Archivio | marzo, 2017

Recensione Libraria – Titus Burckhardt : “L’Uomo Universale”

14 Mar
Recensione Libraria – Titus Burckhardt : “L’Uomo Universale”
“Là ove la Conoscenza s’unisce al proprio essere, e dove l’Essere conosce sé nella sua immutabile attualità, non si ragiona più dell’uomo. Lo spirito in proporzione al suo profondarsi in tale condizione, si fa identico, non all’uomo individuale, ma all’Uomo universale (al-insàn al-kàmil), che costituisce l’unità intrinseca d’ogni creatura. L’Uomo universale è il tutto; per trasponimento dall’invdividuale all’universale lo si denomina “uomo”; essenzialmente, è il prototipo eterno, illimitato e divino di tutti gli esseri.”

(Dall’introduzione dell’Autore)

Titus Burckhardt ci introduce  ad una ricognizione analitica sul Sufismo islamico in questa traduzione di alcuni dei più importanti testi dell’opera del sufi ‘Abd al- Karìm al Jìlì.
“Al-insàn al kàmil” in arabo “L’Uomo Universale” viene considerata come una delle principali opere di sufismo di colui che nel mondo arabo e islamico viene designato come il prosecutore degli insegnamenti del grande metafisico Muhyi-d-dìn ibn Arabi.
Nato nell’anno 1366 d.C. (767 dell’egira, era islamica) Al Jìlì ci istruisce così su alcuni dei punti essenziali delle scuole sufi che nell’Islam hanno rappresentato il naturale ponte di congiunzione tra la sapienza tradizionale primordiale e la dottrina trascendente di derivazione coranica. A questa funzione se ne può aggiungere un’altra: quello di essere il naturale trade d’union tra il maggioritario islam sunnita e la scuola sciita duodecimana (‘Ahl ul Bayt = le Genti della Casa della famiglia del Nobile Profeta Mohammad).
Nella sua introduzione l’autore definisce il Sufismo come “mistica musulmana” il cui fine è la conoscenza metafisica “la cui natura intima è un “mistero” che non può dunque venire completamente comunicata con la parola (…) La logic non può delimitarla; per contro… eccelle sulla ragione”.
In quanto conoscenza metafisica può essere acquisita non attraverso il cervello, non mediante l’intelletto “bensì il cuore , dove conoscenza ed essere s’incontrano”.
Perciò colui che è alla cerca di una conoscenza d’ordine tradizionale  dovrà prima di ogni altra cosa acquisire una predisposizione, una vocatio, la quale sola potrà guidarlo – attraverso la dottrina e la fede, ma anche mediante una catena iniziatica di trasmissione, un maestro o una scuola ortodossa, i riti e le funzioni sia esoteriche che exoteriche – verso l’Idea , la quale origina da un Principio.
Tale Idea, esteriorizzata nella forma dottrinaria, rappresenta la ‘conoscenza’ esteriore; mentre l’essere “si rifletterà in un atteggiamento qualitativo dell’anima”.
L’autore ci illumina circa il ruolo e la funzione dell’Uomo universale: egli stesso è “il simbolo completo di Dio” e l’idea stessa di Uomo universale “procede anzitutto da una prospettiva strettamente connessa all’attuazione spirituale, e ne sarà come il modello permanente” così che egli possa unirsi al suo Creatore nell’Unità divina (è questo il senso di un hadit secondo il quale “nessuno incontrerà Dio prima d’aver incontrato il Profeta”.
Unità divina che è la base sulla quale viene costruita l’intera dottrina islamica e sulla quale si fonda il monoteismo musulmano il quale – lungi dal costituire una pura e semplice prosecuzione arco-temporale ed un continuum metafisico dell’esperienza e della tradizione giudeo-cristiana – disegna un corpus dogmatico-dottrinario nel quale dominato da questo concetto di Unità e Unicità Divine.
“L’idea dominante del Sufismo, in armonia con il Corano, è l’Unità divina. – scrive l’autore – Pertanto, tutto quello che l’unità logicamente comporta può venire trasposto nella Realtà divina, ad esclusione tuttavia dell’unità semplicemente aritmetica o quantitativa che è il riflesso rovesciato dell’Unità principiale. D’un canto l’unità esprime l’indistinzione, la “non dualità” o “non alterità”; dall’altro è il principio stesso della distinzione; poiché un essere – o una cosa – si diversifica dalle altre a motivo della sua natura “unica”. Perciò Abd al Karim al Jìlì denomina Unità (al-ahadiyah) il supremo aspetto di Dio che invero non è un “aspetto” anzi l’assoluta assenza di ogni aspetto o di qualsiasi qualità distintiva, mentre nomina Unicità (al-wàhidiyah) il primo aspetto della Divinità che è insieme sintesi di tutte le realtà e loro principio di distinzione, giacchè Essa  è unica sia in ciascuna che in tutte.”.
Così se prendiamo quale immagine simbolica il Sole, possiamo affermare che le Qualità divine sono simili ai raggi necessari veicoli di trasmissione di un’entità che risulta “troppo abbacinante per essere fissato direttamente” ; raggi che traversano le visioni relative per il cui tramite l’individuo può avvicinarsi all’Assoluto divino.
“Le Qualità divine in sé sfuggono alla conoscenza razionale – ci dice il Maestro al Jìlì – ; sono concepibili soltanto nelle vestigia mentali, e somigliano per così dire ad “astrazioni” in relazione alle cose concrete. In realtà le Qualità universali sono davvero “non esistenti” bell’ambito individuale, benché gli oggetti individuali le palesino,” analogamente per l’intuizione individuale le cose individuali saranno sempre la rappresentazione di concetti provvisori, relativi,incompleti di fronte alle Qualità divine.
“In una successione di capitoli, il primo dei quali è la “Risonanza della Campana” e l’ultimo il “Sinai e il Libro scritto”, Jìlì contempla le modalità della rivelazione nell’accezione del Corano” il quale fa menzione di tre appellativi con i quali si identifica il Libro Sacro, libro increato disceso per Volontà Divina; questi appellativi sono:
– la “Madre del Libro” (umm al Kitab);
– la Recitazione (al-qur’àn);
– la Discriminazione ( al-furqàn)
i quali rappresentano rispettivamente il Libro Sacro come prototipo eterno del Corano, la rivelazione uditiva e la Legge sacra. Questi aspetti metastorici del Corano, caratteristiche atemporali di un Libro che è manifestazione dell’Assoluto, lo ricollegano alla Torà e al Vangelo “in virtù d’una concatenazione ciclica che vuole ciascuna rivelazione , necessariamente limitata nella forma – non nell’essenza – compensata da un’altra.”.
E’ in questo modo che “la forma di ‘espressione’ rappresentata dall’Islam venne vocata a reintegrare le due “deviazioni”, giudaica e cristiana, essendo il suo compito, giusta le parole medesime del Corano, quella di una “religione di mezzo” e di un ritorno alla purità primeva della tradizione di Abramo”.
Concludiamo questa breve recensione ricordando con il sacro Corano che “Dio guida alla Sua luce chi vuole; Dio propone simboli agli uomini, ed Egli conosce ogni cosa”  (Corano  , Sura XXIV, Versetto 35).
DAGOBERTO BELLUCCI
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Recensione Libraria – Julius Evola: “Simboli della Tradizione Occidentale”

10 Mar
“Pur tenendo presente che i simboli – qualunque essi siano – non possono né debbono essere considerati il monopolio di nessuna stirpe né di alcuna corrente religiosa o spirituale, in quanto hanno un valore universale ed eterno, (…) , il valore per noi occidentali dei simboli qui evocati da Evola risiede proprio nell’essere stati incarnati e vissuti da un tipo d’uomo e da un modello di civiltà finora, a nostro giudizio, ineguagliato nei secoli e continuo paradigma di tentativi e sforzi tenaci per riproporlo nel tempo: quel modello di Imperium che ancora all’epoca di Dante apparve come esempio perfetto di realizzazione integrale dell’umanità occidentale…”
( dalla premessa alla seconda edizione a cura del Prof. Renato Del Ponte )

 

Pubblicato una prima volta nel lontano 1977 e ri-edito undici anni più tardi per i titoli della “Arthos”  (poi Arktos) edizioni di Carmagnola (Torino) il presente testo rappresenta probabilmente una delle più riuscite e interessanti raccolte tematiche dedicate agli scritti evoliani in particolare questi articoli che si occupano specificamente della Tradizione Occidentale con particolare riferimento all’area italica.
Come sottolinea lucidamente il prof. Del Ponte nella sua introduzione alla seconda edizione alcune modifiche sono state apportate rispetto alla prima edizione; una scelta motivata dal fatto che – come abbiamo rilevato anche altrove – “determinate posizioni evoliane, troppo nette e ‘dualistiche’, avevano fatto il loro tempo, alla luce soprattutto dei risultati degli ultimi studi sulla tradizione romana in chiave storico-religiosa” i quali, ed è una sottolineatura a dir poco essenziale da parte del curatore del volume, “tendono se mai a conciliare in una visione unitaria ciò che in precedenza era sembrato costituire il campo di un perenne scontro metafisico. La funzione – prosegue Del Ponte – di Roma, infatti, nel Lazio dapprima, poi in Italia (e se si vuole anche nell’Impero) fu di ‘conciliazione degli opposti’ in una suprema unità imperiale…”.
La nuova edizione del 1988 contiene quattordici articoli così suddivisi:
–  sette sono ripresi dal quotidiano cremonese “Il Regime Fascista” – diretto dal 1926 al 1945 da Roberto Farinacci ed al quale collaborò, assieme ad Evola, anche Giovanni Preziosi – ;
–  tre provengono dal quindicinale “La Difesa della Razza” (1938-1943) di Telesio Interlandi;
–  uno dal mensile “Vita Nova” , direttore Leandro Arpinati;
–  uno dal mensile “La Vita Italiana” di Giovanni Preziosi;
–  uno dal quindicinale “Augustea”
ed uno, l’unico del dopoguerra, è tratto dal quotidiano napoletano “Roma”.
Dopo un preambolo intitolato “Fantasia e Conoscenza” il testo passa in rassegna alcuni dei più significativi simboli della tradizione occidentale particolarmente di quella romana così centrale ed essenziale nella mitostoria dell’antichità classica dell’Occidente.
Se Evola giustamente sostiene che “…sia l’antico Oriente, che l’Occidente in alcuni suoi periodi medioevali, conoscevano due grandi vie: l’Azione e la Contemplazione” definendole come le due forme legittime della cultura tradizionale (una caratterizzata dalla casta dei ‘guerrieri’ – ksatriya – l’altra da quella dei sacerdoti – brahmàna – alle quali si riferivano determinate e specifiche funzioni) ; la sua analisi intende affrontare quelli che identificherà come i principali simboli di dette funzioni partendo da un interessante e poco noto aspetto di ciò che furono i  “ludi” ossia i giochi nell’antichità classica occidentale , tanto in Grecia quanto a Roma.
“Ben si stupirebbe il moderno uomo di sport, quando gli si dicesse che ciò che nell’antichità poteva corrispondere allo sport (…) aveva un carattere sacro. – scrive l’autore – Ludorum primum initium procurandis religionibus datum , afferma Livio. Vi sarebbe stato pericolo a negligere i ‘sacra certamina’: se le casse dello Stato romano sono vuote, si possono semplificare i giuochi non già sopprimerli. La costituzione D’Urso fa obbligo ai duoviri e agli edili di celebrare i giuochi in onore degli dèi. Vitruvio vuole che ogni città abbia il suo teatro, “deorum immortalium diebus festis ludorum spectationibus”, e il presidente dei giuochi del Circo Massimo, in origine era identico al sacerdote di Cerere, Liber e Libera. (…) Una àgape, cui i ‘demoni’ erano invitati (invitatione daemonum) consacrava i ‘ludi’, riproducendo il valore di una “partecipazione” mistico-rituale.  (…) Res divinas dunque. Vediamo così apparire nei circhi romani numeri e simboli sacri. Ecco i “Tre” nella “ternae summitates metarum”, nelle “tres arae trinis Diis magnis potentibus valentibus” che Tertulliano riferisce alla Grande Triade dei Misteri Samotraci e, parimenti, nella triade delle madri della natura Seia, Segetia, Tutilina.”.

 

Ora dallo studio della funzione sacrale dei ludi in Grecia e a Roma , Evola estrae soprattutto un insegnamento circa il carattere di una sorta di vera e propria rievocazione celebrativa che in questi giochi avveniva in sostituzione di quella che , di norma, attendeva gli Eroi sui campi di battaglia.
E’ così che i giochi presso greci e romani assumevano valenze simboliche e rappresentative della morte sul campo di battaglia, di una morte eroica : i Giochi consacrati a Dèi e Eroi dovevano riattivare i contatti con quei fenomeni della natura e quelle forze proprie di un mondo – che era quello dell’aldilà .- abitato da Potenze oscure verso le quali si tendeva con ogni genere di celebrazione a placare l’ira (è questo d’altronde anche il significato del Mundus Cereris , una fossa ritenuta il vero confine , sorta di limes, fra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti. Questa fossa, di forma circolare posta al centro dell’Urbe, in un’area denominata Comizio all’interno del Foro, stava a ricordare la volta celeste e l’universo tutto, era chiusa da una pietra e rimaneva sigillata per tutto l’anno ad eccezione di tre giorni (il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre) durante i quali “mundus patet”, ovvero il mondo veniva aperto, mettendo così in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. L’apertura del “mundus” stabiliva una comunicazione effettiva, visibile, tra i tre mondi (celeste, terreno ed infero), nel luogo stesso dove questi si congiungevano. La pietra che chiudeva l’accesso al mondo sotterraneo dei morti, regno di Plutone e Proserpina, era detta “lapis manalis” perché da lì passavano i Mani, ovvero le anime dei morti buoni, dei “parentes”, delle persone di famiglia dalle quali ci si aspettava protezione e benevolenza dall’aldilà) ; il tutto attraverso il potere delle analogie così fondamentale  nella maggior parte dei culti e dei rituali dell’antichità.
L’Eroe dei giochi trasfigurava l’eroe che trovava la morte sul campo di battaglia: vincere i Ludi, diventare ‘Eroe’ poteva portarlo a vincere l’Ade conquistando una gloria eterna secondo il modello della “verità guerriera” occidentale.
“Nel sarcofago di Haghia Triada, nel bassorilievo del carro greco-etrusco di Monteleone, nelle steli di Bologna – son sempre le immagini  della “morte trionfale” che ricorrono. – commenta Evola – Vittorie alate coprono le porte dell’Ade o sostengono il medaglione del morto. Presso alla celebrazione pindarica della divinità dei lottatori trionfali, in Grecia gli Enàgoni e i Pròmachi divengono Dèi mistici, condottieri delle anime all’immortalità. Ogni Nike nell’orfismo diviene simbolo della vittoria dell’anima sul corpo – ed “eroe” viene chiamato chi ha subito l’iniziazione, eroe di una lotta tragica e senza sosta.”.
Un articolo dedicato al fascio littorio dopo una disamina simbolica di alcune tradizioni d’Oriente e d’Occidente sottolinea l’italicità propria del simbolo in questione: dodici sono le verghe del Fascio romano il quale venne ripreso dall’Etruria.
Scrive Evola: “Il fascio romano si componeva di due elementi: appunto delle dodici verghe – e di un’ascia, che talvolta è un’ascia bicuspide, proprio come l’ascia preistorica che si trova già nelle tracce neolitiche e fors’anche paleolitiche; come quella dei conquistatori ‘iperborei’ , nei quali si accompagnava col segno della rinascita, l'”uomo dalle braccia levate”.”
L’ascia è un simbolo eroico e sacro che ‘separa’ , chiude un’epoca e apre in maniera trionfale un nuovo ciclo, una nuova creazione, un nuovo anno.
Altresì l’Ascia è un simbolo tipicamente nordico-ario , appartiene di diritto a quei cinque simboli riconosciuti come tipici di una identità etnica e di una civiltà che legittimamente Evola preferisce chiamare ‘iperborea’ : la civiltà dei popoli indoeuropei che crearono i grandi imperi dell’antica India, dell’Iran, della prima Ellade, di Roma.
L’ascia vi appartiene al pari del Lupo, del Cigno, dell’Aquila e della Croce radiata.
Così un nuovo articolo, dedicato all’aquila, stabilisce che questo simbolo ” ha un carattere tradizionale in senso superiore…(…) spiccatamente ‘olimpico’ ed eroico,,, “.
Precisa Evola: “Circa il carattere ‘olimpico’ del simbolismo dell’aquila, esso risulta già direttamente dal fatto, che quest’animale fu sacro al Dio olimpico per eccellenza, a Zeus, il quale a sua volta non è che la particolare figurazione ario-ellenica (e poi come Jupiter , ario-romana) della divinità della luce e della regalità venerata da tutti i rami della famiglia aria. A Zeus fu connesso a sua volta un altro simbolo, quello della folgore, cosa che va ricordata, perché vedremo che per tal via esso va a completare non di rida il simbolismo stesso dell’aquila. Ricordiamo anche un altro punto: secondo l’antica visione aria del mondo, l’elemento ‘olimpico’ si definisce soprattutto nella sua antitesi rispetto a quello titanico, tellurico ed anche premeteico. Ora, proprio con la folgore Zeus abbatte , nel mito, i titani. Negli Arii, che vivevano ogni lotta come una specie di riflesso della lotta metafisica fra le forze olimpiche e le forze titaniche, essi stessi considerandosi una specie di milizia delle prime, vediamo peraltro aquila e folgore come simboli e insegni che racchiudono, per tal via, un significato profondo e generalmente trascurato.”.
Segue un articolo dedicato alla ‘croce uncinata’  – che Evola riporta anche alla Gletscherkreuz, la croce dei ghiacciai, apparsa sul finire dell’epoca glaciale all’inizio delle emigrazioni della razza iperborea – ; un simbolo tipicamente solare e rappresentazione dell’elemento fuoco così come ,stilisticamente, rappresenta ill moto di rotazione dell’astro diurno.
La croce uncinata , scrive Evola, “la ritroviamo p. es. come segno di Vishnu e in oggetti rituali preistorici, legati a culti ‘uranici’ (cioè celesti), quali p. es. quello della folgore. (…) Esso è, anche, un simbolo ‘polare’.”.
Dopo un articolo dedicato al Natale Solare (la data natalizia a Roma era in connessione con la rinascita del sole, dio invitto e quindi Natalis Solis Invicti) –  nel quale Evola sottolinea come l’albero tradizionale ancor oggi utilizzato per la celebrazione natalizia sia un “sempre verde”, semper virens, cioè ricavato da pianta che non muore durante l’inverno ed è l’esatta riproduzione di quanto simbolicamente viene rappresentato in tutte le dottrine tradizionale dall’Albero Cosmico o Albero della Vita o Albero del Mondo (si veda in proposito l’appendice al nostro “Israele contro Roma”, Ediz. “Noctua, Molfetta (Bari) 2016) -; segue un altro articolo dedicato all’origine del nome Italia che, secondo Franz Altheim, significherebbe “il paese dei bovi” o dei “tori” essendo attestato un culto al dio-toro e la sua presenza nell’arte figurativa e funeraria.
“Le testimonianze circa il dio-toro in Italia si estendono, peraltro, all’Etruria e particolarmente alla Sardegna, mentre a Roma ne sussistettero delle tracce, per esempio nel nome di alcune genti (la gens Vitellia) e in ludi rituali con tori e sacrifici di tori, gli antichi taurii ludi attestati da frammenti di iscrizioni e offerti agli dèi inferi.”.
Un articolo è dedicato al dio Giano (al quale abbiamo dedicato uno dei nostri più recenti interventi scrittori nel presente spazio) , e tre più o meno attinenti allo stesso soggetto ossia al navigare come simbolo eroico, al vascello fantasma e a “l’olandese volante” come visione sui mari mentre concludono la serie di scritti dedicati alla tradizione occidentale un breve articolo dedicato al Guerrin Meschino ed un ultimo dedicato al numero tredici e a l’eletto.
Volume agile e allo stesso tempo denso di sapienza tradizionale questa incursione evoliana nei culti e nei simboli dell’Occidente potrà essere e rappresentare un valido supporto a quanti siano alla cerca di risposte o, più semplicemente, di conferme relative alla propria identità ed alle origini arcaiche iperborico-nordiche dell’Europa.
DAGOBERTO BELLUCCI
Julius Evola  . “Simboli della tradizione occidentale” , Ediz. ‘Arktos’ , Carmagnola (Torino)  1988;.

Recensione Libraria – Renè Guènon: “Forme Tradizionali e Cicli Cosmici”

7 Mar
Recensione Libraria – Forme Tradizionali e Cicli Cosmici di Renè Guènon
“…le conoscenze cosmologiche tradizionali racchiuse in questi (…) libri costituiscono una somma che senza dubbio non ha uguali in nessuna lingua:”
(Roger Maridort, dalla presentazione)
Nella presentazione all’edizione italiana di questa raccolta di articoli e recensioni di Renè Guènon (uscita in francese per la Gallimard nel 1970 e quattro anni più tardi tradotta in italiano per i titoli delle romane Mediterranee) Roger Maridort definisce questo insieme di scritti guenoniani come “l’aspetto più ‘originale’  – e per molti lettori anche il più sconcertante” dell’opera del grande pensatore d’oltralpe al quale si deve la riscoperta di una cultura originaria attraverso le analisi comparate tra le diverse Tradizioni d’Oriente e d’Occidente.
Un volume che riteniamo fondamentale al quale –  è sempre Maridort a scriverlo – si sarebbe potuto scegliere come titolo “Frammenti di una storia sconosciuta”. Ma realmente è così ‘sconcertante’ l’opera di Guènon e ‘sconosciuta’ la storia che ha inteso raccontarci attraverso testi sacri e miti, leggende e ritualità, simboli e veri e autentici frammenti derivati da quella Tradizione Primordiale, unitaria e unica, dalla quale discendono le diverse manifestazioni storiche che si sono susseguite nei secoli prendendo ‘forme’ religiose o metafisiche proprie di questo o quell’altro aspetto tradizionale e direttamente collegate tra loro?
Una storia che noi riteniamo soprattutto misconosciuta, dimenticata, obliata dal tempo e dalla modernità che – a partire da un dato momento storico – ha inteso eliminare progressivamente qualunque forma e manifestazione del sacro, ogni possibile riferimento al divino e tutte le rappresentazioni religiose o metafisiche, in Occidente come in Oriente, che da sempre hanno ‘parlato’ alla spiritualità degli esseri umani.
Nel volume in questione questa spiritualità viene a porsi quale perno centrale di un fil rouge che unisce e ridefinisce nella visione propria del Guènon tradizioni apparentemente distinte – e pure distanti – tra loro: in particolare sono prese in esame alcune delle più ardite esposizioni guenoniane circa la regione iperborea e l’Atlantide ma oltre a questi saggi ve ne sono alcuni fondamentali per ciò che riguarda la Tradizione propria del mondo occidentale (quelle relative alla tradizione della Kabbalah  ebraica, dei misteri egizi e di quelli greci).
Mancano i riferimenti al celtismo  e all’islam che sono stati inseriti in altre raccolte di scritti guenoniani ma alla fine l’opera risulta organica, dando Guènon in questi scritti (articoli, saggi  brevi e recensioni) una summa completa della sapienza tradizionale, fornendo dati inattaccabili dalla cosiddetta scienza profana , o  moderna che dir si voglia, e ricollegandosi l’insieme a quell’autentico excursus nel mondo della Tradizione che farà del pensatore francese un caso più che unico, rarissimo, di studioso sui generis delle dottrine religiose, delle vie iniziatiche e della metafisica ossia del Sacro in tutte le sue forme e manifestazioni, sia dell’Oriente che dell’Occidente.
Dopo un primo capitolo dedicato alla dottrina dei cicli cosmici del quale Guènon ci indica non proprio di ‘sfuggita’ le coordinate di tale ‘dottrina’ ovvero cercando di “chiarire certi punti, con delle osservazioni come quelle che seguono”  determinate dalla legge di corrispondenza che collega ogni cosa nell’Essenza universale e, per ciò che riguarda i diversi cicli cosmici, attraverso le analogie esistenti sia tra i cicli di uno stesso ordine che tra quelli che sono i cicli principali e le loro suddivisioni secondarie.
E’ in questo modo che Guènon ci parla dello sviluppo dei Manvantara – cicli secondari di un Kalpa (ciclo primario) – definiti come Ere dei successivi: sono in numero di quattordici e formano due serie settenarie delle quali una corrisponde ai Manvantara passati e a quello presente, l’altra i Manvantara futuri.
Come scrive Guènon: “Considereremo ora le suddivisioni di un Manvantara , cioè i quattro Yuga, Faremo anzitutto notare,, senza insistervi troppo, che tale divisione quaternaria di un ciclo è suscettibile di molteplici applicazioni, (…) D’altro canto, si è spesso rilevata la manifesta equivalenza dei quattro Yuga con le quattro età dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, quali furono conosciute dall’antichità greco-latina: in entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è ugualmente caratterizzato da un processo di degenerazione, rispetto al precedente.”.
Seguono tre brevi recensioni (ad un volume di Mircea Eliade “Le Mythe de l’èternel retour. Archètypes et rèpètitions” ed ai due tomi dedicati da Gaston Georgel a “Les Rythmes dans l’Histoire”) che riprendono il discorso circa la dottrina dei cicli cosmici.
Un secondo capitolo è dedicato ad un articolo intitolato “Atlantide e Regione Iperborea” , pubblicato originariamente su “Le Voile d’Isis”  nell’ottobre 1929, che intende mettere ordine e ribattere ad alcune affermazioni comprese in un volume di Paul Le Cour circa un improbabile concetto di “Atlantide Iperborea” che Guènon intende confutare così come critica l’affermazione circa una “origine delle tradizioni occidentale”  in quanto , sostiene, “essa è popolare, e il polo, a quanto si sa, non è occidentale più di quanto non sia orientale; insomma ci ostiniamo a pensare che il Nord e l’Ovest sono due punti cardinali diversi, così come dicevamo nella nota presa di mira. Solamente in un’epoca già lontana dalle origini, la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha potuto divenire e occidentale e orientale, occidentale per taluni periodi, orientale per altri e, in ogni caso, sicuramente orientale nell’ultima fase, già molto prima dell’inizio dei cosiddetti tempi “storici”. (…) D’altra parte – lo si tenga ben presente – non è certo “malgrado il nostro induismo” (…), ma proprio a causa di esso, che consideriamo nordica l’origine delle tradizioni, anzi, più precisamente, polare, poiché questo dicono espressamente i Vèda, al pari di altri libri sacri.”.
Appartiene a questo capitolo una nota particolarmente interessante – e sulla quale probabilmente pochi hanno ‘indagato’ con ulteriori sviluppi di studio – relativa ad una notizia riportata dal Guènon da un resoconto geografico apparso sul “Journal des Dèbats” del 22 gennaio 1929 relativa a “Les Indiens de l’isthme de Panama” nella quale si sottolinea che “Nel 1925 , gran parte degli Indiani Cuna si ribellò, uccise i soldati panamensi di stanza sul loro territorio e fondò la Repubblica indipendente di Tula , che ebbe per bandiera uno swastika su fondo arancione con bordatura rossa. Questa repubblica esiste ancora.”.
Non ci risultano sviluppi d’indagine in questa direzione.
Le sole ‘note’ utili sono queste poche righe tratte da Wikipedia: “I Cuna (noti anche come Kuna, Tule, Cuna-Cuna o Indiani di San Blas) sono un popolo di lingua chibcha di circa 40.000 unità. la maggior parte (più di 30.000 persone) abitano le Isole San Blas, a Panama. Esistono altre comunità nel Darién (Paya, Pucuro, Arquia-Makilakuntiwala) e a Caiman Nuevo, sul golfo di Uraba, in Colombia. (…) La bandiera nazionale della repubblica fu alzata pochi giorni dopo la dichiarazione dell’indipendenza (25 febbraio 1925). La repubblica ebbe termine nel 1930, ma la bandiera non sparì del tutto e restò come simbolo locale, ancor oggi in uso. Le proporzioni sono circa 5/6. I colori non hanno un significato particolare, ma trovano riscontro nei riti e nelle credenze tribali; sono gli stessi della mola, tradizionale capo d’abbigliamento femminile. La svastica (kikir), come presso altri popoli, è simbolo della forza vitale.”
Esiste un ampio studio dedicato a questa comunità indiana:  è il volume di Alì Maurizio intitolato  “En estadio de sitio: los kuna en Uraba. Vida cotidiana de una comunidad indigena en zona de conflicto”, pubblicato a  Bogota ( Colombia) per i titoli della  Uniandes – Universidad de los Andes nel 2010 mentre un autore italiano, Squillacciotti Massimo, ha dato alle stampe il libro  “I Cuna di Panamá. Identità di un popolo tra storia ed antropologia” (Ediz. “L’Harmattan” , 1998).
 
Utili notizie in merito a questa comunità amerindia ed alla loro repubblica – che riprendeva il nome di Thule/Tula ed innalzava quale emblema il simbolo dello swastika otto anni prima che Adolf Hitler prendesse il potere con il suo movimento in Germania – sono quelle che si trovano sul freeforumzone nel post “La Repubblica di Tula” e che ci fanno sapere sui Cuna che: ” Tali indios, chiamati dai colonizzatori Cuna, si appellavano in realtà Tule, che per loro significava null’altro che uomini “gente”, come leggo da fonti in lingua spagnola, e Tule fu detta la loro Repubblica.
Il metafisico francese non si interessò delle vicende politiche che avevano condotto all’autodeterminazione dei Cuna-Tule, ma colse immediatamente il significato simbolico, cristallino, sì da concludere:
per quanto riguarda la tradizioni dell’antica America, sussistono delle vestigia in misura molto maggiore di quanto non si creda .
Non aveva, forse, egli stesso preconizzato un tale stato di cose allorchè, parlando della Tula iperborea, puntava l’attenzione verso occidente, all’Atzlan , la Tula dei Toltechi?
L’Atzlan ha per simbolo una montagna bianca, la montagna polare di Tula, che molte Tradizioni indicano come l’Isola bianca.
Una montagna, l’isola, il colore bianco. Ho adesso le tracce per proseguire nella ricerca sul popolo che chiama se stesso Tule.
Secondo la tradizione orale Cuna il mondo era fatto di oro prima che giungesse l’eroe “culturale” Ibeorgun. Egli lasciò i suoi insegnamenti e affidò alle donne e agli uomini la norma di convivenza e la morale sessuale. Ma ciononostante, e anzi proprio perciò, da allora il mondo fu meno dorato.
Le narigueras ( anelli al naso) che da quel lontano tempo le donne portarono, fatte di oro, furono il sigillo di quel deposito primordiale e il pegno della retta conservazione delle regole sociali. Il “nose ring” trovò una tardiva, o postuma, sanzione in una nuova edizione della bandiera che in tempi di antinazismo i Tule adottarono, così attestano le fonti, “because everyone knows Germans do not wear nose rings.” Ma allora la Repubblica indipendente di Tule era solo un ricordo e la realtà era una stretta esistenza, il confino nella riserva.” 
 
 
Questa che segue è la bandiera della Repubblica di Tula innalzata dai Cuna di Panama nel 1925:
 
  [IMG]https://i1.wp.com/www.rbvex.it/americagif/tule.gif[/IMG]
Andiamo oltre per ritrovare ampi riferimenti alla Tula atlantica nell’articolo, pubblicato da “Le Voile d’Isis” nell’agosto-settembre 1931, “La situazione della civiltà atlantidea nel “Manvantara”, dove Guènon scrive:
“…i centri spirituali subordinati erano costituiti ad immagine del Centro supremo, e che ad essi erano state applicate le medesime denominazioni. Così la Tula atlantica, il cui nome si è conservato nell’America centrale introdottovi dai Toltechi, dovette essere la sede di un potere spirituale che era come una emanazione di quello della Tula iperborea; e, poiché il nome Tula designa la Bilancia, la sua doppia applicazione è in stretta relazione con il trasferimento di questa denominazione dalla costellazione polare dell’Orsa Maggiore al segno zodiacale che porta ancor oggi il nome di Bilancia. E’ altresì alla tradizione atlantidea che bisogna riferire, ad una certa epoca, il trasferimento del sapta-riksha (dimora simbolica dei sette Rishi) dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi, costellazione egualmente formata da sette stelle, ma di situazione zodiacale; quel che non permette dubbi in proposito è il fatto che le Pleiadi erano dette figlie di Atlante, e, come tali, chiamate anche Atlantidi.”.
Seguono diversi capitoli costituiti da saggi e articoli tutti relativi alla “tradizione ebraica” la quale rappresenta , a nostro parere, una delle manifestazioni più controverse e discutibili in fatto di studi tradizionali ma che, ciononostante, attiene ed è di piena pertinenza alla tradizione occidentale: l’ebraismo originario è ipotizzabile da questi scritti guènoniani che avesse una qualche sorta di filiazione o trasmissione dal ramo primordiale della Tradizione Originaria sebbene vi siano evidenti i segni di un ampio stadio di degradazione già in quelle che sono considerate le epoche “storiche”.
Lo stesso Evola riconobbe una ‘dignità’ “tradizionale” al giudaismo arcaico almeno fintanto che questo si mantenne e si costituì come società sacerdotale successivamente degenerata ed infine degradatasi quale supporto di influenze tellurico-lunari e vettore veicolante i più bassi istinti rivoluzionario-sovversivi presente nel Levante mediterraneo.
Indipendentemente da quale giudizio si voglia dare del tradizionalismo di fonte ebraica è chiaro che Guènon ricollega attraverso alcuni simboli, nomi e riti quest’ultima alla Tradizione Primordiale.
Nel primo articolo , intitolato Alcune considerazioni sul nome Adamo”, Guènon ci spiega come il nome Adam significhi propriamente ‘rosso’ indizio più che giustificato di un collegamento tra la tradizione ebraica e quella atlantidea, propria della razza rossa.
“Adamah –  scrive Guènon – originariamente (…) è propriamente l’argilla rossa che, per le sue proprietà plastiche, è particolarmente adatta a rappresentare una certa potenzialità, una capacità di ricevere delle forme; e il lavoro del vasaio è stato spesso preso a simbolo della produzione degli esseri manifestati  dalla sostanza primordiale indifferenziata. Per la stessa ragione, la “terra rossa” sembra avere una speciale importanza nel simbolismo ermetico, in cui essa può essere vista come una delle raffigurazioni della “materia prima”… (…) Si aggiunga che la parentela fra una delle designazioni della terra e il nome Adam, preso come tipo dell’umanità, si ritrova, sotto un’altra forma, nella lingua latina, in cui la parola humus, “terra”, è vicina in maniera altrettanto singolare ai termini homo e humanus.”.
In un secondo articolo Guènon ci indica come “la parola Qabbalah, in ebraico, non significa altro che “tradizione”; nel senso più ampio; e per quanto, il più delle volte, essa designi la tradizione esoterica o  iniziatica, quando viene usata senza ulteriori specificazioni, si arriva perfino ad applicarla alla tradizione exoterica.”.
Il Talmud secondo l’autore apparterrebbe di diritto al lato exoterico, religioso e legale, del corpus ‘tradizionale’ ebraico rappresentato dalla Qabbalah.
Ricevere, accogliere, accettare è questo il senso letterale della radice QBL dalla quale procede la Qabbalah ebraica; radice che nella lingua ebrea come nell’arabo esprime il rapporto di due cose opposte l’una di fronte l’altra e quindi due significati che possono essere rispettivamente ricollegabili ad un incontro come ad uno scontro, ad una vicinanza come ad una opposizione.
Qabbalah, che deriva dal verbo ebraico Qabal, è propriamente “ciò che è ricevuto” o trasmesso (in latino  Traditium) dall’uno all’altro.
Guènon ci illustra le analogie linguistiche e simboliche delle lingue ebraica e araba –  entrambe lingue sacre a dispetto per es. del Latino , lingua liturgica ma non sacra del Cristianesimo –  sottolineando l’idea fondamentale per entrambe che è quella della Trasmissione che, nel senso tradizionale, rappresenta la principale garanzia dell’ortodossia di una forma  tradizionale rispetto alla Tradizione Primordiale.
“Questa trasmissione – prosegue Guènon – costituisce la “catena” (shelsheleth in ebraico, silsilah in arabo) che congiunge il presente al passato e che deve perpetuarsi dal presente all’avvenire: è la “catena della tradizione” (shelsheleth ha-qabbalah) o la “catena iniziatica” di cui abbiamo avuto occasione di parlare recentemente. Inoltre essa determina una “direzione” (ritroviamo qui il senso dell’arabo qìblah) che, attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge all’origine, e che, prolungandosi anche al di là di questi due punti estremi, per il fatto che il suo principio è atemporale e “non umano”, lo ricollega armoniosamente agli altri cicli.”.
Seguono un articolo su Cabala e Scienza dei Numeri – nel quale Guènon rileva una netta discordanza tra la numerologia ebraica e quella pitagorica greca sostenendo che “il Pitagorismo (…) fu soprattutto la continuazione di qualcosa che preesisteva nella stessa Grecia, e non è il caso di cercare altrove la sua fonte principale: intendiamo parlare dei Misteri, e più particolarmente dell’Orfismo, di cui non fu forse che un “riadattamento”, in quel VI secolo prima dell’era cristiana che, per uno strano sincronismo, vide operarsi dei cambiamenti di forma contemporaneamente nelle tradizioni di quasi tutti i popoli.” – ed una recensione di un volume di Paul Vulliad dedicato alla “Cabala Ebraica” come, dello stesso, autore una traduzione del “Siphra di Tzeniutha” – importante testo cabalistico.
Il capitolo 4 è dedicato ad un articolo-recensione dedicato dal Guènon alla “Tradizione Ermetica”  e ad uno studio di Julius Evola a questa dedicato ed uscito nel 1931 per i titoli della Laterza di Bari.
Una volta di più si evidenziano le distinte posizioni dei due pensatori-filosofi della Tradizione relativamente al problema di una predominanza dell’iniziazione sacerdotale e della sua funzione rispetto a quelle regali. Nel testo evoliano si insiste sull’autonomia della seconda, su di una pretesa superiorità della funzione regale con l’idea che affiora spesso anche in altri studi evoliani di una sorta di antinomia tra ruolo e funzione del Sacerdozio e della Regalità (che Evola intende spesso quasi in opposizione: un tipo contemplativo di fronte ad uno attivo; in genere caratteristici dell’Oriente il primo e dell’Occidente il secondo).
Seguono alcuni studi sulla figura e sulla tomba di Ermete e infine una serie di recensioni di testi pubblicate su “Etudes Traditionnelles” tra il 1938 e il 1949 anno della scomparsa del Guènon).
Brevemente si segnala qui la recensione ad un volume di Noèl De La Houssaye sul simbolismo della Fenice, una relativa al simbolo del dio Giano apparsa su “Lettres d’Humanitè” nel 1945 e lo studio di Georges Dumèzil su l’eredità indo-europea a Roma che chiude infine il volume.
Un volume per il quale è impossibile non consigliare la lettura.
DAGOBERTO BELLUCCI
RENE’ GUENON :  “FORME TRADIZIONALI E CICLI COSMICI” , Ediz. “Mediterranee”, Roma 1974