Recensione Libraria – Massimo Centini: “La lingua degli Dei”

8 Feb

La lingua degli Dei

di Dagoberto Bellucci – 31/01/2017

La lingua degli Dei

 

“La pietra è incorruttibile e pertanto, questa caratteristica, la rrende particolarmente adatta ad accogliere le istanze dell’uomo, che nella sua continua ricerca di riferimenti per dare corpo e voce alla divinità, individua nella natura i segni più emblematici della potenza celeste”

( dal testo )

Massimo Centini ci invita, con questa sua opera data alle stampe dalle Edizioni “Noctua” nel 2010, ad un viaggio a ritroso nel tempo, in epoche arcaiche che sconfinano dalla storia fino alla protostoria attraverso miti, riti e simboli universali utilizzando quale soggetto di indagine la pietra, il suo uso, la sua funzione nelle diverse fasi o cicli storici dell’umanità.
L’autore individua nella scrittura una conquista dell’umanità attraverso tre fasi che muovendo da semplici segni hanno portato l’uomo , dalla pittografia al messaggio ideografico, a scoprire la scrittura vera e propria.
L’arco spazio-temporale che caratterizzerà il passaggio dalla proto-scrittura  ai primi sistemi alfabetico-fonetici viene descritto dall’autore come “la rivoluzione culturale più importante per l’uomo che si era allontanato dalla preistoria per entrare nella storia”.
Centini definisce la scrittura come una “invenzione” avvenuta indipendentemente in varie civiltà.
L’arte rupestre analizzata  quale testimonianza della volontà dell’uomo preistorico di creare un sistema di comunicazione rudimentale viene brevemente passata in rassegna dall’autore che – dai ciottoli aziliani rinvenuti in Francia a quelli d’epoca mesolitica ritrovati in molte zone d’Italia fino alle pintaderas preistoriche e protostoriche rinvenute dall’Anatolia all’Italia – individua legittimamente la funzione sacrale assunta dall’elemento pietra in tutte le civiltà e in ogni tempo.
E’ questo quanto maggiormente ci interessa analizzare del testo del Centini.
Scrive l’autore: “La pietra è stata un referente molto importante per l’uomo (…). Tralasciando tutte le problematiche pratiche e costruttive, e occupandoci esclusivamente della litolatria (venerazione delle pietre) constatiamo che tale pratica è presente in numerose religioni antiche e “primitive”. (..) Vanno inoltre considerate le implicazioni connesse alla fertilità che possono aver svolto un ruolo molto importante nel culto della pietra: si tratta di implicazioni che si esprimono soprattutto nel simbolismo del fallo litico a cui si riallacciano culti e tradizioni (sopravvissuti nel folklore) destinati a relazionare la pietra alla procreazione.”
Attraverso i meteoriti, pietre venerate in quanto cadute misteriosamente dal cielo, si passa alla rappresentazione simbolica dell’epifania del divino attraverso la pietra: “dalla pietra, e dalla sua rappresentazione, sembrerebbe essersi evoluto un modello divino: la parola semitica beth-el (casa di Dio) in età premosaica designava una pietra sacra (…) E ancora: l’immagine primordiale di Ermes era un cumulo di pietre evolutosi nella colonna itifallica; in alcuni casi Apollo era venerato con l’epiteto di Lithesios, che risulta chiaramente connesso alla pietra. Dio era dentro la materia litica anche attraverso il culto del betilo, pietra cultuale dell’area semitica entrata nella tradizione del mondo classico: …il betilo è il “dio di pietra” attestato particolarmente nell’area siro-palestinese. Greci e Romani fecero loro questo culto trasformandolo e modificandone le sue peculiarità: nell’antica Grecia troviamo il termine baytilos indicante la pietra che la dea Terra aveva sostituito al neonato Zeus e che Crono ingoiò al posto del figlio. Il betilo era venerato a Delfi ma anche i Romani sostenevano di possederlo e lo indicavano nella pietra di Termine (dio dei confini) depositata nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio.”.
Tra i significati della pietra in quanto elemento primordiale universale le dottrrine tradizionali hanno individuato la sua rappresentazione in qualità di Asse del Mondo (ombelico dell’universo) e connaturata alle sue caratteristiche di durezza e stabilità essa ha svolto funzioni e ruoli sia maschili (se disposta verticalmente come nei linga, nelle colonne e negli obelischi) sia femminili (quando presenta scavature, fori, caverne o grotte).
Già rilevato dall’autore la pietra ha spesso sostituito e simbolizzato nell’immaginario umano la divinità come nel caso della Ka’aba la pietra nera che si trova al centro del santuario della Mecca , nell’Onfalos di Delfi o nella pietra di Cibele.
In quasi tutte le tradizioni si ritrovano pietre che evidenziano o simbolizzano aspetti fondamentali della spiritualtà primordiale.
Così nella tradizione giudaica sarà su pietra che Dio inscrive i dieci comandamenti (Esodo 24,4); in quella cristiana quando Gesù ribattezza Simone con il nome di Khepas conferendogli poi l’incarico di costruire la Chiesa; nell’Islam posta al centro del tempio sacro ad Allah.
In Egitto è sulla pietra detta di Benben che Ra apparve per la prima volta ed il suo tempio porta il nome di “tempio dell’obelisco”.
In Irlanda e più vastamente nella tradizione celtica la pietra ha una funzione di rappresentare e trasmettere il potere attraverso la natura. Così è scritto che “quando un uomo deve assumersi il compito di regnare sulla terra di Tara si siede sulla pietra di Fal. Essa è il simbolo della sovranità, intermediaria tra gli uomini e la terra.”.
A Roma emblematico il rito effettuato attraverso la Juppiter lapis: “una pietra del fulmine, cioè una punta di selce considerata come veicolo e residuo del fulmine; giurare per Iovem lapidem significava esporsi , in caso di violazione, ed essere colpiti , per castigo, dal  fulmine di Giove.” ( crf R. Pettazzoni, “L’essere supremo nelle religioni primitive”, Torino 1957).
La pietra filosofale compare nell’Alchimia e nell’Ars Regia medioevali.
La pietra d’angolo appartiene di diritto alla tradizione giudeo-cristiana e simbolicamente riutilizzata in ambito massonico.
Alla tradizione ebraica appartiene di diritto l’espressione pietra d’angolo; così è detto in Isaia, 28, 16-17:

“Pertanto, così parla il Signore Jahve:

“Eccomi, io pongo una pietra in Sion,

una pietra scelta,

angolare, preziosa, da fondamento;

chi vi crede non vacillerà.

Io dispongo il diritto come misura

e la giustizia come livella.”

Uno dei suoi originari significati è l’immagine applicata al capo, al condottiero che tiene insieme un popolo.

Viene utilizzata con toni allegorici per esprimere la potenza divina: “Il Signore è una roccia e una fortezza (…) una rupe in cui mi rifugio” (Secondo Libro di Samuele 21,2).

Decisamente più suggestiva è la cabalistica Zohar, che citando i Salmi (118, 22) che sono il testo più antico nel quale rinveniamo il detto di Tomaso, così lo commenta:

“La pietra scartata (cioè quella che si è staccata dal trono di Dio ed è precipitata nell’abisso) dai costruttori (e cioè dalle Sefirot dell’edificio cosmico) è diventata pietra d’angolo (cioè fondamento del mondo)”

L’importanza assunta dalla pietra  d’angolo, il suo ricorrere spesso quale allegoria metaforica nei sermoni del Messia Gesù ci indicano quanto determinante dovesse essere questo elemento agli inizi della Cristianità.

La pietra angolare compare nei Vangeli canonici del Nuovo Testamento (Matteo, 21,42):

“La pietra che hanno scartato i costruttori,

questa è diventata capo d’angolo.

Questa è l’opera del Signore,

ed è meravigliosa agli occhi nostri”

Analogamente  si ritrova identica espressione nei Vangeli di Marco (12, 10), Luca (20, 17) e negli Atti (4,11) dove è scritto:

“Egli è la pietra, disprezzata da voi costruttori,
diventata capo d’angolo”.

Compare la pietra angolare in San Paolo (Epistola agli Efesini, 2, 20):

“Cristo è la pietra angolare su cui si fondano apostoli e profeti e su tale fondamento s’inseriscono come pietre vive i cristiani in una costruzione ben allestita che cresce come un tempio santo.”
Specificamente cristiana la sua comparsa in uno dei testi apocrifi presente nei cosiddetti manoscritti di Qumran.
E’ scritto: “Gesù disse: “Indicami la pietra respinta dagli edificatori! Essa è la pietra d’angolo”.
Questo è uno dei detti del cosiddetto Vangelo di Tomaso, uno dei codici in lingua copta contenenti i testi gnostici noti come i Testi di Nag Hammadi – circa una cinquantina -, scoperti nel 1945 e cominciati ad essere pubblicati e diffusi solo nel 1972.
La figura dell’apostolo Tomaso è estremamente interessante e diviene centrale anche dal punto di vista della simbologia massonica.
Il suo nome completo, riportato nella titolatura del testo, Didimo Giuda Tomaso, e “didimo” in greco ha il significato di “doppio, gemello”, così come Tomaso in aramaico significa “fratello gemello”.
Scrive l’autore:”Sulla base degli studi di Eliade, sembrerebbe di potere constatare che “l’ideologia litica” si qualifica con toni sacraliin relazione all’alterità della pietra, alla sua originalità e potenza attribuite a valenze poste fuori della storia: “La durezza, la rudezza, la permanenza della materia rappresentata per la coscienza religiosa del primitivo era una ierofania. Niente di più immediato, di più autonomo che la pienezza della sua forza, niente di più nobile e di più terrificante che la roccia maestosa, il blocco di granito audacemente eretto. Prima di tutto, la pietra è…. Nella sua grandezza e nella sua durezza, nella sua forma che appartengono a un mondo diverso dal mondo profano del quale egli fa parte.”  ( crf Mircea Eliade, “trattato di storia delle religioni” Torino 1976).
Nelle diverse tradizioni quando Dio è partecipe diretto dell’esperienza umana , l’uomo lo celebra attraverso la pietra, materia adatta a garantire l’immortalità ed elemento indenne dall’impurità ; per quest’ultima caratteristica il più funzionale, in qualunque tempo e luogo, ad esser posto in stretto contatto con quanto appartiene alla sfera del sacro.

Massimo Centini, “La lingua degli Dei”, Edizioni “Noctua”, Molfetta (Bari) 2010 , Euro 13

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