Recensione Libraria – Renè Guènon: “Forme Tradizionali e Cicli Cosmici”

7 Mar
Recensione Libraria – Forme Tradizionali e Cicli Cosmici di Renè Guènon
“…le conoscenze cosmologiche tradizionali racchiuse in questi (…) libri costituiscono una somma che senza dubbio non ha uguali in nessuna lingua:”
(Roger Maridort, dalla presentazione)
Nella presentazione all’edizione italiana di questa raccolta di articoli e recensioni di Renè Guènon (uscita in francese per la Gallimard nel 1970 e quattro anni più tardi tradotta in italiano per i titoli delle romane Mediterranee) Roger Maridort definisce questo insieme di scritti guenoniani come “l’aspetto più ‘originale’  – e per molti lettori anche il più sconcertante” dell’opera del grande pensatore d’oltralpe al quale si deve la riscoperta di una cultura originaria attraverso le analisi comparate tra le diverse Tradizioni d’Oriente e d’Occidente.
Un volume che riteniamo fondamentale al quale –  è sempre Maridort a scriverlo – si sarebbe potuto scegliere come titolo “Frammenti di una storia sconosciuta”. Ma realmente è così ‘sconcertante’ l’opera di Guènon e ‘sconosciuta’ la storia che ha inteso raccontarci attraverso testi sacri e miti, leggende e ritualità, simboli e veri e autentici frammenti derivati da quella Tradizione Primordiale, unitaria e unica, dalla quale discendono le diverse manifestazioni storiche che si sono susseguite nei secoli prendendo ‘forme’ religiose o metafisiche proprie di questo o quell’altro aspetto tradizionale e direttamente collegate tra loro?
Una storia che noi riteniamo soprattutto misconosciuta, dimenticata, obliata dal tempo e dalla modernità che – a partire da un dato momento storico – ha inteso eliminare progressivamente qualunque forma e manifestazione del sacro, ogni possibile riferimento al divino e tutte le rappresentazioni religiose o metafisiche, in Occidente come in Oriente, che da sempre hanno ‘parlato’ alla spiritualità degli esseri umani.
Nel volume in questione questa spiritualità viene a porsi quale perno centrale di un fil rouge che unisce e ridefinisce nella visione propria del Guènon tradizioni apparentemente distinte – e pure distanti – tra loro: in particolare sono prese in esame alcune delle più ardite esposizioni guenoniane circa la regione iperborea e l’Atlantide ma oltre a questi saggi ve ne sono alcuni fondamentali per ciò che riguarda la Tradizione propria del mondo occidentale (quelle relative alla tradizione della Kabbalah  ebraica, dei misteri egizi e di quelli greci).
Mancano i riferimenti al celtismo  e all’islam che sono stati inseriti in altre raccolte di scritti guenoniani ma alla fine l’opera risulta organica, dando Guènon in questi scritti (articoli, saggi  brevi e recensioni) una summa completa della sapienza tradizionale, fornendo dati inattaccabili dalla cosiddetta scienza profana , o  moderna che dir si voglia, e ricollegandosi l’insieme a quell’autentico excursus nel mondo della Tradizione che farà del pensatore francese un caso più che unico, rarissimo, di studioso sui generis delle dottrine religiose, delle vie iniziatiche e della metafisica ossia del Sacro in tutte le sue forme e manifestazioni, sia dell’Oriente che dell’Occidente.
Dopo un primo capitolo dedicato alla dottrina dei cicli cosmici del quale Guènon ci indica non proprio di ‘sfuggita’ le coordinate di tale ‘dottrina’ ovvero cercando di “chiarire certi punti, con delle osservazioni come quelle che seguono”  determinate dalla legge di corrispondenza che collega ogni cosa nell’Essenza universale e, per ciò che riguarda i diversi cicli cosmici, attraverso le analogie esistenti sia tra i cicli di uno stesso ordine che tra quelli che sono i cicli principali e le loro suddivisioni secondarie.
E’ in questo modo che Guènon ci parla dello sviluppo dei Manvantara – cicli secondari di un Kalpa (ciclo primario) – definiti come Ere dei successivi: sono in numero di quattordici e formano due serie settenarie delle quali una corrisponde ai Manvantara passati e a quello presente, l’altra i Manvantara futuri.
Come scrive Guènon: “Considereremo ora le suddivisioni di un Manvantara , cioè i quattro Yuga, Faremo anzitutto notare,, senza insistervi troppo, che tale divisione quaternaria di un ciclo è suscettibile di molteplici applicazioni, (…) D’altro canto, si è spesso rilevata la manifesta equivalenza dei quattro Yuga con le quattro età dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, quali furono conosciute dall’antichità greco-latina: in entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è ugualmente caratterizzato da un processo di degenerazione, rispetto al precedente.”.
Seguono tre brevi recensioni (ad un volume di Mircea Eliade “Le Mythe de l’èternel retour. Archètypes et rèpètitions” ed ai due tomi dedicati da Gaston Georgel a “Les Rythmes dans l’Histoire”) che riprendono il discorso circa la dottrina dei cicli cosmici.
Un secondo capitolo è dedicato ad un articolo intitolato “Atlantide e Regione Iperborea” , pubblicato originariamente su “Le Voile d’Isis”  nell’ottobre 1929, che intende mettere ordine e ribattere ad alcune affermazioni comprese in un volume di Paul Le Cour circa un improbabile concetto di “Atlantide Iperborea” che Guènon intende confutare così come critica l’affermazione circa una “origine delle tradizioni occidentale”  in quanto , sostiene, “essa è popolare, e il polo, a quanto si sa, non è occidentale più di quanto non sia orientale; insomma ci ostiniamo a pensare che il Nord e l’Ovest sono due punti cardinali diversi, così come dicevamo nella nota presa di mira. Solamente in un’epoca già lontana dalle origini, la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha potuto divenire e occidentale e orientale, occidentale per taluni periodi, orientale per altri e, in ogni caso, sicuramente orientale nell’ultima fase, già molto prima dell’inizio dei cosiddetti tempi “storici”. (…) D’altra parte – lo si tenga ben presente – non è certo “malgrado il nostro induismo” (…), ma proprio a causa di esso, che consideriamo nordica l’origine delle tradizioni, anzi, più precisamente, polare, poiché questo dicono espressamente i Vèda, al pari di altri libri sacri.”.
Appartiene a questo capitolo una nota particolarmente interessante – e sulla quale probabilmente pochi hanno ‘indagato’ con ulteriori sviluppi di studio – relativa ad una notizia riportata dal Guènon da un resoconto geografico apparso sul “Journal des Dèbats” del 22 gennaio 1929 relativa a “Les Indiens de l’isthme de Panama” nella quale si sottolinea che “Nel 1925 , gran parte degli Indiani Cuna si ribellò, uccise i soldati panamensi di stanza sul loro territorio e fondò la Repubblica indipendente di Tula , che ebbe per bandiera uno swastika su fondo arancione con bordatura rossa. Questa repubblica esiste ancora.”.
Non ci risultano sviluppi d’indagine in questa direzione.
Le sole ‘note’ utili sono queste poche righe tratte da Wikipedia: “I Cuna (noti anche come Kuna, Tule, Cuna-Cuna o Indiani di San Blas) sono un popolo di lingua chibcha di circa 40.000 unità. la maggior parte (più di 30.000 persone) abitano le Isole San Blas, a Panama. Esistono altre comunità nel Darién (Paya, Pucuro, Arquia-Makilakuntiwala) e a Caiman Nuevo, sul golfo di Uraba, in Colombia. (…) La bandiera nazionale della repubblica fu alzata pochi giorni dopo la dichiarazione dell’indipendenza (25 febbraio 1925). La repubblica ebbe termine nel 1930, ma la bandiera non sparì del tutto e restò come simbolo locale, ancor oggi in uso. Le proporzioni sono circa 5/6. I colori non hanno un significato particolare, ma trovano riscontro nei riti e nelle credenze tribali; sono gli stessi della mola, tradizionale capo d’abbigliamento femminile. La svastica (kikir), come presso altri popoli, è simbolo della forza vitale.”
Esiste un ampio studio dedicato a questa comunità indiana:  è il volume di Alì Maurizio intitolato  “En estadio de sitio: los kuna en Uraba. Vida cotidiana de una comunidad indigena en zona de conflicto”, pubblicato a  Bogota ( Colombia) per i titoli della  Uniandes – Universidad de los Andes nel 2010 mentre un autore italiano, Squillacciotti Massimo, ha dato alle stampe il libro  “I Cuna di Panamá. Identità di un popolo tra storia ed antropologia” (Ediz. “L’Harmattan” , 1998).
 
Utili notizie in merito a questa comunità amerindia ed alla loro repubblica – che riprendeva il nome di Thule/Tula ed innalzava quale emblema il simbolo dello swastika otto anni prima che Adolf Hitler prendesse il potere con il suo movimento in Germania – sono quelle che si trovano sul freeforumzone nel post “La Repubblica di Tula” e che ci fanno sapere sui Cuna che: ” Tali indios, chiamati dai colonizzatori Cuna, si appellavano in realtà Tule, che per loro significava null’altro che uomini “gente”, come leggo da fonti in lingua spagnola, e Tule fu detta la loro Repubblica.
Il metafisico francese non si interessò delle vicende politiche che avevano condotto all’autodeterminazione dei Cuna-Tule, ma colse immediatamente il significato simbolico, cristallino, sì da concludere:
per quanto riguarda la tradizioni dell’antica America, sussistono delle vestigia in misura molto maggiore di quanto non si creda .
Non aveva, forse, egli stesso preconizzato un tale stato di cose allorchè, parlando della Tula iperborea, puntava l’attenzione verso occidente, all’Atzlan , la Tula dei Toltechi?
L’Atzlan ha per simbolo una montagna bianca, la montagna polare di Tula, che molte Tradizioni indicano come l’Isola bianca.
Una montagna, l’isola, il colore bianco. Ho adesso le tracce per proseguire nella ricerca sul popolo che chiama se stesso Tule.
Secondo la tradizione orale Cuna il mondo era fatto di oro prima che giungesse l’eroe “culturale” Ibeorgun. Egli lasciò i suoi insegnamenti e affidò alle donne e agli uomini la norma di convivenza e la morale sessuale. Ma ciononostante, e anzi proprio perciò, da allora il mondo fu meno dorato.
Le narigueras ( anelli al naso) che da quel lontano tempo le donne portarono, fatte di oro, furono il sigillo di quel deposito primordiale e il pegno della retta conservazione delle regole sociali. Il “nose ring” trovò una tardiva, o postuma, sanzione in una nuova edizione della bandiera che in tempi di antinazismo i Tule adottarono, così attestano le fonti, “because everyone knows Germans do not wear nose rings.” Ma allora la Repubblica indipendente di Tule era solo un ricordo e la realtà era una stretta esistenza, il confino nella riserva.” 
 
 
Questa che segue è la bandiera della Repubblica di Tula innalzata dai Cuna di Panama nel 1925:
 
  [IMG]https://i1.wp.com/www.rbvex.it/americagif/tule.gif[/IMG]
Andiamo oltre per ritrovare ampi riferimenti alla Tula atlantica nell’articolo, pubblicato da “Le Voile d’Isis” nell’agosto-settembre 1931, “La situazione della civiltà atlantidea nel “Manvantara”, dove Guènon scrive:
“…i centri spirituali subordinati erano costituiti ad immagine del Centro supremo, e che ad essi erano state applicate le medesime denominazioni. Così la Tula atlantica, il cui nome si è conservato nell’America centrale introdottovi dai Toltechi, dovette essere la sede di un potere spirituale che era come una emanazione di quello della Tula iperborea; e, poiché il nome Tula designa la Bilancia, la sua doppia applicazione è in stretta relazione con il trasferimento di questa denominazione dalla costellazione polare dell’Orsa Maggiore al segno zodiacale che porta ancor oggi il nome di Bilancia. E’ altresì alla tradizione atlantidea che bisogna riferire, ad una certa epoca, il trasferimento del sapta-riksha (dimora simbolica dei sette Rishi) dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi, costellazione egualmente formata da sette stelle, ma di situazione zodiacale; quel che non permette dubbi in proposito è il fatto che le Pleiadi erano dette figlie di Atlante, e, come tali, chiamate anche Atlantidi.”.
Seguono diversi capitoli costituiti da saggi e articoli tutti relativi alla “tradizione ebraica” la quale rappresenta , a nostro parere, una delle manifestazioni più controverse e discutibili in fatto di studi tradizionali ma che, ciononostante, attiene ed è di piena pertinenza alla tradizione occidentale: l’ebraismo originario è ipotizzabile da questi scritti guènoniani che avesse una qualche sorta di filiazione o trasmissione dal ramo primordiale della Tradizione Originaria sebbene vi siano evidenti i segni di un ampio stadio di degradazione già in quelle che sono considerate le epoche “storiche”.
Lo stesso Evola riconobbe una ‘dignità’ “tradizionale” al giudaismo arcaico almeno fintanto che questo si mantenne e si costituì come società sacerdotale successivamente degenerata ed infine degradatasi quale supporto di influenze tellurico-lunari e vettore veicolante i più bassi istinti rivoluzionario-sovversivi presente nel Levante mediterraneo.
Indipendentemente da quale giudizio si voglia dare del tradizionalismo di fonte ebraica è chiaro che Guènon ricollega attraverso alcuni simboli, nomi e riti quest’ultima alla Tradizione Primordiale.
Nel primo articolo , intitolato Alcune considerazioni sul nome Adamo”, Guènon ci spiega come il nome Adam significhi propriamente ‘rosso’ indizio più che giustificato di un collegamento tra la tradizione ebraica e quella atlantidea, propria della razza rossa.
“Adamah –  scrive Guènon – originariamente (…) è propriamente l’argilla rossa che, per le sue proprietà plastiche, è particolarmente adatta a rappresentare una certa potenzialità, una capacità di ricevere delle forme; e il lavoro del vasaio è stato spesso preso a simbolo della produzione degli esseri manifestati  dalla sostanza primordiale indifferenziata. Per la stessa ragione, la “terra rossa” sembra avere una speciale importanza nel simbolismo ermetico, in cui essa può essere vista come una delle raffigurazioni della “materia prima”… (…) Si aggiunga che la parentela fra una delle designazioni della terra e il nome Adam, preso come tipo dell’umanità, si ritrova, sotto un’altra forma, nella lingua latina, in cui la parola humus, “terra”, è vicina in maniera altrettanto singolare ai termini homo e humanus.”.
In un secondo articolo Guènon ci indica come “la parola Qabbalah, in ebraico, non significa altro che “tradizione”; nel senso più ampio; e per quanto, il più delle volte, essa designi la tradizione esoterica o  iniziatica, quando viene usata senza ulteriori specificazioni, si arriva perfino ad applicarla alla tradizione exoterica.”.
Il Talmud secondo l’autore apparterrebbe di diritto al lato exoterico, religioso e legale, del corpus ‘tradizionale’ ebraico rappresentato dalla Qabbalah.
Ricevere, accogliere, accettare è questo il senso letterale della radice QBL dalla quale procede la Qabbalah ebraica; radice che nella lingua ebrea come nell’arabo esprime il rapporto di due cose opposte l’una di fronte l’altra e quindi due significati che possono essere rispettivamente ricollegabili ad un incontro come ad uno scontro, ad una vicinanza come ad una opposizione.
Qabbalah, che deriva dal verbo ebraico Qabal, è propriamente “ciò che è ricevuto” o trasmesso (in latino  Traditium) dall’uno all’altro.
Guènon ci illustra le analogie linguistiche e simboliche delle lingue ebraica e araba –  entrambe lingue sacre a dispetto per es. del Latino , lingua liturgica ma non sacra del Cristianesimo –  sottolineando l’idea fondamentale per entrambe che è quella della Trasmissione che, nel senso tradizionale, rappresenta la principale garanzia dell’ortodossia di una forma  tradizionale rispetto alla Tradizione Primordiale.
“Questa trasmissione – prosegue Guènon – costituisce la “catena” (shelsheleth in ebraico, silsilah in arabo) che congiunge il presente al passato e che deve perpetuarsi dal presente all’avvenire: è la “catena della tradizione” (shelsheleth ha-qabbalah) o la “catena iniziatica” di cui abbiamo avuto occasione di parlare recentemente. Inoltre essa determina una “direzione” (ritroviamo qui il senso dell’arabo qìblah) che, attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge all’origine, e che, prolungandosi anche al di là di questi due punti estremi, per il fatto che il suo principio è atemporale e “non umano”, lo ricollega armoniosamente agli altri cicli.”.
Seguono un articolo su Cabala e Scienza dei Numeri – nel quale Guènon rileva una netta discordanza tra la numerologia ebraica e quella pitagorica greca sostenendo che “il Pitagorismo (…) fu soprattutto la continuazione di qualcosa che preesisteva nella stessa Grecia, e non è il caso di cercare altrove la sua fonte principale: intendiamo parlare dei Misteri, e più particolarmente dell’Orfismo, di cui non fu forse che un “riadattamento”, in quel VI secolo prima dell’era cristiana che, per uno strano sincronismo, vide operarsi dei cambiamenti di forma contemporaneamente nelle tradizioni di quasi tutti i popoli.” – ed una recensione di un volume di Paul Vulliad dedicato alla “Cabala Ebraica” come, dello stesso, autore una traduzione del “Siphra di Tzeniutha” – importante testo cabalistico.
Il capitolo 4 è dedicato ad un articolo-recensione dedicato dal Guènon alla “Tradizione Ermetica”  e ad uno studio di Julius Evola a questa dedicato ed uscito nel 1931 per i titoli della Laterza di Bari.
Una volta di più si evidenziano le distinte posizioni dei due pensatori-filosofi della Tradizione relativamente al problema di una predominanza dell’iniziazione sacerdotale e della sua funzione rispetto a quelle regali. Nel testo evoliano si insiste sull’autonomia della seconda, su di una pretesa superiorità della funzione regale con l’idea che affiora spesso anche in altri studi evoliani di una sorta di antinomia tra ruolo e funzione del Sacerdozio e della Regalità (che Evola intende spesso quasi in opposizione: un tipo contemplativo di fronte ad uno attivo; in genere caratteristici dell’Oriente il primo e dell’Occidente il secondo).
Seguono alcuni studi sulla figura e sulla tomba di Ermete e infine una serie di recensioni di testi pubblicate su “Etudes Traditionnelles” tra il 1938 e il 1949 anno della scomparsa del Guènon).
Brevemente si segnala qui la recensione ad un volume di Noèl De La Houssaye sul simbolismo della Fenice, una relativa al simbolo del dio Giano apparsa su “Lettres d’Humanitè” nel 1945 e lo studio di Georges Dumèzil su l’eredità indo-europea a Roma che chiude infine il volume.
Un volume per il quale è impossibile non consigliare la lettura.
DAGOBERTO BELLUCCI
RENE’ GUENON :  “FORME TRADIZIONALI E CICLI COSMICI” , Ediz. “Mediterranee”, Roma 1974

 

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Recensione Libraria – Guido De Giorgio: “La Tradizione Romana”

20 Feb

RECENSIONE LIBRARIA –

GUIDO DE GIORGIO: “LA TRADIZIONE ROMANA”

“L’Occidente non ha altra tradizione vitale all’infuori di quella Romana, purchè sia integrata, realizzata nella totalità dei suoi sviluppi riferibili ai due tipi essenziali, la Contemplazione e l’Azione. (…) L’Europa non ha fissità perchè non ha tradizione: perdendo di vista il vero “dinamismo” (…), si è lasciata sommergere da un fremito titanico di permanente mobilità a cui si dà il nome di “attività”, “d’impulso dinamico” e via dicendo. In realtà tutto ciò è delirio infantile…”

(Guido De Giorgio – dal testo)

 

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“Libro strano e impressionante” viene definito da Franco Pintore nella sua prefazione; una specie di “iniziato allo stato  selvaggio e caotico” descrive l’autore Julius Evola in un brano estratto dal “Cammino del Cinabro”.

Strano il volume come la sua ‘storia’… alcuni libri hanno infatti un destino particolare, legata a sè una storia che li differenzia dagli altri rendendoli praticamente ineguagliabili ed unici.
Ed unico questo testo lo sarà sul serio: per come vedrà la luce, a trent’anni dalla scomparsa dell’autore, ma anche indiscutibilmente per lo ‘stile’ con il quale sono state esposte le basi essenziali della tradizione romana ed, infine, per la mole di intuizioni che accompagnano l’intera esposizione.

Il volume del De Giorgio appartiene a buon  diritto a quella “letteratura della crisi” della quale fu pervasa l’epoca tra i due conflitti mondiali , ne risente in alcune sue pagine della stessa tensione ideale, se ne possono addirittura percepire il frastuono così come, allo stesso modo, è possibile percepirne nitidamente il grido di dolore, quasi un accorato  ultimo appello all’Occidente ‘morente’, che De Giorgio ha lanciato ad una società moderna infausta, infelice, omicida, vuota.

Ricorda Spengler, ma va ben oltre Spengler.

“Noi vorremmo far comprendere agli uomini attuali – scriverà nelle pagine conclusive di questa ‘strana’, intensa, appassionata opera ( che trasuda di un qualcosa che trascende la pura e semplice esposizione, che non scade mai al rango di una banale esposizione dottrinale nè ha niente di ‘accademico’ per poter rischiare di finire incasellata in una qualche ‘scuola’ ); il suo autore – che il ritorno alla Tradizione Romana significa tutto: verità, giustizia, bellezza, felicità, che non si tratta di trasformare il mondo in una indefinita teoria di asceti, ma semplicemente di permettere a ciascuno lo sviluppo normale della sua natura poichè l’unicuique suum tribuere, anche nell’accezione comune ed esterna dell’espressione, significa ridare a ciascuno l’esercizio normale della libertà di cui è degno. L’Occidente moderno ha operato una deplorevole , inumana confusione riducendo la qualità a quantità, facendosi deviare dal veleno democratico e livellatore, mentre la tradizione implica la netta differenza qualitativa perchè si fonda sulla verità a tutti palese della disuguaglianza naturale degli uomini.”.

Chiare, lucide, sacrosante parole.
Questo grido, inascoltato fintanto che tardivamente – troppo tardivamente – il volume non vide la luce in una edizione limitata nel 1973,  rimasto strozzato nella gola dell’autore sarà recuperato da Evola.

Un recupero certamente tardivo, ma non inutile. “La Tradizione Romana” era stato certamente ultimato da De Giorgio almeno all’inizio del 1940, anno fatale per i destini dell’Italia, e De Giorgio prefigurava prima ancora che tutto fosse perduto di andare “al di là del fascismo e dell’antifascismo”, della “politica spicciola”, delle manifestazioni contingenti per recuperare quanto di più reale nel cuore dell’Occidente potesse rappresentare un Principio regolatore: la tradizione romana.

Un’appello che l’autore stesso definisce come una proposta “più vecchia del mondo” ossia restaurare lo “spirito di Roma”.

“La restaurazione che noi proponiamo, riprendendo il pensiero, l’aspirazione e l’ideale di Dante, è un ritorno allo spirito di Roma, non la ripetizione, pura e semplice del passato che sarebbe d’altronde irrealizzabile (…) , ma l’adesione a quei principi eterni di verità che sono contenuti nei Libri Sacri ed espressi dai simboli antichi.”.

Appello lanciato non tanto nè solo per salvare l’Occidente intero dalla catastrofe materiale e contingente del momento nè dalla sua intemperanza o irruenza (che di lì a poco avrebbe dato ennesima riprova con lo scatenamento di un conflitto dal quale niente sarebbe sopravvissuto nè di tradizionale nè tantomeno di realmente europeo restando solo rovine fumanti a far da panorama desolante e sudario insanguinato ad un continente lacerato ed infine disintegrato dai suoi più irriducibili avversari) ; ma dalla sua decadenza spirituale, dal suo vuoto morale, dalla sua secchezza ideale di cui già l’Europa e l’intero mondo occidentale avevano dato ampia dimostrazione.

De Giorgio indica un percorso ed una verità che, nella sua lapalissiana realtà metastorica, può essere alla portata di chiunque sappia vedere: “la vera potenza dell’uomo – scriverà – consiste nella realizzazione della sua natura e origine divina” e per quanto ciò possa sembrare irrealizzabile all’individuo-massificato del XX° secolo, per quanto possa ancora inorridire le menti deboli aduse ad un sentimentalismo fideistico o venir tacciata come pura e semplice blasfemia da una consuetudine bigotta; resta ciononostante una realizzazione possibile.

Non è dato sapere se il libro di De Giorgio sia realmente approdato fino al tavolo del Duce come probabilmente avvenne nè, soprattutto, quale giudizio abbia espresso Mussolini per quest’opera così densa quanto accalorata scritta in un misto di ‘frenesia’ (l’urgenza da ultimo monito) e passione e che, sotto più di un aspetto, doveva così da vicino ricordare l’Evola della seconda metà degli anni Venti, il filosofo di “Imperialismo pagano” e degli articoli per il periodico “La Torre” ; ma certo l’intenzione dell’autore è quella di dare indirizzi generali per un’epoca inquieta dominata dall’istinto, dall’emotività e da quella stessa frenetica velocità dell’agire, dell’azione, del vivere pericolosamente di mussoliniana e fascistissima memoria che – volontariamente o involontariamente che fosse – favoriranno le forze avverse, quelle forze della modernità che avrebbero condotto una titanica e spietata battaglia contro il mondo della tradizione, contro la Tradizione – la sola – ‘occidentale’ rappresentata da Roma e dalla sua aeternitas e , ovviamente, contro il Fascismo che – anche in questo caso deliberatamente o meno, coscientemente o meno –  di questo simbolo, di quest’ideale e di questa realtà metastorica dell’Urbe , della sua forza e potenza, aveva apertamente richiamato il nome cercando di rigenerarne – in maniera confusa certamente, in modo alquanto inappropriato decisamente – simbolo e miti.

De Giorgio propone la fascificazione dell’Europa e dell’Occidente intero quale sola salvezza possibile. E’ il suo monito, il suo appello, la sua utopia , forse.
Ma è un’utopia che ha della logica, del raziocinio, basi di verità. Una fascificazione che vuole andare al di là , molto al di là, di quanto non avessero compreso , o vagamente vagheggiato, Mussolini e la stragrande maggioranza dei dirigenti il movimento fascista: “senza rivoluzioni e senza violenza” sottolineerà il prof. Pietro Di Vona nel suo “Evola e Guènon” (Soc. Editr. Napoletana, Napoli 1985) : una rettificazione che partendo dai Principi Immortali liberasse le energie , rigenerasse gli individui, mutasse il corso della storia e, per De Giorgio, ponesse un limite a quella modernità avvertita come quintessenza di uno spiritto dissolutivo, anti-tradizionale, disintegrante spiriti e etiche, individui e società.

Non casualmente in alcune delle pagine de “La Tradizione Romana” De Giorgio finirà per scagliarsi direttamente contro “la macchina” , espressione “più turpe” , scriverà, del mondo moderno, della caduta senza freni del mondo verso l’irreparabile.

E’ la macchina l’archetipo diabolico che simbolicamente esprime lo spirito della modernità, che ne rappresenta la quintessenza: “precipitato massimo dell’errore, concrezione ultima della catastrofe occidentale” …. “una creatura diabolica, chiusa, cieca, impenetrabile, concrezione tangibile, ispessimento, materializzazione di tutto ciò che nell’uomo è vita, cioè simbolo della Realtà Divina” in  quanto la macchina “è morte e semina morte”.

Per “ricondurre l’Occidente attuale a una normalità da gran tempo scomparsa” De Giorgio fissa nella perenne eredità, nel lascito indelebile, nella aeternitas di Roma quale simbolo e centro tradizionale imperituro, la possibile strada per una restaurazione dell’ordine tradizionale unendo la Roma prisca e arcaica – repubblicana ed imperiale dei Cesari, delle Aquile e dei Fasci Littori, l’Urbe di Giano e della fiamma che – ci confida l’autore – arde ancora nel Tempio di Vesta quale lascito, memoria e monito – alla Roma dei Papi e del Cristo Rex, dei Pontifex i facitori di ponti tra il Cielo e la Terra, gli Eredi di San Pietro, e l’ordinamento feudale medievale dalla Chiesa costruito per secoli.

E’ a questa visione di una Roma doppiamente eterna che De Giorgio guarda e che fanno della sua opera un unicuum che , nel campo degli studi tradizionali, intende tessere una sorta di invisibile fil rounge di congiunzione tra il “paganesimo tradizionalista” evoliano e la sua preminenza alla sfera attivista , all’azione ed alla regalità, alla visione metafisica e di principio guenoniana che privilegiò sempre la sfera contemplativa, la meditazione, il sacerdozio partendo entrambi da identici punti di riferimento, stesse basi dottrinarie e ritrovandosi in convergenti analisi in merito alla crisi del mondo moderno.

De Giorgio passando dall’originaria Tradizione Primordiale delinea le caratteristiche di una autentica società tradizionale, destinando capitoli interi a ordinare le funzioni rispettivamente di sacerdoti, guerrieri e operari finendo per documentarci in una ampia disamina alcuni degli aspetti caratteristici e primordiali, originari, della Tradizione Romana tra i quali il simbolismo bifaciale del Dio Giano e del nome occulto di Roma:  “L’Italia è detta Saturnia perchè in essa sorge e si sviluppa l’ultimo tipo di tradizione occidentale che inizia un nuovo ciclo con Giano simbolo della non dualità dei due ordini, quello divino e quello umano, innestati per così dire sulla stessa radice, ch’è il dio, benchè distinti dalla bifrontalità: Si noti che la duplicità degli aspetti di Giano – qualunque forma essa prenda – Oriente Occidente, passato futuro, pace guerra, apertura chiusura, notte giorno – non decompone l’unità sostanziale della sua divinità e l’essergli consacrato il mese di Gennaio che è la porta dell’anno, mentre per i Romani l’anno cominciava a primavera, mostra che abbiamo qui un riferimento  alla Tradizione Primordiale rappresentata dall’unità dei due aspetti o se si vuole da una terza faccia di Giano che non è visibile, nè può esserlo, in cui si neutralizzano le due visibili.”

Ed ancora: “Il Medio Evo occidentale comprese perfettamente ciò che era realmente Roma e solo colla scissione della seconda tradizione e col costruirsi delle varie nazionalità si smarrì il senso sacro dell’Urbe e l’Occidente s’imbestiò nel particolarismo dei popoli non più accentrati da un segno sovrano; Roma rimase e rimarrà inviolata, gelosamente custodita dal segreto dell’asse bifacile di Giano e i popoli d’Occidente solo a lei tornando prolungheranno ancora il loro crepuscolo che prelude alla notte artica in cui s’estinguerà l’ultimo ciclo. (…) L’universalità della Tradizione Romana consiste in ciò e in null’altro, nella bifrontalità di Giano che è l’unità delle due vie, l’una, dirà Dante, che guida al Paradiso Terrestre e l’altra al Paradiso Celeste: il nome occulto di Roma contenuto nel centro invisibile di Giano è l’unificazione di queste due vie e la risoluzione delle due forme tradizionali nell’asse unico della Tradizione Primordiale.”.

Occorre rileggere Guido De Giorgio qualora si voglia fissare le basi di una dottrina autenticamente tradizionale dell’Occidente….

DAGOBERTO BELLUCCI

Guido De Giorgio , “La Tradizione Romana”, Ediz. “Mediterranee”, Roma 1989 (1.a ediz. 1973).

Recensione Libraria – Henry Corbin: “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica”

17 Feb

Recensione Libraria – Henry Corbin: “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica”

“La Verità vi renderà liberi”

(Gesù Cristo, Messia dell’Umanità)

Risultati immagini per vangelo di barnaba e profetologia islamica

Il volume in questione intende fare luce sulla relazione esistente tra le tre grandi religioni monoteiste (giudaismo, cristianesimo e islam) attraverso una analisi dettagliata della figura del Cristo, il messia atteso dai giudei, come viene presentata nel Vangelo di Barnaba, vangelo nè canonico nè apocrifo riconosciuto da molti autori quale sorta di “vangelo dell’islam” per il suo particolarissimo collegamento rispetto alla visione profetica di Cristo come appare nel Corano.

“Vangelo per i musulmani” il testo delinea e ridà vitalità alla figura del Messia quale profeta: una visione comune alle prime comunità cristiane e per molti secoli diffusissima concezione cristologia tra le diverse chiese cristiane d’Oriente.

L’autore, tra i massimi studiosi dell’Islam particolarmente della sua versione shi’ita, traccia un quadro generale organico passando in rassegna rispettivamente:
a) scritto, origini e storia dell’autore del vangelo in questione;
b) funzioni e ruoli del vangelo di Barnaba quale metaforico ed ideale ‘ponte’ di trasmissione di una sapienza spirituale che unisce il giudeo-cristianesimo , particolarmente quanto accadde nell’area palestinese alle origini della predicazione di Gesù Cristo, all’Islam e specificamente quella che l’autore definisce come “ecumenismo abramico di cui Gerusalemme è la città spirituale”.

Il tema centrale che attraversa tutto il testo di Corbin è quello del riconoscimento del “Verus Propheta” ossia l’identificazione di un Principio universale che si manifesta nelle distinte tradizioni monoteistiche mediante ciò che , per fare un solo esempio, l’Islam identifica con ar-Rùh (lo ‘spirito’) ; l’ebraismo con  la figura di Metatron ed il cristianesimo con il Logos.

Questo Principio metafisico può essere considerato da due punti di vista: “da quello della Verità divina (al-Haqq) e da quello della creazione (al Khalq)”.

I due aspetti del Principio sono complementari l’uno all’altro e – per corrispondenza con la tradizione ebraica – nella Qabbalah sono identificati rispettivamente con la Shekinah e Metatron quali gradi di manifestazione inseparabili per quanto distinti e, prendendo la metafora dei due mari, uniti da un istmo (barzakh) che essi non possono superare e che l’Islam identifica col termine Haqìqat al-haqa’ìq, la Realtà totale intermedia tra l’essere divino ed il cosmos.

E’ al centro di questa realtà totale che deve situarsi la “manifestazione profetica”  identificabile con una delle funzioni di Metatron (considerato quale “autore delle teofanie del mondo sensibile”) dello Spirito Santo o dell’Angelo della Rivelazione coranica Jibril (Gabriele).

Il Vangelo di Barnaba assume dunque la funzione di trade d’union tra gli esoterismi più profondi , l’essenza, delle tre fedi monoteistiche e si innesta nel vasto filone delle cosiddette ricostruzioni critologiche con una propria, specifica, identità che non ha niente a che vedere con i vangeli cosiddetti ‘apocrifi’ (di cui non fa parte) nè con quelli canonici ma trova un suo spazio e piena legittimità anche alla luce delle scoperte archeologiche che – negli ultimi cinquant’anni – hanno aperto nuove strade alla comprensione di ciò che doveva essere il cristianesimo originario (dai testi noti come “rotoli del  Mar Morto” , appartenenti alla comunità essena di Qumràn, fino alla biblioteca coopta di Nag Hammadì).

Il Vangelo in questione viene comunemente fatto risalire ad un unico manoscritto presente alla Biblioteca Nazionale di Vienna , tradotto da non si sa esattamente quale lingua orientale originaria in veneziano e successivamente in numerose altre lingue europee quest’opera mette in luce la profonda conoscenza della teologia giudaica, giudeo-cristiana e , per molti versi, di quella islamica.

Il suo autore, Barnaba, sembra possa esser stato – secondo quanto scrive Luigi Cirillo nella sua tesi  di laurea intitolata “L’Evangile de Barnabè de la Bibliotheque Nationale de Vienne” – Mattia (un apostolo chiamato a sostituire Giuda Iscariota dopo il suo tradimento) e comunque nel prologo si ammette che l’autore, chiunque esso sia, è stato “tra i dodici” e di aver attinto direttamente agli insegnamenti del Cristo travisati o reinterpretati da quanti dovevano custodirne la verità e fra i quali “si trova Paolo, anche lui in errore” in quanto primo responsabile fra coloro che credono e vanno predicando che “Gesù è figlio di Dio”.

La posizione spiccatamente anti-paolina lascia pensare che l’autore del vangelo possa esser stato un membro della cosiddetta “Chiesa di Giacomo”, primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Questa Chiesa si contrapporrà alle false testimonianze prodotte sul Cristo e sulla sua manifestazione da Paolo (Saul) di Tarso al quale fondamentalmente si deve la costituzione del corpo dottrinario sui cui principi sarebbe sorta la Chiesa cattolica o, per essere ancor più chiari, sarà attraverso la predicazione paolina che il cristianesimo si diffonderà per tutto l’Impero di Roma staccandosi radicalmente dalla tradizione giudaica per diventare con Pietro la Chiesa cattolica apostolica d’Occidente: si dovrebbe, d’altronde, parlare di Paolinismo anzichè Cristianesimo considerando la deviazione profonda e radicale prodottasi nella dottrina attraverso la predicazione di san Paolo, la sua apertura verso i “gentili”, l’aver – di fatto – costituito una religione ex novo staccandone essenza e fondamenti rispetto al giudaismo dal quale pure essa era nata.

Sarà da questo iniziale dissidio tra due distinte interpretazioni-versioni della natura del Cristo che si produrranno gli scismi tra le chiese d’occidente e quelle orientali  presenti in Terra Santa e nel Vicino Oriente nei  primi secoli dopo Cristo; e, quasi come reazione o meglio ri-equilibrio – la parusia mohammadica alias l’avvento – nel sesto secolo dopo Cristo – dell’Islam.

Per capire l’importanza del Vangelo di Barnaba occorre riflettere un momento sulla centralità ed il ruolo che svolse la cosiddetta Chiesa di Giacomo, prima comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Il suo vescovo, Giacomo, viene identificato quale “fratello del Signore” ed il fatto stesso che sia l’unico vescovo di questa prima comunità di fedeli lo identifica quale autorità religiosa che deve situarsi al di fuori del gruppo dei Dodici ed al di sopra di questo: designato come Vicarius Christi egli è l’autorità suprema dei fedeli in Cristo  dopo Cristo.

Scrive Corbin: “Ora, come ce la fa conoscere il corpus clementino, la questione che costituiva il punto centrale e decisivo di queste discussioni tenute al Tempio (da Giacomo ndr) , era unicamente di sapere se Gesù fosse o no il Vero Profeta annunciato da Mosè, si ipse esset Propheta quem Moyses praedixit qui est Christus aeternus (se fosse proprio lui il Profeta che Mosè aveva annunciato e che è il Cristo eterno). (…) Tutta la storia sacra, la ierologia dell’umanità ha per asse le forme successive di manifestazioni (non le “reincarnazioni”!) dell’Anthropos celeste, dell’Adamo-Cristo eterno che è il Vero Profeta.  (…) Gnosi e Vero Profeta fanno tutt’uno. Il Vero Profeta è il Dottore di Verità. Riconoscerlo vuol dire porre se stessi in stato di Verità. Bisogna dunque prima di ogni altra cosa cercare il Vero Profeta (così farà ancora Salman Fàrsi nell’Islam). Se Gesù è il Salvatore, è perchè egli è il Dottore di Verità, il Rivelatore, ed è questa, essenzialmente, la cristologia dei giudei-cristiani e degli Ebioniti, presso i quali le “Predicazioni di Pietro” erano coperte da un segreto simile a quello osservato dagli Esseni. Cristologia in contrasto con quella di san Paolo, ma della quale il poco che noi diciamo qui mostra che non era nè antimistica nè antignostica.”.

L’autore ci illumina sulla caratteristica specifica del Vangelo di Barnaba il quale afferma chiaramente come i Dodici siano soltanto “discepoli dei profeti” e non profeti essi stessi ; testimoni che hanno conosciuto il Cristo per averlo udito direttamente non per delle visioni (come accadrà a Paolo che prenderà posto tra i Dodici successivamente alla sua “illuminazione” sulla Via di Damasco) : “ci sono qui, – conclude Corbin – tutti gli elementi dell’antipaolinismo di cui il Vangelo di Barnaba sarà ancora un tardivo ma vigile testimone. E c’è pure tutta la dottrina del Vero Profeta che formerà l’asse della profetologia islamica, specie nella forma shì’ita.”.

Per chiunque intenda ricercare elementi di Verità crediamo di fondamentale importanza il presente studio di Henry Corbin che per spessore e lucidità costituisce un testo essenziale verso quelle rivelazioni più nascoste – esoteriche – di una Sapienza primordiale ed originaria che dall’Adam Kadmon della tradizione originaria giudaica porta direttamente alla parusia islamico-shi’ita imamitico-duodecimana ed alla funzione di “kalki-avatar” e “Guida e Salvatore dell’Umanità”  che spetta a al Mahdì , al muntazar (il ben guidato) della tradizione sciita.

Henry Corbin – “Vangelo di Barnaba e profetologia islamica” , Edizioni “All’Insegna del Veltro”, Parma 1985.