RECENSIONE LIBRARIA – Julius Evola :  “Apolitia – scritti sugli orientamenti “esistenziali” 1934-1973″ 

29 Ott

 

 

 

“L’apolitia è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi valori; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli”

(Julius Evola)

 

Curato dalle edizioni “Controcorrente” di Napoli e dalla Fondazione Julius Evola di Roma il volume sulla Apolitia, il numero 40 di quei quaderni evoliani editi dalla casa editrice napoletana, riveste a distanza di tredici anni dalla sua apparizione un valore che non soltanto è andato aumentando nel corso degli anni ma, se possibile, mantiene intatte le sue caratteristiche fissate fin dal sottotitolo appunto di dare una serie di ‘orientamenti’ esistenziali all’individuo che nel XXI° secolo si ritrova ad affrontare una crisi della cui profondità crediamo proprio nessuno possa oggigiorno più dubitare.

Con una breve nota a cura di Gianfranco De Turris ed un interessante saggio a firma Riccardo Paradisi dal lungimirante titolo “Tradizione e libertà” il volume ripercorre gli sviluppi del pensiero evoliano in merito alle grandi tematiche esistenziali, intime oseremmo dire, che nel corso di un quarantennio hanno visto il filosofo della Tradizione impegnato a ricercare risposte e indirizzi per una formazione interiore.

Come ricorda De Turris nella nota introduttiva citando lo stesso Evola “Nella sua biografia spirituale, ‘Il Cammino del Cinabro’ (1963), Julius Evola fa un riferimento non per tutti chiarissimo: parlando di ‘Cavalcare la tigre’ (scritto – ormai è certo -nel 1949-1951) egli afferma: “Con questo libro si chiude un ciclo nel senso che in un certo modo io sono tornato alle posizioni di partenza”. Ma con queste parole non ci si deve riferire soltanto alle sue giovanili esperienze filosofico-pittoriche (il “punto-zero proprio del dadaismo”) tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti, ma anche a ‘Imperialismo pagano’ (1928): In che senso? Nel senso che entrambe le opere sono una rassegna di quelli che l’autore riteneva i “mali” e gli “errori” del proprio tempo ( gli anni Venti e gli anni Cinquanta) con relative critiche, prese di posizione e rimedi: filosofia, scienza politica, tecnica, religione, strutture sociali, progressismo. Ma mentre nel 1928 esse sono le “radici del male europeo” , nel 1961 (data di pubblicazione di ‘Cavalcare la tigre’) diventano le radici del male che assale l’umanità intera. E mentre nel 1928 il rimedio sembra essere l’abbandono del cristianesimo da parte del fascismo per abbracciare la tradizione romana, nel 1961 il rimedio è quello di una via strettamente interiore e dell’apolitia allorché, spiega, “gli avvenimenti ultimi hanno fatto chiaramente apparire l’assoluta inanità di ogni iniziativa del genere, di ogni sforzo ricostruttivo, insieme al generale, irreversibile carattere di dissoluzione proprio a questa fine di ciclo”.

A distanza di oltre cinquant’anni da quando vennero scritte queste quantomeno ‘preveggenti’ parole occorre meditare sulla indicazione ‘ultima’ data da Evola a coloro i quali volessero ancora ‘impegnarsi’ a livello di una più o meno utile militanza nella sfera della politica tout court.

Lo è tanto più rispetto allo spettacolo tristissimo nel quale si barcamena l’intera politica italiana ed europea, entrambe da molti decenni assolutamente degradatesi a mere comparse di un teatrino piuttosto assurdo qual è quello rappresentato dall’evoluzione della decadenza sotto tutti i punti di vista, dell’incedere impetuoso di una crisi che non è solo di valori ma, nelle sue manifestazioni più recenti, rasenta un vero e proprio crepuscolo di un’intera civilizzazione: quella occidentale contemporanea e più complessivamente quella moderna globale o mondializzata che dir si voglia.

 

Perché un fatto è certo: ci troviamo di fronte ad un autentico baratro di un’intera civiltà – la prima della storia – che non ha saputo trasferire alcunché al di fuori di contro-valori edonistici, rimedi fittizi, soluzioni relative e temporanee. Di fatto la prima ‘civiltà’ materialistica della storia che ha visto progressivamente disintegrate tutte quelle chimeriche certezze delle quali andavano fieri gli occidentali soltanto alla fine del XIX° secolo (dai miti ritenuti infallibili del progresso e dello sviluppo umano alla sicumera sull’indefettibilità di scienza e tecnica) arrivando al riconoscimento terminale che non di evoluzione si trattava ma del suo esatto contrario: una costante involuzione che ha contraddistinto gli ultimi cinque-sei secoli della storia dell’umanità.

Scrive nel suo saggio Riccardo Paradisi: “Nel 1961 era dunque ormai chiaro che Evola indicava a chi lo aveva seguito fino a quel punto un orizzonte diverso da quello proposto nell’opuscolo ‘Orientamenti’ (1950) e nel successivo ‘Gli uomini e le rovine’ (1953). L’Evola di ‘Cavalcare la tigre’ è un pensatore esistenziale, impolitico, che propone un anarchismo di destra; è l’Evola che, malgrado una vocazione interventista, invita le forze a disposizione ad un riorientamento esistenziale, ad una verifica interiore, proponendo l’apolitia, il distacco, la distanza dall’azione politica concreta. E’ ciò malgrado una spiccata tendenza all’azione che lo aveva portato fino a quel momento ad una partecipazione attiva nel dominio politico. La radice indoeuropea di politikòs è, del resto, la stessa di polis e di polemos. Schmitt non dice una cosa diversa quando, parafrasando Von Clausewitz, afferma che la politica è la continuazione della guerra con altri strumenti. Evola però prende atto, all’indomani del dopoguerra, che il mondo è disseminato di rovine non solo materiali, ma anche e soprattutto morali. “Si è in un clima di generale anestesia morale – scrive – di profondo disorientamento (…) il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata stanno a caratterizzare, in genere, l’uomo del dopoguerra.”  ( crf ‘Orientamenti’ , Ediz. ‘Settimo Sigillo’ , Roma 1987).

Fin dagli anni Sessanta Evola va dunque oltre all’attivismo ‘politico’, al fare politica sulla base di quelle che potevano definirsi le passioni e le ideologie all’epoca dominanti, l’attivismo che propone è differenziato, fine a sé stesso, distaccato da qualsiasi pulsione d’ordine emotivo.

 

L’apolitia per il Terzo Millennio è quella del completo disinteresse per il risultato, del fare ciò che dev’essere fatto, senza alcun trasporto e senza alcun coinvolgimento d’ordine emotivo. L’individuo al quale il filosofo della Tradizione si rivolge è un tipo umano completamente distinto dalla massificazione dominante al quale darà il nome di Uomo Differenziato.

Nell’opera di Evola si sono registrati gli autentici cataclismi epocali che sono rappresentati dai due conflitti mondiali: sono pietre miliari entrambi di svolte che hanno sconvolto equilibri storici ritenuti indistruttibili, consegnando un’umanità frastornata, confusa, dubbiosa sul proprio futuro. Uomini lacerati dai grandi dubbi esistenziali o tormentati dall’immane carnaio dei popoli frutto sciagurato delle conquiste – solo l’altro ieri tanto pomposamente celebrate – della scienza e della tecnica e delle loro applicazioni belliche così disumane e scoraggianti.

In ‘Cavalcare la tigre’ Julius Evola prova a ridisegnare un’identità e ricostruire un volto al tipo umano differenziato. Un individuo che dovrà essere il più sprezzante, il più refrattario ed il più alieno possibile rispetto alle sirene della modernità in quanto si prepara ad affrontare un’epoca di autentica dissoluzione dominata dall’emersione di stati emotivi caotici, dall’affioramento di vere e proprie manifestazioni anti-tradizionali di natura infera, demonica, sovversiva.

Già dal sottotitolo utilizzato nella sua opera del 1961 “orientamenti esistenziali per un’epoca di dissoluzione” appare evidente ad Evola la ciclopica sfida che attende quei pochi che vorranno situarsi su quell’ipotetico e quasi immaginario ‘fronte della tradizione’.

Assieme a ‘Gli uomini e le rovine’ il volume di Evola intende anche illustrare quale potrà essere – nel marasma generale della decadenza occidentale e universale – la divisa interiore di quanti intenderanno seguire quella “via della mano sinistra”, o “via secca”, già conosciuta dalle principali dottrine tradizionali dell’Oriente ed indicante una via intellettuale, interiore e personale di distacco rispetto alle vicissitudini del mondo contemporaneo in declino. Formule che troveranno conforto nei due libri dedicati da Evola alla sapienza orientale (‘Lo yoga come potenza’ e ‘La dottrina del risveglio’).

Come scrive nell’introduzione Paradisi: “Dunque già nel 1950 Evola sottolinea che il problema principale da porre non è quello sociale, economico o più in generale politico, ma è quello umano e spirituale poiché “la misura di ciò che può essere ancora salvato dipende dall’esistenza o meno di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi (…) per ridestare forme diverse di sensibilità e di interesse”.”.

La nuova ‘sensibilità’ che Evola sembra indicare agli uomini differenziati sarà quella di una decisa opposizione a tutto ciò che rappresenta la residuale civiltà occidentale giunta al capolinea ed alla cultura borghese che ha impresso alla modernità; una cultura che investirà inevitabilmente il resto del pianeta per le sue caratteristiche espansionistiche-dilatatorie. Siamo in pieno Kali Yuga avverte Evola ed occorre un ri-orientamento interiore per affrontare il punto-zero dei valori espresso da questa civiltà suicida che tutto contamina e distrugge.

L’Evola di questi saggi ha la precisa percezione di vivere nel mondo degli ‘altri’, in piena epoca crepuscolare, nella decadenza di un ciclo, in quell’epoca di cui aveva parlato Friedrich Nietzsche fin dalla fine dell’Ottocento dove a dominare è il nichilismo – freddo, gelido, insensibile alla catastrofe circostante, indifferente alle rovine, assolutamente glaciale nella sua dimensione di deux et machina del crepuscolo dell’umanità – ; laddove “Dio è morto” senza che all’orizzonte si intraveda altri valori, altri sistemi, altre idee del mondo valide o quantomeno adatte a prenderne il posto.

Così l’Evola che prova a dare indicazioni esistenziali per questa età oscura incipiente è quello che indica, con un detto estremo-orientale (il ‘Cavalcare la tigre’), la ‘via’ per restare in piedi nel mondo in rovina, per non farsi travolgere e annientare da ciò che sarebbe comunque impossibile riuscire a controllare. ‘Cavalcando la tigre’ appunto è ancora possibile, forse, resistere alla scombussolamento generale, evitandone gli effetti più negativi ipotizzando, quale estrema ratio, la possibilità di assumere atteggiamenti e comportamenti tra i più estremi ed irreversibili delle dinamiche dissolutive agenti nel presente, cercando di assecondarne e disinteressandosi degli effetti prodotti.
A questo modo sarà possibile l’agire nel senso di raggiungere una sorta di liberazione anziché – come avverrà per la stragrande maggioranza dei contemporanei – in quello di una distruzione spirituale.

Come scriverà ne “Gli Uomini e le Rovine” questa nuova ‘divisa interiore’ che dovranno adottare tutti gli uomini differenziati potrebbe rappresentare : l’elemento decisivo affinché (…) possa prendere forma un nuovo ordinamento di tipo organico è un fatto metafisico. (…) Si ripresenta cioè il problema di un essenziale ricollegamento alle origini. (…) All’atto di eleggere tali idee e di votarsi alla loro realizzazione, superando il limite dell’individuo, dovrebbe potersi attribuire un potere evocatorio: quella spiritualità, quella trascendenza che, per così dire, si è ritirata dal mondo, ma che essa sola può dare un crisma alle nuove strutture, per tale via dovrebbe essere portata ad una nuova manifestazione nel mondo degli uomini e della storia.”.

Manuale di sopravvivenza agli inizi dei Sessanta, ‘Cavalcare la tigre’ potrebbe rappresentare oggi una testimonianza storica di un ardire , di un osare, che è da considerare sepolta a fronte del fallimento delle ideologie, dell’avvento di contro-valori edonistico-materialisti e a forme di riflusso nel privato; assolutamente trapassata se si considerasse l’era dell’informatica e della cibernetica, dei computer’s e dei telefoni cellulari, del post-nichilismo che ha definitivamente e senza appello schiantato le ultime forme di resistenza (anche quelle del ‘privato’, perfino gli ultimi ‘rifugi’ alpini sembrano aver ceduto il passo alla modernità disgregante e tutto omologante).

Noi riteniamo che la proposta evoliana sia ancora attuale, malgrado tutto.

Senza illusioni di sorta ravvisiamo in questa raccolta di scritti di Evola sull”apolitia una ulteriore opportunità di approfondimento di determinate tematiche particolarmente quelle connesse ad un indirizzo per uno sviluppo delle potenzialità interiori degli individui in una prospettiva che è d’altronde quella dell’autore di proporre una specie di filosofia della responsabilità che vuole il superamento di tutto ciò che è contingente, effimero, relativo e tende invece all’Assoluto.

 

DAGOBERTO BELLUCCI

 

 

 

Julius Evola, “Apolitia – Scritti sugli “orientamenti esistenziali” 1934-1973″

Edizioni “Controcorrente”, Napoli/ Fondazione “Julius Evola”, Roma –
Quaderno di Testi Evoliani n° 40

Napoli 2004

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