Recensione Libraria – Julius Evola: “Lo Stato organico – Scritti sull’idea di Stato 1934-1963”

8 Feb

Julius Evola

 

Lo Stato organico – Scritti sull’idea di Stato 1934 – 1963

 

 

Una raccolta di scritti evoliani sull’idea di Stato comprendente i principali contributi dati dal filosofo su questo tema in un trentennio e raccolti a cura di Alessandro Barbera per le Edizioni «Controcorrente» di Napoli.

 

Come scrive nell’introduzione De Turris quanto elaborato da Evola deve avere più un valore normativo che esecutivo; linee guida generali per una chiara idea del concetto di Stato partendo dai principii ispiratori che hanno uniformato l’attività filosofico-politica di uno dei principali autori di quella cultura integrale che, muovendo da una dottrina tradizionalista, ha proposto idee e massimi sistemi che potremmo definire vecchi come il mondo.

 

In particolare il contributo decisivo dato da Evola sarà quello della dottrina dello Stato organico che, per incomprensione o incapacità, spesso non ha trovato la dovuta recezione neppure tra coloro ai quali questi scritti erano destinati.

 

Così se da un lato si sono manifestati evidenti fraintendimenti della visione del mondo evoliana sull’idea di Stato Organico (troppe volte sinonimo di Stato «totalitario» o «dittatoriale» quando spesso Evola si è scagliato contro le moderne forme di cesarismo) dall’altro lato non si è voluto comprendere questo contributo nella sua dimensione di ideale metapolitico fondamentalmente necessario più che all’azione politica stricto sensu a determinare un cambiamento di mentalità in determinati ambienti politici attraverso riflessioni che, è lo stesso Evola a scriverlo nella seconda edizione de «Gli uomini e le rovine», avessero «…l’intento di indicare una direzione di marcia».
Il curatore della nuova edizione, Barbera, ha ravvisato come attraverso l’iter intellettuale di Evola nel corso degli anni alcuni dei concetti e delle posizioni hanno subito modifiche talvolta rilevanti.
Così dal primo abbozzo di idea di Stato contenuto in «Imperialismo pagano» (1928) e dalla fallimentare accoglienza riservata a questo volume da parte degli ambienti del fascismo ai quali si rivolgeva – fallimento(1) che bloccherà qualsiasi altra iniziativa volta ad incidere in senso ghibellino ed imperiale sul Regime fascista oramai consolidatosi al potere e di lì a pochi mesi firmatario del concordato del febbraio 1929 con la Chiesa cattolica – si passa all’idea tradizionale di Imperium espressa in «Rivolta contro il mondo moderno» (1934) dove Evola sottolinea il valore trascendente dello Stato («esso – scrive – era una apparizione del sovramondo e una via verso il sovramondo»).

 

In «Rivolta» c’è già fissata l’idea-base che contraddistinguerà l’Evola metapolitico anche nei decenni a seguire: «un’unica linea conduce dall’idea tradizionale di legge e di Stato a quella dell’Impero» scrive rilevando l’universalità e l’immanenza quasi metafisica della sua visione del mondo.
Rafforzando questa idea originaria dello Stato quale unità organica dinamica ispirata da valori trascendenti Evola collaborerà dal 1934 al 1943 a «Lo Stato», la rivista di Carlo Costamagna sulla quale non solo saranno sviluppate le idee contenute nella «Rivolta» ma si cercherà di trasportarne il senso ultimo alla realtà del fascismo-regime.

 

«L’idea-base è quella di uno Stato non pure come organismo, ma altresì come organismo spiritualizzato, tale da innalzare per gradi da una vita naturalistica quasi pre-personale ad una vita supernaturale e superpersonale attraverso un sistema di «partecipazioni» e di subordinazioni atte a ricondurre costantemente ogni classe di esseri ed ogni forma di attività ad un unico asse centrale.»

 

Una visione cara al Barone che più volte sottolineerà quanto sia preferibile un inferiore cosciente del proprio ruolo e della propria funzione (secondo la dottrina indù delle caste un Vaisya, un appartenente alla casta dei mercanti e degli artigiani, quelli che si dedicano alla produzione, al commercio ed all’industria… un terzo stato secondo la scala di valori di illuministica e rivoluzionaria memoria giacobina, coincidente con ruolo e funzioni di pertinenza della borghesia) rispetto ad un superiore (Brahmano o Kshàtriya) non in ordine con i principi, i valori e le funzioni della propria casta d’appartenenza (la qualcosa accadde non casualmente proprio in occasione dei sovvertimenti giacobini durante la Rivoluzione-Madre del 1789 che, se è vero che venne eterodiretta dalle logge massoniche infeudate alla Gran Loggia d’Inghilterra, è altresì reale che potè giungere a far maturare quelli che fino a quel momento erano soltanto stati emotivi proprio per l’abdicazione al proprio ruolo dimostrata da molti esponenti dell’Aristocrazia e, in misura minore, del clero).

 

Per assurdo risulterebbe preferibile rispetto ad un Brahmano o ad uno Kshàtriya degradati o modernizzati, i quali niente conoscono della propria Tradizione, perfino uno Shudra, un fuori casta, ultimo tassello della visione gerarchica induista; il quale sia conforme al proprio rango ontologico ed in ordine alle funzioni della propria casta di appartenenza.

 

Di sicuro, in un sistema ordinato da una influenza spirituale tradizionale, sarebbe comunque preferibile un inferiore cosciente del proprio ruolo ad un superiore irresponsabile che, proprio per il rango che dovrebbe rappresentare e le funzioni che dovrebbe rivestire, è massimamente più colpevole e ingiustificabile.

 

Quella auspicata da Evola è una forma gerarchica politico-sociale derivata da una concezione tradizionale che muove «dall’alto verso il basso», dal superiore all’inferiore, la propria azione che si sviluppa quale riflesso storico e politico di valori e idealità metastoriche e metapolitiche quali espressioni di una visione dell’individuo, di una comunità e di uno Stato che siano essenzialmente fondate sull’essere e non sull’avere e plasmate da un fondamento spirituale-aristocratico.
A questo scopo Evola sottolinea la necessità, visto il degrado avanzato della cosiddetta «civiltà moderna», di depurare e rigenerare laddove sia possibile dall’interno quei fenomeni che si presentano non privi di ambiguità per aver raccattato qua e là alla rinfusa diversi retaggi anti-tradizionali e che, come per il nazionalismo nel secolo XIX, sono serviti quali oggettivi supporti delle forze della sovversione.

 

L’impegno per Evola è reindirizzare e valorizzare in senso tradizionale questi fenomeni mediante una differenziazione chiara, netta, decisa dei ruoli e delle funzioni alle quali dev’essere chiamato un autentico Stato organico.

 

«L’organismo del vero Stato – scriverà – deve essere ben differenziato come lo è l’organismo umano. Ciò significa individuare e poi gerarchizzare piani distinti, in corrispondenza sia a varii modi di realizzazione, che a vari gradi di perfezione, del principio della personalità».

 

Idee che si ritroveranno, nell’immediato secondo dopoguerra, nell’opuscolo «Orientamenti» che, fin dal titolo, intende presentare delle indicazioni dottrinarie per una gioventù neofascista uscita priva di riferimenti dal trauma della sconfitta.

 

Si tratta di un contributo decisamente più militante e se vogliamo agevole rispetto a quanto proposto in «Rivolta contro il mondo moderno» o negli articoli per «Lo Stato» del decennio precedente.
Su «Orientamenti» viene affrontata la questione del «totalitarismo» da Evola respinto quale deviazione dell’ideale originario di Stato organico centro del quale ribadisce essere «quella di una influenza centrale ordinatrice, di un impulso che, a seconda dei domini, assume forme molto differenziate di espressione».

 

Ma in particolare viene sottolineata l’opposizione tra Stato e Nazione quest’ultima invenzione settecentesca appartenente alla sfera biologica e naturalistica: per l’Evola di «Orientamenti» soltanto ed esclusivamente in funzione di uno Stato che abbia caratteristiche gerarchico-eroiche, una dimensione spirituale e tratti antiedonistici la Nazione può trovare una sua collocazione ed esistere in termini positivi.

 

Da queste premesse concluderà affermando che «l’idea, soltanto l’idea, deve essere per costoro (gli uomini del mondo della Tradizione, gli individui assoluti e differenziati ndr) la vera patria. Non l’essere di una stessa terra, di una stessa lingua o di uno stesso sangue, ma l’essere della stessa idea deve essere per loro ciò che unisce e che divide» con buona pace per molte forme sclerotiche di nazionalismo demodè, etnicismo suprematista o xenofobia contemporanee.
Lo Stato Organico evoliano si oppone dunque tanto a qualunque forma di «Stato etico» quanto alla prospettiva di uno «Stato Nazionale del Lavoro» concetti dominanti in epoca fascista nelle formulazioni gentiliane e socialistico-nazionali.

 

Ora se nel primo caso, lo Stato «etico», si tratterebbe di una forma pedagogico-totalitaria (lo Stato-catechista pretesco e moralista, vuoto di contenuti spirituali e funzionale soltanto al mantenimento di un ordine formalistico di matrice tipicamente borghese); nel secondo caso, con lo Stato nazionale del Lavoro, si assiste all’emersione di un organicismo “dal basso” dall’impronta materialistica e tipico di organismi inferiori.

 

Non siamo fondamentalmente certi che questa fosse l’idea di quanti, nella Sinistra Fascista, auspicarono negli anni Trenta una seconda rivoluzione corporativistica né che a tale pessima analisi necessariamente dovesse condurre l’esperienza rivoluzionaria della socializzazione delle fabbriche tentata durante gli anni della Repubblica Sociale Italiana.

 

Manlio Sargenti, Angelo Tarchi, Nicola Bombacci che ne furono tra i maggiori propagandisti ed artefici – unitamente al Genio italiano di Benito Mussolini che, nel celebre discorso al Teatro «Lirico» di Milano nel dicembre 1944, ribadirà come sua granitica volontà quella di «disseminare di mine sociali la Valle Padana» – non crediamo affatto avessero «tendenze» livellatrici inferiori.

 

Tanto che un autore come Rutilio Sermonti ha potuto sottolineare come se da un lato la legge sulla socializzazione fosse il naturale approdo del corporativismo quest’ultimo riconosceva, auspicava e valorizzava i valori di una concezione spirituale, gerarchica, disegualitaria dell’esistenza, proclamava le libertà fondamentali individuali nel quadro di una visione organica e tendeva a concepire il mondo del lavoro e della produzione nel quadro di un socialismo plasmato da ideali eroici ai quali si sommava un afflato mistico se non propriamente spirituale che caratterizzerà in tutta Europa le Rivoluzioni Nazionali ed i movimenti e regimi dell’Ordine Nuovo fascista.

 

Sul corporativismo scrive Sermonti: «Vediamo ora – molto succintamente – che cosa sia il corporativismo, inteso come idea e principio direttivo».

 

1) Visione spirituale della vita singola ed associata e quindi -dato che lo Spirito è attributo esclusivo dell’Uomo- collocamento dell’uomo al centro di ogni attività, quella produttiva inclusa che va quindi sottratta al dominio delle cose (capitalismo).

2) Concezione, quindi, dell’economia come funzione della politica, e non viceversa, e coerentemente concezione unitaria della economia nazionale e precisa finalizzazione di essa (programmazione).

3) Concezione della nazione come un sistema organico, composto dalle innumerevoli funzioni cui i cittadini si dedicano, degne di riconoscimento e tutela da parte dello Stato in quanto concorrono al miglioramento spirituale, morale ed economico della nazione stessa, da cui è inseparabile la salute mentale e fisica dei cittadini.

4) Valorizzazione sistematica e istituzionale dei corpi intermedi in cui i cittadini si raggruppano in rapporto alle dette funzioni.

5) Necessità di collaborazione tra tutte le funzioni, che può anche manifestarsi in dialettica, magari accesa, ma esclude le conflittualità. Tra uomini che perseguono un unico fine superiore e comune il conflitto è inconcepibile.

A tali principî vi sono molti corollari, ma tutti possono farsi rientrare in qualcuno di essi.
Sfido chiunque a trovare un contrasto tra qualcuna delle esposte concezioni e la socializzazione della RSI.”(2).

D’altronde, e non è questa la prima occasione che rileviamo questa idiosincrasia evoliana nei confronti dell’esperienza della socializzazione nè si può fare a meno di sottolineare i fallimenti, non del tutto ad egli ascrivibili, nel momento in cui il filosofo tradizionalista ha provato a passare dalla sfera metapolitica a decisi interventi politici: accadrà nel 1928 come si è visto con “Imperialismo Pagano”; un decennio più tardi con la serie di volumi dedicati all’elaborazione di una “Dottrina Fascista del Razzismo”  (“Il Mito del Sangue”, Ediz. “Hoepli” 1937, “Indirizzi per una educazione razziale”, Ediz. “Conte” 1941 e “Sintesi di dottrina della Razza”, Ediz. “Hoepli” 1941) ed infine nel dopoguerra con “Cavalcare la tigre” (Ediz. “Vanni-Scheiwiller”, Milano 1961) testo letto forse troppo frettolosamente e male dai molti, presunti, destinatari (e questo non può oggettivamente essere imputato all’autore).

Evola, e con questo concludiamo questa nostra ricognizione sulla concezione dello Stato, sarà perentorio nel ribadire sostanzialmente come “nei sistemi che gravitano sull’idea di Stato il piano politico si caratterizza nei termini di una trascendenza che coinvolge e supera , per connessione ad una legge superiore, gli individui particolari.”(3).
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1) Scriverà Evola: « Oserà dunque il fascismo assumere qui, qui donde già le aquile imperiali partirono per il dominio del mondo sotto la potenza augustea, solare, regale […] oserà qui riprendere la fiaccola della tradizione mediterranea? » (Evola, “Imperialismo Pagano”, Ediz. di “Ar”, Padova 1996)…. la risposta a questa suggestione imperialistico romana l’avrebbe data, neanche un anno più tardi, Benito Mussolini con la firma dei Patti Lateranensi;
2) Rutilio Sermonti, “Corporativismo e Socializzazione”; articolo da “Aurora”, Nr° 29, Ottobre 1995;
3) Alessandro Barbera, “L’idea di Stato in Julius Evola”, dal saggio introduttivo.

 

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