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Siria – Dal caos costruttivo di Obama al caos mentale e strategico di Trump

8 Apr

di Dagoberto Bellucci – 08/04/2017

 

Siria – Dal caos costruttivo di Obama al caos mentale e strategico di Trump

 

 

Gli ultimissimi sviluppi della situazione siriana richiedono una ricognizione d’analisi su quella che oramai da oltre sei anni è l’interminabile guerra creata ad hoc per destabilizzare la Repubblica Araba Siriana, unico baluardo assieme al movimento libanese di Hezb’Allah alle mire imperialistiche sioniste nella regione del Vicino Oriente.
La Siria torna dunque al centro dell’attenzione della politica mondiale e, con la risposta statunitense all’attacco chimico su Idlib, prepotentemente si affaccia nell’agenda della nuova amministrazione Trump.
In realtà la situazione militare in Siria si era dimostrata dinamica fin dai primi di marzo. Dopo la conquista di Aleppo da parte delle forze lealiste – sostenute dall’aviazione russa e dalle milizie sciite – la diplomazia internazionale per tre mesi ha cercato di dare una soluzione al dramma siriano senza riuscirvi: troppe le fazioni antagoniste, troppi gli interessi contrapposti, troppi gli attori regionali e globali militarmente presenti sullo scenario siriano.
A questa realtà fattuale che ha visto inutilmente contrapposte le milizie anti-Assad alle forze regolari (le prime sostenute da gran parte dei paesi arabi confinanti, dalla Turchia – almeno fino all’estate scorsa – e dal fronte occidentale; le seconde aiutate da Russia, Iran e Hezb’Allah) si è andata sommando una naturale fase di stallo coincidente con l’instaurazione della nuova amministrazione Trump negli USA.
Un’amministrazione che in soli tre mesi è riuscita ad inimicarsi praticamente l’intero resto del pianeta: poche idee quelle dell’uomo nuovo alla Casa Bianca , ma tutte confuse, disordinate, irresponsabilmente caotiche.
Siamo passati da otto anni di amministrazione Obama – molto criticata in politica interna da ampie fasce della società statunitense – ai 100 giorni scarsi di Trump.
Qualcuno potrebbe certamente sottolineare come sia difficile stilare un giudizio sui primi cento giorni del miliardario alla White House ma, anche dalle azzardatissime mosse delle ultime ore, risulta improbabile che qualcosa nella politica estera a stelle e strisce possa realmente mutare come , stoltamente, avevano paventato ampi settori dell’opinione pubblica mondiale.
Chi si aspettava un’America ‘isolazionista’ in politica estera ne resterà deluso né, viste le premesse, poteva esser diversamente: al di là che chiunque sia chiamato a guidare un’amministrazione americana non avrà mai realmente alcun potere decisionale (non lo aveva Obama né i vari Bush, Clinton, Bush senior, Reagan prima di Trump, non lo avrà nemmeno Trump) già dalle scelte della squadra di governo si erano capite le mosse che in politica estera sarebbero state seguite dal Tycoon: con l’intronizzazione di un ultra-sionista quale David Friedman ambasciatore in Palestina, con la mano sempre tesa verso Israele e le rinnovate garanzie di sostegno finanziario all’entità criminale sionista la situazione non poteva essere diversa da quella che è.
Neanche venticinque giorni or sono proprio i sionisti avevano attaccato con propri caccia militari obiettivi in territorio siriano , probabilmente riconducibili alle milizie Hezb’Allah operanti da anni al fianco delle truppe di Assad.
Gli aerei israeliani entrati in territorio siriano sono stati bersagliati dalla reazione della contraerea siriana.
Questo brevissimo ma pericolosissimo scambio di colpi tra l’artiglieria siriana e l’aviazione sionista ha rappresentato il più grave e deliberato attacco portato dagli aerei di Tel Aviv in territorio siriano negli ultimi anni.
La Siria ha immediatamente richiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per quella che è stata definita una violazione dello spazio aereo siriano: inutilmente in quanto ad Israele viene permesso di fare ciò che a chiunque altro sarebbe rinfacciato.
Lo scambio di colpi tra Siria e entità sionista ha interessato anche le batterie contraeree siriane: alcuni missili terra aria dell’esercito di Assad hanno oltrepassato il confine Israeliano ed hanno innescato gli allarmi antimissile nella parte est e nord di Israele mentre nella notte del 18 marzo scorso l’esercito siriano in reazione all’attacco israeliano ha lanciato un missile balistico dalla Siria verso il territorio palestinese sotto occupazione.
Secondo quanto affermarono le forze israeliane (IDF) il sarebbe stato abbattuto dal sistema antimissile di Gerusalemme.
Tutte le ricostruzioni dell’accaduto dimostrano che a cadere in territorio israeliano sia stato un missile antiaereo SA-5.
Queste scaramucce al confine con la Palestina hanno fatto seguito ai due attacchi terroristici che hanno colpito la capitale Damasco nella giornata del 16 marzo scorso (sesto anniversario dell’inizio del conflitto civile siriano) quando due kamikaze imbottiti d’esplosivo hanno attaccato il palazzo di giustizia nel centro della città ed un ristorante nel quartiere di Rabweh.
Lo scenario precedente all’attacco con armi chimiche di martedì 5 aprile scorso dunque era quello di un paese ancora in mezzo al caos. Un caos creato ad arte, costruito settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno che ha rappresentato il tentativo da parte dell’amministrazione Obama di scardinare il legittimo governo siriano ed il suo presidente Bashar al Assad contando sull’entusiasmo suscitato in gran parte del mondo arabo da quelle che furono definite, un po’ troppo enfaticamente e ampollosamente dalla stampa occidentale, come le ‘primavere arabe’ e che, nel giro di pochi mesi, videro la caduta dei regimi di Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto e soprattutto Gheddafi in Libia.
Venne creata un’opposizione , alimentata dal tam tam dei social netwoork e sostenuta dai media occidentali, furono reclutati i peggiori tagliagole della galassia islamista (wahabita, salafita, al-qaedista) e si lasciò scatenare contro la Siria ed i suoi cittadini inermi quello che le più ‘raffinate’ teste d’uovo dell’amministrazione Obama e dei diversi centri studi strategici statunitensi definirono, eufemisticamente o meno, come il “caos costruttivo” sul modello di quanto già applicato negli anni Settanta ed Ottanta nel Libano sconvolto da quindici anni di conflitto civile e, dal 2003 fino ai giorni nostri, nel martoriato Irak del post-Saddam Hussein.
Identiche le strategie, identici i protagonisti e gli attori messi in scena dagli alchimisti della politica estera di Washington a recitare a copione: fondamentalisti sunniti, mercenari al-qaedisti, reclutatori salafiti e aspiranti martiri dell’armata Brancaleone sunnita legata a doppio filo all’America, alla Gran Bretagna, alle politiche occidentali tutte tese ad abbattere con ogni mezzo il “dittatore” Assad , che i media europei ed occidentali hanno tratteggiato da sei anni con qualunque epiteto sostenendo a spada tratta la cosiddetta ‘opposizione democratica’ siriana (così ce l’hanno presentata per mesi) che di ‘democratico’ non aveva niente e di siriano ancora meno.
Gli aspiranti ‘oppositori democratici’ in realtà rappresentavano la peggior feccia reclutata nei quattro angoli del mondo islamico tra esaltati wahabiti, fanatici radicali salafiti, appartenenti ad entità e movimenti dalla mai chiara identità né religiosa né politica ma tutti collegati a doppio filo, in un modo o nell’altro, e finanziati dal gigante del mondo arabo, l’Arabia Saudita, e dagli staterelli-fantoccio delle petrolmonarchie del Golfo (Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait) ai quali sono andati progressivamente affiancandosi la Turchia di Erdogan e gli altri paesi del fronte arabo moderato filo-occidentale (dalla Giordania all’Egitto, dal Marocco alla Tunisia).
L’intervento militare russo di un anno fa ha riequilibrato infine le sorti del conflitto a favore delle truppe lealiste al fianco delle quali si erano già schierate le milizie sciite libanesi e l’Iran.
Trump, che in campagna elettorale aveva promesso un avvicinamento sostanziale alla Russia di Vladimir Putin e un più deciso intervento contro l’ultima creazione del ‘caos costruttivo’ a stelle e strisce – l’ISIS (ossia il sedicente califfato ‘nero’ o ‘Stato Islamico della Siria e del Levante’) ennesimo mostro da laboratorio creato dagli alchimisti stregoni statunitensi e sionisti e da tre anni preteso ‘spauracchio’ dell’intero globo, nuovo netwoork del terrore globale ed ulteriore ‘sigla’ sotto la quale chiamare a raccolta tutti i disturbati, i fanatici, gli allucinati del pianeta dando – com’è accaduto per molti degli attentatori suicidi che hanno colpito negli ultimi anni l’Europa – loro una patina di ‘islamicità’ fai da te , una spruzzata di fondamentalismo in salsa nostrana e quell’alone minaccioso da ‘vendicatori’ e ‘cani sciolti’ (un “Islam” americano…molto pittoresco e dai tratti caricaturali che ‘raccatta’ nelle banlieu delle capitali occidentali sbandati, drogati, emarginati, teppistelli da strada, fruitori di musica rap e anfetamine, spacciatori e papponi….decisamente non propriamente il cliché del credente islamico ma questo ci sta nella società dell’assurdo dell’Occidente) che tanto serve a realizzare inutili servizi televisivi, alimentando infiniti ed inutili dibattiti e soprattutto favorendo una altrettanto demenziale quanto odiosa reazione xenofoba anti-islamica di cui sono un segnale le affermazioni elettorali dei partiti e movimenti d’estrema destra dalla Francia all’Olanda, dalla Germania all’Austria e nel resto del continente.
Trump l’isolazionista che, ci hanno ‘raccontato’ in questi mesi, avrebbe riportato l’America a guardare maggiormente ai propri problemi interni cominciando da quelli dell’economia.
Finora i provvedimenti presi dal tycoon hanno praticamente favorito solo ed esclusivamente reazioni di manifesta ostilità (dai latino-americani ai musulmani, dalla Cina all’Iran all’Unione Europea) inimicandosi ulteriormente e quanto più possibile Nord Corea, Iran e – dopo questi ultimi avvenimenti in terra siriana – probabilmente la stessa Russia.
Vediamo di ricostruire queste ultime 72 ore:martedì mattina nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, almeno 74 persone sono rimaste uccise in quello che, secondo filmati e foto diffuse immediatamente a livello planetario, risulta esser stato un bombardamento chimico.
Ufficialmente tutte le parti in conflitto hanno preso le distanze da un eccidio così odioso.
Eppure non è la prima volta che durante il conflitto siriano sono state denunciate violazioni sull’uso di sostanze chimiche.
A distanza di tre giorni dall’accaduto non è ancora possibile stabilire con certezza la sostanza usata, anche se i sintomi sofferti dalle persone ferite – gravi difficoltà respiratorie, schiuma alla bocca, vomito, tra gli altri – sembrano rafforzare l’ipotesi che sia stato il Sarin, un tipo di gas nervino.
Due le ipotesi subito diffuse dai media delle due fazioni: per i media occidentali le bombe con il sarin sarebbero state sganciate da aerei da guerra, probabilmente russi o del regime del presidente siriano Bashar al Assad, e hanno colpito la città di Khan Sheikhun, che è ancora sotto il controllo dei ribelli.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani – un’organizzazione vicina ai ribelli con sede a Londra – ha detto che molte delle persone uccise erano civili.
Diversa la versione offerta dalle autorità di Damasco e dalle agenzia di stampa russe: secondo il governo siriano non sarebbe stato effettuato alcun bombardamento sulla cittadina di Khan Sheikhun mentre i gas chimici proverrebbero da depositi dei ribelli.
Immediatamente il presidente americano Donald Trump ha diffuso un comunicato in cui accusa Assad ma sottolinea che le sue azioni sono “una conseguenza della debolezza e indecisione della scorsa amministrazione”, cioè quella di Barack Obama ; questo nelle prime ore dopo l’accaduto salvo poi, secondo i mass media di mezzo pianeta – “impressionato” e “scioccato” dalle immagini provenienti dalla cittadina siriana – modificare radicalmente il proprio atteggiamento, sparlare di ‘linee rosse’ più o meno invalicabili ed ordinare l’attacco di stanotte.
L’attacco di questa notte, alle 2,40 ora italiana (3,40 ora locale) ha visto il lancio di cinquantanove missili Tomahawk. contro la base militare siriana di Ash Sha’irat, nella provincia di Homs, nella Siria Occidentale, dalla quale – si presume perché di certo non c’è assolutamente niente solo la guerra della propaganda delle parti in lotta – sarebbero partiti gli aerei che lo scorso martedì avevano condotto l’attacco con armi chimiche contro la cittadina di Khan Sheikhoun. I missili sono stati lanciati da due cacciatorpediniere nel Mar Mediterraneo.
“Martedì il dittatore siriano ha condotto un orribile attacco chimico contro civili siriani innocenti – ha comunicato Donald Trump, dopo l’attacco -. Ha soffocato donne, bambini, uomini.
Una morte lenta e brutale. Stasera ho dato ordine di condurre una missione contro la Siria. É nell’interesse vitale degli Stati Uniti impedire che avvengano attacchi con queste orribili armi chimiche”
La televisione siriana ha definito l’attacco “una aggressione”.
La base siriana di Shayrat, nei pressi di Homs, è stata «significativamente» danneggiata dall’attacco americano di questa notte. «Tutti gli aerei sono fuori uso e si può dire che la base è stata completamente distrutta», ha dichiarato un impiegato, presente sul posto, all’agenzia russa Ria Novosti.
Pronta è arrivata anche l’ira del Presidente Putin per il quale si è trattato di una “azione da irresponsabili” mentre, come ovvio sia, sono arrivati i plausi di Arabia Saudita, Turchia e Israele.
Nel pomeriggio di ieri, giovedì 7 aprile, il segretario di Stato USA Rex Tillerson aveva affermato categoricamente che l’attacco chimico che martedì ha ucciso oltre 80 persone, fra le quali anche 22 bambini, era stato sicuramente condotto dalle forze del dittatore al-Assad.
Tillerson aveva anche chiarito che dopo una simile azione, non fosse più possibile immaginare che al-Assad rimanga alla guida della Siria smentendo quindi l’intera politica estera fino ad oggi sostenuta dal suo presidente, Trump, per il quale fino all’altro ieri, “Assad non era il problema” nella guerra in Siria ma “l’ISIS ed il terrorismo”.
Questo repentino cambio di posizione e conseguentemente di strategia, a seguito di un preteso attacco con armi chimiche sul quale molte sono le ombre, i dubbi, le domande che l’opinione pubblica internazionale dovrebbe porsi, risulta quanto mai sospetto: quasi si fosse voluto favorire una netta presa di distanza di Trump da pericolose e quantomeno irresponsabili politiche di avvicinamento alla Russia come da lui auspicato durante tutta la campagna elettorale ed in questi primi tre mesi da Presidente.
Il presidente Trump ha tenuto due riunioni del “consiglio di guerra” alla Casa Bianca, uno la sera di mercoledì e uno ieri pomeriggio dopo essere arrivato a Miami, dove oggi si tiene un summit bilaterale con il presidente cinese Xi Jinping.
Il Comitato di Difesa della Duma di Stato (la Camera bassa) russa afferma infine che l’attacco missilistico degli Stati Uniti contro la Siria potrebbe peggiorare i rapporti tra Mosca e Washington, nonché portare a un ampliamento dei conflitti armati in Medio Oriente. Lo riportano i media russi.
L’attacco americano contro la base aerea siriana infatti «potrebbe essere visto come un atto di aggressione degli Stati Uniti contro una nazione Onu», ha detto Viktor Ozerov, capo della commissione esteri e sicurezza della Camera alta del parlamento di Mosca, preannunciando la convocazione urgente da parte di Mosca del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
«L’attacco potrebbe minare la lotta contro il terrorismo», ha aggiunto Ozerov citato dalla Ria Novosti.
Qualcosa dell’attacco con armi chimiche di martedì non quadra.
E quadra ancora meno questa celerissima mutazione di politica estera sulla Siria da parte del nuovo inquilino della Casa Bianca.
Che se non sarà propriamente l’uomo politicamente più influente del pianeta di certo ha delle responsabilità da prendere per il prossimo futuro. Lui o chi, al di sopra della sua amministrazione, per lui.
Dal “caos costruttivo” di Obama siamo passati al caos mentale di un Presidente che sembra mutare opinione non soltanto troppo repentinamente ma anche, soprattutto, troppo stranamente.
Chi governa realmente l’America? É questo che dovrebbero chiedersi oggi i molti che pretendevano da Trump improbabili, anzi impossibili, cambi di rotta.

Recensione Libraria – Titus Burckhardt : “L’Uomo Universale”

14 Mar
Recensione Libraria – Titus Burckhardt : “L’Uomo Universale”
“Là ove la Conoscenza s’unisce al proprio essere, e dove l’Essere conosce sé nella sua immutabile attualità, non si ragiona più dell’uomo. Lo spirito in proporzione al suo profondarsi in tale condizione, si fa identico, non all’uomo individuale, ma all’Uomo universale (al-insàn al-kàmil), che costituisce l’unità intrinseca d’ogni creatura. L’Uomo universale è il tutto; per trasponimento dall’invdividuale all’universale lo si denomina “uomo”; essenzialmente, è il prototipo eterno, illimitato e divino di tutti gli esseri.”

(Dall’introduzione dell’Autore)

Titus Burckhardt ci introduce  ad una ricognizione analitica sul Sufismo islamico in questa traduzione di alcuni dei più importanti testi dell’opera del sufi ‘Abd al- Karìm al Jìlì.
“Al-insàn al kàmil” in arabo “L’Uomo Universale” viene considerata come una delle principali opere di sufismo di colui che nel mondo arabo e islamico viene designato come il prosecutore degli insegnamenti del grande metafisico Muhyi-d-dìn ibn Arabi.
Nato nell’anno 1366 d.C. (767 dell’egira, era islamica) Al Jìlì ci istruisce così su alcuni dei punti essenziali delle scuole sufi che nell’Islam hanno rappresentato il naturale ponte di congiunzione tra la sapienza tradizionale primordiale e la dottrina trascendente di derivazione coranica. A questa funzione se ne può aggiungere un’altra: quello di essere il naturale trade d’union tra il maggioritario islam sunnita e la scuola sciita duodecimana (‘Ahl ul Bayt = le Genti della Casa della famiglia del Nobile Profeta Mohammad).
Nella sua introduzione l’autore definisce il Sufismo come “mistica musulmana” il cui fine è la conoscenza metafisica “la cui natura intima è un “mistero” che non può dunque venire completamente comunicata con la parola (…) La logic non può delimitarla; per contro… eccelle sulla ragione”.
In quanto conoscenza metafisica può essere acquisita non attraverso il cervello, non mediante l’intelletto “bensì il cuore , dove conoscenza ed essere s’incontrano”.
Perciò colui che è alla cerca di una conoscenza d’ordine tradizionale  dovrà prima di ogni altra cosa acquisire una predisposizione, una vocatio, la quale sola potrà guidarlo – attraverso la dottrina e la fede, ma anche mediante una catena iniziatica di trasmissione, un maestro o una scuola ortodossa, i riti e le funzioni sia esoteriche che exoteriche – verso l’Idea , la quale origina da un Principio.
Tale Idea, esteriorizzata nella forma dottrinaria, rappresenta la ‘conoscenza’ esteriore; mentre l’essere “si rifletterà in un atteggiamento qualitativo dell’anima”.
L’autore ci illumina circa il ruolo e la funzione dell’Uomo universale: egli stesso è “il simbolo completo di Dio” e l’idea stessa di Uomo universale “procede anzitutto da una prospettiva strettamente connessa all’attuazione spirituale, e ne sarà come il modello permanente” così che egli possa unirsi al suo Creatore nell’Unità divina (è questo il senso di un hadit secondo il quale “nessuno incontrerà Dio prima d’aver incontrato il Profeta”.
Unità divina che è la base sulla quale viene costruita l’intera dottrina islamica e sulla quale si fonda il monoteismo musulmano il quale – lungi dal costituire una pura e semplice prosecuzione arco-temporale ed un continuum metafisico dell’esperienza e della tradizione giudeo-cristiana – disegna un corpus dogmatico-dottrinario nel quale dominato da questo concetto di Unità e Unicità Divine.
“L’idea dominante del Sufismo, in armonia con il Corano, è l’Unità divina. – scrive l’autore – Pertanto, tutto quello che l’unità logicamente comporta può venire trasposto nella Realtà divina, ad esclusione tuttavia dell’unità semplicemente aritmetica o quantitativa che è il riflesso rovesciato dell’Unità principiale. D’un canto l’unità esprime l’indistinzione, la “non dualità” o “non alterità”; dall’altro è il principio stesso della distinzione; poiché un essere – o una cosa – si diversifica dalle altre a motivo della sua natura “unica”. Perciò Abd al Karim al Jìlì denomina Unità (al-ahadiyah) il supremo aspetto di Dio che invero non è un “aspetto” anzi l’assoluta assenza di ogni aspetto o di qualsiasi qualità distintiva, mentre nomina Unicità (al-wàhidiyah) il primo aspetto della Divinità che è insieme sintesi di tutte le realtà e loro principio di distinzione, giacchè Essa  è unica sia in ciascuna che in tutte.”.
Così se prendiamo quale immagine simbolica il Sole, possiamo affermare che le Qualità divine sono simili ai raggi necessari veicoli di trasmissione di un’entità che risulta “troppo abbacinante per essere fissato direttamente” ; raggi che traversano le visioni relative per il cui tramite l’individuo può avvicinarsi all’Assoluto divino.
“Le Qualità divine in sé sfuggono alla conoscenza razionale – ci dice il Maestro al Jìlì – ; sono concepibili soltanto nelle vestigia mentali, e somigliano per così dire ad “astrazioni” in relazione alle cose concrete. In realtà le Qualità universali sono davvero “non esistenti” bell’ambito individuale, benché gli oggetti individuali le palesino,” analogamente per l’intuizione individuale le cose individuali saranno sempre la rappresentazione di concetti provvisori, relativi,incompleti di fronte alle Qualità divine.
“In una successione di capitoli, il primo dei quali è la “Risonanza della Campana” e l’ultimo il “Sinai e il Libro scritto”, Jìlì contempla le modalità della rivelazione nell’accezione del Corano” il quale fa menzione di tre appellativi con i quali si identifica il Libro Sacro, libro increato disceso per Volontà Divina; questi appellativi sono:
– la “Madre del Libro” (umm al Kitab);
– la Recitazione (al-qur’àn);
– la Discriminazione ( al-furqàn)
i quali rappresentano rispettivamente il Libro Sacro come prototipo eterno del Corano, la rivelazione uditiva e la Legge sacra. Questi aspetti metastorici del Corano, caratteristiche atemporali di un Libro che è manifestazione dell’Assoluto, lo ricollegano alla Torà e al Vangelo “in virtù d’una concatenazione ciclica che vuole ciascuna rivelazione , necessariamente limitata nella forma – non nell’essenza – compensata da un’altra.”.
E’ in questo modo che “la forma di ‘espressione’ rappresentata dall’Islam venne vocata a reintegrare le due “deviazioni”, giudaica e cristiana, essendo il suo compito, giusta le parole medesime del Corano, quella di una “religione di mezzo” e di un ritorno alla purità primeva della tradizione di Abramo”.
Concludiamo questa breve recensione ricordando con il sacro Corano che “Dio guida alla Sua luce chi vuole; Dio propone simboli agli uomini, ed Egli conosce ogni cosa”  (Corano  , Sura XXIV, Versetto 35).
DAGOBERTO BELLUCCI

Recensione Libraria – Julius Evola: “Simboli della Tradizione Occidentale”

10 Mar
“Pur tenendo presente che i simboli – qualunque essi siano – non possono né debbono essere considerati il monopolio di nessuna stirpe né di alcuna corrente religiosa o spirituale, in quanto hanno un valore universale ed eterno, (…) , il valore per noi occidentali dei simboli qui evocati da Evola risiede proprio nell’essere stati incarnati e vissuti da un tipo d’uomo e da un modello di civiltà finora, a nostro giudizio, ineguagliato nei secoli e continuo paradigma di tentativi e sforzi tenaci per riproporlo nel tempo: quel modello di Imperium che ancora all’epoca di Dante apparve come esempio perfetto di realizzazione integrale dell’umanità occidentale…”
( dalla premessa alla seconda edizione a cura del Prof. Renato Del Ponte )

 

Pubblicato una prima volta nel lontano 1977 e ri-edito undici anni più tardi per i titoli della “Arthos”  (poi Arktos) edizioni di Carmagnola (Torino) il presente testo rappresenta probabilmente una delle più riuscite e interessanti raccolte tematiche dedicate agli scritti evoliani in particolare questi articoli che si occupano specificamente della Tradizione Occidentale con particolare riferimento all’area italica.
Come sottolinea lucidamente il prof. Del Ponte nella sua introduzione alla seconda edizione alcune modifiche sono state apportate rispetto alla prima edizione; una scelta motivata dal fatto che – come abbiamo rilevato anche altrove – “determinate posizioni evoliane, troppo nette e ‘dualistiche’, avevano fatto il loro tempo, alla luce soprattutto dei risultati degli ultimi studi sulla tradizione romana in chiave storico-religiosa” i quali, ed è una sottolineatura a dir poco essenziale da parte del curatore del volume, “tendono se mai a conciliare in una visione unitaria ciò che in precedenza era sembrato costituire il campo di un perenne scontro metafisico. La funzione – prosegue Del Ponte – di Roma, infatti, nel Lazio dapprima, poi in Italia (e se si vuole anche nell’Impero) fu di ‘conciliazione degli opposti’ in una suprema unità imperiale…”.
La nuova edizione del 1988 contiene quattordici articoli così suddivisi:
–  sette sono ripresi dal quotidiano cremonese “Il Regime Fascista” – diretto dal 1926 al 1945 da Roberto Farinacci ed al quale collaborò, assieme ad Evola, anche Giovanni Preziosi – ;
–  tre provengono dal quindicinale “La Difesa della Razza” (1938-1943) di Telesio Interlandi;
–  uno dal mensile “Vita Nova” , direttore Leandro Arpinati;
–  uno dal mensile “La Vita Italiana” di Giovanni Preziosi;
–  uno dal quindicinale “Augustea”
ed uno, l’unico del dopoguerra, è tratto dal quotidiano napoletano “Roma”.
Dopo un preambolo intitolato “Fantasia e Conoscenza” il testo passa in rassegna alcuni dei più significativi simboli della tradizione occidentale particolarmente di quella romana così centrale ed essenziale nella mitostoria dell’antichità classica dell’Occidente.
Se Evola giustamente sostiene che “…sia l’antico Oriente, che l’Occidente in alcuni suoi periodi medioevali, conoscevano due grandi vie: l’Azione e la Contemplazione” definendole come le due forme legittime della cultura tradizionale (una caratterizzata dalla casta dei ‘guerrieri’ – ksatriya – l’altra da quella dei sacerdoti – brahmàna – alle quali si riferivano determinate e specifiche funzioni) ; la sua analisi intende affrontare quelli che identificherà come i principali simboli di dette funzioni partendo da un interessante e poco noto aspetto di ciò che furono i  “ludi” ossia i giochi nell’antichità classica occidentale , tanto in Grecia quanto a Roma.
“Ben si stupirebbe il moderno uomo di sport, quando gli si dicesse che ciò che nell’antichità poteva corrispondere allo sport (…) aveva un carattere sacro. – scrive l’autore – Ludorum primum initium procurandis religionibus datum , afferma Livio. Vi sarebbe stato pericolo a negligere i ‘sacra certamina’: se le casse dello Stato romano sono vuote, si possono semplificare i giuochi non già sopprimerli. La costituzione D’Urso fa obbligo ai duoviri e agli edili di celebrare i giuochi in onore degli dèi. Vitruvio vuole che ogni città abbia il suo teatro, “deorum immortalium diebus festis ludorum spectationibus”, e il presidente dei giuochi del Circo Massimo, in origine era identico al sacerdote di Cerere, Liber e Libera. (…) Una àgape, cui i ‘demoni’ erano invitati (invitatione daemonum) consacrava i ‘ludi’, riproducendo il valore di una “partecipazione” mistico-rituale.  (…) Res divinas dunque. Vediamo così apparire nei circhi romani numeri e simboli sacri. Ecco i “Tre” nella “ternae summitates metarum”, nelle “tres arae trinis Diis magnis potentibus valentibus” che Tertulliano riferisce alla Grande Triade dei Misteri Samotraci e, parimenti, nella triade delle madri della natura Seia, Segetia, Tutilina.”.

 

Ora dallo studio della funzione sacrale dei ludi in Grecia e a Roma , Evola estrae soprattutto un insegnamento circa il carattere di una sorta di vera e propria rievocazione celebrativa che in questi giochi avveniva in sostituzione di quella che , di norma, attendeva gli Eroi sui campi di battaglia.
E’ così che i giochi presso greci e romani assumevano valenze simboliche e rappresentative della morte sul campo di battaglia, di una morte eroica : i Giochi consacrati a Dèi e Eroi dovevano riattivare i contatti con quei fenomeni della natura e quelle forze proprie di un mondo – che era quello dell’aldilà .- abitato da Potenze oscure verso le quali si tendeva con ogni genere di celebrazione a placare l’ira (è questo d’altronde anche il significato del Mundus Cereris , una fossa ritenuta il vero confine , sorta di limes, fra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti. Questa fossa, di forma circolare posta al centro dell’Urbe, in un’area denominata Comizio all’interno del Foro, stava a ricordare la volta celeste e l’universo tutto, era chiusa da una pietra e rimaneva sigillata per tutto l’anno ad eccezione di tre giorni (il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre) durante i quali “mundus patet”, ovvero il mondo veniva aperto, mettendo così in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. L’apertura del “mundus” stabiliva una comunicazione effettiva, visibile, tra i tre mondi (celeste, terreno ed infero), nel luogo stesso dove questi si congiungevano. La pietra che chiudeva l’accesso al mondo sotterraneo dei morti, regno di Plutone e Proserpina, era detta “lapis manalis” perché da lì passavano i Mani, ovvero le anime dei morti buoni, dei “parentes”, delle persone di famiglia dalle quali ci si aspettava protezione e benevolenza dall’aldilà) ; il tutto attraverso il potere delle analogie così fondamentale  nella maggior parte dei culti e dei rituali dell’antichità.
L’Eroe dei giochi trasfigurava l’eroe che trovava la morte sul campo di battaglia: vincere i Ludi, diventare ‘Eroe’ poteva portarlo a vincere l’Ade conquistando una gloria eterna secondo il modello della “verità guerriera” occidentale.
“Nel sarcofago di Haghia Triada, nel bassorilievo del carro greco-etrusco di Monteleone, nelle steli di Bologna – son sempre le immagini  della “morte trionfale” che ricorrono. – commenta Evola – Vittorie alate coprono le porte dell’Ade o sostengono il medaglione del morto. Presso alla celebrazione pindarica della divinità dei lottatori trionfali, in Grecia gli Enàgoni e i Pròmachi divengono Dèi mistici, condottieri delle anime all’immortalità. Ogni Nike nell’orfismo diviene simbolo della vittoria dell’anima sul corpo – ed “eroe” viene chiamato chi ha subito l’iniziazione, eroe di una lotta tragica e senza sosta.”.
Un articolo dedicato al fascio littorio dopo una disamina simbolica di alcune tradizioni d’Oriente e d’Occidente sottolinea l’italicità propria del simbolo in questione: dodici sono le verghe del Fascio romano il quale venne ripreso dall’Etruria.
Scrive Evola: “Il fascio romano si componeva di due elementi: appunto delle dodici verghe – e di un’ascia, che talvolta è un’ascia bicuspide, proprio come l’ascia preistorica che si trova già nelle tracce neolitiche e fors’anche paleolitiche; come quella dei conquistatori ‘iperborei’ , nei quali si accompagnava col segno della rinascita, l'”uomo dalle braccia levate”.”
L’ascia è un simbolo eroico e sacro che ‘separa’ , chiude un’epoca e apre in maniera trionfale un nuovo ciclo, una nuova creazione, un nuovo anno.
Altresì l’Ascia è un simbolo tipicamente nordico-ario , appartiene di diritto a quei cinque simboli riconosciuti come tipici di una identità etnica e di una civiltà che legittimamente Evola preferisce chiamare ‘iperborea’ : la civiltà dei popoli indoeuropei che crearono i grandi imperi dell’antica India, dell’Iran, della prima Ellade, di Roma.
L’ascia vi appartiene al pari del Lupo, del Cigno, dell’Aquila e della Croce radiata.
Così un nuovo articolo, dedicato all’aquila, stabilisce che questo simbolo ” ha un carattere tradizionale in senso superiore…(…) spiccatamente ‘olimpico’ ed eroico,,, “.
Precisa Evola: “Circa il carattere ‘olimpico’ del simbolismo dell’aquila, esso risulta già direttamente dal fatto, che quest’animale fu sacro al Dio olimpico per eccellenza, a Zeus, il quale a sua volta non è che la particolare figurazione ario-ellenica (e poi come Jupiter , ario-romana) della divinità della luce e della regalità venerata da tutti i rami della famiglia aria. A Zeus fu connesso a sua volta un altro simbolo, quello della folgore, cosa che va ricordata, perché vedremo che per tal via esso va a completare non di rida il simbolismo stesso dell’aquila. Ricordiamo anche un altro punto: secondo l’antica visione aria del mondo, l’elemento ‘olimpico’ si definisce soprattutto nella sua antitesi rispetto a quello titanico, tellurico ed anche premeteico. Ora, proprio con la folgore Zeus abbatte , nel mito, i titani. Negli Arii, che vivevano ogni lotta come una specie di riflesso della lotta metafisica fra le forze olimpiche e le forze titaniche, essi stessi considerandosi una specie di milizia delle prime, vediamo peraltro aquila e folgore come simboli e insegni che racchiudono, per tal via, un significato profondo e generalmente trascurato.”.
Segue un articolo dedicato alla ‘croce uncinata’  – che Evola riporta anche alla Gletscherkreuz, la croce dei ghiacciai, apparsa sul finire dell’epoca glaciale all’inizio delle emigrazioni della razza iperborea – ; un simbolo tipicamente solare e rappresentazione dell’elemento fuoco così come ,stilisticamente, rappresenta ill moto di rotazione dell’astro diurno.
La croce uncinata , scrive Evola, “la ritroviamo p. es. come segno di Vishnu e in oggetti rituali preistorici, legati a culti ‘uranici’ (cioè celesti), quali p. es. quello della folgore. (…) Esso è, anche, un simbolo ‘polare’.”.
Dopo un articolo dedicato al Natale Solare (la data natalizia a Roma era in connessione con la rinascita del sole, dio invitto e quindi Natalis Solis Invicti) –  nel quale Evola sottolinea come l’albero tradizionale ancor oggi utilizzato per la celebrazione natalizia sia un “sempre verde”, semper virens, cioè ricavato da pianta che non muore durante l’inverno ed è l’esatta riproduzione di quanto simbolicamente viene rappresentato in tutte le dottrine tradizionale dall’Albero Cosmico o Albero della Vita o Albero del Mondo (si veda in proposito l’appendice al nostro “Israele contro Roma”, Ediz. “Noctua, Molfetta (Bari) 2016) -; segue un altro articolo dedicato all’origine del nome Italia che, secondo Franz Altheim, significherebbe “il paese dei bovi” o dei “tori” essendo attestato un culto al dio-toro e la sua presenza nell’arte figurativa e funeraria.
“Le testimonianze circa il dio-toro in Italia si estendono, peraltro, all’Etruria e particolarmente alla Sardegna, mentre a Roma ne sussistettero delle tracce, per esempio nel nome di alcune genti (la gens Vitellia) e in ludi rituali con tori e sacrifici di tori, gli antichi taurii ludi attestati da frammenti di iscrizioni e offerti agli dèi inferi.”.
Un articolo è dedicato al dio Giano (al quale abbiamo dedicato uno dei nostri più recenti interventi scrittori nel presente spazio) , e tre più o meno attinenti allo stesso soggetto ossia al navigare come simbolo eroico, al vascello fantasma e a “l’olandese volante” come visione sui mari mentre concludono la serie di scritti dedicati alla tradizione occidentale un breve articolo dedicato al Guerrin Meschino ed un ultimo dedicato al numero tredici e a l’eletto.
Volume agile e allo stesso tempo denso di sapienza tradizionale questa incursione evoliana nei culti e nei simboli dell’Occidente potrà essere e rappresentare un valido supporto a quanti siano alla cerca di risposte o, più semplicemente, di conferme relative alla propria identità ed alle origini arcaiche iperborico-nordiche dell’Europa.
DAGOBERTO BELLUCCI
Julius Evola  . “Simboli della tradizione occidentale” , Ediz. ‘Arktos’ , Carmagnola (Torino)  1988;.