Recensione Libraria – Frithjof Schuon: “La Tradizione dei Pellirosse”

8 Feb

La tradizione dei pellirosse

di Dagoberto Bellucci – 03/02/2017

La tradizione dei pellirosse

Fonte: Arianna editrice

“Ogni forma che vedi possiede il suo archetipo nel mondo divino, al di là dello spazio; se la forma perisce, che importa, poichè il suo modello celeste è indistruttibile. Ogni bella forma che hai visto, ogni parola profonda che hai inteso – non essere rattristato perchè tutto ciò si perde, infatti non è così. La Fonte divina è immortale, e il suo corso dà acqua senza sosta; poichè nè l’una nè l’altra può arrestarsi, di che cosa ti lamenti? (…) A partire dal momento in cui sei entrato in questo mondo dell’esistenza, una scala è stata collocata davanti a te.”

(Gialal al Din Rùmì – Poesie )

Frithjof Schuon ci presenta i tratti più originari della tradizione dei cosiddetti “indiani d’America”, gli amerindi o, per essere più esatti, i rappresentanti di quella che a ben diritto può essere definita la manifestazione tradizionale originaria della Razza Rossa giunta fino ai giorni nostri malgrado, e nonostante, l’indicibile tentativo di etnicidio commesso nei loro confronti dai bianchi europei tra il XVI.mo ed il XIX.mo secolo.

Nato a Basilea da una famiglia tedesca, l’autore oltre ad essere uno dei più insigni rappresentanti di quella che può essere definita la cerchia di studiosi di dottrine tradizionali fu tra i principali collaboratori ed interlocutori di Renè Guènon e con lui in stretto contatto, negli anni Trenta e fino alla sua morte (avvenuta nel 1950 al Cairo).

Autore di volumi dedicati all’Islam, al quale si convertì, Schuon scrisse su “Etudes Traditionnelles” la rivista diretta da Guènon e viene considerato da Ananda Coomaraswamy come uno dei rarissimi europei contemporanei in grado di comprendere le verità d’ordine metafisico delle autentiche dottrine dell’Oriente tradizionale.

Schuon sarà in contatto con diverse tribù indiane dell’America settentrionale (dai Lakota ai Sioux ai Crow) delle quali ci riporta in questo volume l’autentica spiritualità e le tradizioni.

Un’attenzione tanto più particolare alla religiosità indiana in quanto, come rilevato da Antonio Medrano , questi studi possono presentare “un interesse speciale per tutti coloro che, ai giorni nostri, cercano di riscoprire il più alto patrimonio spirituale dell’umanità” (1) e particolarmente per gli Europei scevri da pregiudizi potranno rivestire un valore di riferimento e comparativo con quanto storicamente conosciuto dell’antica religiosità indoeuropea.

Infatti – come sottolineato nella nota preliminare alla prima edizione del volume curato dalle Edizioni di “Ar” – esistono profonde analogie di significato e complementarità evidenti (cultuali, rituali, simboliche e linguistiche) tra la tradizione amerindia e quella affiorata in Europa in epoca pre-cristiana.

In occasione del sesto Congresso Internazionale di Studi Ugrofinnici svoltosi a Syktyvar nella Repubblica Komi (ex Urss) dal 24 al 30 luglio 1985 il resoconto presentato da Otto J. von Sadowaszky metteva in evidenza una affinità linguistico-grammaticale tra gli idiomi parlati dai Penuti californiani e le lingue degli Ugri dell’Ob (il vogulo e l’ostjaco).

Questa scoperta andava a convalidare e integrare una serie di dati già forniti dagli studi comparativi in campo antropologico ed etnografico che trovavano il loro riscontro soprattutto se, dal piano puramente linguistico, si passava alla comparazione tra la ritualità degli Indiani d’America e altre forme tradizionali.

Quello che Schuon definisce come “lo sciamanesimo primordiale” dei Pellirosse trova infatti ampie analogie con riti paragonabili i quali, pur appartenendo a tradizioni di rango più elevato, “certuni di essi, ad esempio, ricordano in modo stupefacente taluni riti vedici, fra quelli, per di più, che più manifestamente procedono dalla tradizione primordiale, come i riti in cui i simboli dell’albero e del cigno hanno una parte preponderante.” (2).

Vi sono, secondo Schuon , due aspetti caratteristici della spiritualità dei Pellirosse : il “panmonoteismo” e la percezione profonda in loro del rapporto sacro che l’essere umano deve instaurare con la natura.

Questi due aspetti fondamentali della tradizione amerindia viene messo in risalto da un autore vicino a Schuon il quale scrive: “L’Indiano, che è una specie di primitivo monoteista, vede nella natura vergine , nelle foreste, negli alberi, nei corsi d’acqua e nel cielo, negli uccelli e nei bisonti, i simboli evidenti del mondo spirituale.” (3).

Così lo stesso Schuon può fare propria questa considerazione: “La natura intatta, ha di per sè carattere di santuario, e come tale è considerata dalla maggior parte dei popoli nomadi e seminomadi, in particolare dai Pellirosse; presso gli antichi Germani, sedentari primitivi, che rifiutavano cioè l’architettura vera e propria, i santuari erano localizzati ma sempre nella natura vergine. La foresta di Brocelandia presso i Celti e quella di Dodona presso i Greci sono esempi di una prospettiva tradizionale analoga, nonostante la presenza, presso questi popoli, di un’architettura sacra e di una civiltà cittadina.” (4).

Ed appare evidentemente fuori luogo qualunque obiezione che muovesse dall’assunto che per i popoli indoeuropei d’Europa sia impensabile qualsiasi “monoteismo” considerando quanto lo stesso Schuon afferma in merito a quello che definisce come il “monoteismo primordiale” – potremmo definirlo originario nel senso etimologico del termine, ossia puro, non infettato da re-interpretazioni recenti che, in ogni caso, lo altererebbero – dei Pellirosse i quali, scrive l’autore, “rivolgono il loro culto non solo a “nostro Padre il Cielo”, ma anche a “nostra Madre la Terra”, perchè queste due realtà sono aspetti del ‘Grande Spirito’. La Terra è sempre Dio, ma considerato sotto un rapporto particolare che autorizza il simbolismo femminile: è Dio, non nella sua realtà increata, ma nella sua azione benefica, ‘conservatrice’, ‘materna’, riguardo alla creazione…” (5).

Acquista quindi una valenza particolarissima questa ricognizione attorno alle tradizioni dei pellirosse americani ed al loro “sciamanesimo” il quale, anche ritualmente, può essere messo in relazione ad altre forme tradizionali che si sono manifestate presso popolazioni mongolidi dell’Asia centrale ma anche in Siberia, in Tibet, Manciuria, Corea e presso la tradizione cinese pre-buddistica  così come nel Giappone dove lo sciamanesimo ha dato vita allo Shinto.

Trattasi di dottrine e forme tradizionali che hanno quali radici comuni la opposizione-complementarità tra Cielo e Terra e che si caratterizzano o si sono manifestate attraverso un profondo culto e rispetto della natura.

Rispetto alle forme di sciamanesimo citate appare evidente come queste si siano, progressivamente e nel corso dei secoli, rese spurie e successivamente siano state sistematizzate in vere e proprie dottrine trascendentali delle quali Shintoismo nipponico e Confucianesimo sono solo due delle principali presenti nell’area estremo-orientale.

Permane invece, nello sciamanesimo indiano, qualcosa di assolutamente puro, originario, inalterato: siamo di fronte ad un qualcosa di primordiale per ciò che concerne la ritualità e le sue forme mantenutesi intatte anche dopo l’invasione ed il tentativo di etnicidio perpetrato nei confronti dei Pellirosse dall’uomo bianco, europeo e cristiano proclamante la propria pretesa superiorità, la propria visione unilaterale e unidimensionale  e recante una “civiltà” (si dovrebbe parlare di “civlizzazione” per il mondo moderno di cui gli Europei sono figli e promotori da oramai almeno cinque secoli) da imporre manu militari ai quattro angoli del pianeta.

Questa spiritualità primordiale viene espressa particolarmente dalla “danza del sole” che Medrano individua come una delle principali manifestazioni “dell’orientamento solare della spiritualità delle antiche popolazioni stanziate nei boschi e nelle praterie nordamericane” (6) e che definiscono il carattere di “razza solare” che è propria a quelle civiltà nelle quali predomini il simbolismo aquilino così importante presso i Pellirosse nordamericani.

Infatti nella danza del sole, il danzatore imita il volo dell’uccello di Wakan-tanka, e ciò rappresenta una chiara allusione “al volo dell’uomo verso il centro assoliuto dell’essere, verso il principio metafisico di un’esistenza immutabile e inalterabile, l’emblema del quale è il sole”.

Alce Nero (Hehaka Sapa) capo tribù indiano ha riferito il discorso tenuto da Colui Che Si Estende (Kablaya) allorchè questi istituì la danza del sole: “Questa danza sarà un’offerta del nostro corpo e della nostra anima a Wakan-Tanka e sarà molto wakan (sacra ndr)…Nel nuovo rito che mi è stato da poco rivelato uno dei popoli che stanno diritti è stato scelto come nostro centro, é il wagachun. Sarà il nostro centro e anche quello del popolo, perchè l’albero rappresenta il cammino del popolo. (…) Questo nuovo modo di inviare le nostre voci a Wakan-Tanka sarà molto potente: esso si diffonderà e, in questo periodo dell’anno, ogni anno, molte persone pregheranno il Grande Spirito.” (7).

Dai riti ai miti, dalla visione cosmologica a quella escatologica la tradizione dei Pellirosse ci presenta un complesso di strutture che danno una esatta dimensione della primordialità originaria di una religiosità, di una via indiana al sacro che, se contaminazioni ha conosciuto, sono di recente acquisizione inevitabilmente subite dal contato con l’uomo bianco.

In fatto di cosmogonia per l’Indiano non c’è alcuna creatio ex nihilo ma una costante trasformazione: esiste un sistema di figure semi-divine e divine che l’essere umano deve imitare per raggiungere la perfezione.

La presenza di uno “spirito cattivo” , sorta di figura demiurgica della Tradizione Pellierossa, da una ulteriore profonda chiarificazione della visione del mondo indiana circa la creazione la quale è sempre qualcosa che si allontana dalla Verità, dal Principio; perchè ciò avvenga deve esistere – come tendenza deifuga e spirito di iniquità agente – una presenza demonica.

Interessanti le testimonianze di fonte “bianca” o “cristiana” che dir si voglia presenti nel testo dalle quali si evince come gli Indiani “riconoscono un essere supremo, onnipotente e intelligente , o il Donatore di Vita., il quale ha creato tutte le cose e le governa (…) Egli aveva creato il primo uomo e la prima donna rossi, i quali erano di alta statura e vivevano per lungo tempo. Egli teneva spesso consiglio con loro e fumava con loro, dando loro leggi che dovevano osservare ed insegnava come cacciare e come piantare il mais…” (8) ; immagine che ritroviamo presso le diverse tradizioni indoeuropee ma anche presso gli Etruschi dove il fanciullo-divino Tagete (Tages) insegnò i segreti della divinazione poi raggruppati dai sacerdoti nell’Aruspicina (9).

Altra testimonianza proveniente da una fonte cristiana è quella riportata da sorella Inez Hilger nella quale viene sottolineato come “la fede in un Essere Supremo è fermamente radicata nella cultura dei Chippewa. Questo Essere, chiamato Kichè Manitò o Grande Spirito, era molto lontano da loro. Si rivolgevano di rado preghiere dirette a lui solo, e non gli si offrivano sacrifici che alla festa degli iniziati Midewiwin. I miei informatori parlavano di lui con tono di sottomissione e di estrema riverenza: “Egli ha collocato ogni cosa sulla terra e si prende cura di tutto”, aggiunse un vecchio, l’uomo di medicina più potente della Riserva Lago Corta Orecchia. Una vecchia donna della Riserva affermò che, pregando, gli antichi Indiani si rivolgevano innanzitutto a Kichè Manitò e in seguito ‘agli altri grandi spiriti, i Kitchì Manitò, che risiedono nei venti, nella neve, nel fulmine, nella tempesta, negli alberi ed in ogni cosa. Un vecchio sciamano Vermilion era certo che “in questo paese tutti gli Indiani conoscevano Dio molto prima dell’arrivo dei Bianchi; ma non gli domandavano cose particolari come fanno da quando sono divenuti cristiani.” (10).

Una spiritualità conservatasi per lunghi secoli pura, una ritualità sciamanico-estatica primordiale, una visione del mondo complessa e organica che univa l’essere umano alla natura sono dunque i tratti caratteristici della tradizione dei Pellirosse, o per essere più esatti, l’impronta originaria della Via al Sacro della Razza Rossa.

Note –

1) Antonio Medrano, “El simbolismo del àguile entre los Pieles Rojas”, da “Graal”, nr 1, giugno-luglio 1977;
2) Renè Guènon, “Il Regno della Quantità e i segni dei tempi”, Torino 1969;
3) Seyeed Hossein Nasr, “L’uomo e la natura”, Milano 1977;
4) F. Schuon , “Perspectives spiritueles et faits humains”, Paris 1953;
5) ibidem;
6) ibidem;
7) Alce Nero, “La sacra pipa”, Milano 1975;
8) John D. Hunter, “Manners and Customs of Indian Tibes”, riediz. Minneapolis , 1957;
9) Secondo la tradizione etrusca – riportata dai racconti di Cicerone (Cic. de Div. 2.23), e pure da poeti, tra i quali Ovidio (Ov. M. 15, 558) – Tagete svelò agli Etruschi, dopo una miracolosa apparizione durata poche ore, l’arte di predire il futuro. Le norme ed i sistemi divinatori da lui dettati furono poi raggruppati in tre serie di libri sacri (Aurispicini, Fulgurali e Rituali). Questi ultimi comprendevano anche i Libri Acherontici che costituirono le fonti ufficiali e misero in luce i due punti essenziali della religione etrusca: l’importanza della divinazione che permetteva di interpretare la volontà degli dei e la necessità di istituire un preciso rituale per ogni circostanza della vita sia pubblica che privata. A ciò erano preposti i sacerdoti, una casta privilegiata che si trasmetteva la carica di padre in figlio, ed erano divisi in due categorie: Aruspici ed Auguri;
10) Sister M. Inez Hilger, “Chippewa child life and its cultural background”, Washington 1951.

 

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