Libano: un perimetro geo-strategico incandescente

19 Dic

 

 

di Dagoberto Bellucci

 

 

“La dichiarazione di guerra dei sauditi contro il Libano ed Hezballah è palese”

(Sayyed Hassan Nasrallah, Segretario Generale del partito sciita libanese in occasione dell’anniversario dell’Asciurà , 9 novembre 2017)

 

 

 

La situazione politica libanese rimane piuttosto caotica dopo il rientro in patria del premier Saad Hariri e la sua permanenza più o meno forzata in Arabia Saudita. Ricapitoliamo un attimo per il lettore: il 4 novembre scorso Hariri, in visita a Riad (capitale saudita) annunciò clamorosamente le proprie dimissioni da presidente del consiglio dei ministri del paese dei cedri. Questa decisione suscitò immediatamente molte perplessità e non pochi timori che il Libano potesse rimanere senza un esecutivo precipitando in una pericolosissima crisi politica: Hariri lasciava un vuoto di potere impensabile lanciando accuse pesantissime nei confronti dell’Iran chiamando in causa – più o meno velatamente – il movimento sciita di Sayyed Hassan Nasrallah con allusioni circa un eventuale coinvolgimento di Hizb’Allah nell’assassinio, dodici anni fa, di suo padre Rafiq.

Hariri durante il video-messaggio trasmesso in diretta dalla tv saudita appariva come ostaggio dei suoi principali alleati e grandi sostenitori nella regione ossia la monarchia dei Saud che domina, attraverso le immense ricchezze petrolifere, la politica della stragrande maggioranza del fronte arabo e islamico sunnita e che, sovente, si è ritrovata invischiata indirettamente in affari alquanto loschi legati al finanziamento di organizzazioni terroristiche sparpagliate nei quattro angoli del ‘pianeta Islam’.

Dopo una visita a Parigi ed un incontro all’Eliseo con il Presidente francese Emmanuel Macron e al Cairo con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi infine Hariri junior ha deciso di rientrare nell’ovile: rientro in sordina per quanto accolto festosamente dai sostenitori del suo partito-movimento della ‘Corrente Futura’ scesi in piazza il 21 novembre scorso per accogliere il loro leader.

 

Evidentemente meglio consigliato da Macron e al Sisi, Sa’ad Hariri ha optato per ritornare in patria, lasciando comunque troppi ‘rumors’ sulla propria permanenza ‘forzata’ in terra saudita. La maggioranza dei politici e degli analisti di politica libanese ritengono che le sue dimissioni siano state determinate dalla famiglia reale saudita per alzare ulteriormente il livello dello scontro contro la Repubblica Islamica dell’Iran ed i suoi alleati (il movimento Hizb’Allah a Beirut ma anche il governo di Bashar al Assad a Damasco).

Riad ha lasciato al suo ‘pupillo’ libanese Hariri l’onere di sparlare di ‘complotti’, ‘intromissioni’, ‘interferenze’ iraniani contro il paese dei cedri inventandosi di sana pianta “piani destabilizzanti” e “tentativi di assassinio” che sarebbero stati orditi da Teheran contro la sua persona. Questo mentre Hariri era alla guida di un esecutivo di intesa nazionale al quale prende parte il partito sciita filo-iraniano di Nasrallah. La reazione di Nasrallah e dei principali partiti di governo fu piuttosto unanime: Hariri era prigioniero dei sauditi a Riad che lo stavano manovrando come si manipola un pupazzo, utilizzando per i propri sporchi giochi sediziosi e per la propria storica politica di intromissione nella vita politica libanese. Al lato di Hizb’Allah il Presidente Libanese, il Gen. Michel Aoun, aveva sostenuto che non avrebbe mai accettato dimissioni ‘fermo posta’ di un premier latitante se queste non gli fossero consegnate direttamente di persona.

Ad Hariri non rimaneva che la strada di un mesto rientro in patria malgrado le manifestazioni di piazza dei suoi rimaneva una pessima figuraccia contrassegnata oltretutto dalla evidente intromissione saudita sulla vita politica libanese.

Chi di complotto ferisce di complotto perisce era l’impressione generale suscitata da questa vicenda: a Riad i governanti sauditi hanno voluto ‘tastare il terreno’ libanese per valutare le reazioni e quale linea adottare nei confronti della situazione politica nel paese dei cedri? O semplicemente si è trattato di una mossa ad hoc per ribadire la propria influenza sull’alleato Hariri e sulla comunità sunnita di quel martoriato paese troppe volte al centro dei diversi e contrapposti spy e war-games delle principali potenze regionali e mondiali?

 

Valutiamo attentamente quanto emerso nell’ultimo mese, dopo il viaggio mediorientale di Vladimir Putin tra Egitto, Siria e Turchia e a seguito dell’annunciato spostamento da parte dell’amministrazione Trump della sede diplomatica USA da Tel Aviv a Gerusalemme che tante reazioni ha suscitato in tutto il mondo arabo-islamico, in Europa e nel resto del pianeta.

Il conflitto in Siria ha consegnato al mondo una nuova Russia tornata prepotentemente alla ribalta della scena vicino-orientale mediante l’intervento militare che Mosca decise nell’estate 2015 al fianco del governo e delle forze armate lealiste siriane per estirpare le sacche di terrorismo ed eliminare la minaccia dell’ISIS.

Alcune considerazioni devono imporsi anche sul piano geo-economico quando si parla di Russia: Mosca è il più grande fornitore di gas naturale all’Europa già questo appare un valido motivo per riflettere su quali siano realmente le motivazioni dell’interventismo russo in Siria e sui recenti incontri bilaterali tenutisi ad Ankara tra lo ‘zar’ Putin ed il neo-califfo Erdogan per la ripresa del gasdotto Turkish Stream.  Basterebbe analizzare esattamente questa politica economica russa per comprendere il riavvicinamento tra la Turchia di Erdogan e l’Iran di Rohani, recentemente incontratisi in un trilaterale ad alto livello a Sochi presieduto proprio da Putin ad inizio dicembre.

L’attivismo russo non si ferma: così ecco che la scorsa settimana Putin è volato dall’una all’altra capitale arabo-islamica quasi a celebrare una schiacciante vittoria nei confronti degli Stati Uniti in Vicino Oriente: dal Cairo a Damasco finendo ad Ankara il leader del Cremlino sembra aver sottolineato quanto forte sia oggigiorno l’influenza russa nella regione e quanto profonda la penetrazione politica ed economica di Mosca nel mondo arabo.

Un tour de force diplomatico che da mattino a sera ha portato Putin il 10 dicembre scorso in tre delle principali capitali del mondo islamico in subbuglio dopo l’annuncio di Trump di voler spostare l’ambasciata americana in Palestina occupata da Tel Aviv a Gerusalemme. Sulla rotta per l’Egitto, a sorpresa, Putin ha deciso di fare uno scalo nella base militare di Hmeimim, nella provincia siriana di Latakia, dove lo ‘zar’ annuncia il ritiro di una “parte considerevole del contingente russo” da due anni impegnato al lato dei lealisti di Assad.

Missione compiuta, si potrebbe dire. E questo è il sentire comune a Damasco considerando che due erano le priorità dell’intervento militare di Mosca ed entrambe sono state raggiunte: mantenere al potere il governo amico di Bashar al Assad e spazzare via definitivamente la minaccia dell’ISIS e delle altre formazioni terroristiche imperversanti in Siria fino a pochi mesi or sono. Così ecco Putin incontrarsi con Assad e ribadire che “per la Siria è giunto il momento di una soluzione politica sotto l’egida delle Nazioni Unite”.

Dalla Siria all’Egitto dove Putin ha incontrato il suo omologo, Abdel Fattah al Sisi, presidente dell’Egitto post-primavera araba 2011 e post-Morsi e breve intermezzo dell’esecutivo dei Fratelli Musulmani.

Accordi miliardari nell’industria, nel commercio, nella cooperazione militare e, fra questi ultimi, quello relativo alla costruzione della prima centrale nucleare egiziana prevista a Dabaa sul Mediterraneo così come Putin ha parlato del ripristino dei voli di linea civili russi verso Il Cairo – fondamentali per il turismo egiziano – voli che mancano oramai dall’estate 2015 a seguito dell’attentato al charter russo esploso sulla penisola del Sinai.

Infine, sulla via del ritorno, una cena con Erdogan ad Ankara. I due leader sembrano fatti per intendersi su tutto e lo dimostrano le dichiarazioni rilasciate al termine del meeting sulla questione di Gerusalemme. Putin accusa Trump di “destabilizzazione dell’intero Medio Oriente” perseguendo politiche “sconsiderate” che a suo dire “non aiuteranno a risolvere la situazione” né a trovare soluzioni all’annoso problema di Gerusalemme e dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi “congelato” dalla politica estera della nuova amministrazione USA.

 

Un’amministrazione alla quale sicuramente anche a Mosca si guardava con un certo interesse e che ha disatteso abbondantemente le attese: Trump si è rivelato piuttosto incongruente, ha puntato tutte le proprie carte sull’asse sunnita-sionista considerando “pericolosissima” la politica estera del suo predecessore Obama che aveva dato prova di maggior equilibrio ottenendo l’accordo sul nucleare con Teheran ed un progressivo ritiro delle truppe USA dall’Irak.

Già la visita di Trump in Arabia Saudita nel giugno scorso aveva spazzato qualsivoglia dubbio su quali fossero i cardini della politica estera del neo-inquilino della Casa Bianca: alleanza in chiave anti-sciita con Riad e con Tel Aviv, generosi prestiti ai due storici alleati regionali (Arabia Saudita e entità sionista) e nuove accuse rivolte a Teheran ed ai suoi alleati di fomentare “tensioni e instabilità” rappresentando la Repubblica Islamica dell’Iran per il Tycoon nientemeno che la principale “minaccia alla pace internazionale” …niente di nuovo dunque di quanto i dirigenti iraniani non siano già abbondantemente abituati a sentire oramai da quasi quarant’anni.

Le nuove decisioni in materia di politica mediorientale prese da Trump poi hanno, come si suol dire, rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Spostare o decidere di spostare la propria sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme è un affronto intollerabile per tutto il mondo islamico ed una presa di posizione che va ben oltre il tradizionale appoggio statunitense all’esecutivo sionista (appoggio che negli ultimi venti-cinque anni si è progressivamente trasformato in una intima fusione d’interessi, un’alleanza politico-diplomatico-strategico-militare che ha ridisegnato la mappa geopolitica dell’intera regione attraverso conflitti e aggressioni contro la Nazione Araba).

 

La reazione contro questa ennesima gaffe di Trump è stata unanime: cortei e manifestazioni da Riad a Beirut, da Ankara a Teheran.

Ed è proprio sul Libano, dopo il fallimento in Siria, che potrebbero concentrarsi le prossime mosse della diplomazia del ‘fronte pro-USA e pro-Occidente” che unisce le petrolmonarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, al regime d’occupazione sionista.

Già il ministro degli Esteri di Riad, Adel al-Jubeir non aveva esitato lo scorso novembre a definire il paese dei cedri come “uno Stato ostile” sottolineando come la presenza al governo di Hizb’Allah a Beirut rappresentasse un “atto di guerra” contro l’Arabia Saudita lasciando ovviamente ai sionisti, di fatto tutt’altro che occasionali alleati di Riad, il lavoro sporco di provocare alla frontiera settentrionale rinforzando le loro postazioni militari sul Golan siriano occupato e lungo tutto il confine che separa la Palestina dal Libano.

Ecco perché oggi il Libano rappresenta il principale perimetro geostrategico di scontro tra le due fazioni che si stanno contendendo i destini del Vicino Oriente ed in prospettiva il piccolo paese dei cedri appare l’epicentro possibile di un futuro scontro che inevitabilmente potrebbe portare all’esplosione di nuove tensioni. In prospettiva i libanesi sanno che dall’esterno ci sono troppi interessati ‘osservatori’ internazionali che mirano a soffiare sulle ceneri sempre accese della vecchia e mai ricucita ferita del conflitto civile del 1975-90; una eventualità quella di una nuova escalation militare interna, di una nuova guerra civile, che tutti, a parole, si ostinano a negare e rifiutano ma che non pochi (dalla vecchia Falange dei Gemayel passando all’ultra-destra cristiano-maronita delle Forze Libanesi di Samir Geagea) potrebbero considerare un’opzione plausibile.

La crisi Hariri, chiamiamola così, è servita ai sauditi per verificare se esistessero o meno margini di manovra possibili nel paese dei cedri: ma il risultato sembra non aver giovato a Riad.

Durante la mini-crisi, o messinscena secondo molti esperti di politica mediorientale, che ha visto Hariri protagonista di accuse ed i suoi detrattori contro-accusarlo di essere niente più che un burattino nelle mani di Riad, Hizb’Allah ha dichiarato che nessuno poteva pensare di intromettersi nelle faccende interne libanesi e che l’esecutivo – di cui Saad Hariri rimaneva premier – era operativo.

Richiedendo il rientro in patria del premier sunnita il Segretario Generale di Hizb’Allah, Nasrallah, metteva in chiaro che Riad stesse manipolando il suo alleato libanese e dichiarando che “le parole di Hariri sono state estorte con ricatti e pressioni”, che non fosse libero di esprimere la propria volontà e di fatto fosse un prigioniero nelle mani dell’Arabia Saudita.

Linea ovviamente condivisa dalla Repubblica Islamica iraniana che da Teheran rispediva al mittente le accuse: Riad stava fomentando divisioni confessionali e sedizione etnica sfruttando il plurisecolare scontro fra sunniti e sciiti e ricorrendo a bande armate mercenarie e a gruppi terroristici appartenenti alla galassia jihadista già visti in azione recentemente in Libia, in Iraq e Siria.

Sulla stessa lunghezza d’onda si andava schierando in qualche modo anche il Cremlino sia con le dichiarazioni concilianti ma ferme del suo ministro degli Esteri, Lavrov, che da Mosca invitava tutti ad abbassare i toni dello scontro e rinunciare alle reciproche accuse sia dalla missione diplomatica russa a Beirut.

“Il rientro di Hariri in patria inerisce ai diritti di sovranità  del Libano”, dichiarava l’ambasciatore russo a Beirut, Alexander Zasypkin, in una intervista rilasciata all’emittente televisiva libanese LBC.

 

 

“Gli Stati Uniti supportano la stabilità  del Libano e si oppongono a qualsiasi azione che possa metterla a repentaglio” fu l’interlocutoria risposta del portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert.

Ma il “diplomatichese” non riesce a nascondere la sostanza di una scelta che l’amministrazione Trump ha compiuto da tempo: supportare il patto israelo-saudita. E, a questo punto, più che in Siria dove i giochi oramai sembrano fatti, questo patto sarà  verificato proprio nel Paese dei Cedri sempre più plausibile ‘terreno di scontro’ fra la fazione filo-americana (sostenuta da sauditi e, di fatto, sionisti) e quella nazionalpatriottica diretta da Hizb’Allah e sostenuta da Iran e Russia.

“Il Libano é diviso in due campi simili“ – rimarca in una intervista ad “al Jazeera”, l’analista politico Khaldoun El Sharif -. Uno é pro-Iran e l’altro é pro-Saudita. E oggi come poche volte in passato gli interessi regionali di Teheran e Riad sono inconciliabili”.

Niente di nuovo considerando che oramai sono quasi tredici anni che la scena politica libanese si trova sostanzialmente divisa tra pro-iraniani e pro-sauditi con due fronti contrapposti nei quali sono confluiti tutti i principali partiti politici di Beirut.

 

 

Con Hizb’Allah e le ragioni della resistenza anti-sionista, nel  fronte filo-Iran, si sono andati progressivamente allineando:

– Haraqat Amal , altro movimento sciita storicamente legato a Damasco e diretto dal Presidente dell’Assemblea Nazionale, l’avv. Nabih Berry;
– la Corrente Patriottica (Tayyar) del Gen. Michel Aoun , oggi Presidente della Repubblica e principale leader dei cristiano-maroniti;
– il Partito Nazionale Sociale Siriano, storicamente organizzazione della resistenza contro i sionisti e legato ideologicamente a Damasco;
– il Partito Ba’ath Libanese, alter-ego del suo omologo al potere in Siria;
– il Partito Comunista Libanese
– il movimento Marada, di Souleyman Frangie, organizzazione cristiano-maronita;
– il Partito dei Lavoratori

Dall’altro lato dello schieramento, quello filo-americano, sono presenti oltre alla Corrente Futura del premier Sa’ad Hariri, che rappresenta la maggioranza della comunità sunnita del paese dei cedri:

– la Falange Libanese della famiglia Gemayel;
– l’ultra-destra maronita delle Forze Libanesi di Samir Geagea, nell’immediato dopoguerra civile (primi anni Novanta) responsabile di inquietanti episodi di terrorismo ai danni di chiese e moschee e di traffici illeciti di sostanze chimiche, arrestato e successivamente (primavera 2005) rilasciato sull’onda emotiva anche dell’attentato all’ex premier Rafiq Hariri (14 febbraio 2005);
– il partito socialista progressista del vecchio leader druso Waleed Jumblatt.

 

Tutti i principali analisti di politica mediorientale ipotizzano che nelle prossime settimane, al massimo nei prossimi mesi, il fronte dei filo-americani e filo-occidentali potrebbe decidere di adottare una tattica che preveda per il Libano sanzioni economiche da parte della Lega Araba e un isolamento diplomatico pericolosissimo come avvenne un anno or sono per il Qatar.

Una tattica per intenderci del “tanto peggio, tanto meglio” con la quale sembrano convivere e sguazzare i principali alleati di Washington a Beirut. I rischi potrebbero essere davvero troppi.

Intanto economicamente il Libano non avrebbe le spalle coperte né le disponibilità finanziarie del ricco Qatar per sostenere un boicottaggio internazionale. Chiudere i rubinetti significherebbe inevitabilmente strangolare completamente l’economia di un paese che già si sobbarca, da anni, la presenza e le spese per 1.4 milioni di profughi siriani.

Una ipotesi del genere costituirebbe per i dirigenti libanesi un vero e proprio atto di guerra, particolarmente per Hizb’Allah e per il suo principale alleato, il Gen. Aoun che, da Presidente della Repubblica, è venuto a Roma nelle scorse settimane a perorare l’amicizia italiana incontrandosi con il premier Paolo Gentiloni e ribadendo la delicata fase nella quale si trova a vivere la politica libanese.

 

Lo scenario libanese appare dunque in prospettiva incandescente: anche l’assassinio di una diplomatica britannica sembra motivo di scompiglio e agitazione a Beirut. Fortunatamente a quanto dichiarato nelle scorse ore, si sarebbe trattato di criminalità organizzata e non avrebbe alcuna motivazione politica.

Accelererà Riad le sue strategie sovversive e sediziose contro il Libano rischiando di aprire una crisi senza precedenti che potrebbe sfociare in un nuovo conflitto civile? Avranno i sauditi modo di tessere la loro ragnatela contro gli sciiti anche nel Libano sempre più laboratorio politico e terreno di scontro tra due concezioni diametralmente opposte della politica internazionale?

A queste domande risponderà il tempo. Certi che a Beirut ci si prepari per il peggio per ora si vive alla giornata pensando al domani.

 

 

DAGOBERTO BELLUCCI

(Fonte: http://www.ariannaeditrice.it ) 19.10.2017

 

 

 

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Gerusalemme e la collera dell’Islam

13 Dic

“Tutti i musulmani hanno temporeggiato con Israele. Le ambizioni personali degli uomini di governo hanno impedito che la voce di Israele venisse soffocata sul nascere, permettendole così di acquistare potere. Purtroppo anche se ho gridato i miei consigli per vent’anni o poco meno, chiamando all’unità  contro Israele, le ambizioni e gli interessi dei singoli hanno impedito che questo venisse realizzato. Si é temporeggiato con Israele fino a che il problema ha assunto le dimensioni attuali. Oggi le mani usurpatrici di Israele si sono allungate: il Libano meridionale é messo a ferro e fuoco ed i Palestinesi vengono respinti. Abbiamo più volte ripetuto che Israele, fonte di ogni male, non si limiterà  a Gerusalemme. Se si esiterà  ancora tutti i governi islamici saranno in pericolo. Bisogna porre rimedio all’errore commesso, dando vita all’unione di tutti i musulmani e fondando il Partito dei diseredati contro i potenti, fra cui al primo posto c’é l’America ed Israele, suo spregevole servo.”

( Imam  Sayyed Ruhollah Khomeini, Fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran e Guida della Rivoluzione Islamica iraniana – Discorso pronunciato presso la Scuola Coranica “Feizie” di Qòm in occasione della Giornata di Al-Qods il 17 Agosto 1979)

 

 

Le parole con le quali l’allora Guida della Rivoluzione Islamica iraniana, l’Imam Khomeini, chiamava a raccolta i musulmani del pianeta lanciando il suo grido di battaglia contro la presenza dell’entità criminale sionista in Terrasanta palestinese risuonano oggigiorno più attuali che mai di fronte alla nuova sfida che le potenze usurpatrici e tiranniche dell’Imperialismo mondiale hanno rivolto alla Nazione Islamica.

La decisione del Presidente statunitense Donald Trump di spostare la sede diplomatica U.S.A. da Tel Aviv a Gerusalemme hanno scatenato un vespaio di polemiche e reazioni politiche contrastanti riattivando l’Intifada, finora contenuta in attesa che qualcosa possa ulteriormente accendere una miccia sempre pronta a rendere incandescente la situazione nei Territori palestinesi sotto  occupazione, mai completamente spenta del popolo di Palestina.

E non poteva essere diversamente considerando quanto delicata sia la questione Gerusalemme e come questa investa e coinvolga direttamente il sentire religioso, culturale, politico e la sensibilità delle folle islamiche così come la suscettibilità degli ambienti della Cristianità spesso troppo sordi, soprattutto quelli cattolici europei, di fronte al grido di allarme ed alla frustrazione proveniente dalla Palestina sotto pluri-decennale occupazione sionista.

 

 

Gli Arabi per primi e l’insieme della Comunità Islamica mondiale sono le vittime di questa ormai storica ingiustizia perpetrata a partire dalla dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) con la quale l’allora Ministro degli Esteri britannico, in pieno conflitto mondiale, indirizzò a Lord Rothschild, all’epoca vice-presidente della Federazione dei sionisti inglesi, una lettera in cui testualmente il Governo di Sua Maestà considerava “favorevolmente lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale (national home) per il popolo ebraico e farà del suo meglio per facilitare la realizzazione tale obiettivo”.

Da un secolo ad oggi la storia ha favorito le mire sioniste sulla Palestina attraverso un dosaggio sapiente di tutte le armi alle quali sono ricorsi i dirigenti delle principali organizzazioni ebraiche per garantirsi una impunità e l’appoggio della comunità internazionale (particolarmente quello della Gran Bretagna fino al 1946 e successivamente di quello statunitense decisivo per il sedicente “stato d’Israele” per mantenersi in piedi in un’area geopoliticamente strategicamente essenziale per Washington e economicamente vitale per le grandi multinazionali del capitalismo occidentali).

 

Trump, l’ultimo dei vaccari arrivato allo scranno più alto della piramide del potere politico a stelle e strisce (potere politico che da oltre un secolo negli USA è supinamente prono di fronte alle volontà ed ai desiderata-diktat del potere economico-finanziario dei circoli bancario-affaristici di Wall Street, dipendendo completamente dalle ricattatorie ‘elargizioni’ monetaristiche della Federal Reserve Bank, e dalle strategie disegnate dalle grandi Multinazionali, dalle Corporation e dalle Fondazioni che sono l’autentico ‘perno’ dell’economia imperialistica statunitense) ;  evidentemente ‘consigliato’ dal genero – l’ebreo Jared Kushner  (1) –  ha preso la pesantissima responsabilità di una decisione che potrebbe risultare gravida di pericolose conseguenze per tutta l’area geopolitica del Vicino Oriente: spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

 

Decisione che ovviamente ha suscitato contrastanti ed opposte reazioni: di gioia, quasi giubilo, nel mondo ebraico e tra i principali dirigenti dello stato-pirata sionista, rabbia e dolore nel mondo musulmano, sconcerto e disapprovazione tra le principali cancellerie occidentali  (cominciando da quelle dell’Unione Europea e dalla Russia di Vladimir Putin contraria a qualsiasi modifica dello status quo regionale e tornata prepotentemente in campo negli affari del Vicino Oriente con tutto il peso della sua diplomazia e attraverso la partecipazione diretta delle sue forze armate al lato della Siria di Assad), preoccupazione e appelli alla ragionevolezza per la Santa Sede, parte in causa quando si parla di Gerusalemme e di qualsivoglia cambiamento che interessi i Luoghi Santi palestinesi.

 

 

In un colpo solo, escludendo ovviamente il Governo d’occupazione sionista guidato dall’ultra-conservatore e capo del Likud Benjamin Nethanyhau che ha parlato di “data storica” e “riconoscimento di una realtà di fatto”, il tycoon Donald Trump è così riuscito laddove prima di lui ben altri Presidenti USA non avrebbero mai pensato di spingersi né si sarebbero mai arrischiati (e questo nonostante l’influenza preponderante delle diverse lobbie’s pro-sioniste nella politica yankee): inimicarsi quasi completamente un miliardo e mezzo di musulmani, rimettere in discussione completamente lo status quo geopolitico-strategico palestinese – peraltro piuttosto traballante –   dal 1967 (conflitto dei Sei Giorni che portò le armate israeliane a conquistare la parte orientale della Città Santa fino ad allora sotto controllo giordano) sempre sospeso tra guerra e pace, tensioni e rivolte e calma apparente ed infine mettere una pietra tombale sul preteso “processo di pace” fra israeliani e palestinesi (processo di pace mai realmente consolidatosi dal 1993 – Accordi di Oslo tra Yasser Arafat e l’allora premier Yithzak Rabin ed il suo ministro degli Esteri, Shimon Peres – fino ai giorni nostri; con i diritti dell’Autorità Nazionale Palestinese sovente sospesi, aggressioni militari e violenze indiscriminate portate dalla cieca politica attuata dai sionisti contro il popolo oppresso di Palestina, prima vittima delle mire colonizzatrici israeliane e bersaglio della furia criminale esercitata indistintamente contro giovani, anziani, donne e bambini arabi dall’esercito dalla stella di Davide di ‘tsahal’).

Immediate, e durissime, le reazioni del mondo islamico all’annuncio di Trump.

 

Tra queste si segnala innanzitutto la presa di posizione netta di Mahmoud Abbas , il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, messosi immediatamente in contatto con la Santa Sede a Roma per richiedere il sostegno del Vaticano contro la decisione statunitense e cercare una strategia comune con la Chiesa cattolica volta quantomeno a far recedere l’amministrazione Trump da quella che è stata definita come “una tragica decisione” che, secondo lo stesso Abbas, avrebbe pericolose conseguenze (“dangerous conseguences”) per tutto il Vicino Oriente. Il leader palestinese avrebbe successivamente avviato contatti diretti con il premier francese Macron, con il capo del Cremlino Putin e con il re di Giordania Abdallah.

“Non può esistere alcuno stato palestinese senza Gerusalemme Est come capitale, è quanto stabilito dalla Comunità Internazionale e ribadito da decine di risoluzioni delle Nazioni Unite” ha affermato Abbas.

A queste dichiarazioni sono seguite quelle dello stesso re di Giordania che avrebbe invitato Trump a tornare sui propri passi in quanto qualunque modifica dello status quo avrebbe ripercussioni inevitabili e dolorose per tutto il Vicino Oriente. Identiche parole, più o meno, quelle provenienti da Riad, capitale saudita, dalla quale si è appresa la mossa statunitense come una specie di ‘coup de force’ del capo della Casa Bianca quando anche i più inetti esperti di politica internazionale sanno perfettamente che l’Arabia Saudita avrebbe da mesi un progetto geostrategico e politico per ritornare al centro della politica araba dalla quale il principale Stato del fronte sunnita è stato progressivamente allontanato a causa dei sospetti, peraltro malcelati, di finanziamento del terrorismo di matrice jihadista-salafita e per l’appoggio dato fin dalla sua costituzione al cosiddetto ‘califfato nero’ dell’ISIS in Irak e Siria.

“Non è una questione di se, ma di quando” avrebbe dichiarato Trump. La decisione USA dunque pare irreversibile.

 

 

Ma poi fonti diplomatiche e dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che prima di sei mesi l’ambasciata americana non potrà essere spostata da Tel Aviv. Parole che non hanno certo rassicurato nessuno e, com’era prevedibile, sono cominciate un po’ in tutte le principali piazze arabe ed islamiche le manifestazioni anti-sioniste e anti-americane con bandiere e drappi bruciati e gli slogan che tuonavano “Morte all’America! Morte a Israele”.

Come quarant’anni or sono quando Khomeini da Teheran proclamò la Giornata mondiale per al Qods (la Santa) Gerusalemme.

Manifestazioni popolari da Amman in Giordania a Istambul in Turchia, da Tunisi al Cairo in Egitto, da Beirut in Libano (con scontri tra manifestanti e forze di polizia davanti all’ambasciata americana) a Teheran in Iran dove dall’avvento della Rivoluzione Islamica la questione dei Luoghi Santi dell’Islam e la difesa dei sacrosanti ed inviolabili diritti del popolo palestinese sono il cavallo di battaglia della politica estera rispetto al problema dell’occupazione sionista della Palestina.

A Beirut a parlare a nome dei musulmani del paese dei cedri è stato il Segretario Generale di Hezb’Allah, il partito di Dio sciita filo-iraniano, Sayyed Hassan Nasrallah il quale, nel corso di un discorso televisivo trasmesso dall’emittente ‘Al Manar’ (il Faro) del movimento di resistenza libanese, ha fermamente condannato il 7 dicembre scorso la decisione del capo della Casa Bianca.

Nasrallah ha definito la decisione di Trump come una sorta di “seconda dichiarazione Balfour” con la quale si vuole imporre il regime sionista alle masse oppresse e diseredate palestinesi ed arabe, cristiane e musulmane. Una mossa che, secondo il leader del partito sciita libanese, porterà ad una catastrofe “Israele” ed i suoi protettori americani: “L’America ha voluto rassicurare Israele dicendo: Gerusalemme è tua ed è sotto la tua sovranità. Questo basta ai sionisti: ad Israele non interessa niente come reagiranno o cosa diranno gli altri Stati della regione, gli Arabi, i paesi europei, la Cina o la Russia ma solo ed esclusivamente la posizione americana rispetto al suo ruolo di gendarme regionale”.

Altrettanto dura la reazione proveniente dal Governo turco con il presidente Recep Tayyip Erdogan che è tornato a soffiare sul fuoco dell’annoso e pluridecennale conflitto israelo-palestinese rivendicando alla Turchia un ruolo guida del fronte sunnita pro-palestinese.

Erdogan ha dichiarato che “Israele è uno stato terrorista che uccide donne e bambini” aggiungendo che la Turchia farà il possibile “con tutti i mezzi” per ottenere il riconoscimento da parte della comunità internazionale di Gerusalemme quale “capitale dello Stato palestinese” invitando tutti i suoi sostenitori alla mobilitazione: “non lasceremo mai Gerusalemme ad uno stato che uccide i bambini” mentre nella giornata di mercoledì 13 a Istambul si è aperto l’incontro dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica.

Aprendo i lavori di questo attesissimo meeting internazionale lo stesso presidente turco ha ribadito la necessità di “riconoscere lo Stato di Palestina con i confini del 1967, liberandoci dall’idea che questo sia un ostacolo alla pace” e lanciando l’appello per il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale indivisibile della nazione palestinese:
“Almeno 196 Paesi Onu sono fermamente contrari” alla decisione di Donald Trump”, ha aggiunto Erdogan, ribadendo che “Gerusalemme é la nostra linea rossa”.

 

 

Mentre a Gaza il movimento islamico palestinese Hamas ha indetto tre giorni di manifestazioni proclamando una Giornata della Rabbia prevista per venerdì 15 e ovunque nel mondo arabo e islamico si organizza una reazione per fronteggiare quella che viene percepita come una aggressione alla Nazione dell’Islam, risuonano come mai attuali le parole con le quali Giovanni Preziosi quasi un secolo or sono commentava la situazione palestinese sulla sua rivista “La Vita Italiana” scrivendo: “Il Sionismo organico ebbe il suo organo centrale a Lipsia, fin dal 1896: “Die Welt , Zionistisches Zentralorgan”, settimanale. Il partito si affermò al congresso di Basilea, negl’inizi del 1902; fu coniata una medaglia-distintivo dei sionisti (riprodotta nel ‘Secolo’ di Milano, del 3-4 febbraio 1902). Allora l’opera ebraica in Palestina si rafforzò.

Nel 1914 gli istituti ebraici adottarono la lingua ebraica parlata.  Ingenti somme furono raccolte per spedire e collocare famiglie ebree in Palestina: somme raccolte dal ‘Jewish National Found’, dai Chovenè-Zion suddetti (capo il Wissotzki) , dal banchiere ebreo Jacob H. Schiff – testè defunto di cui attraverso il rapporto della polizia segreta americana vedemmo l’attività criminale -, dall’Associazione ebreo-tedesca ‘Judische Hilfverein, ecc.

Un vero governo internazionale-ebreo già sostanzialmente esistente ab antiquo, si è venuto perfezionando in questi ultimi anni, ed ha funzionato completamente ed energicamente durante la guerra e durante la pace, imponendo promesse e compromessi ai capi ufficiali del mondo ,  perseguendo tenacemente una politica di conquista e di accaparramento su tutti i terreni vitali.” (2).

Profetiche infine le stesse parole scritte dallo stesso Preziosi al termine di un articolo che fin dal titolo (“Sotto il dominio ebraico la Palestina sarà non più simbolo di pace ma terra di guerra e di sangue” . ‘La Vita Italiana’ 15 Settembre 1921) evidenziava quale sarebbe stato il calvario della Terra Santa sotto il giogo sionista e attraverso l’amministrazione mandataria britannica stabilita dalle potenze uscite vincitrici del primo conflitto mondiale negli iniqui Trattati di pace di Versailles.

“…quel paese di Gesù – scrive Preziosi – che era divenuto per tutti il simbolo di unione e di pace, si avvia ad essere, tra il silenzio generale,, la terra di nuove guerre e di nuovo sangue, perché si vuole ad ogni costo che diventi la sede nazionale dei crocifissori di Gesù”.

 

E questo è, indiscutibilmente, ciò che è puntualmente avvenuto con la creazione dello stato-pirata denominato ‘Israele’.

DAGOBERTO BELLUCCI

Note –

1) Jared Kushner, proveniente da una famiglia di ebrei ortodossi, è finito nell’occhio del ciclone per le presunte connivenze con ambienti diplomatici russi nel cosiddetto ‘Russia-gate’ con il quale l’amministrazione Trump ha dovuto fare i conti fin dal suo insediamento alla White House.

Kushner, proprietario del conservatore “The New York Observer”, è l’erede di una vastissima fortuna nel settore immobiliare. La rivista finanziaria ‘Forbes’ valuta questa immensa fortuna in 1.8 miliardi di dollari. Dopo la laurea ad Harvard all’età di 24 anni  Kushner nel 2005 si farà carico dell’azienda di famiglia, ‘The Kushner Companies’, quando il padre, Charles, per anni tra i maggiori finanziatori del Partito Democratico sarà travolto da uno scandalo finanziario e condannato a due anni di prigione con l’accusa di evasione fiscale, donazioni illegali nelle campagne elettorali e persino ostruzione alla giustizia.

Come riportò un articolo redazionale uscito sul settimanale “Panorama” :

“Lo scandalo assunse aspetti sordidi quando si scoprì che Charles Kushner aveva pagato una prostituta per sedurre il cognato in un motel; una telecamera nascosta registrò tutto e lui mandò il video hard alla sorella, facendo in modo che arrivasse il giorno di un festa di famiglia, per dissuaderla dal testimoniare contro di lui. All’epoca il procuratore del New Jersey era Chris Christie, oggi governatore, che nei mesi scorsi dopo i dubbi iniziali, si é schierato con Trump.

A distanza di anni il risentimento dei Kushner non é passato. Dopo 14 mesi trascorsi in carcere in Alabama, Charles Kushner, nei mesi scorsi é entrato a pieno titolo nella campagna elettorale, stavolta repubblicana, come donatore; e ora Kushner jr. ha regolato i conti con Christie: prima non lo ha voluto come vice del suocero, preferendogli Mike Pence, e a novembre lo ha definitivamente defenestrato da capo del transition team.

Quando nel 2009 ha sposato Ivanka Trump, la figlia maggiore di Donald, si sono unite due fortune immobiliari e lei, di famiglia cattolica, si é convertita all’ebraismo. I due hanno avuto tre figli. Sostanzialmente privo di esperienza politica, Kushner ha accompagnato l’ascesa politica di Trump: gli ha scritto i discorsi, ha organizzato le risposte giuste nei momenti di difficoltà: quando il suocero fu accusato di antisemitismo per aver twittato un’immagine della rivale, Hillary Clinton, con una stella a sei punte simile alla Stella di David, e la scritta “la più corrotta di sempre”, ha pubblicato una lettera sul sito dell’Observer: “Mio suocero é una persona estremamente amorevole e tollerante, che ha accettato la mia famiglia e il nostro ebraismo. E da quando  é cominciata la mia relazione con sua figlia, il suo sostegno é stato costante e sincero”.

(crf Articolo redazionale, “Chi è Jared Kushner, il genero di Trump diventato suo consigliere”, da “Panorama” del 10 Gennaio 2017);

2)  Giovanni Preziosi, articolo “Il Sionismo e l’Internazionale Ebraica”, da “La Vita Italiana” del 15 Gennaio 1921;
 

 

 

L’asse sciita proclama la vittoria contro i tagliagole del califfato nero dell’ISIS

29 Nov

«Il male supremo del mondo é Satana, ma Satana inganna e seduce solamente. Gli Stati Uniti, oltre a questo, uccidono, impongono sanzioni, ingannano e praticano l’ipocrisia»

(dal discorso dell’Ayatollah Sayyed Alì al Khamine’ì. Guida Suprema della Rivoluzione Islamica – 15 Settembre 2015)
 

Una conferenza stampa ed un vertice trilaterale tra Russia, Turchia ed Iran – tre colossi eurasiatici la cui intesa non potrà che avallare politiche di cooperazione e sviluppo per l’intero Vicino Oriente e, in prospettiva, per un rilancio economico continentale – hanno segnato l’agenda della settimana politica internazionale.

Lo scorso 22 novembre in un clima di evidente reciproca soddisfazione si è svolto l’incontro di Sochi, in Russia, tra i Capi di Stato di tre delle nazioni più importanti, influenti (politicamente, economicamente e militarmente) e dinamiche di quel perimetro geostrategico denominato «la Grande Scacchiera» eurasiatica da molti statisti e studiosi di questioni di politica mondiale ritenuto vitale rispetto a quelli che saranno sviluppi ed evoluzioni della situazione internazionale.

La Russia di Vladimir Putin, la Turchia di Recep Erdogan e l’Iran di Hassan Rouhani si sono così ritrovate attorno allo stesso tavolo per discutere gli sviluppi, disegnare un futuro ed elaborare un programma generale per la rinascita della Siria.

Secondo il leader russo gli sviluppi della situazione bellica sul terreno promettono una rapida scomparsa delle formazioni terroristiche ed una altrettanto celere soluzione negoziale per gli assetti futuri della Repubblica Araba Siriana. Putin ha sottolineato la necessità e l’efficacia della collaborazione con Teheran e Ankara per giungere ad una pacificazione della Siria sostenendo come l’intervento militare russo al fianco delle truppe lealiste fedeli al Governo di Bashar al Assad sia servito per evitare un crollo ed una dannosissima divisione etnica o confessionale del paese, centrale nelle strategie mediorientali di Mosca.

Alleata di ferro fin dai primi anni Settanta di Damasco la Russia secondo Putin ha scongiurato un disastro umanitario ancora peggiore intervenendo militarmente e sostenendo un coordinamento con l’Iran e le milizie sciite libanesi di Hizb’Allah, attive nel conflitto siriano fin dall’autunno 2011.

Le proposte per aprire definitivamente un processo di pacificazione nella martoriata Siria sono così giunte dal trilaterale di Sochi che ha riunito tre potenze eurasiatiche interessate a ri-equilibrare i rapporti di forza nel «Great Game» che si sta consumando da oramai venticinque anni sulla «Grande Scacchiera» e che vede contrapposte all’imperialismo della talassocrazia statunitense quegli Stati che ritengono un pericolo la visione unilaterale americanocentrica delle diverse amministrazioni U.S.A. succedutesi dall’epoca di Bush senior fino ai nostri giorni alla guida della superpotenza a stelle e strisce.

La Russia di Putin innanzitutto, da tempo in aperta crisi con l’establishment di Washington (crisi e conflitto in Georgia, contrasti in Europa per l’espansione dell’Alleanza Atlantica verso Est, scontro sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, interessi conflittuali nelle aree geoeconomiche del Mar Nero e del Caspio), ma anche la Turchia di Erdogan (che dall’estate dello scorso anno non perde occasione per accusare Washington di responsabilità dirette nel tentativo golpista che ha portato ad un rapidissimo raffreddamento delle relazioni bilaterali con gli USA e a quelle con l’Unione Europea accusata di interferenze nella politica interna di Ankara) e ovviamente la Repubblica Islamica dell’Iran (storicamente il nodo «dolente» da quasi quarant’anni – esattamente dal febbraio 1979 in cui trionfarono le forze rivoluzionarie islamiche guidate dall’Imam Khomeini – dell’intera politica estera statunitense) che continua a riconoscere nell’America (sia essa sotto amministrazione democratica o repubblicana, siano i suoi presidenti «progressisti» o «conservatori», di sinistra o di destra) nient’altro che «il Grande Satana», il grande corruttore e manipolatore, responsabile dei disastri della politica internazionale.

 

Putin ha così promosso la creazione ex novo di un processo di pace per la Siria che si fondi sui seguenti punti programmatici:

·  la costituzione di un Congresso internazionale di pace tra il governo centrale di Bashar al Assad e tutte le organizzazioni politiche del cosiddetto «fronte dell’opposizione siriana». Questo Congresso avrebbe l’imprimatur russo, si dovrebbe svolgere a Mosca e vedrebbe la presenza delle principali nazioni coinvolte nel conflitto civile siriano;

·  la stesura di una nuova Carta costituzionale per la Repubblica Araba Siriana ipotesi contemplata nel recente vertice bilaterale russo-siriano tra lo stesso Putin ed il suo omologo siriano Assad;

·  nuove e libere elezioni delle quali Mosca lascerebbe data e modalità alla supervisione delle Nazioni Unite.

Il programma di pacificazione russo rappresenta la sola possibilità di uscita da quasi sette anni di conflitto che in Siria ha provocato, dal marzo 2011 ad oggi, la morte di oltre quattrocentomila persone e l’emigrazione forzata di almeno tre milioni di siriani costretti a cercare rifugio nei paesi confinanti o in Europa.

Questa proposta è anche la sola plausibile che, di fatto, sembra ratificare gli equilibri maturati sul campo nel conflitto che ha visto opposte le diverse formazioni terroristiche della galassia islamista salafita-wahabita (sostenuta da Arabia Saudita e paesi del Golfo con non certo disinteressate intromissioni sioniste-statunitensi al lato di questo o quel movimento «jihadista») al legittimo governo ba’athista nazional-socialista di Assad al fianco del quale sono andati schierandosi Hizb’Allah, l’Iran e la Russia.

Mentre Putin dichiarava il suo programma per rilanciare i negoziati di pace (avviati stancamente lo scorso gennaio ad Astana in Kazakhistan ma mai realmente decollati per i troppi veti incrociati posti dalle diverse delegazioni) a Riad in Arabia Saudita si riunivano i rappresentanti della cosiddetta «opposizionale nazionale» siriana ai quali spetterà decidere come e quando rispondere all’invito russo e porre così definitivamente la parola fine al conflitto siriano.

Conflitto del quale ha parlato anche il Presidente iraniano Hassan Rouhani il quale ha proclamato la definitiva sconfitta del sedicente «califfato nero» dei tagliagole dell’ISIS i quali, dopo la riconquista di Raqqa – autoproclamata «capitale» da «Daesh» nel nord-est della Siria – sembrano in rotta su tutti i fronti e destinati ad una rapida scomparsa.

Eliminato l’incubo islamista da Siria ed Irak la Repubblica Islamica dell’Iran vuole giocare la sua parte, e far valere tutta la sua influenza, nel dopoguerra siriano. Anche per questo motivo la teocrazia sciita conta sulla favorevole accoglienza politica delle sue proposte da parte della Turchia sunnita di Erdogan il quale, dopo sei anni di netta chiusura verso Damasco, sembra intenzionato a sostenere le proposte russo-iraniane allineandosi de facto al fronte sciita uscito nettamente vincitore dal conflitto siriano.

 

In prospettiva sarà interessante capire come risponderà e quali saranno le prossime mosse dell’amministrazione americana, considerando che Trump ha deciso, fin dallo scorso giugno, di puntare tutte le sue carte sui tradizionali alleati degli USA nella regione (Arabia Saudita e entità sionista alias «Israele») rilanciando le desuete accuse contro la Repubblica Islamica iraniana di fomentare il terrorismo internazionale e accusando Teheran praticamente di rappresentare né più né meno che una sorta di centrale del male mondiale. E questo, Trump, lo ha fatto parlando da Riad e Tel Aviv alias le due capitali del crimine organizzato che indisturbato serpeggia per tutto il mondo arabo e islamico fomentando divisioni etniche e confessionali, sedizione, tensioni e caos generalizzato.

 

 

(fonte: http://www.italiasociale.net )