Libano: Chi di complotto ferisce di complotto…  

20 Nov

 

Che succede a Beirut? Dopo mesi di assoluto silenzio il Libano torna sulle prime pagine della politica mondiale grazie al suo primo ministro, Saad Hariri, responsabile di quanto potrà accadere nel martoriato paese dei cedri.

Vediamo di ricapitolare perché, vista dall’esterno, questa ennesima crisi di governo libanese rasenta i limiti della demenza.

Lo scorso 4 novembre Hariri in visita ufficiale a Riad, capitale saudita, è intervenuto con una dichiarazione alla tv panaraba «Al Arabiya» con la quale annunciava al mondo le sue dimissioni. É chiaro che il luogo ed il modo utilizzato dal premier libanese per comunicare la sua decisione siano apparsi subito sospetti e, come minimo, strani rispetto alle normali prassi politico-istituzionali dell’intero Vicino Oriente dove i blitz militari, le crisi ed i colpi di Stato si susseguono come prassi comune oramai da settant’anni più o meno come leit-motiv all’ordine del giorno. Se proprio non è prassi sicuramente non è neanche un evento straordinario per un’area tanto instabile e contesa da sempre al centro dei war-games e delle strategie contrapposte della politica mondiale.

Ma un primo ministro che in visita ufficiale in un altro paese comunichi così le sue dimissioni ancora non si era mai visto neanche da queste parti.

Ora i segnali che qualcosa non quadrasse all’interno dell’esecutivo libanese guidato da Hariri con la partecipazione di Hizb’Allah era chiaro fin dal viaggio italiano dello stesso premier di alcune settimane or sono: le dichiarazioni rilasciate in una intervista al quotidiano romano «La Repubblica» erano inequivocabili. Hariri aveva dichiarato di sentirsi in pericolo, che qualcuno complottava contro la sua vita e – neanche troppo velatamente – aveva puntato l’indice proprio contro il movimento sciita filo-iraniano ed i suoi referenti a Teheran.

Considerando il clima ancora piuttosto incandescente nella vicina Siria e nel nord dell’Iraq (dove si continua a combattere le ultime sacche di resistenza dell’autoproclamato «stato islamico») prima di parlare e accusare qualcuno Hariri avrebbe fatto meglio a preoccuparsi delle implicazioni e conseguenze che una simile dichiarazione di ostilità avrebbero causato.

Hariri dalla capitale saudita ha parlato di un complotto pilotato dall’Iran contro di lui.

Prove al riguardo non ne ha fornite. Solo chiacchiere.

«Il mio sesto senso mi dice che alcuni mi vogliono morto. – ha dichiarato il premier ad Al Arabiya – C’é un clima molto simile a quello che precedette l’assassinio di mio padre il 14 febbraio 2005. Non permetteremo che il Libano diventi l’innesco dell’insicurezza regionale. Le mani dell’Iran dagli affari del mondo arabo verranno recise»

Parole chiare, parole forti. Ma pur sempre parole….perché di fatti nemmeno l’ombra. E non potevano destare maggior insicurezza politica nella capitale libanese e nei quattro angoli del Vicino Oriente se pronunciate dalla capitale saudita dove – come hanno osservato molti giornalisti e addetti ai lavori – Hariri ha pronunciato un discorso che sembrava scritto da altri, senza inflessioni «dialettali», chiamiamole così, libanesi, nell’arabo classico parlato nel Golfo quasi che qualcuno abbia dettato e vergato per lui quanto si voleva che dicesse… Un avvertimento? un monito? Ma per chi? E per cosa soprattutto?

Visto che quello che di norma accade in Libano è sempre una spia per le tensioni che si registrano quasi come tsunami nel resto del mondo arabo sarebbe bene prendere sul serio i «moniti» di Hariri senza enfatizzarne la portata ma neanche sottovalutarne le possibili conseguenze.

Anche perché l’Arabia Saudita, possibile regista dell’intera operazione, interveniva neanche ventiquattr’ore più tardi con dichiarazioni altrettanto «incendiarie» accusando Teheran di un po’ tutto quello che sta accadendo nel Vicino Oriente sostenendo responsabilità tutte da provare nel presunto «complotto» per destabilizzare il Libano ed eliminare il suo primo ministro.

Cosa ci guadagnerebbero poi gli iraniani a eliminare Hariri è tutto da capire considerando che i loro «alleati» di Hizb’Allah ed ‘Amal (i due partiti sciiti di Beirut) siedono al governo fianco a fianco dei ministri della Corrente Futura, il partito sunnita del premier dimissionario.

Riad ha accusato inoltre Teheran di una sempre più netta interferenza nei delicati equilibri geopolitici del Golfo in particolare di sostenere i ribelli sciiti dello Yemen. Niente di nuovo considerando che sono oramai quasi 39 anni che la principale monarchia del Golfo e la più importante potenza sunnita regionale – sia religiosamente, sia politicamente ed economicamente – scarica le proprie contraddizioni interne ed i suoi strali contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

Di nuovo ci sono soprattutto due avvenimenti: lo strumentale utilizzo di un premier straniero, «ospite» (così si dice) a Riad, per calunniare a destra e a manca Teheran ed i suoi alleati e soprattutto il rimescolamento delle carte all’interno della casa regnante dei Saud dove sta emergendo sempre più nitidamente la figura dell’erede al trono, il principe Mohammad bin Salman, vero regista della politica estera saudita.

Dopo le accuse, reiterate anche durante la recente campagna presidenziale americana da ambedue i candidati, piovute contro Riad di sostegno al terrorismo internazionale di matrice al-qaedista/salafita; dopo aver perso influenza e terreno nel conflitto siriano la strategia saudita, ringalluzzita forse dal viaggio e dalle parole con le quali il Presidente USA Trump ha ribadito qualche mese or sono il ruolo di principale alleato degli Stati Uniti ai petrolmonarchi del Golfo, comincia a delinearsi in tutta la sua ampiezza ed estensione coinvolgendo, indirettamente e senza mai nominarlo, «Israele» e facendo presagire futuri apocalittici scenari bellici estesi a tutto il Vicino Oriente.

Infine da Riad è giunto l’invito ai propri connazionali di abbandonare il Libano quanto prima.

Intanto un risultato i sauditi sembrano averlo portato a casa: la destabilizzazione politica nel Libano che senza il suo premier si ritrova con un pericoloso vuoto di potere che potrebbe preludere ad una vera e propria crisi. In Libano quando si parla di crisi si è soliti pensare al sanguinoso conflitto civile che insanguinò per quindici anni (1975-1990) il paese dei cedri provocando lutti e lasciando rovine. E nessuno, neanche il più fanatico ed estremista dei libanesi vorrebbe ripiombare lo Stato in questo autentico scenario apocalittico…anche perché nessuno vorrebbe assumersene, un domani, una così grande responsabilità.

Gli israeliani, dal canto loro, seguono silenti questo teatrino in salsa libanese…

Immediate le reazioni da Beirut dove Hizb’Allah ha tuonato per bocca del suo Segretario Generale, Sayyed Hassan Nasrallah, che ha accusato Riad di tenere prigioniero Hariri, ne ha richiesto l’immediato rientro in patria e ha sostenuto la piena legittimità dell’esecutivo in carica.

Quanto sta accadendo tra Riad e Beirut apre invece scenari inquietanti in prospettiva: le strategie destabilizzanti messe in atto dalla monarchia saudita rischiano di precipitare l’intero Vicino Oriente in un caos generalizzato, ed i sauditi ne sono coscienti avendo per anni fatto da pompieri proprio nella delicata situazione interna libanese. Quando il Libano singhiozza di norma l’intero mondo arabo rischia la febbre e qui si sta avvicinando paurosamente una bella broncopolmonite se Riad non rivedrà la sua attuale linea in politica estera.

Una linea che sembra dichiaratamente ostile all’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut dettata più dalla frustrazione di vedersi progressivamente escludere dalle capitali arabe determinanti gli assetti di potere ed il balance of power regionale.

Esclusi in Iraq dopo la caduta del regime ba’athista e 14 anni di occupazione statunitense i sauditi hanno manovrato nell’ombra le forze criminali delle diverse sigle terroristiche che da sei anni hanno provocato il caos siriano, sostenendo – assieme a Bahrein, Qatar, Kuwait e Emirati Arabi – neanche troppo velatamente la nascita del «mostro» Isis ed il suo radicamento tra Siria ed Iraq.

Il principe Mohammad bin Salman, regista delle strategie estere di Riad, appare l’uomo emergente della politica saudita: ha accusato più volte Teheran di intromissioni nella regione del Golfo particolarmente per quanto riguarda la delicatissima situazione yemenita.

Nel contesto della crisi yemenita Riad fin dal 2015 ha sostenuto militarmente l’allora Presidente in carica Mansur Hadi e la repressione attuata contro i ribelli sciiti houti sostenuti dall’ex Presidente Alì Abdullah Saleh e appoggiati in modo informale da Teheran.

Già nel 2011 in occasione dell’ondata di proteste e manifestazioni di piazza che sconvolsero l’intero mondo arabo e furono, forse un po’ troppo pomposamente, ribattezzate come «primavere arabe» l’Arabia Saudita era intervenuta assieme ai suoi alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo per neutralizzare una rivolta sciita nel Bahrein.

Nel confinante Yemen Riad ha preso duramente di mira l’analoga ribellione degli houti. E non tralasciando l’ipocrisia con cui l’Arabia Saudita ha gestito la crisi siriana dove finanziamenti e armamenti sono giunti dalla capitale saudita a decine di organizzazioni terroristiche della autoproclamatasi opposizione democratica siriana che di democratico non aveva alcunché e tantomeno di siriano essendo rappresentata da tutta quella miriade di gruppuscoli terroristici in lotta spesso tra loro di matrice integralista salafita-al qaedista.

Un analogo segnale fu, alcuni mesi or sono, l’isolamento del Qatar voluto da Riad per «punire» i cugini meno allineati del Golfo.

Questa fino ad oggi la strategia estera di Riad. Con la mossa delle dimissioni di Hariri la casa regnante saudita sembra intenzionata invece ad alzare la posta e giocare «sporco» (come d’altronde ha sempre fatto): mettere in discussione gli equilibri a Beirut potrebbe risultare una scelta pericolosissima, un rischio per niente calcolato di cui domani qualcuno dovrà rispondere.

Aprire un vuoto di potere nel paese dei cedri significa incendiare l’intera regione vicino-orientale perché il Libano è tradizionalmente un paese-perno degli assetti e delle strategie regionali, per chiunque troppo importanti da mantenere stabili.

La destabilizzazione del Libano rappresenterebbe un autentico terremoto geopolitico dalle dimensioni e conseguenze irrimediabili, ben più devastante del terremoto naturale che ha colpito in queste ore il confine tra Iraq ed Iran provocando almeno trecento vittime e migliaia di feriti….

Proseguiranno i sauditi questa sciagurata politica estera volta a scoperchiare i diversi vasi di Pandora del Vicino Oriente?

A Beirut nessuno vuole pensare a questa ipotesi, si attende il rientro già annunciato del premier Hariri in patria, si lanciano appelli all’unità nazionale.

Complotti? Occorre fare attenzione prima di metterne in piedi uno funzionale e operativo, Riad dovrebbe meditare bene fin dove accelerare perché … chi di complotto ferisce…

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IRAN: LA CONTESA SUGLI SCIENZIATI NUCLEARI 

2 Nov

 

 

La notizia della condanna a morte in Iran di una spia al servizio del Mossad, il servizio segreto israeliano, ha riaperto nelle ultime settimane la questione relativa agli assassinii commessi in territorio iraniano di scienziati nucleari di Teheran.

Il procuratore della capitale iraniana, Abbas Jafari Dowlatabadi, avrebbe annunciato la condanna a morte di un “agente del Mossad” considerato responsabile di aver passato informazioni allo stato-pirata sionista su una trentina di scienziati nucleari e su alti esponenti militari della gerarchia iraniana. Fra questi almeno due sarebbero gli scienziati iraniani rimasti vittime di attentati nel 2010.

Come sottolineato dal procuratore di Teheran, Jafari Dowlatabadi, questa operazione – secondo quanto riferisce il sito di rainews in un articolo dello scorso 25 ottobre – sarebbe avvenuta tra emissari dell’entità sionista e il loro referente in terra iraniana “in cambio di soldi e della residenza in Svezia”.

La notizia della prossima condanna, riferita dai principali media di Stato iraniani e dall’agenzia ufficiale IRNA ha destato immediatamente scalpore in tutta Europa e notevole preoccupazione anche in Italia dove si teme che la spia al servizio del servizio di intelligence israeliano possa essere il medico iraniano  Ahmadreza Djalali, residente in Svezia, che ha lavorato a lungo in Italia e che fu arrestato a Teheran nell’aprile 2016.

Secondo quanto riportato dal quotidiano romano “La Repubblica” “Ahmadreza Djalalj, il medico e ricercatore iraniano arrestato a Teheran lo scorso anno con l’accusa di essere una spia è stato condannato a morte. Lo rende noto la senatrice novarese del PD , Elena Ferrara, tra le prime a mobilitarsi nei mesi scorsi a favore del ricercatore che per quattro anni ha lavorato all’Università del Piemonte Orientale. “La notizia ci è arrivata dalla moglie – dice la senatrice – e questa mattina è stata confermata dalla Farnesina. (…). “Abbiamo sollevato il caso più volte, lo abbiamo fatto a livello diplomatico con il nostro ambasciatore e a livello governativo. Vedrò il nostro ambasciatore in Iran nei prossimi giorni. L’ho appena sentito e continueremo a sensibilizzare gli iraniani su questo caso fino all’ultimo” , ha detto il ministro degli Esteri, Angelino Alfano.” (1).

Al momento non è affatto certo che la spia passibile di condanna a morte sia proprio Djalalj ma, anche ammesso e non concesso che si tratti del ricercatore con precedenti di collaborazione presso l’Università novarese appare piuttosto significativa la fin troppo tempestiva intromissione italiana nelle vicende interne della giustizia iraniana.

Il fatto che Djalalj abbia studiato per anni in Italia non è un motivo valido per sindacare nelle faccende interne di uno Stato sovrano. Almeno questa dovrebbe essere la prassi diplomatica tra nazioni. Prassi ovviamente che non viene seguita quando si tratta della Repubblica Islamica dell’Iran da quasi quarant’anni pubblicamente additata quale nemico pubblico numero 1, sorta di “centrale del crimine internazionale” per la grande stampa mondiale e “Stato canaglia” da tenere permanentemente al bando secondo la nota formula utilizzata da decenni dalle diverse amministrazioni e dai media statunitensi e recentemente riaffermata da Trump e dagli uomini del suo staff.

 

Eppure prima ancora che sia emessa una qualsiasi condanna e soprattutto si sappia di chi realmente si stia parlando la diplomazia italiana ha ritenuto bene di mettersi in moto nei confronti della Teocrazia sciita.

Dietro questo celerissimo interessamento della Farnesina alle vicende giudiziarie c’è qualcosa che non quadra: a nessuno in Italia né in alcun altro paese dell’Unione Europea e più vastamente dell’Occidente sembrò interessare qualcosa quando, a partire dal 2007 e fino al 2012 furono uccisi in Iran almeno cinque scienziati coinvolti nel programma nucleare iraniano all’epoca fortemente accelerato dalla presidenza di Mahmood Ahmadinejad.

Cinque scienziati iraniani colpiti a morte in attentati o scomparsi mentre si trovavano in viaggi fuori dall’Iran e di cui non si parlò per niente almeno fino all’ultimo episodio, quello che vide coinvolto il professore universitario Mostafa Ahmadi Roshan colpito a morte da una bomba piazzata sulla sua automobile in una trafficatissima strada nel centro di Teheran.

 

Secondo quanto riportò l’NBC News in una inchiesta sul caso degli scienziati (civili e militari) iraniani uccisi – tutti coinvolti nel programma nucleare del paese asiatico – la responsabilità maggiore sarebbe da addebitare al famigerato gruppo terroristico dei Muhjaeddin e Kalq (Combattenti del Popolo in lingua farsi) organizzazione criminale al bando fin dai primi anni dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica e rea di numerosi attentati in tutto il paese negli ultimi trentacinque anni.

Resisi responsabili dei più atroci attentati contro autorità e civili inermi, i militanti dell’MKO (noti in Iran con l’epiteto di ipocriti) professano fin dagli anni Settanta una strana ideologia definita “islamo-marxista”: dalla militanza di gruppo contro lo scià al terrorismo contro i principali dirigenti iraniani della neonata Repubblica Islamica il passo fu breve per questa organizzazione che a partire dalla metà degli anni Ottanta trovò rifugio, finanziamenti, armamenti e basi logistiche per i propri militanti nell’Iraq di Saddam Hussein all’epoca in guerra aperta contro l’Iran degli ayatollah.

 

Un tentativo di sfondamento militare al seguito delle truppe irachene risulterà nel 1987 disastroso: l’MKO perse migliaia di attivisti non rinunciando a colpire moschee e ospedali, centri del potere e banche, bazar e infrastrutture militari iraniane anche negli anni novanta e cercando inutilmente di ritagliarsi un posto nelle manifestazioni della cosiddetta “onda verde” o “rivoluzione verde” della tarda primavera 2009 che per settimane vide gruppuscoli filo-occidentali scendere in piazza nei giorni della rielezione di Ahmadinejad alla presidenza del paese.

Secondo quanto riportato da un articolo apparso sul sito internet http://www.ilpost.it : “Saddam reclutò il MEK (o MKO ndr) in modo molto simile a quello che avrebbero usato gli israeliani, usandoli per combattere le forze irachene nella guerra tra Iran e Iran, un ruolo che i guerriglieri portarono avanti orgogliosamente. Lo strumento per gli attacchi in territorio iraniano, partendo da basi in Iraq, fu l’Esercito di Liberazione Nazionale (MLA), il braccio militare del MEK. Secondo il dipartimento di Stato americano, il corpo militare operò soprattutto nelle fasi finali della guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e una delle loro ultime operazioni importanti fu quella contro i ribelli curdi iracheni nel 1991, quando dettero supporto alle forze di Saddam nella loro brutale repressione. Il MEK avrebbe ricevuto proprio da Saddam Hussein gran parte dei suoi finanziamenti e del suo sostegno, fino all’invasione statunitense del 2003.” (2).

Secondo il dossier dell’NBC sembra che, influenzato dalla sua ideologia antiamericana d’ispirazione marxista, il gruppo abbia collaborato negli anni novanta con Ramzi Yousef, l’organizzatore del primo attentato compiuto in America contro il World Trade Center nel febbraio 1993. Dopo gli anni in cui gli americani hanno sostenuto questa organizzazione criminale a spada tratta contro il “khomeinismo” il Dipartimento di Stato avrebbe inserito anche i sedicenti “muhjaeddin del popolo” nella lista nera dei principali gruppi terroristici a partire dal 1997.

 

Quanto invece non verrà mai a mancare saranno comunque i finanziamenti: l’MKO sopravvisse alla caduta di Saddam Hussein attraverso i canali del traffico di denaro ‘sporco’, grazie al riciclaggio ed alla compiaciuta complicità di diversi occasionali servizi d’intelligence tra i quali proprio il Mossad israeliano figura tra i principali interlocutori della banda di assassini guidata dai coniugi Rajavi.

Massoud e Marjam Rajavi hanno accentrato attorno alle loro persone un autentico manipolo di fanatici indottrinati secondo l’ideologia marxista con venature di islamismo e anticapitalismo militante che, nel corso degli anni, ha creato un vero e proprio culto della personalità attorno alle loro figure operando una sistematica repressione di qualsivoglia dissenso interno sul modello di quanto avveniva negli anni Settanta in gruppuscoli della galassia marxista-internazionalista quali l’Armata Rossa giapponese (gruppo che invierà parecchi dei suoi militanti a combattere in Palestina), le Brigate Rosse italiane ed il Fronte Popolare di Liberazione Nazionale palestinese.

 

Maryam Rajavi, attualmente “presidente” dell’effimero Consiglio Nazionale della Resistenza in Iran con sede a Parigi, attraverso le sue amicizie politiche, soprattutto quella intessuta per anni con l’ex consorte del Presidente francese Mitterand,  è riuscita a far togliere l’organizzazione dall’elenco dei gruppi terroristici in tutta l’Unione Europea (3), ha sostenuto che l’MKO avesse rinunciato alla lotta armata ed al ricorso alla violenza.

 

Una autentica presa per i fondelli quando tutti sanno perfettamente che i terroristi dell’MKO sono alacremente al lavoro e pianificano attentati contro la Repubblica Islamica dell’Iran non rinunciando affatto né al terrore indiscriminato, né all’uso di autobombe, né tantomeno a colpire civili innocenti come hanno sempre fatto fin dalla nascita della teocrazia sciita iraniana.

Ad affiancare l’MKO nelle operazioni terroristiche condotte contro gli scienziati iraniani tra il 2007 e il 2012 – secondo quanto riportò all’epoca l’agenzia semi-ufficiale ‘Fars News’ – vi sarebbero elementi del Mossad israeliano.
All’epoca furono imponenti le manifestazioni di piazza che richiedevano verità e giustizia per l’assassinio dei cinque scienziati nucleari iraniani  mentre nelle sedi internazionali la Repubblica Islamica dell’Iran puntava il dito contro Mossad israeliano e CIA statunitense per il loro sostegno alle attività dei terroristi dell’MKO.

 

Oggi la questione degli scienziati iraniani assassinati torna prepotentemente di attualità: sarebbe dunque proprio Djalalj la ‘talpa’ iraniana che avrebbe fornito informazioni al Mossad israeliano per effettuare con l’aiuto di elementi dell’MKO attentati mortali contro gli scienziati iraniani? E’ presto per dirlo fintanto che il procuratore di Teheran non emetterà una sentenza per ora trattasi di ipotesi, forse fondate.

Al di là di quale sarà la sorte del 46enne ex ricercatore iraniano – con un passato di collaborazioni presso l’Università Piemonte Orientale a Novara ed anche con il Karolinska Institute di Stoccolma in Svezia e la Vrije Universiteit di Bruxelles in Belgio – resta un dato assolutamente certo del quale è impossibile non tenere conto: cinque scienziati iraniani hanno perso la vita tra il 2007 ed il 2012 e tutti erano impegnati nel programma di sviluppo nucleare.
Ammesso e per niente concesso che non si siano fatti saltare da soli per aria qualcuno deve essere stato.

Ora considerando gli obiettivi, la metodologia, l’esplosivo utilizzato appare improbabile che il principale e più attivo servizio di intelligence del Vicino Oriente (il Mossad israeliano) non sia coinvolto in quest’affaire di spie, servizi, autobombe, attentati, sangue.

 

Non sarebbe certamente né la prima né l’ultima volta che gli israeliani ricorrerebbero al terrore indiscriminato ed alla violenza… storicamente anzi sono dei maestri: dalle operazioni terroristiche condotte sotto copertura tra Roma, Parigi, Beirut e Il Cairo dopo la vicenda dell’assassinio di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del ’74 (4) ad opera di militanti del gruppo radicale palestinese di Settembre Nero (all’epoca premier dell’entità criminale sionista era Golda Meir) al fiasco di Lillehammer in Norvegia arrivando fino ai rapimenti (come quello del fisico nucleare israeliano Mordechai Vanunu) ed ai più recenti crimini (anni novanta a Malta contro Fathi Shaqaqì, alto esponente militare della Jihàd Islamica palestinese, e l’ultimo condotto nel febbraio 2010 a Dubai contro Mahmood al-Mahbouh tra i leader di Hamas).

Dietro la morte degli scienziati iraniani dunque si cela un complotto ordito da “Israele” con la complicità dei sedicenti ‘combattenti del popolo’ , gli ipocriti dell’MKO.

 

DAGOBERTO BELLUCCI

Note –
1)”Iran, Djalalj condannato a morte. Alfano: “Ce ne stiamo occupando”, articolo apparso sul sito  http://www.repubblica.it del 23.10.2017;

2) “Gli scienziati iraniani uccisi e Israele”, articolo apparso sul sito http://www.ilpost.it in data 10.02.2012;

3) La pretesa della Rajavi che il suo gruppo abbia abbandonato la lotta armata venne smentita dalla stessa magistratura francese che nel 2003 ordinò – su mandato della Prefettura parigina – la perquisizione degli uffici dell’organizzazione, l’arresto di oltre 150 membri del gruppo compreso il fermo della leader per reati relativi alla “preparazione e al finanziamento di attività di terrorismo”. La Rajavi ottenne la libertà dopo imponenti manifestazioni indette in suo favore dalle organizzazioni d’estrema sinistra transalpine. Analoghe accuse colpiranno in Francia una decina di militanti dell’MKO nel 2006. La suprema corte della Gran Bretagna ha ribadito il 12 novembre 2014 il bando alla leader dell’organizzazione dal Regno Unito (divieto che colpisce la Rajavi fin dal 1997);
4) si veda il film , produzione USA-Canada, “Munich” del 2005 , diretto dal regista di ‘eletta’ ascendenza Steven Spielberg ed interpretato, tra gli altri, da Eric Bana, Daniel Craig e Matthieu Kassevitz nel quale viene riproposta l’intera vicenda storica del dopo-olimpiadi e la spietata caccia del Mossad ai militanti di Settembre Nero ordinata dalla Meir per mezza Europa e mezzo mondo arabo.

Tra gli assassinati dal Mossad ricordiamo:

– Wael Abdel Zwaiter, un poeta palestinese rappresentante dell’OLP in Italia freddato la sera del 16 ottobre 1972 davanti alla propria abitazione a Roma.

– Mahmood Hamshari, rappresentante dell’OLP a Parigi , ferito gravemente da un ordigno piazzato nel suo apparecchio telefoni nel dicembre di quel 1972. Morirà un mese più tardi in ospedale.

– Abdel al Chir contatto dell’OLP con i sovietici ucciso il 24 gennaio 1973 da una bomba piazzata sotto il suo materasso nell’abitazione che aveva a Nicosia a Cipro.

– Basil al Kubeisi, professore universitario di giurisprudenza freddato mentre esce da un caffè parigino il 6 aprile 1973.

– Yusuf al Najar, Kemal Adwar, Kamal Nasser tre importanti leader di OLP e Settembre Nero sono uccisi a Beirut il 10 aprile seguente.

– Abu Ziad, ucciso il 12 aprile seguente da una bomba al plastico piazzata sotto il letto della sua abitazione ad Atene.
– Alì Hassan Salameh , leader del gruppo e mente dell’operazione di Monaco, viene ucciso il 22 gennaio 1979 con un’autobomba a Beirut in Libano.

All’operazione condotta dai servizi israeliani a Beirut nell’aprile 1973 parteciperà anche il futuro premier sionista Ehud Barak.

Ultimo saluto a Serge Thion

30 Ott

 

 

 

Il 17 ottobre scorso all’età di 75 anni scompariva Serge Thion.

Era nato a Créteil nel 1942.

Storico e giornalista , noto per la sua battaglia anti-imperialista. Dopo aver lavorato per anni come ricercatore presso il Centro Nazionale Francese per la Ricerca Scientifica (CNRS) – dal 1971 al 2000 – Thion si è occupato prevalentemente di Vietnam e Cambogia (1) suscitando non poche perplessità tra gli storici sistemici d’oltralpe quando teorizzò che il genocidio attuato dai khmer rossi nell’ex colonia francese d’Indocina non avvenne come la storia ufficiale racconta bensì secondo metodologia e tecniche che si basavano su ragioni di purezza razziale.
Storico revisionista Thion è sempre stato apprezzato per i suoi scritti sulla cosiddetta controversia relativa al preteso/presunto “olocausto ebraico”. In merito ai fatti accaduti a metà anni Settanta così come su quanto successo in Europa durante l’ultimo conflitto mondiale Thion scrisse:

“La verità é che il genocidio, il massacro, la cancellazione di interi popoli o culture, e altre atrocità disumane, le torture, le corruzioni totali, e così via, sono parte integrante delle politiche di governo, di solito rivolte ai paesi stranieri. Non c’é altra legge che la legge della giungla. Se vogliamo cambiare la situazione, dobbiamo prima riformare le nostre leggi, privare le autorità  della loro immunità  politica, abolire la “Ragione di Stato” e il sistema del segreto di stato che copre tutti questi crimini. Se potessimo arrivare a raggiungere uno stadio in cui ogni funzionario vorrebbe essere giudicato in accordo con le stesse regole che si applicano a te e a me, a ogni altro essere umano, noi non avremmo bisogno di tutti questi straordinari concetti perché la regola comune é del tutto sufficiente.”.

Le sue tesi sulla frode olocaustica lo obbligarono alle dimissioni dal CNRS nel 2000 mentre due anni più tardi venne dichiarata colpevole per diffamazione in una controversia con lo scrittore Didier Daeninckx. Nel 2003 Thion fu dichiarato colpevole di falsificazione di testi con diritti d’autore, per riproduzione senza il permesso degli autori e radicali modifiche dei testi con propri commenti.

Ha collaborato con lo storico revisionista francese, Robert Faurisson (considerato il ‘padre’ di molti degli attuali storici revisionisti) e nel dicembre ha preso parte alla storica conferenza internazionale  promossa dall’ex Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Mahmood Ahmadinejad che tante polemiche e reazioni indignate provocò negli ambienti del Sionismo Internazionale per aver intaccato e messo in discussione – la prima volta che accade a livello planetario in un convegno organizzato a livello di autorità di Stato – la leggenda olocaustica.

Di Thion conserviamo vivo il ricordo del nostro incontro a Beirut, sulla centralissima rue Hamra dove – eravamo nel tardo settembre 2006 un mese dopo la fine dell’aggressione sionista contro il Libano – ci conoscemmo discutendo di politica, di questioni interne libanesi e vicino-orientali, sorseggiando un caffè assieme a questo storico ‘combattente’ ideologico anti-imperialista.

Accompagnato dalla moglie Thion era in Libano per un excursus post-bellico nella valle della Beka’à e nel martoriato sud del paese dei cedri. Ci vedemmo altre due/tre volte alcune fra queste ricordiamo in compagnia di comuni amici sciiti con i quali, in francese, discutemmo fino a tarda sera delle vicissitudini della situazione politica libanese mentre ci comunicava di essere in partenza, di lì a pochi mesi, per la capitale iraniana dov’era stato invitato per la suddetta conferenza revisionista.

Abbiamo avuto modo rientrati in Italia di parlare telefonicamente con questo intellettuale anti-conformista e controcorrente.

A noi ci piace ricordarlo così, con il sorriso sulle labbra, intento a discutere anche animosamente di politica.

E per omaggiarlo citiamo una lista delle sue opere storiche dedicate al revisionismo olocaustico (2): vogliamo credere e pensare che questo nostro ricordo possa ancora fargli piacere.

Addio Serge, o forse – più semplicemente – arrivederci…

DAGOBERTO BELLUCCI

Note –
1) Tra le principali opere di Thion dedicate all’Indocina ricordiamo:

1971

1. [avec Jean-Claude Pomonti] Des Courtisans aux partisans, essai sur la crise cambodgienne, Paris, Gallimard, Coll. Idées, 374 p. bib., index.

1972

2. L’Indochine dans l’attente ; une société ravagée par trente années de guerre, Le Monde diplomatique, decembre 1972 : 1 et 11.

3. Paul Mus, observateur privilégié, Le Monde, 27 octobre 1972 : 19.

1973

4. La Question agraire en Indochine, CIS, Paris, No 54, janvier-juin : 31-60.

1976

5. Sur le Pourtour de l’Indonésie, , Paris, TM, No 363, octobre : 541-72.

1977

6. Réflexions sur quelques ouvrages concernant le Viét-Nam (1974-75), CNRS/GRS, Nanterre, 43 p.

7. [édition, introduction et bibliographie.] L’Angle de l’Asie, de Paul Mus, Paris, Hermann, 269 p.

8. The social classification of peasants in Vietnam, , New York, ATS, vol.2, No.3, décembre : 328-38.

1978

9. Current Research on Vietnam. Review Essay, Bulletin of Concerned Asian Scholars, 10 (4) : 60-9.

1979

10. The Cambodian Solution to the Third Indochina War, Cornell Review, Ithaca (NY), Nr. 6, été 1979 : 35-41.

11. La Troisiéme guerre d’Indochine, Esprit, No. 7-8, juillet-aout : 134-9.

1980Â

12. Cambodge : la catastrophe démographique, Libération, 17 septembre.

13. Le Cambodge, la presse et ses bàtes noires, Esprit, Paris, numéro 9, septembre : 95-111.

14. “The ingratitude of the crocodiles; the 1978 Cambodia “Black Paper””, Bulletin of Concerned Asian Scholars, oct-sept 1980 , 12 (4) : 38-54.

1981

15. [avec Ben Kiernan], Khmers rouges! Matériaux pour l’histoire du communisme au Cambodge, Paris, ,J.E. Hallier/Albin Michel, 396 p. bib., index, cartes.

16. Paul Mus (1902–1969), in Hommes et Destins, Paris, Académie des Sciences d’Outremer, tome iv : 531-3.

17. Les Réformes agraires d’inspiration américaine au Sud Viét–Nam, in Histoire de l’Asie du Sud–Est, révoltes, réformes, revolutions, èdité par Pierre Brocheux, Lille, Presses Universitaires de Lille : 125-38.

1983

18. Cambodge : problémes de la reconstruction, ASEMI, Paris, 1983, No 13, 1-4 : 395-419.

19. “The Cambodia idea of Revolution” in David P. Chandler and Ben Kiernan(eds), Revolution and its Aftermath in Kampuchea : Eight Essays, New Haven, Yale University, Southeast Asia Studies : 10-33

20. “Chronology of Khmer Communism” in David P. Chandler and Ben Kiernan(eds), Revolution  : 291-319.

1985

21. [compte rendu des livres de] W. Ashmoneit, T. Carney, H. Penford, W. Grabowski, [sur le Cambodge] ASEMI, n.15, 1-4, 1985 : 465, 471-4 et 491-2.

22. “Quelques commentaires épars”, ASEMI, No.15, 1-4 : 448-56.

23. “The pattern of cambodian politics” IJP, 13, n°3 : 110-130.

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1988

24. “Remodeling Broken Images: Manipulation of Identities. Towards and Beyond the Nation, An Asian Perspective”, traduit par Karen Turnbull, in Ethnicities and Nations Processes of Interethnic Relations in Latin America, Southeast Asia, and the Pacific, edited by R. Guidieri, F. Pellizzi and S. J. Tambiah, Houston (Texas), Rothko Chapel : 229-58.

1989Â

25. “Quel avenir pour le Cambodge?”, Sudestasie, Paris, décembre, No 60 : 30-33.

26. “Cambodge: dix ans de survie”, CA (csea), Paris, No 23, 16 janvier : 6-9.

27. “Quelques constantes de la vie politique cambodgienne”, in Affaires Cambodgiennes, 1979–1989, Asie–Débat, No 5, Paris, 1989, L’Harmattan : 224-47.

1993

28. Meaning of a Museum, PPP, 2, 18, August 27-September 9 : 6.

29. Failure in Cambodia, FEER, Hong Kong, nrº156, 3, 21 janvier : 28.

30. Watching Cambodia. Ten Paths to Enter the CambodianTangle, Bangkok, White Lotus, xxv-290p., bib., index.

1994

31. Explaining Cambodia : A review essai, Canberra, Australian National University, working paper nr° 11, 54 p.

2013

32. (avec Elizabeth Guthrie), “Quelle est la religion des Khmers? “, Péninsule, no 65, 2012 (2) : 201-215.

2) Tra i volumi di Thion sul revisionismo olocaustico e di storia segnaliamo:

– “Il caso Faurisson e il revisionismo olocaustico”, Ediz. ‘Graphos’ , Genova 1997  (con testi di Noam Chomsky , Robert Faurisson, Serge Thion);
– “Verite historique ou verite politique:  Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres a gas”, Ediz. ‘La Vielle Taupe’ , Parigi, 1980;
– “Sul terrorismo israeliano”, Ediz. ‘Graphos’ , Genova 2004 (a cura di S. Thion);
– “Le Pouvoir pale ou le racisme sud-africain” , Ediz. du Seuil, 1969;
– “Breve storia del revisionismo olocaustico”, 2010;
– “Historische Wahrheit oder Politische Wahrheit? oder Die Macht der Medien: der Fall Faurisson”, 1994;