Recensione Libraria – Julius Evola: “Simboli della Tradizione Occidentale”

10 Mar
“Pur tenendo presente che i simboli – qualunque essi siano – non possono né debbono essere considerati il monopolio di nessuna stirpe né di alcuna corrente religiosa o spirituale, in quanto hanno un valore universale ed eterno, (…) , il valore per noi occidentali dei simboli qui evocati da Evola risiede proprio nell’essere stati incarnati e vissuti da un tipo d’uomo e da un modello di civiltà finora, a nostro giudizio, ineguagliato nei secoli e continuo paradigma di tentativi e sforzi tenaci per riproporlo nel tempo: quel modello di Imperium che ancora all’epoca di Dante apparve come esempio perfetto di realizzazione integrale dell’umanità occidentale…”
( dalla premessa alla seconda edizione a cura del Prof. Renato Del Ponte )

 

Pubblicato una prima volta nel lontano 1977 e ri-edito undici anni più tardi per i titoli della “Arthos”  (poi Arktos) edizioni di Carmagnola (Torino) il presente testo rappresenta probabilmente una delle più riuscite e interessanti raccolte tematiche dedicate agli scritti evoliani in particolare questi articoli che si occupano specificamente della Tradizione Occidentale con particolare riferimento all’area italica.
Come sottolinea lucidamente il prof. Del Ponte nella sua introduzione alla seconda edizione alcune modifiche sono state apportate rispetto alla prima edizione; una scelta motivata dal fatto che – come abbiamo rilevato anche altrove – “determinate posizioni evoliane, troppo nette e ‘dualistiche’, avevano fatto il loro tempo, alla luce soprattutto dei risultati degli ultimi studi sulla tradizione romana in chiave storico-religiosa” i quali, ed è una sottolineatura a dir poco essenziale da parte del curatore del volume, “tendono se mai a conciliare in una visione unitaria ciò che in precedenza era sembrato costituire il campo di un perenne scontro metafisico. La funzione – prosegue Del Ponte – di Roma, infatti, nel Lazio dapprima, poi in Italia (e se si vuole anche nell’Impero) fu di ‘conciliazione degli opposti’ in una suprema unità imperiale…”.
La nuova edizione del 1988 contiene quattordici articoli così suddivisi:
–  sette sono ripresi dal quotidiano cremonese “Il Regime Fascista” – diretto dal 1926 al 1945 da Roberto Farinacci ed al quale collaborò, assieme ad Evola, anche Giovanni Preziosi – ;
–  tre provengono dal quindicinale “La Difesa della Razza” (1938-1943) di Telesio Interlandi;
–  uno dal mensile “Vita Nova” , direttore Leandro Arpinati;
–  uno dal mensile “La Vita Italiana” di Giovanni Preziosi;
–  uno dal quindicinale “Augustea”
ed uno, l’unico del dopoguerra, è tratto dal quotidiano napoletano “Roma”.
Dopo un preambolo intitolato “Fantasia e Conoscenza” il testo passa in rassegna alcuni dei più significativi simboli della tradizione occidentale particolarmente di quella romana così centrale ed essenziale nella mitostoria dell’antichità classica dell’Occidente.
Se Evola giustamente sostiene che “…sia l’antico Oriente, che l’Occidente in alcuni suoi periodi medioevali, conoscevano due grandi vie: l’Azione e la Contemplazione” definendole come le due forme legittime della cultura tradizionale (una caratterizzata dalla casta dei ‘guerrieri’ – ksatriya – l’altra da quella dei sacerdoti – brahmàna – alle quali si riferivano determinate e specifiche funzioni) ; la sua analisi intende affrontare quelli che identificherà come i principali simboli di dette funzioni partendo da un interessante e poco noto aspetto di ciò che furono i  “ludi” ossia i giochi nell’antichità classica occidentale , tanto in Grecia quanto a Roma.
“Ben si stupirebbe il moderno uomo di sport, quando gli si dicesse che ciò che nell’antichità poteva corrispondere allo sport (…) aveva un carattere sacro. – scrive l’autore – Ludorum primum initium procurandis religionibus datum , afferma Livio. Vi sarebbe stato pericolo a negligere i ‘sacra certamina’: se le casse dello Stato romano sono vuote, si possono semplificare i giuochi non già sopprimerli. La costituzione D’Urso fa obbligo ai duoviri e agli edili di celebrare i giuochi in onore degli dèi. Vitruvio vuole che ogni città abbia il suo teatro, “deorum immortalium diebus festis ludorum spectationibus”, e il presidente dei giuochi del Circo Massimo, in origine era identico al sacerdote di Cerere, Liber e Libera. (…) Una àgape, cui i ‘demoni’ erano invitati (invitatione daemonum) consacrava i ‘ludi’, riproducendo il valore di una “partecipazione” mistico-rituale.  (…) Res divinas dunque. Vediamo così apparire nei circhi romani numeri e simboli sacri. Ecco i “Tre” nella “ternae summitates metarum”, nelle “tres arae trinis Diis magnis potentibus valentibus” che Tertulliano riferisce alla Grande Triade dei Misteri Samotraci e, parimenti, nella triade delle madri della natura Seia, Segetia, Tutilina.”.

 

Ora dallo studio della funzione sacrale dei ludi in Grecia e a Roma , Evola estrae soprattutto un insegnamento circa il carattere di una sorta di vera e propria rievocazione celebrativa che in questi giochi avveniva in sostituzione di quella che , di norma, attendeva gli Eroi sui campi di battaglia.
E’ così che i giochi presso greci e romani assumevano valenze simboliche e rappresentative della morte sul campo di battaglia, di una morte eroica : i Giochi consacrati a Dèi e Eroi dovevano riattivare i contatti con quei fenomeni della natura e quelle forze proprie di un mondo – che era quello dell’aldilà .- abitato da Potenze oscure verso le quali si tendeva con ogni genere di celebrazione a placare l’ira (è questo d’altronde anche il significato del Mundus Cereris , una fossa ritenuta il vero confine , sorta di limes, fra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti. Questa fossa, di forma circolare posta al centro dell’Urbe, in un’area denominata Comizio all’interno del Foro, stava a ricordare la volta celeste e l’universo tutto, era chiusa da una pietra e rimaneva sigillata per tutto l’anno ad eccezione di tre giorni (il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre) durante i quali “mundus patet”, ovvero il mondo veniva aperto, mettendo così in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. L’apertura del “mundus” stabiliva una comunicazione effettiva, visibile, tra i tre mondi (celeste, terreno ed infero), nel luogo stesso dove questi si congiungevano. La pietra che chiudeva l’accesso al mondo sotterraneo dei morti, regno di Plutone e Proserpina, era detta “lapis manalis” perché da lì passavano i Mani, ovvero le anime dei morti buoni, dei “parentes”, delle persone di famiglia dalle quali ci si aspettava protezione e benevolenza dall’aldilà) ; il tutto attraverso il potere delle analogie così fondamentale  nella maggior parte dei culti e dei rituali dell’antichità.
L’Eroe dei giochi trasfigurava l’eroe che trovava la morte sul campo di battaglia: vincere i Ludi, diventare ‘Eroe’ poteva portarlo a vincere l’Ade conquistando una gloria eterna secondo il modello della “verità guerriera” occidentale.
“Nel sarcofago di Haghia Triada, nel bassorilievo del carro greco-etrusco di Monteleone, nelle steli di Bologna – son sempre le immagini  della “morte trionfale” che ricorrono. – commenta Evola – Vittorie alate coprono le porte dell’Ade o sostengono il medaglione del morto. Presso alla celebrazione pindarica della divinità dei lottatori trionfali, in Grecia gli Enàgoni e i Pròmachi divengono Dèi mistici, condottieri delle anime all’immortalità. Ogni Nike nell’orfismo diviene simbolo della vittoria dell’anima sul corpo – ed “eroe” viene chiamato chi ha subito l’iniziazione, eroe di una lotta tragica e senza sosta.”.
Un articolo dedicato al fascio littorio dopo una disamina simbolica di alcune tradizioni d’Oriente e d’Occidente sottolinea l’italicità propria del simbolo in questione: dodici sono le verghe del Fascio romano il quale venne ripreso dall’Etruria.
Scrive Evola: “Il fascio romano si componeva di due elementi: appunto delle dodici verghe – e di un’ascia, che talvolta è un’ascia bicuspide, proprio come l’ascia preistorica che si trova già nelle tracce neolitiche e fors’anche paleolitiche; come quella dei conquistatori ‘iperborei’ , nei quali si accompagnava col segno della rinascita, l'”uomo dalle braccia levate”.”
L’ascia è un simbolo eroico e sacro che ‘separa’ , chiude un’epoca e apre in maniera trionfale un nuovo ciclo, una nuova creazione, un nuovo anno.
Altresì l’Ascia è un simbolo tipicamente nordico-ario , appartiene di diritto a quei cinque simboli riconosciuti come tipici di una identità etnica e di una civiltà che legittimamente Evola preferisce chiamare ‘iperborea’ : la civiltà dei popoli indoeuropei che crearono i grandi imperi dell’antica India, dell’Iran, della prima Ellade, di Roma.
L’ascia vi appartiene al pari del Lupo, del Cigno, dell’Aquila e della Croce radiata.
Così un nuovo articolo, dedicato all’aquila, stabilisce che questo simbolo ” ha un carattere tradizionale in senso superiore…(…) spiccatamente ‘olimpico’ ed eroico,,, “.
Precisa Evola: “Circa il carattere ‘olimpico’ del simbolismo dell’aquila, esso risulta già direttamente dal fatto, che quest’animale fu sacro al Dio olimpico per eccellenza, a Zeus, il quale a sua volta non è che la particolare figurazione ario-ellenica (e poi come Jupiter , ario-romana) della divinità della luce e della regalità venerata da tutti i rami della famiglia aria. A Zeus fu connesso a sua volta un altro simbolo, quello della folgore, cosa che va ricordata, perché vedremo che per tal via esso va a completare non di rida il simbolismo stesso dell’aquila. Ricordiamo anche un altro punto: secondo l’antica visione aria del mondo, l’elemento ‘olimpico’ si definisce soprattutto nella sua antitesi rispetto a quello titanico, tellurico ed anche premeteico. Ora, proprio con la folgore Zeus abbatte , nel mito, i titani. Negli Arii, che vivevano ogni lotta come una specie di riflesso della lotta metafisica fra le forze olimpiche e le forze titaniche, essi stessi considerandosi una specie di milizia delle prime, vediamo peraltro aquila e folgore come simboli e insegni che racchiudono, per tal via, un significato profondo e generalmente trascurato.”.
Segue un articolo dedicato alla ‘croce uncinata’  – che Evola riporta anche alla Gletscherkreuz, la croce dei ghiacciai, apparsa sul finire dell’epoca glaciale all’inizio delle emigrazioni della razza iperborea – ; un simbolo tipicamente solare e rappresentazione dell’elemento fuoco così come ,stilisticamente, rappresenta ill moto di rotazione dell’astro diurno.
La croce uncinata , scrive Evola, “la ritroviamo p. es. come segno di Vishnu e in oggetti rituali preistorici, legati a culti ‘uranici’ (cioè celesti), quali p. es. quello della folgore. (…) Esso è, anche, un simbolo ‘polare’.”.
Dopo un articolo dedicato al Natale Solare (la data natalizia a Roma era in connessione con la rinascita del sole, dio invitto e quindi Natalis Solis Invicti) –  nel quale Evola sottolinea come l’albero tradizionale ancor oggi utilizzato per la celebrazione natalizia sia un “sempre verde”, semper virens, cioè ricavato da pianta che non muore durante l’inverno ed è l’esatta riproduzione di quanto simbolicamente viene rappresentato in tutte le dottrine tradizionale dall’Albero Cosmico o Albero della Vita o Albero del Mondo (si veda in proposito l’appendice al nostro “Israele contro Roma”, Ediz. “Noctua, Molfetta (Bari) 2016) -; segue un altro articolo dedicato all’origine del nome Italia che, secondo Franz Altheim, significherebbe “il paese dei bovi” o dei “tori” essendo attestato un culto al dio-toro e la sua presenza nell’arte figurativa e funeraria.
“Le testimonianze circa il dio-toro in Italia si estendono, peraltro, all’Etruria e particolarmente alla Sardegna, mentre a Roma ne sussistettero delle tracce, per esempio nel nome di alcune genti (la gens Vitellia) e in ludi rituali con tori e sacrifici di tori, gli antichi taurii ludi attestati da frammenti di iscrizioni e offerti agli dèi inferi.”.
Un articolo è dedicato al dio Giano (al quale abbiamo dedicato uno dei nostri più recenti interventi scrittori nel presente spazio) , e tre più o meno attinenti allo stesso soggetto ossia al navigare come simbolo eroico, al vascello fantasma e a “l’olandese volante” come visione sui mari mentre concludono la serie di scritti dedicati alla tradizione occidentale un breve articolo dedicato al Guerrin Meschino ed un ultimo dedicato al numero tredici e a l’eletto.
Volume agile e allo stesso tempo denso di sapienza tradizionale questa incursione evoliana nei culti e nei simboli dell’Occidente potrà essere e rappresentare un valido supporto a quanti siano alla cerca di risposte o, più semplicemente, di conferme relative alla propria identità ed alle origini arcaiche iperborico-nordiche dell’Europa.
DAGOBERTO BELLUCCI
Julius Evola  . “Simboli della tradizione occidentale” , Ediz. ‘Arktos’ , Carmagnola (Torino)  1988;.
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