IRAN: LA CONTESA SUGLI SCIENZIATI NUCLEARI 

2 Nov

 

 

La notizia della condanna a morte in Iran di una spia al servizio del Mossad, il servizio segreto israeliano, ha riaperto nelle ultime settimane la questione relativa agli assassinii commessi in territorio iraniano di scienziati nucleari di Teheran.

Il procuratore della capitale iraniana, Abbas Jafari Dowlatabadi, avrebbe annunciato la condanna a morte di un “agente del Mossad” considerato responsabile di aver passato informazioni allo stato-pirata sionista su una trentina di scienziati nucleari e su alti esponenti militari della gerarchia iraniana. Fra questi almeno due sarebbero gli scienziati iraniani rimasti vittime di attentati nel 2010.

Come sottolineato dal procuratore di Teheran, Jafari Dowlatabadi, questa operazione – secondo quanto riferisce il sito di rainews in un articolo dello scorso 25 ottobre – sarebbe avvenuta tra emissari dell’entità sionista e il loro referente in terra iraniana “in cambio di soldi e della residenza in Svezia”.

La notizia della prossima condanna, riferita dai principali media di Stato iraniani e dall’agenzia ufficiale IRNA ha destato immediatamente scalpore in tutta Europa e notevole preoccupazione anche in Italia dove si teme che la spia al servizio del servizio di intelligence israeliano possa essere il medico iraniano  Ahmadreza Djalali, residente in Svezia, che ha lavorato a lungo in Italia e che fu arrestato a Teheran nell’aprile 2016.

Secondo quanto riportato dal quotidiano romano “La Repubblica” “Ahmadreza Djalalj, il medico e ricercatore iraniano arrestato a Teheran lo scorso anno con l’accusa di essere una spia è stato condannato a morte. Lo rende noto la senatrice novarese del PD , Elena Ferrara, tra le prime a mobilitarsi nei mesi scorsi a favore del ricercatore che per quattro anni ha lavorato all’Università del Piemonte Orientale. “La notizia ci è arrivata dalla moglie – dice la senatrice – e questa mattina è stata confermata dalla Farnesina. (…). “Abbiamo sollevato il caso più volte, lo abbiamo fatto a livello diplomatico con il nostro ambasciatore e a livello governativo. Vedrò il nostro ambasciatore in Iran nei prossimi giorni. L’ho appena sentito e continueremo a sensibilizzare gli iraniani su questo caso fino all’ultimo” , ha detto il ministro degli Esteri, Angelino Alfano.” (1).

Al momento non è affatto certo che la spia passibile di condanna a morte sia proprio Djalalj ma, anche ammesso e non concesso che si tratti del ricercatore con precedenti di collaborazione presso l’Università novarese appare piuttosto significativa la fin troppo tempestiva intromissione italiana nelle vicende interne della giustizia iraniana.

Il fatto che Djalalj abbia studiato per anni in Italia non è un motivo valido per sindacare nelle faccende interne di uno Stato sovrano. Almeno questa dovrebbe essere la prassi diplomatica tra nazioni. Prassi ovviamente che non viene seguita quando si tratta della Repubblica Islamica dell’Iran da quasi quarant’anni pubblicamente additata quale nemico pubblico numero 1, sorta di “centrale del crimine internazionale” per la grande stampa mondiale e “Stato canaglia” da tenere permanentemente al bando secondo la nota formula utilizzata da decenni dalle diverse amministrazioni e dai media statunitensi e recentemente riaffermata da Trump e dagli uomini del suo staff.

 

Eppure prima ancora che sia emessa una qualsiasi condanna e soprattutto si sappia di chi realmente si stia parlando la diplomazia italiana ha ritenuto bene di mettersi in moto nei confronti della Teocrazia sciita.

Dietro questo celerissimo interessamento della Farnesina alle vicende giudiziarie c’è qualcosa che non quadra: a nessuno in Italia né in alcun altro paese dell’Unione Europea e più vastamente dell’Occidente sembrò interessare qualcosa quando, a partire dal 2007 e fino al 2012 furono uccisi in Iran almeno cinque scienziati coinvolti nel programma nucleare iraniano all’epoca fortemente accelerato dalla presidenza di Mahmood Ahmadinejad.

Cinque scienziati iraniani colpiti a morte in attentati o scomparsi mentre si trovavano in viaggi fuori dall’Iran e di cui non si parlò per niente almeno fino all’ultimo episodio, quello che vide coinvolto il professore universitario Mostafa Ahmadi Roshan colpito a morte da una bomba piazzata sulla sua automobile in una trafficatissima strada nel centro di Teheran.

 

Secondo quanto riportò l’NBC News in una inchiesta sul caso degli scienziati (civili e militari) iraniani uccisi – tutti coinvolti nel programma nucleare del paese asiatico – la responsabilità maggiore sarebbe da addebitare al famigerato gruppo terroristico dei Muhjaeddin e Kalq (Combattenti del Popolo in lingua farsi) organizzazione criminale al bando fin dai primi anni dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica e rea di numerosi attentati in tutto il paese negli ultimi trentacinque anni.

Resisi responsabili dei più atroci attentati contro autorità e civili inermi, i militanti dell’MKO (noti in Iran con l’epiteto di ipocriti) professano fin dagli anni Settanta una strana ideologia definita “islamo-marxista”: dalla militanza di gruppo contro lo scià al terrorismo contro i principali dirigenti iraniani della neonata Repubblica Islamica il passo fu breve per questa organizzazione che a partire dalla metà degli anni Ottanta trovò rifugio, finanziamenti, armamenti e basi logistiche per i propri militanti nell’Iraq di Saddam Hussein all’epoca in guerra aperta contro l’Iran degli ayatollah.

 

Un tentativo di sfondamento militare al seguito delle truppe irachene risulterà nel 1987 disastroso: l’MKO perse migliaia di attivisti non rinunciando a colpire moschee e ospedali, centri del potere e banche, bazar e infrastrutture militari iraniane anche negli anni novanta e cercando inutilmente di ritagliarsi un posto nelle manifestazioni della cosiddetta “onda verde” o “rivoluzione verde” della tarda primavera 2009 che per settimane vide gruppuscoli filo-occidentali scendere in piazza nei giorni della rielezione di Ahmadinejad alla presidenza del paese.

Secondo quanto riportato da un articolo apparso sul sito internet http://www.ilpost.it : “Saddam reclutò il MEK (o MKO ndr) in modo molto simile a quello che avrebbero usato gli israeliani, usandoli per combattere le forze irachene nella guerra tra Iran e Iran, un ruolo che i guerriglieri portarono avanti orgogliosamente. Lo strumento per gli attacchi in territorio iraniano, partendo da basi in Iraq, fu l’Esercito di Liberazione Nazionale (MLA), il braccio militare del MEK. Secondo il dipartimento di Stato americano, il corpo militare operò soprattutto nelle fasi finali della guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e una delle loro ultime operazioni importanti fu quella contro i ribelli curdi iracheni nel 1991, quando dettero supporto alle forze di Saddam nella loro brutale repressione. Il MEK avrebbe ricevuto proprio da Saddam Hussein gran parte dei suoi finanziamenti e del suo sostegno, fino all’invasione statunitense del 2003.” (2).

Secondo il dossier dell’NBC sembra che, influenzato dalla sua ideologia antiamericana d’ispirazione marxista, il gruppo abbia collaborato negli anni novanta con Ramzi Yousef, l’organizzatore del primo attentato compiuto in America contro il World Trade Center nel febbraio 1993. Dopo gli anni in cui gli americani hanno sostenuto questa organizzazione criminale a spada tratta contro il “khomeinismo” il Dipartimento di Stato avrebbe inserito anche i sedicenti “muhjaeddin del popolo” nella lista nera dei principali gruppi terroristici a partire dal 1997.

 

Quanto invece non verrà mai a mancare saranno comunque i finanziamenti: l’MKO sopravvisse alla caduta di Saddam Hussein attraverso i canali del traffico di denaro ‘sporco’, grazie al riciclaggio ed alla compiaciuta complicità di diversi occasionali servizi d’intelligence tra i quali proprio il Mossad israeliano figura tra i principali interlocutori della banda di assassini guidata dai coniugi Rajavi.

Massoud e Marjam Rajavi hanno accentrato attorno alle loro persone un autentico manipolo di fanatici indottrinati secondo l’ideologia marxista con venature di islamismo e anticapitalismo militante che, nel corso degli anni, ha creato un vero e proprio culto della personalità attorno alle loro figure operando una sistematica repressione di qualsivoglia dissenso interno sul modello di quanto avveniva negli anni Settanta in gruppuscoli della galassia marxista-internazionalista quali l’Armata Rossa giapponese (gruppo che invierà parecchi dei suoi militanti a combattere in Palestina), le Brigate Rosse italiane ed il Fronte Popolare di Liberazione Nazionale palestinese.

 

Maryam Rajavi, attualmente “presidente” dell’effimero Consiglio Nazionale della Resistenza in Iran con sede a Parigi, attraverso le sue amicizie politiche, soprattutto quella intessuta per anni con l’ex consorte del Presidente francese Mitterand,  è riuscita a far togliere l’organizzazione dall’elenco dei gruppi terroristici in tutta l’Unione Europea (3), ha sostenuto che l’MKO avesse rinunciato alla lotta armata ed al ricorso alla violenza.

 

Una autentica presa per i fondelli quando tutti sanno perfettamente che i terroristi dell’MKO sono alacremente al lavoro e pianificano attentati contro la Repubblica Islamica dell’Iran non rinunciando affatto né al terrore indiscriminato, né all’uso di autobombe, né tantomeno a colpire civili innocenti come hanno sempre fatto fin dalla nascita della teocrazia sciita iraniana.

Ad affiancare l’MKO nelle operazioni terroristiche condotte contro gli scienziati iraniani tra il 2007 e il 2012 – secondo quanto riportò all’epoca l’agenzia semi-ufficiale ‘Fars News’ – vi sarebbero elementi del Mossad israeliano.
All’epoca furono imponenti le manifestazioni di piazza che richiedevano verità e giustizia per l’assassinio dei cinque scienziati nucleari iraniani  mentre nelle sedi internazionali la Repubblica Islamica dell’Iran puntava il dito contro Mossad israeliano e CIA statunitense per il loro sostegno alle attività dei terroristi dell’MKO.

 

Oggi la questione degli scienziati iraniani assassinati torna prepotentemente di attualità: sarebbe dunque proprio Djalalj la ‘talpa’ iraniana che avrebbe fornito informazioni al Mossad israeliano per effettuare con l’aiuto di elementi dell’MKO attentati mortali contro gli scienziati iraniani? E’ presto per dirlo fintanto che il procuratore di Teheran non emetterà una sentenza per ora trattasi di ipotesi, forse fondate.

Al di là di quale sarà la sorte del 46enne ex ricercatore iraniano – con un passato di collaborazioni presso l’Università Piemonte Orientale a Novara ed anche con il Karolinska Institute di Stoccolma in Svezia e la Vrije Universiteit di Bruxelles in Belgio – resta un dato assolutamente certo del quale è impossibile non tenere conto: cinque scienziati iraniani hanno perso la vita tra il 2007 ed il 2012 e tutti erano impegnati nel programma di sviluppo nucleare.
Ammesso e per niente concesso che non si siano fatti saltare da soli per aria qualcuno deve essere stato.

Ora considerando gli obiettivi, la metodologia, l’esplosivo utilizzato appare improbabile che il principale e più attivo servizio di intelligence del Vicino Oriente (il Mossad israeliano) non sia coinvolto in quest’affaire di spie, servizi, autobombe, attentati, sangue.

 

Non sarebbe certamente né la prima né l’ultima volta che gli israeliani ricorrerebbero al terrore indiscriminato ed alla violenza… storicamente anzi sono dei maestri: dalle operazioni terroristiche condotte sotto copertura tra Roma, Parigi, Beirut e Il Cairo dopo la vicenda dell’assassinio di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del ’74 (4) ad opera di militanti del gruppo radicale palestinese di Settembre Nero (all’epoca premier dell’entità criminale sionista era Golda Meir) al fiasco di Lillehammer in Norvegia arrivando fino ai rapimenti (come quello del fisico nucleare israeliano Mordechai Vanunu) ed ai più recenti crimini (anni novanta a Malta contro Fathi Shaqaqì, alto esponente militare della Jihàd Islamica palestinese, e l’ultimo condotto nel febbraio 2010 a Dubai contro Mahmood al-Mahbouh tra i leader di Hamas).

Dietro la morte degli scienziati iraniani dunque si cela un complotto ordito da “Israele” con la complicità dei sedicenti ‘combattenti del popolo’ , gli ipocriti dell’MKO.

 

DAGOBERTO BELLUCCI

Note –
1)”Iran, Djalalj condannato a morte. Alfano: “Ce ne stiamo occupando”, articolo apparso sul sito  http://www.repubblica.it del 23.10.2017;

2) “Gli scienziati iraniani uccisi e Israele”, articolo apparso sul sito http://www.ilpost.it in data 10.02.2012;

3) La pretesa della Rajavi che il suo gruppo abbia abbandonato la lotta armata venne smentita dalla stessa magistratura francese che nel 2003 ordinò – su mandato della Prefettura parigina – la perquisizione degli uffici dell’organizzazione, l’arresto di oltre 150 membri del gruppo compreso il fermo della leader per reati relativi alla “preparazione e al finanziamento di attività di terrorismo”. La Rajavi ottenne la libertà dopo imponenti manifestazioni indette in suo favore dalle organizzazioni d’estrema sinistra transalpine. Analoghe accuse colpiranno in Francia una decina di militanti dell’MKO nel 2006. La suprema corte della Gran Bretagna ha ribadito il 12 novembre 2014 il bando alla leader dell’organizzazione dal Regno Unito (divieto che colpisce la Rajavi fin dal 1997);
4) si veda il film , produzione USA-Canada, “Munich” del 2005 , diretto dal regista di ‘eletta’ ascendenza Steven Spielberg ed interpretato, tra gli altri, da Eric Bana, Daniel Craig e Matthieu Kassevitz nel quale viene riproposta l’intera vicenda storica del dopo-olimpiadi e la spietata caccia del Mossad ai militanti di Settembre Nero ordinata dalla Meir per mezza Europa e mezzo mondo arabo.

Tra gli assassinati dal Mossad ricordiamo:

– Wael Abdel Zwaiter, un poeta palestinese rappresentante dell’OLP in Italia freddato la sera del 16 ottobre 1972 davanti alla propria abitazione a Roma.

– Mahmood Hamshari, rappresentante dell’OLP a Parigi , ferito gravemente da un ordigno piazzato nel suo apparecchio telefoni nel dicembre di quel 1972. Morirà un mese più tardi in ospedale.

– Abdel al Chir contatto dell’OLP con i sovietici ucciso il 24 gennaio 1973 da una bomba piazzata sotto il suo materasso nell’abitazione che aveva a Nicosia a Cipro.

– Basil al Kubeisi, professore universitario di giurisprudenza freddato mentre esce da un caffè parigino il 6 aprile 1973.

– Yusuf al Najar, Kemal Adwar, Kamal Nasser tre importanti leader di OLP e Settembre Nero sono uccisi a Beirut il 10 aprile seguente.

– Abu Ziad, ucciso il 12 aprile seguente da una bomba al plastico piazzata sotto il letto della sua abitazione ad Atene.
– Alì Hassan Salameh , leader del gruppo e mente dell’operazione di Monaco, viene ucciso il 22 gennaio 1979 con un’autobomba a Beirut in Libano.

All’operazione condotta dai servizi israeliani a Beirut nell’aprile 1973 parteciperà anche il futuro premier sionista Ehud Barak.

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Ultimo saluto a Serge Thion

30 Ott

 

 

 

Il 17 ottobre scorso all’età di 75 anni scompariva Serge Thion.

Era nato a Créteil nel 1942.

Storico e giornalista , noto per la sua battaglia anti-imperialista. Dopo aver lavorato per anni come ricercatore presso il Centro Nazionale Francese per la Ricerca Scientifica (CNRS) – dal 1971 al 2000 – Thion si è occupato prevalentemente di Vietnam e Cambogia (1) suscitando non poche perplessità tra gli storici sistemici d’oltralpe quando teorizzò che il genocidio attuato dai khmer rossi nell’ex colonia francese d’Indocina non avvenne come la storia ufficiale racconta bensì secondo metodologia e tecniche che si basavano su ragioni di purezza razziale.
Storico revisionista Thion è sempre stato apprezzato per i suoi scritti sulla cosiddetta controversia relativa al preteso/presunto “olocausto ebraico”. In merito ai fatti accaduti a metà anni Settanta così come su quanto successo in Europa durante l’ultimo conflitto mondiale Thion scrisse:

“La verità é che il genocidio, il massacro, la cancellazione di interi popoli o culture, e altre atrocità disumane, le torture, le corruzioni totali, e così via, sono parte integrante delle politiche di governo, di solito rivolte ai paesi stranieri. Non c’é altra legge che la legge della giungla. Se vogliamo cambiare la situazione, dobbiamo prima riformare le nostre leggi, privare le autorità  della loro immunità  politica, abolire la “Ragione di Stato” e il sistema del segreto di stato che copre tutti questi crimini. Se potessimo arrivare a raggiungere uno stadio in cui ogni funzionario vorrebbe essere giudicato in accordo con le stesse regole che si applicano a te e a me, a ogni altro essere umano, noi non avremmo bisogno di tutti questi straordinari concetti perché la regola comune é del tutto sufficiente.”.

Le sue tesi sulla frode olocaustica lo obbligarono alle dimissioni dal CNRS nel 2000 mentre due anni più tardi venne dichiarata colpevole per diffamazione in una controversia con lo scrittore Didier Daeninckx. Nel 2003 Thion fu dichiarato colpevole di falsificazione di testi con diritti d’autore, per riproduzione senza il permesso degli autori e radicali modifiche dei testi con propri commenti.

Ha collaborato con lo storico revisionista francese, Robert Faurisson (considerato il ‘padre’ di molti degli attuali storici revisionisti) e nel dicembre ha preso parte alla storica conferenza internazionale  promossa dall’ex Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Mahmood Ahmadinejad che tante polemiche e reazioni indignate provocò negli ambienti del Sionismo Internazionale per aver intaccato e messo in discussione – la prima volta che accade a livello planetario in un convegno organizzato a livello di autorità di Stato – la leggenda olocaustica.

Di Thion conserviamo vivo il ricordo del nostro incontro a Beirut, sulla centralissima rue Hamra dove – eravamo nel tardo settembre 2006 un mese dopo la fine dell’aggressione sionista contro il Libano – ci conoscemmo discutendo di politica, di questioni interne libanesi e vicino-orientali, sorseggiando un caffè assieme a questo storico ‘combattente’ ideologico anti-imperialista.

Accompagnato dalla moglie Thion era in Libano per un excursus post-bellico nella valle della Beka’à e nel martoriato sud del paese dei cedri. Ci vedemmo altre due/tre volte alcune fra queste ricordiamo in compagnia di comuni amici sciiti con i quali, in francese, discutemmo fino a tarda sera delle vicissitudini della situazione politica libanese mentre ci comunicava di essere in partenza, di lì a pochi mesi, per la capitale iraniana dov’era stato invitato per la suddetta conferenza revisionista.

Abbiamo avuto modo rientrati in Italia di parlare telefonicamente con questo intellettuale anti-conformista e controcorrente.

A noi ci piace ricordarlo così, con il sorriso sulle labbra, intento a discutere anche animosamente di politica.

E per omaggiarlo citiamo una lista delle sue opere storiche dedicate al revisionismo olocaustico (2): vogliamo credere e pensare che questo nostro ricordo possa ancora fargli piacere.

Addio Serge, o forse – più semplicemente – arrivederci…

DAGOBERTO BELLUCCI

Note –
1) Tra le principali opere di Thion dedicate all’Indocina ricordiamo:

1971

1. [avec Jean-Claude Pomonti] Des Courtisans aux partisans, essai sur la crise cambodgienne, Paris, Gallimard, Coll. Idées, 374 p. bib., index.

1972

2. L’Indochine dans l’attente ; une société ravagée par trente années de guerre, Le Monde diplomatique, decembre 1972 : 1 et 11.

3. Paul Mus, observateur privilégié, Le Monde, 27 octobre 1972 : 19.

1973

4. La Question agraire en Indochine, CIS, Paris, No 54, janvier-juin : 31-60.

1976

5. Sur le Pourtour de l’Indonésie, , Paris, TM, No 363, octobre : 541-72.

1977

6. Réflexions sur quelques ouvrages concernant le Viét-Nam (1974-75), CNRS/GRS, Nanterre, 43 p.

7. [édition, introduction et bibliographie.] L’Angle de l’Asie, de Paul Mus, Paris, Hermann, 269 p.

8. The social classification of peasants in Vietnam, , New York, ATS, vol.2, No.3, décembre : 328-38.

1978

9. Current Research on Vietnam. Review Essay, Bulletin of Concerned Asian Scholars, 10 (4) : 60-9.

1979

10. The Cambodian Solution to the Third Indochina War, Cornell Review, Ithaca (NY), Nr. 6, été 1979 : 35-41.

11. La Troisiéme guerre d’Indochine, Esprit, No. 7-8, juillet-aout : 134-9.

1980Â

12. Cambodge : la catastrophe démographique, Libération, 17 septembre.

13. Le Cambodge, la presse et ses bàtes noires, Esprit, Paris, numéro 9, septembre : 95-111.

14. “The ingratitude of the crocodiles; the 1978 Cambodia “Black Paper””, Bulletin of Concerned Asian Scholars, oct-sept 1980 , 12 (4) : 38-54.

1981

15. [avec Ben Kiernan], Khmers rouges! Matériaux pour l’histoire du communisme au Cambodge, Paris, ,J.E. Hallier/Albin Michel, 396 p. bib., index, cartes.

16. Paul Mus (1902–1969), in Hommes et Destins, Paris, Académie des Sciences d’Outremer, tome iv : 531-3.

17. Les Réformes agraires d’inspiration américaine au Sud Viét–Nam, in Histoire de l’Asie du Sud–Est, révoltes, réformes, revolutions, èdité par Pierre Brocheux, Lille, Presses Universitaires de Lille : 125-38.

1983

18. Cambodge : problémes de la reconstruction, ASEMI, Paris, 1983, No 13, 1-4 : 395-419.

19. “The Cambodia idea of Revolution” in David P. Chandler and Ben Kiernan(eds), Revolution and its Aftermath in Kampuchea : Eight Essays, New Haven, Yale University, Southeast Asia Studies : 10-33

20. “Chronology of Khmer Communism” in David P. Chandler and Ben Kiernan(eds), Revolution  : 291-319.

1985

21. [compte rendu des livres de] W. Ashmoneit, T. Carney, H. Penford, W. Grabowski, [sur le Cambodge] ASEMI, n.15, 1-4, 1985 : 465, 471-4 et 491-2.

22. “Quelques commentaires épars”, ASEMI, No.15, 1-4 : 448-56.

23. “The pattern of cambodian politics” IJP, 13, n°3 : 110-130.

Â
1988

24. “Remodeling Broken Images: Manipulation of Identities. Towards and Beyond the Nation, An Asian Perspective”, traduit par Karen Turnbull, in Ethnicities and Nations Processes of Interethnic Relations in Latin America, Southeast Asia, and the Pacific, edited by R. Guidieri, F. Pellizzi and S. J. Tambiah, Houston (Texas), Rothko Chapel : 229-58.

1989Â

25. “Quel avenir pour le Cambodge?”, Sudestasie, Paris, décembre, No 60 : 30-33.

26. “Cambodge: dix ans de survie”, CA (csea), Paris, No 23, 16 janvier : 6-9.

27. “Quelques constantes de la vie politique cambodgienne”, in Affaires Cambodgiennes, 1979–1989, Asie–Débat, No 5, Paris, 1989, L’Harmattan : 224-47.

1993

28. Meaning of a Museum, PPP, 2, 18, August 27-September 9 : 6.

29. Failure in Cambodia, FEER, Hong Kong, nrº156, 3, 21 janvier : 28.

30. Watching Cambodia. Ten Paths to Enter the CambodianTangle, Bangkok, White Lotus, xxv-290p., bib., index.

1994

31. Explaining Cambodia : A review essai, Canberra, Australian National University, working paper nr° 11, 54 p.

2013

32. (avec Elizabeth Guthrie), “Quelle est la religion des Khmers? “, Péninsule, no 65, 2012 (2) : 201-215.

2) Tra i volumi di Thion sul revisionismo olocaustico e di storia segnaliamo:

– “Il caso Faurisson e il revisionismo olocaustico”, Ediz. ‘Graphos’ , Genova 1997  (con testi di Noam Chomsky , Robert Faurisson, Serge Thion);
– “Verite historique ou verite politique:  Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres a gas”, Ediz. ‘La Vielle Taupe’ , Parigi, 1980;
– “Sul terrorismo israeliano”, Ediz. ‘Graphos’ , Genova 2004 (a cura di S. Thion);
– “Le Pouvoir pale ou le racisme sud-africain” , Ediz. du Seuil, 1969;
– “Breve storia del revisionismo olocaustico”, 2010;
– “Historische Wahrheit oder Politische Wahrheit? oder Die Macht der Medien: der Fall Faurisson”, 1994;

RECENSIONE LIBRARIA – Julius Evola :  “Apolitia – scritti sugli orientamenti “esistenziali” 1934-1973″ 

29 Ott

 

 

 

“L’apolitia è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi valori; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli”

(Julius Evola)

 

Curato dalle edizioni “Controcorrente” di Napoli e dalla Fondazione Julius Evola di Roma il volume sulla Apolitia, il numero 40 di quei quaderni evoliani editi dalla casa editrice napoletana, riveste a distanza di tredici anni dalla sua apparizione un valore che non soltanto è andato aumentando nel corso degli anni ma, se possibile, mantiene intatte le sue caratteristiche fissate fin dal sottotitolo appunto di dare una serie di ‘orientamenti’ esistenziali all’individuo che nel XXI° secolo si ritrova ad affrontare una crisi della cui profondità crediamo proprio nessuno possa oggigiorno più dubitare.

Con una breve nota a cura di Gianfranco De Turris ed un interessante saggio a firma Riccardo Paradisi dal lungimirante titolo “Tradizione e libertà” il volume ripercorre gli sviluppi del pensiero evoliano in merito alle grandi tematiche esistenziali, intime oseremmo dire, che nel corso di un quarantennio hanno visto il filosofo della Tradizione impegnato a ricercare risposte e indirizzi per una formazione interiore.

Come ricorda De Turris nella nota introduttiva citando lo stesso Evola “Nella sua biografia spirituale, ‘Il Cammino del Cinabro’ (1963), Julius Evola fa un riferimento non per tutti chiarissimo: parlando di ‘Cavalcare la tigre’ (scritto – ormai è certo -nel 1949-1951) egli afferma: “Con questo libro si chiude un ciclo nel senso che in un certo modo io sono tornato alle posizioni di partenza”. Ma con queste parole non ci si deve riferire soltanto alle sue giovanili esperienze filosofico-pittoriche (il “punto-zero proprio del dadaismo”) tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti, ma anche a ‘Imperialismo pagano’ (1928): In che senso? Nel senso che entrambe le opere sono una rassegna di quelli che l’autore riteneva i “mali” e gli “errori” del proprio tempo ( gli anni Venti e gli anni Cinquanta) con relative critiche, prese di posizione e rimedi: filosofia, scienza politica, tecnica, religione, strutture sociali, progressismo. Ma mentre nel 1928 esse sono le “radici del male europeo” , nel 1961 (data di pubblicazione di ‘Cavalcare la tigre’) diventano le radici del male che assale l’umanità intera. E mentre nel 1928 il rimedio sembra essere l’abbandono del cristianesimo da parte del fascismo per abbracciare la tradizione romana, nel 1961 il rimedio è quello di una via strettamente interiore e dell’apolitia allorché, spiega, “gli avvenimenti ultimi hanno fatto chiaramente apparire l’assoluta inanità di ogni iniziativa del genere, di ogni sforzo ricostruttivo, insieme al generale, irreversibile carattere di dissoluzione proprio a questa fine di ciclo”.

A distanza di oltre cinquant’anni da quando vennero scritte queste quantomeno ‘preveggenti’ parole occorre meditare sulla indicazione ‘ultima’ data da Evola a coloro i quali volessero ancora ‘impegnarsi’ a livello di una più o meno utile militanza nella sfera della politica tout court.

Lo è tanto più rispetto allo spettacolo tristissimo nel quale si barcamena l’intera politica italiana ed europea, entrambe da molti decenni assolutamente degradatesi a mere comparse di un teatrino piuttosto assurdo qual è quello rappresentato dall’evoluzione della decadenza sotto tutti i punti di vista, dell’incedere impetuoso di una crisi che non è solo di valori ma, nelle sue manifestazioni più recenti, rasenta un vero e proprio crepuscolo di un’intera civilizzazione: quella occidentale contemporanea e più complessivamente quella moderna globale o mondializzata che dir si voglia.

 

Perché un fatto è certo: ci troviamo di fronte ad un autentico baratro di un’intera civiltà – la prima della storia – che non ha saputo trasferire alcunché al di fuori di contro-valori edonistici, rimedi fittizi, soluzioni relative e temporanee. Di fatto la prima ‘civiltà’ materialistica della storia che ha visto progressivamente disintegrate tutte quelle chimeriche certezze delle quali andavano fieri gli occidentali soltanto alla fine del XIX° secolo (dai miti ritenuti infallibili del progresso e dello sviluppo umano alla sicumera sull’indefettibilità di scienza e tecnica) arrivando al riconoscimento terminale che non di evoluzione si trattava ma del suo esatto contrario: una costante involuzione che ha contraddistinto gli ultimi cinque-sei secoli della storia dell’umanità.

Scrive nel suo saggio Riccardo Paradisi: “Nel 1961 era dunque ormai chiaro che Evola indicava a chi lo aveva seguito fino a quel punto un orizzonte diverso da quello proposto nell’opuscolo ‘Orientamenti’ (1950) e nel successivo ‘Gli uomini e le rovine’ (1953). L’Evola di ‘Cavalcare la tigre’ è un pensatore esistenziale, impolitico, che propone un anarchismo di destra; è l’Evola che, malgrado una vocazione interventista, invita le forze a disposizione ad un riorientamento esistenziale, ad una verifica interiore, proponendo l’apolitia, il distacco, la distanza dall’azione politica concreta. E’ ciò malgrado una spiccata tendenza all’azione che lo aveva portato fino a quel momento ad una partecipazione attiva nel dominio politico. La radice indoeuropea di politikòs è, del resto, la stessa di polis e di polemos. Schmitt non dice una cosa diversa quando, parafrasando Von Clausewitz, afferma che la politica è la continuazione della guerra con altri strumenti. Evola però prende atto, all’indomani del dopoguerra, che il mondo è disseminato di rovine non solo materiali, ma anche e soprattutto morali. “Si è in un clima di generale anestesia morale – scrive – di profondo disorientamento (…) il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata stanno a caratterizzare, in genere, l’uomo del dopoguerra.”  ( crf ‘Orientamenti’ , Ediz. ‘Settimo Sigillo’ , Roma 1987).

Fin dagli anni Sessanta Evola va dunque oltre all’attivismo ‘politico’, al fare politica sulla base di quelle che potevano definirsi le passioni e le ideologie all’epoca dominanti, l’attivismo che propone è differenziato, fine a sé stesso, distaccato da qualsiasi pulsione d’ordine emotivo.

 

L’apolitia per il Terzo Millennio è quella del completo disinteresse per il risultato, del fare ciò che dev’essere fatto, senza alcun trasporto e senza alcun coinvolgimento d’ordine emotivo. L’individuo al quale il filosofo della Tradizione si rivolge è un tipo umano completamente distinto dalla massificazione dominante al quale darà il nome di Uomo Differenziato.

Nell’opera di Evola si sono registrati gli autentici cataclismi epocali che sono rappresentati dai due conflitti mondiali: sono pietre miliari entrambi di svolte che hanno sconvolto equilibri storici ritenuti indistruttibili, consegnando un’umanità frastornata, confusa, dubbiosa sul proprio futuro. Uomini lacerati dai grandi dubbi esistenziali o tormentati dall’immane carnaio dei popoli frutto sciagurato delle conquiste – solo l’altro ieri tanto pomposamente celebrate – della scienza e della tecnica e delle loro applicazioni belliche così disumane e scoraggianti.

In ‘Cavalcare la tigre’ Julius Evola prova a ridisegnare un’identità e ricostruire un volto al tipo umano differenziato. Un individuo che dovrà essere il più sprezzante, il più refrattario ed il più alieno possibile rispetto alle sirene della modernità in quanto si prepara ad affrontare un’epoca di autentica dissoluzione dominata dall’emersione di stati emotivi caotici, dall’affioramento di vere e proprie manifestazioni anti-tradizionali di natura infera, demonica, sovversiva.

Già dal sottotitolo utilizzato nella sua opera del 1961 “orientamenti esistenziali per un’epoca di dissoluzione” appare evidente ad Evola la ciclopica sfida che attende quei pochi che vorranno situarsi su quell’ipotetico e quasi immaginario ‘fronte della tradizione’.

Assieme a ‘Gli uomini e le rovine’ il volume di Evola intende anche illustrare quale potrà essere – nel marasma generale della decadenza occidentale e universale – la divisa interiore di quanti intenderanno seguire quella “via della mano sinistra”, o “via secca”, già conosciuta dalle principali dottrine tradizionali dell’Oriente ed indicante una via intellettuale, interiore e personale di distacco rispetto alle vicissitudini del mondo contemporaneo in declino. Formule che troveranno conforto nei due libri dedicati da Evola alla sapienza orientale (‘Lo yoga come potenza’ e ‘La dottrina del risveglio’).

Come scrive nell’introduzione Paradisi: “Dunque già nel 1950 Evola sottolinea che il problema principale da porre non è quello sociale, economico o più in generale politico, ma è quello umano e spirituale poiché “la misura di ciò che può essere ancora salvato dipende dall’esistenza o meno di uomini che ci siano dinanzi non per predicare formule, ma per essere esempi (…) per ridestare forme diverse di sensibilità e di interesse”.”.

La nuova ‘sensibilità’ che Evola sembra indicare agli uomini differenziati sarà quella di una decisa opposizione a tutto ciò che rappresenta la residuale civiltà occidentale giunta al capolinea ed alla cultura borghese che ha impresso alla modernità; una cultura che investirà inevitabilmente il resto del pianeta per le sue caratteristiche espansionistiche-dilatatorie. Siamo in pieno Kali Yuga avverte Evola ed occorre un ri-orientamento interiore per affrontare il punto-zero dei valori espresso da questa civiltà suicida che tutto contamina e distrugge.

L’Evola di questi saggi ha la precisa percezione di vivere nel mondo degli ‘altri’, in piena epoca crepuscolare, nella decadenza di un ciclo, in quell’epoca di cui aveva parlato Friedrich Nietzsche fin dalla fine dell’Ottocento dove a dominare è il nichilismo – freddo, gelido, insensibile alla catastrofe circostante, indifferente alle rovine, assolutamente glaciale nella sua dimensione di deux et machina del crepuscolo dell’umanità – ; laddove “Dio è morto” senza che all’orizzonte si intraveda altri valori, altri sistemi, altre idee del mondo valide o quantomeno adatte a prenderne il posto.

Così l’Evola che prova a dare indicazioni esistenziali per questa età oscura incipiente è quello che indica, con un detto estremo-orientale (il ‘Cavalcare la tigre’), la ‘via’ per restare in piedi nel mondo in rovina, per non farsi travolgere e annientare da ciò che sarebbe comunque impossibile riuscire a controllare. ‘Cavalcando la tigre’ appunto è ancora possibile, forse, resistere alla scombussolamento generale, evitandone gli effetti più negativi ipotizzando, quale estrema ratio, la possibilità di assumere atteggiamenti e comportamenti tra i più estremi ed irreversibili delle dinamiche dissolutive agenti nel presente, cercando di assecondarne e disinteressandosi degli effetti prodotti.
A questo modo sarà possibile l’agire nel senso di raggiungere una sorta di liberazione anziché – come avverrà per la stragrande maggioranza dei contemporanei – in quello di una distruzione spirituale.

Come scriverà ne “Gli Uomini e le Rovine” questa nuova ‘divisa interiore’ che dovranno adottare tutti gli uomini differenziati potrebbe rappresentare : l’elemento decisivo affinché (…) possa prendere forma un nuovo ordinamento di tipo organico è un fatto metafisico. (…) Si ripresenta cioè il problema di un essenziale ricollegamento alle origini. (…) All’atto di eleggere tali idee e di votarsi alla loro realizzazione, superando il limite dell’individuo, dovrebbe potersi attribuire un potere evocatorio: quella spiritualità, quella trascendenza che, per così dire, si è ritirata dal mondo, ma che essa sola può dare un crisma alle nuove strutture, per tale via dovrebbe essere portata ad una nuova manifestazione nel mondo degli uomini e della storia.”.

Manuale di sopravvivenza agli inizi dei Sessanta, ‘Cavalcare la tigre’ potrebbe rappresentare oggi una testimonianza storica di un ardire , di un osare, che è da considerare sepolta a fronte del fallimento delle ideologie, dell’avvento di contro-valori edonistico-materialisti e a forme di riflusso nel privato; assolutamente trapassata se si considerasse l’era dell’informatica e della cibernetica, dei computer’s e dei telefoni cellulari, del post-nichilismo che ha definitivamente e senza appello schiantato le ultime forme di resistenza (anche quelle del ‘privato’, perfino gli ultimi ‘rifugi’ alpini sembrano aver ceduto il passo alla modernità disgregante e tutto omologante).

Noi riteniamo che la proposta evoliana sia ancora attuale, malgrado tutto.

Senza illusioni di sorta ravvisiamo in questa raccolta di scritti di Evola sull”apolitia una ulteriore opportunità di approfondimento di determinate tematiche particolarmente quelle connesse ad un indirizzo per uno sviluppo delle potenzialità interiori degli individui in una prospettiva che è d’altronde quella dell’autore di proporre una specie di filosofia della responsabilità che vuole il superamento di tutto ciò che è contingente, effimero, relativo e tende invece all’Assoluto.

 

DAGOBERTO BELLUCCI

 

 

 

Julius Evola, “Apolitia – Scritti sugli “orientamenti esistenziali” 1934-1973″

Edizioni “Controcorrente”, Napoli/ Fondazione “Julius Evola”, Roma –
Quaderno di Testi Evoliani n° 40

Napoli 2004