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PER IL REVISIONISMO STORICO CONTRO VIDAL-NAQUET (5) di Cesare Saletta

9 Nov

Una messa a punto del signor Vidal-Naquet

 

e un’ulteriore messa a punto su di lui

 

(1987)

[79]

Quando, l’anno scorso, pubblicammo le considerazioni suggeriteci dalla recensione elogiativa che Diego Lanza aveva riservato a Gli ebrei, la memoria e il presente, di Pierre Vidal-Naquet, eravamo convinti che il silenzio più completo avrebbe accolto quel nostro opuscoletto (1); e tuttavia, dato per scontato il silenzio, ci pareva naturale che, nel caso improbabile che una risposta ci fosse, fosse dal Lanza che dovessimo aspettarla. Eravamo nel giusto e ci ingannavamo al tempo stesso: è Vidal-Naquet a farsi vivo. Non, beninteso, che risponda (e, dunque, nel giusto c’eravamo doppiamente: Vidal-Naquet non risponde pur facendosi vivo e a non farsi vivo è il Lanza). Vidal-Naquet, com’è noto, ai revisionisti non risponde. Attacca, questo si; ma poi, se gli si replica, se gli si muovono precise obiezioni, se si mette nella giusta evidenza la sua inclinazione a ciurlare nel manico, se si ravvisa in tutto il suo comportamento una riprova di più del carattere fabulistico della tradizione di cui si è fatto paladino, allora tace. A tale riguardo le vicende della polemica svoltasi in Francia sono esemplari. La grosse tête ha attaccato vituperosamente Faurisson (e il defunto Rassinier, e Guillaume e la Vieille Taupe), per chiudersi — ma, finora, cioera accaduto solo in Francia — in un mutismo che ci si permetterà di trovare, e non siamo i soli, non meno significativo soltanto perché era stato in qualche modo preannunciato, quando Faurisson gli ha risposto sobriamente nel tono e lasciando, si puodire, la parola ad un insieme di dati circostanziati e documentati. Nell’85 scrivemmo che “le cinquantasei motivate e ragionate obiezioni” della Réponse faurissoniana “sono calate sul viso del nostro eroe come altrettanti ceffoni” (2): continuiamo a pensare che questa non sia nient’altro che la constatazione di un fatto, e di un fatto che già di per se stesso la dice lunga sulla fondatezza degli asserti di Vidal-Naquet.

Dunque, questa volta Vidal-Naquet, quanto a farsi vivo, si fa vivo; e comprendiamo benissimo, sia detto per inciso, che taccia invece il Lanza: ubi major, minor cessat. Per giungere a godere di Leda Giove prese la forma di un cigno. Per abbindolare ancora il pubblico italiano Vidal-Naquet si ripresenta nella veste di estensore di una paginetta giusta giusta che vorrebbe essere una messa a punto (“Quaderni di storia”, n° 25, gennaio-giugno 1987). E cosa dice, questa paginetta? Dice che l’ellenista tacerà. E un vero peccato: oltre a noi, qualcun altro probabilmente, qualcun altro che non è revisionista, avrebbe sentito il bisogno che egli si fosse soffermato su dettagli circa i quali non mancherebbe d’interesse conoscere il suo parere; dettagli quali l’adozione non sporadica, e proprio perciotanto più significativa, di una tecnica citatoria — è l’esempio che recavamo scrivendo della recensione del Lanza — che gli consente di accreditare la calunnia di un antisemitismo rassinieriano mediante l’artificio di sunteggiare, valendosi anche di brani dell’originale, un certo passo de Le Drame des Juifs européens, ma omettendo di avvertire che nel passo immediatamente successivo Rassinier chiariva come le vedute che postumamente gli procurano dal gros bonnet la taccia di antisemita fossero, oltre che sue, e prima di lui, quelle di un sionista militante, Kadmi Cohen. (Se, poi, quelle vedute di Rassinier giustifichino quella taccia — il che noi, senza condividerle, cosi come non condividiamo altre sue vedute, neghiamo — potrà facilmente giudicarlo chi legga Le Drame, libro che Vidal-Naquet crede o finge di credere spacciato dalle poche pagine di sedicente confutazione che gli ha dedicato nell’80 (3)). Quella di Vidal-Naquet è una ben curiosa maniera di dissipare gli equivoci, lui che a dissiparli ci tiene tanto.

Ma prendiamo la messa a punto per cioche dice e non per cioche tace. Cosa vi si trova? Niente che non si sapesse già per precedente dichiarazione del nostro: si puodiscutere sul revisionismo ma non si discute con i revisionisti; con costoro egli non discute e non discuterà mai. Questa pregiudiziale è abbastanza comica. Vidal-Naquet è libero, naturalmente, di discutere o non discutere con chi gli pare; è un suo diritto e nessuno glielo contesta. Ma ognuno sarà poi libero di giudicarlo in base all’uso che egli fa di questo diritto. Ora, cioche salta agli occhi è che, quando lo si mette di fronte ad una delle sue gherminelle, egli si comporta come quel tale che, essendosi riparato sotto il letto per sottrarsi alle percosse della consorte, a questa che gli ingiungeva di uscir fuori rispondeva di trovarsi in casa propria e di essere padrone, in casa propria, di stare dove gli pareva e piaceva. Ma oltre che comica la posizione del nostro uomo è anche comoda. Non giureremmo che sia producente, questo no, ma comoda lo è senz’altro. Chi prenderà in mano un testo di Rassinier o di Faurisson non impiegherà troppo tempo, in effetti, ad accorgersi che Vidal-Naquet non potrebbe scansare qualche grosso imbarazzo se volesse cimentarsi sul serio con le argomentazioni revisionistiche invece che baloccarsi con il pupazzo che salta fuori dal loro stravolgimento sistematico, come ha sempre fatto questo antichista impelagatosi nella storia di quarant’anni or sono o poco più. Cosa mai l’ha indotto a impelagarvisi? E un problema che mette conto di toccare, in quanto concerne, al di là di Vidal-Naquet, l’itinerario politico di non meno di due generazioni.

La generazione di Vidal-Naquet e quella che l’ha preceduta abbondano di intellettuali affetti da anchilosi cronicizzata alla mano destra. All’origine di questa lesione sta una pratica ripetuta in innumerevoli occasioni: la firma — dieci, venti, trenta, quarant’anni dopo la sconfitta militare dei regimi fascisti — del rituale manifesto antifascista. L’Italia costituisce un ottimo punto d’osservazione per seguire questo fenomeno, che peronon è solo italiano. Intendiamoci, quando l’anchilosi si è cronicizzata questa gente era ormai la caricatura di cioche era stata prima. Questo vale per la generazione precedente a quella di Vidal-Naquet. Per la generazione dell’ellenista quel prima, con tutto quello che, comunque lo si voglia giudicare, ha comportato come assunzione di responsabilità e come impegno militante, è qualcosa che non fa parte, se non per eccezione, del suo vissuto. Nei membri più giovani della confraternita l’anchilosi da firma spesso puoessere fatta risalire ad una ragione di cui è dubbio si possa sostenere che sia del tutto rispettabile. La storia non cambia di molto: nel paese di Vidal-Naquet al tempo di Gambetta non era facile aprire una tabaccheria o diventare guardia campestre se non si davano solide garanzie di fede repubblicana; qui da noi, durante il ventennio, la tessera del partito era diventata la “tessera del pane” e oggi non è poi cosi esiguo il numero di coloro che debbono il pane, il companatico e tutto il resto alla tessera che portano in tasca o all’area di appartenenza; e quanti sono — veniamo al dunque — i curricula accademici scanditi dalla pratica manuale in parola? Il manifesto, l’ellenista non l’ha solo firmato: si puodire che l’abbia scritto. Più esattamente, che l’abbia riscritto nella particolare versione antirevisionistica. Non v’è motivo di dubitare della sincerità dell’antifascismo di Vidal-Naquet — tra l’altro, il fascismo, nella sua forma hitleriana, lo ha colpito crudelmente nei suoi affetti familiari. Solo che il suo antifascismo, l’antifascismo di una miriade d’intellettuali che hanno la sua età o che appartengono alla generazione più anziana e che per molti anni si sono creduti, e magari si credono tuttora (ma come districare i convincimenti e le autoillusioni da un senso dell’opportunità che con il tempo si è fatto via via più acuto?), libertari, radicali, comunisti, non poggia, non ha mai poggiato su di una posizione di classe che — con tutte le riserve che sarebbe stato e sarebbe lecito avanzare, ma esclusivamente in sede di valutazione tattica — individuasse nel liberalismo e nella democrazia formale un’espressione del dominio capitalistico che a questo titolo dovesse venire combattuta e abbattuta non meno del fascismo. Quando l’opposizione fascismo-democrazia si configurocome un contrasto tra Stati, i più anziani tra questi intellettuali si allinearono alla politica degli Stati a democrazia formale. I più giovani li hanno seguiti a fascismo sconfitto. La società borghese non ha mai cessato di essere l‘ubi consistam di tutti costoro. Essi rappresentano la cultura di una sinistra che è organica a questa società e che è borghese quanto lo è questa società. Di qui la loro predisposizione a recepire e interiorizzare la mitologia antifascista. Non che il volto del fascismo non fosse orribile. Ma quella mitologia ne ha decuplicato l’orridezza e, d’altro canto, è valsa egregiamente a obliterare la nozione del fatto che quello che si svolgeva a livello planetario era uno scontro tra blocchi della medesima natura, tra blocchi imperialistici. Certo, a questi intellettuali non sfuggiva che il blocco antifascista era tenuto insieme da ben altro che dal cemento di un’ideologia che fosse comune agli Stati che vi erano confluiti e da un’omogeneità nella tecnica dell’esercizio del potere interno ad opera di ciascuno di questi Stati. Ma, a fronte del fascismo, la democrazia formale apparve loro come la salvaguardia di valori irrinunciabili, mentre le ragioni del domani sembrarono assicurate dalla Russia di Stalin. Poi venne il momento della disillusione; ma ancora oggi è molta la gente che sentirebbe vacillare il proprio mondo sulle sue basi quando dovesse concludere che, nonostante tutto, il volto del fascismo fu meno orribile di quanto lo dipingano quella mitologia (della quale dopo il ’45 è divenuta elemento integrante la vulgata olocaustica) e i verdetti pronunciati dai vincitori. Meno orribile: qui non si tratta di banalizzare il regime nazista, ma nessuno potrà negare che, se i lager sono una cosa inumana comunque, un conto è che vi si sia attuato un piano di annientamento ai danni di una razza, o pretesa tale, un altro conto che gli internati vi siano morti come le mosche (ma, in ogni caso, in quantità assai inferiori a quelle di cui alle cifre correnti) a seguito soprattutto dell’azione combinata di fattori i quali, stante il caos in cui la Germania andosprofondando nell’ultimo anno di guerra, sempre più si sottraevano ad ogni possibilità di controllo e sempre meno rispondevano agli intenti originari, comunque infami, di chi quell’universo concentrazionario aveva messo in piedi, e mettendo in piedi il quale un ruolo, e primario, non poteva non averlo attribuito, questo va da sé, al terrore. Si, nonostante tutto, questo è qualcosa di enormemente diverso dalla pianificazione di un etnocidio. Checché pensino o facciano finta di pensare gli sterminazionisti, non si profana la memoria di chicchessia se, in luogo di accettare senza critica testimonianze cui umanamente non puoesser estranea una forte componente di emotività; altre che è legittimo ritenere inquinate dall’interferenza di qualche interesse; altre ancora che come minimo lasciano adito al ragionevolissimo sospetto di rappresentare il risultato di pressioni; altre, infine, che appaiono puramente e semplicemente insostenibili; in luogo di prendere per buone le statistiche mortuarie con cui un determinato Stato vuole convalidare, non si sa nel rispetto di quale logica, il proprio diritto a occupare un territorio da cui ha espulso la popolazione che vi aveva sempre abitato, statistiche sulle quali, inoltre, quello Stato ha basato per anni una parte cospicua della sua prosperità; in luogo di ammettere che possa rimanere inesplicabile — povera ragione umana, cosa ci stai a fare? — lo stesso funzionamento dello strumento assurto a simbolo dell’asserito sterminio, la camera a gas (4), si vuol vedere chiaro, per quanto possibile, nella tragedia dell’istituzione concentrazionaria, si vogliono stabilire i suoi costi reali in vite umane, si riconducono questi costi all’operare dei meccanismi selettivi espressi dalla stratificazione funzionale e sociale prodottasi in senso ad essa.

Della messa a punto di Vidal-Naquet ad uso del pubblico cólto di qui non sapremmo dire se scaturisca da una deliberata falsificazione o da un penoso equivoco di cui il gros bonnet sia la vittima; quel che è pacifico è che essa mira ad alimentare un equivoco che completa quella dimostrata falsificazione delle posizioni revisionistiche alla quale in anni recenti si è dedicato l’ellenista impancatosi mentore civile. Vidal-Naquet vuole lasciar credere che da parte revisionista si tenti in ogni modo di intavolare un dialogo con lui. Niente di meno vero! I revisionisti trattano di cose enormemente più importanti della sua riverita persona e soltanto in via accessoria discutono di lui. Il loro atteggiamento è dunque simmetrico al suo; con questo di diverso, però: Vidal-Naquet, quando ha discusso (dice lui) sul revisionismo, in realtà ha esercitato la sua valentia su di una caricatura rabberciata apposta per le esigenze di un’aggressione polemica dalla quale l’assillo della verità esulava totalmente; i revisionisti, invece, non hanno avuto bisogno di ricorrere, dato e non concesso che fossero disposti a farlo, ai tours de main d’uso obbligato quando si vuol far dire all’avversario cioche egli né dice né pensa – ed è anche alla luce di questi mezzucci (troncamento di citazioni al ‘punto giusto’, passaggio sotto silenzio di date argomentazioni e via dicendo) che andrà valutato nel suo significato effettivo il rifiuto di dibattere. Non ne hanno avuto bisogno; è bastato e basta loro prendere le cose dette dal nostro eroe cosi come le ha dette, senza togliervi o aggiungervi nulla, e i suoi silenzi per cioche essi denunciano.

Perché, ad onta del rifiuto preventivo dell’ellenista di discutere con i revisionisti, il “dibattito che non poteva esserci” c’è stato; e, quando Vidal-Naquet si è riparato dietro l’alibi di quel rifiuto preventivo che peraltro non gli aveva impedito di prendervi parte, nessuno tra quanti avevano seguito la diatriba si è ingannato sul fatto che egli si era risolto ad aggrapparsi alla ciambella di salvataggio. Abbiamo detto che quello del luminare era, è, un atteggiamento comodo; ma la cosa ha anche un altro aspetto. Vidal-Naquet intendeva discutere sul revisionismo (e sui revisionisti) cosi come uno psichiatra avrebbe ogni ragione di discutere sulla follia o un cosmologo sulle teorie di Hörbiger. In altre parole, il punto di partenza era l’equiparazione dei revisionisti ai folli e ai sostenitori di concezioni cosmologiche fantasiose, categorie alle quali è ovviamente impensabile riconoscere la qualità di interlocutrici in una discussione sulle rispettive aberrazioni che intenda mantenersi nell’ambito scientifico. Il punto d’arrivo è, da un lato, che oggi, e da anni, il temibile polemista non discute più — se mai ha fatto qualcosa del genere — su niente che riguardi la sostanza della questione, limitandosi ad ingiuriare i revisionisti (che non a torto, considerato l’atteggiamento di Vidal-Naquet e considerato altresi il suo darsi da fare dans les coulisses, non si tolgono il piacere di trattarlo di quando in quando secondo i suoi meriti) e a reiterare, e questo è grottesco, il suo rifiuto ad una discussione che nessuno gli sollecita (5); dall’altro lato, che in Francia — dove il dibattito che vi si è svolto ha avuto un’eco di cui da noi non si ha un’idea adeguata — c’è una fetta non trascurabile di opinione pubblica cui cioche ieri appariva come una verità assiomatica oggi si presenta come l’esatto opposto. Non è dato di sapere se anche a questa fetta di opinione pubblica il nostro uomo applichi la classificazione da lui stabilita per i revisionisti, i quali, per chi non lo sapesse, “appartiennent sur le plan psychologique à la variété perfide, à la variété perverse, à la variété paranoïaque, ou tout simplement à la variété imbécile”. Il minimo che si puo dire è che una classificazione siffatta, di cui va sottolineato il carattere unilaterale, puo attagliarsi ai più disparati gruppi umani. Tra gli sterminazionisti, ad esempio, Vidal-Naquet possiede, secondo noi, i requisiti per rientrare in almeno due di queste varietà, la prima e la quarta; e, se un elemento d’incertezza permane, esso risiede nel fatto che non sapremmo bene in quale delle due sia più corretto incasellarlo. Le classificazioni soffrono sempre di un certo schematismo e ad essere troppo esclusivi nel definire dei tipi psicologici c’è il rischio di non dare il debito risalto a peculiarità che giustificherebbero un differente incasellamento (6).

Et de hoc satis. Perché mai costui dovrebbe farci perdere altro tempo? Certo, non sarà tempo perso quello di chi, con piena e diretta conoscenza di causa, vorrà eventualmente far luce sulle manovre condotte da Vidal-Naquet nell’ovattata atmosfera degli ambienti accademici per tagliare i garretti ai revisionisti: ne verrà fuori un quadro desolante di comportamenti improntati ad un conformismo che sconfina nella viltà; e, del resto, le grosses têtes non sono forse tali proprio perché proiettano la loro ombra su di un corteggio di reggicoda? Ma, oggi, il cattedratico non rappresenta più la punta di diamante dello sterminazionismo sul fronte storiografico, l’uomo di studio che, forte dell’autorità acquisita nel suo campo particolare, avalla le asserzioni dei mitografi. Non è che il posto sia rimasto vacante. E, piuttosto, che un fronte che possa passare per storiografico lo sterminazionismo adesso non lo ha più. I mitografi sono dunque destinati alla disoccupazione? Certo che no; ma v’è di che credere che d’ora in avanti gli storici di mestiere saranno molto restii a fornire la cauzione che dovesse venir chiesta loro. L’impresa della perpetuazione della leggenda olocaustica – leggenda innestata su di una massa di sofferenze che nessuna persona sana di mente si sogna di negare – è entrata in una fase nuova.

Lo sterminazionismo doveva venire affrontato sul terreno su cui aveva preteso d’installarsi, il terreno storico: lo è stato, e ha riportato una solenne batosta. Che cosa significa il fatto che soltanto nel 1982, sull’onda della polemica revisionistica (del “dibattito che non poteva esserci”), gli sterminazionisti abbiano dato vita ad un’Association pour l’étude des assassinats par le gaz (Assag) avente il fine statutario di “ricercare e controllare la prova dell’utilizzazione dei gas tossici ad opera dei responsabili del regime nazionalsocialista in Europa per uccidere ecc. ecc.”? Significa né più né meno che questo: che nel 1982, dopo poco meno di quarant’anni d’imbonimento olocaustico, la prova non era ancora raggiunta. Sono parecchi a pensare che, se dall’82 ad oggi il silenzio dell’Assag è stato rotto solo da una circolare che raccomandava ai licei l’acquisto di un testo sterminazionista [* Un testo, manco a dirlo, sulle camere a gas, cioè su quegli straordinari ordigni &laqno;la prova dell’utilizzazione» nei quali &laqno;dei gas tossici» avrebbe richiesto nell’82, secondo lo statuto dell’Assag, di venir &laqno;ricercata [!!!] e controllata [!!!]» (1993)], segno si è che la prova rimane ancora da raggiungere. Ma per lo sterminazionismo cioche importa è la perpetuazione del mito: vuol dire che, fatte salve le apparenze con l’ausilio di scribacchiatori che continueranno a trattare l’argomento mettendosi sotto i piedi le procedure su cui l’indagine storica fonda la sua pretesa allo statuto di disciplina scientifica, anche più che in passato si punteranno le carte sulla spettacolarizzazione olocaustica [* E, infatti, Steve Spielberg, avendo appena terminato di girare un film su Jurassic Park, ne annuncia uno sullo sterminio: dalla fantascienza alla fantastoria (1993)]. Sarà questa enfasi conferita alla spettacolarizzazione a connotare la nuova fase. Se poi gli scribacchiatori non godranno più di certi avalli, pazienza; l’essenziale sarà che non vengano troppo clamorosamente smentiti. Il mito giungerà cosi a vivere della sola vita che gli si addice: come idea ricevuta — come superstizione — e reggendosi sull’imposizione, giacché il tentativo di imbavagliare gli oppositori aperti proseguirà come prima. Il punto di sbocco di questo andazzo, se non lo si contrastasse risolutamente, sarebbe la ricomparsa di una nostra vecchia conoscenza, la doppia verità: una verità ufficiale, non dissimile da quella oggi corrente, ad uso della generalità del pubblico, e una verità storica del tutto diversa, quasi iniziatica, cui approderebbero quei ricercatori i quali, sapendosi fortemente sospetti, col chiudersi nel proprio orticello e col far circolare i loro lavori solo tra gli intimi, in ristrette tirature pro manuscripto, si mettessero al riparo da vessazioni amministrative del tipo di quelle di cui in questi anni si è fatto uso abbondante in terra di Francia e dai rigori di tribunali abbastanza disonesti o abbastanza balordi da ravvisare nella pubblicità che per avventura questi ricercatori dovessero dare alle loro indagini e alle loro conclusioni gli estremi del delitto d’incitamento all’odio razziale. Questi ricercatori, incrociandosi per strada, potrebbero farsi l’occhietto l’un l’altro, come gli àuguri del buon tempo antico; con la differenza che gli àuguri ci compiacevano vicendevolmente dell’altrui credulità, mentre questi ricercatori alluderebbero ad una verità maledetta di cui sarebbero i discretissimi depositari.

Piaccia o non piaccia alla grosse tête, questa è la fase di Lanzmann. Ed è anche la fase dell’affare Roques. Con Shoah ci hanno tediato a due riprese; quanto al secondo, la stampa nostrana è stata estremamente parca di notizie. Qualche parola al riguardo supplirà dunque, benché in misura del tutto inadeguata, ad un vuoto d’informazione che di fortuito non ha proprio nulla.

Prendiamo, anzitutto, le nostre distanze da Henri Roques, questo agronomo a metà tra i sessanta e i settanta che ha precedenti di militanza nell’estrema destra e la cui tesi di dottorato in letteratura comparata e critica testuale, discussa a coronamento degli studi cui egli si è consacrato una volta ritiratosi in pensione, è stata pubblicata in facsimile da una casa editrice che ultimamente ha riproposto il Mito di Rosenberg in traduzione francese (7) [** Inesatto: case editrici differenti, unico distributore (1993)]. Prese le distanze, aggiungeremo subito che non si comprende per qual motivo l’avere dalla propria parte questo Roques con un contributo riconosciuto scientificamente valido da studiosi qualificati che né aderiscono al revisionismo né hanno in comune con l’autore le opinioni politiche dovrebbe risultare per i revisionisti più imbarazzante di quanto non risulti imbarazzante per Vidal-Naquet, Léon Poliakov, Georges Wellers e i loro accoliti avere al loro fianco, e addirittura apprezzato relatore al loro riservatissimo colloquio dell’82 su L’Allemagne nazie et les Juifs, un Jean-Claude Pressac, un farmacista che ha gli stessi precedenti politici di Roques ma che è una lancia spezzata del verbo olocaustico (8). Per quel che ci riguarda, cioche deve interessarci non è, in primo luogo, la paternità di una ricerca, ma l’apporto che da essa viene ad una verità che potenti interessi convergono nel voler soffocata. Se a proposito dell’editore di Roques è detto tutto evocando la successiva diffusione del libro di Rosenberg, a proposito di questi interessi sarà stato detto il necessario col ricordare come la discussione di quella tesi abbia provocato le ire della Knesset e un intervento presso Mitterrand del ministero degli esteri dello Stato sionista.

Nella sua tesi Roques — non per caso, si capisce — ha scelto di occuparsi non del Roman de la Rose o delle varianti riscontrabili tra le prime edizioni del Candide, bensi di quella pietra angolare della vulgata sterminazionistica che è la “confessione” di Kurt Gerstein, l’antinazista cristiano che, entrato, ci si dice, a far parte delle SS per penetrarne i segreti, nell’estate del ’42 avrebbe visitato gli impianti di gassazione di Belzec e di Treblinka e nella prima di queste due località avrebbe assistito all’eliminazione di 7-800 ebrei in una camera a gas — una camera a gas di 45 metri di cubatura e 25 di superficie, cioche implicherebbe l’ammissione del fatto che 28-30 persone possano venir stipate su di un metro quadrato. Non si sarebbe lontani del vero dicendo che tra gli “storici” sterminazionisti che asserivano di essere risaliti al testo originale di questa “confessione” non ve ne sono stati due che ne abbiano citato in termini eguali un medesimo passo; spesso e volentieri le differenze erano sostanziali. Ma c’è di più: nel 1964 Rassinier metteva a fronte due delle quattro versioni pubblicate come originali dal Poliakov e rilevava le incomprensibili discrepanze emergenti dal confronto (9), discrepanze in merito alle quali il Poliakov, che pretendeva di riprodurre sempre il medesimo documento, non spendeva una sola parola. Per chiarire il mistero il testimone non poteva essere di alcun aiuto: arresosi alle truppe francesi alla fine della guerra e rilasciata la “confessione”, aveva pensato bene, se si presta fede alle autorità militari, di porre fine ai suoi giorni impiccandosi nel carcere parigino dove era rinchiuso. Quella dei suicidi messi in atto da detenuti che potrebbero diventare scomodi, o più scomodi di quanto già non siano, non è, si direbbe, un’esclusività italiana.

Le cose stavano in questi termini — i revisionisti totalmente scettici, gli sterminazionisti che, brandendo un documento proteiforme, si richiamavano di continuo alla “confessione” del testimone sedicentemente oculare — quando Roques si accinse a studiare l’intera questione. Ricorrendo ai National Archives di Washington, al Landeskirchliches Archiv der evangelischen Kirche von Westfalen di Bielefeld e alla Direction de la Justice militaire di Parigi, egli è riuscito a rintracciare sei differenti testi — uno dei quali in tre stesure non del tutto corrispondenti, neppure esse, tra di loro — della “confessione”, parte redatti in francese, parte in tedesco, parte dattiloscritti, parte autografi, più alcuni complementi il cui contenuto non figura in nessuno dei sei testi, qualche malacopia, i verbali di due interrogatori resi ai giudici militari di Parigi, ecc. Dall’esame comparativo dei sei testi (che la tesi presenta tutti in trascrizione diplomatica e in parte anche in riproduzione fotostatica) l’attendibilità della “confessione” esce sbriciolata. A parere di Roques il testo che, pur nella sua inverosimiglianza di fondo, risulta meno inficiato da contraddizioni sarebbe addirittura posteriore al suicidio del prigioniero. Tutto questo ammasso di carte riflette una serie di tentativi vòlti a mettere a punto una testimonianza tale da offrire in qualche modo — beninteso, non ad un osservatore particolarmente esigente — le apparenze dell’accettabilità. Niente di nuovo sotto il sole: in Russia si dovette arrivare all’ultimo dei grandi processi contro gli oppositori, ossia al ’38, per constatare che la ricostruzione accusatoria del preteso complotto si era fatta accurata quel tanto da non indicare, ad esempio, come sede di un incontro tra cospiratori un albergo di Copenhagen che subito risultasse non solo essere chiuso da una quindicina d’anni, ma addirittura demolito al momento dell’incontro. Eppure in un inconveniente tanto increscioso e in altri che non lo erano di meno per chi, all’estero, urlava con i lupi contro i compagni di Lenin era incappata la regia staliniana nel processo del ’36 e in quello del ’37. Nel ’38 l’accusa rimaneva, come nei processi precedenti, qualcosa di delirante, ma, se non altro, il tessuto accusatorio non presentava più smagliature fattuali di cosi palmare evidenza.

Nel 1945 le autorità militari francesi, avendo tra le mani un individuo il cui comportamento, a detta di chi gli era stato amico, non aveva mai mancato di aspetti eccentrici, procedettero, diciamo cosi, per approssimazioni successive in un tempo non di anni, come la polizia di Stalin, ma di mesi, e senza dubbio nella persuasione che la ‘verità’ dei vincitori non sarebbe mai stata, non che posta in discussione, esaminata con un po’ di senso critico. Gerstein mori quando quel tanto di credibilità che sulle prime era considerato sufficiente era stato raggiunto? In tal caso, se il testo meno contraddittorio della “confessione” fosse effettivamente posteriore alla morte del testimone, come pensa Roques, ciovorrebbe dire che l’opera di manipolazione prosegui perché intanto ci si era fatti più attenti a quei requisiti minimi di accettabilità che alla fin fine sono necessari anche in un documento raffazzonato allo scopo di consacrare testimonialmente l’inverosimile. Quanto all’idea che ci si formava di questi requisiti minimi, è rivelatore il fatto che lo stipamento di 7-800 persone su 25 metri quadrati figura in tutti questi testi ad eccezione di uno, dove i metri quadrati scendono da 25 a 20.

La discussione in un’aula universitaria di una tesi che dimostra come il credito che si puoaccordare al celebre documento sia suppergiù quello che si poteva riconoscere allo strumento della donazione costantiniana, il fatto che a questa tesi la commissione d’esame avesse decretato la menzione Très bien, erano circostanze che non potevano non sollevare un coro di crucifige. Tra parentesi, è più che comprensibile che Vidal-Naquet — sempre lui! — si sia sentito parte in causa: lo era, infatti. Roques lo avrebbe voluto membro della commissione e lui si era negato, e fin qui nulla di nuovo: si discute, già lo sappiamo, sul revisionismo, non si discute con i revisionisti. E un imperativo morale cui l’ellenista non s’accontenta, sembra, di uniformare la propria condotta, se non è rimasto estraneo — e pare proprio che non lo sia rimasto — al gioco di pressioni che determinarono molteplici difficoltà nel reperimento di docenti disposti a far parte della commissione d’esame, difficoltà che infine misero capo al trasferimento della discussione dall’Università di Parigi IV a Nantes, dove la tesi venne discussa il 15 giugno dell’85. Che nel gros bonnet alberghi una nobile vocazione al ruolo di guida dei suoi colleghi in affari di coscienza? Al momento l’interrogativo non riceve risposta, in futuro è possibile che questa non illecita curiosità venga soddisfatta. Ma c’era anche un altro motivo per il quale all’ellenista non poteva non interessare la tesi di Roques. Nel ’79, redigendo con Poliakov quel monumento di oscurantismo che è la dichiarazione dei trentaquattro storici apparsa in “Le Monde” il 21 febbraio di quell’anno, il nostro eroe, per schiacciare l’esecrando Faurisson, aveva tirato fuori un asso dalla manica; e che cos’era, quest’asso? La “confessione” di Kurt Gerstein.

Agli occhi degli sterminazionisti lo scandalo era intollerabile. Bisognava provvedere a farlo cessare; e si è provveduto. Per la prima volta a memoria d’uomo nella storia dell’istituzione universitaria in Francia, il potere statale — nella persona del ministro della ricerca scientifica e dell’istruzione superiore, Alain Devanquet — ha dichiarata nulla e non avvenuta la discussione della tesi — la discussione della tesi, non, si badi bene, la tesi: chi potrà dire che il signor ministro attenta alla libertà della scienza? Egli è imparziale nella disputa. Sta al suo posto, ineccepibilmente. E rigoroso, giustamente rigoroso, e non puopassar sopra ad alcuni vizi di forma. Che poi questi vizi di forma siano in realtà opinabilissimi; che in forza di questi vizi di forma, effettivi o immaginari che siano, i tre quarti delle discussioni di tesi di dottorato svoltesi nelle università francesi dovrebbero dichiararsi nulle non avvenute, di questo il signor ministro non si accorge. Glielo si fa notare, ma è come parlare al muro. Tra le pochissime voci che hanno protestato contro questa decisione in cui la prepotenza va a braccetto con l’ipocrisia e l’assurdità è da segnalare quella dei direttori dei servizi amministrativi dell’Università di Nantes. Questo rispettabile corpo di burocrati non è, che si sappia, inquinato da presenze revisioniste: è solo brava gente che si sente dire in via ufficiale di non avere svolto i compiti per i quali è pagata.

E i nostri ineffabili amici, gli intellectuels, i difensori in titolo dei diritti della ragione, gli eredi di una tradizione nata, o rinata, il giorno in cui il fior fiore dell’intelligenza francese — uno Zola, un Péguy, un Herr, un Havet, un Bréal, un Anatole France con il suo indimenticabile professor Bergeret e cento altri — insorse contro i soprusi del potere e la menzogna eretta a sistema di governo? Gli intellectuels, come già per Faurisson, hanno tenuto il becco ben chiuso: anche quelli che si fanno un dovere d’indignarsi per le persecuzioni cui sarebbe fatto segno Armando Verdiglione. Un panorama di vigliaccheria. Ma un’eccezione c’è stata.

Di rado, diceva all’incirca Bordiga, scienza e coraggio vanno di pari passo. A volte succede. E, quando succede, bisogna farsi tanto di cappello.

Michel De Bouard è un medievista di valore. Ha fatto una brillante carriera universitaria. E membro dell’Institut. Di formazione cattolica, ha militato nel Pcf fino al ’60. Ha la legion d’onore, è croce di guerra, è decorato per un’attività di resistente che gli valse Mauthausen. Ha fatto parte per trentacinque anni del Comitato di storia della seconda guerra mondiale. Su Mauthausen pubbliconel ’54 una breve monografia che nell’80 Vidal-Naquet definiva “mirabile schizzo”10 e che oggi è lo stesso Boüard a criticare ammettendo che la voce, da lui allora accolta, di una camera a gas installata in quel campo non era, appunto, se non una semplice voce del dopoguerra — una “menzogna d’Ulisse”. Un uomo che “non puopassare per un ricercatore della domenica o un nostalgico del nazismo”, constata Jacques Lebailly, il giornalista che lo ha intervistato per “Ouest France” (2-3 agosto 1986). Quest’uomo non è un revisionista: la sua convinzione dell’esistenza delle camere a gas non sarebbe scalfita, egli dice, quand’anche si dovesse concludere che la “confessione” di Gerstein sia da rigettare come spuria. Ma quest’uomo trova che sul problema storico della deportazione “ci sono, da un lato, una massa enorme di affabulazioni, di inesattezze, ostinatamente ripetute, in particolare sul piano numerico, di amalgami, di generalizzazioni, e, dall’altro lato, degli studi critici molto serrati per dimostrare l’inanità di queste esagerazioni”. E il suo giudizio sulla tesi di è questo:

La testimonianza di Gerstein era nota dal 1947. Se ne avevano più versioni. E un testo importante perché tutti coloro che hanno parlato dei campi di concentramento hanno parlato di questa testimonianza. Era conosciuta male e utilizzata con una disinvoltura che uno storico non puotollerare. (Si sono tagliati pezzi che disturbavano perché inverosimili, si sono mescolate versioni differenti, ecc.). La tesi è una buona edizione critica. E vero che talvolta vi si sente una certa… parzialità, ma qual’è la tesi che non ne comporta? Una tesi non è un catechismo! Una tesi è qualcosa che si discute e se io fossi stato membro della commissione avrei discusso con l’autore. D’altronde non sottoscrivo a tutto, ma uno studio critico occorreva. Ora è fatto e io dico: grazie, signor Roques.

Un Bouard, con la sua probità intellettuale, con il suo tranquillo coraggio, ci ripaga di cento Vidal-Naquet e di mille spine dorsali da lombrico.

Quale che sia il conto che facciamo dell’ellenista, non dimenticheremo di essere in obbligo verso di lui, o, piuttosto, verso la sua improntitudine. E stata la sua improntitudine, infatti, ad ispirargli quella Mise au point la quale, costringendoci ad occuparci di lui per la terza e, vogliamo sperarlo, ultima volta, ci ha peroanche offerto l’occasione di far conoscere a qualche lettore circostanze e vicende su cui la grosse tête e uno stuolo di mitografi amerebbero si stendesse una coltre di silenzio[***].

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[***] Riguardo ad Ulrike Meinhof fatta incredibilmente responsabile di “un testo antisemita e imbecille” (Gli ebrei, p. 289) la Mise au point deve prendere atto della rettifica del Lanza, il quale ha dimostrato nella maniera più chiara come il testo in parola sia tutt’altra cosa da cioche l’ellenista dipingeva. “Il s’avère — scrive ora costui — que sa déclaration [della Meinhof] que je reproduisais de seconde main, n’était qu’une réaffirmation du vieux principe de Bebel: “l’antisémitisme est le socialisme des imbéciles””. Ma, mentre ringrazia il suo recensore di averlo “sur ce point” richiamato — con il semplice fatto di risalire alla fonte, cioè alla deposizione di Ulrike quale riferita dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 15 dicembre 1972 — “aux régles du métier”, Vidal-Naquet non fa a meno di ricordare che, se aveva citato la Meinhof di seconda mano, tuttavia aveva “clairement” indicato tale circostanza. Sarebbe questa, egli dice, la sua “seule excuse”.

“Se pensa che definire, come fa, “de faible valeur” la sua sola scusa basti a cavarlo dalle peste, bisogna che l’impagabile personaggio attribuisca ai suoi lettori un grado di bêtise che ha dell’inaudito. No, il suo non è il caso usuale dell’autore A che cita B fide C, come egli vorrebbe far credere. Il suo è invece il caso di A che si basa su C per accusare B di qualcosa che fa letteralmente a pugni con tutto cioche è noto e con tutto cioche è supponibile circa quest’ultimo: ecco com’è saltata fuori un’Ulrike Meinhof antisemita. La differenza tra i due casi non è proprio trascurabile.

E chi è, poi, il C di Vidal-Naquet? E Jacques Tarnero, ossia uno dei più assidui propagatori dell’invenzione malevola dell'”antisemitismo gauchiste”. Buone, come si vede, le sue credenziali!

Ma in tutto ciovi è un aspetto molto inquietante. Vidal-Naquet, il quale, se non è sionista, non è neppure antisionista, e che assume di collocarsi in una sinistra, diciamo cosi, non convenzionale, è in corrispondenza d’amorosi sensi con un portavoce del sionismo più becero come questo Tarnero, tanto da rilasciargli interviste (di contenuto particolarmente cretino) e da considerarlo come una fonte abbastanza affidabile da valersene per formulare un’accusa odiosa quanto gratuita contro chi è stato messo a tacere per sempre dai democratici forgiatori della Auschwitzlüge [* Qui, come altrove, intendi: la legge contro la cosiddetta Auschwitzlüge (1993)]. Ora, l’uno e l’altro sono ebrei. Domanda: ci si rende conto di quant’acqua si porti in questo modo al mulino dell’antisemitismo – non quello, del tutto immaginario, nel latrare contro il quale Vidal-Naquet si affianca ai lacché dello Stato sionista, ma quello autentico, il mostro che prima o poi potrebbe rialzare sul serio la testa grazie anche alla protervia di quei lacché e dei loro fiancheggiatori e che dai tempi di Herzl ha sempre rappresentato, e rappresenta anche oggi (purché non oltrepassi, oggi, un determinato limite) il miglior alleato del razzismo sionista?

Da ultimo, una postilla che per il suo sapore erudito lasceremmo ben volentieri nella penna se non scrivessimo – nella speranza, ripetiamo, che sia l’ultima volta che ci tocchi farlo – di un cotale cui la nativa sfrontatezza ha consigliato, in mancanza di meglio, di far carico a Rassinier di quello che inequivocabilmente non era se non un banale lapsus calami: l’avere impiegata per una volta la parola palinsesti in luogo della parola papiri (Drame, p. 44; Gli ebrei, p. 251, n. 58; cfr. L’onestà polemica, p. 32). Anche da Vidal-Naquet, che è uno storico, del mondo classico, è vero, ma pur sempre uno storico, e uno storico che non rinuncia, purtroppo, a parlarsi addosso anche di storia contemporanea, anche da lui dobbiamo sentirci ripetere che la paternità della famosa caratterizzazione dell’antisemtismo come “socialismo degli imbecilli” spetta a Bebel?

S’informi meglio, il gros bonnet; e ci sia grato se gli mettiamo la pulce nell’orecchio. Che il dettaglio sia insignificante siamo i primi a saperlo; ma tale non ha il diritto di considerarlo chi, avendo compilata per suo uso personale – del che non ci si dorrà mai abbastanza — “una piccola antologia […] dei molteplici errori e assurdità che si trovano in Rassinier” (Gli ebrei, p. 251, n. 61), presumibilmente l’ha cominciata con il lapsus calami che si è detto, l’ha proseguita con un errore proprio, e non di Rassinier, in materia, risum teneatis, di antichità classica (Drame, pp. 128 s.; Gli ebrei, p. 225; cfr. L’onestà polemica, p. 32 s.) e l’ha conclusa registrando l’imperdonabile abuso perpetrato da Rassinier quando indico Cracovia una volta in tedesco, Krakau, e la volta successiva in francese, Cracovie (Drame, pp. 43-44; Gli ebrei, pp. 220 s.; cfr. L’onestà polemica, p. 33).

 

Note

(1) In margine ad una recensione.

(2) L’onestà polemica del signor Vidal-Naquet, p. 46.

(3) Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti, 1985, pp. 224-228. Cfr. L’onestà polemica, pp. 32 s., 45 s.

(4) “Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale assassinio di massa sia stato possibile. E stato possibile tecnicamente perché ha avuto luogo. E questo il punto di partenza obbligato di ogni ricerca storica su questo argomento. Questa verità, era nostro compito ricordarla semplicemente: non c’è, non ci puoessere dibattito sull’esistenza delle camere a gas”: cosi la dichiarazione dei trentaquattro storici apparsa in “Le Monde” il 21 febbraio 1979 e ricordata più oltre nel testo. Di questa argomentazione si è scritto che “in fatto di logica, non si discosta di un millimetro da quella con cui, per secoli, la chiesa ha difeso la fede nel soprannaturale dagli attacchi dell’incredulità” (Cesare Saletta., Note rassinieriane (con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson), ne “L’Internazionalista”, pubblicazione aperiodica del Gruppo comunista internazionalista autonomo, n° 11, dicembre 1981-marzo 1982, p. 35).

(5) Salvo che in un caso del quale facciamo parola più avanti, un caso in cui la discussione è stata effettivamente sollecitata; ma esso riguardava non Vidal-Naquet mentore civile, sibbene Vidal-Naquet professore universitario.

(6) La classificazione data da Vidal-Naquet modifica quella che egli abbozzava ne Gli ebrei, dove la Vieille Taupe veniva definita — oltre che “la piccola banda abietta che ha trovato la sua identità e la sua ragion d’essere nella denegazione del grande massacro” (p. 94) — “un piccolo gruppo in cui si trovano vicini alcuni perversi, alcuni paranoici ed alcuni flagellanti” (p. 81). Adesso rimangono i perversi e i paranoici, fanno la loro apparizione i perfidi e gli imbecilli e spariscono i flagellanti. Pensiamo (e lo scrivemmo ne L’onestà polemica, p. 62, n. 7) che con quest’ultimo epiteto Vidal-Naquet alludesse ai giovani elementi di ascendenza ebraica che partecipano all’attività della “piccola banda abietta”. Quanto al problema connesso al classamento del gros bonnet, se i modi in cui egli combatte il revisionismo e i revisionisti depongono decisamente nel senso della sua appartenenza alla prima delle quattro categorie da lui stesso fissate, non è con minore perentorietà che taluni suoi comportamenti suggeriscono di ascriverlo alla quarta; cfr. L’onestà polemica, p. 64, n. 14. Di fronte a lui si è assaliti da una perplessità analoga a quella che l’ornitorinco provoca nel tassonomista.

(7) André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques?, Ogmios Diffusion, Paris, 1986: la tesi di Roques (Les “Confessions” de Kurt Gerstein. Étude comparative des différents versions. Edition critique) occupa la massima parte del volume. E del tutto infondato che la tesi sia stata edita dalla Vieille Taupe, come si è letto in un articolo peraltro imparziale apparso nel mensile francese “Zéro”, aprile 1987.

(8) Su questo Pressac si veda Pierre Guillaume, Droit et histoire, La Vieille Taupe, 1986, pp. 80-89 e 113-125.

(9) Paul Rassinier, Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, pp. 93-107.

(10) Gli ebrei, p. 207.

 

 

( Fonte: www.vho.org )

PER IL REVISIONISMO STORICO CONTRO VIIDAL-NAQUET (4) – di Cesare Saletta

9 Nov

In margine d’una recensione

 

(1986)

[65]

Colui che tra il ’79 e l’82 è stato la vedette dello sterminazionismo in Francia — veste in cui si è riproposto al pubblico italiano lo scorso anno (Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti) — è, come si sa, un ellenista. V’è da dolersi che la parentesi antirevisionistica lo abbia distolto dagli studi prediletti, poiché nel suo campo ha prodotto, cosi ci assicurano, cose eccellenti. Ma quel che è fatto è fatto. Ora, la parentesi essendoci stata, il libro risultando un insieme composito in cui alla polemica, virulenta quanto sleale, contro Rassinier, Faurisson e la Vieille Taupe si affianca a una dotta indagine sulle Forme dell’attività politica nel mondo ebraico con particolare riguardo al I secolo d.C., la fama accademica di Vidal-Naquet essendo, infine, raccomandata al contributo da lui recato alla conoscenza dell’antichità classica, è naturale che dell’edizione italiana si occupi come recensore chi ha comuni con lui gli interessi scientifici. Il guaio sta nel fatto che, se non si è seguito da vicino quel “dibattito che non poteva esserci” (1) e che nondimeno c’è stato e c’è ancora (anche se nel frattempo, in Francia, Vidal-Naquet si è defilato) — il dibattito sulla realtà dell’olocausto e del suo strumento-simbolo, la camera a gas –, la statura dello studioso non permette di sospettare il livello davvero deplorevole del polemista. E cosi puosuccedere che, se ha indipendenza di spirito, ma non, in pari grado, corredo di specifica informazione, chi guarda all’ellenista come ad un maestro prenda per buone le gherminelle della vedette. E quanto accade a Diego Lanza, docente di letteratura greca all’Università di Pavia, che in “Quaderni di storia” (n° 23, gennaio-giugno 1986) consacra sedici pagine a Gli ebrei.

Ulrike Meinhof viene menzionata da Vidal-Naquet come responsabile di “un testo antisemita e imbecille, ma non un testo revisionista” (p. 289). Eccolo: “”’Sei milioni di ebrei furono uccisi e gettati nel letamaio d’Europa perché erano ebrei del denaro (Geldjuden)””. Una frase siffatta deve, a giusta ragione, essere suonata molto improbabile al Lanza, il quale in questo caso si è comportato da filologo quale è e ha fatto quello che Vidal-Naquet non ha fatto: è risalito alla fonte. La fonte è il resoconto di un’udienza del processo contro Horst Mahler alla quale la Meinhof, detenuta, intervenne come testimone. Questo resoconto, a firma P.J. Winters, apparve nella “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 15 dicembre 1972. Al Lanza è sufficiente sottoporlo all’analisi più sommaria per toccare con mano “l’ignoranza di Winters”, un’ignoranza, dice, da cui “non bisogna farsi fuorviare”. Ma il cronista non era solo ignorante: era anche pervaso da un “grossolano malanimo”. Nessuna meraviglia, dunque, che “attribuisse senz’altro alla Meinhof l’antisemitismo che ella mostra come arma di successo del nazismo”. Nella prosa di questo Winters, una prosa che giustappone frasi virgolettate, parafrasi di argomentazioni della testimone e commenti dell’estensore, il punto di vista della Meinhof è presentato cosi: “Capitale finanziario e banche, “il nocciolo duro del sistema”, dell’imperialismo e del capitalismo, avrebbero rovesciato sugli ebrei l’odio della gente per il denaro e per il proprio sfruttamento”. Era la risposta che essa si dava dopo essersi domandata: “Come fu possibile Auschwitz? Che cosa fu l’antisemitismo?”. Auschwitz, dunque, come risultato di uno sfiguramento della lotta di classe, di una sua diversione verso un falso obiettivo, e questa diversione era stata promossa dal “”nocciolo duro del sistema”” con un fine di autoconservazione; falso obiettivo, gli ebrei, dipinti “”come ebrei del denaro””. Ulrike non doveva aver mai sentito nominare Rassinier e per lei Auschwitz era lo Auschwitz della vulgata sterminazionistica; ma, con buona pace di Vidal-Naquet, il suo “testo”, oltre a non essere revisionista, non è né antisemita né — a differenza delle incursioni antirevisionistiche della grosse tête — imbecille. Avrebbe potuto accorgersene anche l’ellenista francese se avesse fatto quel che ha fatto l’ellenista italiano: se si fosse curato di risalire alla fonte. C’è chi crede che per chi fa lo storico di mestiere si tratti di una cosa d’ordinaria amministrazione…

Se poi, per parte sua, l’ellenista italiano si fosse curato di risalire a quella letteratura revisionistica che, quando ha recensito il libro di Vidal-Naquet, palesemente gli era nota solo attraverso quest’ultimo, è certo che la recensione o non sarebbe mai stata scritta o sarebbe riuscita per tono e contenuto completamente diversa da quella che ha visto la luce. (Ci limitiamo a questa alternativa perché al Lanza non useremo la scortesia di supporre che sarebbe stato capace di saltare a pie’ pari e senza neanche accennarne, come ha fatto Enzo Forcella2, tutta la parte del libro dedicata alla spinosissima questione dell’asserito sterminio). Nella seconda eventualità è più che probabile che lo studioso italiano si sarebbe trovato di fronte al dilemma se votare all’inedito il suo scritto o agire invece come opuscolografo: semmai associandosi lui stesso ad uno di quei “gruppuscoli di opuscolografi” alla non felice esperienza del rapporto con i quali egli, con allusione alquanto criptica, congettura possa ascriversi la “giusta insofferenza” che avrebbe indotto Vidal-Naquet, “nell’offrire quello che vorrebbe essere un rapido panorama europeo dell’antisemitismo gauchiste”, ad abbandonare lo “scrupolo documentario” che per contro l’avrebbe guidato – il Lanza non ha dubbi al riguardo – nella disamina delle tesi revisionistiche. Sarebbe appunto stata questa eclissi di “scrupolo documentario” a seguito di “giusta insofferenza” che avrebbe fatto incorrere il cattedratico d’Oltralpe, “sempre cosi accorto e scrupoloso”, nell’infortunio di “accettare frettolosamente una citazione truccata”, quella di cui costui fa carico alla Meinhof.

Insomma, se il Lanza, in luogo di affidarsi all’accortezza e scrupolosità del suo eminente collega, avesse voluto parlare con cognizione di causa, non sappiamo se oggi conteremmo un revisionista dichiarato di più, ma con ogni verosimiglianza ci sarebbe in giro una recensione di meno. Un recensore che avesse scritto ex informato sarebbe stato costretto a constatare che tra i metodi espositivi e argomentativi di P.J. Winters e quelli di Vidal-Naquet corre, si, una differenza, ma una differenza che è a tutto vantaggio del cronista tedesco. Questi buttava giù la sua prosa secondo gli suggeriva la sua qualità di pennivendolo e di filisteo; ma alla fin fine, a giudicare dall’estratto fornito dal Lanza, si direbbe che il lettore della “Frankfurter Allgemeine Zeitung” venisse messo in grado — magari contro le intenzioni del Winters — di distinguere le posizioni della Meinhof dai commenti del cronista. Alla frase virgolettata, e quindi presumibilmente testuale, circa i Geldjuden egli faceva seguire immediatamente una parafrasi della spiegazione di Ulrike (“Capitale finanziario e banche…”) che precludeva ogni possibilità di interpretare quella frase in chiave antisemitica. Per accreditare una lettura del genere c’è voluta tutta la malafede di coloro che si adoperano senza posa a tener viva negli ebrei della Diaspora una psicosi che risulta molto utile all’oltranzismo congenito all’ideologia e alla prassi sioniste. Quel tal Tarnero da cui Vidal-Naquet trae la “citazione truccata” è uno dei due messeri intrattenendosi con i quali in libres propos il gros bonnet spinse la sua impudenza fino al punto di descrivere l’atteggiamento di Faurisson come quello di un tanghero che, dopo avervi interrogati sull’altezza dell’armadio di casa vostra, controlli poi al millimetro la precisione della risposta ricevuta e, riscontrato un divario di due centimetri tra l’altezza effettiva e quella da voi indicatagli, proclami falso tutto il vostro discorso e inesistente l’armadio (3). Sono arnesi come questo Tarnero, il suo compare P.-A. Taguieff (l’altro dei due interlocutori di Vidal-Naquet nei libres propos), quei lamentevoli prodotti della miscela di arroganza e insulsaggine che — alla faccia dei philosophes autentici, quelli che due secoli fa assolsero una gloriosa funzione antioscurantistica e liberatoria — si sono dati l’etichetta di nouveaux philosophes (4), sono costoro e altri valentuomini della medesima risma a rilanciare di continuo, speculando sull’equivoco tra antisionismo e antisemitismo, tra revisionismo e antisemitismo, la menzogna calunniosa dell'”antisemitismo gauchiste”; e non si puodire che il successo non arrida loro, quando si vede cadere nella pania anche un recensore dotato di senso critico e di spirito indipendente.

Nel Winters il pennivendolo filisteo salta fuori dopo la parafrasi; e, quando salta fuori, è fin troppo scoperto — il Lanza lo mostra molto bene — il suo tentativo di spianare la via ad una lettura deformante (non, però, antisemitica: questa è farina del sacco del Tarnero) delle dichiarazioni della Meinhof. La cosa è molto semplice: nel pennivendolo filisteo le capacità professionali erano ancora inadeguate alle intenzioni. Si sarà fatto con il tempo.

Tutt’altro discorso per Vidal-Naquet. Costui si presenta non come un Winters qualunque, ma come un ellenista di vaglia, come un ebreo ateo e non sionista, come un intellettuale che ha protestato contro la pratica della tortura ai tempi della guerra d’Algeria e contro il bellicismo israeliano. Difende la veridicità di una tradizione storica, quello dello sterminio, che è — quanto a torto! — né più né meno che l’evidenza stessa per l’uomo della strada in Francia, in Italia e dappertutto, il che significa giocare sul sicuro. Nonostante questo, si è ingannato, è vero, sulla risonanza delle messe a punto oppostegli dai revisionisti, ma ciovale per la Francia; in Italia, oggi almeno, il gioco non puonon riuscirgli, se qui puocontare perfino sulla disinformazione del Lanza. L’acribia filologica di quest’ultimo sarà bensi allertata da una frase della Meinhof che non quadra in nessun modo con tutto quello che egli sa circa le matrici culturali e politiche dell’illegalità armata in Germania; ma come dubitare che un uomo di destra, un razzista e fascista conclamato come Maurice Bardèche abbia potuto esprimersi in maniera opposta a come lo fa parlare Vidal-Naquet? Nell’orecchio del Lanza non suonerà nessun campanello d’allarme. E lo stesso si dica a riguardo dei Rassinier, Faurisson e compagnia bella, gente che osa negare una cosa che ai più appare indiscutibile solo perché ignorano che viene discussa e quindi, a maggior ragione, su quali basi venga discussa. Sotto questo rapporto il Lanza è un caso a parte (a parte, diciamo, e non isolato, giacché il suo è poi il caso del pubblico cui si indirizza un libro come Gli ebrei): sa che la cosa viene discussa, non sa sulla base di quali elementi, ma neanche sa di non saperlo: deve ancora accorgersi che l’attendibilità di Vidal-Naquet in materia di revisionismo è la stessa della Grande Enciclopedia Sovietica in materia di trotzkismo (5).

A fronte di quei negatori dell’evidenza stessa – di cioche passa per tale – la grosse tête figurerà allora come “lo storico, che, seppur coinvolto soggettivamente nella vicenda, non si dimentica del proprio mestiere e dei doveri che esso gli impone”. Quali, questi doveri? “Primo tra tutti – risponde il Lanza – l’analisi critica delle testimonianze e dei documenti […] Saper leggere nella memoria, e saper leggere nei testi”. E prosegue: “Qui la polemica con Faurisson si fa serrata. Vidal-Naquet è convinto del principio di Marrou: “‘Lo storico utilizza tutto, anche la sozzura’” (p. 117); sa percio ripercorrere i testi citati e stravolti da Faurisson: il diario del medico di Auschwitz, Kremer, il memoriale di Hoess, i discorsi di Himmler, restituendo alle parole e alle frasi il valore che esse avevano nel contesto” (6). Proprio! Chi conosce sul serio di prima mano i termini della questione non avrà il minimo dubbio: cose come queste si possono scrivere a patto di aver notizia di Faurisson per il solo tramite di un Vidal-Naquet; in altre parole, solo a patto di essere disposti a prendere posizione sul merito della querelle in uno stato di totale ignoranza del dossier. Il Lanza si consoli: l’hanno fatto anche altri. E lecita una testimonianza personale? All’indomani della comparsa de Gli ebrei contattammo uno dei “tanti amici italiani” di cui alla prefazione vidalnaquettiana; l’intento era quello di assodare che grado di conoscenza della letteratura revisionistica avesse uno di questi amici il quale, per essere dei pochi indicati per nome da Vidal-Naquet, deve essersi dato particolarmente da fare perché uscisse la traduzione di un libro le cui “idee di fondo”, ci fa sapere l’autore, “proprio in Italia […] hanno trovato più rispondenza e suscitato lo scambio più fraterno” (p. 9). Il tale di cui parliamo non è, come il Lanza e Vidal-Naquet, un ellenista, ma uno studioso del mondo contemporaneo. E questo studioso del mondo contemporaneo fini per ammettere, quantunque obtorto collo e dopo un sussulto di professorale supponenza (“Ma come, parliamo da cinque minuti e lei mi chiede delle credenziali!”), di non aver mai letto un testo revisionistico: cioche non gli aveva impedito – se la menzione nominativa riservatagli da Vidal-Naquet ha la ragion d’essere che pare ovvio attribuirle – di farsi promotore dell’edizione di un libro un terzo abbondante del quale è una filippica antirevisionistica sbilenca e gesuitica insieme; un libro di cui, come minimo, condivideva le “idee di fondo”. Dunque, il Lanza si tranquillizzi: l’ignoranza del dossier, lungi dall’essere soltanto sua, si ha qualche motivo di ritenerla piuttosto diffusa nella claque italiana del luminare. Peroun’osservazione viene naturale, ed è questa: il recensore che non risparmia al suo eroe carlyliano l’appunto di carente “scrupolo documentario” nella trattazione dell'”antisemitismo gauchiste” non è poi che abbia le carte in regola neppure lui, quanto a “scrupolo documentario”. Qualcuno potrebbe perfino trovare opinabile il suo diritto di muovere una critica sia pur fondata (“antisemitismo gauchiste” a parte) all’eroe stesso. Come fa, il Lanza, a parlare di “testi stravolti da Faurisson” e di “polemica con Faurisson che si fa serrata” se il suo “scrupolo documentario” non gli ha suggerito (e che non glielo abbia suggerito è di una chiarezza à crever les yeux, per chi il dossier lo conosca) che per proclamare “serrata” la polemica contro Faurisson era anche a Faurisson che bisognava risalire, cosi come ha fatto, con il risultato che si è visto, per Ulrike Meinhof?

Il peccato dell’ellenista italiano consiste in un eccesso di fiducia in quello francese: sancta simplicitas! Se non avesse considerato superfluo gettare un’occhiata ai lavori intorno ai quali Vidal-Naquet erige il suo castello di chiacchiere; se, prima ancora, il suo senso critico non fosse stato disattivato dalla persuasione generale, di cui è partecipe, che quella che compete alla vulgata olocaustica sia una granitica solidità, a quali scoperte e a quali conclusioni sarebbe stato condotto l’ellenista italiano a proposito dello “scrupolo documentario” che pensa consueto al suo collega d’Oltralpe e, più in generale, a proposito del rigore con cui il grand’uomo di cartapesta dell’École des Hautes Études ottempera ai doveri derivantigli dal suo mestiere di storico!

Lasciando da parte le conclusioni — scontate, per chi sia ben informato –, queste scoperte non è questione, ora, neppure di elencarle sommariamente: non è nostra intenzione riassumere, ad esempio, quella Réponse di Faurisson alla quale Vidal-Naquet continua ad astenersi dal replicare: bel saggio di “polemica che si fa serrata”. In uno scritterello dell’anno scorso (7) abbiamo mostrato il gros bonnet nell’atto di concentrare l’attenzione del lettore sull'”importante rettifica” Kielce-Kosel, ossia su un rigo di stampa, per eludere le dettagliate contestazioni rivoltegli intorno a cioche avveniva a Kosel e altrove: altro bel saggio di polemica stringente. Il Lanza si stupisce della leggerezza con cui il grand’uomo prende per buona “una citazione truccata”? Creda pure, c’è ben altro di che stupirsi — diciamo meglio: di che scandalizzarsi — nel Vidal-Naquet antirevisionista. La crociata di costui è intessuta da cima a fondo di piccole furberie. Vogliamo esaminarne una tra le tante?

Ecco come l’agguerrito polemista espone (p. 224 s.) il pensiero di Rassinier intorno alla localizzazione in Palestina dello Stato israeliano:

La potenza ebraica come centro del commercio e della banca mondiale risale assai indietro nel tempo. Saul, David e Salomone hanno fatto ai tempi loro quel che Israele fa oggi, questo “Stato-banca” che si trova “sulle più importanti vie commerciali del mondo moderno”; […] nel mondo moderno […] l’accaparramento ebraico è una minaccia. Se domani il movimento sionista “mettesse le mani su Wall Street”, “il porto d’immatricolazione della diaspora diverrebbe non solo il tetto commerciale del mondo atlantico, ma [grazie al petrolio] anche il posto di comando di tutta la sua industria”.

Nell’insieme questo sunto puo considerarsi non infedele. Il continuo zigzagare migratorio degli ebrei, scriveva Rassinier, storicamente ha conosciuto due eccezioni:

Nella sua fase biblica durante il periodo in cui l’uno dopo l’altro Saul, Davide e Salomone tentarono di fissare, e di forza, [il popolo ebraico] al punto d’intersezione delle due grandi arterie commerciali del loro tempo che collegavano incrociandosi l’Europa e l’Africa all’Asia, voglio dire in Palestina, nella speranza di viverci prelevando una decima su tutti gli scambi allora obbligati a valersi di questo passaggio; e oggi, sempre in Palestina, dove il movimento sionista internazionale progetta di ricostituire nella forma di Stato-banca il regno di Salomone, trovandosi di nuovo questo paese sulla più importante arteria commerciale del mondo moderno la quale, andando da New York a New York, fa il giro del mondo passando per Londra, Parigi, Tel-Aviv, Calcutta, Singapore e Tokyo (Le Drame des Juifs européens, 2a ed. [ma reprint], La Vieille Taupe, 1984, p. 128).

Solo che Vidal-Naquet si è scordato di informare il suo lettore di un piccolo particolare, vale a dire del fatto che subito appresso Rassinier precisava:

Questo, almeno (en tout cas), è cioche risulta dalla lettura attenta di un libretto di tale Kadmi Cohen, portavoce del sionismo internazionale che ebbe la sua ora di celebrità tra le due guerre mondiali: L’Etat d’Israel (Paris, Kra, 1930) la cui tesi quantunque presentata in termini abbastanza vaghi per non urtare l’orecchio, sembra appunto essere che il movimento sionista internazionale non deve proporsi lo scopo di raccogliere tutti gli ebrei del mondo in uno Stato portato alle dimensioni del regno di Salomone e di organizzarveli in nazione moderna, ma [deve proporsi quello di raccogliervi] la sua ala marciante con missione di farne il porto d’immatricolazione di una Diaspora razionalmente distribuita ai punti di convergenza delle ricchezze del mondo e che le riverserebbe su di esso (ibid.) [* Nell’87, continuando a lavorare intorno al lacrimevole saggio dell’81, Vidal-Naquet si è risolto a far menzione di Me Kadmi Cohen, che tratta di “extrémiste sioniste délirant” (la grosse tête è decisamente incline alla sbrigatività quando deve sbarazzarsi di personaggi o fatti scomodi): v. Les Assassins de la mémoire. “Un Eichmann de papier” cit., p. 51. La recente edizione italiana di questo libro comprende il saggio dell’81 nella traduzione dell’85 e dunque il lettore nostrano rimane all’oscuro di questa messa a punto (1993)].

In quale misura il punto di vista del Cohen è identificabile con quello del sionismo tout court, movimento eterogeneo e complesso che ai fascisti di Jabotinsky e ai laburisti di Borochov — per riferirci alle sue ali estreme — offriva il comun denominatore dell’idea reazionaria e arbitraria che gli ebrei del mondo moderno rappresentassero in quanto ebrei una specifica nazionalità e che questa pretesa nazionalità andasse territorializzata in Palestina? All’infuori di questo comun denominatore (al quale oggi, a differenza che nel ’30, va aggiunto lo Stato sionista come progetto realizzato, con quanto ne deriva e con quanto di anche più drammatico potrà derivarne) il movimento sionista ha mai avuto un punto di vista unico, di cui, ad esclusione di ogni altro, si possa dire che era ed è il suo punto di vista?

Problema che Rassinier non si poneva. Ma, con tutte le riserve che si vogliano fare circa la rappresentatività del Cohen (8), rimane sempre che le vedute di Rassinier poggiavano, per cioche atteneva ad un aspetto essenziale, su quelle di un militante sionista che non doveva essere l’ultimo venuto, se “ebbe la sua ora di celebrità”; e che Vidal-Naquet, sollecito a far precedere la sua esposizione delle vedute di Rassinier dall’avvertimento che “nelle pubblicazioni di [quest’ultimo] troviamo di che raccogliere tutto un florilegio delle forme più stupide e più consunte dell’antisemitismo” (p. 224), si guarda bene, mentre stigmatizza quelle vedute nel capostipite del revisionismo, dal segnalare la non proprio irrilevante circostanza. Libertà di questo tipo sono concesse solo alle coscienze intemerate; e chi dubiterà che Vidal-Naquet non sia una di queste? Quanto a scrupolosità, non c’è che dire; e anche quanto ad accortezza – sempre che si impieghi questa parola in un significato un po’ difforme da quello che il Lanza ha in mente quando il suo candore gli fa definire “accorto” il gros bonnet.

Il nostro parere intorno alla questione in merito alla quale sembrava a Rassinier che Kadmi Cohen avesse detto una parola rivelatrice? Il nostro parere è che la scelta della Palestina come sede dello Stato sionista sia scaturita da una pluralità di motivi e di opportunità; delle seconde non diremo parola, dato che qui non scriviamo di storia del sionismo; ma riguardo ai primi ci sta a cuore, come marxisti, una notazione: il fatto che per due millenni si sia continuato a ripetere: “L’anno prossimo a Gerusalemme” (dove, peraltro, i progenitori della maggior parte degli ebrei di ieri e di oggi non avevano mai messo piede), mentre non è assolutamente bastevole a costituire e a testimoniare un vincolo di nazionalità, appartiene al novero di quei dati prescindendo dai quali ci si vieta una soddisfacente comprensione dei processi storici (il nostro materialismo, scriveva Trotzki con splendida incisività, non ignora l’uomo che sente, che pensa e che agisce, ma lo spiega). A ben riflettere, è molto meno strano di quanto possa sembrare sulle prime che a incorrere in una spiegazione di sapore economicistico sia stato un socialista antimarxista quale era Rassinier (9). L’elemento su cui questi, come storico, concordava con il Cohen un suo peso lo avrà avuto; non, però, il peso determinante che inclinava ad attribuirgli. Cioche è significativo è che a riprova del preteso antisemitismo di Rassinier si alleghi, si, la spiegazione che egli, a torto o a ragione, ha giudicato idonea a dar conto della localizzazione di Israele in terra palestinese, ma al tempo stesso si taccia il fatto che, con quel giudizio, egli ha semplicemente riconosciuto capacità esplicativa sul piano storico alla tesi anticipata, ripetiamolo, da uno scrittore sionista. Allora si puo capire che lo “scrupolo documentario”, la maestria nell'”analisi critica delle testimonianze e dei documenti”, l’attitudine a “leggere nella memoria e nei testi” e ogni altra possibile qualità degna di venir ditirambicamente evocata si facciano prudenti, o, se si vuole, accorte: accorte di quella ‘accortezza’ che il linguaggio ordinario designa con la parola disonestà; e che questa ‘accortezza’ consigli a Vidal-Naquet di nascondere al suo lettore che quella di cui si tratta era la tesi, prima che di Rassinier, di un sionista militante: a qualcuno potrebbe venir da chiedersi se oggi, e non da oggi, tra sionismo e antisemitismo non esista per avventura un rapporto di causa ed effetto, anche se in origine fu il secondo ad alimentare il primo.

Questo qualcuno arriverebbe a porsi una domanda giusta percorrendo una strada sbagliata. Sbagliata, perché Rassinier non fu un antisemita, come invece vuol darci d’intendere Vidal-Naquet, a sentire il quale il capostipite del revisionismo sarebbe stato “letteralmente ossessionato dal tema del complotto ebraico internazionale” (p. 225). Che in taluni suoi lavori (Les Responsables de la seconde guerre mondiale, Nouvelles Editions Latines, Paris, 1967, e lo stesso Drame) si percepisca in modo netto la nozione di un ebraismo operante transnazionalmente come un unico corpo non legittima per nulla una caratterizzazione del genere. Chi qui scrive trova che, se tale nozione corrisponde — come di fatto corrisponde — ad un errore, troppo spesso questo errore ha, confessiamolo, l’apparenza di una verità, e che a conferire quest’apparenza di verità all’errore sono soprattutto i circoli rappresentativi del sionismo. E trova anche che a volte l’errore non sia del tutto tale, e ciò, fondamentalmente, per via non di chissà quale complotto, ma di una concordanza di comportamenti indotta da tre fattori strettamente intrecciati l’un l’altro: delle sofferenze fin troppo reali; una versione fabulistica dei fini, delle modalità e dei risultati avuti dalla bieca persecuzione che ha originato quelle sofferenze; l’esistenza di Israele come Stato sionista. Pensa, infine, che in sé l’antisionismo e il revisionismo non abbiano niente a che fare con la lebbra dell’antisemitismo. Ma tutto questo, a volerlo approfondire anche in minima misura, ci porterebbe al di là della questione su cui vertono le considerazioni cui hanno dato spunto alcune delle sedici pagine del Lanza. Al quale, per concludere, suggeriremmo — se mai un suggerimento dovesse venirgli da noi — di attenersi in futuro al criterio dell‘audiatur et altera pars: criterio che è tanto più di rigore quanto più inverosimile, assurda, grottesca un’argomentazione ci appare nella presentazione che ne fa quella che vuole accreditarsi come la sua definitiva stroncatura.

Note

(1) Si veda quella pietosa testimonianza di oscurantismo che è l’appello antifaurissoniano redatto da Vidal-Naquet e Léon Poliakov, sottoscritto da un folto gruppo (ma sarebbe più esatto parlare di gregge) di esponenti di rilievo della cosca accademica transalpina e pubblicato da “Le Monde” il 21 febbraio 1979. Dei sottoscrittori, solo “pochissimi — lamenta Vidal-Naquet — si sono messi al lavoro” (p. 198). Se per mettersi “al lavoro” s’intende scrivere e pubblicare (prescindiamo ora da ogni considerazione dei contenuti), la constatazione della grosse tête è indiscutibile. Se, invece, s’intende intrallazzare in varie guise per rendere difficile la vita ad un avversario scomodo, allora puoaver ragione Guido Valabrega quando afferma che “assai energico ha dovuto essere nell’Europa occidentale l’impegno degli studiosi democratici per smascherare le menzogne del professore francese Robert Faurisson che intendeva sostenere l’inesistenza dei campi di sterminio nazisti” (David Dragunsky-Guido Valabrega, Ebrei e sionismo, Teti, Milano, 1986, p. 19), ma puoanche avere torto: a che genere d’impegno si riferisce? E, poi, andare secondo la corrente richiede forse un “impegno assai energico”? In ogni caso, rimane da dimostrare che rendere difficile la vita ad un avversario scomodo significhi provare menzognere le sue conclusioni. Quanto agli “smascheramenti”, attendiamo che qualcuno ce li faccia conoscere.

(2) Enzo Forcella, Il fedele traditore, “La Repubblica”, 18 settembre 1985. Circa la posizione di questa gazzetta in materia di revisionismo si veda lo scritto precedente, L’onestà polemica del signor Vidal-Naquet., p. 63, n. 13; ma per una più completa informazione occorre risalire anche al volumetto del Gruppo comunista internazionalista autonomo segnalato qui sotto alla n. 4.

(3) Cfr. “Les Nouveaux Cahiers”, n° 68, primavera 1982.

(4) Questa esemplificazione non induca nell’errore di credere che si tratti di una fauna soltanto francese. Al contrario, essa brulica dovunque; e, se nel testo ricordiamo alcuni degli esemplari reperibili in Francia, è solo perché è in Francia che lo scontro tra revisionisti e sterminazionisti ha avuto e ha – grazie soprattutto alle iniziative di una casa editrice di sinistra rivoluzionaria, La Vieille Taupe (B.P. 9805, 75224 Paris) — le sue espressioni più acute. In Italia la fauna in parola si è recentissimamente arricchita di un esemplare meritevole di menzione nella persona di tale Marco Paganoni, il quale, per i tipi della Giuntina (una casa editrice specializzata in libri ad uso di un angusto ebraismo da apartheid — non certo quell’ebraismo cui si riferiva Lenin parlando dei tratti universalmente progressistici presenti nella sua cultura), ha pubblicato quest’anno un libello (Dimenticare Amalek. Rimozione e disinformazione nel discorso della sinistra sulla questione israeliana) che puo senz’altro venir qualificato come un esempio di petulanza messa al servizio dell’infamia. Dimenticare Amalek appartiene a quella che correntemente viene indicata come “cultura del pentitismo”. L’autore è un pentito sui generis: fuorviato, ci fa sapere, in giovane età dalla lettura di libri faziosi e unilaterali, “si ritrovo a partecipare ad una manifestazione nazionale a Roma dopo i fatti di Tall el Zaatar, sottoscrivendone le parole d’ordine. Ecco perché oggi si sente personalmente ingannato: la pluralità d’opinioni è una cosa, le menzogne propinate ad un ignaro lettore, un’altra” (p. 12): di qui l’apologia del dominio sionista in Palestina. L’ironia della sorte ha voluto che, negli stessi giorni in cui appariva Dimenticare Amalek, scoppiasse lo scandalo Derlich. Schmuel Derlich, rabbino capo delle forze d’occupazione in Cisgiordania, è uno che di Amalek si ricorda: tanto che nel fascicolo di marzo di una pubblicazione curata dal rabbinato militante incitava i coscritti allo sterminio totale dei discendenti di Amalek. “Occorre — scriveva il pio mascalzone — non mostrare alcuna pietà verso una qualsiasi creatura della tribù di Amalek: uomini, donne, bambini e anche le mandrie e il bestiame”; e, citando il profeta Samuele, proclamava il “dovere sacro di eliminare Amalek senza lasciarne traccia”. E sembrato ovvio che questo appello identificasse i discendenti di Amalek negli arabi, com’è d’uso negli scritti del famigerato Kahane; ma, chiamato a giustificarsi dalle autorità militari, il Derlich ha specificato che non agli arabi si era riferito, bensi ai tedeschi. Cioè bastato perché queste autorità archiviassero la questione! L’onestà vuole che si renda omaggio, e lo facciamo volentieri, ai molti israeliani che si sono sentiti rivoltare e da un appello del genere e ancor più dal fatto che le autorità militari abbiano ravvisato nella precisazione fornita dall’autore dell’appello un valido motivo per chiudere la faccenda: quegli israeliani sono di una pasta diversa da quella dell’autore di Dimenticare Amalek. Non si può, però, non rilevare che è in pogromisti tipo Derlich e Kahane che il sionismo, progetto di ‘soluzione’ storicamente reazionaria del problema ebraico, trova la sua incarnazione più compiuta e coerente, cosi come è poi in libellisti tipo Paganoni che trova i suoi degni difensori.

Ma, se non è disposto a scandalizzarsi delle incontinenze delinquenziali dei vari Derlich, Kahane e, perché no?, Begin, Shamir, Sharon e via via enumerando, il Paganoni, in compenso, è inquieto per i progressi che anche in Italia il revisionismo potrebbe compiere, come in Francia, “in ambienti di sinistra estrema”; e cosi “teme [che] una denuncia [come quella fatta in Francia da Vidal-Naquet] vada fatta per tempo anche qui in Italia”. L’ex ragazzo traviato dalle cattive letture è impensierito da Sionismo e Medio Oriente, un volumetto che, edito nell’84 dal Gruppo comunista internazionalista autonomo, “fa sue le tesi appunto di Rassinier, Faurisson e Thion” (p. 73, n. 7). Nessun dubbio che per gente come questo Paganoni (il quale – si badi alla calunniosa connessione – trova modo di menzionare Sionismo e Medio Oriente in nota ad un passo, p. 52, in cui parla delle “continue riedizioni in chiave “antisionista”” dei grotteschi Protocolli dei Savi Anziani di Sion) l’ideale sarebbe rappresentato dall’estensione al nostro paese, o al mondo intero, di quel monumento di sapienza giuridica che è la Auschwitzlüge.

(5) Il revisionista di destra Carlo Mattogno annovera i due principali scritti di Vidal-Naquet in argomento (Un Eichmann de papier e Tesi sul revisionismo, ora entrambi ne Gli ebrei) tra quelli “sterminazionisti [che], pur risentendo del pathos che suscita inevitabilmente la negazione dello “sterminio” ebraico, tentano di porsi sul piano della critica obiettiva” (Carlo Mattogno, Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista, Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, pp. 52 s.). Giudizio che non condividiamo: Vidal-Naquet non tenta “di porsi sul piano della critica obiettiva”, ma fa le viste di porvisi, con il fine di perpetuare la leggenda olocaustica lasciandone cautamente cadere quegli aspetti che rispondano al doppio requisito di risultare non strettamente essenziali alla leggenda stessa e di rientrare, d’altra parte, tra quelli di cui la critica revisionistica ha ormai scalzato la sostenibilità (l”obiettività’ di Vidal-Naquet non è meno sospettabile di quella – opposta – del revisionismo a sfondo pronazista). Vidal-Naquet riconoscerà, mettiamo, che Faurisson ha dimostrato “che il Diario di Anna Frank è, se non un “falso letterario”, perlomeno un documento adulterato” (Gli ebrei, p. 210), ma a quale intento siano finalizzate questa e altre ammissioni è chiarito senza equivoci, tanto per fare un esempio, dal pietoso conato del gros bonnet di confutare in meno di due pagine (226 s.), e ridicolizzandola per giunta, l’indagine statistica di Rassinier circa la reale consistenza delle perdite ebraiche collegabili alla persecuzione hitleriana. All’ellenista francese non manca certo quel tanto di fiuto che è sufficiente per capire che questo delle perdite ebraiche è uno di quei terreni sui quali nessuno che intenda perpetuare la leggenda puopermettersi di avventurarsi senza cambiare le carte in tavola: il che è sempre rischioso, e tanto più oggi, quando c’è gente che ha contratto la deprecabile abitudine di verificare punto per punto le asserzioni dei mitografi.

(6) Qui il Lanza pecca di disattenzione. Vidal-Naquet si fa viatico della massima di Marrou nell’occuparsi a modo suo non dei documenti elencati dal recensore, bensi degli scritti di Rassinier, il quale “sull’annientamento degli ebrei sotto Hitler e su molti altri argomenti” avrebbe scritto, assicura la vedette lasciando trasparire la sua santa indignazione, “delle vere infamie” (p. 117, n. 12). E dove le si puoleggere, di grazia, queste “vere infamie”?

(7) L’onestà polemica, cit. Cogliamo il destro per correggere un errore in cui siamo incorsi (ibid., p. 36 di questo volume) affermando che Kielce e Kosel sarebbero state le denominazioni polacca e tedesca di una sola e medesima località. Non è cosi: ci si segnala che si tratta di località differenti. Questa circostanza non ha il minimo rilievo sulla sostanza della questione, come puoconstatare chi voglia risalire al nostro scritto precedente. La questione, che sembrava toponomastica, è invece topografica: tutto qui. Resta immutato il problema — di non ardua soluzione — rappresentato dalla sordità di Vidal-Naquet alle ampie spiegazioni che gli sono state fornite da Faurisson e da Guillaume intorno a cioche avveniva a Kosel, appunto, e in altri luoghi.

Successivamente alla pubblicazione del nostro scritterello hanno veduto la luce, dopo tre anni e passa, gli atti del convegno organizzato nell’82 dall’École des Hautes Études su L’Allemagne nazie et les Juifs, convegno cui fu negato a Faurisson di intervenire anche solo in veste di semplice osservatore. La Vieille Taupe ci informa di avere in programma una critica del convegno — nel corso del quale si confrontarono le due tendenze in cui si divide la scuola sterminazionistica — considerato nella sua globalità (cfr. L’onestà polemica, pp. 25 s. — dove è inesatta la caratterizzazione della tendenza funzionalistica [* Ecco in che cosa ci sembrava e ci sembra consistere l’inesattezza: da un punto di vista rigorosamente logico la tesi funzionalistica sarebbe formulabile anche prescindendo dalla asserzione di una previa selezione delle vittime destinate alle camere a gas. E vero, però, che i funzionalisti non ne prescindono per nulla. Naturalmente, la questione non è quella della formulabilità in astratto di questa tesi, bensì quella della sua sostenibilità sul piano storico. Da questo punto di vista la posizione dei funzionalisti – al pari di quella degli intenzionalisti — oggi è ancora più inconsistente di quanto lo fosse nell’85-87 (1993).] — e 47-49).

(8) Del libro di Kadmi Cohen Rassinier scriverà qualche anno più tardi che “fu, tra le due guerre mondiali, la bibbia del movimento sionista internazionale” (P. Rassinier, Une troisième guerre mondiale pour le pétrole?, “Défense de l’Occident”, n° 64, luglio-agosto 1967, p. 74). Per contro Walter Laqueur, Histoire du sionisme, Calmann-Lévy, Paris, 1973, non fa parola né dell’autore né del libro. Secondo Joseph Billig, L’Institut d’Étude des Questions Juives, officine française des autorités nazies en France, Cdjc, Paris, 1974, il Cohen era un “sognatore sionista isolato, [un] dottrinario preconizzante uno Stato sionista dotato di un potere esecutivo ebraico molto forte, ma realizzante l’idea di ”Pansemitismo”” (p. 197).

(9) L’antimarxismo di Rassinier, socialista ecletticamente nutrito di suggestioni proudhoniane, jauressiane, tolstoiane, ecc. (ma che aveva cominciato la sua vita politica nei ranghi del Pcf, da cui si era staccato nel ’32 per passare due anni dopo alla Sfio), era alquanto superficiale: si veda, ad esempio, in Drame, pp. 24-27, la critica di quella che egli credeva essere la concezione marxista dello sviluppo storico. Detto questo, bisogna aggiungere che egli non è stato il primo antimarxista e non sarà l’ultimo a recare un’inconsapevole conferma alla visione dei processi sociali elementari soggiacente al materialismo storico. Con piena ragione è stato scritto che l’importanza de Le Mensonge d’Ulysse (6a ediz. [ma reprint della 5a], La Vieille Taupe, 1979) sta nel fatto che questo libro permette di concepire materialisticamente la vita, e dunque anche la morte, nei lager (“La Guerre sociale”, n° 3, giugno 1979). A questo proposito cosi ci esprimevamo in altra occasione: “Il materialismo marxista […] è aperto all’ipotesi dell’irruzione sulla scena storica e perfino dell’assunzione di ruoli in via di fatto protagonistici — ma sulla base di premesse generali economicamente determinate — da parte di coefficienti definibili come perversione, malvagità, crudeltà, manifestazioni di pulsioni antisociali e distruttive nelle quali (nella misura in cui tali pulsioni non siano fenomeni scaturenti da mero determinismo somatico) si concentrano e rispecchiano le stigmate di inumanità che ineriscono al mondo del capitalismo. Solo che, per il marxismo (e cosi anche per il metodo storico), l’essere aperto, al limite, a siffatta ipotesi non implica che ai coefficienti da essa evocati si possa ricorrere in via esplicativa senza aver prima considerato a fondo se coefficienti di più normale, scontato e perfino accettato intervento nella qualificazione dei comportamenti individuali e collettivi non siano in grado di dare ragione, con il loro pressoché automatico estrinsecarsi nell’ambito di situazioni in sé eccezionali, di esiti la cui tragicità sembrerebbe corrispondere ad uno specifico intento ispirato dalle più sadiche tendenze” (C. Saletta, Il caso Rassinier, per conto dell’autore, Bologna, 1981, p. 10). Rassinier, mentre perviene alla negazione dei lager come luoghi deputati a pratiche dirette al genocidio, spiega il macabro risultato prodotto dall’istituzione concentrazionaria in termini che – prendendo a prestito questi concetti dalla storia della geologia — si potrebbero definire attualistici, e non in termini catastrofistici. Le Mensonge è un modello di studio delle cause lente peculiari a quell’istituzione. Beninteso, cosi come in geologia le cause lente si contrappongono al catastrofismo, ma non escludono per niente le catastrofi (delle quali, anzi, offrono la spiegazione scientifica), cosi la velocità relativa con cui la macchina concentrazionaria, indipendentemente dalla volontà di chi l’aveva creata, triturava il materiale umano era suscettibile di accelerazioni; e infatti ne registrouna veramente catastrofica — anche se con esiti quantitativamente molto inferiori a quelli di cui favoleggia la vulgata sterminazionistica — nel 1944-45, in seguito alle difficoltà di vettovagliamento dei campi, al peggioramento delle loro condizioni igieniche e sanitarie, al loro sovrappopolamento.

 

( Fonte: www.vho.org )

PER IL REVISIONISMO STORICO CONTRO VIDAL-NAQUET (3) – di Cesare Saletta

9 Nov

L’onestà polemica del signor Vidal-Naquet

 

A proposito dell’edizione italiana di un suo libro (2/2)

 

(1985)

[49]

L’origine del silenzio di Vidal-Naquet è nell’indole stessa dell’interesse che egli ha riservato al revisionismo. Redigendo l’articolo per “Esprit” il nostro eroe non puonon essersi reso conto che il materiale su cui la scuola revisionistica fa poggiare le sue conclusioni è molto più solido e nutrito di quanto è probabile egli credesse prima di mettersi all’opera, quando il tema gli era noto all’ingrosso e per sentito dire (cioche non gli aveva impedito di tranciare giudizi e di farsi promotore, con Léon Poliakov, di un’iniziativa oscurantistica e obiettivamente vessatoria come la memorabile scomunica fulminata contro Faurisson). Ma la stesura di quell’articolo non obbediva ad un intento di ricerca della verità: la ricerca della verità non comporta, ma esclude quelle tali cose che formano tutto il tessuto della polemica di Vidal-Naquet. Per costui si trattava di compiere un atto politico: di sostenere una determinata ‘verità’ politica indipendentemente dalla corrispondenza o non-corrispondenza di questa ‘verità’ alla verità storica. Egli ha compreso d’acchito che la leggenda puoreggersi solo a patto che non la si esamini con occhio critico. Se ci si guarda dentro, se essa perde la sua sacra intangibilità, se la si tratta come un oggetto profano, essa si dilegua. Di qui la peculiare posizione di Vidal-Naquet: lasciar cadere quelle parti della leggenda delle quali sia ormai arduo ignorare l’inconsistenza; rifiutare un autentico confronto, giacché il confronto non avrebbe altro risultato se non quello di evidenziare l’inconsistenza della leggenda nel suo insieme.

Il rilancio postumo di Rassinier ad opera della Vieille Taupe, il clamore levatosi intorno alle indagini indiscrete e dissacranti di Faurisson e non attutito, ma amplificato, dalla persecuzione giudiziaria cui Faurisson e la Vieille Taupe venivano, e vengono, fatti segno ad iniziativa degli ambienti sionisti e resistenzialisti e dalla persecuzione amministrativa che colpiva il primo nella sua qualità di docente universitario, imponevano al gros bonnet — che di fatto, con la scomunica surricordata, aveva tenuto bordone a queste persecuzioni e che già aveva avuto modo di accorgersi come esse potessero dar luogo ad effetti opposti a quelli voluti dai persecutori, dai quali percionon ha mancato di prendere le distanze (p. 246; v. anche p. 210) — di ‘andare fino in fondo’ (ed ecco l’articolo dell’80 tener dietro all’anatema del ’79), e di andarvi facendo mostra di mantenersi, lui, sul terreno della più rigorosa scientificità. Bisogna dunque far sorgere nel lettore il convincimento che se si rimane su questo terreno non è possibile prendere in considerazione gli argomenti addotti dai revisionisti, e a ciosi provvede con la tecnica della reductio ad stultitiam. Tutta la forza di Vidal-Naquet, e non è poca, sta nel fatto che è, come si diceva, fin dai banchi di scuola che il lettore medio è programmato a considerare impensabile il contrario di cioche si è sentito e si sente ripetere su tutti i toni in merito al genocidio. Ma, alla fin fine, sussiste sempre una possibilità che questo lettore si metta a ragionare con la propria testa, soprattutto nel caso che il doppio sbarramento delle idee ricevute e dell’imbonimento vidalnaquettiano si dimostri meno efficace di quanto sia in votis contro il diffondersi del revisionismo: in questa sciagurata evenienza il convincimento che Vidal-Naquet vuole instillargli minaccia di rivelarglisi in tutta la sua pneumatica vacuità. Non sarà male, quindi, predisporsi una scappatoia; anzi, sarà sommamente opportuno. L’articolo di “Esprit”, con relativa esclusione del dibattito, è del settembre dell’80; già due mesi dopo il nostro non si lascia sfuggire l’occasione, fornitagli da una disputa con Noam Chomsky, disputa nel cui merito non entreremo (12), per enunciare, in forma che vorrebbe essere arguta e riesce soltanto ad essere pietosa, il suo alibi generale:

Se, ogni volta che un “revisionista” produce una nuova affabulazione, bisognasse rispondergli, tutte le foreste del Canada non basterebbero (p. 267).

Questo alibi generale figura in uno scritterello in cui vanno considerati con attenzione due passi:

(1.) Io sostengo, da parte mia, e lo provo [cors. nostro], che Faurisson, eccetto il caso veramente limitato del Diario di Anna Frank, non cerca il vero, ma il falso (p. 271).

Qui Vidal-Naquet non compie nessun revirement: la causa dell’autenticità del celebre Diario (tradotto, come abbiamo appreso di recente, in cento e passa lingue e utilizzato fin nelle aule scolastiche per divulgare la ‘verità’ cara ai sionisti e alla grosse tête) dev’essergli subito apparsa disperata. Due mesi innanzi aveva scritto:

Una delle rare informazioni che si possono trarre dal libro di Thion, per esempio, […] è la dimostrazione di Faurisson che il Diario di Anna Frank è, se non un “falso letterario”, perlomeno un documento adulterato Vérité politique ou vérité historique?, La Vieille Taupe, 1980], pp. 213-298) (p. 210);

nell’82, come abbiamo visto, tornerà sulla dolente nota e ammetterà come ipotesi che il Diario “ponga problemi di autenticità”. Apprezzi, chi ci legge, la sornioneria con la quale il temibile polemista alleggerisce la leggenda di quello che gli sembra in via di diventare un peso morto. Ma soprattutto valuti con quanta verosimiglianza e con quanta serietà sia possibile presentare Faurisson come un tale intento a “cercare il vero nel caso veramente limitato [!!!] del Diario di Anna Frank” e a “cercare il falso” in tutto il resto. Per parte nostra, troviamo che vi sia di che strabiliare; e, per motivi antitetici ai nostri, di che strabiliare troverà pure Rosellina Balbi, autrice di un non dimenticabile articolo in cui ogni indagine sull’autenticità del Diario veniva assimilata ad un “atto di terrorismo” (13). Quanto, poi, all’illusione o, piuttosto, alla finzione di aver provato alcunché, sarebbe auspicabile che il nostro luminare si snebbiasse la mente saggiando l’ammissibilità in sede epistemologica del concetto di prova cui usa riferirsi.

Veniamo all’altro passo dello scritterello antichomskyano:

(2.) L’ho detto e lo ripeto: la […] interpretazione [data da Faurisson del diario dell’SS dott. J.P. Kremer, medico ad Auschwitz nel ’42] è un falso nel senso più vero del termine. Se un giorno sarà necessario analizzare il resto delle sue menzogne e delle sue falsificazioni, lo farò, ma quest’operazione mi sembra di poco interesse e sarebbe senza utilità per la setta di cui egli è ormai il profeta (p. 267).

Siamo al solito punto: lo sventramento del “resto delle menzogne e delle falsificazioni” di Faurisson è continuato, guarda caso, a sembrare a Vidal-Naquet un'”operazione di poco interesse” anche dopo che la Réponse ha demolito la sua pretesa di aver convinto di falso l’interpretazione faurissoniana del diario del dott. Kremer. Possiamo esserne certi: anche in futuro l’operazione continuerà a sembrargli “di poco interesse”. La ‘verità’ politica che sta a cuore a costui ha esigenze per soddisfare le quali bisogna essere disposti a comportarsi da venditori di pere cotte.

Puo darsi che nei panni di venditore di pere cotte Vidal-Naquet non si senta del tutto a suo agio. Ma anche a questo c’è rimedio: non ha già messo le mani avanti, prima rifiutando ogni confronto, poi, per soprappiù, manifestando una lodevole preoccupazione per il patrimonio boschivo del Canada? Non appena se ne presenterà il destro — preparando l’edizione italiana, nella specie — si seppellirà la faccenda col menzionare la Réponse come utilizzabile per la rettifica di “alcuni particolari”. Una classe dominante che trova i suoi intellettuali organici in campioni di questa fatta si definisce da sola.

* * *

 

Forse adesso il lettore ha qualche motivo di non sospettarci di esagerare se diciamo che di regola, e non per eccezione, gli exploits argomentativi di Vidal-Naquet consistono in gherminelle belle e buone. In Francia l’incanto è rotto, da noi l’autorevole venditore di fumo è circondato dal rispetto che si riserva a chi è dedito a studi severi e puovantare un’adamantina coscienza. Ma le gherminelle non cambiano di natura per il solo fatti di valicare le Alpi.

Non sono qui a “giudicare” Paul Rassinier,

esordisce il nostro (p. 223). No, lui non è li a “”giudicare””, è li perché giudichino gli altri. E li perché gli altri giudichino nel senso desiderato da lui:

Maurice Bardèche [cui la premessa alla seconda edizione de Le Mensonge d’Ulysse (1954) rende un valido omaggio] aveva cominciato nel 1948 la sua campagna politica con Nuremberg ou la Terre promise. E bene leggere questo “libro ammirevole” (Rassinier, Le Véritable procès Eichmann, ou les vainqueurs incorrigibles, La Vieille Taupe, 1983, reprint dell’ediz. del 1962], p. 43). Allora Maurice Bardèche non aveva ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c’era stato: “Esisteva una volontà di sterminio degli ebrei sulla quale le prove sono numerose” (p. 187). Ma questo sterminio non ci riguarda: “Cioche è avvenuto a Auschwitz, a Maidanek e in altri luoghi riguarda gli slavi; noi dobbiamo occuparci dell’Occidente” (p. 115). Cosicché la vera domanda è: “Quanti francesi sono stati deportati a Auschwitz e a Treblinka?” (p. 162). “Non ci fu deportazione di francesi, ci fu deportazione di ebrei; e, se alcuni francesi furono deportati con loro, fu perché avevano accettato o sembrava che avessero accettato la difesa della causa ebraica”. Il libro termina con una formula lapidaria: “Dobbiamo scegliere se avere le SS con noi o da noi” (V.-N., pp. 223 s.).

Cosi al lettore di Vidal-Naquet resterà in mente che Rassinier considerava “ammirevole” un libro il cui autore, non avendo “ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c’era stato”, dava per provata “una volontà di sterminio degli ebrei” e sminuiva la gravità del genocidio e della volontà di cui il genocidio aveva rappresentato l’attuazione, fino al punto di affermare che la cosa “non ci riguarda”. Ma davvero Bardèche parlava in questo modo?

Se ci si rifà a Le véritable procès Eichmann si constata che Rassinier (loco cit.) diceva “ammirevoli” non uno, ma due libri di Bardèche: quello sunteggiato da Vidal-Naquet (e del quale venne pubblicata anche un’edizione italiana sotto il titolo I servi della democrazia, Longanesi & C., Milano, 1949) e un altro, Nuremberg II ou les Faux-Monnoyeurs. Di questo secondo libro Vidal-Naquet non fa cenno. Non ne parleremo neppure noi, dato che esso ci è ignoto; ma, conosciuti che si siano gli usi e costumi polemici del san Giorgio dello sterminazionismo, chi non troverà sospetto questo silenzioso passaggio dal plurale al singolare?

Non mancherebbe d’interesse risalire a Nuremberg II: del resto, quod differtur… Ma stiamo a I servi della democrazia. E il libro di un fascista dichiarato ed è pervaso da pregiudizi razzistici e antisemitici. Se ci fosse possibile astrarre da questa circostanza, anche noi lo definiremmo un libro ammirevole, e ciosenza la minima adesione al punto di vista politico generale dell’autore. E forse vero che questi vi sminuisce la gravità del genocidio?

Quando scrive di un libro Vidal-Naquet, al pari di chiunque altro, deve procedere per excerpta. La rettitudine sta nel non trasformare l’esposizione per excerpta in un espediente per far dire all’autore che si cita cioche egli non ha detto. Assemblando un certo numero di frasi staccate non è difficile confezionare un collage avente un significato finanche opposto a quello che è il pensiero dell’autore: la cosa è tanto risaputa che non ci si puoesimere dal provare un certo imbarazzo a doverla ricordare. La linea di demarcazione tra l’onestà e la disonestà è segnata inequivocabilmente dalla maniera in cui si trascelgono gli excerpta. Vediamo con quanta ragione l’adamantina coscienza cerchi di colpire Rassinier attraverso Bardèche.

Si accusa la Germania — è Bardèche che parla — dello sterminio di migliaia e migliaia di esseri umani. Beninteso, noi condanniamo tali procedimenti in ogni tempo, ed anche in tempo di guerra. Su cionon v’è dubbio possibile; e se durante la guerra fossero venute a nostra conoscenza alcune azioni rimproverate oggi alla Germania, avremmo protestato subito contro quelle azioni. Ma prima, giova ripeterlo, dobbiamo esigere una verifica imparziale delle accuse, verifica non ancora fatta; dopo di che non possiamo parlare di cose simili fingendo di dimenticare che gli alleati hanno usato con metodi diversi, ma altrettanto efficaci, un sistema di sterminio quasi egualmente esteso; infine a noi francesi non è permesso di ignorare, esprimendo il nostro giudizio, che quello sterminio (come risulta chiaramente dalla stessa accusa [di Norimberga]) fu diretto soprattutto contro popolazioni allogene, e soprattutto contro gli slavi […] Riconosciamo che tra la Germania e la Russia si è aperto un conto spaventevole […] Se è vero che i loro prigionieri sono stati massacrati a centinaia di migliaia, che le loro province sono state distrutte, spopolate e rase al suolo, i loro contadini impiccati come grappoli umani, se cioche essi affermano è vero, [i sovietici] avrebbero il diritto di trasformare metà della Germania in un deserto polveroso […]

Ma essi non hanno fatto nulla di ciò; hanno avuto il sangue freddo di comprendere che sopprimere i nemici irriducibili e stabilire solidamente il proprio potere, erano obbiettivi più importanti della vendetta. Ed hanno lasciato condannare i tedeschi giuridicamente, per fatti che la loro politica annullava. Non siamo dunque più realisti del re. Quanto è accaduto ad Auschwitz, a Maidanek e in altri luoghi riguarda gli slavi: noi dobbiamo occuparci dell’Occidente. Non reclamiamo debiti che il debitore non reclama. Cerchiamo invece di correggere le esagerazioni della nostra propaganda. E per noi importante sapere cioche i tedeschi hanno fatto “a noi” (pp. 95-98). Si, all’est dell’Europa, c’è aperto un terribile conto tra la Germania e i suoi vicini. Si, c’è stata una politica di sterminio, e ne sono state trovate le tracce […] Sono state trovate le deliberazioni delle conferenze del Führer, le istruzioni ai responsabili, gli ordini, tutto è stato ritrovato. Questa politica paurosa sventuratamente sembra che sia stata attuata; almeno esistono documenti che lo provano […] Si, quello fu un crimine. Ma risponde a verità? Vi è di tutto in quei documenti, che non sempre sono stati classificati con prudenza (pp. 108 s.). Le cifre presentate dalla delegazione russa sono incontrollabili. E se la delegazione russa si fosse servita del processo di Norimberga per montare una propaganda enorme, come ha fatto la delegazione francese? […] Su questa questione il processo rimane “aperto”; avremmo torto a crederlo chiuso dal giudizio pronunciato (p. 110).

Ci si accorge subito che la campana manda un suono molto diverso da quello che echeggia nel sunto offerto da Vidal-Naquet. Andiamo avanti.

Bardèche riferiva di fonti giornalistiche secondo le quali in epoca successiva alla guerra si sarebbero costruite “scene complete di tortura in luoghi ove mai erano esistite”. Secondo tali fonti, “ad Auschwitz e a Dachau, per esempio”, sarebbero stati edificati “forni crematori “supplementari” destinati a calmare gli scrupoli di qualche cervello matematico” (p. 124). Queste voci non erano per nulla infondate: che nel dopoguerra si sia proceduto ad interventi del genere oggi è ammesso anche da parte sterminazionistica; a denti stretti, s’intende, e naturalmente allegando motivi del tutto diversi da quello cui Bardèche faceva risalire quegli interventi. Abbiamo visto che lo stesso Vidal-Naquet non è disposto a far dipendere le sorti dello sterminazionismo dalla questione dell’autenticità di certe strutture edilizie. Le ammissioni odierne e le cento altre circostanze poste in chiaro dalla critica revisionistica dimostrano quanto fosse legittimo l’interrogativo di Nuremberg:

se bisogna tener conto della storia che si costruisce ogni giorno, chi puodire che il processo è giudicato, chi puodire di sapere la verità sui campi della Germania? (p. 128).

Scrivendo nel 1948, Bardèche considerava pacifico che “nel pensiero germanico non esistesse affatto [come, invece, aveva sostenuto la delegazione francese a Norimberga] una volontà di sterminio dei francesi”: oggi non c’è, non diciamo uno storico, ma neanche un compilatore di manuali scolastici che parli più di questa “volontà di sterminio dei francesi”.

Esisteva invece una volontà di sterminio degli ebrei (e ce ne sono numerose prove) (pp. 159 s.);

quel che segue lo si puoleggere nell’excerptum dato da Vidal-Naquet: “Non ci fu deportazione di francesi”. Il senso è chiaro. Agli occhi di Bardèche, fascista e razzista, non esistevano francesi ebrei (o italiani ebrei, olandesi ebrei e via dicendo), ma ebrei ai quali il fatto puramente legale ed esteriore del possesso della cittadinanza francese (italiana, olandese, ecc.) non toglieva la qualità effettiva di “popolazione allogena”. Noi respingiamo nel modo più categorico questo punto di vista, che d’altronde collima perfettamente con quello sionistico. Ci è doloroso riconoscere che a esso, oggi, la presenza dello Stato israeliano e l’elemento di ambiguità che tale presenza introduce nella posizione delle comunità ebraiche della Diaspora conferiscono quanto meno un’apparenza di fondatezza. Questo stato di cose rischia di risolversi prima o poi a loro danno; e il giorno in cui una nuova sciagura si abbattesse sugli ebrei in quanto tali sarebbe un giorno nero per tutti. Ma non è di cioche qui si discute, bensi delle “numerose prove” che nel 1948 (quando, cioè, stando a Vidal-Naquet lo scrittore fascista “non aveva ancora scoperto che il genocidio hitleriano non c’era stato”), a Bardèche parevano testimoniare retrospettivamente l’esistenza di “una volontà di sterminio degli ebrei”.

Osserviamo che, 1., questa volontà non ci conduce necessariamente ai lager, quale che fosse la dimensione tragica — magistralmente messa in luce da Rassinier — connaturata all’istituzione concentrazionaria; e che, 2., circa le “prove” della pretesa attuazione di uno sterminio nei lager, la letteratura revisionistica è li a fornire spunti di riflessione dei quali quel che si è dato nelle pagine precedenti non è che un ristrettissimo saggio. E fuori dai lager? Fuori dai lager nessun revisionista serio ha mai contestato che massacri, di ebrei e non, abbiano avuto luogo; i problemi che si pongono sono, semmai, quello dell’entità delle perdite umane imputabili a questi massacri (e per le perdite ebraiche [* Globalmente considerate: nei lager e fuori (1993)] rimane essenziale quello studio statistico di Rassinier che Vidal-Naquet ha la ridicola presunzione di dare per liquidato à jamais da meno di due delle sue pagine) e quello della rispondenza dei massacri, dovunque siano avvenuti, ad una volontà attestata da “numerose prove”. Oggi a dubitare di queste “numerose prove” non è solo Bardèche, il quale, come si è visto, ne dubitava già nel ’48 (“Si, quello fu un crimine. Ma risponde a verità?”), anche se Vidal-Naquet trova opportuno ignorare la cosa: abbiamo già detto dello straordinario imbarazzo manifestato da Aron e Furet di fronte ad alcune domande poste loro nel corso della conferenza stampa che si tenne alla chiusura del convegno cui si era negato a Faurisson di intervenire; qui aggiungeremo che quelle domande concernevano proprio la possibilità di provare questa volontà e la possibilità di individuare non in via di congettura, ma documentalmente e nominativamente i centri di potere in cui questa volontà sarebbe maturata e da cui sarebbero partiti gli ordini di sterminio. Insomma, su questi punti essenzialissimi oggi siamo in piena notte e nebbia. Ma comunque si presenti oggi la questione, in chi esisteva questa volontà secondo il Bardèche di trentasette anni or sono? La sua ipotesi di una responsabilità limitata a Himmler è ora accolta dallo storico inglese David Irving. Diamo ancora la parola a Bardèche:

lo sterminio degli ebrei ci appare come uno dei procedimenti nuovi di questa guerra, e dovremo giudicarlo alla stregua degli altri: lo sterminio degli slavi, i bombardamenti delle grandi città tedesche. E inutile naturalmente precisare che noi condanniamo, come tutti, la distruzione sistematica degli ebrei. Ma […] risulta chiaramente dagli elementi del processo [di Norimberga] che la “soluzione del problema ebraico” approvata dai dirigenti nazionalsocialisti consisteva unicamente nel riunire gli ebrei in una zona territoriale chiamata “riserva ebraica”: era una specie di ghetto europeo, una patria ebraica ricostituita all’est […] E possibile […] che la politica [di sterminio] di Himmler sia stata una politica del tutto personale, eseguita con discrezione e di cui a lui soltanto va accollata la responsabilità. La condanna alla quale ci si chiede di associarci e alla quale ci associamo non tocca quindi un popolo, ma un uomo a cui il regime (ed è il suo torto) ha lasciato poteri esorbitanti (pp. 164 s.; tutti i corsivi sono nostri).

Tra la nostra esposizione per excerpta e quello dello storico-giornalista-polemista passa la medesima differenza che tra lo scrupolo della completezza e lo stravolgimento dei testi. Il lettore ha ogni possibilità di controllo.

Dopo di che, se è giusto — e lo è — che la figura di Rassinier venga giudicata in rapporto al contenuto di un libro da lui ritenuto “ammirevole”, dica il lettore quanto abbiano in comune il libro caratterizzato dagli excerpta che ne diamo noi e quello caratterizzato dagli excerpta che ne dà Vidal-Naquet; e tragga poi, a riprova di quelle che già ne ha tratte, ogni altra conclusione sull’affidabilità dell’ingombrante personaggio le cui chiacchiere vengono ora ammannite al pubblico del nostro paese.

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In chi fa professione di ricerca della verità — e tale, in via di principio, è il caso dello storico — la disonestà intellettuale, ove la si consideri con l’occhio del moraliste, riesce come poche altre cose a dare la sensazione del vuoto. La menzogna, nel significato più largo del termine, appartiene alla vita quotidiana; si puoperfino dire che ne costituisce un elemento strutturale. Appena che ci si rifletta, nessuna reale difficoltà a rendersi conto di ciò; e tuttavia, per ingenua che possa apparire, ed essere, questa reazione, non è possibile sfuggire a una sorta di sbigottimento quando ci si deve arrendere all’evidenza di uno storico che ciurlando nel manico degrada una funzione che per metodi e risultati aspira alla scientificità. Nessun riconoscimento dei diritti del soggettivo puovenire invocato per giustificarlo: perché è vero che i fatti sono leggibili in più chiavi e dunque non possono non dar spazio all’interpretazione, che è sempre una pluralità di interpretazioni sottesa da una pluralità di possibili angoli visuali; ma è vero anche che questo attiene solo all’aspetto valutativo del lavoro dello storico. Ma la valutatività presuppone i fatti. Si potrà discutere fino a che punto la Rivoluzione rappresenti una cesura e fino a che punto invece esprima una continuità rispetto alla precedente storia di Francia; ma, la Bastiglia essendo incontrovertibilmente stata presa il 14 luglio, non puoesistere — è lo stesso Vidal-Naquet a ricordarlo — una scuola storica per la quale l’evento sia accaduto il 15 (14).

Racchiusi entro una sfera la cui superficie segna i limiti della valutatività soggettiva, i fatti rimangono quel che sono: emersioni producentisi in un mondo a tre dimensioni, e pertanto accertabili e conoscibili; se direttamente o indirettamente, a seconda dei casi, non importa; ma accertabili e conoscibili quando li si sottoponga a criteri d’indagine materiati di una razionalità che riceve il suo valore dall’essere omogenea ai fatti perché correlativa essa stessa a questo mondo a tre dimensioni in cui i fatti si inscrivono. Non avremo difficoltà ad ammettere che presso il lago Regillo si sia svolta nel 496 a.C. una battaglia tra latini e romani, ma, contro Livio, relegheremo tra le favole che Castore e Polluce siano discesi dal cielo a rincuorare i romani in un momento in cui le sorti dello scontro volgevano a loro sfavore. Non negheremo certo né giustificheremo la scellerata persecuzione antiebraica ad opera del nazismo cosi come non porremo in dubbio che i lager siano stati teatro di rivoltanti brutalità, ma non percioaccetteremo come veritieri conteggi mortuari che si contraddicono l’un l’altro in maniera insanabile e dei quali è stato dimostrato il carattere arbitrario e osserveremo piuttosto che a ingigantirli confluivano e confluiscono più interessi e che alla dimostrazione della loro inattendibilità non sono stati opposti se non la calunnia, l’ingiuria o il silenzio; constateremo che l’esistenza di qualcosa che sia definibile come un progetto di sterminio non puoaffatto dirsi stabilita; considereremo le testimonianze e le documentazioni esibite dagli sterminazionisti con uno spirito critico cui non vediamo nessuna valida ragione di rinunciare e troveremo invece altamente sospetto che con ogni mezzo si solleciti tale rinuncia; presteremo, infine, la dovuta attenzione agli argomenti di chi — ponendo perciostesso il proprio discorso sul terreno della controllabilità — assume di basarsi, oltre che sull’impiego della critica filologica metodicamente applicata alle presunte fonti, sulle leggi della fisica e della chimica per contestare che le cose che ci vengono indicate come camere a gas possano aver effettivamente funzionato come camere a gas. Senza mettere sul suo conto vessazioni che egli deplora, ma rispetto alle quali egli si è mosso in obiettiva convergenza, rileveremo che Vidal-Naquet confuta non già il revisionismo, ma una contraffazione di esso. Ne concluderemo che, se egli ha bisogno di misurarsi con una contraffazione, è segno che il revisionismo è tutto fuori che il coacervo di fantasie che egli ci dipinge. Cioche è grave è che egli pretenda di parlarne in veste di storico.

Lo storico consapevolmente menzognero, apprestando per il presente e per il futuro una rappresentazione adulterata di quel complesso di accadimenti che ieri ha preparato l’oggi e che oggi prepara il domani, non mistifica soltanto i suoi contemporanei, ma imbastardisce e avvelena le radici della loro posterità. Il suo atteggiamento di fondo è di un nichilismo desolante, è una cinica adesione all’après moi, le déluge: questo, quanto alla sua psicologia. Se poi, con Hegel, si pensa che in un certo senso tutta la storia sia storia sacra, egli è un blasfemo.

“Quest’uomo russa, ma il suo russare ha un senso”. Ha un senso anche il decampare di Vidal-Naquet dagli imperativi del suo ufficio di storico.

Il mondo in cui viviamo è il risultato di mille e mille eventi. Alcuni tra essi hanno un carattere nodale. Questo carattere lo possiede in sommo grado la seconda guerra.

Esigenza primaria comune alle parti uscite vittoriose dal massacro del ’39-45 era e resta quella di accreditare se stesse come intrinsecamente imparagonabili all’avversario di allora. Quello del genocidio si connette ad un altro mito e lo conferma; già nel ’39 quest’altro mito non aveva più il pregio della novità. Sono sempre attuali queste linee di Amadeo Bordiga:

Allo scoppio della guerra imperialista del 1914, sulla denigrazione della Germania e del popolo tedesco si fondol’inganno gigantesco di presentare il conflitto come guerra ideologica. Non era il capitalismo che imboccava la china ineluttabile della sua infamia e vergogna e della sua svelata barbarie, proclamata dai marxisti. No, la civiltà, una nel tempo e nello spazio, era attributo umano a cui uno solo attentava: il tedesco; tutti gli altri la difendevano in una santa crociata! La bestemmia secolare sta tutta qui; è stata la stessa nel 1939 ed è la stessa oggi (15).

Nei calcoli di Usa e Urss solo il merito di aver cancellato un abominio senza precedenti puofar passare in sottordine il fatto che la loro politica gronda sangue e fango. Di qui, e dalla necessità di avere a che fare con un’Europa che, se è incapace di autonomia politica, è perorestia a rassegnarsi a questa incapacità e che — in un’ottica borghese che sarebbe inammissibile giudicare coincidente con quella proletaria — a questa incapacità potrebbe sottrarsi solo a patto di trovare nella Germania il principale dei suoi punti di forza, scaturisce l’antitedeschismo alimentato ora scopertamente, più spesso sotterraneamente, ma incessantemente, dalle centrali imperialistiche e dai loro fiduciari preposti alla guida delle province degli imperi. Le une e gli altri sanno molto bene che, se è vero che “chi controlla il presente, controlla il passato”, non è meno vero che “chi controlla il passato, controlla il futuro” (Orwell). La sostanza razzistica del mito antitedesco non ha bisogno di venire evidenziata. Beninteso, si ha cura di distinguere tra i tedeschi di oggi e quelli di ieri: il sottinteso è che nel tedesco di oggi continua a vivere allo stato latente quello di ieri, quello le cui attitudini avrebbero reso possibile il genocidio. I reduci delle patrie battaglie resistenziali che a data fissa rievocano i loro stucchevoli fasti, i tanti che possono esibire ferite non ancora rimarginate, piaghe che sanguinano ancora anche perché un ininterrotto martellamento propagandistico non consente alle ferite e alle piaghe di cicatrizzarsi, non sospettano neppure alla lontana i loschi fini per i quali fungono da strumenti. Si piangono i morti di Lidice, di Oradour, di Marzabotto, e si passa sopra a Katyn, ai mille martoriati villaggi di una Germania ormai in agonia, a Dresda rigurgitante di profughi e senza alcuna necessità militare trasformata in uno spaventoso braciere [* scrivendo di getto dimenticammo di far parola della barbarica e sanguinosissima cacciata dei tedeschi dai territori germanici dell’Est (1993)]. Ci si ricorda, è vero, di Hiroshima e Nagasaki, ma fu proprio perché ci se ne ricordasse che le si atomizzò. Ci si ricorda, inoltre, dell’Ungheria, della Cecoslovacchia e dell’Afghanistan, ma è forse contestabile il contributo dato da Mosca allo schiacciamento del bruto germanico? Il Vietnam è nella memoria di tutti; se il Guatemala, Santo Domingo e Grenada sono caduti nel dimenticatoio, basta scorrere i titoli di un giornale per rendersi conto delle intenzioni degli Stati Uniti nei riguardi del Nicaragua; ma forse che al loro interno gli Stati Uniti non offrono — o non sembrano offrire — un modello di rispetto della democrazia formale? Il Male assoluto è stato sconfitto nel ’45; la sua assolutezza è attestata dall’asserito sterminio degli ebrei. Le imprese brigantesche perpetrate o provocate in questi quarant’anni dai vincitori di allora — e quella che se ne è data non è che un’esemplificazione sommaria e del tutto inadeguata alle proporzioni della vicenda cannibalesca che si svolge quotidianamente su scala mondiale — possono suscitare un soprassalto d’indignazione, ma il giudizio pressoché unanime di chi non le subisce sulla propria pelle sarà che i regimi ‘democratici’ o ‘progressisti’ non sono se non gli occasionali responsabili di un male, per dir cosi, relativo.

In questi quarant’anni il male relativo ha prodotto centoquaranta o centocinquanta guerre locali e sedici milioni di vittime; sedici milioni di vittime che rappresentano poi una porzione trascurabile dell’ammontare dei costi umani di un ordinamento sociale il quale esporta all’esterno delle metropoli industriali gli effetti più devastanti di un modo di produzione che, diceva Marx, accumula ricchezza da un lato nell’esatta misura in cui accumula miseria dall’altro. Senza bisogno di ricorrere a recinzioni percorse dall’alta tensione, il mondo intero, salvo un certo numero di isole privilegiate, è stato trasformato in un lager, e nei settori più sfavoriti di questo lager la fame silenziosamente celebra, moltiplicati, gli stessi trionfi che ad Auschwitz. Ma, poiché protagoniste di questa trasformazione potevano essere soltanto le potenze vincitrici nel ’45, ci si vuole fare convinti che tutto cioè imparagonabile con quanto sarebbe avvenuto se la civiltà non fosse stata salvata allora. Dove sono in funzione, oggi, le camere a gas? Argomento che apparirebbe perfino stringente se giorno dopo giorno non affiorasse questo semplice dato: che con tutta verosimiglianza non ve ne sono mai state.

Al Male assoluto andiamo debitori della nascita di Israele. Se ci si è dimenticati di Deir Yassin, questo non è ancora avvenuto per Sabra e Chatila: motivo di più perché il sionismo non risparmi sforzi per rilanciare di continuo la leggenda olocaustica. I Simon Wiesenthal con i loro testimoni (compresi quelli colti in mendacio (16)), i persecutori di Rassinier e di Faurisson, lavorano a tempo pieno all’impresa. Nella sua forma attuale di Stato sionista Israele puovivere solo a condizione che gli ebrei si sentano continuamente sul collo il fiato delle SS. Quella stortura ripugnante che è l’antisemitismo è il suo migliore alleato.

Insieme con il sionismo e con il suo Stato-ghetto, con i Simon Wiesenthal e i loro testimoni, con i persecutori di Rassinier e Faurisson ad onta di tutti i distinguo, anche Vidal-Naquet si adopera a puntellare e a restaurare quella leggenda nel momento in cui essa comincia a vacillare. Di rado prima d’ora il mestiere di storico era stato trascinato tanto in basso.

Note

(12) Si veda Noam Chomsky, Réponses inédites à mes détracteurs parisiens, Spartacus, Paris, 1984.

(13) Rosellina Balbi, Per Anna Frank, gli esami non finiscono mai, “La Repubblica”, 8 ottobre 1980; si vedano anche gli altri articoli antirevisionistici che la Balbi ha pubblicato nel medesimo giornale, 10 e 24 febbraio di quell’anno. L'”amata e temuta signora dell’intelligenza contemporanea” (cosi la sviolina Natalia Aspesi, ibid., 29 giugno 1985) è una lancia spezzata del sionismo, di cui tessé l’apologia nei giorni caldi dell’aggressione israeliana dell’82 (e poi in Hatikvà. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Laterza, Bari, 1983; 2a ed., 1985), ed è altresi redattore capo per i servizi culturali de “La Repubblica”(*). Quest’ultima circostanza, se collegata al precedente costituito dagli articoli dell’80 e all’orientamento storico e politico dell’autrice, fa apparire tanto più sorprendente che il giornale in parola abbia recensito il libro di Vidal-Naquet (finito di stampare nel marzo ’85) con sei mesi di ritardo e dedicandogli un articoli di Enzo Forcella (Il fedele traditore, 18 settembre) in cui non è dato di trovare la più fuggevole allusione alla polemica antirevisionistica che ne è parte essenziale. O come mai? Che in materia di revisionismo e antirevisionismo, la cólta gazzetta che “sveglia l’Italia”, come recita una pubblicità televisiva particolarmente scimunita, si sia fatta più cauta che per il passato? Puoessere interessante, a questo proposito, risalire ad un libretto con il cui contenuto concordiamo senza riserve, Sionismo e Medio Oriente, Gruppo comunista internazionalista autonomo, Milano, 1984, pp. 52, n. 3, e 55 s.: vi si avrà notizia di un episodio che attesta anche l’alto grado di correttezza di quel giornale nei suoi rapporti con i lettori quando viene in ballo la leggenda olocaustica.

A proposito del Diario della Frank: dà da pensare il fatto che, rivelatasi insostenibile quanto meno la totale autenticità di esso (vedi la contorta ammissione di Vidal-Naquet), sia saltato fuori con suggestivo tempismo, nell’81, un altro diario, quello di Etty Hillesun (ora anche in italiano, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 1985). Un diario ‘surrogatorio’?

(*) Sull’idoneità della nominata a ricoprire un posto del genere è lecito nutrire più di un dubbio. Da un articolo a sua firma si apprende che la Nep sarebbe stata “la “Nuova politica economica” di Stalin, che nel corso degli Anni Venti colpi tanto duramente i contadini” (12 novembre 1985). La Balbi confonde la Nep e la collettivizzazione forzata, cioè due politiche di cui la seconda rappresentoné più né meno che il rovesciamento della prima! Uno svarione cosi sesquipedale deciderebbe l’esito perfino di un esame universitario!

(14) A Vidal-Naquet l’assimilazione del revisionismo ad un’ipotetica scuola storica del 15 luglio deve parere un exploit particolarmente felice. Enunciata nell’articolo di “Esprit” (pp. 210 s. de Gli ebrei), la ritroviamo pari pari in un’intervista che il san Giorgio dello sterminazionismo rilascioa P.-A. Taguieff e J. Tarnero e che comparve in “Les Nouveaux Cahiers”, no 68, primavera 1982 (prima, dunque, che vedesse la luce la Réponse). In questa intervista, che non è stata inserita nell’edizione italiana del volume vidalnaquettiano, la tecnica della reductio ad stultitiam tocca forse il suo apice. L’atteggiamento di Faurisson sulla questione delle camere a gas è qualificato come matérialisme à sabots: sarebbe, cioè, quello di un tizio che, avendovi interrogati sull’altezza esatta dell’armadio della vostra stanza, ed essendogli stato da voi risposto che essa è di 2 metri e 40, vada a controllare con tanto di cordella millimetrata e, riscontrato che non di 2 metri e 40 si tratta, ma di 2 metri e 38, proclami falso tutto il vostro discorso e inesistente l’armadio. Testuale! C’è bisogno di specificare che, secondo il solito, lo storico-giornalista-polemista prende in giro il suo lettore? Cioche è in questione non è una differenza di 2 centimetri tra le misure dichiarate e quelle effettive dell’armadio di cui blatera il nostro eroe, bensi il fatto che la vostra stanza, essendo un parallelepipedo di 4 x 6 x 3,50, non puocontenere un immane armadio di 8 x 12 x 7. Per mascherare questa evidenza Vidal-Naquet va a scomodare Platone: Faurisson appartiene agli amici della terra, ai figli della terra, a coloro che hanno pelo nelle zampe. Madame de Sévigné diceva di un tale che, se a tutti è concesso di essere brutti, quegli ne abusava. Questa intervista suggerisce irresistibilmente una parafrasi: a tutti è concesso di essere stupidi, l’insigne ellenista ne abusa.

(15) [Amadeo Bordiga], Vae victis Germania, “Il programma comunista”, 1960, n° 11; ripubbl. in Amadeo Bordiga, Vae victis Germania — [Anonimo], Auschwitz ovvero il Grande Alibi, Gruppo della Sinistra Comunista, Torino, [1971].

(16) Al processo Zündel ha deposto a discarico certo Frank Walus che, accusato di essere stato guardiano in un lager e condannato perché riconosciuto da undici testimoni prodotti da Wiesenthal, è riuscito a far rivedere la sentenza che lo aveva colpito dimostrando l’impossibilità materiale della sua presenza là dove quei testimoni avevano affermato di averlo veduto.

 

( Fonte: www.vho.org )