25 luglio 1943, lo “strano” comportamento di Mussolini

31 Ott

25 luglio 1943, lo “strano” comportamento di Mussolini

Necessità contingenti ed una particolare situazione politico militare costrinsero Mussolini a comportarsi in un certo modo, solo apparentemente passivo, prima e dopo la seduta del 25 luglio 1943. Questa realtà ha consentito a scrittori e giornalisti storici di ipotizzare ogni più peregrina illazione.

L’articolo su Rinascita di Marco Managò del 2 settembre 2009, in cui l’autore ci illustra il libro di Romano Mussolini “Il Duce mio padre”, BUR 2005 ricorda, tra le altre cose, il quesito che sempre si è posto il figlio del Duce sul motivo per cui il padre affrontò la successione degli eventi del 25 luglio 1943 che portarono alla caduta del fascismo, senza una adeguata reazione.
L’argomento è di estremo interesse storico, visto che trattasi di un quesito che si sono posti in tanti, nonostante le esaustive deduzioni dello storico Renzo De Felice, per il quale Mussolini doveva – per forza di cose – comportarsi in quella maniera (vedremo tra poco perché): “Che Mussolini si fosse arreso ad un “destino inevitabile” non è vero… che anzi il Duce si impegnò a fondo sfoderando il suo miglior repertorio tattico solo che, consapevole della posta in gioco preferì non mostrarsi preoccupato, non ricorrere ai toni duri, quasi distaccato e sicuro” R. De Felice: “Mussolini l’alleato”, Einaudi 1990.
Alcuni ricercatori, viceversa, hanno ipotizzato svariati scenari, tra i quali uno dei più documentati e singolari è quello ventilato dagli scrittori Fulvio e Gianfranco Bellini, nel loro ottimo e interessante libro “Storia segreta del 25 luglio 1943”, Mursia 1993 che però, a nostro avviso, nelle deduzioni finali finisce fuori strada.
In sintesi, esagerando alcuni particolari e riscontri, che pur sono reali, gli autori ipotizzano che il Re, quel 25 luglio a Villa Ada (già Villa Savoia), fece sparire di scena Mussolini al fine di anticipare una iniziativa dei militari che volevano assassinarlo e soprattutto per prevenire un imminente intervento di Hitler contro il Duce.
Gli autori, infatti, ritengono che il Führer, preoccupato dal sentore delle iniziative internazionali di Mussolini, che si accingeva a metterlo con le spalle al muro per obbligarlo a porre termine alla guerra con i sovietici, aveva praticamente deciso di attuare l’operazione “Alarico” cioè l’invasione dell’Italia e la soppressione del suo amico – alleato.
E’ questa una ipotesi storicamente inverosimile di cui non si ha (come viceversa invece si dovrebbe necessariamente avere) alcun riscontro nei rapporti e nei movimenti di Hitler in quel luglio ‘43, laddove pur si conosce, ora per ora, ogni suo movimento, ogni contatto, ogni colloquio.
Niente sta a indicare un intento di Hitler in questo senso. Oltretutto si dovrebbe credere che il Re, così prudente per natura, per evitare la reazione tedesca sostituisca Mussolini con Badoglio avendo però in mente un prossimo e ben peggior tradimento! e questo mentre invece Hitler, dopo aver deciso di eliminare Mussolini, lo recupererebbe poi, mettendolo a capo della Rsi, nonostante il parere negativo dei suoi generali e dello stesso Goebbels. Non sta né in cielo, né in terra! [1]
Altri fantasiosi scrittori hanno invece visto, nella passività di Mussolini, un suo nascosto desiderio di agevolare gli intenti dei dissidenti per defilarsi discretamente dalle responsabilità di governo.
Per cercare di capire come stanno esattamente le cose, dobbiamo partire da una considerazione espressa nel nostro precedente articolo: “Gli scottanti contenuti del Carteggio Mussolini – Churchill”, Rinascita 1 settembre 2009, quando asserimmo che a giugno del 1940 Mussolini era stato costretto ad entrare in guerra, dovendo pure sbrigarsi a farlo, per alcune decisive considerazioni tra le quali citammo anche il rischio che “… se la guerra avesse proseguito, estendendosi inevitabilmente, era facilmente prevedibile, data la nostra posizione geografica, di esserne coinvolti, magari con una invasione del nostro territorio sia da parte Alleata, per farne uno scalo verso la Germania o per attaccarla da Sud dove era più debole, sia da parte tedesca per prevenire tutto questo”.
Questa situazione strategico militare la ritroviamo, ancor più complessa, nell’estate del 1943.
Con gli Alleati, infatti, sbarcati ai primi di luglio in Sicilia, anche senza considerare le gravi ripercussioni nelle altre nazioni dell’Asse, per nessun motivo i tedeschi avrebbero potuto accettare un disimpegno bellico italiano, con conseguente sicura occupazione Alleata del territorio ed il Reich, già in difficoltà sul fronte russo, minacciato da Sud.
Pur desiderosi di levarsi di torno gli inetti italiani, i tedeschi proprio non potevano lasciarci andare, e avrebbero dovuto necessariamente invadere l’Italia, se questa si fosse disimpegnata.
Il 19 luglio al convegno di Feltre, Hitler, con evidenti ragioni, aveva fatto capire, senza mezzi termini, che non fidandosi dei vertici militari italiani, avrebbe concesso ulteriori e onerosi aiuti all’Italia solo a patto che la conduzione delle operazioni belliche e il comando delle forze italo – tedesche sul nostro territorio, fosse stato interamente nelle mani dei generali germanici. Una condizione questa che Mussolini, pur con l’acqua alla gola, non poteva di certo accettare.
Il complesso strategico militare di questa situazione era a tutti ben noto, anche se certi ambienti militari, finanziari, industriali, della Corona e persino dello stesso PNF erano propensi a fregarsene pur di scrollarsi di dosso Mussolini, buttare a mare la Nazione e salvare i loro interessi e privilegi.
I settori poi, espressamente antifascisti, con in prima fila quelli massonici, proprio questa linea del tanto peggio tanto meglio perseguivano da sempre.
Ma esautorare Mussolini, il solo che forse avrebbe potuto, almeno in teoria e a determinate condizioni, ottenere il consenso di Hitler per lo sganciamento dell’Italia sottintendeva la volontà di percorrere un altra più subdola e pericolosa via.
Di Mussolini tutto si può dire, meno che fosse un incosciente, disposto per la propria salvezza a ledere gli interessi nazionali, o un uomo restio a prendersi certe rischiose responsabilità, come lo si vedrà intorno al 25 aprile ‘45 quando, in quella situazione disperata, egli seguirà il suo destino fino in fondo, sperando di giocare le sue ultime carte negli interessi della Nazione e non ci fu nulla da fare per i famigliari, gerarchie di partito e vertici della RSI che volevano convincerlo a mettersi in salvo, predisponendo persino vari sistemi e mezzi di fuga, che lui caparbiamente rifiutò sempre.
Il Duce comunque, fino a quell’estate del ‘43, nonostante i pressanti solleciti che gli pervenivano da tutte le parti, non aveva ritenuto opportuno proporre ai tedeschi l’uscita dell’Italia dalla guerra. Oltretutto la formula della “resa a discrezione”, pretesa dal nemico, più che un disimpegno (anche se a caro prezzo), avrebbe condotto ad una capitolazione, aggravando la situazione.
Testimonianze sulla prigionia di Mussolini a Ponza (agosto 1943) riferiscono che il Duce ebbe a dire al maresciallo dei carabinieri Sebastiano Marini quanto segue: “L’Inghilterra ha già proposto una pace separata, ma io non ho ritenuto conveniente accettarla per il decoro e l’onore della nazione, senza contare la triste situazione in cui avrei messo il popolo italiano, se si pensa che la Germania, dopo il patto d’acciaio, avrebbe rivolto le armi contro di noi”.
Questa testimonianza ci dimostra che, a suo tempo, l’Inghilterra era stata propensa ad un accomodamento, però sostanzialmente a spese e responsabilità di un nostro tradimento verso l’alleato tedesco, con tutte le conseguenze morali e materiali del caso.
Che il Duce, con il peggiorare della situazione militare, si sia barcamenato nel trovare una soluzione per uscire da una guerra oramai insostenibile è evidente, ma la realtà concreta dei fatti è quella che attesta un Mussolini non portato a perseguire la via che sarà poi scelta da Badoglio.
Indirettamente il maggior riconoscimento dato a Mussolini per il fatto di non aver intrapreso trattative di pace unilaterali, lo dobbiamo proprio a Churchill quando, nella sua monumentale opera sulla Seconda Guerra Mondiale, ebbe a scrivere queste parole sibilline, ma significative: “Persino quando le sorti del conflitto erano ormai decise Mussolini sarebbe stato bene accolto dagli Alleati. Avrebbe potuto fare molto: abbreviare la durata della guerra scegliendo con calma e cautela il momento opportuno”.
In ogni caso Mussolini, rendendosi perfettamente conto della nostra impossibilità a proseguire il conflitto ed allo stesso tempo di uscirne, pensò di riprendere, con più decisione, la richiesta a Hitler per la chiusura del fronte russo, cercando anche l’appoggio del Giappone e di altre nazioni dell’Asse. Se anche questa iniziativa non fosse andata in porto si sarebbe poi visto il da farsi.
Sembra, anche se i riferimenti sono controversi, che il Duce preannunciò questa strategia esponendo i suoi intenti all’ambasciatore giapponese Hidaka, che vide nel suo ultimo giorno di governo, la mattina del 25 luglio 1943, chiedendogli di riportarli ed illustrarli alle autorità giapponesi che avrebbero dovuto sostenerli verso la Germania.
Egli aveva anche elaborato una specie di “Carta dell’Europa”, in alternativa alla menzognera “Carta Atlantica” degli Alleati, per contrastare, nel proseguimento della guerra, gli occidentali anche sul piano ideologico e della propaganda bellica.
In pratica Mussolini ipotizzava, almeno come fase transitoria, una soluzione alla difficile situazione del nostro paese, puntando al disimpegno tedesco dalla guerra con i sovietici e il conseguente riversarsi delle divisioni e degli armamenti della Germania in Europa e nel mediterraneo.
Tutto questo non era campato in aria, perché nei mesi precedenti c’erano stati alcuni sondaggi con i sovietici che ben lasciavano sperare, ma poi Hitler aveva preferito soprassedere.
Trasferiamoci adesso alla vigilia del 25 luglio quando, come sappiamo, Mussolini era sicuramente al corrente di varie trame, da lui definite “tinte di giallo”, che stavano dietro alla richiesta della convocazione del Gran Consiglio del Fascismo.
Conosceva anche il contenuto del famigerato Ordine del Giorno di Dino Grandi, che forse sottovalutò nelle sue potenzialità, ma del quale non poteva non aver intuito come, dietro alla richiesta di rimettere alla Corona alcune responsabilità che pesavano su Mussolini e sul Fascismo, vi era in pratica la liquidazione del regime e l’estromissione del Duce dal governo.
Eppure accettò di convocare il Gran Consiglio per sabato 24 luglio 1943 e poi, nonostante il voto a lui sfavorevole sull’O.d.g. Grandi, non fece alcunché per bloccare tutto, far arrestare i dissidenti o comunque reagire con forza.
Uno “strano” comportamento questo del Duce che ha fatto anche avanzare l’ipotesi che egli abbia volutamente e sottilmente agevolato il voto contrario del Gran Consiglio per defilarsi da una guerra oramai persa e quindi lasciare in altre mani la responsabilità della capitolazione.
Se però partiamo dalla considerazione già premessa, per la quale Mussolini doveva tener conto della impossibilità per l’Italia di uscire dalla guerra senza subire contraccolpi cruenti (soltanto un criminale avrebbe potuto non tenerne conto) e che il passo che era in atto al Gran Consiglio, proprio ad una capitolazione con gli Alleati sbarcati in Sicilia avrebbe finito per portare, ma soprattutto gli era ben chiaro che i rapporti di forza tra i suoi fedeli, rispetto ai militari e la Corona, erano sfavorevoli per il fascismo, è evidente che egli ritenesse necessaria una accorta e prudente strategia.
Soprattutto la logica e gli elementi di riscontro ad oggi accertati escludono a priori ipotesi fantasiose ed hanno, tra l’altro, ben evidenziato che nella seduta del Gran Consiglio Mussolini, seppur in preda a lancinanti dolori addominali, causati da una specie di ulcera nervosa, regalo dei nostri rovesci bellici, si batté al limite delle sue possibilità.
Ignorava però che Grandi, Bottai e in un certo senso anche Ciano, sottobanco avevano concertato il colpo del 25 luglio, con gli ambienti militari e la Corona e quindi a nulla sarebbero valse le pressioni, i ricatti e le schermaglie dialettiche, di cui era maestro, per farli desistere.
Quindi, seppure a prima vista l’atteggiamento del Duce in quei giorni può sembrare passivo, indifferente e non adeguato al pericolo di un colpo di Stato, che da più parti gli era stato preavvisato, questo risiede nel fatto, semplicissimo ed evidente, che in quelle condizioni il Duce aveva la sola alternativa di far scivolare la riunione e la prevista sedizione del Gran Consiglio nel modo più indolore e silenzioso possibile: l’uso della forza, anche solo minacciata, avrebbe fatto sicuramente precipitare tutta la delicata situazione, innescando pericolose prove di forza che il re non avrebbe mai accettato inducendolo a togliergli quella fiducia che, invece, il Duce (qui si sbagliando!) credeva di avere ancora.
In quel momento i rapporti di forza tra Istituzioni, Forze Armate, Servizi, Polizia e Carabinieri da una parte e Milizia e Partito fascista dall’altra, questi ultimi oltretutto, nei loro quadri migliori, decimati dalla guerra, depressi per i recenti nefasti avvenimenti e vari gerarchi dissidenti, pendevano sproporzionatamente dalla parte dei primi.
Problematico anche il contare, alla disperata, sui tedeschi i quali avrebbero dovuto accollarsi delle responsabilità diplomatiche e militari per prendere parte alla contesa e comunque non era certo desiderabile che i tedeschi fossero chiamati in campo per levare le castagne dal fuoco al fascismo.
E’ pur vero che alle porte di Roma era accampata la divisione corazzata “M”, fedele al Duce e terrore della Corona, ma il suo intervento poteva anche non essere decisivo, determinando al massimo la fuga del re dalla capitale e avrebbe condotto sicuramente alla guerra civile.
Tutto questo il Duce lo aveva previsto e considerato come si evince da quanto ebbe a dire al segretario del fascio Carlo Scorsa poco dopo aver incasso il voto avverso del Gran Consiglio:
“Arrestarli tutti? Occupare Roma con la divisione “M” e con l’aiuto eventuale dei tedeschi? Chiedere l’aiuto dello straniero per risolvere le cose interne? E il Re come reagirebbe. La possibilità di una guerra civile alle spalle delle truppe schierate contro il nemico?… Soluzione da scartarsi”. Vedi C. Scorsa: “La notte del Gran Consiglio” riportato in R. De Felice “Mussolini l’alleato”, op. cit.
In questa situazione e soppesando tutti i pericoli del momento Mussolini scelse, ragionevolmente, anche se oggi possiamo dire, erroneamente, un altra strategia.
Egli, non arrivando ad immaginare che certi personaggi e soprattutto il Re, pur di salvare i loro privilegi e le loro teste, fossero disposti a tradire e buttare a mare la Nazione, [2] partiva dal presupposto che un disimpegno dell’Italia dalla guerra era in quel momento impraticabile e quindi l’O.d.G. di Grandi seppure ammaliante per gli opportunisti e i pavidi, si sarebbe palesato pericoloso per il paese e per il partito fascista distruttivo per il Regime.
Di conseguenza accettò lo scontro al Gran Consiglio visto che del resto, con gli Alleati in casa, sarebbe stato controproducente trascinare a lungo quella situazione interna al partito, per far esporre i suoi contestatori e bruciarli.
Egli quindi contava sulla riconosciuta prudenza e razionalità del Re, che certamente non si sarebbe spinto a percorre una strada al buio con gli evidenti pericoli che comportava.
Per quale motivo il sovrano, essendo problematico uscire dalla guerra, avrebbe dovuto esautorarlo, perdendo ogni possibilità di mediazione con i tedeschi e innescando invece degli sviluppi politici gravi di conseguenze?
Anzi, in virtù di quelle iniziative internazionali che voleva illustrare al sovrano, il Duce riteneva probabile che il Re, nonostante tutto, gli avrebbe rinnovato la fiducia. Un calcolo, quello di Mussolini, non fideistico, ma razionale anche se si rivelerà errato.
Se infatti si estrapola, da questa strategia, il fatto che gli “altri” giocavano oramai senza scrupoli su due tavoli, si può capire come essa fosse logica, opportuna e fattibile. Come detto, invece, Mussolini ignorava che era in atto un vero e proprio progetto finalizzato al disimpegno bellico dell’Italia, tramite un ignobile e criminale tradimento, progetto che prevedeva, preliminarmente, il suo sollevamento dal governo dopo la sfiducia espressagli dal Gran Consiglio.
Egli pertanto si recò alla seduta del Gran Consiglio, cercando di evitare di porre tutta la questione sul pericoloso piano della forza e con la segreta speranza di convincere i delegati fascisti a non votare l’O.d.G. Grandi, ma se comunque questo O.d.G. fosse stato ugualmente approvato, non essendo quel voto vincolante, egli avrebbe poi giocato tutte le sue carte con il Re.
Una prova di forza, prima, durante o dopo il Gran Consiglio doveva essere possibilmente evitata perché controproducente e pericolosa per il paese.
Il pomeriggio del 25 luglio, nonostante gli avvertimenti della moglie, resa sospettosa dalla richiesta telefonica, pervenutagli da Villa Ada, con la quale si chiedeva che il Duce si recasse al colloquio con il re in abiti borghesi, Mussolini vi si recò ugualmente, ma del resto, sospetti o meno, doveva giocoforza andare dal re per cercare di ribaltare la sua situazione.
Oltre alle varie rievocazioni e documentazioni in proposito, anche tutta una serie di avvenimenti e particolari, storicamente accertati, fanno si che la semplice logica dei fatti escluda categoricamente le ipotesi fantasiose di scrittori in vena di sensazionalismo. Per esempio:
– il colloquio di Mussolini con Farinacci, all’alba del 25 luglio, poco dopo che si era concluso il Consiglio, nel quale il Duce, dopo il voto contrario, gli preannunciava che forse ci sarebbe stato bisogno di lui “come ai bei tempi”. Questo dimostra come, al limite, Mussolini abbia anche pensato all’uso della forza, ma questa reazione fu poi quasi subito da lui scartata preferendo puntare tutto sulla fiducia nel re;
– la telefonata alla Petacci, sempre all’alba ed alla fine del Consiglio, nella quale, costernato, la mise in avviso che tutto era probabilmente finito e quindi sarebbe stato meglio per lei che si mettesse al sicuro;
– il suo muoversi, in quella giornata domenicale del 25 luglio, alla ricerca di ogni appiglio per ribaltare in un secondo momento la situazione, come per esempio il gradimento per la lettera che gli arrivò al mattino da Cianetti con il ritiro del suo voto contrario;
– la moglie, donna Rachele, che lo vide arrivare a villa Torlonia bianco come un lenzuolo e decisamente preoccupato, ma deciso, nonostante i rischi, ad andare dal re per risolvere la situazione.
Già questi elementi fanno escludere decisamente che Mussolini abbia manovrato sotto banco per agevolare il voto del Gran Consiglio ed uscire di scena alla chetichella.
Ed ancora:
– il fatto di rallegrarsi per la notizia, pervenutagli in quella giornata, che il maresciallo Graziani era propenso a mettersi a disposizione del Duce per un rimpasto allo Stato Maggiore Generale.
– l’incontro che accettò di tenere con il diplomatico Giapponese Hidaka al quale illustrò la sua strategia politica da riportare al governo di Tokio.
Non erano certo questi i comportamenti di un pre pensionato e ci attestano invece la volontà di Mussolini di giocarsi ancora certe carte politiche, contando sulla intelligenza, razionalità e dignità del re a non gettare il paese nel baratro.

 

( Fonte: www.italiasociale.net )

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: