Archivio | 5:37 am

UNITA’ WAFFEN-SS IN ITALIA – di Marco Nava

30 Ott
UNITA’ WAFFEN-SS IN ITALIA

 

APRILE 1945

 

Marco Nava

 

 

            E’ noto a chi si interessa di Waffen SS che i reparti agli ordini di Heinrich Himmler combatterono su tutti i fronti meno che in Nord Africa. La presenza di reparti Waffen SS in Italia non fu molto cospicua anche perché i volontari SS erano impegnati principalmente dove erano in corso le battaglie decisive per le sorti del conflitto, comunque il Reichfuhrer SS Heinrich Himmler non trascurò alcun settore dei vari fronti europei tanto che su fronti in apparenza secondari come la Finlandia, Grecia e Italia operarono reparti Waffen SS. Oltre alle unità più note che verranno trattate a parte, in primo luogo la 1° SS-Panzer Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” e la 16° SS-Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer SS” oltre alle due divisioni in cui militarono numerosi volontari italiani ovvero la 24° Waffen-Gebirgs (Karstjager) Division der SS e la 29° Waffen-Grenadier Division der SS (italienische nr. 1) vogliamo in questo articolo fotografare la presenza delle altre unità Waffen SS nell’ultimo mese di guerra: l’aprile 1945.

            L’organo principale che sovrintendeva, non tanto tatticamente, quanto amministrativamente, ai rifornimenti etc. era il Befehlshaber der Waffen SS in Italien –BdW- (Comando delle Waffen SS in Italia) costituito nel maggio 1944 che divenne operativo solo nel luglio 1944. Inizialmente a capo della BdW il Reichsfuhrer SS nominò l’SS-Gruppenfuhrer Karl Von Treuenfeld che venne dirottato ad altri incarichi. Al suo posto subentrò a metà luglio del 1944 il pari grado Lothar Debes, ex comandante della 6° SS-Gebirgs Division “Nord”.

            Il BdW occupò alcune ville a calmiero e Vago nel veronese, in particolare Debes sistemò il proprio comando a Villa Loredan. Nell’aprile 1945 facevano parte del BdW circa 200 SS italiane e tedesche compresi 15 ufficiali tedeschi e 16 italiani, il comando disponeva per inquadrare il personale addetto ai servizi e il personale di guardia dell’SS-Stabskompanie agli ordini dello Sturmbannfuhrer Piero Strada. Il BdW, gli ultimi giorni di aprile del 1945, mosse da Calmiero raggiungendo Predazzo dove si arrese agli anglo-americani, Strada preferì suicidarsi piuttosto che arrendersi. E’ lo stesso Debes nell’interrogatorio da parte degli americani dopo la sua cattura a indicare quali erano i reparti ai suoi ordini (1).

II° SS-Flak Abteilung/Kommandostab Reichsfuhrer SS: dislocato a difesa dei vari ministeri della RSI e dei principali comandi tedeschi situati lungo la sponda bresciana del lago di garda. Si trattava di 9 Ufficiali, 59 Sottufficiali e 412 Militi per un totale di 480 uomini agli ordini dell’SS-Hauptsturmfuhrer Richard Speth (2). Il gruppo disponeva di una batteria con 9 pezzi da 3,7 cm Flak, e una batteria con 8 pezzi da 20 mm Flak e 2 pezzi sempre da 20 mm ma a quattro  canne, tutti i pezzi erano autotrasportati.Stranamente nell’organigramma del 9 aprile 1945 non risultava la batteria con 4 pezzi da 8,8 cm Flak normalmente in dotazione al gruppo. Oltre alla difesa  aerea il reparto doveva provvedere alla scorta personale di Mussolini, tanto che fu un ufficiale del gruppo, l’SS-Ustuf. Birzer, a scortare il Duce nel suo ultimo viaggio conclusosi tragicamente lungo le sponde del Lago di Como.

SS-Gebirgsjager-Ausbildungs-und Ersatz Bataillon 7: 7° Battaglione SS Alpino Addestramento e Complementi della 7° SS_Freiwillige Gebirgs Division „Prinz Eugen“. Il battaglione della regione del Banato giunse a Gradisca in Friuli nel marzo 1944, era strutturato su 5 compagnie per un totale di 2.000 uomini nell’aprile 1945, quindi con un organico superiore al previsto, ma solo la 5° March-Kompanie venne di fatto impiegata nella lotta controre bande slave, in particolare controllando le linee ferroviarie fra Trieste, Udine e Lubiana. Comandava il reparto l’SS-Obersturmbannfuhrer Adolf Wagner. All’inizio di maggio il battaglione ripiegò verso l’Austria, solo la 4° Kompanie operò in retroguardia aggregata alla 24° Waffen-Gebirgs (Karstjager) Division der SS.

SS-Nachrichten Ausbilduns-und Ersatz Bataillon 3: Battaglione Trasmissioni SS Addestramento e Complementi. Il battaglione di stanza a Vipiteno (sterzing) aveva una forza al 9 aprile 1945 di 11 Ufficiali e 700 fra Sottufficiali e Uomini di Truppa, comandante era l’SS-Sturmbannfuhrer Heinrich Fost. Non sono note operazioni condotte dal reparto se non il normale addestramento delle compagnie telefonisti (Fernsprech-Kompanie) e radio-telegrafisti (Funk-Kompanie). Il reparto rimase a Vipiteno nei propri accantonamenti arrendendosi a reparti americani.

SS-Gebirgskampf-schule der Waffen SS: Scuola di Guerra in Montagna delle SS di Predazzo. Si trattava di una sezione, Lehgruppe IV (Scuola per Allievi Ufficiali dei reparti alpini SS) dell’SS Hochgebirgsschule (Scuola per l’addestramento in alta montagna delle SS) di Neusift a sud-ovest di Innsbruck. Nell’aprile 1945 la scuola di Predazzo contava 33 Ufficiali, 280 Sottufficiali e 490 Uomini di Truppa ed era agli ordini dell’SS-Sturmbannfuhrer Luis Schintholzer. Reparti di formazione della scuola operarono contro le bande partigiane a protezione del Passo del Tonale a cavallo fra le province di Trento, Brescia e Sondrio. All’inizio di maggio del 1945 la scuola si spostò a Salorno dove si arrese agli americani.

SS-Wehrgeologen Bataillon 500 (mot): 500° Battaglione Geologhi SS (motorizzato). Reparto di stanza a Folgaria nella Zona di Operazioni delle Prealpi, aveva una forza di 12 Ufficiali, 50 Sottufficiali e 580 Uomini di Truppa, comandante era l’SS-Obersturmbannfuhrer Dr. Rolf Hohne. Il reparto era specializzato nel trovare zone dove era fattibile la costruzione di linee fortificate, dove era più facile creare blocchi stradali, etc., raramente l’unità prese parte ad operazioni antipartigiane se non per difesa. E’ certa la partecipazione di una delle tre compagnie ad almeno una grossa operazione antiguerriglia, pianificata dallo Stato Maggiore per la lotta alle bande presso l’SS-und Polizei Fuhrer “Oberitalien Mitte”, il responsabile dell’ordine pubblico nel settore centrale dell’Italia del Nord, l’SS-Brigadefuhrer Burger, l’Operazione “Weisse Woche” (Settimana Bianca) che interessò le valli a nord di Vicenza dal 27 novembre al 2 dicembre 1944. La compagnia era costituita da 1 ufficiale, 4 Sottufficiali e 36 militi per un totale di 41 uomini, ben al di sotto dell’organico medio di una compagnia, non risultano perdite fra le SS mentre il bilancio finale dell’operazione fu di 15 terroristi uccisi. Le tre compagnie del battaglione alla fine di aprile del 1945 ripiegarono separatamente raggiungendo rispettivamente le località di Kaltern, Tramin e Kortatz dove si arresero agli anglo-americani.

Ostturkischer-Waffenverband der SS: Unità Armate dei Turcomeni delle SS. Costituita in seguito all’ordine 4022/44 dell’SS-FHA dell’1.10.1944, l’unità era composta da turcomeni, tartari e azerbaigiani tratti dal disciolto Ostmuselmanisches SS-Regiment 1 e dalla Waffen-Gebirgs Brigade der SS (tartar. Nr. 1). L’organigramma dell’unità al suo arrivo in Italia era il seguente: Stab (Comando) e tre reggimenti composti dalle varie etnie e più precisamente il Waffengruppe “Idel-Ural”, il Waffengruppe “Turkestan” (costituito utilizzando come quadri l’Ostmuselmanisches SS-Regiment 1) e il Waffengruppe “Krim” (costituito utilizzando come quadri i resti della Waffen-Gebirgs Brigade der SS (tartar Nr. 1), largamente incomplete le unità di supporto, completamente assente l’artiglieria. La sede del reparto era a Merate, nell’Alta Brianza mentre il comandante era l’SS-Standartenfuhrer Harun El Raschid Bey, tedesco convertito all’Islam che prima di cambiare nome e religione si chiamava Wilhelm Hintersatz. La forza al 9 aprile 1945 era di circa 3.800 fra Ufficiali, Sottufficiali e Militi compresi i quadri tedeschi. Quel che è certo è che il reparto giunse da Miawa in Slovacchia a Merate il 21 marzo 1945 poco più di un mese prima della fine del conflitto. Il reparto non prese parte a nessuna operazione di controguerriglia né risulta fu vittima di attacchi terroristici. Il 26 aprile si presentò ad Harun El Raschid Bey una delegazione del CLN di Merate per chiedere la resa dei volontari turcomeni, la richiesta venne fermamente respinta e le SS si arresero solo all’inizio di maggio ai reparti americani della 1^ Divisione Corazzata.

Kaukasischer-Waffenverband der SS: Unità Armata dei Caucasici delle SS. Reparto costituito in seguito all’arrivo in Carnia nell’autunno 1944 di un grosso contingente di cosacchi e caucasici con le rispettive famiglie. Mentre i cosacchi rimasero autonomi, all’interno delle forze armate caucasiche, già organizzate militarmente nella Freiwillige Brigade “Nordkaukasus” inquadrata nella Wehrmacht, vennero selezionati i migliori elementi che unitamente ad altri volontari caucasici sparsi in vari reparti dell’esercito e delle SS in seguito all’ordine 5248/44 del 30.12.1944 dell’SS-FHA diedero vita al Kaukasischen-Waffenverband der SS, il resto dei soldati caucasici continuò a militare nella Freiwillige Brigade “Nordkaukasus” autonomamente, mentre la nuova formazione passò alle dipendenze delle Waffen SS tanto che il comando venne assunto dall’SS-Standartenfuhrer Arved Theuermann. Il reparto stabilì il proprio comando a palazzo e disseminò l’intera Carnia di presidi. Oltre allo Stab (Comando) il reparto era costituito dai Waffengruppe “Geogien”, Waffengruppe “Aserbeidjan”, Waffengruppe “Armenien” e Waffengruppe “Nordkaukasus”, ogni Waffengruppe, secondo l’ordine costitutivo, doveva avere la forza di un reggimento di cavalleria su due Abteilungen (Gruppi). Era prevista la costituzione di un gruppo di artiglieria a cavallo e i vari reparti di supporto. Sicuramente reparti caucasici delle SS presero parte a scontri con elementi delle bande partigiane carniche ma non è accertata la partecipazione dell’unità a grosse operazioni antiguerriglia che interessarono principalmente la parte orientale della provincia di Udine e il Goriziano dove operavano invece che i partigiani italiani i titini del IX Corpus. Secondo un rapporto delle forze antiguerriglia presenti in Italia alla data del 9 aprile 1945 risulterebbe che il Kaukasischen-Waffenband der SS avesse una forza di circa 5.000 uomini su due reggimenti, non è chiaro se vennero costituiti solo due Waffengruppen o se ogni reggimento venne alla fine costituito da due Waffengruppen. La fine del conflitto colse i caucasici delle SS coinvolti nella ritirata generale di cosacchi, serbi, montenegrini etc verso l’Austria nella speranza di arrendersi agli angloamericani e sfuggire alla vendetta dei comunisti di Tito. Anche le SS del Kaukasischer-Waffenband der SS raggiunta l’Austria attraverso il Plockenpass si arresero agli inglesi che dopo alcuni giorni, unitamente ai cosacchi e venendo meno alla parola data, li consegnarono all’Armata Rossa.

9° Kompanie/Indiche Freiwilligen Legion der Waffen SS: 9° Compagnia della legione Volontari Indiani delle SS, legione nata dalla trasformazione dell’Indische Infanterie Regiment 960, reggimento alle dipendenze della Wehrmacht prima della trasformazione in legione e conseguente passaggio nelle Waffen SS. Comandante della legione era l’SS- Oberfuhrer Heinz Bertling. Non sono note le ragioni dell’invio di una singola compagnia della legione in Italia, forse il leader degli indiani anti inglesi Subhas Chandra Bose aveva intenzione di trasferirsi in Italia e per questo aveva iniziato ad inviare in avanscoperta una compagnia della legione. La compagnia giunse in Italia verso la fine del 1944 e venne dislocata a Schio, aveva una forza di 9 Ufficiali, 20 Sottufficiali e 106 Militi per un totale di 135 uomini, compresi i quadri tedeschi.

La compagnia dipendeva dal BdS, Comandante della Sipo e SD in Italia, SS-Gruf. Harster anche se tatticamente i volontari indiani operarono alle dipendenze dell’SS-und Polizei Fuhrer “Oberitalien Mitte”, l’SS-Brigadefuhrer Burger, responsabile per la lotta alle bande nell’Italia settentrionale settore centrale. La 9° Kompanie/Indiche Freiwilligen Legion der Waffen SSprese parte ad alcune operazioni antiguerriglia che interessarono le valli a nord di Vicenza in particolare nel Sicherungsabschnitt 8 (Settore di Sicurezza 8). Fra le principali operazioni antiguerriglia cui i volontari indiani presero parte l’Operazione “Timpano” e l’Operazione “Weisse Woche”. Alla fine di aprile la compagnia ripiegò regolarmente fino a Bolzano dove l’8 maggio 1945 il Gauleiter Hofer li sciolse dal giuramento e li lasciò liberi di consegnarsi agli anglo-americani o tentare la fuga spacciandosi per prigionieri di guerra (3).

SS-Diensthunde-Abteilung “Russland-Mitte” poi „Ost-Mitte“: Unità Cinofila SS “Russia Centrale“ poi “Centro Orientale“. Si trattava di un gruppo diviso in 4 Staffeln (Sezioni), giunto in Italia nell’agosto 1944. Il 1° Staffel operò nel settore dell’SSuPF “Oberitalien West” 2° Staffel nel settore dell’SSuPF Oberitalien Mitte, il 3° Staffel pare nell’OZAV e il 4° Staffel nell’OZAK con sede a Udine. Alla fine del conflitto il reparto rimase diviso e ogni Staffeln seguì le sorti dei comandi superiori ai quali era assegnato.

SS-Lazarettabteilung “Kerrersee”: Ospedale delle Waffen SS situato in un albergo requisito lungo le sponde del Lago di Carezza, aveva in organico 3 ufficiali e 24 fra Sottufficiali e Uomini di Truppa che si occupavano della guardia all’ospedale mentre il numero del personale medico, degli infermieri etc. non è noto. Naturalmente il personale dell’ospedale e i feriti non si mossero dal Lago di Carezza dove attesero l’arrivo degli americani continuando la propria attività di assistenza medica verso le SS ricoverate. Il direttore dell’ospedale era l’SS-Hauptsturmfuhrer Kurt Beichl.

SS-Jagdverband “Sudwest”: l’Unità faceva parte dell’organizzazione di commandos allestita da Otto Skorzeny dopo la brillante operazione che portò alla liberazione del Duce da Campo Imperatore. Di questo reparto non si sa praticamente nulla eccetto il fatto che fosse composto da alcuni SS-Jagdeinsatzkommandos fra i quali sono stati identificati l’SS-Jagdeinstatzkommando “Sudfrankreich” che però operò nell’estate del 1944 in Provenza alle dipendenze della 19° Armee e successivamente fra il Reno e il confine fra Svizzera e Francia, l’SS-Jagdeinstatzkommando “Spaniel” di cui non è noto l’effettivo impiego e l’SS-Jagdeinstatzkommando “Italien” (4) di cui sono certe alcune operazioni di sabotaggio dietro le linee anglo-americane. Durante una di queste, il 7 settembre 1944, in uno scontro a fuoco con una pattuglia americana si distinse l’SS-Uscha Heinrich J. Che riuscì a mettere fuori combattimento quattro soldati americani prima di essere a sua volta ferito (5). Oltre all’EK I (Croce di Ferro di 1^ Classe) Einrich J. Ricevette il Verwudetenabzeichen (Distintivo di ferito) riprodotto nell’articolo, si tratta dell’unico documento noto dove si fa riferimento all’SS-Jagdverband “Sudest/Jagdeinsatz “Sud”(invece di Italien) e da dove è stato possibile ricavare il nome del comandante della misteriosa unità, l’SS-Hstuf. Heinz Gerlach. Secondo alcuni documenti della fine di aprile 1945 c’era l’intenzione di trasferire l’SS-Jagdeinstatzkommando “Albanien” alle dipendenze dell’SS-Jagdverband “Sudest” in quanto gran parte del governo in esilio albanese da Vienna voleva spostarsi in Italia a Milano, secondo documenti del governo albanese in esilio era stato richiesto il trasferimento del gruppo di albanesi alle dipendenze di Skorzeny in Italia. Comandante dell’SS-Jagdverband “Sudwest” era l’SS-Hauptsturmfuhrer Heinz Gerlach, asso dell’aviazione che aveva pilotato la Cicogna con a bordo il Duce e Skorzeny dopo l’avvenuta liberazione di Mussolini da Campo Imperatore. Oltre alla rittenkreuz (Croce di Cavaliere), Gerlach si guadagnò il passaggio nelle Waffen SS diventando il responsabile dei reparti di Skorzeny per il settore sud-occidentale, che aveva il proprio comando in Italia in una serie di ville in Brianza a nord di Milano.

Aussenstelle “Mailand” (6) dell’SS-FHA/Amt VI Reit und Fahrwesen: comandante l’SS-Obersturmfuhrer Schubert. Si trattava di un reparto addetto alle requisizioni e all’addestramento di cavalli per le Waffen SS, la sede del reparto, costituitosi il 4 dicembre 1944, era presso la più prestigiosa scuola di equitazione di Milano, requisita per l’occasione.

SS-Kraftfahrstaffel (W-SS) Fronthilfe DRP III° Abteilung: III° Gruppo del reparto di Trasporto SS. Si trattava di un’autocolonna composta da autisti e mezzi delle Waffen SS di supporto per l’invio della posta al fronte. Mezzi e autisti vennero utilizzati anche per il trasporto di reparti combattenti in particolare quando vi era la necessità di agganciare qualche formazione partigiana segnalata in zone prossime alle vie di comunicazione. Il Comando del reparto era a Mantova mentre la forza era di 13 Ufficiali, 99 Sottufficiali e 418 Militi per un totale di 530 uomini.

 

Per motivi di spazio non è stato possibile citare i numerosi depositi e magazzini che le Waffen SS avevano sparsi per l’Italia settentrionale, in particolare nelle due Zone d’Operazioni OZAV e OZAK.

 

 


Le Waffen-SS avevano 38 divisioni con circa un milione uomini sui fronti. Di queste caddero su tutti i fronti della guerra più di 400.000 soldati, sottufficiali ed ufficiali, tra loro, 32 comandanti di divisione. 50.000 soldati delle Waffen-SS si considerano scomparsi. Ai soldati delle Waffen-SS si concessero moltissime onorificenze di merito militare(…)

 

Leon Degrelle

 

 

 

 

 

 

 

Note

 

(1)               CSDIC/CMF/SD del 9.7.45, documento in possesso dell’autore

(2)               Sostituito nelle ultime settimane di guerra dall’SS-Stubaf. Baumeister

(3)               Archivio Centrale dello Stato. Fondo RSI/Uffici di Polizia e Comandi Militari tedeschi in Italia.

(4)               Anche Jagdeinsatzkommando “Sud”.

(5)               Lettera all’autore di Heinrich J.

(6)               Anche noto come Kommando “Schubert”.

 

 

Articolo tratta da STORIA DEL NOVECENTO n. 52 del luglio 2005

 

18/11/2007

 

( Fonte: www.italiasociale.net )

LA DECIMA MAS E IL BANDITO GIULIANO – di Daniele Lembo

30 Ott

LA DECIMA MAS E IL BANDITO GIULIANO.
STORIA DI UNA LEGGENDA CHE RISCHIA DI DIVENTARE STORIA.


Gli equivoci sui rapporti tra la Decima e la banda Giuliano, in guerra e nel dopoguerra

LA DECIMA E IL BTG. VEGA


La Decima Flottiglia Mas nacque come reparto speciale della Regia Marina con il compito di operare alle spalle del nemico, portando i propri addestratissimi sabotatori fino ai porti nemici. Erano questi i nuotatori d’assalto, i piloti dei motoscafi esplosivi e i piloti dei siluri a lenta corsa, (i siluri erano meglio conosciuti come “Maiali”) che avevano come obiettivo quello di sabotare il naviglio nemico alla fonda o in navigazione.
Dopo l’8 settembre ‘43, Junio Valerio Borghese, alla Spezia, stipulò un vero e proprio trattato di alleanza con i tedeschi. Mentre Borghese voleva continuare a combattere avendo mano libera, i germanici volevano appropriarsi del know how, ovvero del corredo di conoscenze tecnico scientifico, in possesso della Decima nel campo della lotta subacquea.
Il Principe Borghese avrebbe poi armato poche e modeste unità navali, continuato ad addestrare sabotatori subacquei, ma soprattutto avrebbe trasformato la Decima in una Divisione di fanteria di Marina: la Divisione Decima.
Tra i reparti armati da Borghese vi fu il battaglione Nuotatori Paracadutisti, meglio conosciuto come Battaglione N.P.. Originariamente il Battaglione doveva servire a compiti di sabotaggio, tant’è che a tutti gli appartenenti furono fatti seguire i corsi N.E.S.G.A.P. – Nuotatore Esploratore Sabotatore Guastatore Ardito Paracadutista. In realtà, poi, seguendo un’infausta usanza tutta italiana queste costosissime truppe (addestrare ai corsi NESGAP era molto oneroso) furono impiegate in ordinari compiti di fanteria.
Il Battaglione N.P. ebbe, in un secondo tempo, una strutturazione organica dicotomica. In quanto, dal battaglione principale, che come detto voleva essere un battaglione di sabotatori incursori e fu invece impiegato come ordinaria fanteria, si articolò il Battaglione Vega. Il Vega aveva un compito di copertura che era quello di essere il “Deposito” del Battaglione principale, ovvero doveva di fornire i complementi, le sostituzioni di uomini, al reparto di N.P.
Effettivamente, gli uomini del Vega erano specialisti in azioni di guerra non ortodossa, sabotaggi, spionaggio ed “operazioni sorpasso” nei territori italiani invasi.
Cosa era un’Operazione sorpasso?
In breve, il Vega lasciava uomini perfettamente equipaggiati nei territori dei quali si prevedeva l’occupazione. Una volta che quei territori fossero caduti nelle mani degli Angloamericani, sarebbero state eseguite azioni di attacco alle spalle del nemico con rapide puntate del tipo “mordi e fuggi”. Gli uomini del Vega potevano anche attraversare le linee per portarsi nei territori occupati e svolgere missioni informative, di sabotaggio e di appoggio e supporto a gruppi di patrioti ivi esistenti.
Negli anni seguenti al dopoguerra, sull’operato del Vega sono nati una serie di veri e propri miti. C’è stato, per esempio, chi ha voluto vedere nel Vega l’inizio dell’Organizzazione Gladio.

Alcuni autori, nel tempo, hanno invece sostenuto la fantasiosa tesi che vorrebbe la Decima Mas Repubblicana di Valerio Borghese in contatto e, quindi, in collaborazione con il bandito Giuliano e la sua banda.
Tale tesi, è stata ripresa negli ultimi anni, con eccezionale vigore, dallo studioso siciliano Giuseppe Casarrubea, autore, tra l’altro, del volume Storia Segreta della Sicilia.
Secondo lo studioso siciliano vi sarebbero stati, non solo in guerra, ma anche e soprattutto nel dopoguerra dei proficui rapporti di collaborazione tra la Decima Flottiglia Mas Repubblicana e la banda Giuliano.

Chi è tenacemente assertore del fatto che connubio vi sia stato basa la sua convinzione partendo dall’invio, durante la guerra, di squadre di informatori/sabotatori del Battaglione Vega, in Campania e nella Sicilia occupate.
Alcune squadre del Vega passarono effettivamente le linee comandate in missioni di sabotaggio, informative e talune con il compito di prendere contatto con gli elementi locali capaci di opporre una resistenza agli angloamericani. In Campania venne inviata la squadra del ten. Gallitto che contattò gli uomini della rete di resistenza fascista, meglio conosciuta come “Rete Pignatelli”, mentre, secondo il Casarrubea, in Sicilia furono mandati gli uomini della squadra del sottotenente Anassagora Serri.
Leggendo “Storia Segreta della Sicilia” si arriva alla conclusione che la Decima, tramite gli uomini del Vega, non solo contattò e sostenne (con armi, istruttori militari ecc.) la banda Giuliano ma, addirittura, Giuliano e i suoi sarebbero stati in organico alle Forze Armate della Repubblica Sociale. Tale ultima ipotesi, in realtà, viene soltanto ventilata, ma viene ventilata in maniera talmente convinta da divenire verità in mano all’autore. Finita la guerra, Giuliano e gli uomini del Battaglione Vega, infine, sarebbero poi passati al servizio degli americani e impiegati nella strategia del terrore per tenere buoni contadini e comunisti (Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia – Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra – Bompiani, Milano, 2005 pag. 24), strategia che avrebbe avuto il suo culmine nella strage di Portella delle Ginestre, alla quale avrebbero preso parte sia la mafia che gli uomini della Decima, risultando i veri esecutori di quel delitto.
In realtà, tali ardite conclusioni sembrano poggiare più su minuziose elaborazioni di chi le sostiene che su solidi fatti. L’autore, in alcuni mi sembra che equivochi, mentre altre volte dimostra di non conoscere fatti e aspetti militari, non solo della Decima Flottiglia Mas ma dello stesso Regio Esercito.
Per esempio, il Casarrubea, tra l’altro, scrive: “Una attenzione particolare meritano, in ultimo, le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 – 1945. Figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5, il moschetto automatico Beretta mod. 38, cal. 9, il moschetto mod 1891/38 cal.6,5. Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda Giuliano a Portella della Ginestra, durante la strage vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal 6.5 e il moschetto mod. 1891/38 cal. 6,5. Il moschetto automatico Breda mod. 38 cal. 9 è invece utilizzato – come meglio vedremo avanti – da Salvatore Ferrero…(…)…E’ infine da rilevare che tra le armi in dotazione dei commandos della Decima troviamo anche la bomba a mano SRCM mod. 35, lo stesso tipo di bomba utilizzato per gli assalti alle camere del lavoro di Palermo. Probabilmente, queste armi erano largamente diffuse in quell’epoca, ma sta di fatto che esiste una perfetta corrispondenza tra quelle usate dalla banda Giuliano e le altre provenienti dal clandestinismo fascista e della Decima in particolare”( Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia…, pag. 79 /80)
L’affermazione dimostra una scarsa conoscenza della realtà militare italiana di quegli anni in quanto tutte le armi citate non erano “Probabilmente, largamente diffuse in quell’epoca” ma erano effettivamente largamente diffuse perché erano le armi in comune dotazione a tutte le Forze Armate italiane. Insomma, quelle armi, in quel periodo, erano alla portata di tutti e non solo della Decima o del clandestinismo fascista. Il fucile 91 in particolare, era un arma comunissima e, a discapito dei suoi detrattori, debbo dire anche molto precisa e affidabile. Si pensi che sarebbe stata poi impiegata per assassinare Kennedy e spero che qualcuno non arrivi a sostenere che anche Kennedy sia stato ammazzato dagli N.P. della Decima.
Differente sarebbe stato se Giuliano avesse usato ad armi come il mitra F.N.A. modello B – 1943 o il mitra modello T.Z. 45. Entrambi i mitra erano armi piuttosto rare perché costruiti in quantità molto limitate nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Quale curiosità è da riferire che dette armi sono state usate dalle Brigate Rosse per il sequestro Moro e, seguendo la stessa logica dell’autore siciliano, si potrebbe arrivare a sostenere la bella tesi che anche le B.R. erano uomini della Decima o in contatto con la Decima.

GIULIANO AGENTE SPECIALE DELLA DECIMA?
L’ipotesi che vorrebbe la Decima in rapporto d’affari con la banda Giuliano nasce dalla consultazione degli atti relativi agli interrogatori degli agenti del Vega operanti in Sicilia e catturati dagli Alleati.
Per quanto mi consta, in tali documenti relativi agli interrogatori, gli agenti del Vega catturati fanno solo riferimento all’esistenza di una banda agli ordini di Giuliano ed operante in Sicilia. Nel verbale di interrogatorio di Pasquale Sideri, uno degli N.P. catturati dagli angloamericani, si può leggere: ”I fratelli CONSOLE (due n.p. del Vega n.d.a.) dissero al SIDARI che c’era una banda armata, guidata da un certo GIULIANI in Sicilia. Che questa banda era ben armata e contava tra i suoi uomini alcune centinaia di disertori tedeschi. Essi anche dissero che la popolazione aveva una buona opinione di questa banda e gli dava ogni possibile assistenza. I due fratelli CONSOLE inoltre dissero al SIDARI che subito dopo natale MAGISTRELLI e CONSOLE Giovanni sarebbero andati al nord per fare rapporto al comando della X Flottiglia MAS circa la banda GIULIANI.
Il SIDARI intuì che i tre (MAGISTRELLI e i due CONSOLE) erano in missione.
Il SIDARI, temendo che avrebbero rapportato su al nord che egli e TARRONI avevano finanziato uno spettacolo di varietà, non disse ai fratelli CONSOLE che egli e TARRONI erano in missione.
Il SIDARI asserisce che egli non chiese ai fratelli CONSOLE, nè essi diedero volontariamente informazioni, se erano o meno in contatto con la banda GIULIANI.”( Cfr. N.A.R.A.RG. 226, S. 174, b, 26, F. 181, Sidari Pasquale.).

Casarrubea, invece, afferma che non è infondata l’ipotesi che Salvatore Giuliano si sia addirittura trasferito al nord per arruolarsi nella Decima ed essere addestrato come agente speciale, dopodiché sarebbe ritornato in Sicilia dove avrebbe operato con la sua banda.

UNA NECESSARIA PRECISAZIONE
Occorre, a questo punto, fare una precisazione: verso la fine del 1944/inizio del ’45 due uomini del “Gruppo Ceccacci”, un gruppo di sabotatori/informatori destinati ad operare dietro le linee nell’Italia invasa, gruppo che sarebbe poi confluito nel Battaglione Vega, passarono le linee in missione e arrivarono fino a Taranto I due, che erano Aldo Bertucci e Rodolfo Ceccacci (cfr. Aldo Bertucci, Guerra segreta oltre le linee, Mursia), avrebbero poi fatto rientro al nord imbarcandosi, a fine aprile ’44, nei pressi di Napoli su una barca da pescatori e avrebbero superato il fronte via mare, sbarcando nei territori a nord della linea dei combattimenti. Ad imbarcarsi con loro vi sarebbero stati altri due uomini, il comandante Scarelli e un non meglio identificato quarto uomo, un Sottocapo di Marina.
Secondo il ricercatore siciliano su quella barca vi sarebbe stato anche il bandito Salvatore Giuliano. A sostegno di ciò si fa riferimento ad un documento segreto, datato 3 novembre 1944, redatto dal colonnello Hill Dillon del C.I.C., il controspionaggio dell’esercito statunitense nell’Italia liberata, nel quale si legge che: “[…] Il seguente nominativo corrisponde a quello di un agente nemico. Al momento, riteniamo si trovi nel territorio dell’Italia liberata (Napoli o Taranto): Giuliani, secondo capo. Reparto: sommozzatori. Era di stanza a Taranto nei ranghi della Decima Flottiglia Mas. Si è poi recato a Napoli e, nell’aprile 1944, ha fatto ritorno in territorio nemico (nel territorio della R.S.I., n.d.a.) assieme a Ceccacci […]. Età: 28 anni. Statura: 1 metro e 65 centimetri. Capelli: scuri. Occhi: neri. Fisico: robusto. […].(Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia…, pag. 177/178, il documento in riferimento e conservato al N.A.R.A. rg 226, s. 174, B.114, F. 869 agenti nemici ).
Quindi, il quarto uomo imbarcatosi a Napoli con Ceccacci, Bertucci e Scarelli sarebbe stato il secondo capo Giuliani.

Casarrubea, pur con le “dovute cautele”, sostiene quindi l’ipotesi che Giuliano (il bandito), in fuga dalla Sicilia dopo aver assassinato il carabiniere Mancino nelle campagne di Montelepre il 2 settembre 1943, abbia trovato rifugio in Calabria e di qui si sia portato a Taranto e si sia arruolato agli ordini del capitano Kelly dell’O.s.s., nei ranghi del corpo “Nuotatori – Sommozzatori”. Da Taranto, incontrati Ceccacci e Bertucci, si sia imbarcato con loro a Napoli per raggiungere il Nord. Dopo un periodo passato nel territorio della R.S.I. sia poi rientrato al sud. Scrive infatti: “non è infondata l’ipotesi che il bandito, di ritorno dalle zone di combattimento attorno alla linea Gustav, abbia avuto il mandato di fondare una banda legata alla rete sotterranea che passava dal principe Pignatelli agli uomini della decima Flottiglia Mas e faceva capo, quindi, agli uomini più in vista della R.S.I.. In virtù dell’incontro con Ceccacci, le sorti del bandito cambiarono: da povero che spara a un carabiniere per difendere il suo sacco di farina sequestratogli ad un posto di blocco egli diventa capo di una banda tutta singolare. I suoi membri hanno la coscienza politica dei militi organizzati nelle fila di Ceccacci o Buttazzoni”( Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia…, Cit. pag. 178/180)
E’ bene evidenziare subito come l’età indicata dal colonnello Hill Dillon (28 anni) certamente non corrisponde con quella del bandito all’epoca. Normalmente, per identificare una persona occorre un nome, un cognome, una località e la data di nascita, ma all’autore in questione, per avanzare l’ipotesi che l’uomo imbarcatosi a Napoli con Ceccacci e Bertucci e il bandito Giuliano, siano la stessa persona, basta il cognome, anche se questo è leggermente difforme (Giuliano/Giuliani).
In merito, è da evidenziare come sia Aldo Bertucci, nel suo libro, che Hill Dillon indichino il Giuliani imbarcatosi a Napoli per raggiungere il nord come un secondo capo. Se non ne è certo il nome e il cognome, almeno ne è sicuro il grado. Mi sembra impossibile che il contadino Salvatore Giuliano, che si da alla latitanza dopo aver ammazzato un carabiniere il 2 settembre 1943, alla fine di aprile del 1944, dopo poco più di sei mesi, si sia già arruolato nella Regia Marina cobelligerante del Sud ed abbia già raggiunto il grado di secondo capo e la qualifica di sommozzatore.
Ma alla veloce carriera del bandito Giuliano Casarrubea da una spiegazione e scrive: “non stupisce, quindi, che Hill Dillon, nell’accennare ai rapporti di Giuliani consideri il primo un “secondo capo” e gli attribuisca la qualifica di “sommozzatore”. Era questo un passaggio obbligato per inserire il nuovo milite in posti di responsabilità della Decima e quindi tra le scelte strategiche della R.S.I.”( Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia, Cit. pag. 179/180)
La frase sopra citata mi da tanto l’impressione che si equivochi sul grado. Un secondo corrisponde a un sottufficiale di Marina ed è il grado equivalente a quello di sergente maggiore nell’esercito e mi come possa influire un modesto sottufficiale nelle “le scelte strategiche della R.S.I.”.

I NEMICI DEI MIEI NEMICI…
È da evidenziare che, in linea di principio, non è assolutamente ardito o addirittura da pazzi, pensare che la Decima Repubblicana, e in particolare il Battaglione Vega, potesse avere interesse a contattare Giuliano e la sua banda per le proprie attività dietro le linee nei territori occupati.
Le Forze Armate Repubblicane, grazie ai contatti con Giuliano e i suoi si sarebbero potute giovare di una valida alleanza, ottima per creare una quinta colonna alle spalle degli angloamericani.
Si badi bene, non affermo che ciò sia avvenuto, ma intendo dire che, qualora lo fosse, sarebbe stato perfettamente lecito, nella misura in cui in guerra tutto è lecito e vale il principio secondo il quale “i nemici dei miei nemici sono miei amici” .
In parole povere: se sono in guerra e so che alle spalle del mio nemico lavora una banda di mignotte sifilitiche, ebbene, ho tutto l’interesse ad arruolare le allegre signorine affinché “impestino” le truppe avversarie. La cosa potrebbe essere considerata immorale, ma chi ha mai detto che la guerra sia una cosa morale
Di contro Giuliano, in cerca di una legittimazione politico ideologica, poteva avere interesse a contattare la Decima. Salvatore Giuliano che era un latitante, ha sempre tentato di affermare la leggenda che egli non fosse un delinquente comune ma un uomo spinto dalle ingiustizie patite a fare quello che aveva fatto. In una situazione come quella della Sicilia dell’epoca, il confine tra la figura del delinquente e quella del patriota poteva essere labile e il bandito ha sempre provato ad acquisire agli occhi del popolo una fisionomia idealistica che giustificasse le sue gesta. Il contatto con le Forze Armate fasciste avrebbe potuto fornirgli questo alibi morale, trasformandolo da delinquente in combattente per la libertà della Patria invasa.
Quindi, la Decima poteva avere interesse a contattare Giuliano e quest’ultimo poteva ricambiare tale interesse, ma di qui ad affermare che quell’alleanza effettivamente ci fu, ce ne corre.

Come già detto prima, chi vorrebbe la X° Mas in contatto con il Bandito Giuliano o addirittura Giuliano arruolato tra gli uomini della Decima, fonda le sue tesi principalmente su documenti sortiti dagli archivi americani del NARA e relativi agli interrogatori degli agenti degli N.P/Vega, catturati in Sud Italia dai servizi segreti Angloamericani.
Circa l’affidabilità di quegli interrogatori, è da chiarire che gli uomini del Vega, una volta catturati dietro le linee nemiche mentivano fino allo spasimo e, anche quando decidevano di ammettere qualche responsabilità, continuavano comunque a mentire. Per loro, dire tutta la verità significava finire diritti alla fucilazione. Dai documenti relativi ai loro interrogatori, anche se i fatti narrati rispondessero al vero, si potrebbe evincere che gli agenti Vega in Sicilia dimostrarono un qualche interesse cognitivo, non dimentichiamoci che quegli uomini avevano anche compiti solo informativi, verso una banda armata che sicuramente poteva dare del filo da torcere agli angloamericani.
Insomma, da tali documenti si evince solamente che una squadra del Vega operò in Sicilia e che gli uomini di questa squadra si interessarono, e forse segnalarono al loro comando, dell’esistenza della banda Giuliano in Sicilia.
Nulla però dimostra che ci furono reali contati tra gli uomini del Vega e quelli di Giuliano e, soprattutto, nulla dimostra che, qualora vi fossero stati tali contatti, questi portarono ad accordi tra la Decima e Giuliano
Qualora gli uomini del Vega avessero avuto contatti con Giuliano e i suoi non lo troverei, come già detto, immorale, ma gli studi storici si basano su fonti documentali, testimonianze e fatti concreti e non mi sembra che sia stato rinvenuto un solo documento o una testimonianza dai quali si evinca con sicurezza che vi siano stati certi e proficui contatti tra la Decima e Giuliano.

UN FATTO CHE TAGLIA LA TESTA AL TORO
In tutta questa storia c’è poi un fatto che, a mio avviso, taglia la testa al toro: che Giuliano avesse intenzione di contattare le Forze Armate Repubblicane non è una mia illazione ma un solido fatto.
Nel mio volume La Resistenza Fascista ho riportato la testimonianza di Antonio de Pascale, ripresa dal suo memoriale che metto a disposizione degli studiosi, il quale riferisce di come il bandito Giuliano inviò a Napoli suoi emissari che contattarono la Rete Pignatelli per proporre un’alleanza con un’offerta di collaborazione e sostegno economico.
Riporto, di seguito, il relativo brano tratto da La resistenza fascista:
“Con la cattura del principe verrà meno ai suoi uomini la disponibilità delle sue finanze personali che, fino a quel momento, il Pignatelli ha messo a disposizione della causa, sebbene anche queste incomincino a venirgli meno. “La mancanza di fondi- scriverà il Pignatelli – ci fu presto contraria. Il sacrificio personale di mia moglie e mio non poteva sopperire che in minima parte al sempre crescente fabbisogno, specie per il blocco della nostra industria di legnami requisita dagli inglesi”
Gli aiuti economici promessi dalla R.S.I. alla principessa Pignatelli non arriveranno mai, o meglio, saranno spediti ma non giungeranno mai a Napoli.”
“La possibilità di ottenere cospicui finanziamenti si presenterà per gli uomini dell’organizzazione fascista da una fonte quanto mai inaspettata. Una proposta di finanziamento arriverà addirittura dal bandito siciliano Giuliano che invia a Napoli suoi emissari per contattare la centrale della Rete Pignatelli.: “vi fu ancora tra me e Ioele – racconterà l’Arch. de Pascale nel suo memoriale – una situazione che influì sui nostri rapporti. Ioele chiedeva insistentemente che io incontrassi degli emissari del bandito siciliano Salvatore Giuliano che si trovavano a Napoli: mi volevano comunicare una certa disponibilità del loro capo ad appoggiare la nostra causa e, anche se occorreva, con aiuto in denaro. Gli dissi che non intendevo fare certo sgarbo a queste persone, ma non potevamo essere fiancheggiati da un movimento palesemente fuorilegge e separatista. A certi principi morali e ideali non potevamo venire meno.
Alcuni giorni dopo Rosario Ioele si presentò al mio studio accompagnato da due persone. …(…)… Egli mi presentò costoro, che mostravano modi cortesi e civili, Iole mi disse che i “signori volevano conoscermi personalmente” e volevano avere una risposta su quanto lui aveva precedentemente proposto. Non esitai a dire, col dovuto garbo, che li ringraziavo della loro offerta e solidarietà ma non potevo accettarla per ragioni inerenti ai principi della nostra organizzazione. Costoro, i verità, furono corretti più di quanto io potessi aspettarmi. Aggiunsero che la persona che loro rappresentavano, in caso di necessità o di nostro ripensamento, si sarebbe mostrato sempre disponibile ad aiutarci. Ioele non gradì la mia presa di posizione, come io non gradii la sua ingerenza nel mio campo d’azione. Sentivo d’aver fatto bene: la mia non era una presa di posizione contro salvatore Giuliano, ma era il rispetto a un principio morale e organizzativo: gli angloamericani per conquistare la Sicilia si erano serviti del fecciume della malavita e della camorra, cosa che noi detestammo e commentammo in modo decisamente negativo. Non potevamo usare noi la loro stessa arma, anche se Giuliano all’epoca era considerato solo un fuorilegge e, da un certo ambiente di propaganda giornalistica, era commentato sotto una luce in certo qual modo romantica”
“Il tentativo di avvicinamento al fascismo clandestino fatto da Salvatore Giuliano è chiaro. Egli sa che la rete Pignatelli ha ramificazioni anche in Sicilia e cerca nuove alleanze per il suo movimento che non è solo una semplice attività delinquenziale, come qualcuno ha voluto farla passare.”

Quindi, Giuliano tentò di contattare il clandestinismo fascista al sud, ma se Giuliano aveva il contatto degli uomini della Decima in Sicilia, o meglio, se Giuliano era addirittura un uomo della Decima perché doveva mandare i suoi uomini a Napoli a contattare la Rete Pignatelli nella figura di De Pascale?

LA DECIMA A PORTELLA DELLE GINESTRE
Chi vorrebbe la X° Mas in contatto con il Bandito Giuliano o addirittura Giuliano arruolato tra gli uomini della Decima, arriva a sostenere che tale collaborazione sia continuata anche nel dopoguerra e giunge ad affermare che gli uomini della Decima siano stati presenti a Portella delle Ginestre e abbiano sparato sulla folla adunata per festeggiare il 1° maggio.
Chi afferma ciò fa ancora una volta della Decima la “famigerata Decima Mas”, trasformando un reparto militare in una banda di delinquenti. A chi gioca al massacro, massacrando chi allora ventenne o poco più, decise di arruolarsi a difesa di quello che riteneva essere l’onore d’Italia, non mi resta che rispondere riportando quanto ha scritto il prestigioso Antonio Carioti in un suo articolo dal titolo “Portella la X° Mas non c’era” apparso sul Corriere della Sera del 7 Maggio 2007: “Questa versione dei fatti (la tesi che vorrebbe uomini del Vega presente a Portela delle Ginestre n.d.a. ) incontra ora una smentita proveniente da un’istituzione non certo sospettabile di indulgenza verso il neofascismo. Si tratta della Fondazione Di Vittorio, che per il sessantesimo anniversario dell’eccidio, compiuto in Sicilia contro contadini inermi e le loro famiglie il 1° maggio 1947, non solo ha riproposto gli interventi sulla vicenda del dirigente comunista Girolamo Li Causi nel volume “Portella della Ginestra. La ricerca della verità” , ma ha raccolto le testimonianze filmate dei superstiti, curate dal regista Odino Artioli. Tra queste si trovano i racconti di due cugini, Vincenti di Noto e Francesco Di Giuseppe, i quali al momento della strage si trovavano sul cozzo del Dxuhait, da dove avrebbero sparato, secondo Casarrubea, sicari neofascisti. Entrambi dichiarano che sul posto c’erano soltanto loro e che di là nessuno aprì il fuoco sulla folla inerme.
Ciò ovviamente non smentisce la matrice politica della strage, senza dubbio voluta da ambienti reazionari e mafiosi legati al blocco agrario, ma solleva ulteriori dubbi sulla possibilità di ricondurla a un piano eversivo nazionale di matrice neofascista.
DANIELE LEMBO
L’autore può essere contattato al seguente indirizzo: danielelembo@email.it

Per chi volesse saperne di più consiglio di leggere:
1. Daniele Lembo, La resistenza Fascista – fascisti e agenti speciali dietro le linee –La Rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia invasa dagli angloamericani (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2004), euro 25 ;
2. Daniele Lembo, La guerra nel dopoguerra in Italia- le operazioni di Stay Behind della X° Mas (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2007),euro 25;
3. Daniele Lembo “Xà MAS”, monografia edita dalla Delta Editrice di Parma – Borgo Regale, 21 43100 (tel 0521 287883 fax 0521 237546 email: deltaed@iol.it ), euro 6,8.


16/07/2007

 

( Fonte: www.italiasociale.net )

«Zyklon B» contro i messicani – di Maurizio Blondet

30 Ott

«Zyklon B» contro i messicani

 

Maurizio Blondet

 

25/06/2007 .effedieffe.

 

 Prodotto dalla ditta tedesca di disinfestazione DEGESCH, il famigerato «Zyklon» (acido cianidrico) era commercializzato in quattro versioni di diversa potenza.
Zyklon E era raccomandato per liberare ambienti da infestanti duri a morire, come gli scarafaggi. Zyklon D era il preparato più largamente usato per liberare ambienti chiusi (stive di navi, edifici in cemento con mobili nelle stanze) da pidocchi, topi e ratti.
A quanto pare, per gli esseri umani bastava la versione meno potente, il Zyklon B.
Ma sull’uomo non fu usato per la prima volta in Germania.
Fu usato dal 1929 negli Stati Uniti, dall’autorità sanitaria (US Public Healt Service) alla frontiera col Messico, per spidocchiare gli immigranti messicani che transitavano da Juarez a El Paso. (1)
In quello stesso 1929 la DEGESCH si divise il mercato mondiale con l’americana Cyanamid, da cui i sanitari americani comprarono il prodotto.
Le basi giuridiche per l’uso della sostanza erano state poste dal presidente Woodrow Wilson, che aveva varato la Immigration Law nel 1917.
Wilson era un «eugenista», influenzato dalla potente lobby degli eugenisti americani, che perseguivano la «sanità razziale» con argomenti medico-sociali.
La lobby riuscì a creare nell’opinione pubblica un tremendo allarmismo sulle possibili  malattie infettive che gli stranieri potevano portare.
Nello stesso 1917, l’allarme fu tradotto in una direttiva: il «Manual for the physical inspection of Aliens» (Manuale per l’ispezione fisica degli alieni).
Esso escludeva dall’immigrazione «imbecilli, idioti, deboli mentali, persone di inferiorità costituzionale psicopatica [categoria che comprendeva gli omosessuali], mendicanti, poligami, anarchici, persone affette da malattie contagiose, prostitute, qualunque alieno analfabeta oltre i 16 anni».
Il sindaco di El Paso, tale Tom Lea, chiese ed ottenne dal governo federale che nella sua città fosse allestito un campo di quarantena dove trattenere gli «alieni» per oltre 14 giorni.
Lo stesso Tom Lea era ossessionato dalla campagna degli eugenisti, al punto che portava mutande e maglie di seta, perché i medici allora dicevano che sulla seta i pidocchi (portatori del tifo) non si attaccavano.

 

Nel solo 1917 gli agenti del Public Health Service spidochiarono 127.123 messicani direttamente sul ponte di Santa Fe, il punto di transito da Juarez.
Non solo gli emigranti: anche gli abitanti di Chihuahuita, il quartiere messicano di El Paso, furono sottoposti al «bagno profilattico»: consistente nella rapatura a zero, nell’incinerazione dei loro vestiti, e nella loro immersione in un bagno di kerosene ed aceto.
Ciò, nonostante l’ispezione di 5 mila case a Chihuahuita avesse portato alla scoperta di due soli casi di tifo, uno di tbc e uno di morbillo.
Nel 1916, un bagno disinfettante del genere ordinato da Lea sui detenuti di El Paso (quasi tutti messicani) era finito in tragedia.
I detenuti avevano avuto l’ordine di denudarsi, e di gettare i loro abiti in una cisterna riempita di una mistura di benzina, creosoto e formaldeide.
Poi, essi stessi furono obbligati a prendere un bagno in una mistura di benzina, aceto e carbone vegetale.
Alle 15.30 del 15 marzo, l’accensione di un fiammifero provocò un incendio nel carcere saturo di benzina.
Il giornale The El Paso Herald contò 50 «detenuti dai cui corpi nudi si levavano fumi»; alcuni erano ancora chiusi nelle loro celle.
Il morti furono 27.
Nel gennaio 1917, 200 donne messicane s’erano ribellate all’orrendo bagno obbligatorio, innescando una rivolta che costrinse a mandare l’esercito ai due lati del confine.
Probabilmente per questi  precedenti, l’adozione del Zyklon B apparve più sicura.
Si tratta, spiegava The El Paso Herald in un articolo del 1920, «di gas cianidrico, il più potente veleno conosciuto, più letale dei gas usati nei campi di battaglia europei (1914-18)».
Unito ad acido solforico, il Zyklon B era usato specificamente per fumigare gli abiti degli immigrati.
Ovviamente, la sostanza è mortale quando messa a contatto della pelle, in concentrazione di 50 parti per milione.

 

Quanti messicani morirono dopo essersi rivestiti?
Non si sa.
David Dorado Romo, lo storico che ha rievocato questa vicenda (2), ammette: «Ho solo racconti orali sugli effetti del trattamento. I parenti e discendenti dei messicani immigrati parlano di morti strane, di nascite difettose, di tumori. Ma nessun documento ufficiale, e ciò è incredibile».
C’è olocausto e olocausto.
C’è «memoria» obbligatoria e smemoratezza coltivata.
Ci sono colpe collettive inestinguibili, e felici auto-assoluzioni.
Eppure, l’esperimento americano in corpore vili ispirò l’uso del Zyklon B nei lager dei Reich.
Un direttore della tedesca DEGESCH, Gerhard Peters, propose l’uso del preparato nelle camere di disinfestazione (Desinfektionskammers) dei campi di concentramento.
Il suo articolo apparve su una rivista specializzata, «Anzeiger fuer Schadlingskunde»: Peters lo illustrò con foto delle camere di fumigazione allestite ad El Paso per volontà del sindaco Lea.
En passant, Peters fu processato a Norimberga e condannato a cinque anni.
Fece ricorso, e nel 1955 fu dichiarato non colpevole.
Il Zyklon B non impedì che nel 1918 una tremenda epidemia si propagasse tra Messico ed USA, ma al contrario.

 

La «spagnola», il cui primo caso fu rilevato nella contea di Haskell in Kansas, raggiunse il Texas e ad El Paso fece strage di messicani, almeno 10 mila.
Gli americani, naturalmente, pensarono che fossero gli immigrati ad importare il male: e intensificarono i «bagni preventivi», con acido solforico e cianidrico.

Maurizio Blondet


Note
1)
 Alexander Cockburn, «Zyklon B on the US border», Counterpunch, 23 giugno 2007.
2) David Dorado Romo,  «Ringside Seat to a Revolution: An underground history of El Paso and Juárez: 1893-1923», Cinco Puntos Press, El Paso.



 

01/07/2007

 

( Fonte: www.italiasociale.net )