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Siria – Dal caos costruttivo di Obama al caos mentale e strategico di Trump

8 Apr

di Dagoberto Bellucci – 08/04/2017

 

Siria – Dal caos costruttivo di Obama al caos mentale e strategico di Trump

 

 

Gli ultimissimi sviluppi della situazione siriana richiedono una ricognizione d’analisi su quella che oramai da oltre sei anni è l’interminabile guerra creata ad hoc per destabilizzare la Repubblica Araba Siriana, unico baluardo assieme al movimento libanese di Hezb’Allah alle mire imperialistiche sioniste nella regione del Vicino Oriente.
La Siria torna dunque al centro dell’attenzione della politica mondiale e, con la risposta statunitense all’attacco chimico su Idlib, prepotentemente si affaccia nell’agenda della nuova amministrazione Trump.
In realtà la situazione militare in Siria si era dimostrata dinamica fin dai primi di marzo. Dopo la conquista di Aleppo da parte delle forze lealiste – sostenute dall’aviazione russa e dalle milizie sciite – la diplomazia internazionale per tre mesi ha cercato di dare una soluzione al dramma siriano senza riuscirvi: troppe le fazioni antagoniste, troppi gli interessi contrapposti, troppi gli attori regionali e globali militarmente presenti sullo scenario siriano.
A questa realtà fattuale che ha visto inutilmente contrapposte le milizie anti-Assad alle forze regolari (le prime sostenute da gran parte dei paesi arabi confinanti, dalla Turchia – almeno fino all’estate scorsa – e dal fronte occidentale; le seconde aiutate da Russia, Iran e Hezb’Allah) si è andata sommando una naturale fase di stallo coincidente con l’instaurazione della nuova amministrazione Trump negli USA.
Un’amministrazione che in soli tre mesi è riuscita ad inimicarsi praticamente l’intero resto del pianeta: poche idee quelle dell’uomo nuovo alla Casa Bianca , ma tutte confuse, disordinate, irresponsabilmente caotiche.
Siamo passati da otto anni di amministrazione Obama – molto criticata in politica interna da ampie fasce della società statunitense – ai 100 giorni scarsi di Trump.
Qualcuno potrebbe certamente sottolineare come sia difficile stilare un giudizio sui primi cento giorni del miliardario alla White House ma, anche dalle azzardatissime mosse delle ultime ore, risulta improbabile che qualcosa nella politica estera a stelle e strisce possa realmente mutare come , stoltamente, avevano paventato ampi settori dell’opinione pubblica mondiale.
Chi si aspettava un’America ‘isolazionista’ in politica estera ne resterà deluso né, viste le premesse, poteva esser diversamente: al di là che chiunque sia chiamato a guidare un’amministrazione americana non avrà mai realmente alcun potere decisionale (non lo aveva Obama né i vari Bush, Clinton, Bush senior, Reagan prima di Trump, non lo avrà nemmeno Trump) già dalle scelte della squadra di governo si erano capite le mosse che in politica estera sarebbero state seguite dal Tycoon: con l’intronizzazione di un ultra-sionista quale David Friedman ambasciatore in Palestina, con la mano sempre tesa verso Israele e le rinnovate garanzie di sostegno finanziario all’entità criminale sionista la situazione non poteva essere diversa da quella che è.
Neanche venticinque giorni or sono proprio i sionisti avevano attaccato con propri caccia militari obiettivi in territorio siriano , probabilmente riconducibili alle milizie Hezb’Allah operanti da anni al fianco delle truppe di Assad.
Gli aerei israeliani entrati in territorio siriano sono stati bersagliati dalla reazione della contraerea siriana.
Questo brevissimo ma pericolosissimo scambio di colpi tra l’artiglieria siriana e l’aviazione sionista ha rappresentato il più grave e deliberato attacco portato dagli aerei di Tel Aviv in territorio siriano negli ultimi anni.
La Siria ha immediatamente richiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per quella che è stata definita una violazione dello spazio aereo siriano: inutilmente in quanto ad Israele viene permesso di fare ciò che a chiunque altro sarebbe rinfacciato.
Lo scambio di colpi tra Siria e entità sionista ha interessato anche le batterie contraeree siriane: alcuni missili terra aria dell’esercito di Assad hanno oltrepassato il confine Israeliano ed hanno innescato gli allarmi antimissile nella parte est e nord di Israele mentre nella notte del 18 marzo scorso l’esercito siriano in reazione all’attacco israeliano ha lanciato un missile balistico dalla Siria verso il territorio palestinese sotto occupazione.
Secondo quanto affermarono le forze israeliane (IDF) il sarebbe stato abbattuto dal sistema antimissile di Gerusalemme.
Tutte le ricostruzioni dell’accaduto dimostrano che a cadere in territorio israeliano sia stato un missile antiaereo SA-5.
Queste scaramucce al confine con la Palestina hanno fatto seguito ai due attacchi terroristici che hanno colpito la capitale Damasco nella giornata del 16 marzo scorso (sesto anniversario dell’inizio del conflitto civile siriano) quando due kamikaze imbottiti d’esplosivo hanno attaccato il palazzo di giustizia nel centro della città ed un ristorante nel quartiere di Rabweh.
Lo scenario precedente all’attacco con armi chimiche di martedì 5 aprile scorso dunque era quello di un paese ancora in mezzo al caos. Un caos creato ad arte, costruito settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno che ha rappresentato il tentativo da parte dell’amministrazione Obama di scardinare il legittimo governo siriano ed il suo presidente Bashar al Assad contando sull’entusiasmo suscitato in gran parte del mondo arabo da quelle che furono definite, un po’ troppo enfaticamente e ampollosamente dalla stampa occidentale, come le ‘primavere arabe’ e che, nel giro di pochi mesi, videro la caduta dei regimi di Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto e soprattutto Gheddafi in Libia.
Venne creata un’opposizione , alimentata dal tam tam dei social netwoork e sostenuta dai media occidentali, furono reclutati i peggiori tagliagole della galassia islamista (wahabita, salafita, al-qaedista) e si lasciò scatenare contro la Siria ed i suoi cittadini inermi quello che le più ‘raffinate’ teste d’uovo dell’amministrazione Obama e dei diversi centri studi strategici statunitensi definirono, eufemisticamente o meno, come il “caos costruttivo” sul modello di quanto già applicato negli anni Settanta ed Ottanta nel Libano sconvolto da quindici anni di conflitto civile e, dal 2003 fino ai giorni nostri, nel martoriato Irak del post-Saddam Hussein.
Identiche le strategie, identici i protagonisti e gli attori messi in scena dagli alchimisti della politica estera di Washington a recitare a copione: fondamentalisti sunniti, mercenari al-qaedisti, reclutatori salafiti e aspiranti martiri dell’armata Brancaleone sunnita legata a doppio filo all’America, alla Gran Bretagna, alle politiche occidentali tutte tese ad abbattere con ogni mezzo il “dittatore” Assad , che i media europei ed occidentali hanno tratteggiato da sei anni con qualunque epiteto sostenendo a spada tratta la cosiddetta ‘opposizione democratica’ siriana (così ce l’hanno presentata per mesi) che di ‘democratico’ non aveva niente e di siriano ancora meno.
Gli aspiranti ‘oppositori democratici’ in realtà rappresentavano la peggior feccia reclutata nei quattro angoli del mondo islamico tra esaltati wahabiti, fanatici radicali salafiti, appartenenti ad entità e movimenti dalla mai chiara identità né religiosa né politica ma tutti collegati a doppio filo, in un modo o nell’altro, e finanziati dal gigante del mondo arabo, l’Arabia Saudita, e dagli staterelli-fantoccio delle petrolmonarchie del Golfo (Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait) ai quali sono andati progressivamente affiancandosi la Turchia di Erdogan e gli altri paesi del fronte arabo moderato filo-occidentale (dalla Giordania all’Egitto, dal Marocco alla Tunisia).
L’intervento militare russo di un anno fa ha riequilibrato infine le sorti del conflitto a favore delle truppe lealiste al fianco delle quali si erano già schierate le milizie sciite libanesi e l’Iran.
Trump, che in campagna elettorale aveva promesso un avvicinamento sostanziale alla Russia di Vladimir Putin e un più deciso intervento contro l’ultima creazione del ‘caos costruttivo’ a stelle e strisce – l’ISIS (ossia il sedicente califfato ‘nero’ o ‘Stato Islamico della Siria e del Levante’) ennesimo mostro da laboratorio creato dagli alchimisti stregoni statunitensi e sionisti e da tre anni preteso ‘spauracchio’ dell’intero globo, nuovo netwoork del terrore globale ed ulteriore ‘sigla’ sotto la quale chiamare a raccolta tutti i disturbati, i fanatici, gli allucinati del pianeta dando – com’è accaduto per molti degli attentatori suicidi che hanno colpito negli ultimi anni l’Europa – loro una patina di ‘islamicità’ fai da te , una spruzzata di fondamentalismo in salsa nostrana e quell’alone minaccioso da ‘vendicatori’ e ‘cani sciolti’ (un “Islam” americano…molto pittoresco e dai tratti caricaturali che ‘raccatta’ nelle banlieu delle capitali occidentali sbandati, drogati, emarginati, teppistelli da strada, fruitori di musica rap e anfetamine, spacciatori e papponi….decisamente non propriamente il cliché del credente islamico ma questo ci sta nella società dell’assurdo dell’Occidente) che tanto serve a realizzare inutili servizi televisivi, alimentando infiniti ed inutili dibattiti e soprattutto favorendo una altrettanto demenziale quanto odiosa reazione xenofoba anti-islamica di cui sono un segnale le affermazioni elettorali dei partiti e movimenti d’estrema destra dalla Francia all’Olanda, dalla Germania all’Austria e nel resto del continente.
Trump l’isolazionista che, ci hanno ‘raccontato’ in questi mesi, avrebbe riportato l’America a guardare maggiormente ai propri problemi interni cominciando da quelli dell’economia.
Finora i provvedimenti presi dal tycoon hanno praticamente favorito solo ed esclusivamente reazioni di manifesta ostilità (dai latino-americani ai musulmani, dalla Cina all’Iran all’Unione Europea) inimicandosi ulteriormente e quanto più possibile Nord Corea, Iran e – dopo questi ultimi avvenimenti in terra siriana – probabilmente la stessa Russia.
Vediamo di ricostruire queste ultime 72 ore:martedì mattina nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, almeno 74 persone sono rimaste uccise in quello che, secondo filmati e foto diffuse immediatamente a livello planetario, risulta esser stato un bombardamento chimico.
Ufficialmente tutte le parti in conflitto hanno preso le distanze da un eccidio così odioso.
Eppure non è la prima volta che durante il conflitto siriano sono state denunciate violazioni sull’uso di sostanze chimiche.
A distanza di tre giorni dall’accaduto non è ancora possibile stabilire con certezza la sostanza usata, anche se i sintomi sofferti dalle persone ferite – gravi difficoltà respiratorie, schiuma alla bocca, vomito, tra gli altri – sembrano rafforzare l’ipotesi che sia stato il Sarin, un tipo di gas nervino.
Due le ipotesi subito diffuse dai media delle due fazioni: per i media occidentali le bombe con il sarin sarebbero state sganciate da aerei da guerra, probabilmente russi o del regime del presidente siriano Bashar al Assad, e hanno colpito la città di Khan Sheikhun, che è ancora sotto il controllo dei ribelli.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani – un’organizzazione vicina ai ribelli con sede a Londra – ha detto che molte delle persone uccise erano civili.
Diversa la versione offerta dalle autorità di Damasco e dalle agenzia di stampa russe: secondo il governo siriano non sarebbe stato effettuato alcun bombardamento sulla cittadina di Khan Sheikhun mentre i gas chimici proverrebbero da depositi dei ribelli.
Immediatamente il presidente americano Donald Trump ha diffuso un comunicato in cui accusa Assad ma sottolinea che le sue azioni sono “una conseguenza della debolezza e indecisione della scorsa amministrazione”, cioè quella di Barack Obama ; questo nelle prime ore dopo l’accaduto salvo poi, secondo i mass media di mezzo pianeta – “impressionato” e “scioccato” dalle immagini provenienti dalla cittadina siriana – modificare radicalmente il proprio atteggiamento, sparlare di ‘linee rosse’ più o meno invalicabili ed ordinare l’attacco di stanotte.
L’attacco di questa notte, alle 2,40 ora italiana (3,40 ora locale) ha visto il lancio di cinquantanove missili Tomahawk. contro la base militare siriana di Ash Sha’irat, nella provincia di Homs, nella Siria Occidentale, dalla quale – si presume perché di certo non c’è assolutamente niente solo la guerra della propaganda delle parti in lotta – sarebbero partiti gli aerei che lo scorso martedì avevano condotto l’attacco con armi chimiche contro la cittadina di Khan Sheikhoun. I missili sono stati lanciati da due cacciatorpediniere nel Mar Mediterraneo.
“Martedì il dittatore siriano ha condotto un orribile attacco chimico contro civili siriani innocenti – ha comunicato Donald Trump, dopo l’attacco -. Ha soffocato donne, bambini, uomini.
Una morte lenta e brutale. Stasera ho dato ordine di condurre una missione contro la Siria. É nell’interesse vitale degli Stati Uniti impedire che avvengano attacchi con queste orribili armi chimiche”
La televisione siriana ha definito l’attacco “una aggressione”.
La base siriana di Shayrat, nei pressi di Homs, è stata «significativamente» danneggiata dall’attacco americano di questa notte. «Tutti gli aerei sono fuori uso e si può dire che la base è stata completamente distrutta», ha dichiarato un impiegato, presente sul posto, all’agenzia russa Ria Novosti.
Pronta è arrivata anche l’ira del Presidente Putin per il quale si è trattato di una “azione da irresponsabili” mentre, come ovvio sia, sono arrivati i plausi di Arabia Saudita, Turchia e Israele.
Nel pomeriggio di ieri, giovedì 7 aprile, il segretario di Stato USA Rex Tillerson aveva affermato categoricamente che l’attacco chimico che martedì ha ucciso oltre 80 persone, fra le quali anche 22 bambini, era stato sicuramente condotto dalle forze del dittatore al-Assad.
Tillerson aveva anche chiarito che dopo una simile azione, non fosse più possibile immaginare che al-Assad rimanga alla guida della Siria smentendo quindi l’intera politica estera fino ad oggi sostenuta dal suo presidente, Trump, per il quale fino all’altro ieri, “Assad non era il problema” nella guerra in Siria ma “l’ISIS ed il terrorismo”.
Questo repentino cambio di posizione e conseguentemente di strategia, a seguito di un preteso attacco con armi chimiche sul quale molte sono le ombre, i dubbi, le domande che l’opinione pubblica internazionale dovrebbe porsi, risulta quanto mai sospetto: quasi si fosse voluto favorire una netta presa di distanza di Trump da pericolose e quantomeno irresponsabili politiche di avvicinamento alla Russia come da lui auspicato durante tutta la campagna elettorale ed in questi primi tre mesi da Presidente.
Il presidente Trump ha tenuto due riunioni del “consiglio di guerra” alla Casa Bianca, uno la sera di mercoledì e uno ieri pomeriggio dopo essere arrivato a Miami, dove oggi si tiene un summit bilaterale con il presidente cinese Xi Jinping.
Il Comitato di Difesa della Duma di Stato (la Camera bassa) russa afferma infine che l’attacco missilistico degli Stati Uniti contro la Siria potrebbe peggiorare i rapporti tra Mosca e Washington, nonché portare a un ampliamento dei conflitti armati in Medio Oriente. Lo riportano i media russi.
L’attacco americano contro la base aerea siriana infatti «potrebbe essere visto come un atto di aggressione degli Stati Uniti contro una nazione Onu», ha detto Viktor Ozerov, capo della commissione esteri e sicurezza della Camera alta del parlamento di Mosca, preannunciando la convocazione urgente da parte di Mosca del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
«L’attacco potrebbe minare la lotta contro il terrorismo», ha aggiunto Ozerov citato dalla Ria Novosti.
Qualcosa dell’attacco con armi chimiche di martedì non quadra.
E quadra ancora meno questa celerissima mutazione di politica estera sulla Siria da parte del nuovo inquilino della Casa Bianca.
Che se non sarà propriamente l’uomo politicamente più influente del pianeta di certo ha delle responsabilità da prendere per il prossimo futuro. Lui o chi, al di sopra della sua amministrazione, per lui.
Dal “caos costruttivo” di Obama siamo passati al caos mentale di un Presidente che sembra mutare opinione non soltanto troppo repentinamente ma anche, soprattutto, troppo stranamente.
Chi governa realmente l’America? É questo che dovrebbero chiedersi oggi i molti che pretendevano da Trump improbabili, anzi impossibili, cambi di rotta.

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