Libano: un perimetro geo-strategico incandescente

19 Dic

 

 

di Dagoberto Bellucci

 

 

“La dichiarazione di guerra dei sauditi contro il Libano ed Hezballah è palese”

(Sayyed Hassan Nasrallah, Segretario Generale del partito sciita libanese in occasione dell’anniversario dell’Asciurà , 9 novembre 2017)

 

 

 

La situazione politica libanese rimane piuttosto caotica dopo il rientro in patria del premier Saad Hariri e la sua permanenza più o meno forzata in Arabia Saudita. Ricapitoliamo un attimo per il lettore: il 4 novembre scorso Hariri, in visita a Riad (capitale saudita) annunciò clamorosamente le proprie dimissioni da presidente del consiglio dei ministri del paese dei cedri. Questa decisione suscitò immediatamente molte perplessità e non pochi timori che il Libano potesse rimanere senza un esecutivo precipitando in una pericolosissima crisi politica: Hariri lasciava un vuoto di potere impensabile lanciando accuse pesantissime nei confronti dell’Iran chiamando in causa – più o meno velatamente – il movimento sciita di Sayyed Hassan Nasrallah con allusioni circa un eventuale coinvolgimento di Hizb’Allah nell’assassinio, dodici anni fa, di suo padre Rafiq.

Hariri durante il video-messaggio trasmesso in diretta dalla tv saudita appariva come ostaggio dei suoi principali alleati e grandi sostenitori nella regione ossia la monarchia dei Saud che domina, attraverso le immense ricchezze petrolifere, la politica della stragrande maggioranza del fronte arabo e islamico sunnita e che, sovente, si è ritrovata invischiata indirettamente in affari alquanto loschi legati al finanziamento di organizzazioni terroristiche sparpagliate nei quattro angoli del ‘pianeta Islam’.

Dopo una visita a Parigi ed un incontro all’Eliseo con il Presidente francese Emmanuel Macron e al Cairo con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi infine Hariri junior ha deciso di rientrare nell’ovile: rientro in sordina per quanto accolto festosamente dai sostenitori del suo partito-movimento della ‘Corrente Futura’ scesi in piazza il 21 novembre scorso per accogliere il loro leader.

 

Evidentemente meglio consigliato da Macron e al Sisi, Sa’ad Hariri ha optato per ritornare in patria, lasciando comunque troppi ‘rumors’ sulla propria permanenza ‘forzata’ in terra saudita. La maggioranza dei politici e degli analisti di politica libanese ritengono che le sue dimissioni siano state determinate dalla famiglia reale saudita per alzare ulteriormente il livello dello scontro contro la Repubblica Islamica dell’Iran ed i suoi alleati (il movimento Hizb’Allah a Beirut ma anche il governo di Bashar al Assad a Damasco).

Riad ha lasciato al suo ‘pupillo’ libanese Hariri l’onere di sparlare di ‘complotti’, ‘intromissioni’, ‘interferenze’ iraniani contro il paese dei cedri inventandosi di sana pianta “piani destabilizzanti” e “tentativi di assassinio” che sarebbero stati orditi da Teheran contro la sua persona. Questo mentre Hariri era alla guida di un esecutivo di intesa nazionale al quale prende parte il partito sciita filo-iraniano di Nasrallah. La reazione di Nasrallah e dei principali partiti di governo fu piuttosto unanime: Hariri era prigioniero dei sauditi a Riad che lo stavano manovrando come si manipola un pupazzo, utilizzando per i propri sporchi giochi sediziosi e per la propria storica politica di intromissione nella vita politica libanese. Al lato di Hizb’Allah il Presidente Libanese, il Gen. Michel Aoun, aveva sostenuto che non avrebbe mai accettato dimissioni ‘fermo posta’ di un premier latitante se queste non gli fossero consegnate direttamente di persona.

Ad Hariri non rimaneva che la strada di un mesto rientro in patria malgrado le manifestazioni di piazza dei suoi rimaneva una pessima figuraccia contrassegnata oltretutto dalla evidente intromissione saudita sulla vita politica libanese.

Chi di complotto ferisce di complotto perisce era l’impressione generale suscitata da questa vicenda: a Riad i governanti sauditi hanno voluto ‘tastare il terreno’ libanese per valutare le reazioni e quale linea adottare nei confronti della situazione politica nel paese dei cedri? O semplicemente si è trattato di una mossa ad hoc per ribadire la propria influenza sull’alleato Hariri e sulla comunità sunnita di quel martoriato paese troppe volte al centro dei diversi e contrapposti spy e war-games delle principali potenze regionali e mondiali?

 

Valutiamo attentamente quanto emerso nell’ultimo mese, dopo il viaggio mediorientale di Vladimir Putin tra Egitto, Siria e Turchia e a seguito dell’annunciato spostamento da parte dell’amministrazione Trump della sede diplomatica USA da Tel Aviv a Gerusalemme che tante reazioni ha suscitato in tutto il mondo arabo-islamico, in Europa e nel resto del pianeta.

Il conflitto in Siria ha consegnato al mondo una nuova Russia tornata prepotentemente alla ribalta della scena vicino-orientale mediante l’intervento militare che Mosca decise nell’estate 2015 al fianco del governo e delle forze armate lealiste siriane per estirpare le sacche di terrorismo ed eliminare la minaccia dell’ISIS.

Alcune considerazioni devono imporsi anche sul piano geo-economico quando si parla di Russia: Mosca è il più grande fornitore di gas naturale all’Europa già questo appare un valido motivo per riflettere su quali siano realmente le motivazioni dell’interventismo russo in Siria e sui recenti incontri bilaterali tenutisi ad Ankara tra lo ‘zar’ Putin ed il neo-califfo Erdogan per la ripresa del gasdotto Turkish Stream.  Basterebbe analizzare esattamente questa politica economica russa per comprendere il riavvicinamento tra la Turchia di Erdogan e l’Iran di Rohani, recentemente incontratisi in un trilaterale ad alto livello a Sochi presieduto proprio da Putin ad inizio dicembre.

L’attivismo russo non si ferma: così ecco che la scorsa settimana Putin è volato dall’una all’altra capitale arabo-islamica quasi a celebrare una schiacciante vittoria nei confronti degli Stati Uniti in Vicino Oriente: dal Cairo a Damasco finendo ad Ankara il leader del Cremlino sembra aver sottolineato quanto forte sia oggigiorno l’influenza russa nella regione e quanto profonda la penetrazione politica ed economica di Mosca nel mondo arabo.

Un tour de force diplomatico che da mattino a sera ha portato Putin il 10 dicembre scorso in tre delle principali capitali del mondo islamico in subbuglio dopo l’annuncio di Trump di voler spostare l’ambasciata americana in Palestina occupata da Tel Aviv a Gerusalemme. Sulla rotta per l’Egitto, a sorpresa, Putin ha deciso di fare uno scalo nella base militare di Hmeimim, nella provincia siriana di Latakia, dove lo ‘zar’ annuncia il ritiro di una “parte considerevole del contingente russo” da due anni impegnato al lato dei lealisti di Assad.

Missione compiuta, si potrebbe dire. E questo è il sentire comune a Damasco considerando che due erano le priorità dell’intervento militare di Mosca ed entrambe sono state raggiunte: mantenere al potere il governo amico di Bashar al Assad e spazzare via definitivamente la minaccia dell’ISIS e delle altre formazioni terroristiche imperversanti in Siria fino a pochi mesi or sono. Così ecco Putin incontrarsi con Assad e ribadire che “per la Siria è giunto il momento di una soluzione politica sotto l’egida delle Nazioni Unite”.

Dalla Siria all’Egitto dove Putin ha incontrato il suo omologo, Abdel Fattah al Sisi, presidente dell’Egitto post-primavera araba 2011 e post-Morsi e breve intermezzo dell’esecutivo dei Fratelli Musulmani.

Accordi miliardari nell’industria, nel commercio, nella cooperazione militare e, fra questi ultimi, quello relativo alla costruzione della prima centrale nucleare egiziana prevista a Dabaa sul Mediterraneo così come Putin ha parlato del ripristino dei voli di linea civili russi verso Il Cairo – fondamentali per il turismo egiziano – voli che mancano oramai dall’estate 2015 a seguito dell’attentato al charter russo esploso sulla penisola del Sinai.

Infine, sulla via del ritorno, una cena con Erdogan ad Ankara. I due leader sembrano fatti per intendersi su tutto e lo dimostrano le dichiarazioni rilasciate al termine del meeting sulla questione di Gerusalemme. Putin accusa Trump di “destabilizzazione dell’intero Medio Oriente” perseguendo politiche “sconsiderate” che a suo dire “non aiuteranno a risolvere la situazione” né a trovare soluzioni all’annoso problema di Gerusalemme e dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi “congelato” dalla politica estera della nuova amministrazione USA.

 

Un’amministrazione alla quale sicuramente anche a Mosca si guardava con un certo interesse e che ha disatteso abbondantemente le attese: Trump si è rivelato piuttosto incongruente, ha puntato tutte le proprie carte sull’asse sunnita-sionista considerando “pericolosissima” la politica estera del suo predecessore Obama che aveva dato prova di maggior equilibrio ottenendo l’accordo sul nucleare con Teheran ed un progressivo ritiro delle truppe USA dall’Irak.

Già la visita di Trump in Arabia Saudita nel giugno scorso aveva spazzato qualsivoglia dubbio su quali fossero i cardini della politica estera del neo-inquilino della Casa Bianca: alleanza in chiave anti-sciita con Riad e con Tel Aviv, generosi prestiti ai due storici alleati regionali (Arabia Saudita e entità sionista) e nuove accuse rivolte a Teheran ed ai suoi alleati di fomentare “tensioni e instabilità” rappresentando la Repubblica Islamica dell’Iran per il Tycoon nientemeno che la principale “minaccia alla pace internazionale” …niente di nuovo dunque di quanto i dirigenti iraniani non siano già abbondantemente abituati a sentire oramai da quasi quarant’anni.

Le nuove decisioni in materia di politica mediorientale prese da Trump poi hanno, come si suol dire, rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Spostare o decidere di spostare la propria sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme è un affronto intollerabile per tutto il mondo islamico ed una presa di posizione che va ben oltre il tradizionale appoggio statunitense all’esecutivo sionista (appoggio che negli ultimi venti-cinque anni si è progressivamente trasformato in una intima fusione d’interessi, un’alleanza politico-diplomatico-strategico-militare che ha ridisegnato la mappa geopolitica dell’intera regione attraverso conflitti e aggressioni contro la Nazione Araba).

 

La reazione contro questa ennesima gaffe di Trump è stata unanime: cortei e manifestazioni da Riad a Beirut, da Ankara a Teheran.

Ed è proprio sul Libano, dopo il fallimento in Siria, che potrebbero concentrarsi le prossime mosse della diplomazia del ‘fronte pro-USA e pro-Occidente” che unisce le petrolmonarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, al regime d’occupazione sionista.

Già il ministro degli Esteri di Riad, Adel al-Jubeir non aveva esitato lo scorso novembre a definire il paese dei cedri come “uno Stato ostile” sottolineando come la presenza al governo di Hizb’Allah a Beirut rappresentasse un “atto di guerra” contro l’Arabia Saudita lasciando ovviamente ai sionisti, di fatto tutt’altro che occasionali alleati di Riad, il lavoro sporco di provocare alla frontiera settentrionale rinforzando le loro postazioni militari sul Golan siriano occupato e lungo tutto il confine che separa la Palestina dal Libano.

Ecco perché oggi il Libano rappresenta il principale perimetro geostrategico di scontro tra le due fazioni che si stanno contendendo i destini del Vicino Oriente ed in prospettiva il piccolo paese dei cedri appare l’epicentro possibile di un futuro scontro che inevitabilmente potrebbe portare all’esplosione di nuove tensioni. In prospettiva i libanesi sanno che dall’esterno ci sono troppi interessati ‘osservatori’ internazionali che mirano a soffiare sulle ceneri sempre accese della vecchia e mai ricucita ferita del conflitto civile del 1975-90; una eventualità quella di una nuova escalation militare interna, di una nuova guerra civile, che tutti, a parole, si ostinano a negare e rifiutano ma che non pochi (dalla vecchia Falange dei Gemayel passando all’ultra-destra cristiano-maronita delle Forze Libanesi di Samir Geagea) potrebbero considerare un’opzione plausibile.

La crisi Hariri, chiamiamola così, è servita ai sauditi per verificare se esistessero o meno margini di manovra possibili nel paese dei cedri: ma il risultato sembra non aver giovato a Riad.

Durante la mini-crisi, o messinscena secondo molti esperti di politica mediorientale, che ha visto Hariri protagonista di accuse ed i suoi detrattori contro-accusarlo di essere niente più che un burattino nelle mani di Riad, Hizb’Allah ha dichiarato che nessuno poteva pensare di intromettersi nelle faccende interne libanesi e che l’esecutivo – di cui Saad Hariri rimaneva premier – era operativo.

Richiedendo il rientro in patria del premier sunnita il Segretario Generale di Hizb’Allah, Nasrallah, metteva in chiaro che Riad stesse manipolando il suo alleato libanese e dichiarando che “le parole di Hariri sono state estorte con ricatti e pressioni”, che non fosse libero di esprimere la propria volontà e di fatto fosse un prigioniero nelle mani dell’Arabia Saudita.

Linea ovviamente condivisa dalla Repubblica Islamica iraniana che da Teheran rispediva al mittente le accuse: Riad stava fomentando divisioni confessionali e sedizione etnica sfruttando il plurisecolare scontro fra sunniti e sciiti e ricorrendo a bande armate mercenarie e a gruppi terroristici appartenenti alla galassia jihadista già visti in azione recentemente in Libia, in Iraq e Siria.

Sulla stessa lunghezza d’onda si andava schierando in qualche modo anche il Cremlino sia con le dichiarazioni concilianti ma ferme del suo ministro degli Esteri, Lavrov, che da Mosca invitava tutti ad abbassare i toni dello scontro e rinunciare alle reciproche accuse sia dalla missione diplomatica russa a Beirut.

“Il rientro di Hariri in patria inerisce ai diritti di sovranità  del Libano”, dichiarava l’ambasciatore russo a Beirut, Alexander Zasypkin, in una intervista rilasciata all’emittente televisiva libanese LBC.

 

 

“Gli Stati Uniti supportano la stabilità  del Libano e si oppongono a qualsiasi azione che possa metterla a repentaglio” fu l’interlocutoria risposta del portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert.

Ma il “diplomatichese” non riesce a nascondere la sostanza di una scelta che l’amministrazione Trump ha compiuto da tempo: supportare il patto israelo-saudita. E, a questo punto, più che in Siria dove i giochi oramai sembrano fatti, questo patto sarà  verificato proprio nel Paese dei Cedri sempre più plausibile ‘terreno di scontro’ fra la fazione filo-americana (sostenuta da sauditi e, di fatto, sionisti) e quella nazionalpatriottica diretta da Hizb’Allah e sostenuta da Iran e Russia.

“Il Libano é diviso in due campi simili“ – rimarca in una intervista ad “al Jazeera”, l’analista politico Khaldoun El Sharif -. Uno é pro-Iran e l’altro é pro-Saudita. E oggi come poche volte in passato gli interessi regionali di Teheran e Riad sono inconciliabili”.

Niente di nuovo considerando che oramai sono quasi tredici anni che la scena politica libanese si trova sostanzialmente divisa tra pro-iraniani e pro-sauditi con due fronti contrapposti nei quali sono confluiti tutti i principali partiti politici di Beirut.

 

 

Con Hizb’Allah e le ragioni della resistenza anti-sionista, nel  fronte filo-Iran, si sono andati progressivamente allineando:

– Haraqat Amal , altro movimento sciita storicamente legato a Damasco e diretto dal Presidente dell’Assemblea Nazionale, l’avv. Nabih Berry;
– la Corrente Patriottica (Tayyar) del Gen. Michel Aoun , oggi Presidente della Repubblica e principale leader dei cristiano-maroniti;
– il Partito Nazionale Sociale Siriano, storicamente organizzazione della resistenza contro i sionisti e legato ideologicamente a Damasco;
– il Partito Ba’ath Libanese, alter-ego del suo omologo al potere in Siria;
– il Partito Comunista Libanese
– il movimento Marada, di Souleyman Frangie, organizzazione cristiano-maronita;
– il Partito dei Lavoratori

Dall’altro lato dello schieramento, quello filo-americano, sono presenti oltre alla Corrente Futura del premier Sa’ad Hariri, che rappresenta la maggioranza della comunità sunnita del paese dei cedri:

– la Falange Libanese della famiglia Gemayel;
– l’ultra-destra maronita delle Forze Libanesi di Samir Geagea, nell’immediato dopoguerra civile (primi anni Novanta) responsabile di inquietanti episodi di terrorismo ai danni di chiese e moschee e di traffici illeciti di sostanze chimiche, arrestato e successivamente (primavera 2005) rilasciato sull’onda emotiva anche dell’attentato all’ex premier Rafiq Hariri (14 febbraio 2005);
– il partito socialista progressista del vecchio leader druso Waleed Jumblatt.

 

Tutti i principali analisti di politica mediorientale ipotizzano che nelle prossime settimane, al massimo nei prossimi mesi, il fronte dei filo-americani e filo-occidentali potrebbe decidere di adottare una tattica che preveda per il Libano sanzioni economiche da parte della Lega Araba e un isolamento diplomatico pericolosissimo come avvenne un anno or sono per il Qatar.

Una tattica per intenderci del “tanto peggio, tanto meglio” con la quale sembrano convivere e sguazzare i principali alleati di Washington a Beirut. I rischi potrebbero essere davvero troppi.

Intanto economicamente il Libano non avrebbe le spalle coperte né le disponibilità finanziarie del ricco Qatar per sostenere un boicottaggio internazionale. Chiudere i rubinetti significherebbe inevitabilmente strangolare completamente l’economia di un paese che già si sobbarca, da anni, la presenza e le spese per 1.4 milioni di profughi siriani.

Una ipotesi del genere costituirebbe per i dirigenti libanesi un vero e proprio atto di guerra, particolarmente per Hizb’Allah e per il suo principale alleato, il Gen. Aoun che, da Presidente della Repubblica, è venuto a Roma nelle scorse settimane a perorare l’amicizia italiana incontrandosi con il premier Paolo Gentiloni e ribadendo la delicata fase nella quale si trova a vivere la politica libanese.

 

Lo scenario libanese appare dunque in prospettiva incandescente: anche l’assassinio di una diplomatica britannica sembra motivo di scompiglio e agitazione a Beirut. Fortunatamente a quanto dichiarato nelle scorse ore, si sarebbe trattato di criminalità organizzata e non avrebbe alcuna motivazione politica.

Accelererà Riad le sue strategie sovversive e sediziose contro il Libano rischiando di aprire una crisi senza precedenti che potrebbe sfociare in un nuovo conflitto civile? Avranno i sauditi modo di tessere la loro ragnatela contro gli sciiti anche nel Libano sempre più laboratorio politico e terreno di scontro tra due concezioni diametralmente opposte della politica internazionale?

A queste domande risponderà il tempo. Certi che a Beirut ci si prepari per il peggio per ora si vive alla giornata pensando al domani.

 

 

DAGOBERTO BELLUCCI

(Fonte: http://www.ariannaeditrice.it ) 19.10.2017

 

 

 

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