Recensione Libraria – Henry Corbin: “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica”

17 Feb

Recensione Libraria – Henry Corbin: “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica”

“La Verità vi renderà liberi”

(Gesù Cristo, Messia dell’Umanità)

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Il volume in questione intende fare luce sulla relazione esistente tra le tre grandi religioni monoteiste (giudaismo, cristianesimo e islam) attraverso una analisi dettagliata della figura del Cristo, il messia atteso dai giudei, come viene presentata nel Vangelo di Barnaba, vangelo nè canonico nè apocrifo riconosciuto da molti autori quale sorta di “vangelo dell’islam” per il suo particolarissimo collegamento rispetto alla visione profetica di Cristo come appare nel Corano.

“Vangelo per i musulmani” il testo delinea e ridà vitalità alla figura del Messia quale profeta: una visione comune alle prime comunità cristiane e per molti secoli diffusissima concezione cristologia tra le diverse chiese cristiane d’Oriente.

L’autore, tra i massimi studiosi dell’Islam particolarmente della sua versione shi’ita, traccia un quadro generale organico passando in rassegna rispettivamente:
a) scritto, origini e storia dell’autore del vangelo in questione;
b) funzioni e ruoli del vangelo di Barnaba quale metaforico ed ideale ‘ponte’ di trasmissione di una sapienza spirituale che unisce il giudeo-cristianesimo , particolarmente quanto accadde nell’area palestinese alle origini della predicazione di Gesù Cristo, all’Islam e specificamente quella che l’autore definisce come “ecumenismo abramico di cui Gerusalemme è la città spirituale”.

Il tema centrale che attraversa tutto il testo di Corbin è quello del riconoscimento del “Verus Propheta” ossia l’identificazione di un Principio universale che si manifesta nelle distinte tradizioni monoteistiche mediante ciò che , per fare un solo esempio, l’Islam identifica con ar-Rùh (lo ‘spirito’) ; l’ebraismo con  la figura di Metatron ed il cristianesimo con il Logos.

Questo Principio metafisico può essere considerato da due punti di vista: “da quello della Verità divina (al-Haqq) e da quello della creazione (al Khalq)”.

I due aspetti del Principio sono complementari l’uno all’altro e – per corrispondenza con la tradizione ebraica – nella Qabbalah sono identificati rispettivamente con la Shekinah e Metatron quali gradi di manifestazione inseparabili per quanto distinti e, prendendo la metafora dei due mari, uniti da un istmo (barzakh) che essi non possono superare e che l’Islam identifica col termine Haqìqat al-haqa’ìq, la Realtà totale intermedia tra l’essere divino ed il cosmos.

E’ al centro di questa realtà totale che deve situarsi la “manifestazione profetica”  identificabile con una delle funzioni di Metatron (considerato quale “autore delle teofanie del mondo sensibile”) dello Spirito Santo o dell’Angelo della Rivelazione coranica Jibril (Gabriele).

Il Vangelo di Barnaba assume dunque la funzione di trade d’union tra gli esoterismi più profondi , l’essenza, delle tre fedi monoteistiche e si innesta nel vasto filone delle cosiddette ricostruzioni critologiche con una propria, specifica, identità che non ha niente a che vedere con i vangeli cosiddetti ‘apocrifi’ (di cui non fa parte) nè con quelli canonici ma trova un suo spazio e piena legittimità anche alla luce delle scoperte archeologiche che – negli ultimi cinquant’anni – hanno aperto nuove strade alla comprensione di ciò che doveva essere il cristianesimo originario (dai testi noti come “rotoli del  Mar Morto” , appartenenti alla comunità essena di Qumràn, fino alla biblioteca coopta di Nag Hammadì).

Il Vangelo in questione viene comunemente fatto risalire ad un unico manoscritto presente alla Biblioteca Nazionale di Vienna , tradotto da non si sa esattamente quale lingua orientale originaria in veneziano e successivamente in numerose altre lingue europee quest’opera mette in luce la profonda conoscenza della teologia giudaica, giudeo-cristiana e , per molti versi, di quella islamica.

Il suo autore, Barnaba, sembra possa esser stato – secondo quanto scrive Luigi Cirillo nella sua tesi  di laurea intitolata “L’Evangile de Barnabè de la Bibliotheque Nationale de Vienne” – Mattia (un apostolo chiamato a sostituire Giuda Iscariota dopo il suo tradimento) e comunque nel prologo si ammette che l’autore, chiunque esso sia, è stato “tra i dodici” e di aver attinto direttamente agli insegnamenti del Cristo travisati o reinterpretati da quanti dovevano custodirne la verità e fra i quali “si trova Paolo, anche lui in errore” in quanto primo responsabile fra coloro che credono e vanno predicando che “Gesù è figlio di Dio”.

La posizione spiccatamente anti-paolina lascia pensare che l’autore del vangelo possa esser stato un membro della cosiddetta “Chiesa di Giacomo”, primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Questa Chiesa si contrapporrà alle false testimonianze prodotte sul Cristo e sulla sua manifestazione da Paolo (Saul) di Tarso al quale fondamentalmente si deve la costituzione del corpo dottrinario sui cui principi sarebbe sorta la Chiesa cattolica o, per essere ancor più chiari, sarà attraverso la predicazione paolina che il cristianesimo si diffonderà per tutto l’Impero di Roma staccandosi radicalmente dalla tradizione giudaica per diventare con Pietro la Chiesa cattolica apostolica d’Occidente: si dovrebbe, d’altronde, parlare di Paolinismo anzichè Cristianesimo considerando la deviazione profonda e radicale prodottasi nella dottrina attraverso la predicazione di san Paolo, la sua apertura verso i “gentili”, l’aver – di fatto – costituito una religione ex novo staccandone essenza e fondamenti rispetto al giudaismo dal quale pure essa era nata.

Sarà da questo iniziale dissidio tra due distinte interpretazioni-versioni della natura del Cristo che si produrranno gli scismi tra le chiese d’occidente e quelle orientali  presenti in Terra Santa e nel Vicino Oriente nei  primi secoli dopo Cristo; e, quasi come reazione o meglio ri-equilibrio – la parusia mohammadica alias l’avvento – nel sesto secolo dopo Cristo – dell’Islam.

Per capire l’importanza del Vangelo di Barnaba occorre riflettere un momento sulla centralità ed il ruolo che svolse la cosiddetta Chiesa di Giacomo, prima comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Il suo vescovo, Giacomo, viene identificato quale “fratello del Signore” ed il fatto stesso che sia l’unico vescovo di questa prima comunità di fedeli lo identifica quale autorità religiosa che deve situarsi al di fuori del gruppo dei Dodici ed al di sopra di questo: designato come Vicarius Christi egli è l’autorità suprema dei fedeli in Cristo  dopo Cristo.

Scrive Corbin: “Ora, come ce la fa conoscere il corpus clementino, la questione che costituiva il punto centrale e decisivo di queste discussioni tenute al Tempio (da Giacomo ndr) , era unicamente di sapere se Gesù fosse o no il Vero Profeta annunciato da Mosè, si ipse esset Propheta quem Moyses praedixit qui est Christus aeternus (se fosse proprio lui il Profeta che Mosè aveva annunciato e che è il Cristo eterno). (…) Tutta la storia sacra, la ierologia dell’umanità ha per asse le forme successive di manifestazioni (non le “reincarnazioni”!) dell’Anthropos celeste, dell’Adamo-Cristo eterno che è il Vero Profeta.  (…) Gnosi e Vero Profeta fanno tutt’uno. Il Vero Profeta è il Dottore di Verità. Riconoscerlo vuol dire porre se stessi in stato di Verità. Bisogna dunque prima di ogni altra cosa cercare il Vero Profeta (così farà ancora Salman Fàrsi nell’Islam). Se Gesù è il Salvatore, è perchè egli è il Dottore di Verità, il Rivelatore, ed è questa, essenzialmente, la cristologia dei giudei-cristiani e degli Ebioniti, presso i quali le “Predicazioni di Pietro” erano coperte da un segreto simile a quello osservato dagli Esseni. Cristologia in contrasto con quella di san Paolo, ma della quale il poco che noi diciamo qui mostra che non era nè antimistica nè antignostica.”.

L’autore ci illumina sulla caratteristica specifica del Vangelo di Barnaba il quale afferma chiaramente come i Dodici siano soltanto “discepoli dei profeti” e non profeti essi stessi ; testimoni che hanno conosciuto il Cristo per averlo udito direttamente non per delle visioni (come accadrà a Paolo che prenderà posto tra i Dodici successivamente alla sua “illuminazione” sulla Via di Damasco) : “ci sono qui, – conclude Corbin – tutti gli elementi dell’antipaolinismo di cui il Vangelo di Barnaba sarà ancora un tardivo ma vigile testimone. E c’è pure tutta la dottrina del Vero Profeta che formerà l’asse della profetologia islamica, specie nella forma shì’ita.”.

Per chiunque intenda ricercare elementi di Verità crediamo di fondamentale importanza il presente studio di Henry Corbin che per spessore e lucidità costituisce un testo essenziale verso quelle rivelazioni più nascoste – esoteriche – di una Sapienza primordiale ed originaria che dall’Adam Kadmon della tradizione originaria giudaica porta direttamente alla parusia islamico-shi’ita imamitico-duodecimana ed alla funzione di “kalki-avatar” e “Guida e Salvatore dell’Umanità”  che spetta a al Mahdì , al muntazar (il ben guidato) della tradizione sciita.

Henry Corbin – “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica” , Edizioni “All’Insegna del Veltro”, Parma 1985.

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