Gerusalemme e la collera dell’Islam

13 Dic

“Tutti i musulmani hanno temporeggiato con Israele. Le ambizioni personali degli uomini di governo hanno impedito che la voce di Israele venisse soffocata sul nascere, permettendole così di acquistare potere. Purtroppo anche se ho gridato i miei consigli per vent’anni o poco meno, chiamando all’unità  contro Israele, le ambizioni e gli interessi dei singoli hanno impedito che questo venisse realizzato. Si é temporeggiato con Israele fino a che il problema ha assunto le dimensioni attuali. Oggi le mani usurpatrici di Israele si sono allungate: il Libano meridionale é messo a ferro e fuoco ed i Palestinesi vengono respinti. Abbiamo più volte ripetuto che Israele, fonte di ogni male, non si limiterà  a Gerusalemme. Se si esiterà  ancora tutti i governi islamici saranno in pericolo. Bisogna porre rimedio all’errore commesso, dando vita all’unione di tutti i musulmani e fondando il Partito dei diseredati contro i potenti, fra cui al primo posto c’é l’America ed Israele, suo spregevole servo.”

( Imam  Sayyed Ruhollah Khomeini, Fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran e Guida della Rivoluzione Islamica iraniana – Discorso pronunciato presso la Scuola Coranica “Feizie” di Qòm in occasione della Giornata di Al-Qods il 17 Agosto 1979)

 

 

Le parole con le quali l’allora Guida della Rivoluzione Islamica iraniana, l’Imam Khomeini, chiamava a raccolta i musulmani del pianeta lanciando il suo grido di battaglia contro la presenza dell’entità criminale sionista in Terrasanta palestinese risuonano oggigiorno più attuali che mai di fronte alla nuova sfida che le potenze usurpatrici e tiranniche dell’Imperialismo mondiale hanno rivolto alla Nazione Islamica.

La decisione del Presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede diplomatica U.S.A. da Tel Aviv a Gerusalemme hanno scatenato un vespaio di polemiche e reazioni politiche contrastanti riattivando l’Intifada, finora contenuta in attesa che qualcosa possa ulteriormente accendere una miccia sempre pronta a rendere incandescente la situazione nei Territori palestinesi sotto  occupazione, mai completamente spenta del popolo di Palestina.

E non poteva essere diversamente considerando quanto delicata sia la questione Gerusalemme e come questa investa e coinvolga direttamente il sentire religioso, culturale, politico e la sensibilità delle folle islamiche così come la suscettibilità degli ambienti della Cristianità spesso troppo sordi, soprattutto quelli cattolici europei, di fronte al grido di allarme ed alla frustrazione proveniente dalla Palestina sotto pluri-decennale occupazione sionista.

 

 

Gli Arabi per primi e l’insieme della Comunità Islamica mondiale sono le vittime di questa ormai storica ingiustizia perpetrata a partire dalla dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) con la quale l’allora Ministro degli Esteri britannico, in pieno conflitto mondiale, indirizzò a Lord Rothschild, all’epoca vice-presidente della Federazione dei sionisti inglesi, una lettera in cui testualmente il Governo di Sua Maestà considerava “favorevolmente lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale (national home) per il popolo ebraico e farà del suo meglio per facilitare la realizzazione tale obiettivo”.

Da un secolo ad oggi la storia ha favorito le mire sioniste sulla Palestina attraverso un dosaggio sapiente di tutte le armi alle quali sono ricorsi i dirigenti delle principali organizzazioni ebraiche per garantirsi una impunità e l’appoggio della comunità internazionale (particolarmente quello della Gran Bretagna fino al 1946 e successivamente di quello statunitense decisivo per il sedicente “stato d’Israele” per mantenersi in piedi in un’area geopoliticamente strategicamente essenziale per Washington e economicamente vitale per le grandi multinazionali del capitalismo occidentali).

 

Trump, l’ultimo dei vaccari arrivato allo scranno più alto della piramide del potere politico a stelle e strisce (potere politico che da oltre un secolo negli USA è supinamente prono di fronte alle volontà ed ai desiderata-diktat del potere economico-finanziario dei circoli bancario-affaristici di Wall Street, dipendendo completamente dalle ricattatorie ‘elargizioni’ monetaristiche della Federal Reserve Bank, e dalle strategie disegnate dalle grandi Multinazionali, dalle Corporation e dalle Fondazioni che sono l’autentico ‘perno’ dell’economia imperialistica statunitense) ;  evidentemente ‘consigliato’ dal genero – l’ebreo Jared Kushner  (1) –  ha preso la pesantissima responsabilità di una decisione che potrebbe risultare gravida di pericolose conseguenze per tutta l’area geopolitica del Vicino Oriente: spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

 

Decisione che ovviamente ha suscitato contrastanti ed opposte reazioni: di gioia, quasi giubilo, nel mondo ebraico e tra i principali dirigenti dello stato-pirata sionista, rabbia e dolore nel mondo musulmano, sconcerto e disapprovazione tra le principali cancellerie occidentali  (cominciando da quelle dell’Unione Europea e dalla Russia di Vladimir Putin contraria a qualsiasi modifica dello status quo regionale e tornata prepotentemente in campo negli affari del Vicino Oriente con tutto il peso della sua diplomazia e attraverso la partecipazione diretta delle sue forze armate al lato della Siria di Assad), preoccupazione e appelli alla ragionevolezza per la Santa Sede, parte in causa quando si parla di Gerusalemme e di qualsivoglia cambiamento che interessi i Luoghi Santi palestinesi.

 

 

In un colpo solo, escludendo ovviamente il Governo d’occupazione sionista guidato dall’ultra-conservatore e capo del Likud Benjamin Nethanyhau che ha parlato di “data storica” e “riconoscimento di una realtà di fatto”, il tycoon Donald Trump è così riuscito laddove prima di lui ben altri Presidenti USA non avrebbero mai pensato di spingersi né si sarebbero mai arrischiati (e questo nonostante l’influenza preponderante delle diverse lobbie’s pro-sioniste nella politica yankee): inimicarsi quasi completamente un miliardo e mezzo di musulmani, rimettere in discussione completamente lo status quo geopolitico-strategico palestinese – peraltro piuttosto traballante –   dal 1967 (conflitto dei Sei Giorni che portò le armate israeliane a conquistare la parte orientale della Città Santa fino ad allora sotto controllo giordano) sempre sospeso tra guerra e pace, tensioni e rivolte e calma apparente ed infine mettere una pietra tombale sul preteso “processo di pace” fra israeliani e palestinesi (processo di pace mai realmente consolidatosi dal 1993 – Accordi di Oslo tra Yasser Arafat e l’allora premier Yithzak Rabin ed il suo ministro degli Esteri, Shimon Peres – fino ai giorni nostri; con i diritti dell’Autorità Nazionale Palestinese sovente sospesi, aggressioni militari e violenze indiscriminate portate dalla cieca politica attuata dai sionisti contro il popolo oppresso di Palestina, prima vittima delle mire colonizzatrici israeliane e bersaglio della furia criminale esercitata indistintamente contro giovani, anziani, donne e bambini arabi dall’esercito dalla stella di Davide di ‘tsahal’).

Immediate, e durissime, le reazioni del mondo islamico all’annuncio di Trump.

 

Tra queste si segnala innanzitutto la presa di posizione netta di Mahmoud Abbas , il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, messosi immediatamente in contatto con la Santa Sede a Roma per richiedere il sostegno del Vaticano contro la decisione statunitense e cercare una strategia comune con la Chiesa cattolica volta quantomeno a far recedere l’amministrazione Trump da quella che è stata definita come “una tragica decisione” che, secondo lo stesso Abbas, avrebbe pericolose conseguenze (“dangerous conseguences”) per tutto il Vicino Oriente. Il leader palestinese avrebbe successivamente avviato contatti diretti con il premier francese Macron, con il capo del Cremlino Putin e con il re di Giordania Abdallah.

“Non può esistere alcuno stato palestinese senza Gerusalemme Est come capitale, è quanto stabilito dalla Comunità Internazionale e ribadito da decine di risoluzioni delle Nazioni Unite” ha affermato Abbas.

A queste dichiarazioni sono seguite quelle dello stesso re di Giordania che avrebbe invitato Trump a tornare sui propri passi in quanto qualunque modifica dello status quo avrebbe ripercussioni inevitabili e dolorose per tutto il Vicino Oriente. Identiche parole, più o meno, quelle provenienti da Riad, capitale saudita, dalla quale si è appresa la mossa statunitense come una specie di ‘coup de force’ del capo della Casa Bianca quando anche i più inetti esperti di politica internazionale sanno perfettamente che l’Arabia Saudita avrebbe da mesi un progetto geostrategico e politico per ritornare al centro della politica araba dalla quale il principale Stato del fronte sunnita è stato progressivamente allontanato a causa dei sospetti, peraltro malcelati, di finanziamento del terrorismo di matrice jihadista-salafita e per l’appoggio dato fin dalla sua costituzione al cosiddetto ‘califfato nero’ dell’ISIS in Irak e Siria.

“Non è una questione di se, ma di quando” avrebbe dichiarato Trump. La decisione USA dunque pare irreversibile.

 

 

Ma poi fonti diplomatiche e dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che prima di sei mesi l’ambasciata americana non potrà essere spostata da Tel Aviv. Parole che non hanno certo rassicurato nessuno e, com’era prevedibile, sono cominciate un po’ in tutte le principali piazze arabe ed islamiche le manifestazioni anti-sioniste e anti-americane con bandiere e drappi bruciati e gli slogan che tuonavano “Morte all’America! Morte a Israele”.

Come quarant’anni or sono quando Khomeini da Teheran proclamò la Giornata mondiale per al Qods (la Santa) Gerusalemme.

Manifestazioni popolari da Amman in Giordania a Istambul in Turchia, da Tunisi al Cairo in Egitto, da Beirut in Libano (con scontri tra manifestanti e forze di polizia davanti all’ambasciata americana) a Teheran in Iran dove dall’avvento della Rivoluzione Islamica la questione dei Luoghi Santi dell’Islam e la difesa dei sacrosanti ed inviolabili diritti del popolo palestinese sono il cavallo di battaglia della politica estera rispetto al problema dell’occupazione sionista della Palestina.

A Beirut a parlare a nome dei musulmani del paese dei cedri è stato il Segretario Generale di Hezb’Allah, il partito di Dio sciita filo-iraniano, Sayyed Hassan Nasrallah il quale, nel corso di un discorso televisivo trasmesso dall’emittente ‘Al Manar’ (il Faro) del movimento di resistenza libanese, ha fermamente condannato il 7 dicembre scorso la decisione del capo della Casa Bianca.

Nasrallah ha definito la decisione di Trump come una sorta di “seconda dichiarazione Balfour” con la quale si vuole imporre il regime sionista alle masse oppresse e diseredate palestinesi ed arabe, cristiane e musulmane. Una mossa che, secondo il leader del partito sciita libanese, porterà ad una catastrofe “Israele” ed i suoi protettori americani: “L’America ha voluto rassicurare Israele dicendo: Gerusalemme è tua ed è sotto la tua sovranità. Questo basta ai sionisti: ad Israele non interessa niente come reagiranno o cosa diranno gli altri Stati della regione, gli Arabi, i paesi europei, la Cina o la Russia ma solo ed esclusivamente la posizione americana rispetto al suo ruolo di gendarme regionale”.

Altrettanto dura la reazione proveniente dal Governo turco con il presidente Recep Tayyip Erdogan che è tornato a soffiare sul fuoco dell’annoso e pluridecennale conflitto israelo-palestinese rivendicando alla Turchia un ruolo guida del fronte sunnita pro-palestinese.

Erdogan ha dichiarato che “Israele è uno stato terrorista che uccide donne e bambini” aggiungendo che la Turchia farà il possibile “con tutti i mezzi” per ottenere il riconoscimento da parte della comunità internazionale di Gerusalemme quale “capitale dello Stato palestinese” invitando tutti i suoi sostenitori alla mobilitazione: “non lasceremo mai Gerusalemme ad uno stato che uccide i bambini” mentre nella giornata di mercoledì 13 a Istambul si è aperto l’incontro dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica.

Aprendo i lavori di questo attesissimo meeting internazionale lo stesso presidente turco ha ribadito la necessità di “riconoscere lo Stato di Palestina con i confini del 1967, liberandoci dall’idea che questo sia un ostacolo alla pace” e lanciando l’appello per il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale indivisibile della nazione palestinese:
“Almeno 196 Paesi Onu sono fermamente contrari” alla decisione di Donald Trump”, ha aggiunto Erdogan, ribadendo che “Gerusalemme é la nostra linea rossa”.

 

 

Mentre a Gaza il movimento islamico palestinese Hamas ha indetto tre giorni di manifestazioni proclamando una Giornata della Rabbia prevista per venerdì 15 e ovunque nel mondo arabo e islamico si organizza una reazione per fronteggiare quella che viene percepita come una aggressione alla Nazione dell’Islam, risuonano come mai attuali le parole con le quali Giovanni Preziosi quasi un secolo or sono commentava la situazione palestinese sulla sua rivista “La Vita Italiana” scrivendo: “Il Sionismo organico ebbe il suo organo centrale a Lipsia, fin dal 1896: “Die Welt , Zionistisches Zentralorgan”, settimanale. Il partito si affermò al congresso di Basilea, negl’inizi del 1902; fu coniata una medaglia-distintivo dei sionisti (riprodotta nel ‘Secolo’ di Milano, del 3-4 febbraio 1902). Allora l’opera ebraica in Palestina si rafforzò.

Nel 1914 gli istituti ebraici adottarono la lingua ebraica parlata.  Ingenti somme furono raccolte per spedire e collocare famiglie ebree in Palestina: somme raccolte dal ‘Jewish National Found’, dai Chovenè-Zion suddetti (capo il Wissotzki) , dal banchiere ebreo Jacob H. Schiff – testè defunto di cui attraverso il rapporto della polizia segreta americana vedemmo l’attività criminale -, dall’Associazione ebreo-tedesca ‘Judische Hilfverein, ecc.

Un vero governo internazionale-ebreo già sostanzialmente esistente ab antiquo, si è venuto perfezionando in questi ultimi anni, ed ha funzionato completamente ed energicamente durante la guerra e durante la pace, imponendo promesse e compromessi ai capi ufficiali del mondo ,  perseguendo tenacemente una politica di conquista e di accaparramento su tutti i terreni vitali.” (2).

Profetiche infine le stesse parole scritte dallo stesso Preziosi al termine di un articolo che fin dal titolo (“Sotto il dominio ebraico la Palestina sarà non più simbolo di pace ma terra di guerra e di sangue” . ‘La Vita Italiana’ 15 Settembre 1921) evidenziava quale sarebbe stato il calvario della Terra Santa sotto il giogo sionista e attraverso l’amministrazione mandataria britannica stabilita dalle potenze uscite vincitrici del primo conflitto mondiale negli iniqui Trattati di pace di Versailles.

“…quel paese di Gesù – scrive Preziosi – che era divenuto per tutti il simbolo di unione e di pace, si avvia ad essere, tra il silenzio generale,, la terra di nuove guerre e di nuovo sangue, perché si vuole ad ogni costo che diventi la sede nazionale dei crocifissori di Gesù”.

 

E questo è, indiscutibilmente, ciò che è puntualmente avvenuto con la creazione dello stato-pirata denominato ‘Israele’.

DAGOBERTO BELLUCCI

Note –

1) Jared Kushner, proveniente da una famiglia di ebrei ortodossi, è finito nell’occhio del ciclone per le presunte connivenze con ambienti diplomatici russi nel cosiddetto ‘Russia-gate’ con il quale l’amministrazione Trump ha dovuto fare i conti fin dal suo insediamento alla White House.

Kushner, proprietario del conservatore “The New York Observer”, è l’erede di una vastissima fortuna nel settore immobiliare. La rivista finanziaria ‘Forbes’ valuta questa immensa fortuna in 1.8 miliardi di dollari. Dopo la laurea ad Harvard all’età di 24 anni  Kushner nel 2005 si farà carico dell’azienda di famiglia, ‘The Kushner Companies’, quando il padre, Charles, per anni tra i maggiori finanziatori del Partito Democratico sarà travolto da uno scandalo finanziario e condannato a due anni di prigione con l’accusa di evasione fiscale, donazioni illegali nelle campagne elettorali e persino ostruzione alla giustizia.

Come riportò un articolo redazionale uscito sul settimanale “Panorama” :

“Lo scandalo assunse aspetti sordidi quando si scoprì che Charles Kushner aveva pagato una prostituta per sedurre il cognato in un motel; una telecamera nascosta registrò tutto e lui mandò il video hard alla sorella, facendo in modo che arrivasse il giorno di un festa di famiglia, per dissuaderla dal testimoniare contro di lui. All’epoca il procuratore del New Jersey era Chris Christie, oggi governatore, che nei mesi scorsi dopo i dubbi iniziali, si é schierato con Trump.

A distanza di anni il risentimento dei Kushner non é passato. Dopo 14 mesi trascorsi in carcere in Alabama, Charles Kushner, nei mesi scorsi é entrato a pieno titolo nella campagna elettorale, stavolta repubblicana, come donatore; e ora Kushner jr. ha regolato i conti con Christie: prima non lo ha voluto come vice del suocero, preferendogli Mike Pence, e a novembre lo ha definitivamente defenestrato da capo del transition team.

Quando nel 2009 ha sposato Ivanka Trump, la figlia maggiore di Donald, si sono unite due fortune immobiliari e lei, di famiglia cattolica, si é convertita all’ebraismo. I due hanno avuto tre figli. Sostanzialmente privo di esperienza politica, Kushner ha accompagnato l’ascesa politica di Trump: gli ha scritto i discorsi, ha organizzato le risposte giuste nei momenti di difficoltà: quando il suocero fu accusato di antisemitismo per aver twittato un’immagine della rivale, Hillary Clinton, con una stella a sei punte simile alla Stella di David, e la scritta “la più corrotta di sempre”, ha pubblicato una lettera sul sito dell’Observer: “Mio suocero é una persona estremamente amorevole e tollerante, che ha accettato la mia famiglia e il nostro ebraismo. E da quando  é cominciata la mia relazione con sua figlia, il suo sostegno é stato costante e sincero”.

(crf Articolo redazionale, “Chi è Jared Kushner, il genero di Trump diventato suo consigliere”, da “Panorama” del 10 Gennaio 2017);

2)  Giovanni Preziosi, articolo “Il Sionismo e l’Internazionale Ebraica”, da “La Vita Italiana” del 15 Gennaio 1921;
 

 

 

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