Giano Bifronte – Archetipo divino romano della Tradizione Iperborea

8 Feb

GIANO BIFRONTE – ARCHETIPO DIVINO ROMANO DELLA TRADIZIONE IPERBOREA

« divum empta cante, divum deo supplicate »
( « cantate Lui, il padre degli Dei, supplicate il Dio degli Dei » )

( dal Carmen Saliare )

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Giano (lat. Ianus) viene riconosciuto come Deus Deorum, divinità primigenia della stirpe dei fondatori di Roma (cfr. C. Rutilio, Teoria), è il dio degli inizi – materiali e immateriali – come dimostrano il suo nome e la sua simbologia.

Il nome Janus fa infatti riferimento al concetto di “passaggio” (in latino ‘janua’ vuol dire porta) ed è colui che simbolicamente apre e chiude un periodo.

Solitamente raffigurato con due volti, Janus ha la facoltà di guardare il futuro e il passato ed in quanto dio del ‘passaggio’, divinità “della porta”, può guardare sia all’interno sia all’esterno.A causa di un errore di interpretazione del cosiddetto fegato di Piacenza, si è ritenuto che fosse stato venerato anche presso gli Etruschi con il nome di Ani. Questa ipotesi è stata recentemente messa in discussione.

“Per il suo duplice volto – scrive Claudio Rutilio – ha l’appellativo di Bifrons ed anche di Geminus; Pater in quanto Dio degli Dei; Junonis perchè dà inizio ad ogni mese con le Calende dedicate a Giunone; Consivius come propagatore del genere umano; Quirinus perchè astato; Clusius in quanto chiude e Patulcius in quanto apre alcunchè. Varrone tramanda che nel Carmen Saliere il dio era invocato quale dounos cerus ossia come bonus creator (L.L. 6,29). “Governa ciò che è primo” (prima) mentre Giove ciò che è più alto (summa)” (Ag. DE CIV. D.  7,9)”  (1).

Giano è conosciuto anche come Pater matutinae (Padre del mattino) , in quanto il mattino, l’alba, è l’inizio del giorno e spesso è associato a Vesta, tra tutte le divinità maggiori (Dii Majorum Gentium) quella che ha uno specifico legame all’elemento fuoco ed una funzione di guardiana del focolare domestico  e della famiglia degli Dèi.

Nelle invocazioni rivolte a più divinità non casualmente la serie viene aperta da Giano e chiusa da Vesta: come Giano è Primo, rappresenta l’Inizio, di Vesta si dice che il suo fuoco bruci in eterno).

L’aspetto di Janus che maggiormente viene colto da parte degli studiosi di scienze tradizionali è quello collegato alla sua funzione di aprire e chiudere le porte del ciclo annuale con le chiavi che ne sono una delle caratteristiche ed il principale attributo ricordando come la chiave sia un simbolo ‘assiale’.

Per queste sue specifiche funzioni Janus è probabilmente, tra le divinità della Tradizione Romana, quella che maggiormente conferma l’origine iperborea dell’antica religione prisca della Roma arcaica.

Scrive Guènon: “..i suoi due volti, secondo l’interpretazione corrente, rappresentano rispettivamente il passato e il futuro; ora, questa considerazione del passato e del futuro si ritrova evidentemente per qualsiasi ciclo, come per esempio il ciclo annuale,  quando lo si esamini dall’una o dall’altra delle sue estremità. Da questo punto di vista, d’altronde, è importante aggiungere per completare la nozione del ‘triplice tempo’ che, fra il passato che non è più e il futuro che non è ancora, il vero volto di Giano, quello che guarda il presente, non è, si dice, nè l’uno nè l’altro di quelli visibili. Questo terzo volto, infatti, è invisibile, perchè il presente, nella manifestazione temporale, non è che un istante inafferrabile; ma quando ci si eleva al di sopra delle condizioni della manifestazione transitoria e contingente, il presente contiene invece ogni realtà.” (2).

Comparando la Tradizione Romana e la funzione specifica di Giano all’induismo Guènon osserva come il “terzo volto” celato del dio romano corrisponde all’occhio frontale di Shiva, anch’esso invisibile e non rappresentato da alcun organo corporeo e raffigurante il “senso dell’eternità” (si dice che quest’occhio frontale di Shiva riduca tutto in cenere ossia simbolicamente distrugga qualunque manifestazione) ma come ci precisa lo studioso francese “…quando lo successione è mutata in simultaneità, il temporale nell’atemporale, ogni cosa si ritrova e rimane nell’eterno presente, di modo che l’apparente distruzione è in verità una ‘trasformazione’.”.

Giano è il dio pater, degli Initia e dei Prima, “il portinaio degli dèi superiori ed inferi”, appare come il vero e proprio custode delle due porte dell’anno, funzione questa che, utilizzando un’altra analogia proveniente dalla tradizione indù, si ricollega alla “via degli dèi” (dèva-yàna) e alla “via dei padri” (pitri-yàna) in un contesto calendariale riferito al ciclo lunare e non a quello solare (crf D. Sabbatucci, “La religione di Roma antica”, Ediz. “Il Saggiatore”, Milano 1988).

Angelo Brelich nel suo studio sulla tradizione romana colloca l’immagine di Janus tra le “centrali di tutto il sistema politeistico romano” (crf Angelo Breilich ,  “Tre variazioni romane sul tema delle origini”, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1976) e crediamo non vi siano dubbi al riguardo infatti non solo Giano ha dato il suo nome al mese di gennaio (januarius) che è il primo dell’anno – quello che apre un anno nuovo, un nuovo periodo – ma la sua divinità era legata sia al solstizio d’inverno che a quello d’estate: la sua festività infatti veniva celebrata dai Collegia Fabrorum nei periodi solstiziali.

Le chiavi di Giano pertanto hanno un significato evidente: queste sono chiavi solstiziali che danno accesso alle due metà, una ascendente ed una discendente, del ciclo zodiacale.

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“Giano – prosegue Guènon – , che abbiamo visto apparire come ‘Signore del triplice tempo’ (attributo pure di Shiva nella tradizione indù), è pertanto anche il ‘Signore delle due vie’, di quelle due vie della destra e della sinistra che i pitagorici rappresentavano con la lettera Y e che sono in fondo identiche al dèva-yàna e al pitri-yàna. Si può facilmente comprendere da ciò, come le chiavi di Giano siano in realtà le stesse di quelle che, secondo la tradizione cristiana, aprono e chiudono il ‘Regno dei cieli’ (la via per la quale questo viene raggiunto corrisponde in tal senso al dèva-yàna), tanto più che, sotto un altro profilo, queste due chiavi, una d’oro e l’altra d’argento, erano anche quelle dei ‘grandi misteri’ e dei ‘piccoli misteri’.” (3).

Si tenga presente che la parola sanscrita ‘yàna’ ha la stessa radice del latino ire, e – secondo Cicerone – è da questa radice che deriva il nome di Giano.

Macrobio e Livio aggiungono che Giano presiedeva all’inizio tutti i mesi dell’anno e perciò alle Calende veniva celebrato quale Junonius assieme a Giunone ed è per l’identico motivo che, secondo Ovidio, veniva offerto il dolce chiamato janual durante le Calende di gennaio.

In quanto divinità custode delle chiavi della conoscenza dei grandi e piccoli misteri Giano è una divinità specificamente iniziatica: si consideri che egli presiedeva i Collegia Fabrorum, depositari delle iniziazioni che, come in ogni civiltà tradizionale ortodossa, erano espressamente collegate alla pratica dei mestieri; pratica che è andata trasmettendosi alle corporazioni che in Europa, durante l’intero periodo medievale, hanno conservato le stesse funzioni e lo stesso carattere iniziatico particolarmente quella dei costruttori (la Muratoria).

In quanto custode degli accessi e  delle soglie ( “qui limina servo” dice il dio in Ovid. Fast., 173) Giano è considerato il principale guardiano delle porte dell’Urbe e come tale ha la funzione di protezione della città sacra come riteneva Silio Italico (XII, 703-725) narrando del vano tentativo di Annibale di arrivare a Roma dopo la battaglia di Canne.

Il barbaro invasore venne bloccato dalla misteriosa apparizione di Giano che trascinò con sè tutti gli altri Dèi a protezione della Città Eterna.

Ha scritto Nuccio D’Anna nel suo studio dedicato al dio Giano: “Secondo la tradizione annalistica riportata da Pisone e riferitaci da Varrone (De ling. lat.  , V, 165) fu il re Numa Pompilio a creare il culto di Janus Geminus sull’Argileto, consacrandovi una “statua” del dio e istituendo l’anno nuovo scandito dal ciclo solare.  (…) Ovidio, riassumendo la convinzione profonda dei Romani, dichiara che “nam tibi par nullum Graecia numen habet” , “la Grecia non ha nessun Nume pari a te”, mentre altrove (Fast. I, 247-8) lo rappresenta come il sovrano del Latium, la proiezione “terrena” della sede della felice età primordiale. Ancora sul finire del V secolo d.Cr. , Procopio ( De Bell. Goth.  I, 25) ci attesta la vitalità del culto di Giano raccontandoci un episodio straordinario. Durante l’assedio di Roma da parte dei Goti di Totila, un gruppo di Romani, ripetendo un rituale antichissimo, forzò le porte del tempio di Giano nel Foro “davanti al Senato”, tentando di aprirle, per poi scomparire subito dopo nell’anonimato. E lo storico Gregorovius (Geschichte der Stadt Rom, I, pag. 166 e seg.) aggiunge che gli ignoti autori di quell’antica usanza erano iuvenes, cosa che ci dà la precisa misura dell’esattezza rituale del racconto di Procopio.” (4).

D’Anna ci ripresenta etimologicamente l’importanza ed il ruolo centrale della divinità Giano, citando due autori anglosassoni (l’inglese Cook e l’americano Mackay) , ponendo in risalto come il nome Giano possa essere ricondotto ad un ‘divianus’ dal quale si sarebbero sviluppati i vari ‘Di(v)iana’, ‘dianus’, ‘janus’ , ‘Iana’, ‘Diana’ di cui parla Varrone; tesi che oltre ad avere il pregio di appoggiarsi su fonti antiche giustificherebbe l’identificazione del dio bifronte con il Sole per la sua luminosità insita nel significato del nome.

Un altro storico, il tedesco W. Otto, ribaltò questa tesi nel 1918 , scartando la tesi solare, facendo notare che Janus non fosse assolutamente riconducibile ad un supposto d(i)yeu e sostenendo che la relazione tra nome e funzione del dio Ianus/Ianus (‘la porta’) indicassero non solo due modi di essere e di manifestazione ma anche un unico principio.

“Uno degli attributi più caratteristici di Giano – prosegue D’Anna (5) – è quello di Geminus che si trova in testi significativi come quelli di Livio e Macrobio, ma che è usato specialmente in rapporto al tempio dell’Argileto (…). Tale attribuzione si trova in una quantità di varianti che indicano tutte lo stesso soggetto cultuale: bifrons, biceps, anceps, duplex, imago, biforms, dikèphalos, dipròsopos etc. In uno studio importante G. Capdeville suggerì che l’epiteto potesse trovare collocazione in un riferimento alla funzione di intermediario coperta dal dio, una forma plastico-descrittiva che si riferisce al “passaggio” e all’ “apertura” spazio-temporale, alla cui funzione sono forse da riferirsi anche gli appellativi Patulcius e Clusius alludenti proprio all'”apertura” e alla “chiusura” dei passaggi”.

A proposito della funzione di custodia e protezione di Giano , Livio ricorda come il tempio di Janus sull’Argileto sarebbe stato eretto da Numa Pompilio proprio per questa duplice caratteristica che fa di Giano un dio pacifico e bellicoso; concezione che non casualmente fu opera di Numa ossia il re della Roma prisca originaria che più di ogni altro tra i sette ha svolto un ruolo di regolamentazione dei culti, dei riti e delle festività  cioè colui che, secondo quanto riferì lo storico Piganiol, fu soprattutto un “re-sacerdote” o, per essere più chiari, sintetizzava e metabolizzava in sè tutte le modalità, gli attributi e le funzioni di ogni autentica sovranità tradizionale (il sacerdozio e la regalità).

E’ da sottolineare come Giano abbia evidenti rapporti di similitudine con altre divinità del mondo indoeuropeo così si riscontrano analogie di significato con le divinità gemelle della tradizione indù di Ganeshà e Skanda (rispettivamente il signore della conoscenza e della pace interiore e il patrono delle arti guerriere) mentre si devono a G. Dumezil ed ai suoi studi le migliori ipotesi interpretative e comparative tra il dio bifronte ed altri dei appartenenti ad altre forme tradizionali apparse in Occidente ed in Oriente.

Secondo Dumezil Giano può essere assimilato all’indù Vàyu, il Vento, spesso presente ed invocato assieme al dio guerriero Indra che il Rig-Veda X, 168, 1-4 chiama “re di tutto questo mondo”, “primo nato”, “atman degli dèi” (espressione analoga al ‘principium deorum’ di Settimio Sereno).

Altrettanto significativa la similitudine con il dio indoiranico Vayù che nell’Avesta ha funzioni ‘iniziali’ e guerriere.

Dumezil ha riscontrato analogie di significato tra Giano e la coppia Thor-Heimdallr affini ai vedici Indra-Vàyu; rapporto che secondo Sant’Agostino si riscontra nella coppia Janus-Juppiter allorchè ci ricorda che a Giano appartiene le prima e a Juppiter le summa.

Heimdallr tra l’altro era associato all’ariete quale suo specifico veicolo di manifestazione; lo stesso animale che veniva sacrificato nell’agonium del 9 gennaio, la festa di Giano che “apriva” l’anno liturgico romano.

“Un rito romano – scrive Evola (6) – consisteva nell’aprire, all’inizio di ogni guerra, le porte del tempio di Giano: rito, che è da riportarsi alla concezione sacrale e sovrannaturale che Roma antica, come ogni altra civiltà ariana, aveva della guerra. (…) Aprire le porte del tempio di Giano in guerra era come procedere ad una evocazione elementare, allo scatenamento di forze profonde, sovrannaturali. Entrare in guerra, e mettersi in rapporto con tali forze, per il guerriero e l’eroe era tutt’uno: così a Roma e a Sparta, come fra gli antichi Nordici e fra gli Ariani dell’India. Chi cadeva, celebrava una specie di sacrificio divino, propiziatore di frutti sovrannaturali: mors triumphalis. Il vincitore, d’altra parte, appariva come uno che già da vivo “aveva oltrepassato la soglia”, aveva conseguito, attraverso la gloria, una specie di iniziazione e di interiore rinascita.”.

Note –

1) Claudio Rutilio, “Pax Deorum , La Religione Prisca di Roma”, Ediz. “SeaR”, Scandiano (Reggio Emilia) 1989;

2) Renè Guènon, “Il simbolismo solstiziale di Giano” in “Simboli della Scienza sacra”, Ediz. “Adelphi”, Milano 1990 (Gallimard, Paris 1962);

3) ibidem;

4) Nuccio D’Anna, “Il dio Giano”, Ediz. SeaR”, Scandiano (Reggio Emilia) 1992;

5) ibidem;

6) Julius Evola, “Simboli della tradizione occidentale”, Ediz. “Arktos”, Carmagnola (Torino) 1988:

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