Recensione Libraria – Moreno Marchi: “I Duri di Parigi – L’ideologia, le riviste, i libri”

8 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –

MORENO MARCHI : “I DURI DI PARIGI – L’IDEOLOGIA, LE RIVISTE, I LIBRI”

“L’intero programma del Francisme si riassume in queste tre parole: fare la rivoluzione. (…) Per noi francisti la rivoluzione non è distruggere per il piacere di appagare le legittime collere, ma è annientare ciò che è divenuto pericoloso per ricostruire qualcosa di completamente nuovo ed utile.”

(Pierre Gaxotte, dal “Candide”  del 7 Aprile 1938)

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Tra le tante espressioni del Nuovo Ordine fascista europeo tra le due guerre mondiali quella del “francismo” , dell’eterogenea e variegata, variopinta e conflittuale, comunità umana e politica dei movimenti che in Francia si richiamarono al Fascismo italiano o al Nazionalsocialismo tedesco, continua ad essere una storia non scritta o, per esser chiari, una storia che è bene non scriversi.

Storia ‘proibita’ della quale, forse troppo frettolosamente, pochi hanno avuto il coraggio di raccontare vicende e personaggi; soprattutto oltralpe dove una cappa di silenziosi remorsi,  ingombranti omertà e vergognose ricostruzioni ‘storiche’ post-belliche hanno preteso annullare l’esperienza politico-militante ed intellettual-culturale che vedrà – in quel lasso di tempo compreso tra la fine della prima e la seconda guerra mondiale – il fior fiore della cultura francese aderire alla visione del mondo fascista, chi guardando al Genio italico mussoliniano chi seguendo l’avvento e le fortune politico-militari dell’odiata, tra i circoli nazionalisti transalpini, Germania; la nemica di ieri ma anche la sola nazione europea capace di ricostruire da una disfatta una nuova forma rivoluzionaria di società organica: gerarchicamente inquadrata e razzialmente uniformata dalle parole d’ordine hitleriane.

Una disfatta, quella tedesca, che non era maturata sul fronte ma dall’interno: complici i politicanti democratici e le istanze culturali e politiche marxistoidi – affioranti da un substrato di tendenzialità informi e caotiche, volontà di rivalsa sociali di natura plebea del Quinto Stato e da quell’invidia sociale che ne caratterizza sempre le dinamiche rivendicativo-populistiche – che avrebbero imperversato per 15 anni in quella Repubblica di Weimar che, per intima essenza e costituzione, non rappresenterà nient’altro che l’imposizione dei diktat stranieri successivamente messi nero su bianco con gli iniqui trattati di Versailles.

La Germania, pugnalata alla schiena dai suoi politicanti democratici e dalla canea social-comunista, avrebbe così subito nell’immediato primo dopoguerra mondiale l’imposizione di usi e costumi, modelli culturali e istituzioni politiche, alieni alla propria tradizione.

Modelli percepiti come estranei al carattere nazionale ed assolutamente involutivi: dall’uomo della strada come dall’opinione pubblica nazionalista recepiti esclusivamente quali strategie di dominio straniere (franco-britanniche e statunitensi) che, mediante l’iniquo sistema sanzionatorio-riparatorio, avrebbero dovuto penalizzare la Germania per decenni, annichilirne l’orgoglio nazionale e progressivamente normalizzarne, mediante una democratizzazione forzata, le ‘pulsioni estremistico-militaristiche’ alle quali sarebbe seguita una fase di livellamento riduzionistico con conseguente castrazione dell’autentica anima germanica (come di fatto avverrà nel secondo dopoguerra mondiale).

Weimar sarà così “la repubblica degli ebrei” – secondo la pubblicistica nazionalsocialista e di ampi settori della destra tedesca -; la repubblica degli interessi borghesi, dei partiti parolai, dei politicanti cialtroni e maggiordomi dei banchieri.

Per comprendere il francisme occorre tenere sempre in mente il rapporto di sinergia esistente tra la Francia, uscita vincitrice dal primo conflitto mondiale ma sfibrata interiormente dal parlamentarismo democratico e da un pacifismo imperante negli anni Venti e Trenta, ed una Germania che gli alchimisti della Società delle Nazioni intesero punire oltremodo ingiustificatamente provocando, attraverso riparazioni astronomiche vampiresche, la reazione nazionalistico-populistica che avrebbe portato (3o gennaio 1933) Adolf Hitler alla Cancelleria.

Una sinergia che risalta in questo scritto di Moreno Marchi edito vent’anni or sono dalle Edizioni del Settimo Sigillo.

Non casualmente nel capitolo introduttivo l’autore cita le parole con le quali il Fuhrer rese omaggio ai molti volontari francesi (militari, politici e intellettuali) accorsi ad ‘arruolarsi’ sotto le bandiere dell’Ordine Nuovo europeo e della Rivoluzione crociuncinata tedesca: “Non ho mai amato la Francia nè i francesi, e non ho mai cessato di proclamarlo. Riconosco che nondimeno tra loro vi sono uomini di valore. E’ indubitale che, nel corso di questi ultimi anni, numerosi francesi hanno giocato con totale sincerità e con grande coraggio la carta dell’Europa. Ciò che prova la buona fede di questi precursori è la barbarie con la quale i loro compatrioti hanno colpito la loro chiaroveggenza e la loro buona fede.” (1).

Marchi ripercorre così e ci presenta l’eterogeneo schieramento del fascismo francese, le sue divisioni, le contraddizioni che spesso ne animavano dirigenti e militanti, i principali autori e le pubblicazioni tenendo ben presente che la “collaborazione” – così come venne a spregio etichettato questo vastissimo spazio politico che saprà raccogliere anime tanto diverse (da un Drieu La Rochelle ad un Celine, da Rebatet a Cousteau, passando per Sachs, De Lesdain, Brasillach, Chardonne e cento e cento altri ancora) – non potè identificarsi tout court con il governo di Vichy nè con il Maresciallo Pètain.

Anzi se qualcosa di caratteristico devesi sottolineare dei movimenti fascisti francesi e più vastamente dell’esperienza del “collaborazionismo” d’oltralpe è questa totale idiosincrasia tra le sue anime, tra i suoi protagonisti, tra le sue linee generali (culturali politiche  sociali): visioni del mondo che abbracciarono l’intero arco ideologico e le diverse posizioni, affatto simili per più di un aspetto, affioranti dalle Rivoluzioni Nazionali europee di quel periodo di crisi che pure costituì l’ultima speranza per l’Europa di mantenere una propria sovranità di fronte ai due imperialismi emergenti d’America e di Russia.

Così ha perfettamente ragione l’autore quando sottolinea che “innumerevoli e sovente inaccordabili furono infatti gli atteggiamenti ed i livelli di engagement fatti propri da romanzieri, saggisti, giornalisti, docenti ecc. nei confronti degli occupanti e della loro dottrina, denotanti tutti una vasta gamma di sfaccettature, andanti dall’adesione entusiastica alla semplice sfumatura diversificante, al vero e proprio opportunismo. La medesima destra, già di per sè alquanto variegata ed assortita, si trovò in alcuni particolari casi addirittura schierata su barricate diametralmente opposte. Basti pensare a Lucien Rebatet – e con lui all’equipe di “Je suis partout”, il giornale più estremistico – convinto assertore di un nazionalismo francese ed a Charles Maurras – e quindi all’Action Francaise – intriso di insopprimibili, virulente pregiudiziali antitedesche, nonostante la piena adesione a Vichy, ed ancora a Georges Bernanos – il duro fustigatore di La grande paura dei benpensanti – esule in Brasile e nemico dichiarato dell’Etat pètainista.”.

A questa divisione ideologica del fascismo francese si sommarono tutte le diversità di quanti provenienti dall’estrema sinistra socialista o comunista confluirono nei ranghi di questo spazio aperto per reazione o rabbia, anticonformismo o ribellismo… si pensi ad un Louis Ferdinand Cèline, l’uomo forse meno inquadrato ed inquadrabile tra gli intellettuali “collabò” , il più incline ad assumere posizioni ‘scandalosamente’ eretiche, il più apertamente capace di fustigare il “mal francese” della sua epoca (non la sifilide ma il quietismo, il buonismo, il falso pacifismo e quelle che ne saranno le più autentiche espressioni ossia la democrazia parlamentare ed il socialcomunismo) ma non si dimentichi la altrettanto possente, lucida e razionale protesta che si leva contro la decadenza di un’intera nazione dalle pagine di un Drieu La Rochelle, dagli scritti di un Rebater, dalla poesia struggente di un Brasillach…

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Tutti, nessuno escluso, gli intellettuali che Marchi passa in rassegna nel suo volume avevano per anni messo in guardia sui rischi che avrebbero lacerato il già necrofilo tessuto sociale francese e lanciato i loro strali principalmente contro le derive accomodanti di certo parlamentarismo democratico incapace di cogliere i ‘segni dei tempi’.

Tempi decisivi. Tempi che indiscutibilmente richiedevano un’azione energica, una mano salda, idee e uomini dal pugno di ferro capaci di lungimiranza strategica; uomini che fossero capaci di andare al di là del loro piccolo interesse privato che si riduceva nel salvare il salvabile di un nazionalismo fuori tempo e fuori luogo che, con la sua costante ‘revanche’ ed il suo odio anti-tedesco ed una miopia politica pericolosissima, avrebbero provocato una volta di più un secondo incendio continentale.

Se una caratteristica può accomunare la galassia di idee, movimenti, riviste e personaggi che Marchi passa in rassegna nelle sue 200 pagine, questo denominatore comune è probabilmente l’adesione rabbiosa che contraddistinge la stragrande maggioranza dei ‘francesi’ diventati fascisti o nazionalsocialisti: molto più evidente che in qualunque altra nazione europea, in Francia il ‘francisme’ è rivoluzionario per reazione alla propria realtà sociale e vestirà i panni di un inquieto spauracchio per le tendenze borghesi, borghesissime fino al midollo, di una modernità avvertita e percepita come opprimente e devastante.

Il fascismo francese sarà essenzialmente ‘anti’: “svirilizzata ed abbrutita – scrive Marchi presentando Cèline – , la Francia è ormai preda di un’inarrestabile decadenza (…) e non è più in grado di trovare nella propria profonda  essenza la determinazione e soprattutto la forza per tirarsene fuori.”

Analisi che ritroviamo nelle parole di Joseph Darnand, il capo della Milizia, che su “La Gerbe” (il periodico fondato da Alphonse de Chàteubriant),  il 1° aprile 1941 così rappresenta la Francia a dieci mesi dalla disfatta del giugno ’40: “In un paese dove tutto si dissolve, dove la crisi morale dà le vertigini, dove si rubano i pacchi destinati ai prigionieri, dove i notabili si arricchiscono al mercato nero e dove gli ufficiali dei pompieri depredano il latte ed il cioccolato dei bambini, la Milizia s’imporrà per la sua fierezza, per la sua drittura, per il suo ascetismo.”.

Una rivolta esistenziale quella di molti fascisti francesi; una ribellione contro il mondo moderno che, per quanto intrisa da autentica rabbia (…”dettata da autentica rabbia” cantava anni fa Michele Fiò…) , non farà mai dimenticare agli intellettuali ‘francisti’ quale fosse la propria identità e contro quale invisibile ma onnipresente muro di omertosa indignazione si muovesse la loro azione volta ad una rigenerazione etica e morale di una nazione che, più che la sconfitta sul campo, era stata piegata e disintegrata dai germi cancrenogeni di una modernità che recava con sè le stimmate della decadenza, dell’ipocrisia, della codardia erette a sistema di potere.

Così Robert Brasillach – quasi ‘presentendo’ quanto sarebbe accaduto quattro anni più tardi – scriveva nel suo “Notre avant-guerre”, raccontando l’atmosfera che si respirava nella redazione di “Je suis partout” (il principale e più venduto organo d’informazione del fascismo francese), : “Procedevamo in una eccitante atmosfera di calunnie e di insulti: venduti a Hitler, venduti a Mussolini, venduti al grande capitale, venduti alle duecento famiglie e al Mikado, divenimmo per i nostri avversari, qualcosa come l’organo ufficiale del fascismo internazionale. Noi però sapevamo che si trattava del giornale della nostra amicizia e del nostro amore per la vita.”

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E se al fianco di questi idealisti della collaborazione si situeranno personaggi al limite della decenza e qualcuno pure oltre (si pensi ad un Maurice Sachs, filo-tedesco esclusivamente per interesse, vero  e proprio informatore della Gestapo e, come scrive Marchi, perfetto rappresentante dell'”aspetto più meschino ed ignobile della Collaborazione”…un essere ripugnante di cui l’autore tratteggia in poche righe un quadro assai poco idiliaco definendolo “Omosessuale, alcolizzato, dedito alle droghe, viziato, amante del lusso e non disdegnante quindi, data la sua scarsità di mezzi finanziari, la truffa, se non addirittura l’autentico furto”) non si devono dimenticare il contegno, la passione politica, l’assoluta cristallina drittura umana e culturale rappresentata dall’epilogo tragico delle vicende personali di un Brasillach o di Drieu La Rochelle e non solo delle loro…

“Georges Suarez, Robert Brasillach, Jean Luchaire, Jean Hèrold-Paquis, Paul Ferdonnet…pagarono la loro colpa con l’esecuzione capitale. La pena di morte inflitta ad Hènri Bèraud, Lucien Rebatet, Pierre-Antoine Cousteau, Claude Jeantet…venne in seguito communata in prigionia, dove ritrovarono Lucien Combelle, Jacques Chardonne, Andrè Algarron , lo stesso Maurras… Vennero condannati in contumacia, in quanto riparati all’estero, Louis-Ferdinand Cèline, Alphonse de Chauteubriant, Alain Laubraux, Abel Bonnard, Marc Augier, Paul Morand…A suo modo scelse l’esilio, un esilio esiziale, Pierre Drieu La Rochelle… Non furono immuni più o meno da serie noie Henry de Montherlant, Jean Anouilh, Marcel Jouhandeau, Jean Giono…”.

Così mentre la crema degli industriali e dei grandi banchieri che avevano collaborato altrettanto palesemente e alacremente con l’occupante francese mettendo i loro stabilimenti e le loro casseforti a disposizioni dei tedeschi non saranno minimamente toccati da alcuna rappresaglia , un’intera elitè di intellettuali e scrittori sarà radiata e costretta ad una ipocrita e spietata damnatio memoriae dai nuovi padroni della Francia post-bellica ri-sbarcati al fianco ed al soldo dei nuovi occupanti, questa volta a stelle e strisce.

“Paragonare l’industriale allo scrittore – scriverà uno dei nuovi intellettuali della nazione ricostruita sul sangue della guerra fratricida e di una epurazione selvaggia, uno tra coloro che scelsero l’America o la Russia sovietica all’Europa – è paragonare Caino al diavolo. Il crimine di Caino si ferma ad Abele. il pericolo del diavolo è senza limite…” ravvisando così nell’attività scrittoria di quanti offrirono il destro ideologico e politico alla Germania hitleriana il male assoluto.

Di fronte a questa esplosione di odio rancoroso e volgare risuonano alte le parole assolutamente schiette, chiare e impavide con le quali Drieu avrebbe scritto quello che sarà una sorta di epitaffio dell’intera Collaborazione o, per dirla con Marchi, “il viatico più drammatico, più commovente e più ineccepibile di una tragica epoca, un accarezzato sogno, un possente ideale”:

“Siate fedeli all’orgoglio della Resistenza, come io sono fedele a quello della Collaborazione. Non barate, come non baro io. Condannatemi a morte.
Nessuna mezza misura. Un tempo era facile pensare, ora è diventato nuovamente un atto difficile. Non fatelo ritornare facile. Si, sono un traditore. Si, ho collaborato con il nemico. Ho offerto la mia intelligenza al nemico. Non è colpa mia se quel nemico non era intelligente.
Si, non sono un patriota qualunque, un nazionalista con il paraocchi: sono un internazionalista.
Non sono soltanto un francese, ma un europeo.
Anche voi lo siete, coscientemente o incoscientemente. Ma abbiam giocato ed io ho perduto.
Esigo la morte.”

Il Fascismo ha una sola colpa, se tale può definirsi: ha giocato una partita mortale per la spartizione del mondo contro la Liberaldemocrazia ed il Comunismo.

La sua colpa è quella di aver perso la guerra.

Ciò e non di meno le  ragioni morali ed etiche, politiche ed economiche, spirituali e geostrategiche che mobilitarono tra le due guerre mondiali milioni di individui sotto le bandiere del Fascismo e delle Rivoluzioni Nazionali non soltanto devono avere una loro legittimità storica e politica ma anche, soprattutto, la loro posizione di Terza Via ideologica (anticapitalistica ed antimarxista, al di là della destra e della sinistra) ha tutto il diritto sacrosanto di rivendicare un posto nella storia recente dell’umanità in quanto, di fronte al crollo fallimentare comunista ad Est ed alla crisi del capitalismo più o meno ‘globalizzato’ imperante in quest’inizio di terzo millennio, sola soluzione e prospettiva di affrancamento per il Vecchio Continente non potrà essere niente al di fuori e niente di diverso rispetto a quel socialismo nazionale propugnato dai ‘collaborazionisti’ francesi.

Un socialismo nazionale antagonista all’Europa delle banche, dei mercanti, dell’alta finanza, dell’usurocrazia e di quelle istituzioni (parlamentarismo e democraticismo) dove questi fattori dissociativi, anti-comunitari e anti-nazionali, prosperano e s’ingozzano ogni giorno di più.

La storia, ancora tutta da scrivere e raccontare, di un’alternativa possibile al New World Order ed alle sue tendenze riduzionistico-omologatrici.

Perchè, piaccia o dispiaccia ai più, non siamo affatto alla “fine della storia”.

Per quanto buie e avvolgenti siano queste tenebre nessuno può impedire all’Europa di sperare in una nuova alba di sovranità e libertà.

Note –

1)  Adolf Hitler, “Die Bormann Vermenke”, (Traduz. italiana “Ultimi Discorsi”, Ediz. di “Ar”, Padova 1988);

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