Recensione Libraria – Renè Guènon: “La Grande Triade”

8 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –
RENE’ GUENON : LA GRANDE TRIADE

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“Il Cielo copre, la Terra sostiene”

L’ultimo libro pubblicato da Renè Guènon nel 1946 rappresenta un piccolo capolavoro di studi comparativi di dottrine tradizionali , riassunto di una vita dedicata ad illuminare l’Occidente sulla metafisica orientale e sulle corrispondenze esistenti tra le diverse forme tradizionali attraverso riti, miti, culti, simbologia, lingue e radici etnico-razziali procedenti da un un’unica Tradizione Primordiale.

In questa ultima ricognizione libraria Guènon esamina la tradizione cinese, e più vastamente Estremo Orientale, prendendo quale soggetto di studio la “grande triade”, il ternario composto da “Cielo, Terra e Uomo” (Tien-ti-jen) comparandone la valenza simbolica con altre dottrine e forme tradizionali.

Sgombrando il campo da qualsiasi equivoco Guènon sottolinea fin dall’inizio come le diverse organizzazioni esoteriche cinesi moderne siano emanazioni di una gerarchia che tende a mantenersi – per le sue specifiche caratteristiche e funzioni – , in particolare in Estremo Oriente, segreta e celata rispetto a ciò che è visibile.

Questa caratteristica estremo orientale è determinata dal principio-guida che predomina nella Tradizione cinese che è quello del “wou-wei” (il “non agire”) che rappresenta l’esatta interpretazione di quella funzione di “motore immobile” che determina senza agire direttamente gli avvenimenti, che presiede asceticamente senza intervenire sulle cose del mondo, che ha funzioni di custodia e di governo invisibili rispetto agli accadimenti contingenti della vita: è una elitè nel vero senso tradizionale, un’elitè per sua stessa natura metafisica e trascendente, quella che accompagna la realtà quotidiana, il dinamismo degli eventi, i movimenti di ogni cosa ma senza parteciparvi.

Una gerarchia che in Estremo Oriente procede dalla influente tradizione taoista  e utilizza elementi esteriori, quasi a copertura della propria stessa esistenza, sia del buddismo che del confucianesimo.

Scrive Guènon: “..dobbiamo insistere un poco sull’utilizzazione di elementi di provenienza buddistica, non tanto perchè sono indubbiamente i più numerosi (e ciò si spiega facilmente data la grande diffusione del Buddismo in Cina e in tutto l’Estremo Oriente), quanto invece perchè tale utilizzazione ha una ragione più profonda che la rende particolarmente interessante e senza la quale, in verità forse non sarebbe avvenuta una simile diffusione del Buddismo. Non sarebbe difficile trovare molteplici esempi di tale utilizzazione (…) , ce n’è almeno uno chiarissimo che non verte su semplici dettagli: è l’uso del simbolo del “Loto Bianco” nella denominazione dell’altra organizzazione estremo orientale … In effetti Pe-lien-che o Pe-lien-tsong, nome di una scuola buddistica, e Pe-lien-kiao o Pe-lien-houei , nome  dell’organizzazione di cui stiamo parlando, designano due cose completamente diverse; ma, nell’adozione di tale nome da parte di questa organizzazione emanata dal Taoismo , c’è una specie di equivoco intenzionale, come in certi riti dall’aspetto buddistico o anche nelle “leggende” in cui quasi costantemente hanno una parte più o meno importante dei monaci buddisti.  Da un esempio come questo risulta abbastanza chiaro come il Buddismo possa servira da “copertura” al Taoismo e come in tale modo esso abbia potuto evitare a quest’ultimo di esteriorizzarsi più di quanto non sarebbe stato lecito ad una dottrina che, per definizione, deve sempre essere riservata a una ristretta èlite.”

Il buddismo come  elemento intermedio tra Taoismo e Confucianesimo , con influenze sostanziali taoiste su alcune scuole buddiste cinesi quali la Tchan  (trascrizione cinese della parola sanscrita Dhydna, “contemplazione” e nota ai più con il nome di Zen, forma giapponese della stessa parola).

Questa esigenza taoistica di mantenersi in una posizione celata agli occhi dei profani procede dalla natura stessa, fondamentalmente esoterica, del Taoismo il quale , come il Confucianesimo su un piano “essoterico” e sociale, non ha apportato sostanziali innovazioni ed entrambi si presentano come “riadattamenti” che si sono resi necessari da determinate condizioni storiche di modo che, entrambi su piani distinti, abbiano conservato fino ai giorni nostri la purezza dei principi e della dottrina tradizionali dai quali procedono.

Dopo aver eliminato qualsiasi possibile equivoco su inesistenti comparazioni tra Grande Triade cinese e Trinità cristiana (equivoci creati ad arte vuoi dalla sommaria ignoranza occidentali della metafisica orientale vuoi per quella specifica attitudine occidentale di riportare qualunque termine di paragone alla propria forma tradizionale o quantomeno alla propria mentalità, considerando lo stato di completa dissoluzione di qualsivoglia ordine tradizionale nell’Occidente moderno); assimilazioni abusive che hanno interessato altre forme tradizionali e, fra le altre, la Trimurti indù; Guènon passa oltre a descrivere la funzione del ternario in questione.

“Come vedremo più esaurientemente in seguito – scrive Guènon – , la Triade estremo-orientale appartiene al genere di ternari costituiti da due termini complementari e da un terzo termine che è il prodotto dell’unione dei primi due o, se si vuole, della loro reciproca azione e reazione.”

Questi termini sono appunto Cielo, Terra e Uomo dove quest’ultimo termine deve essere posto com’è, in relazione ai primi due, e considerato principalmente come il prodotto o la risultante dei loro reciproci influssi divenendo “in virtù della duplice natura che gli viene dall’uno o dall’altra,  (…)  il termine mediano o “mediatore”  che li unisce e che, secondo un simbolismo sul quale torneremo ancora, costituisce per così dire il “ponte” gettato fra loro.”.

Enunciati nell’ordine tipico della tradizione estremo-orientale l’Uomo diviene così il “Figlio del Cielo e della Terra”  e ciò si comprende perfettamente se si considera che, la nota formula tradizionale “Il Cielo copre, la Terra sostiene” ci da chiaramente la chiara percezione e illustra perfettamente la funzione di questi due principi complementari.

Infatti è manifesto il carattere che entrambi rivestono nella tradizione estremo-orientale come in quella indù in quanto il Cielo ha una posizione superiore, la Terra inferiore; per essere più precisi dobbiamo riferirci ai loro ruoli e funzioni: il ruolo “non agente” dell’attività del Cielo (o di Purushà secondo la tradizione indù) e quello “passivo” della Terra (o di Prakriti) la quale funge quale ‘terreno’ o supporto di manifestazione.

“Nell’Universale, e visti dal lato del loro principio comune, il Cielo e la Terra si assimilano rispettivamente alla “perfezione attiva” (Khien) e alla “perfezione passiva” (Khouen) nessuna delle quali, peraltro, è la Perfezione in senso assoluto…”

In qualsiasi caso li si voglia considerare essi rappresentano un principio attivo ed uno passivo o, tra i simbolismi più spesso utilizzati, un principio maschile ed un principio femminile e , in quanto tali, il loro è un modello di complementarismo per eccellenza e simbolicamente si situano uno verticalmente (il Cielo) ed uno orizzontalmente (la Terra).

E’ il motivo per il quale nella tradizione cinese è detto che l’asse verticale è chiamato anche “la via del cielo”  (Tien-Tao).

Questa complementarità si ritrova per esempio nei simboli maggiormente utilizzati per esprimere questi due principi: il cerchio per il Cielo e il quadrato per la Terra; immagine che si ritrova anche nelle monete cinesi e su certe tavolettte rituali.
“E’ detto ancora che il Cielo – prosegue Guènon – , il quale avvolge o abbraccia tutte le cose, presenta al Cosmo una faccia interna e la Terra, che le sostiene presenta una faccia “dorsale” , cioè esterna” assimilazione che riuscirebbe evidente immediatamente in una lingua come l’arabo dove il ventre è el-batn e l’interno el- bàten, la schiena ez-zahr e l’esterno ez-zàher.

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Nella sfera cosmologica la tradizione estremo-orientale presenta i due principi del Yang e Yin che rappresentano come il Cielo e la Terra rispettivamente i due aspetti/principi maschile (positivo e attivo) e femminile (negativo e passivo).

“Queste due categorie – prosegue Guènon – si ricollegano simbolicamente alla luce e all’ombra: in tutte le cose, il lato luminoso è yang e il lato oscuro è Yin; ma, dato che l’uno è inseparabile dall’altro, essi appaiono più come complementari che come opposti” e, avverte il filosofo francese che non si dovrebbe mai interpretare questa distinzione tra luce e ombra nei termini di “bene” e “male” come avviene in altre tradizioni come, per esempio, nel Mazdeismo.

I due principi, yang e yin, sono in Cina e più vastamente in Estremo Oriente applicati in tutte le scienze tradizionali: così se hanno corrispettivi nella geografia (Yang è il lato sud di una montagna che è anche il lato nord di una valle o di un fiume , Yin il suo inverso) non meno importanza essi rivestono nella medicina tradizionale cinese interamente basata sui due Principi in oggetto che determina ogni malattia dell’uomo come una mancanza di equilibrio, uno stato di squilibrio, derivato da un eccesso di uno dei due termini rispetto all’altro e, come ‘diagnosi’ auspica il rafforzamento del termine in difetto per ristabilire l’equilibrio.

I due principi si riflettono chiaramente nell’essere umano: l’aspetto Yang è quanto vi è di “essenziale” e spirituale , l’aspetto Yin è quanto di “sostanziale” definito da Guènon come “l’oscura radice di ogni esistenza”: per questi motivi il carattere maschile o femminile di un individuo può essere definibile come il predominio dell’uno o l’altro, influenza che determina il ‘tipo’ umano e che, semplicemente da queste brevi note, lascia intravedere le conseguenze deducibili da questa applicazione dei suddetti principi e  l’importanza che esse possono presentare per tutte le scienze collegate allo studio della natura umana ed i più diversi punti di vista con i quali può essere affrontabile questa branchia essenziale di studi.

Guènon sottolinea come questi termini siano stati utilizzati dalla Massoneria che, in una sua nota formula, dichiara che l’iniziato deve “saper scoprire la luce nelle tenebre” (lo yang nello yin) e “le tenebre nella luce” (lo yin nello yang).

In merito occorre sottolineare come i principi Yang e Yin abbiano una loro complementarità con la formula ermetica del “solve et coagula” ritenuta principiale dell’intero processo di manifestazione universale mediante le due fasi di coagulazione e soluzione ermetiche.

Il termine solve viene così a rappresentare simbolicamente il Cielo mentre il termine coagula rappresenta la Terra “ciò significa – scrive Guènon – che essi si assimilano alle azioni della corrente ascendente e della corrente discendente della forza cosmica o, in altre parole, alle rispettive azioni dello yang e dello yin. Ogni forza di espansione è yang, e ogni forza di contrazione è yin; le “condensazioni” che danno origine ai composti individuali, procedono quindi dagli influssi terrestri e le “dissipazioni” che riconducono gli elementi di tali composti ai loro principi originari, procedono dagli influssi celesti; sono, se vogliamo, gli effetti delle rispettive attrazioni del Cielo e della Terra.”.

La dualità dei due principi Yang e Yin si ritrova anche nel campo dei numeri : secondo lo Yi-king i numeri dispari corrispondono allo yang, cioè sono maschili o attivi, mentre i pari corrispondono allo yin ossia femminili e passivi. Una corrispondenza che si riscontra in tutte le dottrine tradizionali e ,in Occidente, particolarmente nota soprattutto attraverso il Pitagorismo.

“Ora – avverte Guènon in proposito – bisogna far bene attenzione al fatto che qui l’unità, essendo propriamente il principio del numero, non viene a sua volta calcolata come un numero; in realtà, ciò che essa rappresenta non può che essere anteriore alla distinzione tra il Cielo e la Terra, e infatti abbiamo già visto come essa corrisponda al loro comune principio Tai-ki, l’Essere identico all’Unità metafisica stessa. Perciò, se il 2 è il primo numero pari, come primo numero dispari sarà considerato il 3 e non l’uno; di conseguenza il 2 è il numero della Terra e il 3 il numero del Cielo; (…) dal momento che il 2 viene prima del 3 nella serie dei numeri, la Terra sembra venire prima del Cielo, allo stesso modo in cui lo yin appare prima dello yang; si ritrova così in questa corrispondenza numerica un’altra espressione, in sostanza equivalente, dello stesso punto di vista cosmologico di cui abbiamo parlato in precedenza a proposito dello yin e dello yang.”.

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Principi che esercitano una loro influenza sugli individui e hanno una loro determinazione che ritroviamo nella formula iniziatica comune a tutte le dottrine tradizionali che recita “il Cielo è suo padre, la Terra è sua madre” in relazione all’Uomo e ai suoi rapporti con i due principi e termini.

Formula che si applica propriamente agli iniziati, all’uomo “vero” o il “risvegliato” della tradizione buddistica, o l’illuminato: chi viene chiamato, e ne ha i mezzi e le qualifiche, a realizzare pienamente tutte le proprie possibilità (di questi aspetti Guènon parla ampiamente nel suo studio “Apercus sur l’Initiation”).

Infine diamo un rapido esame al capitolo XVI.mo del volume dedicato alla “Grande Triade” che si occupa del “Ming Tang” nel quale, dopo aver analizzato la suddivisione in nove province della Cina nel periodo compreso intorno alla fine del terzo millennio avanti Cristo, Guènon ci illustra schematicamente a quali piani fosse dovuta tale sistematica divisione geopolitica dello spazio imperiale cinese.

“…la provincia centrale, (…) dove risiedeva l’Imperatore, era chiamata “Regno di Mezzo” (Tchoung-kuo)  – di cui si ha analogia nel regno di Mide o “del Mezzo”  dell’antica tradizione irlandese ndr – ,  (…) come il “Regno di Mezzo” occupava nell’Impero una posizione centrale, allo stesso Impero , fin dall’inizio, si poteva far occupare nel mondo una posizione analoga; e questo sembra proprio risultare dal fatto che esso fosse costituito in modo da formare, (…), un’immagine dell’Universo.”.

La centralità dell’Imperatore risulta così equivalente a quella dell'”uomo vero” e la sua funzione altrettanto equivalente lo rende il naturale “mediatore” fra il Cielo e la Terra (il Pontifex = facitore di ponti, della Tradizione cristiano-cattolica).

“Di fatto – commenta Guènon – non dobbiamo stupirci di questa posizione “centrale” attribuita all’Impero cinese rispetto al mondo intero; di fatto, fu sempre così per ogni paese in cui esistesse il centro spirituale di una tradizione. Tale centro, infatti, era una emanazione o un riflesso del centro spirituale supremo, ossia del centro della Tradizione primordiale da cui derivano per adattamento a particolari circostanze di tempo e di luogo, tutte le forme tradizionali regolari… (…) Per questo il paese che possedeva un tale centro spirituale, qualunque fosse, era in virtù di ciò una “Terra Santa” e, in quanto tale, era designato simbolicamente da appellativi quali “Centro del Mondo” o “Cuore del Mondo”…”.

Non ci dilungheremo ulteriormente su quest’opera di Guènon che riassume quarant’anni di studi e ricerche tradizionali, prende in esame e passa in rassegna i diversi aspetti della tradizione cinese ed estremo-orientale e fornisce ulteriori dati comparativi e di corrispondenza tra le diverse forme e dottrine tradizionali d’Oriente e d’Occidente.

Dal yin e yang alla doppia spirale, dal solve et coagula alchemico ai numeri celesti e terrestri, dai rapporti tra l’essere e l’ambiente circostante all’autorità sacerdotale e a quella regale, dall’Invariabile Mezzo al simbolismo massonico della squadra e del compasso passando per la ruota cosmica ed il simbolismo del Cielo e della Terra; Guènon ci illumina alcuni dei tanti aspetti della Tradizione e  come un faro sicuro ce ne svela ruoli, funzioni, valenza e complementarità rendendo immagini e simboli, miti e riti, intelleggibili anche ad occhi ‘profani’  – se non nella loro essenza quantomeno nella loro esteriorità – e trasparenti con poche e decisive parole riflesso discorsivo di un sapere iniziatico e di una conoscenza che non ha tempo nè confini e delle quali ci è dato un piccolo assaggio in queste poche, intense, profonde pagine.

Renè Guènon, “La Grande Triade”, Edizioni “Adelphi”, Milano 1980;

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