, op. cit., p. 103, 112 e 118.

29. Op. cit., p. 137.

30. Lasch, Il paradiso perduto, Feltrinelli, 1992, p.12.

31. G. Brockman, La terza cultura, Garzanti, p.288.

32. M. Waldrop, Complessità, INSTAR Libri, 1995, p.8.

33. G. Brockman, op. cit., p. 293.

34. M. Waldrop, op. cit.

35. G. Brockman, op. cit., p.289.

36. E Laszlo, Evoluzione, Feltrinelli, 1986, p. 40.


 

Estratto di Revisionismo e revisionismi (1996).
Grafos, Campetto, 4, 16123 Genova.

( Fonte: www.vho.org )