Recensione Libraria – Renè Guènon: “Forme Tradizionali e Cicli Cosmici”

7 Mar
Recensione Libraria – Forme Tradizionali e Cicli Cosmici di Renè Guènon
“…le conoscenze cosmologiche tradizionali racchiuse in questi (…) libri costituiscono una somma che senza dubbio non ha uguali in nessuna lingua:”
(Roger Maridort, dalla presentazione)
Nella presentazione all’edizione italiana di questa raccolta di articoli e recensioni di Renè Guènon (uscita in francese per la Gallimard nel 1970 e quattro anni più tardi tradotta in italiano per i titoli delle romane Mediterranee) Roger Maridort definisce questo insieme di scritti guenoniani come “l’aspetto più ‘originale’  – e per molti lettori anche il più sconcertante” dell’opera del grande pensatore d’oltralpe al quale si deve la riscoperta di una cultura originaria attraverso le analisi comparate tra le diverse Tradizioni d’Oriente e d’Occidente.
Un volume che riteniamo fondamentale al quale –  è sempre Maridort a scriverlo – si sarebbe potuto scegliere come titolo “Frammenti di una storia sconosciuta”. Ma realmente è così ‘sconcertante’ l’opera di Guènon e ‘sconosciuta’ la storia che ha inteso raccontarci attraverso testi sacri e miti, leggende e ritualità, simboli e veri e autentici frammenti derivati da quella Tradizione Primordiale, unitaria e unica, dalla quale discendono le diverse manifestazioni storiche che si sono susseguite nei secoli prendendo ‘forme’ religiose o metafisiche proprie di questo o quell’altro aspetto tradizionale e direttamente collegate tra loro?
Una storia che noi riteniamo soprattutto misconosciuta, dimenticata, obliata dal tempo e dalla modernità che – a partire da un dato momento storico – ha inteso eliminare progressivamente qualunque forma e manifestazione del sacro, ogni possibile riferimento al divino e tutte le rappresentazioni religiose o metafisiche, in Occidente come in Oriente, che da sempre hanno ‘parlato’ alla spiritualità degli esseri umani.
Nel volume in questione questa spiritualità viene a porsi quale perno centrale di un fil rouge che unisce e ridefinisce nella visione propria del Guènon tradizioni apparentemente distinte – e pure distanti – tra loro: in particolare sono prese in esame alcune delle più ardite esposizioni guenoniane circa la regione iperborea e l’Atlantide ma oltre a questi saggi ve ne sono alcuni fondamentali per ciò che riguarda la Tradizione propria del mondo occidentale (quelle relative alla tradizione della Kabbalah  ebraica, dei misteri egizi e di quelli greci).
Mancano i riferimenti al celtismo  e all’islam che sono stati inseriti in altre raccolte di scritti guenoniani ma alla fine l’opera risulta organica, dando Guènon in questi scritti (articoli, saggi  brevi e recensioni) una summa completa della sapienza tradizionale, fornendo dati inattaccabili dalla cosiddetta scienza profana , o  moderna che dir si voglia, e ricollegandosi l’insieme a quell’autentico excursus nel mondo della Tradizione che farà del pensatore francese un caso più che unico, rarissimo, di studioso sui generis delle dottrine religiose, delle vie iniziatiche e della metafisica ossia del Sacro in tutte le sue forme e manifestazioni, sia dell’Oriente che dell’Occidente.
Dopo un primo capitolo dedicato alla dottrina dei cicli cosmici del quale Guènon ci indica non proprio di ‘sfuggita’ le coordinate di tale ‘dottrina’ ovvero cercando di “chiarire certi punti, con delle osservazioni come quelle che seguono”  determinate dalla legge di corrispondenza che collega ogni cosa nell’Essenza universale e, per ciò che riguarda i diversi cicli cosmici, attraverso le analogie esistenti sia tra i cicli di uno stesso ordine che tra quelli che sono i cicli principali e le loro suddivisioni secondarie.
E’ in questo modo che Guènon ci parla dello sviluppo dei Manvantara – cicli secondari di un Kalpa (ciclo primario) – definiti come Ere dei successivi: sono in numero di quattordici e formano due serie settenarie delle quali una corrisponde ai Manvantara passati e a quello presente, l’altra i Manvantara futuri.
Come scrive Guènon: “Considereremo ora le suddivisioni di un Manvantara , cioè i quattro Yuga, Faremo anzitutto notare,, senza insistervi troppo, che tale divisione quaternaria di un ciclo è suscettibile di molteplici applicazioni, (…) D’altro canto, si è spesso rilevata la manifesta equivalenza dei quattro Yuga con le quattro età dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, quali furono conosciute dall’antichità greco-latina: in entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è ugualmente caratterizzato da un processo di degenerazione, rispetto al precedente.”.
Seguono tre brevi recensioni (ad un volume di Mircea Eliade “Le Mythe de l’èternel retour. Archètypes et rèpètitions” ed ai due tomi dedicati da Gaston Georgel a “Les Rythmes dans l’Histoire”) che riprendono il discorso circa la dottrina dei cicli cosmici.
Un secondo capitolo è dedicato ad un articolo intitolato “Atlantide e Regione Iperborea” , pubblicato originariamente su “Le Voile d’Isis”  nell’ottobre 1929, che intende mettere ordine e ribattere ad alcune affermazioni comprese in un volume di Paul Le Cour circa un improbabile concetto di “Atlantide Iperborea” che Guènon intende confutare così come critica l’affermazione circa una “origine delle tradizioni occidentale”  in quanto , sostiene, “essa è popolare, e il polo, a quanto si sa, non è occidentale più di quanto non sia orientale; insomma ci ostiniamo a pensare che il Nord e l’Ovest sono due punti cardinali diversi, così come dicevamo nella nota presa di mira. Solamente in un’epoca già lontana dalle origini, la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha potuto divenire e occidentale e orientale, occidentale per taluni periodi, orientale per altri e, in ogni caso, sicuramente orientale nell’ultima fase, già molto prima dell’inizio dei cosiddetti tempi “storici”. (…) D’altra parte – lo si tenga ben presente – non è certo “malgrado il nostro induismo” (…), ma proprio a causa di esso, che consideriamo nordica l’origine delle tradizioni, anzi, più precisamente, polare, poiché questo dicono espressamente i Vèda, al pari di altri libri sacri.”.
Appartiene a questo capitolo una nota particolarmente interessante – e sulla quale probabilmente pochi hanno ‘indagato’ con ulteriori sviluppi di studio – relativa ad una notizia riportata dal Guènon da un resoconto geografico apparso sul “Journal des Dèbats” del 22 gennaio 1929 relativa a “Les Indiens de l’isthme de Panama” nella quale si sottolinea che “Nel 1925 , gran parte degli Indiani Cuna si ribellò, uccise i soldati panamensi di stanza sul loro territorio e fondò la Repubblica indipendente di Tula , che ebbe per bandiera uno swastika su fondo arancione con bordatura rossa. Questa repubblica esiste ancora.”.
Non ci risultano sviluppi d’indagine in questa direzione.
Le sole ‘note’ utili sono queste poche righe tratte da Wikipedia: “I Cuna (noti anche come Kuna, Tule, Cuna-Cuna o Indiani di San Blas) sono un popolo di lingua chibcha di circa 40.000 unità. la maggior parte (più di 30.000 persone) abitano le Isole San Blas, a Panama. Esistono altre comunità nel Darién (Paya, Pucuro, Arquia-Makilakuntiwala) e a Caiman Nuevo, sul golfo di Uraba, in Colombia. (…) La bandiera nazionale della repubblica fu alzata pochi giorni dopo la dichiarazione dell’indipendenza (25 febbraio 1925). La repubblica ebbe termine nel 1930, ma la bandiera non sparì del tutto e restò come simbolo locale, ancor oggi in uso. Le proporzioni sono circa 5/6. I colori non hanno un significato particolare, ma trovano riscontro nei riti e nelle credenze tribali; sono gli stessi della mola, tradizionale capo d’abbigliamento femminile. La svastica (kikir), come presso altri popoli, è simbolo della forza vitale.”
Esiste un ampio studio dedicato a questa comunità indiana:  è il volume di Alì Maurizio intitolato  “En estadio de sitio: los kuna en Uraba. Vida cotidiana de una comunidad indigena en zona de conflicto”, pubblicato a  Bogota ( Colombia) per i titoli della  Uniandes – Universidad de los Andes nel 2010 mentre un autore italiano, Squillacciotti Massimo, ha dato alle stampe il libro  “I Cuna di Panamá. Identità di un popolo tra storia ed antropologia” (Ediz. “L’Harmattan” , 1998).
 
Utili notizie in merito a questa comunità amerindia ed alla loro repubblica – che riprendeva il nome di Thule/Tula ed innalzava quale emblema il simbolo dello swastika otto anni prima che Adolf Hitler prendesse il potere con il suo movimento in Germania – sono quelle che si trovano sul freeforumzone nel post “La Repubblica di Tula” e che ci fanno sapere sui Cuna che: ” Tali indios, chiamati dai colonizzatori Cuna, si appellavano in realtà Tule, che per loro significava null’altro che uomini “gente”, come leggo da fonti in lingua spagnola, e Tule fu detta la loro Repubblica.
Il metafisico francese non si interessò delle vicende politiche che avevano condotto all’autodeterminazione dei Cuna-Tule, ma colse immediatamente il significato simbolico, cristallino, sì da concludere:
per quanto riguarda la tradizioni dell’antica America, sussistono delle vestigia in misura molto maggiore di quanto non si creda .
Non aveva, forse, egli stesso preconizzato un tale stato di cose allorchè, parlando della Tula iperborea, puntava l’attenzione verso occidente, all’Atzlan , la Tula dei Toltechi?
L’Atzlan ha per simbolo una montagna bianca, la montagna polare di Tula, che molte Tradizioni indicano come l’Isola bianca.
Una montagna, l’isola, il colore bianco. Ho adesso le tracce per proseguire nella ricerca sul popolo che chiama se stesso Tule.
Secondo la tradizione orale Cuna il mondo era fatto di oro prima che giungesse l’eroe “culturale” Ibeorgun. Egli lasciò i suoi insegnamenti e affidò alle donne e agli uomini la norma di convivenza e la morale sessuale. Ma ciononostante, e anzi proprio perciò, da allora il mondo fu meno dorato.
Le narigueras ( anelli al naso) che da quel lontano tempo le donne portarono, fatte di oro, furono il sigillo di quel deposito primordiale e il pegno della retta conservazione delle regole sociali. Il “nose ring” trovò una tardiva, o postuma, sanzione in una nuova edizione della bandiera che in tempi di antinazismo i Tule adottarono, così attestano le fonti, “because everyone knows Germans do not wear nose rings.” Ma allora la Repubblica indipendente di Tule era solo un ricordo e la realtà era una stretta esistenza, il confino nella riserva.” 
 
 
Questa che segue è la bandiera della Repubblica di Tula innalzata dai Cuna di Panama nel 1925:
 
  [IMG]https://i1.wp.com/www.rbvex.it/americagif/tule.gif[/IMG]
Andiamo oltre per ritrovare ampi riferimenti alla Tula atlantica nell’articolo, pubblicato da “Le Voile d’Isis” nell’agosto-settembre 1931, “La situazione della civiltà atlantidea nel “Manvantara”, dove Guènon scrive:
“…i centri spirituali subordinati erano costituiti ad immagine del Centro supremo, e che ad essi erano state applicate le medesime denominazioni. Così la Tula atlantica, il cui nome si è conservato nell’America centrale introdottovi dai Toltechi, dovette essere la sede di un potere spirituale che era come una emanazione di quello della Tula iperborea; e, poiché il nome Tula designa la Bilancia, la sua doppia applicazione è in stretta relazione con il trasferimento di questa denominazione dalla costellazione polare dell’Orsa Maggiore al segno zodiacale che porta ancor oggi il nome di Bilancia. E’ altresì alla tradizione atlantidea che bisogna riferire, ad una certa epoca, il trasferimento del sapta-riksha (dimora simbolica dei sette Rishi) dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi, costellazione egualmente formata da sette stelle, ma di situazione zodiacale; quel che non permette dubbi in proposito è il fatto che le Pleiadi erano dette figlie di Atlante, e, come tali, chiamate anche Atlantidi.”.
Seguono diversi capitoli costituiti da saggi e articoli tutti relativi alla “tradizione ebraica” la quale rappresenta , a nostro parere, una delle manifestazioni più controverse e discutibili in fatto di studi tradizionali ma che, ciononostante, attiene ed è di piena pertinenza alla tradizione occidentale: l’ebraismo originario è ipotizzabile da questi scritti guènoniani che avesse una qualche sorta di filiazione o trasmissione dal ramo primordiale della Tradizione Originaria sebbene vi siano evidenti i segni di un ampio stadio di degradazione già in quelle che sono considerate le epoche “storiche”.
Lo stesso Evola riconobbe una ‘dignità’ “tradizionale” al giudaismo arcaico almeno fintanto che questo si mantenne e si costituì come società sacerdotale successivamente degenerata ed infine degradatasi quale supporto di influenze tellurico-lunari e vettore veicolante i più bassi istinti rivoluzionario-sovversivi presente nel Levante mediterraneo.
Indipendentemente da quale giudizio si voglia dare del tradizionalismo di fonte ebraica è chiaro che Guènon ricollega attraverso alcuni simboli, nomi e riti quest’ultima alla Tradizione Primordiale.
Nel primo articolo , intitolato Alcune considerazioni sul nome Adamo”, Guènon ci spiega come il nome Adam significhi propriamente ‘rosso’ indizio più che giustificato di un collegamento tra la tradizione ebraica e quella atlantidea, propria della razza rossa.
“Adamah –  scrive Guènon – originariamente (…) è propriamente l’argilla rossa che, per le sue proprietà plastiche, è particolarmente adatta a rappresentare una certa potenzialità, una capacità di ricevere delle forme; e il lavoro del vasaio è stato spesso preso a simbolo della produzione degli esseri manifestati  dalla sostanza primordiale indifferenziata. Per la stessa ragione, la “terra rossa” sembra avere una speciale importanza nel simbolismo ermetico, in cui essa può essere vista come una delle raffigurazioni della “materia prima”… (…) Si aggiunga che la parentela fra una delle designazioni della terra e il nome Adam, preso come tipo dell’umanità, si ritrova, sotto un’altra forma, nella lingua latina, in cui la parola humus, “terra”, è vicina in maniera altrettanto singolare ai termini homo e humanus.”.
In un secondo articolo Guènon ci indica come “la parola Qabbalah, in ebraico, non significa altro che “tradizione”; nel senso più ampio; e per quanto, il più delle volte, essa designi la tradizione esoterica o  iniziatica, quando viene usata senza ulteriori specificazioni, si arriva perfino ad applicarla alla tradizione exoterica.”.
Il Talmud secondo l’autore apparterrebbe di diritto al lato exoterico, religioso e legale, del corpus ‘tradizionale’ ebraico rappresentato dalla Qabbalah.
Ricevere, accogliere, accettare è questo il senso letterale della radice QBL dalla quale procede la Qabbalah ebraica; radice che nella lingua ebrea come nell’arabo esprime il rapporto di due cose opposte l’una di fronte l’altra e quindi due significati che possono essere rispettivamente ricollegabili ad un incontro come ad uno scontro, ad una vicinanza come ad una opposizione.
Qabbalah, che deriva dal verbo ebraico Qabal, è propriamente “ciò che è ricevuto” o trasmesso (in latino  Traditium) dall’uno all’altro.
Guènon ci illustra le analogie linguistiche e simboliche delle lingue ebraica e araba –  entrambe lingue sacre a dispetto per es. del Latino , lingua liturgica ma non sacra del Cristianesimo –  sottolineando l’idea fondamentale per entrambe che è quella della Trasmissione che, nel senso tradizionale, rappresenta la principale garanzia dell’ortodossia di una forma  tradizionale rispetto alla Tradizione Primordiale.
“Questa trasmissione – prosegue Guènon – costituisce la “catena” (shelsheleth in ebraico, silsilah in arabo) che congiunge il presente al passato e che deve perpetuarsi dal presente all’avvenire: è la “catena della tradizione” (shelsheleth ha-qabbalah) o la “catena iniziatica” di cui abbiamo avuto occasione di parlare recentemente. Inoltre essa determina una “direzione” (ritroviamo qui il senso dell’arabo qìblah) che, attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge all’origine, e che, prolungandosi anche al di là di questi due punti estremi, per il fatto che il suo principio è atemporale e “non umano”, lo ricollega armoniosamente agli altri cicli.”.
Seguono un articolo su Cabala e Scienza dei Numeri – nel quale Guènon rileva una netta discordanza tra la numerologia ebraica e quella pitagorica greca sostenendo che “il Pitagorismo (…) fu soprattutto la continuazione di qualcosa che preesisteva nella stessa Grecia, e non è il caso di cercare altrove la sua fonte principale: intendiamo parlare dei Misteri, e più particolarmente dell’Orfismo, di cui non fu forse che un “riadattamento”, in quel VI secolo prima dell’era cristiana che, per uno strano sincronismo, vide operarsi dei cambiamenti di forma contemporaneamente nelle tradizioni di quasi tutti i popoli.” – ed una recensione di un volume di Paul Vulliad dedicato alla “Cabala Ebraica” come, dello stesso, autore una traduzione del “Siphra di Tzeniutha” – importante testo cabalistico.
Il capitolo 4 è dedicato ad un articolo-recensione dedicato dal Guènon alla “Tradizione Ermetica”  e ad uno studio di Julius Evola a questa dedicato ed uscito nel 1931 per i titoli della Laterza di Bari.
Una volta di più si evidenziano le distinte posizioni dei due pensatori-filosofi della Tradizione relativamente al problema di una predominanza dell’iniziazione sacerdotale e della sua funzione rispetto a quelle regali. Nel testo evoliano si insiste sull’autonomia della seconda, su di una pretesa superiorità della funzione regale con l’idea che affiora spesso anche in altri studi evoliani di una sorta di antinomia tra ruolo e funzione del Sacerdozio e della Regalità (che Evola intende spesso quasi in opposizione: un tipo contemplativo di fronte ad uno attivo; in genere caratteristici dell’Oriente il primo e dell’Occidente il secondo).
Seguono alcuni studi sulla figura e sulla tomba di Ermete e infine una serie di recensioni di testi pubblicate su “Etudes Traditionnelles” tra il 1938 e il 1949 anno della scomparsa del Guènon).
Brevemente si segnala qui la recensione ad un volume di Noèl De La Houssaye sul simbolismo della Fenice, una relativa al simbolo del dio Giano apparsa su “Lettres d’Humanitè” nel 1945 e lo studio di Georges Dumèzil su l’eredità indo-europea a Roma che chiude infine il volume.
Un volume per il quale è impossibile non consigliare la lettura.
DAGOBERTO BELLUCCI
RENE’ GUENON :  “FORME TRADIZIONALI E CICLI COSMICI” , Ediz. “Mediterranee”, Roma 1974

 

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