Recensione Libraria – Renè Guènon: La crisi del mondo moderno

10 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –

RENE’ GUENON – LA CRISI DEL MONDO MODERNO

“…lo sviluppo di ogni manifestazione implica necessariamente un allontanamento sempre maggiore dal principio da cui essa procede.”

(Renè Guènon – dal testo)

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Il presente saggio di Guènon, a distanza di quasi un secolo dalla sua apparizione (1927), costituisce ancora oggi una delle più lucide testimonianze circa lo schiantamento ontologico e la deriva culturale raggiunti dalla pretesa “civiltà” occidentale.

Nell’edizione italiana curata dalle “Mediterranee” di Roma (1972) l’introduzione, affidata a Julius Evola,   chiarisce quale sia il punto di vista dal quale prendono spunto le analisi guènoniane attorno alla decadenza dell’Occidente.

Una visione del mondo e del suo sviluppo che non ha niente a che vedere con qualsiasi altra analisi ‘modernista’ nè alcunchè da spartire con posizioni che facciano dell’originalità e della novità le proprie fondamenta.

Guènon infatti affida la base del proprio ragionamento alla Tradizione e particolarmente ai valori immutabili che individua ed analizza in quella immensa serie di studi dedicati alla simbologia, alla mitologia, all’interpretazione del divenire storico quale insieme di cicli cosmici e non ultimo alla morfologia ed alla critica delle diverse manifestazioni delle civiltà che ricollega ad un unica fonte di sapienza e ad un’unica Tradizione primordiale, organica, originaria e informale.

E’ da queste premesse che Guènon studia l’involuzione del pensiero e della cultura occidentale, la crisi del mondo moderno indicato quale risultante aberrazione di cinque secoli di sviluppo abnorme e fuori da qualsiasi regola della società occidentale.

L’Occidente per Guènon ha abbandonato la via della tradizione perchè ha perso il senso del sacro, ha voltato progressivamente, a partire dal XIV° secolo, le spalle a qualunque forma di religiosità organica e, mancando completamente di alcuna visione metafisica, è andato a creare i presupposti per la costituzione – attraverso la tecnica ed il progresso, la scienza e la ragione – del cosiddetto “mondo moderno”; una civiltà, la prima nella storia dell’umanità, esclusivamente materiale.

La cosiddetta “Rinascenza” e la Riforma secondo Guènon furono “soprattutto delle risultanti, resesi possibili solo in virtù di una preliminare decadenza. Ben lungi dall’essere una rettificazione, esse realizzarono peraltro una caduta assai più profonda, poichè esse realizzarono un distacco definitivo dallo spirito tradizionale, l’una nel dominio delle scienze e delle arti, l’altra nello stesso dominio religioso, che era quello in cui un tale distacco poteva sembrare più inconcepibile.”.

Guènon determina nel tardo medio evo, attorno al XIV° secolo, in questo momento storico il vero inizio della “civiltà” moderna con il progressivo allontamento ed estraniamento da qualsiasi via tradizionale dell’Occidente.

Una modernità che, per l’autore, è figlia legittima del cosiddetto ‘rinascimento’ il quale tutto sarà fuorchè una rinascita per il mondo occidentale da allora, e sempre più, ostinatamente persuasosi di una propria funzione di guida dell’umanità fondata sulla pretesa, in sè assurda, di essere l’unica civiltà ed il solo modello di riferimento per l’intero pianeta.

Arrogandosi la pretesa di una propria “superiorità” l’Occidente moderno prosegue da allora instancabile quella che ritiene essere la propria “missione”:  trasmettere il proprio sapere , dispensando lezioni di etica e morale al mondo intero, ed esportare – fosse anche manu militari – le proprie istituzioni e la propria idea del mondo basate entrambi sulla laicità e su una visione progressitico-ottimistica della storia.

Guènon in merito a queste pretese è categorico ed afferma: “Una parola messa in onore della Rinascenza riassume, anticipandolo, l’intero programma della civiltà moderna: “umanismo”. Si trattò infatti di tutto ridurre a proporzioni puramente umane, di prescindere da ogni principio d’ordine superiore e, si potrebbe dire simbolicamente, di distogliersi dal cielo col pretesto di conquistare la terra. I Greci, di cui si pretese di seguire l’esempio, non si erano  mai spinti così lontano in tal senso, nemmeno nel tempo della loro massima decadenza intellettuale, e, almeno, le preoccupazioni utilitarie in essi non erano venute al primo piano, così come presto doveva accadere fra i moderni. L'”umanesimo” è già una prima forma di quel che sarà il “laicismo” contemporaneo. Volendo ricondurre tutto alla misura dell’uomo, preso come fine a sè stesso, si è finiti con lo scendere, gradino per gradino, fino il livello di quel che vi è di più inferiore…”.

Dopo aver illustrato i motivi per i quali appare assurdo solo prospettare una dicotomia tra Oriente ed Occidente (e sostituendo al termine ‘Occidente’ eventualmente quello più conforme di ‘mondo moderno’ con il quale si,  l’Oriente, non può che essere e trovarsi in opposizione) Guènon passa a considerare l’opposizione tra Conoscenza ed Azione due forme distinte di manifestazione tradizionale che, viste nella prospettiva della civiltà cosiddetta moderna – e soltanto in questa ottica-  ; assumono i tratti di due realtà agli antipodi, mondi lontanissimi, sviluppi individuali e collettivi per i popoli in chiara opposizione,

Scrive l’autore sgombrando il campo da qualsiasi dubbio: “Contemplazione e azione sono opposte l’una all’altra, come si pensa comunemente? o sarebbero piuttosto complementari? o, infine, non esisterebbe forse fra di loro una relazione non di coordinazione, bensì di subordinazione? (…) …il punto di vista più superficiale e esteriore è quello consistente nell’opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione al titolo di due contrari nel senso proprio del termine. Che apparentemente una opposizione esista, ciò è invero incontestabile. Tuttavia, se essa fosse assolutamente irriducibile, fra contemplazione e azione esisterebbe una incompatibilità completa ed esse non potrebbero mai ritrovarsi riunite. Ora sta di fatto che le cose non si presentano così. Almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, l’una delle quali domina quasi necessariamente l’altra, di modo che lo sviluppo dell’una sembra effettuarsi a detrimento dell’altra… Ciò crea l’apparenza di una opposizione. Ma una conciliazione fra questi contrari o pseudo-contrari deve esser possibile. Del resto ciò vale per tutti i contrari in genere… (…) Chi dice opposizione o contrasto dice con ciò stesso disarmonia o squilibrio, cioè qualcosa che – come abbiamo già visto  sufficientemente chiarito – può esistere solo da un punto di vista relativo, particolare e limitato. Chi invece considera la contemplazione e l’azione come complementari, si pone da un punto di vista già più profondo e più vero del precedente, giacchè l’opposizione  vi si trova conciliata e risolta, i due termini equilibrandosi, in un certo qual modo, a vicenda.”.

Così se gli orientali sono maggiormente ‘portati’ o ‘vocati’ ad una visione contemplativa della vita rispetto a quella massimamente più attiva degli occidentali queste distinte ‘tendenze’ non sarebbero in sè, nè potrebbero rappresentare, qualcosa di disarmonico nè tantomeno di opposto: questo almeno fintanto che l’Occidente si mantenne e sviluppò la propria storia all’interno di una forma di civiltà di tipo tradizionale.

Un discorso completamente distinto invece se consideriamo l’Occidente moderno e la sua “civiltà” materiale.

D’altronde una simile distinzione è anche quella che Guènon individua tra i concetti di scienza “sacra” e “profana” sottolineando una volta di più come, nelle civiltà di tipo tradizionale, l’intuizione intellettuale rappresenti il principio fondamentale e costitutivo ovvero come la pura dottrina metafisica costituisca l’essenziale a questa ricollegandosi , come conseguenza, qualsiasi altro fattore ed applicazione.

Tra scienza ‘sacra’ e scienza profana, o moderna, esiste da questo punto di vista una netta opposizione in quanto la scienza (o più esattamente le diverse scienze) moderne hanno preteso di separarsi da qualsiasi principio superiore con volontà di indipendenza restando private di qualunque significato profondo , condannandosi a finire in un vicolo cieco visto che quest’idea di scienza ha finito per richiuderle entro spazi e ambiti irrimediabilmente limitati analogamente a quanto, sul piano sociale, è accaduto con la separazione tra la sfera temporale e quella spirituale.

Dopo aver indicato nell’individualismo e nel democratismo due dei principali mali del mondo moderno e due autentiche invenzioni dell’Occidente, Guènon passa in rassegna alcuni tra i principali aspetti della “civiltà” unidimensionale occidentale sottolineandone il materialismo intrinseco che si manifesta in tutti i diversi aspetti e in ognuna delle realizzazioni umane.

L’Occidente ha sviluppato una civiltà esclusivamente materiale con una concezione di sè che – dalle scienze alla filosofia , dalla tecnica a quelle che sono le loro applicazioni – non ha saputo altro che apportare benefici relativi a questa sfera della vita individuale e collettiva degli uomini.

Il “materialismo” occidentale peraltro non rappresentando nient’altro che una delle possibilità di manifestazione dell’individuo e di una civiltà; e, tra queste possibilità, la meno decisiva ed essenziale.

Così se sono andate progressivamente aumentando tra i popoli contemporanei le preoccupazioni di ordine economico e si vanno sempre più affermando, diventando oggetti di studio preferenziali, le problematiche a quest’ordine inerenti (nell’industria, nel commercio, nella finanza) ;  questa deriva materialista ha finito con l’imporre a livello sociale nuovi, capovolti, “ordini” gerarchici basati sull’unico metro di giudizio che è quello della maggiore o minore ricchezza materiale.

Il problema come rileva Guènon non è soltanto, o esclusivamente, lo sviluppo assolutamente disorganico e – se vogliamo da un punto di vista tradizionale – totalmente assurdo della “civiltà” occidentale; bensì la sua pretesa di superiorità e la sua espansione globale o l’invasione dei suoi ‘prodotti’ – delle proprie idee, dei propri usi e costumi, della propria cultura – che l’Occidente ha progressivamente esteso al resto del pianeta.

L’apporto occidentale al mondo extra-occidentale è fondamentalmente materiale. Non potrebbe essere altrimenti.

Malgrado ciò gli occidentali pensano ancora di avere da insegnare al resto del mondo più o meno tutto quanto rientra nella sfera dello scibile e della conoscenza; non rendendosi peraltro conto che probabilmente al resto del pianeta potrebbe non interessare questa scienza esclusivamente materiale o come essa non sia così essenziale com’è di fatto da sei secoli per il mondo occidentale.

Esiste una via d’uscita da questa situazione si domanda nell’introduzione Evola? Vi sono possibilità per l’Occidente moderno di riappropriarsi della propria “via tradizionale”?
Per esser più chiari, potrebbero esistere le condizioni per il mondo occidentale di rialzarsi e ritrovare una dimensione che non sia esclusivamente quella materiale espressione di una modernità che tutto tende ad annullare, livellare e azzerare?

A queste domande non esistono risposte valide ed assolute così come alle problematiche analizzate non possono esistere soluzioni onnicomprensive ed adeguate a ‘guarire’ l’Occidente dalla sua profonda crisi.

Il libro intende offrire qualche spunto utile di analisi, determinati punti di riferimento per un inquadramento sommario ma già sufficiente rispetto alle prospettive generali delle molte problematiche d’ordine esistenziale e dello sviluppo umano che vi sono esposte.

Per questo motivo lo riteniamo, a distanza di novant’anni dalla pubblicazione, un testo fondamentale, del quale, per chiunque aspiri ad un cambiamento in senso tradizionale della propria esistenza e della società,  sottolineiamo l’imprescindibilità.

DAGOBERTO BELLUCCI

Renè Guènon, “La Crisi del mondo moderno”, Ediz. “Mediterranee”, Roma 1972

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