SIRIA: TUTTI CONTRO TUTTI

11 Mar

 

“Il Governo della Repubblica Araba Siriana continuerà la guerra inarrestabile contro i movimenti del terrorismo, che ha diversi nomi, fino a quando ogni millimetro del territorio siriano sarà ripulito” e lavorerà con “la stessa determinazione” per liberare il Paese da qualsiasi “presenza straniera illegittima”

(Comunicato diffuso dal Ministero degli Esteri siriano in data 18 Gennaio 2018)

 

 

 

In Siria ,dopo alcuni mesi di combattimenti a bassa intensità e qualche timido tentativo di dialogo tra il governo di Bashar al Assad ed il variegato fronte delle opposizioni, la guerra continua più violenta che mai.

Attualmente sono due le offensive militari in corso: una condotta nella Ghouta orientale da parte delle forze lealiste contro residue sacche di terroristi appartenenti a quelle decine di formazioni paramilitari d’ispirazione salafita-wahabita-al qaedista; l’altra condotta ormai da quasi due mesi dall’esercito turco contro l’enclave curda di Afrin.

Le responsabilità di questa nuova escalation militare nella martoriata Siria appaiono tutte convergere sull’amministrazione americana e sulla sua scellerata politica di fomentare le tendenze secessionistico-indipendentistiche della minoranza etnica curda scatenando com’era ampiamente prevedibile la reazione turca.

Anziché tentare una normalizzazione della situazione e avviare un serio processo di pacificazione l’America di Trump prosegue la sua azione volta a destabilizzare lo Stato siriano.

President Donald Trump reacts before speaking at a rally at the Phoenix Convention Center on Tuesday, Aug. 22, 2017. (Alex Brandon/AP)

Il fallimento della politica estera di Trump sulla Siria e, più in generale, sul Vicino Oriente arabo-islamico appare in tutta la sua totalità  nettamente a poco più di 1 anno dall’elezione dell’Idiota Globale assiso invero abbastanza sorprendentemente al vertice del sistema di potere più importante del pianeta. Malgrado ciò “mr. Trump” (un individuo al confronto del quale impallidirebbe perfino il peggior Berlusconi) è riuscito in ciò che non aveva ottenuto prima alcuno dei suoi per quanto detestabili predecessori: inimicarsi praticamente l’intero pianeta cominciando tira e molla politico-diplomatici contro tutto e tutti riuscendo come mai prima d’ora a dividere la stessa America. Ora sia chiara una considerazione: di quanto avviene negli Stati Uniti poco ci importa e ancor meno potrebbe interessarci se non fosse che quel paese rappresenta il centro nevralgico dell’Impero globale a stelle e strisce edificato dopo la 2° Guerra Mondiale dall’elitè finanziaria che controlla gli USA.

 

Appare quindi fondamentale comprendere quali saranno le prossime mosse in politica estera di un tizio che, se si esclude la variopinta pannocchia che si ritrova al posto dei capelli, in 14 mesi di presidenza ha fatto ben poco ridere rendendosi quantomeno odioso a tre/quarti di pianeta (dai dirimpettai del Messico ai popoli latino-americani tutti praticamente accusati d’ogni genere di nefandezze e crimini passando per i paesi musulmani, non dimenticandoci la Corea del Nord, la Cina e l’Unione Europea per i recenti dazi doganali, la Russia e non tralasciando – dettaglio affatto insignificante – la Gran Bretagna , tradizionale alleato della superpotenza a stelle e strisce piuttosto scettica sulla nuova amministrazione come recentemente dichiarato dalla premier di Londra S.ra May).

Per quanto riguarda la situazione in Siria la politica di Trump è risultata nella sua ambiguità decisamente pessima, non riuscendo ad abbozzare neppure un minimale processo di pacificazione, disinteressandosi fondamentalmente dell’evoluzione politica e degli sviluppi post-bellici che, per una potenza globale quale quella statunitense, dovrebbero rappresentare una inevitabile premessa per qualsiasi soluzione ragionevole che ponga fine a sette anni di conflitto.

Niente di tutto ciò si è visto da parte di Trump. L’America ha anzi preferito lasciare che la situazione andasse evolvendo salvo poi, a fine dicembre scorso, ricominciare a soffiare sul fuoco dei conflitti etnico-religiosi alimentando e dando fiato alle tendenze centrifughe della minoranza curda fino a quel momento sostanzialmente indifferente ai giochi di potere che, al di sopra di eserciti e milizie armate, si sono in questi sette anni andati realizzando tra le potenze regionali e quelle internazionali intervenute in Siria.

Risultati immagini per TILLERSON REX

A scatenare questa situazione furono, il 17 gennaio scorso, le dichiarazioni pronunciate dal Segretario di Stato USA, Rex Tillerson, il quale parlando alla Stanford University della strategia americana in relazione al conflitto siriano aveva sostenuto che gli USA avevano intenzione di mantenere proprie forze armate nel Paese per un periodo di tempo indefinito. Una dichiarazione che andava nella direzione di dare un sostegno ai miliziani curdi utilizzando il pretesto di prevenire la rinascita del Califfato Nero salafita e spingendo per un successivo allontanamento dalla vita politica siriana del Presidente Bashar al Assad; strategia volta da un lato a controllare l’influenza iraniana a livello regionale e, soprattutto, a circoscrivere quella russa ritornata decisiva per le sorti future dell’intero Vicino Oriente.

Le dichiarazioni statunitensi apparvero chiarissime: l’America si poneva al lato dei combattenti curdi e ne garantiva identità e rivendicazioni. Appelli che non rimanevano lettera morta traducendosi in immediati rifornimenti militari per le milizie curde che nel nord-ovest della Siria occupavano stabilmente l’enclave di Afrin rappresentando una importante milizia (nota con la sigla di YPG che sta per Unità di Protezione Popolare) dell’Esercito Libero Siriano che per anni ha cercato di opporsi al Governo ed all’esercito di Damasco.

Trump to arm Kurdish partners in fight against ISIS
Lo scorso 20 gennaio, prendendo a pretesto proprio le sconsiderate dichiarazioni americane, il governo di Ankara ha iniziato una vasta offensiva militare con l’obiettivo di neutralizzare sul nascere e disintegrare il sogno curdo, appoggiato da Washington, di dotarsi di una specie di guardia di frontiera per evitare l’infiltrazione dei terroristi nella loro provincia. Una ipotesi che agli occhi del premier turco Erdogan suonava come una provocazione ed il tentativo da parte dell’YPG di rafforzamento dello ‘Stato curdo’.
Ankara ha dunque agito di conseguenza dando vita ad una campagna militare (denominata piuttosto cinicamente ‘Ramo d’Ulivo’) che ha interessato in questi primi due mesi la zona attorno ad Afrin, cittadina curda a circa 40 km da Aleppo (riconquistata nel dicembre 2016 dall’esercito di Assad) e a 120 dalla principale provincia controllata da milizie curde in Siria.
Mentre i turchi cominciavano a bombardare sempre più pesantemente l’enclave di Afrin (occupata secondo i media turchi e l’Agenzia di Stampa ufficiale di Ankara ‘Anadolu’ da “gruppi terroristici”) il Governo di Bashar al Assad decideva, con una mossa a sorpresa, di inviare suoi reparti nella zona per cercare di aprire corridoi umanitari attorno alla cittadina. Come riportato il 20 febbraio scorso dalla televisione libanese ‘Al Manar, di proprietà di Hizb’Allah – partito sciita filo-iraniano al Governo a Beirut ed alleato di Assad – diversi reparti delle forze armate lealiste e unità paramilitari fedeli al Presidente Assad avrebbero cominciato a convergere verso la regione di Afrin.
Nelle stesse ore l’agenzia stampa ‘Anadolu’ riportava di attacchi contro il territorio turco parlando di tre razzi lanciati dalla Siria settentrionale nella provincia frontaliera di Hatay, dove sono caduti senza causare vittime e precisando che i razzi sono caduti nel distretto di Kirikhan.
A quanto risulta la situazione a distanza di tre settimane rimane di stallo: i turchi continuano i loro bombardamenti su Afrin mentre le milizie popolari filo-governative inviate a sostegno della popolazione curda da Damasco sono ad una decina di chilometri dalla città malgrado altri reparti dell’esercito siriano stiano convergendo dalla vicina Aleppo.
Né Damasco né Ankara vorrebbero uno scontro frontale tra i loro reparti perciò la situazione rimane momentaneamente congelata con la Russia che ha cercato vanamente di portare all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite il dossier-Afrin. Gli americani, principali responsabili di questa nuova escalation militare in Siria, al di là delle parole di prassi fino a questo momento risultano i grandi apparentemente assenti.
Questa apparente ‘assenza’ anche politico-diplomatica nasconde una strategia mirata a manovrare fintanto che sarà utile le milizie curde dell’YPG per eventualmente intervenire massicciamente in loro soccorso …eventualità che minerebbe ulteriormente i già fragilissimi e tesi rapporti tra Ankara e Washington ai minimi storici oramai dopo il fallito tentativo di colpo di Stato del luglio 2016.
Eventualità che oltretutto non potrebbe trovare consensi tantomeno lungo l’asse ‘russo-sciita’ con il Governo siriano intenzionato a riconquistare e porre sotto la propria sovranità quante più possibili porzioni del proprio territorio nazionale martoriato, spezzettato in enclavi etnico-linguistiche e influenze straniere di gruppuscoli terroristici o eserciti.
Fin dall’inizio delle operazioni militari turche nel nord-ovest del paese l’Agenzia nazionale ‘Sana’ avevano parlato di ‘indebite interferenze’ mentre il Governo di Bashar al Assad dichiarava che la presenza militare degli Stati Uniti costituiva una “aggressione nei confronti della sovranità del Paese” promettendo la ferma intenzione di liberare lo Stato da qualunque presenza militare “illegittima”.
Secondo un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri siriano del 18 gennaio scorso “la presenza militare americana nel territorio siriano è illegittima e costituisce una chiara violazione del diritto internazionale e un’aggressione nei confronti della sovranità nazionale” .

Syrian Army Gains Control over Strategic Buildings in Western Ghouta

Lo stesso comunicato proseguiva sostenendo che la Siria ritiene che interferire negli affare interni di uno Stato costituisca una chiara violazione del diritto internazionale che difende il rispetto della sovranità nazionale sostenendo altresì che tutta l’azione svolta dagli Stati Uniti in Siria fino ad oggi abbia l’obiettivo di proteggere il cosiddetto “Stato Islamico” (noto come ISIS sulla stampa mondiale ma nominato ‘Daesh’ nel mondo arabo-musulmano) creato finanziato e militarmente sostenuto dalla precedente amministrazione Obama.

Risulta pertanto evidente il rapporto di causa-effetto determinato dalle dichiarazioni del Segretario di Stato USA rispetto alle successive reazioni turche e siriane. Tillerson d’altronde aveva continuo affermando chiaramente che la minaccia principale per gli interessi americani nel Vicino Oriente fosse la Repubblica Islamica dell’Iran alleata di Assad sostenendo inoltre che considerava un “gravissimo errore” commesso dall’ex Presidente Barack Obama “il ritiro delle truppe USA dall’Iraq prima che la minaccia estremista fosse eliminata” fallendo inoltre nel processo di normalizzazione politica e stabilizzazione della Libia.
Secondo il Dipartimento di Stato USA almeno 2000 americani combattono in Siria (dichiarazione del 6 dicembre scorso) mentre il 13 novembre precedente il Segretario alla Difesa, James Mattis, aveva anticipato Tillerson sostenendo che gli USA avrebbero mantenuto una presenza militare in Siria con il pretesto di neutralizzare ed eliminare definitivamente l’ISIS e di contribuire alla pacificazione del Paese.
Inutile dire che queste belle parole si rivelino per ciò che sono: pretestuose chiacchiere con le quali perdurare la situazione di destabilizzazione politico-militare della Siria alla quale gli USA hanno contribuito fin dal marzo 2011 quando – sull’onda emotiva della cosiddetta “primavera araba” aizzata ed eterodiretta dalla Tunisia alla Libia ed all’Egitto da organizzazioni sedicenti “rivoluzionarie”, i professionisti del caos organizzato, quali Otpor , centro di destabilizzazione già attivo nel passato nelle agitazioni che sconvolsero Serbia. Ucraina e Georgia (le rivoluzioni ‘arancioni’ o ‘colorate’ made in USA) e nota filiale sediziosa sotto controllo C.I.A. – per prima l’amministrazione Obama preferì sacrificare vecchi ma oramai inutilizzabili ‘amici’ di un tempo (Hosni Mubarak al Cairo, Zine el Abidine Ben Alì a Tunisi) sull’altare della propria strategia per il Vicino Oriente che comprendeva un’offensiva diplomatica senza precedenti contro la Repubblica Islamica dell’Iran ed i suoi alleati regionali.
otpor
Infatti sono sette anni che gli USA combattono in territorio siriano al fianco delle cosiddette Syrian Democratic Forces (SDF) variegato fronte multi-etnico e multi-religioso composto da una minoranza di elementi locali (curdi soprattutto e alcune milizie sunnite) e da una maggioranza di elementi provenienti dall’area del Caucaso , da Armenia, Cecenia, Turkmenistan ma anche Kosovo – lo Stato-pusher d’Europa voluto da Washington dopo l’aggressione alla Serbia di Milosevic nella primavera 1999 – e Asia centrale.
Bashar al Assad si era riferito lo scorso 16 dicembre parlando delle Forze Democratiche Siriane e bollandoli come “traditori” che lavorano “per un Paese straniero, in particolare sotto il comando americano”.
E’ questo uno dei motivi che hanno indotto lo scorso 20 febbraio l’esercito siriano, sostenuto da alcune milizie popolari, a sferrare il suo attacco contro la regione della Ghouta orientale.

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Offensiva tuttora in corso che vede le forze armate di Damasco impegnate a ripulire i quartieri ad est di Damasco , noti come Ghouta orientale, fra i quali Beit Sawa nodo cruciale e crocevia dell’intera zona dove da anni agivano indisturbati gruppi terroristici e formazioni paramilitari sostenute da USA e Arabia Saudita.
Considerata fin dal 2013 una spina nel fianco da parte del Governo di Assad , la Ghouta è una vasta area controllata dalle organizzazioni criminali armate da Washington e sostenute dalle petrolmonarchie del Golfo all’interno delle quali operano mercenari della galassia internazionale del terrore d’ispirazione salafita-wahabita-alqaedista responsabile principale della stragrande maggioranza degli attentati terroristici su scala globale e della inevitabile islamofobia che questi causano, quale effetto naturale e reazione, in tutto l’Occidente.

Controllata principalmente da tre organizzazioni la Ghouta orientale è infestata però da una miriade di sottogruppi e micro-formazioni d’ispirazione islamista. I tre gruppi più influenti nella zona sono:

– al Jaysh al Islam (L’Esercito dell’Islam), gruppo terroristico sunnita appoggiato dalla Turchia;
– al Faylaq al-Rahman (La Legione del Clemente) altro gruppuscolo sostenuto da Ankara;
– Hayyat al-Tahrir al Sham (Fronte di Liberazione Siriano) dichiaratamente legati ad al-Qaeda che costituiscono con i loro circa mille combattenti il gruppo più numeroso sui un totale di circa diecimila terroristi presenti nella regione.

E’ dalla Ghouta che sono stati lanciati i principali attacchi contro Damasco ed è da lì che proveniva la maggior parte dei kamikaze che hanno infestato Damasco e dintorni negli ultimi anni.

Il Governo di Bashar al Assad ha lanciato questa offensiva per sradicare una volta per tutte il cancro terroristico dalla regione. Allo stato attuale appare chiaro che la sacca dei pretesi/sedicenti ‘resistenti’ islamisti stia per cadere: l’esercito nazionale siriano in tre settimane appare dilagare ovunque spaccando l’enclave in tre parti.

Sono bastate tre settimane di raid aerei e d’artiglieria per fiaccare definitivamente la resistenza degli assediati. I numeri sembrano parlare chiaro: oltre un migliaio le vittime, circa quattromila i feriti di un’offensiva che appare decisiva e che come hanno riportato molte ong ha già fiaccato il morale dei gruppi combattenti islamisti che cominciano ad arrendersi.

E’ il caso del gruppo ribelle di Jaysh al Islam , che nella giornata del 9 marzo scorso, ha consegnato alle truppe di Assad e attraverso la mediazione Onu un primo scaglione di suoi miliziani che verrà trasferito in altre zone del Paese sotto controllo di fazioni ostili a Damasco accettando l’offerta rivolta da Mosca ai combattenti di ottenere un salvacondotto ed il trasferimento nella provincia di Idlib com’era già accaduto due anni fa nel sobborgo meridionale di Darayya ed in occasione della caduta di Aleppo.

 

Le immagini provenienti dalla Ghouta orientale – e diffuse dalla tv di Stato siriana, da quelle russe e iraniane nonché da ‘Al Manar’ da Beirut – mostrano la popolazione civile terrorizzata che cerca disperatamente di fuggire dalle zone ancora controllate dai terroristi, i tagliagole salafiti che soltanto i mass media occidentali continuano a chiamare come “oppositori democratici” del Governo Assad trasformato oramai da sette anni in “regime” da un’opinione pubblica internazionale sottomessa ai cliché ed ai diktat proveniente da poche, notissime, Agenzie di Stampa americane o britanniche che – come Reuters, CNN, Associated Press, BBC o le loro omologhe Al Jazeera e al-Arabiya – sono al servizio degli interessi di Washington e dei suoi alleati regionali (cominciando da Riad).

Mentre in Siria si spara e si muore la situazione appare in via di normalizzazione.

Washington una volta di più sembra aver ‘cavalcato’ il cavallo perdente.

 

 

DAGOBERTO BELLUCCI

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