Archivio | febbraio, 2017

Recensione Libraria – Guido De Giorgio: “La Tradizione Romana”

20 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –

GUIDO DE GIORGIO: “LA TRADIZIONE ROMANA”

“L’Occidente non ha altra tradizione vitale all’infuori di quella Romana, purchè sia integrata, realizzata nella totalità dei suoi sviluppi riferibili ai due tipi essenziali, la Contemplazione e l’Azione. (…) L’Europa non ha fissità perchè non ha tradizione: perdendo di vista il vero “dinamismo” (…), si è lasciata sommergere da un fremito titanico di permanente mobilità a cui si dà il nome di “attività”, “d’impulso dinamico” e via dicendo. In realtà tutto ciò è delirio infantile…”

(Guido De Giorgio – dal testo)

 

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“Libro strano e impressionante” viene definito da Franco Pintore nella sua prefazione; una specie di “iniziato allo stato  selvaggio e caotico” descrive l’autore Julius Evola in un brano estratto dal “Cammino del Cinabro”.

Strano il volume come la sua ‘storia’… alcuni libri hanno infatti un destino particolare, legata a sè una storia che li differenzia dagli altri rendendoli praticamente ineguagliabili ed unici.
Ed unico questo testo lo sarà sul serio: per come vedrà la luce, a trent’anni dalla scomparsa dell’autore, ma anche indiscutibilmente per lo ‘stile’ con il quale sono state esposte le basi essenziali della tradizione romana ed, infine, per la mole di intuizioni che accompagnano l’intera esposizione.

Il volume del De Giorgio appartiene a buon  diritto a quella “letteratura della crisi” della quale fu pervasa l’epoca tra i due conflitti mondiali , ne risente in alcune sue pagine della stessa tensione ideale, se ne possono addirittura percepire il frastuono così come, allo stesso modo, è possibile percepirne nitidamente il grido di dolore, quasi un accorato  ultimo appello all’Occidente ‘morente’, che De Giorgio ha lanciato ad una società moderna infausta, infelice, omicida, vuota.

Ricorda Spengler, ma va ben oltre Spengler.

“Noi vorremmo far comprendere agli uomini attuali – scriverà nelle pagine conclusive di questa ‘strana’, intensa, appassionata opera ( che trasuda di un qualcosa che trascende la pura e semplice esposizione, che non scade mai al rango di una banale esposizione dottrinale nè ha niente di ‘accademico’ per poter rischiare di finire incasellata in una qualche ‘scuola’ ); il suo autore – che il ritorno alla Tradizione Romana significa tutto: verità, giustizia, bellezza, felicità, che non si tratta di trasformare il mondo in una indefinita teoria di asceti, ma semplicemente di permettere a ciascuno lo sviluppo normale della sua natura poichè l’unicuique suum tribuere, anche nell’accezione comune ed esterna dell’espressione, significa ridare a ciascuno l’esercizio normale della libertà di cui è degno. L’Occidente moderno ha operato una deplorevole , inumana confusione riducendo la qualità a quantità, facendosi deviare dal veleno democratico e livellatore, mentre la tradizione implica la netta differenza qualitativa perchè si fonda sulla verità a tutti palese della disuguaglianza naturale degli uomini.”.

Chiare, lucide, sacrosante parole.
Questo grido, inascoltato fintanto che tardivamente – troppo tardivamente – il volume non vide la luce in una edizione limitata nel 1973,  rimasto strozzato nella gola dell’autore sarà recuperato da Evola.

Un recupero certamente tardivo, ma non inutile. “La Tradizione Romana” era stato certamente ultimato da De Giorgio almeno all’inizio del 1940, anno fatale per i destini dell’Italia, e De Giorgio prefigurava prima ancora che tutto fosse perduto di andare “al di là del fascismo e dell’antifascismo”, della “politica spicciola”, delle manifestazioni contingenti per recuperare quanto di più reale nel cuore dell’Occidente potesse rappresentare un Principio regolatore: la tradizione romana.

Un’appello che l’autore stesso definisce come una proposta “più vecchia del mondo” ossia restaurare lo “spirito di Roma”.

“La restaurazione che noi proponiamo, riprendendo il pensiero, l’aspirazione e l’ideale di Dante, è un ritorno allo spirito di Roma, non la ripetizione, pura e semplice del passato che sarebbe d’altronde irrealizzabile (…) , ma l’adesione a quei principi eterni di verità che sono contenuti nei Libri Sacri ed espressi dai simboli antichi.”.

Appello lanciato non tanto nè solo per salvare l’Occidente intero dalla catastrofe materiale e contingente del momento nè dalla sua intemperanza o irruenza (che di lì a poco avrebbe dato ennesima riprova con lo scatenamento di un conflitto dal quale niente sarebbe sopravvissuto nè di tradizionale nè tantomeno di realmente europeo restando solo rovine fumanti a far da panorama desolante e sudario insanguinato ad un continente lacerato ed infine disintegrato dai suoi più irriducibili avversari) ; ma dalla sua decadenza spirituale, dal suo vuoto morale, dalla sua secchezza ideale di cui già l’Europa e l’intero mondo occidentale avevano dato ampia dimostrazione.

De Giorgio indica un percorso ed una verità che, nella sua lapalissiana realtà metastorica, può essere alla portata di chiunque sappia vedere: “la vera potenza dell’uomo – scriverà – consiste nella realizzazione della sua natura e origine divina” e per quanto ciò possa sembrare irrealizzabile all’individuo-massificato del XX° secolo, per quanto possa ancora inorridire le menti deboli aduse ad un sentimentalismo fideistico o venir tacciata come pura e semplice blasfemia da una consuetudine bigotta; resta ciononostante una realizzazione possibile.

Non è dato sapere se il libro di De Giorgio sia realmente approdato fino al tavolo del Duce come probabilmente avvenne nè, soprattutto, quale giudizio abbia espresso Mussolini per quest’opera così densa quanto accalorata scritta in un misto di ‘frenesia’ (l’urgenza da ultimo monito) e passione e che, sotto più di un aspetto, doveva così da vicino ricordare l’Evola della seconda metà degli anni Venti, il filosofo di “Imperialismo pagano” e degli articoli per il periodico “La Torre” ; ma certo l’intenzione dell’autore è quella di dare indirizzi generali per un’epoca inquieta dominata dall’istinto, dall’emotività e da quella stessa frenetica velocità dell’agire, dell’azione, del vivere pericolosamente di mussoliniana e fascistissima memoria che – volontariamente o involontariamente che fosse – favoriranno le forze avverse, quelle forze della modernità che avrebbero condotto una titanica e spietata battaglia contro il mondo della tradizione, contro la Tradizione – la sola – ‘occidentale’ rappresentata da Roma e dalla sua aeternitas e , ovviamente, contro il Fascismo che – anche in questo caso deliberatamente o meno, coscientemente o meno –  di questo simbolo, di quest’ideale e di questa realtà metastorica dell’Urbe , della sua forza e potenza, aveva apertamente richiamato il nome cercando di rigenerarne – in maniera confusa certamente, in modo alquanto inappropriato decisamente – simbolo e miti.

De Giorgio propone la fascificazione dell’Europa e dell’Occidente intero quale sola salvezza possibile. E’ il suo monito, il suo appello, la sua utopia , forse.
Ma è un’utopia che ha della logica, del raziocinio, basi di verità. Una fascificazione che vuole andare al di là , molto al di là, di quanto non avessero compreso , o vagamente vagheggiato, Mussolini e la stragrande maggioranza dei dirigenti il movimento fascista: “senza rivoluzioni e senza violenza” sottolineerà il prof. Pietro Di Vona nel suo “Evola e Guènon” (Soc. Editr. Napoletana, Napoli 1985) : una rettificazione che partendo dai Principi Immortali liberasse le energie , rigenerasse gli individui, mutasse il corso della storia e, per De Giorgio, ponesse un limite a quella modernità avvertita come quintessenza di uno spiritto dissolutivo, anti-tradizionale, disintegrante spiriti e etiche, individui e società.

Non casualmente in alcune delle pagine de “La Tradizione Romana” De Giorgio finirà per scagliarsi direttamente contro “la macchina” , espressione “più turpe” , scriverà, del mondo moderno, della caduta senza freni del mondo verso l’irreparabile.

E’ la macchina l’archetipo diabolico che simbolicamente esprime lo spirito della modernità, che ne rappresenta la quintessenza: “precipitato massimo dell’errore, concrezione ultima della catastrofe occidentale” …. “una creatura diabolica, chiusa, cieca, impenetrabile, concrezione tangibile, ispessimento, materializzazione di tutto ciò che nell’uomo è vita, cioè simbolo della Realtà Divina” in  quanto la macchina “è morte e semina morte”.

Per “ricondurre l’Occidente attuale a una normalità da gran tempo scomparsa” De Giorgio fissa nella perenne eredità, nel lascito indelebile, nella aeternitas di Roma quale simbolo e centro tradizionale imperituro, la possibile strada per una restaurazione dell’ordine tradizionale unendo la Roma prisca e arcaica – repubblicana ed imperiale dei Cesari, delle Aquile e dei Fasci Littori, l’Urbe di Giano e della fiamma che – ci confida l’autore – arde ancora nel Tempio di Vesta quale lascito, memoria e monito – alla Roma dei Papi e del Cristo Rex, dei Pontifex i facitori di ponti tra il Cielo e la Terra, gli Eredi di San Pietro, e l’ordinamento feudale medievale dalla Chiesa costruito per secoli.

E’ a questa visione di una Roma doppiamente eterna che De Giorgio guarda e che fanno della sua opera un unicuum che , nel campo degli studi tradizionali, intende tessere una sorta di invisibile fil rounge di congiunzione tra il “paganesimo tradizionalista” evoliano e la sua preminenza alla sfera attivista , all’azione ed alla regalità, alla visione metafisica e di principio guenoniana che privilegiò sempre la sfera contemplativa, la meditazione, il sacerdozio partendo entrambi da identici punti di riferimento, stesse basi dottrinarie e ritrovandosi in convergenti analisi in merito alla crisi del mondo moderno.

De Giorgio passando dall’originaria Tradizione Primordiale delinea le caratteristiche di una autentica società tradizionale, destinando capitoli interi a ordinare le funzioni rispettivamente di sacerdoti, guerrieri e operari finendo per documentarci in una ampia disamina alcuni degli aspetti caratteristici e primordiali, originari, della Tradizione Romana tra i quali il simbolismo bifaciale del Dio Giano e del nome occulto di Roma:  “L’Italia è detta Saturnia perchè in essa sorge e si sviluppa l’ultimo tipo di tradizione occidentale che inizia un nuovo ciclo con Giano simbolo della non dualità dei due ordini, quello divino e quello umano, innestati per così dire sulla stessa radice, ch’è il dio, benchè distinti dalla bifrontalità: Si noti che la duplicità degli aspetti di Giano – qualunque forma essa prenda – Oriente Occidente, passato futuro, pace guerra, apertura chiusura, notte giorno – non decompone l’unità sostanziale della sua divinità e l’essergli consacrato il mese di Gennaio che è la porta dell’anno, mentre per i Romani l’anno cominciava a primavera, mostra che abbiamo qui un riferimento  alla Tradizione Primordiale rappresentata dall’unità dei due aspetti o se si vuole da una terza faccia di Giano che non è visibile, nè può esserlo, in cui si neutralizzano le due visibili.”

Ed ancora: “Il Medio Evo occidentale comprese perfettamente ciò che era realmente Roma e solo colla scissione della seconda tradizione e col costruirsi delle varie nazionalità si smarrì il senso sacro dell’Urbe e l’Occidente s’imbestiò nel particolarismo dei popoli non più accentrati da un segno sovrano; Roma rimase e rimarrà inviolata, gelosamente custodita dal segreto dell’asse bifacile di Giano e i popoli d’Occidente solo a lei tornando prolungheranno ancora il loro crepuscolo che prelude alla notte artica in cui s’estinguerà l’ultimo ciclo. (…) L’universalità della Tradizione Romana consiste in ciò e in null’altro, nella bifrontalità di Giano che è l’unità delle due vie, l’una, dirà Dante, che guida al Paradiso Terrestre e l’altra al Paradiso Celeste: il nome occulto di Roma contenuto nel centro invisibile di Giano è l’unificazione di queste due vie e la risoluzione delle due forme tradizionali nell’asse unico della Tradizione Primordiale.”.

Occorre rileggere Guido De Giorgio qualora si voglia fissare le basi di una dottrina autenticamente tradizionale dell’Occidente….

DAGOBERTO BELLUCCI

Guido De Giorgio , “La Tradizione Romana”, Ediz. “Mediterranee”, Roma 1989 (1.a ediz. 1973).

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Recensione Libraria – Henry Corbin: “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica”

17 Feb

Recensione Libraria – Henry Corbin: “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica”

“La Verità vi renderà liberi”

(Gesù Cristo, Messia dell’Umanità)

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Il volume in questione intende fare luce sulla relazione esistente tra le tre grandi religioni monoteiste (giudaismo, cristianesimo e islam) attraverso una analisi dettagliata della figura del Cristo, il messia atteso dai giudei, come viene presentata nel Vangelo di Barnaba, vangelo nè canonico nè apocrifo riconosciuto da molti autori quale sorta di “vangelo dell’islam” per il suo particolarissimo collegamento rispetto alla visione profetica di Cristo come appare nel Corano.

“Vangelo per i musulmani” il testo delinea e ridà vitalità alla figura del Messia quale profeta: una visione comune alle prime comunità cristiane e per molti secoli diffusissima concezione cristologia tra le diverse chiese cristiane d’Oriente.

L’autore, tra i massimi studiosi dell’Islam particolarmente della sua versione shi’ita, traccia un quadro generale organico passando in rassegna rispettivamente:
a) scritto, origini e storia dell’autore del vangelo in questione;
b) funzioni e ruoli del vangelo di Barnaba quale metaforico ed ideale ‘ponte’ di trasmissione di una sapienza spirituale che unisce il giudeo-cristianesimo , particolarmente quanto accadde nell’area palestinese alle origini della predicazione di Gesù Cristo, all’Islam e specificamente quella che l’autore definisce come “ecumenismo abramico di cui Gerusalemme è la città spirituale”.

Il tema centrale che attraversa tutto il testo di Corbin è quello del riconoscimento del “Verus Propheta” ossia l’identificazione di un Principio universale che si manifesta nelle distinte tradizioni monoteistiche mediante ciò che , per fare un solo esempio, l’Islam identifica con ar-Rùh (lo ‘spirito’) ; l’ebraismo con  la figura di Metatron ed il cristianesimo con il Logos.

Questo Principio metafisico può essere considerato da due punti di vista: “da quello della Verità divina (al-Haqq) e da quello della creazione (al Khalq)”.

I due aspetti del Principio sono complementari l’uno all’altro e – per corrispondenza con la tradizione ebraica – nella Qabbalah sono identificati rispettivamente con la Shekinah e Metatron quali gradi di manifestazione inseparabili per quanto distinti e, prendendo la metafora dei due mari, uniti da un istmo (barzakh) che essi non possono superare e che l’Islam identifica col termine Haqìqat al-haqa’ìq, la Realtà totale intermedia tra l’essere divino ed il cosmos.

E’ al centro di questa realtà totale che deve situarsi la “manifestazione profetica”  identificabile con una delle funzioni di Metatron (considerato quale “autore delle teofanie del mondo sensibile”) dello Spirito Santo o dell’Angelo della Rivelazione coranica Jibril (Gabriele).

Il Vangelo di Barnaba assume dunque la funzione di trade d’union tra gli esoterismi più profondi , l’essenza, delle tre fedi monoteistiche e si innesta nel vasto filone delle cosiddette ricostruzioni critologiche con una propria, specifica, identità che non ha niente a che vedere con i vangeli cosiddetti ‘apocrifi’ (di cui non fa parte) nè con quelli canonici ma trova un suo spazio e piena legittimità anche alla luce delle scoperte archeologiche che – negli ultimi cinquant’anni – hanno aperto nuove strade alla comprensione di ciò che doveva essere il cristianesimo originario (dai testi noti come “rotoli del  Mar Morto” , appartenenti alla comunità essena di Qumràn, fino alla biblioteca coopta di Nag Hammadì).

Il Vangelo in questione viene comunemente fatto risalire ad un unico manoscritto presente alla Biblioteca Nazionale di Vienna , tradotto da non si sa esattamente quale lingua orientale originaria in veneziano e successivamente in numerose altre lingue europee quest’opera mette in luce la profonda conoscenza della teologia giudaica, giudeo-cristiana e , per molti versi, di quella islamica.

Il suo autore, Barnaba, sembra possa esser stato – secondo quanto scrive Luigi Cirillo nella sua tesi  di laurea intitolata “L’Evangile de Barnabè de la Bibliotheque Nationale de Vienne” – Mattia (un apostolo chiamato a sostituire Giuda Iscariota dopo il suo tradimento) e comunque nel prologo si ammette che l’autore, chiunque esso sia, è stato “tra i dodici” e di aver attinto direttamente agli insegnamenti del Cristo travisati o reinterpretati da quanti dovevano custodirne la verità e fra i quali “si trova Paolo, anche lui in errore” in quanto primo responsabile fra coloro che credono e vanno predicando che “Gesù è figlio di Dio”.

La posizione spiccatamente anti-paolina lascia pensare che l’autore del vangelo possa esser stato un membro della cosiddetta “Chiesa di Giacomo”, primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Questa Chiesa si contrapporrà alle false testimonianze prodotte sul Cristo e sulla sua manifestazione da Paolo (Saul) di Tarso al quale fondamentalmente si deve la costituzione del corpo dottrinario sui cui principi sarebbe sorta la Chiesa cattolica o, per essere ancor più chiari, sarà attraverso la predicazione paolina che il cristianesimo si diffonderà per tutto l’Impero di Roma staccandosi radicalmente dalla tradizione giudaica per diventare con Pietro la Chiesa cattolica apostolica d’Occidente: si dovrebbe, d’altronde, parlare di Paolinismo anzichè Cristianesimo considerando la deviazione profonda e radicale prodottasi nella dottrina attraverso la predicazione di san Paolo, la sua apertura verso i “gentili”, l’aver – di fatto – costituito una religione ex novo staccandone essenza e fondamenti rispetto al giudaismo dal quale pure essa era nata.

Sarà da questo iniziale dissidio tra due distinte interpretazioni-versioni della natura del Cristo che si produrranno gli scismi tra le chiese d’occidente e quelle orientali  presenti in Terra Santa e nel Vicino Oriente nei  primi secoli dopo Cristo; e, quasi come reazione o meglio ri-equilibrio – la parusia mohammadica alias l’avvento – nel sesto secolo dopo Cristo – dell’Islam.

Per capire l’importanza del Vangelo di Barnaba occorre riflettere un momento sulla centralità ed il ruolo che svolse la cosiddetta Chiesa di Giacomo, prima comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Il suo vescovo, Giacomo, viene identificato quale “fratello del Signore” ed il fatto stesso che sia l’unico vescovo di questa prima comunità di fedeli lo identifica quale autorità religiosa che deve situarsi al di fuori del gruppo dei Dodici ed al di sopra di questo: designato come Vicarius Christi egli è l’autorità suprema dei fedeli in Cristo  dopo Cristo.

Scrive Corbin: “Ora, come ce la fa conoscere il corpus clementino, la questione che costituiva il punto centrale e decisivo di queste discussioni tenute al Tempio (da Giacomo ndr) , era unicamente di sapere se Gesù fosse o no il Vero Profeta annunciato da Mosè, si ipse esset Propheta quem Moyses praedixit qui est Christus aeternus (se fosse proprio lui il Profeta che Mosè aveva annunciato e che è il Cristo eterno). (…) Tutta la storia sacra, la ierologia dell’umanità ha per asse le forme successive di manifestazioni (non le “reincarnazioni”!) dell’Anthropos celeste, dell’Adamo-Cristo eterno che è il Vero Profeta.  (…) Gnosi e Vero Profeta fanno tutt’uno. Il Vero Profeta è il Dottore di Verità. Riconoscerlo vuol dire porre se stessi in stato di Verità. Bisogna dunque prima di ogni altra cosa cercare il Vero Profeta (così farà ancora Salman Fàrsi nell’Islam). Se Gesù è il Salvatore, è perchè egli è il Dottore di Verità, il Rivelatore, ed è questa, essenzialmente, la cristologia dei giudei-cristiani e degli Ebioniti, presso i quali le “Predicazioni di Pietro” erano coperte da un segreto simile a quello osservato dagli Esseni. Cristologia in contrasto con quella di san Paolo, ma della quale il poco che noi diciamo qui mostra che non era nè antimistica nè antignostica.”.

L’autore ci illumina sulla caratteristica specifica del Vangelo di Barnaba il quale afferma chiaramente come i Dodici siano soltanto “discepoli dei profeti” e non profeti essi stessi ; testimoni che hanno conosciuto il Cristo per averlo udito direttamente non per delle visioni (come accadrà a Paolo che prenderà posto tra i Dodici successivamente alla sua “illuminazione” sulla Via di Damasco) : “ci sono qui, – conclude Corbin – tutti gli elementi dell’antipaolinismo di cui il Vangelo di Barnaba sarà ancora un tardivo ma vigile testimone. E c’è pure tutta la dottrina del Vero Profeta che formerà l’asse della profetologia islamica, specie nella forma shì’ita.”.

Per chiunque intenda ricercare elementi di Verità crediamo di fondamentale importanza il presente studio di Henry Corbin che per spessore e lucidità costituisce un testo essenziale verso quelle rivelazioni più nascoste – esoteriche – di una Sapienza primordiale ed originaria che dall’Adam Kadmon della tradizione originaria giudaica porta direttamente alla parusia islamico-shi’ita imamitico-duodecimana ed alla funzione di “kalki-avatar” e “Guida e Salvatore dell’Umanità”  che spetta a al Mahdì , al muntazar (il ben guidato) della tradizione sciita.

Henry Corbin – “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica” , Edizioni “All’Insegna del Veltro”, Parma 1985.

Recensione Libraria – Pascal Lorot: “Storia della Geopolitica”

13 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –  PASCAL LOROT : “STORIA DELLA GEOPOLITICA”

“Come è impossibile separare la politica pura, in quanto arte, dall’ideologia dell’artista che la realizza; così è impossibile sfuggire alla necessità di misure preparatorie alla geopolitica, cioè la conoscenza delle configurazioni durevoli, determinate dalla terra e legate al suolo, che caratterizzano la formazione, il permanere e la scomparsa della potenza nello spazio; si tratta di una necessaria acquisizione preliminare, di una propedeutica, di una scuola preparatoria per tutti quelli che vogliono cimentarsi in quest’arte.”

( Karl Haushofer, “Utilità della Geopolitik”, Editoriale trasmesso a Radio Berlino nel 1931)

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Quindici anni or sono, tra l’autunno del 2001 e la primavera del 2003 ( nel periodo compreso tra le aggressioni statunitensi all’Afghanistan dei Talebani ed all’Iraq di Saddam Hussein di quel post-11 Settembre che caratterizzerà l’escalation bellicistica dell’amministrazione Bush portando il mondo vicinissimo ad un vero e proprio “clash of civilizations”, lo scontro tra le civiltà prospettato da Samuel Huntingont a metà anni novanta del quale si faranno banditori i settori più oltranzisti dell’arcipelago w.a.s.p. neo-conservatore e sionista della politica mondiale) abbiamo avuto l’occasione, ed il piacere, di usufruire di uno spazio televisivo concessoci dall’emittente “TeleStudio Modena” all’interno del programma di approfondimento culturale denominato “Observer” condotto con intelligente equilibrio e lucida versatilità dal giornalista Tito Taddei.

Abbiamo così centellinato, nel corso di una quindicina di ‘apparizioni’, quelle che Taddei definì come “pillole di geopolitica” ovvero una serie di  analisi relative alla presentazione in chiave geopolitica degli avvenimenti caratterizzanti la politica internazionale di quel periodo storico con una rilettura delle principali teorie dalla politische geographie di Friedrich Ratzel (1844-1904) allo “Stato come forma di vita” (1916) dello svedese Rudolf Kjellen fino alle loro evoluzioni comprese nei concetti di HeartLand del britannico Halford Mackinder (al quale si deve l’intuizione su un “geographical pivot of History”, un perno geografico della storia che lo studioso inglese individuerà nell’Eurasia centrale) , del “Sea Power” (il potere marittimo) sviluppato dall’ammiraglio statunitense Alfred Mahan (1840-1914) e concludendo questa rassegna di studi geopolitici con le teorie dell’americano Nicholas Spykman (1893-1943), del tedesco Karl Haushofer e della sua scuola di Geopolitica e quelle che trovarono spazio nella rivista italiana “Geopolitica – Rassegna di geografia economica, politica, sociale, coloniale” diretta da Giorgio Roletto ed Ernesto Massi e pubblicata tra il 1939 ed il 1942 in periodo fascista.

Il trimestrale di studi geopolitici “Eurasia” era ancora di là da venire, “Limes” esisteva oramai da una decina di anni, gli studi di geopolitica in Italia ancora latitavano ma la “Asterios” Editore di Trieste aveva cominciato con la pubblicazione di alcuni testi (oltre a questo volume del Lorot era già stato pubblicato “Geopolitica e geostrategie delle droghe” dei francesi Labrousse e Koutouzis ed in programma vi erano le edizioni italiane dei testi di Ewa Kuletsza Mietowski “Geopolitica dell’Europa centrale” e di Bruno Tessier “Geopolitica dell’Italia”) che avrebbero aperto una breccia presentando l’abc di quella branca delle scienze internazionali che i diversi Centri Studi strategici di mezzo pianeta tornavano, dopo mezzo secolo, a denominare come “geopolitica”.

Un termine caduto in disuso dopo la seconda guerra mondiale per le pretese e presunte ‘connivenze’ con il Nazionalsocialismo  quando, in realtà, come rileva Lorot nell’introduzione, la geopolitica dagli anni Ottanta stava assumendo un ruolo sempre maggiore ed uno spazio fondamentale nelle relazioni politiche internazionali diventando “la parola chiave di fine secolo, una parola che si ritiene spiegare tutto, compreso quello che non può essere spiegato. Insomma la geopolitica si è rifatta una verginità e si vende bene.”.

Il testo quindi ripercorre un secolo di studi geopolitici, le dottrine ed i loro teorici, le applicazioni in campo internazionale, il ruolo che queste hanno fornito per interventi militari ma anche gli sviluppi contemporanei con il ‘revival’ che la geopolitica ha avuto, dalla seconda metà degli anni Settanta, in ambito sovietico prima e russo poi.

Partiamo dalla definizione che l’autore dà della geopolitica inquadrata come “una metodologia particolare che individua, identifica e analizza i fenomeni conflittuali e le strategie offensive e difensive incentrate sul possesso di un territorio sotto il triplice sguardo dell’influenza dell’ambiente geografico, in senso sia fisico che umano, delle argomentazioni politiche dei contendenti e delle tendenze ponderose e contrastanti della storia.”.

Una definizione che se non esaurisce completamente gli spazi di ‘manovra’ e gli ambiti di intervento della geopolitica sicuramente ne tratteggia efficacemente la funzione.

Così come, d’altronde, è lo stesso Lorot a fornirci una altrettanto chiara visione della genesi storica di questa branca di studi presentandola quale “figlia della geografia” e suo più che naturale complemento grazie soprattutto all’opera del tedesco Friedrich Ratzel il primo autentico studioso capace di applicare al concetto di “anthropogeographie” (titolo di una sua opera del 1882) – ossia l’evoluzione delle civiltà e dei popoli in relazione alla demografia ed alle diverse tecniche di rappresentazione cartografica degli spostamenti umani – ; quelle implicazioni collegate agli spazi ed alla potenza, alle variabili determinate dal dinamismo storico, che saranno condensate nel volume Politische Geographie (1897).

Scriverà Ratzel nel settimo capitolo di quest’opera (‘profeticamente’ intitolato “Il sapere geografico ed etnografico come forza politica” ) che “…l’espansione politica ha un bisogno crescente di elementi intellettuali. E’ sempre più sbagliato considerarla solo la riunificazione forzata di nuove province ai precedenti territori di uno Stato. (…) La cultura geografica ha sempre dimostrato la sua efficacia politica.Si potrebbe citare un numero incalcolabile di azioni fallite a causa di un orizzonte politico-geografico deformato o immaginario, della cattiva conoscenza di un paese e dei suoi abitanti, del suo terreno, del suo clima; ma esistono esempi di progetti politici consapevolmente fondati sulla geografia.”.

“Gli Stati – prosegue Ratzel – appaiono così come formazioni spazialmente delimitate e regolate da fenomeni che la geografia descrive, misura, disegna e compara scientificamente. In tal modo essi si inseriscono nell’insieme dei fenomeni di espansione della vita, della quale costituiscono, per così dire, il vertice.”.

Se queste considerazioni potevano ancora essere frutto di una visione zoologico-evoluzionistica, date le ‘tendenze’ dell’epoca nella quale furono concepite, la loro programmazione dottrinaria sarà ‘organizzata’ dal Ratzel attorno alla centralità del concetto di spazio – der Raum -; nozione-chiave che Pierre-Marie Gallois nella sua opera “Gèopolitique , les voies de la puissance” (Geopolitica, le vie del potere) chiarisce essere determinante per “l’analogia tra lo spazio nutrizionale indispensabile per la vita delle specie vegetali e animali – il loro Lebensraum (spazio vitale) – e l’estensione del territorio, senza la quale un popolo non potrebbe svilupparsi e dare piena dimostrazione delle sue forze vitali.”.

Come scrive Lorot il concetto di Stato per Ratzel è dinamico: “…lo Stato si evolve come un’organismo vivente: nasce, cresce e si sviluppa, raggiunge la maturità, poi invecchia e muore. Come ogni essere vivente lotta per trarre il massimo profitto da risorse limitate. Il Lebensraum non è comunque invariabile: in ‘Die Gesetze des raùmlicher Wachstums der Staaten” (Le leggi dell’espansione spaziale degli Stati, 1901), citato da Gallois, Ratzel considera sette “leggi di espansione” degli Stati:
1) L’estensione degli Stati aumenta con l’avanzare della loro cultura.
2) La crescita spaziale degli Stati si accompagna a varie altre manifestazioni del loro sviluppo: l’ideologia, la produzione, l’attività commerciale, il livello della loro influenza e dei loro sforzi di proselitismo.
3) Gli Stati si espandono assimilando o assorbendo le unità politiche meno importanti.
4) La frontiera è un organo posto alla periferia dello Stato (considerato come un organismo). Grazie alla sua posizione materializza la crescita, la forza e i cambiamenti territoriali dello Stato.
5) Nel procedere alla sua espansione spaziale lo Stato si sforza di assorbire aree importanti per il suo progetto: le coste, i bacini fluviali, le pianure e, in generale, i territori più ricchi.
6) Proviene dall’esterno il primo impulso che spinge lo Stato a espandere il proprio territorio, in quanto è fortemente attratto dalle civiltà inferiori alla propria.
7) La tendenza generale verso l’assimilazione o l’assorbimento delle nazioni più deboli moltiplica le appropriazioni di territori, dando origine a un processo che in un certo senso si autoalimenta.
Le frontiere sono dunque destinate a evolversi: questo è per Ratzel un punto essenziale.”.

Punto fondamentale attorno al quale ruoteranno tutti gli studi geopolitici successivi: così, se estensione e spazio erano per la Geopolitik haushoferiana concetti fondamentali, l’attualità geostrategica post-secondo conflitto mondiale pone nuovi elementi di analisi alle ricerche della geopolitica e nuove sfide ai suoi moderni cultori e studiosi.

Questi elementi rappresenteranno autentiche innovazioni e oggetti di studio essenziali e preliminari dai quali ricavare dottrine coerenti lo sviluppo della politica mondiale.

Tra essi un posto privilegiato lo occuperanno gli studi relativi allo sviluppo ed al possesso delle risorse energetiche e delle materie primarie di fondamentale importanza per il commercio internazionale, l’analisi del ruolo e della funzione deterrente rappresentata dalle nuove armi di distruzione di massa (dalle atomiche ai razzi balistici) che hanno reso meno essenziale nel corso dei decenni l’idea spaziale delle prime scuole geopolitiche.

Le frontiere continueranno a vivere di vita propria, a modificarsi, ad espandersi: questo rimarrà un concetto-chiave della politica internazionale. ma nuove, diverse, saranno le formule analitiche fornite dall’avvento dell’era nucleare e da quella informatica: “il ruolo che può giocare l’armamento atomico sulla scena internazionale – osserva Gallois – è indipendente dall’estensione territoriale degli Stati, dalla posizione che occupano, dalla morfologia, dal clima, dall’importanza numerica della popolazione, cioè dalla maggior parte dei tradizionali criteri di potenza.”

Così se si è andata perdendo quella sorta di “mistica delle frontiere”, che contraddistinse la geopolitica fino al secondo conflitto mondiale, si sono sviluppate progressivamente nuove sintesi, affermate altre dottrine e imposte moderne chiavi di lettura le quali – sebbene non si siano completamente “liberate” degli eccessi della visione unilaterale, troppo ‘propagandistica’ e ideologizzata secondo Lorot, data da Haushofer alla sua Geopolitk ed a quelle altrettanto estremizzanti delle scuole britannica e statunitense pre-belliche della prima metà del XX° secolo – hanno determinato la crescita degli studi geopolitici.

Studi che indubbiamente hanno continuato a nutrirsi delle analisi geografiche – fattori stanziali – applicandole a quelle collegate ai processi politici, agli avvenimenti bellici ed all’evoluzione socio-economica e commerciale delle relazioni tra Stati (fattori dinamici).

Non esiste politica estera pertanto che non si inserisca nel solco dell’analisi geopolitica e che da essa non ricavi informazioni, proiezioni e idee-guida; così, analogamente, qualunque interpretrazione politica dovrà, sempre più in un futuro prossimo, inevitabilmente interagire con la politica globale di un mondo diventato apparentemente più limitato, equidistante, omogeneo.

“La prima virtù della geopolitica – osservava l’americano Colin S. Gray nel suo “The geopolitics of the nuclear Era” (La geopolitica dell’Era nucleare, 1977) – (…) è il focalizzare la sua attenzione sui fattori permanenti e durevoli” mentre il suo connazionale , Saul Cohen, poteva rilevare che “l’essenza della geopolitica è lo studio della relazione esistente tra la politica internazionale e le corrispondenti caratteristiche della geografia.”.

Per concludere questa ricognizione d’analisi sul testo del Lorot niente potrebbe essere più chiaro di ciò che Robert Harkavy scrisse per definire la moderna relazione tra Stati ed il ruolo degli studi geopolitici :
“La geopolitica è la rappresentazione cartografica delle relazioni tra le potenze principali in contrapposizione fra loro.”.

Pascal Lorot , “Storia della Geopolitica” , “Asterios Editore”, Trieste, 1997.