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Recensione Libraria – Moreno Marchi: “I Duri di Parigi – L’ideologia, le riviste, i libri”

8 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –

MORENO MARCHI : “I DURI DI PARIGI – L’IDEOLOGIA, LE RIVISTE, I LIBRI”

“L’intero programma del Francisme si riassume in queste tre parole: fare la rivoluzione. (…) Per noi francisti la rivoluzione non è distruggere per il piacere di appagare le legittime collere, ma è annientare ciò che è divenuto pericoloso per ricostruire qualcosa di completamente nuovo ed utile.”

(Pierre Gaxotte, dal “Candide”  del 7 Aprile 1938)

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Tra le tante espressioni del Nuovo Ordine fascista europeo tra le due guerre mondiali quella del “francismo” , dell’eterogenea e variegata, variopinta e conflittuale, comunità umana e politica dei movimenti che in Francia si richiamarono al Fascismo italiano o al Nazionalsocialismo tedesco, continua ad essere una storia non scritta o, per esser chiari, una storia che è bene non scriversi.

Storia ‘proibita’ della quale, forse troppo frettolosamente, pochi hanno avuto il coraggio di raccontare vicende e personaggi; soprattutto oltralpe dove una cappa di silenziosi remorsi,  ingombranti omertà e vergognose ricostruzioni ‘storiche’ post-belliche hanno preteso annullare l’esperienza politico-militante ed intellettual-culturale che vedrà – in quel lasso di tempo compreso tra la fine della prima e la seconda guerra mondiale – il fior fiore della cultura francese aderire alla visione del mondo fascista, chi guardando al Genio italico mussoliniano chi seguendo l’avvento e le fortune politico-militari dell’odiata, tra i circoli nazionalisti transalpini, Germania; la nemica di ieri ma anche la sola nazione europea capace di ricostruire da una disfatta una nuova forma rivoluzionaria di società organica: gerarchicamente inquadrata e razzialmente uniformata dalle parole d’ordine hitleriane.

Una disfatta, quella tedesca, che non era maturata sul fronte ma dall’interno: complici i politicanti democratici e le istanze culturali e politiche marxistoidi – affioranti da un substrato di tendenzialità informi e caotiche, volontà di rivalsa sociali di natura plebea del Quinto Stato e da quell’invidia sociale che ne caratterizza sempre le dinamiche rivendicativo-populistiche – che avrebbero imperversato per 15 anni in quella Repubblica di Weimar che, per intima essenza e costituzione, non rappresenterà nient’altro che l’imposizione dei diktat stranieri successivamente messi nero su bianco con gli iniqui trattati di Versailles.

La Germania, pugnalata alla schiena dai suoi politicanti democratici e dalla canea social-comunista, avrebbe così subito nell’immediato primo dopoguerra mondiale l’imposizione di usi e costumi, modelli culturali e istituzioni politiche, alieni alla propria tradizione.

Modelli percepiti come estranei al carattere nazionale ed assolutamente involutivi: dall’uomo della strada come dall’opinione pubblica nazionalista recepiti esclusivamente quali strategie di dominio straniere (franco-britanniche e statunitensi) che, mediante l’iniquo sistema sanzionatorio-riparatorio, avrebbero dovuto penalizzare la Germania per decenni, annichilirne l’orgoglio nazionale e progressivamente normalizzarne, mediante una democratizzazione forzata, le ‘pulsioni estremistico-militaristiche’ alle quali sarebbe seguita una fase di livellamento riduzionistico con conseguente castrazione dell’autentica anima germanica (come di fatto avverrà nel secondo dopoguerra mondiale).

Weimar sarà così “la repubblica degli ebrei” – secondo la pubblicistica nazionalsocialista e di ampi settori della destra tedesca -; la repubblica degli interessi borghesi, dei partiti parolai, dei politicanti cialtroni e maggiordomi dei banchieri.

Per comprendere il francisme occorre tenere sempre in mente il rapporto di sinergia esistente tra la Francia, uscita vincitrice dal primo conflitto mondiale ma sfibrata interiormente dal parlamentarismo democratico e da un pacifismo imperante negli anni Venti e Trenta, ed una Germania che gli alchimisti della Società delle Nazioni intesero punire oltremodo ingiustificatamente provocando, attraverso riparazioni astronomiche vampiresche, la reazione nazionalistico-populistica che avrebbe portato (3o gennaio 1933) Adolf Hitler alla Cancelleria.

Una sinergia che risalta in questo scritto di Moreno Marchi edito vent’anni or sono dalle Edizioni del Settimo Sigillo.

Non casualmente nel capitolo introduttivo l’autore cita le parole con le quali il Fuhrer rese omaggio ai molti volontari francesi (militari, politici e intellettuali) accorsi ad ‘arruolarsi’ sotto le bandiere dell’Ordine Nuovo europeo e della Rivoluzione crociuncinata tedesca: “Non ho mai amato la Francia nè i francesi, e non ho mai cessato di proclamarlo. Riconosco che nondimeno tra loro vi sono uomini di valore. E’ indubitale che, nel corso di questi ultimi anni, numerosi francesi hanno giocato con totale sincerità e con grande coraggio la carta dell’Europa. Ciò che prova la buona fede di questi precursori è la barbarie con la quale i loro compatrioti hanno colpito la loro chiaroveggenza e la loro buona fede.” (1).

Marchi ripercorre così e ci presenta l’eterogeneo schieramento del fascismo francese, le sue divisioni, le contraddizioni che spesso ne animavano dirigenti e militanti, i principali autori e le pubblicazioni tenendo ben presente che la “collaborazione” – così come venne a spregio etichettato questo vastissimo spazio politico che saprà raccogliere anime tanto diverse (da un Drieu La Rochelle ad un Celine, da Rebatet a Cousteau, passando per Sachs, De Lesdain, Brasillach, Chardonne e cento e cento altri ancora) – non potè identificarsi tout court con il governo di Vichy nè con il Maresciallo Pètain.

Anzi se qualcosa di caratteristico devesi sottolineare dei movimenti fascisti francesi e più vastamente dell’esperienza del “collaborazionismo” d’oltralpe è questa totale idiosincrasia tra le sue anime, tra i suoi protagonisti, tra le sue linee generali (culturali politiche  sociali): visioni del mondo che abbracciarono l’intero arco ideologico e le diverse posizioni, affatto simili per più di un aspetto, affioranti dalle Rivoluzioni Nazionali europee di quel periodo di crisi che pure costituì l’ultima speranza per l’Europa di mantenere una propria sovranità di fronte ai due imperialismi emergenti d’America e di Russia.

Così ha perfettamente ragione l’autore quando sottolinea che “innumerevoli e sovente inaccordabili furono infatti gli atteggiamenti ed i livelli di engagement fatti propri da romanzieri, saggisti, giornalisti, docenti ecc. nei confronti degli occupanti e della loro dottrina, denotanti tutti una vasta gamma di sfaccettature, andanti dall’adesione entusiastica alla semplice sfumatura diversificante, al vero e proprio opportunismo. La medesima destra, già di per sè alquanto variegata ed assortita, si trovò in alcuni particolari casi addirittura schierata su barricate diametralmente opposte. Basti pensare a Lucien Rebatet – e con lui all’equipe di “Je suis partout”, il giornale più estremistico – convinto assertore di un nazionalismo francese ed a Charles Maurras – e quindi all’Action Francaise – intriso di insopprimibili, virulente pregiudiziali antitedesche, nonostante la piena adesione a Vichy, ed ancora a Georges Bernanos – il duro fustigatore di La grande paura dei benpensanti – esule in Brasile e nemico dichiarato dell’Etat pètainista.”.

A questa divisione ideologica del fascismo francese si sommarono tutte le diversità di quanti provenienti dall’estrema sinistra socialista o comunista confluirono nei ranghi di questo spazio aperto per reazione o rabbia, anticonformismo o ribellismo… si pensi ad un Louis Ferdinand Cèline, l’uomo forse meno inquadrato ed inquadrabile tra gli intellettuali “collabò” , il più incline ad assumere posizioni ‘scandalosamente’ eretiche, il più apertamente capace di fustigare il “mal francese” della sua epoca (non la sifilide ma il quietismo, il buonismo, il falso pacifismo e quelle che ne saranno le più autentiche espressioni ossia la democrazia parlamentare ed il socialcomunismo) ma non si dimentichi la altrettanto possente, lucida e razionale protesta che si leva contro la decadenza di un’intera nazione dalle pagine di un Drieu La Rochelle, dagli scritti di un Rebater, dalla poesia struggente di un Brasillach…

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Tutti, nessuno escluso, gli intellettuali che Marchi passa in rassegna nel suo volume avevano per anni messo in guardia sui rischi che avrebbero lacerato il già necrofilo tessuto sociale francese e lanciato i loro strali principalmente contro le derive accomodanti di certo parlamentarismo democratico incapace di cogliere i ‘segni dei tempi’.

Tempi decisivi. Tempi che indiscutibilmente richiedevano un’azione energica, una mano salda, idee e uomini dal pugno di ferro capaci di lungimiranza strategica; uomini che fossero capaci di andare al di là del loro piccolo interesse privato che si riduceva nel salvare il salvabile di un nazionalismo fuori tempo e fuori luogo che, con la sua costante ‘revanche’ ed il suo odio anti-tedesco ed una miopia politica pericolosissima, avrebbero provocato una volta di più un secondo incendio continentale.

Se una caratteristica può accomunare la galassia di idee, movimenti, riviste e personaggi che Marchi passa in rassegna nelle sue 200 pagine, questo denominatore comune è probabilmente l’adesione rabbiosa che contraddistinge la stragrande maggioranza dei ‘francesi’ diventati fascisti o nazionalsocialisti: molto più evidente che in qualunque altra nazione europea, in Francia il ‘francisme’ è rivoluzionario per reazione alla propria realtà sociale e vestirà i panni di un inquieto spauracchio per le tendenze borghesi, borghesissime fino al midollo, di una modernità avvertita e percepita come opprimente e devastante.

Il fascismo francese sarà essenzialmente ‘anti’: “svirilizzata ed abbrutita – scrive Marchi presentando Cèline – , la Francia è ormai preda di un’inarrestabile decadenza (…) e non è più in grado di trovare nella propria profonda  essenza la determinazione e soprattutto la forza per tirarsene fuori.”

Analisi che ritroviamo nelle parole di Joseph Darnand, il capo della Milizia, che su “La Gerbe” (il periodico fondato da Alphonse de Chàteubriant),  il 1° aprile 1941 così rappresenta la Francia a dieci mesi dalla disfatta del giugno ’40: “In un paese dove tutto si dissolve, dove la crisi morale dà le vertigini, dove si rubano i pacchi destinati ai prigionieri, dove i notabili si arricchiscono al mercato nero e dove gli ufficiali dei pompieri depredano il latte ed il cioccolato dei bambini, la Milizia s’imporrà per la sua fierezza, per la sua drittura, per il suo ascetismo.”.

Una rivolta esistenziale quella di molti fascisti francesi; una ribellione contro il mondo moderno che, per quanto intrisa da autentica rabbia (…”dettata da autentica rabbia” cantava anni fa Michele Fiò…) , non farà mai dimenticare agli intellettuali ‘francisti’ quale fosse la propria identità e contro quale invisibile ma onnipresente muro di omertosa indignazione si muovesse la loro azione volta ad una rigenerazione etica e morale di una nazione che, più che la sconfitta sul campo, era stata piegata e disintegrata dai germi cancrenogeni di una modernità che recava con sè le stimmate della decadenza, dell’ipocrisia, della codardia erette a sistema di potere.

Così Robert Brasillach – quasi ‘presentendo’ quanto sarebbe accaduto quattro anni più tardi – scriveva nel suo “Notre avant-guerre”, raccontando l’atmosfera che si respirava nella redazione di “Je suis partout” (il principale e più venduto organo d’informazione del fascismo francese), : “Procedevamo in una eccitante atmosfera di calunnie e di insulti: venduti a Hitler, venduti a Mussolini, venduti al grande capitale, venduti alle duecento famiglie e al Mikado, divenimmo per i nostri avversari, qualcosa come l’organo ufficiale del fascismo internazionale. Noi però sapevamo che si trattava del giornale della nostra amicizia e del nostro amore per la vita.”

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E se al fianco di questi idealisti della collaborazione si situeranno personaggi al limite della decenza e qualcuno pure oltre (si pensi ad un Maurice Sachs, filo-tedesco esclusivamente per interesse, vero  e proprio informatore della Gestapo e, come scrive Marchi, perfetto rappresentante dell'”aspetto più meschino ed ignobile della Collaborazione”…un essere ripugnante di cui l’autore tratteggia in poche righe un quadro assai poco idiliaco definendolo “Omosessuale, alcolizzato, dedito alle droghe, viziato, amante del lusso e non disdegnante quindi, data la sua scarsità di mezzi finanziari, la truffa, se non addirittura l’autentico furto”) non si devono dimenticare il contegno, la passione politica, l’assoluta cristallina drittura umana e culturale rappresentata dall’epilogo tragico delle vicende personali di un Brasillach o di Drieu La Rochelle e non solo delle loro…

“Georges Suarez, Robert Brasillach, Jean Luchaire, Jean Hèrold-Paquis, Paul Ferdonnet…pagarono la loro colpa con l’esecuzione capitale. La pena di morte inflitta ad Hènri Bèraud, Lucien Rebatet, Pierre-Antoine Cousteau, Claude Jeantet…venne in seguito communata in prigionia, dove ritrovarono Lucien Combelle, Jacques Chardonne, Andrè Algarron , lo stesso Maurras… Vennero condannati in contumacia, in quanto riparati all’estero, Louis-Ferdinand Cèline, Alphonse de Chauteubriant, Alain Laubraux, Abel Bonnard, Marc Augier, Paul Morand…A suo modo scelse l’esilio, un esilio esiziale, Pierre Drieu La Rochelle… Non furono immuni più o meno da serie noie Henry de Montherlant, Jean Anouilh, Marcel Jouhandeau, Jean Giono…”.

Così mentre la crema degli industriali e dei grandi banchieri che avevano collaborato altrettanto palesemente e alacremente con l’occupante francese mettendo i loro stabilimenti e le loro casseforti a disposizioni dei tedeschi non saranno minimamente toccati da alcuna rappresaglia , un’intera elitè di intellettuali e scrittori sarà radiata e costretta ad una ipocrita e spietata damnatio memoriae dai nuovi padroni della Francia post-bellica ri-sbarcati al fianco ed al soldo dei nuovi occupanti, questa volta a stelle e strisce.

“Paragonare l’industriale allo scrittore – scriverà uno dei nuovi intellettuali della nazione ricostruita sul sangue della guerra fratricida e di una epurazione selvaggia, uno tra coloro che scelsero l’America o la Russia sovietica all’Europa – è paragonare Caino al diavolo. Il crimine di Caino si ferma ad Abele. il pericolo del diavolo è senza limite…” ravvisando così nell’attività scrittoria di quanti offrirono il destro ideologico e politico alla Germania hitleriana il male assoluto.

Di fronte a questa esplosione di odio rancoroso e volgare risuonano alte le parole assolutamente schiette, chiare e impavide con le quali Drieu avrebbe scritto quello che sarà una sorta di epitaffio dell’intera Collaborazione o, per dirla con Marchi, “il viatico più drammatico, più commovente e più ineccepibile di una tragica epoca, un accarezzato sogno, un possente ideale”:

“Siate fedeli all’orgoglio della Resistenza, come io sono fedele a quello della Collaborazione. Non barate, come non baro io. Condannatemi a morte.
Nessuna mezza misura. Un tempo era facile pensare, ora è diventato nuovamente un atto difficile. Non fatelo ritornare facile. Si, sono un traditore. Si, ho collaborato con il nemico. Ho offerto la mia intelligenza al nemico. Non è colpa mia se quel nemico non era intelligente.
Si, non sono un patriota qualunque, un nazionalista con il paraocchi: sono un internazionalista.
Non sono soltanto un francese, ma un europeo.
Anche voi lo siete, coscientemente o incoscientemente. Ma abbiam giocato ed io ho perduto.
Esigo la morte.”

Il Fascismo ha una sola colpa, se tale può definirsi: ha giocato una partita mortale per la spartizione del mondo contro la Liberaldemocrazia ed il Comunismo.

La sua colpa è quella di aver perso la guerra.

Ciò e non di meno le  ragioni morali ed etiche, politiche ed economiche, spirituali e geostrategiche che mobilitarono tra le due guerre mondiali milioni di individui sotto le bandiere del Fascismo e delle Rivoluzioni Nazionali non soltanto devono avere una loro legittimità storica e politica ma anche, soprattutto, la loro posizione di Terza Via ideologica (anticapitalistica ed antimarxista, al di là della destra e della sinistra) ha tutto il diritto sacrosanto di rivendicare un posto nella storia recente dell’umanità in quanto, di fronte al crollo fallimentare comunista ad Est ed alla crisi del capitalismo più o meno ‘globalizzato’ imperante in quest’inizio di terzo millennio, sola soluzione e prospettiva di affrancamento per il Vecchio Continente non potrà essere niente al di fuori e niente di diverso rispetto a quel socialismo nazionale propugnato dai ‘collaborazionisti’ francesi.

Un socialismo nazionale antagonista all’Europa delle banche, dei mercanti, dell’alta finanza, dell’usurocrazia e di quelle istituzioni (parlamentarismo e democraticismo) dove questi fattori dissociativi, anti-comunitari e anti-nazionali, prosperano e s’ingozzano ogni giorno di più.

La storia, ancora tutta da scrivere e raccontare, di un’alternativa possibile al New World Order ed alle sue tendenze riduzionistico-omologatrici.

Perchè, piaccia o dispiaccia ai più, non siamo affatto alla “fine della storia”.

Per quanto buie e avvolgenti siano queste tenebre nessuno può impedire all’Europa di sperare in una nuova alba di sovranità e libertà.

Note –

1)  Adolf Hitler, “Die Bormann Vermenke”, (Traduz. italiana “Ultimi Discorsi”, Ediz. di “Ar”, Padova 1988);

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Giano Bifronte – Archetipo divino romano della Tradizione Iperborea

8 Feb

GIANO BIFRONTE – ARCHETIPO DIVINO ROMANO DELLA TRADIZIONE IPERBOREA

« divum empta cante, divum deo supplicate »
( « cantate Lui, il padre degli Dei, supplicate il Dio degli Dei » )

( dal Carmen Saliare )

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Giano (lat. Ianus) viene riconosciuto come Deus Deorum, divinità primigenia della stirpe dei fondatori di Roma (cfr. C. Rutilio, Teoria), è il dio degli inizi – materiali e immateriali – come dimostrano il suo nome e la sua simbologia.

Il nome Janus fa infatti riferimento al concetto di “passaggio” (in latino ‘janua’ vuol dire porta) ed è colui che simbolicamente apre e chiude un periodo.

Solitamente raffigurato con due volti, Janus ha la facoltà di guardare il futuro e il passato ed in quanto dio del ‘passaggio’, divinità “della porta”, può guardare sia all’interno sia all’esterno.A causa di un errore di interpretazione del cosiddetto fegato di Piacenza, si è ritenuto che fosse stato venerato anche presso gli Etruschi con il nome di Ani. Questa ipotesi è stata recentemente messa in discussione.

“Per il suo duplice volto – scrive Claudio Rutilio – ha l’appellativo di Bifrons ed anche di Geminus; Pater in quanto Dio degli Dei; Junonis perchè dà inizio ad ogni mese con le Calende dedicate a Giunone; Consivius come propagatore del genere umano; Quirinus perchè astato; Clusius in quanto chiude e Patulcius in quanto apre alcunchè. Varrone tramanda che nel Carmen Saliere il dio era invocato quale dounos cerus ossia come bonus creator (L.L. 6,29). “Governa ciò che è primo” (prima) mentre Giove ciò che è più alto (summa)” (Ag. DE CIV. D.  7,9)”  (1).

Giano è conosciuto anche come Pater matutinae (Padre del mattino) , in quanto il mattino, l’alba, è l’inizio del giorno e spesso è associato a Vesta, tra tutte le divinità maggiori (Dii Majorum Gentium) quella che ha uno specifico legame all’elemento fuoco ed una funzione di guardiana del focolare domestico  e della famiglia degli Dèi.

Nelle invocazioni rivolte a più divinità non casualmente la serie viene aperta da Giano e chiusa da Vesta: come Giano è Primo, rappresenta l’Inizio, di Vesta si dice che il suo fuoco bruci in eterno).

L’aspetto di Janus che maggiormente viene colto da parte degli studiosi di scienze tradizionali è quello collegato alla sua funzione di aprire e chiudere le porte del ciclo annuale con le chiavi che ne sono una delle caratteristiche ed il principale attributo ricordando come la chiave sia un simbolo ‘assiale’.

Per queste sue specifiche funzioni Janus è probabilmente, tra le divinità della Tradizione Romana, quella che maggiormente conferma l’origine iperborea dell’antica religione prisca della Roma arcaica.

Scrive Guènon: “..i suoi due volti, secondo l’interpretazione corrente, rappresentano rispettivamente il passato e il futuro; ora, questa considerazione del passato e del futuro si ritrova evidentemente per qualsiasi ciclo, come per esempio il ciclo annuale,  quando lo si esamini dall’una o dall’altra delle sue estremità. Da questo punto di vista, d’altronde, è importante aggiungere per completare la nozione del ‘triplice tempo’ che, fra il passato che non è più e il futuro che non è ancora, il vero volto di Giano, quello che guarda il presente, non è, si dice, nè l’uno nè l’altro di quelli visibili. Questo terzo volto, infatti, è invisibile, perchè il presente, nella manifestazione temporale, non è che un istante inafferrabile; ma quando ci si eleva al di sopra delle condizioni della manifestazione transitoria e contingente, il presente contiene invece ogni realtà.” (2).

Comparando la Tradizione Romana e la funzione specifica di Giano all’induismo Guènon osserva come il “terzo volto” celato del dio romano corrisponde all’occhio frontale di Shiva, anch’esso invisibile e non rappresentato da alcun organo corporeo e raffigurante il “senso dell’eternità” (si dice che quest’occhio frontale di Shiva riduca tutto in cenere ossia simbolicamente distrugga qualunque manifestazione) ma come ci precisa lo studioso francese “…quando lo successione è mutata in simultaneità, il temporale nell’atemporale, ogni cosa si ritrova e rimane nell’eterno presente, di modo che l’apparente distruzione è in verità una ‘trasformazione’.”.

Giano è il dio pater, degli Initia e dei Prima, “il portinaio degli dèi superiori ed inferi”, appare come il vero e proprio custode delle due porte dell’anno, funzione questa che, utilizzando un’altra analogia proveniente dalla tradizione indù, si ricollega alla “via degli dèi” (dèva-yàna) e alla “via dei padri” (pitri-yàna) in un contesto calendariale riferito al ciclo lunare e non a quello solare (crf D. Sabbatucci, “La religione di Roma antica”, Ediz. “Il Saggiatore”, Milano 1988).

Angelo Brelich nel suo studio sulla tradizione romana colloca l’immagine di Janus tra le “centrali di tutto il sistema politeistico romano” (crf Angelo Breilich ,  “Tre variazioni romane sul tema delle origini”, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1976) e crediamo non vi siano dubbi al riguardo infatti non solo Giano ha dato il suo nome al mese di gennaio (januarius) che è il primo dell’anno – quello che apre un anno nuovo, un nuovo periodo – ma la sua divinità era legata sia al solstizio d’inverno che a quello d’estate: la sua festività infatti veniva celebrata dai Collegia Fabrorum nei periodi solstiziali.

Le chiavi di Giano pertanto hanno un significato evidente: queste sono chiavi solstiziali che danno accesso alle due metà, una ascendente ed una discendente, del ciclo zodiacale.

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“Giano – prosegue Guènon – , che abbiamo visto apparire come ‘Signore del triplice tempo’ (attributo pure di Shiva nella tradizione indù), è pertanto anche il ‘Signore delle due vie’, di quelle due vie della destra e della sinistra che i pitagorici rappresentavano con la lettera Y e che sono in fondo identiche al dèva-yàna e al pitri-yàna. Si può facilmente comprendere da ciò, come le chiavi di Giano siano in realtà le stesse di quelle che, secondo la tradizione cristiana, aprono e chiudono il ‘Regno dei cieli’ (la via per la quale questo viene raggiunto corrisponde in tal senso al dèva-yàna), tanto più che, sotto un altro profilo, queste due chiavi, una d’oro e l’altra d’argento, erano anche quelle dei ‘grandi misteri’ e dei ‘piccoli misteri’.” (3).

Si tenga presente che la parola sanscrita ‘yàna’ ha la stessa radice del latino ire, e – secondo Cicerone – è da questa radice che deriva il nome di Giano.

Macrobio e Livio aggiungono che Giano presiedeva all’inizio tutti i mesi dell’anno e perciò alle Calende veniva celebrato quale Junonius assieme a Giunone ed è per l’identico motivo che, secondo Ovidio, veniva offerto il dolce chiamato janual durante le Calende di gennaio.

In quanto divinità custode delle chiavi della conoscenza dei grandi e piccoli misteri Giano è una divinità specificamente iniziatica: si consideri che egli presiedeva i Collegia Fabrorum, depositari delle iniziazioni che, come in ogni civiltà tradizionale ortodossa, erano espressamente collegate alla pratica dei mestieri; pratica che è andata trasmettendosi alle corporazioni che in Europa, durante l’intero periodo medievale, hanno conservato le stesse funzioni e lo stesso carattere iniziatico particolarmente quella dei costruttori (la Muratoria).

In quanto custode degli accessi e  delle soglie ( “qui limina servo” dice il dio in Ovid. Fast., 173) Giano è considerato il principale guardiano delle porte dell’Urbe e come tale ha la funzione di protezione della città sacra come riteneva Silio Italico (XII, 703-725) narrando del vano tentativo di Annibale di arrivare a Roma dopo la battaglia di Canne.

Il barbaro invasore venne bloccato dalla misteriosa apparizione di Giano che trascinò con sè tutti gli altri Dèi a protezione della Città Eterna.

Ha scritto Nuccio D’Anna nel suo studio dedicato al dio Giano: “Secondo la tradizione annalistica riportata da Pisone e riferitaci da Varrone (De ling. lat.  , V, 165) fu il re Numa Pompilio a creare il culto di Janus Geminus sull’Argileto, consacrandovi una “statua” del dio e istituendo l’anno nuovo scandito dal ciclo solare.  (…) Ovidio, riassumendo la convinzione profonda dei Romani, dichiara che “nam tibi par nullum Graecia numen habet” , “la Grecia non ha nessun Nume pari a te”, mentre altrove (Fast. I, 247-8) lo rappresenta come il sovrano del Latium, la proiezione “terrena” della sede della felice età primordiale. Ancora sul finire del V secolo d.Cr. , Procopio ( De Bell. Goth.  I, 25) ci attesta la vitalità del culto di Giano raccontandoci un episodio straordinario. Durante l’assedio di Roma da parte dei Goti di Totila, un gruppo di Romani, ripetendo un rituale antichissimo, forzò le porte del tempio di Giano nel Foro “davanti al Senato”, tentando di aprirle, per poi scomparire subito dopo nell’anonimato. E lo storico Gregorovius (Geschichte der Stadt Rom, I, pag. 166 e seg.) aggiunge che gli ignoti autori di quell’antica usanza erano iuvenes, cosa che ci dà la precisa misura dell’esattezza rituale del racconto di Procopio.” (4).

D’Anna ci ripresenta etimologicamente l’importanza ed il ruolo centrale della divinità Giano, citando due autori anglosassoni (l’inglese Cook e l’americano Mackay) , ponendo in risalto come il nome Giano possa essere ricondotto ad un ‘divianus’ dal quale si sarebbero sviluppati i vari ‘Di(v)iana’, ‘dianus’, ‘janus’ , ‘Iana’, ‘Diana’ di cui parla Varrone; tesi che oltre ad avere il pregio di appoggiarsi su fonti antiche giustificherebbe l’identificazione del dio bifronte con il Sole per la sua luminosità insita nel significato del nome.

Un altro storico, il tedesco W. Otto, ribaltò questa tesi nel 1918 , scartando la tesi solare, facendo notare che Janus non fosse assolutamente riconducibile ad un supposto d(i)yeu e sostenendo che la relazione tra nome e funzione del dio Ianus/Ianus (‘la porta’) indicassero non solo due modi di essere e di manifestazione ma anche un unico principio.

“Uno degli attributi più caratteristici di Giano – prosegue D’Anna (5) – è quello di Geminus che si trova in testi significativi come quelli di Livio e Macrobio, ma che è usato specialmente in rapporto al tempio dell’Argileto (…). Tale attribuzione si trova in una quantità di varianti che indicano tutte lo stesso soggetto cultuale: bifrons, biceps, anceps, duplex, imago, biforms, dikèphalos, dipròsopos etc. In uno studio importante G. Capdeville suggerì che l’epiteto potesse trovare collocazione in un riferimento alla funzione di intermediario coperta dal dio, una forma plastico-descrittiva che si riferisce al “passaggio” e all’ “apertura” spazio-temporale, alla cui funzione sono forse da riferirsi anche gli appellativi Patulcius e Clusius alludenti proprio all'”apertura” e alla “chiusura” dei passaggi”.

A proposito della funzione di custodia e protezione di Giano , Livio ricorda come il tempio di Janus sull’Argileto sarebbe stato eretto da Numa Pompilio proprio per questa duplice caratteristica che fa di Giano un dio pacifico e bellicoso; concezione che non casualmente fu opera di Numa ossia il re della Roma prisca originaria che più di ogni altro tra i sette ha svolto un ruolo di regolamentazione dei culti, dei riti e delle festività  cioè colui che, secondo quanto riferì lo storico Piganiol, fu soprattutto un “re-sacerdote” o, per essere più chiari, sintetizzava e metabolizzava in sè tutte le modalità, gli attributi e le funzioni di ogni autentica sovranità tradizionale (il sacerdozio e la regalità).

E’ da sottolineare come Giano abbia evidenti rapporti di similitudine con altre divinità del mondo indoeuropeo così si riscontrano analogie di significato con le divinità gemelle della tradizione indù di Ganeshà e Skanda (rispettivamente il signore della conoscenza e della pace interiore e il patrono delle arti guerriere) mentre si devono a G. Dumezil ed ai suoi studi le migliori ipotesi interpretative e comparative tra il dio bifronte ed altri dei appartenenti ad altre forme tradizionali apparse in Occidente ed in Oriente.

Secondo Dumezil Giano può essere assimilato all’indù Vàyu, il Vento, spesso presente ed invocato assieme al dio guerriero Indra che il Rig-Veda X, 168, 1-4 chiama “re di tutto questo mondo”, “primo nato”, “atman degli dèi” (espressione analoga al ‘principium deorum’ di Settimio Sereno).

Altrettanto significativa la similitudine con il dio indoiranico Vayù che nell’Avesta ha funzioni ‘iniziali’ e guerriere.

Dumezil ha riscontrato analogie di significato tra Giano e la coppia Thor-Heimdallr affini ai vedici Indra-Vàyu; rapporto che secondo Sant’Agostino si riscontra nella coppia Janus-Juppiter allorchè ci ricorda che a Giano appartiene le prima e a Juppiter le summa.

Heimdallr tra l’altro era associato all’ariete quale suo specifico veicolo di manifestazione; lo stesso animale che veniva sacrificato nell’agonium del 9 gennaio, la festa di Giano che “apriva” l’anno liturgico romano.

“Un rito romano – scrive Evola (6) – consisteva nell’aprire, all’inizio di ogni guerra, le porte del tempio di Giano: rito, che è da riportarsi alla concezione sacrale e sovrannaturale che Roma antica, come ogni altra civiltà ariana, aveva della guerra. (…) Aprire le porte del tempio di Giano in guerra era come procedere ad una evocazione elementare, allo scatenamento di forze profonde, sovrannaturali. Entrare in guerra, e mettersi in rapporto con tali forze, per il guerriero e l’eroe era tutt’uno: così a Roma e a Sparta, come fra gli antichi Nordici e fra gli Ariani dell’India. Chi cadeva, celebrava una specie di sacrificio divino, propiziatore di frutti sovrannaturali: mors triumphalis. Il vincitore, d’altra parte, appariva come uno che già da vivo “aveva oltrepassato la soglia”, aveva conseguito, attraverso la gloria, una specie di iniziazione e di interiore rinascita.”.

Note –

1) Claudio Rutilio, “Pax Deorum , La Religione Prisca di Roma”, Ediz. “SeaR”, Scandiano (Reggio Emilia) 1989;

2) Renè Guènon, “Il simbolismo solstiziale di Giano” in “Simboli della Scienza sacra”, Ediz. “Adelphi”, Milano 1990 (Gallimard, Paris 1962);

3) ibidem;

4) Nuccio D’Anna, “Il dio Giano”, Ediz. SeaR”, Scandiano (Reggio Emilia) 1992;

5) ibidem;

6) Julius Evola, “Simboli della tradizione occidentale”, Ediz. “Arktos”, Carmagnola (Torino) 1988:

Recensione Libraria – Renè Guènon: “La Grande Triade”

8 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –
RENE’ GUENON : LA GRANDE TRIADE

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“Il Cielo copre, la Terra sostiene”

L’ultimo libro pubblicato da Renè Guènon nel 1946 rappresenta un piccolo capolavoro di studi comparativi di dottrine tradizionali , riassunto di una vita dedicata ad illuminare l’Occidente sulla metafisica orientale e sulle corrispondenze esistenti tra le diverse forme tradizionali attraverso riti, miti, culti, simbologia, lingue e radici etnico-razziali procedenti da un un’unica Tradizione Primordiale.

In questa ultima ricognizione libraria Guènon esamina la tradizione cinese, e più vastamente Estremo Orientale, prendendo quale soggetto di studio la “grande triade”, il ternario composto da “Cielo, Terra e Uomo” (Tien-ti-jen) comparandone la valenza simbolica con altre dottrine e forme tradizionali.

Sgombrando il campo da qualsiasi equivoco Guènon sottolinea fin dall’inizio come le diverse organizzazioni esoteriche cinesi moderne siano emanazioni di una gerarchia che tende a mantenersi – per le sue specifiche caratteristiche e funzioni – , in particolare in Estremo Oriente, segreta e celata rispetto a ciò che è visibile.

Questa caratteristica estremo orientale è determinata dal principio-guida che predomina nella Tradizione cinese che è quello del “wou-wei” (il “non agire”) che rappresenta l’esatta interpretazione di quella funzione di “motore immobile” che determina senza agire direttamente gli avvenimenti, che presiede asceticamente senza intervenire sulle cose del mondo, che ha funzioni di custodia e di governo invisibili rispetto agli accadimenti contingenti della vita: è una elitè nel vero senso tradizionale, un’elitè per sua stessa natura metafisica e trascendente, quella che accompagna la realtà quotidiana, il dinamismo degli eventi, i movimenti di ogni cosa ma senza parteciparvi.

Una gerarchia che in Estremo Oriente procede dalla influente tradizione taoista  e utilizza elementi esteriori, quasi a copertura della propria stessa esistenza, sia del buddismo che del confucianesimo.

Scrive Guènon: “..dobbiamo insistere un poco sull’utilizzazione di elementi di provenienza buddistica, non tanto perchè sono indubbiamente i più numerosi (e ciò si spiega facilmente data la grande diffusione del Buddismo in Cina e in tutto l’Estremo Oriente), quanto invece perchè tale utilizzazione ha una ragione più profonda che la rende particolarmente interessante e senza la quale, in verità forse non sarebbe avvenuta una simile diffusione del Buddismo. Non sarebbe difficile trovare molteplici esempi di tale utilizzazione (…) , ce n’è almeno uno chiarissimo che non verte su semplici dettagli: è l’uso del simbolo del “Loto Bianco” nella denominazione dell’altra organizzazione estremo orientale … In effetti Pe-lien-che o Pe-lien-tsong, nome di una scuola buddistica, e Pe-lien-kiao o Pe-lien-houei , nome  dell’organizzazione di cui stiamo parlando, designano due cose completamente diverse; ma, nell’adozione di tale nome da parte di questa organizzazione emanata dal Taoismo , c’è una specie di equivoco intenzionale, come in certi riti dall’aspetto buddistico o anche nelle “leggende” in cui quasi costantemente hanno una parte più o meno importante dei monaci buddisti.  Da un esempio come questo risulta abbastanza chiaro come il Buddismo possa servira da “copertura” al Taoismo e come in tale modo esso abbia potuto evitare a quest’ultimo di esteriorizzarsi più di quanto non sarebbe stato lecito ad una dottrina che, per definizione, deve sempre essere riservata a una ristretta èlite.”

Il buddismo come  elemento intermedio tra Taoismo e Confucianesimo , con influenze sostanziali taoiste su alcune scuole buddiste cinesi quali la Tchan  (trascrizione cinese della parola sanscrita Dhydna, “contemplazione” e nota ai più con il nome di Zen, forma giapponese della stessa parola).

Questa esigenza taoistica di mantenersi in una posizione celata agli occhi dei profani procede dalla natura stessa, fondamentalmente esoterica, del Taoismo il quale , come il Confucianesimo su un piano “essoterico” e sociale, non ha apportato sostanziali innovazioni ed entrambi si presentano come “riadattamenti” che si sono resi necessari da determinate condizioni storiche di modo che, entrambi su piani distinti, abbiano conservato fino ai giorni nostri la purezza dei principi e della dottrina tradizionali dai quali procedono.

Dopo aver eliminato qualsiasi possibile equivoco su inesistenti comparazioni tra Grande Triade cinese e Trinità cristiana (equivoci creati ad arte vuoi dalla sommaria ignoranza occidentali della metafisica orientale vuoi per quella specifica attitudine occidentale di riportare qualunque termine di paragone alla propria forma tradizionale o quantomeno alla propria mentalità, considerando lo stato di completa dissoluzione di qualsivoglia ordine tradizionale nell’Occidente moderno); assimilazioni abusive che hanno interessato altre forme tradizionali e, fra le altre, la Trimurti indù; Guènon passa oltre a descrivere la funzione del ternario in questione.

“Come vedremo più esaurientemente in seguito – scrive Guènon – , la Triade estremo-orientale appartiene al genere di ternari costituiti da due termini complementari e da un terzo termine che è il prodotto dell’unione dei primi due o, se si vuole, della loro reciproca azione e reazione.”

Questi termini sono appunto Cielo, Terra e Uomo dove quest’ultimo termine deve essere posto com’è, in relazione ai primi due, e considerato principalmente come il prodotto o la risultante dei loro reciproci influssi divenendo “in virtù della duplice natura che gli viene dall’uno o dall’altra,  (…)  il termine mediano o “mediatore”  che li unisce e che, secondo un simbolismo sul quale torneremo ancora, costituisce per così dire il “ponte” gettato fra loro.”.

Enunciati nell’ordine tipico della tradizione estremo-orientale l’Uomo diviene così il “Figlio del Cielo e della Terra”  e ciò si comprende perfettamente se si considera che, la nota formula tradizionale “Il Cielo copre, la Terra sostiene” ci da chiaramente la chiara percezione e illustra perfettamente la funzione di questi due principi complementari.

Infatti è manifesto il carattere che entrambi rivestono nella tradizione estremo-orientale come in quella indù in quanto il Cielo ha una posizione superiore, la Terra inferiore; per essere più precisi dobbiamo riferirci ai loro ruoli e funzioni: il ruolo “non agente” dell’attività del Cielo (o di Purushà secondo la tradizione indù) e quello “passivo” della Terra (o di Prakriti) la quale funge quale ‘terreno’ o supporto di manifestazione.

“Nell’Universale, e visti dal lato del loro principio comune, il Cielo e la Terra si assimilano rispettivamente alla “perfezione attiva” (Khien) e alla “perfezione passiva” (Khouen) nessuna delle quali, peraltro, è la Perfezione in senso assoluto…”

In qualsiasi caso li si voglia considerare essi rappresentano un principio attivo ed uno passivo o, tra i simbolismi più spesso utilizzati, un principio maschile ed un principio femminile e , in quanto tali, il loro è un modello di complementarismo per eccellenza e simbolicamente si situano uno verticalmente (il Cielo) ed uno orizzontalmente (la Terra).

E’ il motivo per il quale nella tradizione cinese è detto che l’asse verticale è chiamato anche “la via del cielo”  (Tien-Tao).

Questa complementarità si ritrova per esempio nei simboli maggiormente utilizzati per esprimere questi due principi: il cerchio per il Cielo e il quadrato per la Terra; immagine che si ritrova anche nelle monete cinesi e su certe tavolettte rituali.
“E’ detto ancora che il Cielo – prosegue Guènon – , il quale avvolge o abbraccia tutte le cose, presenta al Cosmo una faccia interna e la Terra, che le sostiene presenta una faccia “dorsale” , cioè esterna” assimilazione che riuscirebbe evidente immediatamente in una lingua come l’arabo dove il ventre è el-batn e l’interno el- bàten, la schiena ez-zahr e l’esterno ez-zàher.

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Nella sfera cosmologica la tradizione estremo-orientale presenta i due principi del Yang e Yin che rappresentano come il Cielo e la Terra rispettivamente i due aspetti/principi maschile (positivo e attivo) e femminile (negativo e passivo).

“Queste due categorie – prosegue Guènon – si ricollegano simbolicamente alla luce e all’ombra: in tutte le cose, il lato luminoso è yang e il lato oscuro è Yin; ma, dato che l’uno è inseparabile dall’altro, essi appaiono più come complementari che come opposti” e, avverte il filosofo francese che non si dovrebbe mai interpretare questa distinzione tra luce e ombra nei termini di “bene” e “male” come avviene in altre tradizioni come, per esempio, nel Mazdeismo.

I due principi, yang e yin, sono in Cina e più vastamente in Estremo Oriente applicati in tutte le scienze tradizionali: così se hanno corrispettivi nella geografia (Yang è il lato sud di una montagna che è anche il lato nord di una valle o di un fiume , Yin il suo inverso) non meno importanza essi rivestono nella medicina tradizionale cinese interamente basata sui due Principi in oggetto che determina ogni malattia dell’uomo come una mancanza di equilibrio, uno stato di squilibrio, derivato da un eccesso di uno dei due termini rispetto all’altro e, come ‘diagnosi’ auspica il rafforzamento del termine in difetto per ristabilire l’equilibrio.

I due principi si riflettono chiaramente nell’essere umano: l’aspetto Yang è quanto vi è di “essenziale” e spirituale , l’aspetto Yin è quanto di “sostanziale” definito da Guènon come “l’oscura radice di ogni esistenza”: per questi motivi il carattere maschile o femminile di un individuo può essere definibile come il predominio dell’uno o l’altro, influenza che determina il ‘tipo’ umano e che, semplicemente da queste brevi note, lascia intravedere le conseguenze deducibili da questa applicazione dei suddetti principi e  l’importanza che esse possono presentare per tutte le scienze collegate allo studio della natura umana ed i più diversi punti di vista con i quali può essere affrontabile questa branchia essenziale di studi.

Guènon sottolinea come questi termini siano stati utilizzati dalla Massoneria che, in una sua nota formula, dichiara che l’iniziato deve “saper scoprire la luce nelle tenebre” (lo yang nello yin) e “le tenebre nella luce” (lo yin nello yang).

In merito occorre sottolineare come i principi Yang e Yin abbiano una loro complementarità con la formula ermetica del “solve et coagula” ritenuta principiale dell’intero processo di manifestazione universale mediante le due fasi di coagulazione e soluzione ermetiche.

Il termine solve viene così a rappresentare simbolicamente il Cielo mentre il termine coagula rappresenta la Terra “ciò significa – scrive Guènon – che essi si assimilano alle azioni della corrente ascendente e della corrente discendente della forza cosmica o, in altre parole, alle rispettive azioni dello yang e dello yin. Ogni forza di espansione è yang, e ogni forza di contrazione è yin; le “condensazioni” che danno origine ai composti individuali, procedono quindi dagli influssi terrestri e le “dissipazioni” che riconducono gli elementi di tali composti ai loro principi originari, procedono dagli influssi celesti; sono, se vogliamo, gli effetti delle rispettive attrazioni del Cielo e della Terra.”.

La dualità dei due principi Yang e Yin si ritrova anche nel campo dei numeri : secondo lo Yi-king i numeri dispari corrispondono allo yang, cioè sono maschili o attivi, mentre i pari corrispondono allo yin ossia femminili e passivi. Una corrispondenza che si riscontra in tutte le dottrine tradizionali e ,in Occidente, particolarmente nota soprattutto attraverso il Pitagorismo.

“Ora – avverte Guènon in proposito – bisogna far bene attenzione al fatto che qui l’unità, essendo propriamente il principio del numero, non viene a sua volta calcolata come un numero; in realtà, ciò che essa rappresenta non può che essere anteriore alla distinzione tra il Cielo e la Terra, e infatti abbiamo già visto come essa corrisponda al loro comune principio Tai-ki, l’Essere identico all’Unità metafisica stessa. Perciò, se il 2 è il primo numero pari, come primo numero dispari sarà considerato il 3 e non l’uno; di conseguenza il 2 è il numero della Terra e il 3 il numero del Cielo; (…) dal momento che il 2 viene prima del 3 nella serie dei numeri, la Terra sembra venire prima del Cielo, allo stesso modo in cui lo yin appare prima dello yang; si ritrova così in questa corrispondenza numerica un’altra espressione, in sostanza equivalente, dello stesso punto di vista cosmologico di cui abbiamo parlato in precedenza a proposito dello yin e dello yang.”.

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Principi che esercitano una loro influenza sugli individui e hanno una loro determinazione che ritroviamo nella formula iniziatica comune a tutte le dottrine tradizionali che recita “il Cielo è suo padre, la Terra è sua madre” in relazione all’Uomo e ai suoi rapporti con i due principi e termini.

Formula che si applica propriamente agli iniziati, all’uomo “vero” o il “risvegliato” della tradizione buddistica, o l’illuminato: chi viene chiamato, e ne ha i mezzi e le qualifiche, a realizzare pienamente tutte le proprie possibilità (di questi aspetti Guènon parla ampiamente nel suo studio “Apercus sur l’Initiation”).

Infine diamo un rapido esame al capitolo XVI.mo del volume dedicato alla “Grande Triade” che si occupa del “Ming Tang” nel quale, dopo aver analizzato la suddivisione in nove province della Cina nel periodo compreso intorno alla fine del terzo millennio avanti Cristo, Guènon ci illustra schematicamente a quali piani fosse dovuta tale sistematica divisione geopolitica dello spazio imperiale cinese.

“…la provincia centrale, (…) dove risiedeva l’Imperatore, era chiamata “Regno di Mezzo” (Tchoung-kuo)  – di cui si ha analogia nel regno di Mide o “del Mezzo”  dell’antica tradizione irlandese ndr – ,  (…) come il “Regno di Mezzo” occupava nell’Impero una posizione centrale, allo stesso Impero , fin dall’inizio, si poteva far occupare nel mondo una posizione analoga; e questo sembra proprio risultare dal fatto che esso fosse costituito in modo da formare, (…), un’immagine dell’Universo.”.

La centralità dell’Imperatore risulta così equivalente a quella dell'”uomo vero” e la sua funzione altrettanto equivalente lo rende il naturale “mediatore” fra il Cielo e la Terra (il Pontifex = facitore di ponti, della Tradizione cristiano-cattolica).

“Di fatto – commenta Guènon – non dobbiamo stupirci di questa posizione “centrale” attribuita all’Impero cinese rispetto al mondo intero; di fatto, fu sempre così per ogni paese in cui esistesse il centro spirituale di una tradizione. Tale centro, infatti, era una emanazione o un riflesso del centro spirituale supremo, ossia del centro della Tradizione primordiale da cui derivano per adattamento a particolari circostanze di tempo e di luogo, tutte le forme tradizionali regolari… (…) Per questo il paese che possedeva un tale centro spirituale, qualunque fosse, era in virtù di ciò una “Terra Santa” e, in quanto tale, era designato simbolicamente da appellativi quali “Centro del Mondo” o “Cuore del Mondo”…”.

Non ci dilungheremo ulteriormente su quest’opera di Guènon che riassume quarant’anni di studi e ricerche tradizionali, prende in esame e passa in rassegna i diversi aspetti della tradizione cinese ed estremo-orientale e fornisce ulteriori dati comparativi e di corrispondenza tra le diverse forme e dottrine tradizionali d’Oriente e d’Occidente.

Dal yin e yang alla doppia spirale, dal solve et coagula alchemico ai numeri celesti e terrestri, dai rapporti tra l’essere e l’ambiente circostante all’autorità sacerdotale e a quella regale, dall’Invariabile Mezzo al simbolismo massonico della squadra e del compasso passando per la ruota cosmica ed il simbolismo del Cielo e della Terra; Guènon ci illumina alcuni dei tanti aspetti della Tradizione e  come un faro sicuro ce ne svela ruoli, funzioni, valenza e complementarità rendendo immagini e simboli, miti e riti, intelleggibili anche ad occhi ‘profani’  – se non nella loro essenza quantomeno nella loro esteriorità – e trasparenti con poche e decisive parole riflesso discorsivo di un sapere iniziatico e di una conoscenza che non ha tempo nè confini e delle quali ci è dato un piccolo assaggio in queste poche, intense, profonde pagine.

Renè Guènon, “La Grande Triade”, Edizioni “Adelphi”, Milano 1980;