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SCATENERANNO GLI AMERICANI LA GUERRA EBRAICA CONTRO LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN?

10 Lug

 

 

SCATENERANNO GLI AMERICANI LA GUERRA EBRAICA CONTRO LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN?

 

 

 

 

di Dagoberto Bellucci

 

 

 

“Per secoli, gli agenti del colonialismo e delle organizzazioni educative e politiche hanno iniettato i loro veleni nelle menti e nella morale della gente, affinchè non l’hanno corrotta. A causa di questi veleni, la gente è diventata sospettosa nei nostri confronti. Le nostre accademie ed i nostri consigli religiosi hanno bisogno di essere riformati. Anche le idee negative provenienti dall’estero devono essere estirpate e si deve combattere ogni forma di corruzione, di male e di deviazione sociale. (…) Quando ero in prigione in Iran ed al-Sayyid al Qummi – che Dio lo protegga – oggi ancora in prigione, era con me, uno degli uomini di Stato iraniani mi disse: “La politica è malizia, falsità ed ipocrisia. La lasci a noi”. Questo è vero. Se politica significa soltanto queste cose, allora in questo senso è loro. Ma politica, nell’Islam e per gli Imam, i quali sono gli amministratori del popolo, non significa ciò che disse quell’uomo. Egli voleva ingannarci ed imbrogliarci. (..) Come potete vedere, costoro vi hanno indotto a credere che la politica  sia malizia, inganno e slealtà, al fine di distrarre la vostra attenzione dalla politica stessa ed immischiarsi a loro piacimento negli affari della nazione e mettere in pratica ciò che vogliono secondo le disposizioni dei loro padroni inglesi ed americani, la cui influenza nel nostro paese è di recente cresciuta. (…) Questi nemici si resero conto delle potenzialità latenti nell’Islam e  vi annetterono una maggiore importanza. La storia insegnava loro che l’Islam aprì le porte dell’Europa e la dominò per un lungo periodo. Perciò un Islam realistico è incompatibile con ciò che essi vogliono. (…) Tutte le istituzioni colonialistiche hanno sussurrato alle orecchie del popolo che la religione non è compatibile con la politica. (…) Chiarite i fatti al popolo ed esortatelo. Instillate lo spirito del jihad nella gente delle strade e dei mercati, nell’operaio, nel contadino e nello studente universitario. Tutti insorgeranno per il jihad. Tutti chiederanno libertà, indipendenza, felicità e dignità. Rendete gli insegnamenti islamici accessibili a tutti, poiché l’Islam è per tutti, e noterete che li condurrà sulla retta via, rischiarerà la loro strada, correggerà i loro pensieri e le loro convinzioni e li indurrà a offrirsi ed a sacrificarsi, di modo che le organizzazioni della politica tirannica e colonialistica possano essere distrutte, ed il governo islamico possa crescere su basi solide.”

 

 

( Ayatollah Ruhollah Sayyed al Musawi al Khomeini – Imam della Rivoluzione Islamica e fondatore della Repubblica Islamica iraniana – da “Il Governo Islamico” – Ediz. “L.Ed.E. – Roma s.d. )

 

 

 

 

 

 

 

     La Repubblica Islamica dell’Iran – supremo referente spirituale, politico-ideologico e militare del fronte anti-mondialista su scala planetaria,  axis mundi e baluardo della fede islamica – si fonda essenzialmente sugli insegnamenti e le direttive d’indirizzo religioso e le innovazioni politiche apportate dall’Imam Ruhollah al Musawi al Khomeini alla visione organica prodotta dalla scuola shi’ita duodecimana.

 

      Ogni tentativo di comprensione della forza spirituale e della dirompente rottura intervenuta a livello storico con la vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche iraniane nel febbraio 1979 risulterebbe incompleto senza una predisposizione verso quella che è la visione del mondo (welthanshauung)  metastorica prodotta dall’Islam khomeinista che è si una dottrina di liberazione dei popoli diseredati del pianeta ma è, prima di tutto, proiezione metafisica dell’ideale di giustizia divina espressione massima della visione musulmana della vita che, secondo l’Imam, si racchiude nella formula “l’Islam è politico o non è”, assioma che ‘ordina’ e rettifica precedenti allontanamenti e derive che subirono i popoli musulmani allorquando fu più evidente la pressione delle potenze colonialiste e più diretta si fece l’influenza dell’imperialismo sulle nazioni dell’Islam.

 

       Come dichiarerà Khomeini più volte “il primo posto dove una rivoluzione incomincia è all’interno di un individuo, dopo in una società” perché le società non sono altro che un insieme di individui sommati che devono – in qualunque visione tradizionale – realizzare la comunità organica.

 

         Tutto quanto accade nelle vicende politiche, economiche e belliche dell’area del Vicino Oriente oramai da oltre un trentennio subisce l’influenza degli avvenimenti rivoluzionari iraniani dai quali iniziò il risveglio islamico nella seconda metà del secolo scorso: al di fuori della Repubblica Islamica dell’Iran e dei suoi alleati regionali (Siria, Hizb’Allah e Hamas) non esiste alcuna alternativa al predominio sionista e statunitense che ha trasformato l’intera zona in un mattatoio a cielo aperto per le genti della Striscia di Gaza e dell’Irak sottomettendo mediante diktat e ricatti, concessioni e miraggi, i paesi arabi alle logiche dell’Imperialismo.

 

      Teheran è la capitale mondiale del Fronte Anti-mondialista planetario, è il supremo referente di tutti i popoli oppressi del pianeta e la nazione-guida fra quelle che intendono spezzare le catene dell’usurocrazia finanziario-plutocratica che, in nome di deliranti progetti di omologazione planetaria e livellamento di massa, vorrebbe realizzare il suo “One World” fosse anche manu militari (del resto quando si parla di deliri mondialisti, occorre sempre tenere in conto la testimonianza resa dal plutocrate ebreo James Warburg alla Commissione Esteri del Senato USA quando, in data 17 febbraio 1950, dichiarò ‘candidamente’: “..che vi piaccia o meno, avremo un governo mondiale – o col consenso o con la forza”).

 

 

     La Repubblica Islamica dell’Iran ha quindi una valenza di centro di irradiazione ideologico rivoluzionaria sia per i popoli del Vicino Oriente islamico che per tutte quelle nazioni che, appartenenti a qualunque quadrante geopolitico, hanno l’intenzione di opporsi ai disegni egemonici dell’asse del terrore sionista-americano indipendentemente dal modello e dalla forma istituzionale adottata e in conformità alle loro equazioni in quanto a civilizzazione, a riferimenti culturali, a idee politiche: in questa ottica appare  pertanto legittimo l’avvicinamento esistente fra il Venezuela cristiano e socialista di Chavez e Teheran, la cooperazione avviata dall’Iran conla RepubblicaPopolaredella Corea del Nord e le ottime relazioni bilaterali intessute dalla Teocrazia shi’ita in questi anni con le nazioni amanti della pace e della cooperazione finalizzata allo sviluppo reciproco delle proprie economie e dei rispettivi sistemi di sviluppo.

 

       Teheran dovrà essere pertanto concepita dai movimenti rivoluzionari e dalle nazioni realmente antagoniste al progetto di omologazione planetario che mira all’instaurazione di un “Nuovo Ordine Mondiale” quale capitale dell’antagonismo anti-imperialista rappresentando espressamente il ruolo di “axis mundi” della Tradizione su di un piano metafisico e assumendo la stessa funzione metastorica che potevano esser aver avuto Roma e Berlino per i movimenti d’ispirazione fascista o nazionalsocialista durante le due guerre mondiali o la stessa importanza avuta da Mosca per i partiti comunisti nei settantaquattro anni di esistenza dell’URSS.

 

       A queste considerazioni sono da tempo arrivati anche i diversi centri-studi strategici e militari collegati alle potenze dell’Occidente giudaico-plutocratico (sia negli Stati Uniti che in Europa) ossia le organizzazioni mondialiste predisposte alla ‘ricognizione’ analitica della politica mondiale che hanno compiti di indirizzo generale ed impostazione delle diverse attività di politica estera delegate ai rappresentanti del Sistema ‘posizionati’ nei differenti esecutivi nazionali e nelle Istituzioni sovra-nazionali con funzioni di controllo e monitoraggio.

 

 

 

      Vediamo alcuni esempi di come è stata in passato e a tutt’oggi viene esercitata a livello d’opinione pubblica l’azione anti-iraniana da parte di questi organismi e dai loro periodici.

 

      Il bollettino pro-sionista “Selezione del Reader’s Digest” nel numero dell’edizione italiana dell’ottobre 1990 pubblicò un articolo dal titolo “Iran – Mente del terrorismo internazionale”  nel quale si poteva leggere: “Nella tarda mattinata del 9 luglio 1988 la temperatura a Teheran sfiorava i 40 centigradi, ma l’aria condizionata proteggeva dal caldo i funzionari di alto rango che lavoravano nell’edificio fortemente protetto di via dei Pasdaran. Lo scopo per cui si erano riuniti era vendicare l’abbattimento – dovuto a un errore – di un aereo passeggeri dell’Iran Air da parte della nave da guerra americana Vincennes sei giorni prima: l’ayatollah Khomeini in persona aveva stabilito che gli Stati Uniti dovevano pagare. (…) Come ministro dell’Interno, Alì Akbar Mohtashemi, 42 anni, era uno dei più potenti capi politici di un paese votato all’estremismo, e dal suo quartier generale a Teheran dirigeva una vasta rete di cellule terroristiche appoggiate dall’Iran. (…) Nel 1970 Mohtashemi era ormai diventato uno degli ufficiali di collegamento personali di Khomeini con gli altri rivoluzionari sciiti in Iraq e in Libano. Nei primi anni Settanta fu addestrato al terrorismo in campi creati da Fatah, l’organizzazione di Yasser Arafat. Tra i capi palestinesi che conobbe in quel periodo c’era Ahmad Jibril. (…) Il 4 novembre 1979 Mohtashemi organizzò con parecchi altri capi del movimento estremista l’invasione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran. (…) Colpito dalla fredda efficienza di Mohtashemi l’ayatollah lo nominò ambasciatore in Siria. Non era un incarico di ordinaria amministrativa, perché il vero compito di Mohtashemi consisteva nel creare nel vicino Libano uno stato islamico sotto il controllo di Teheran. (…) La nuova formazione fu chiamata Hezbollah – il Partito di Dio – e i suoi soldati semplici avrebbero dovuto scatenare una guerra del terrore senza precedenti per barbarie e ampiezza di fronte contro gli Stati Uniti e tutta l’Europa. Assistito dalle Guardie Rivoluzionarie e dai mullah, Mohtashemi reclutò e indottrinò centinaia di giovani fanatici sciiti,(…), e contribuì a creare la Brigata suicida Imam Hussein, specializzata nell’esecuzione di attentati kamikaze. (…) Fu redatto un elenco di sedi diplomatiche e installazioni militari americane ed europee che vennero attentamente studiate dal servizio segreto siriano e dagli agenti di Mohtashemi. (…) Il 18 aprile 1983 un camion carico di esplosivi e guidato da due volontari della Brigata Imam Husseyn si catapultò contro l’ingresso dell’ambasciata americana a Beirut provocando 49 morti e 120 feriti. (…) Il 23 ottobre Mohtashemi ordinò alla brigata suicida di distruggere il quartier generale dei Marine americani e della forza di pace multinazionale francese a Beirut. Le due operazioni provocarono 299 morti. Due mesi dopo i kamikaze del Partito di Dio colpirono le ambasciate americana e francese nel Kuwait, uccidendo 7 persone.” (1)

 

 

      Gli americani, e con loro i loro complici francesi e gli occupanti sionisti, ricordano senz’altro gli avvenimenti ‘esplosivi’ che colpirono le loro sedi diplomatiche e militari in pieno conflitto civile libanese quando – nel mezzo di una guerra di bande mercenarie , tutti contro tutti, dove gruppi paramilitari di ogni colore e di qualunque estrazione avevano precipitato il paese dei cedri in una sanguinosa faida fratricida – sulle montagne della Beka’a settentrionale, nella zona di Ba’albak (roccaforte sciita), i volontari delle Guardie della Rivoluzione iraniana crearono i primi nuclei del Partito di Dio.

 

      Al di là della ‘retorica’ piagnucolante dell’editorialista di “Selezione”, il giudeo Adams, occorre forse ricordare i crimini commessi durante ventidue anni (1978-2000) di occupazione militare del Libano da parte degli israeliani? C’è forse bisogno di elencare tutte le stragi perpetrate dai loro ‘alleati’ della Falange cristiano-maronita responsabili dell’eccidio di Sabra e Chatila dove furono trucidate in una notte oltre 3000 (qualcuno sostiene addirittura 5000) persone quasi tutti vecchi, donne e bambini presenti nel campo profughi palestinese alla periferia meridionale di Beirut? ‘Occhio per occhio, dente per dente’ è ‘adagio’ giudaico e, in guerra, bisogna anche accettare le sconfitte e subire quando si ha di fronte un nemico di ‘rango’, all’altezza della situazione, quale si dimostrò fin dal suo esordio ‘dinamitardo’ il movimento islamico sciita di resistenza denominato Hizb’Allah il quale ha sempre condotto la sua battaglia di liberazione nazionale del Libano ‘puntando’ ai nemici sionisti, ai loro sostenitori americani e evitando accuratamente di rivolgere le proprie armi contro altre fazioni libanesi.

 

 

        Gli stessi vertici militari israeliani quando l’allora premier Ehud Barak decise il ritiro ‘unilaterale’ nel maggio 2000 dal Libano meridionale – abbandonando la cosiddetta “fascia di sicurezza” che i sionisti avevano istituito a sud del fiume Litani – dovettero riconoscere il valore e l’eroismo, le tecniche sofisticate di guerriglia e l’efficacia della tecnologia, di cui erano dotati i combattenti della Resistenza Islamica, braccio militare del Partito di Dio.

 

        Tra le dichiarazioni rese all’epoca alla televisione pubblica dell’entità criminale sionista da parte di alcuni veterani dell’I.D.F. ( “tsahal”…gli sgherri kippizzati con elmetto ) vi fu quella rilasciata da uno dei reduci dal fronte “libanese” appartenente all’unità d’elitè della Brigata Golani che sostenne: “Un tempo entravamo in Libano con i nostri tank affondando come un coltello nel burro, senza trovare alcun ostacolo, senza barriere. Qualcosa è cambiato. Sono cambiati i libanesi. Un tempo ci temevano. Un tempo avevano paura della nostra forza e della nostra superiorità tecnologica. Oggi vengono incontro alla morte con sprezzo del pericolo senza batter ciglio. Sono cambiati e sono più forti e determinati di noi”.

 

 

       Ecco perché “Israele” non potrà più vincere alcun conflitto nel Vicino Oriente: perché il ‘mito’ – costruito ad arte dai mass media kosher di mezzo pianeta – dell’invincibilità militare, della superiorità politica e dell’infallibilità quasi ‘predestinata’ del suo esercito e dei suoi uomini è stato seriamente incrinato dalla resistenza opposta fieramente da Hizb’Allah nel periodo compreso tra il 1990 e il 2000 e, successivamente, durante l’aggressione terroristica lanciata da Tel Aviv contro il paese dei cedri nell’estate di cinque anni fa.

 

 

       Sempre dal bollettino sionista “Selezione” leggiamo l’analisi della situazione economica iraniana così come descritta nel numero dell’ottobre 1992 e dipinta sull’orlo del tracollo (a distanza di quasi 19 anni la Repubblica Islamica è ancora lì, in piedi, viva e ‘vegeta’ alla faccia dei ‘gufamenti’ della carta straccia sistemica): “L’insoddisfazione nasce in gran parte dal fatto che la rivoluzione si è dimostrata incapace di rimettere in piedi l’economia. Il tasso di natalità dell’Iran  è uno dei più alti del mondo e ogni anno un altro milione di abitanti si aggiunge a una popolazione di circa 56 milioni di iraniani. Khomeini aveva promesso di trasformare la vita dei poveri, ma oggi la disoccupazione ha raggiunto livelli del 30 per cento. A causa dell’inflazione galoppante il prezzo del riso è decuplicato, e quello della carne è aumentato di quasi 15 volte. Molte delle industrie nazionalizzate dai mullah operano a meno di due terzi della loro capacità. La produzione di petrolio è diminuita di oltre un terzo, e buona parte dei 15 miliardi di dollari che costituiscono le entrate annuali dell’Iran va spesa per importare generi alimentari e altre merci che un tempo si producevano in casa. (…) Alcuni osservatori occidentali ritengono che le speranze di cambiamento si concentrino nel 57enne presidente Hashemi Rafsanjani, la cui lista di candidati riformatori ha stravinto le elezioni per il parlamento dello scorso aprile. Uomo pragmatico, favorevole a un miglioramento dei rapporti dell’Iran con l’Occidente, Rafsanjani si è adoperato di recente per il rilascio degli ultimi ostaggi americani e tedeschi in Libano. Nei suoi discorsi si scorgono espressioni come “sviluppo capitalistico” e “responsabilità internazionale”. “Le dighe non si costruiscono con gli sloga” ha detto nel discorso d’insediamento. Da quando c’è lui alla guida del paese, l’Iran permette di nuovo agli stranieri l’acquisto di una partecipazione di maggioranza nelle joint ventures; oltre 100 aziende statali sono state privatizzate, e altre 400 saranno messe in vendita nei prossimi anni.” (2)

 

 

      Tutti sappiamo che ‘analoghe’ speranze gli occidentali avevano riposto durante la sua presidenza al leader riformatore Mohammad Khatami (1997-2005) eletto per due mandati e all’ala politica  cosiddetta ‘moderata’ e ‘progressita’ che – lo si è visto chiaramente durante l’elezione di due anni fa che riconfermò Ahmadinejad alla presidenza – rappresentava la quinta colonna sionista e americana degli agenti interni; oltremodo ‘necessaria’ la ‘pulizia’ demandata dalle Autorità iraniane ai Guardiani della Rivoluzione che spazzarono via in poche settimane la cosiddetta “rivoluzione” dell’onda verde eterodiretta dalle centrali di destabilizzazione di Washington e Tel Aviv.

 

 

       Ma veniamo a qualche analisi di più stretta attualità come quella partorita durante i lavori di studio svoltisi a Rimini nell’ottobre scorso all’interno del “Challenge 21”organizzata dal Centro Studi “Pio Manzù”. In quella occasione venne ribadito che fosse “l’Iran il nemico numero uno dell’intelligence mondiale” sostenendo che “Il terrorismo negli ultimi trent’anni è diventato una minaccia strategica –  come ha spiegato l’esperto israeliano di terrorismo islamico, consulente del ministero della Difesa, membro del forum atlantico di Israele, Ely Karmon – La coalizione iraniana è molto più pericolosa di al Qaeda”. Per l’esperto di terrorismo, “l’Iran oggi è più di una minaccia perché aspira a diventare una potenza globale, è una minaccia enorme perché è una coalizione, che comprende due forti Stati: Iran e Siria, con Hamas, Hezbollah, alcuni gruppi iracheni e turchi. Quindi la coalizione rappresenta una grande minaccia per il Medio Oriente, innanzitutto – ha sottolienato – perché questa coalizione è contronatura”.

Secondo Karmon l’Iran inoltre “è riuscito a far deragliare il processo di pace tra Israele e Palestina”. “A partire dal 1991 con il processo di Madrid, che è venuto prima di quello di Oslo, l’Iran – ha aggiunto – ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote al processo di pace. Ora poi l’opzione nucleare è alla porta: questo è il vero problema dal punto di vista delle potenze regionali – ha concluso – che influenzerà tutta la situazione nel Golfo, nel Medio Oriente e sulla scena globale” (3).

       A questa analisi hanno fatto eco quelle sostenute da Peter Neumann, direttore dell’ “International Centre for Study of Radicalisation and political violence” di Londra il quale ha sottolineato come: ”All’origine di gran parte dei problemi di terrorismo internazionale c’è l’Iran e il fatto che debba esportare la sua rivoluzione”.  Aggiungendo: ”E’ stato dimostrato ancora una volta  che non esiste nessuno scontro di civiltà, semmai abbiamo un problema di potere interno a quest’area geografica. Il problema nasce dalla volontà dell’Iran di avere un’espansione. E’ un Paese molto aggressivo”. Per l’esperto inglese ”l’Iran è già una potenza regionale di discreto livello, ma vuole espandersi ancora. Avremo in questo modo una cintura di paesi sciiti, un’area sciita molto forte che andrebbe dall’ovest dell’Afghanistan fino al Libano, espandendosi anche in altri Paesi. Questa, prima era interrotta dal regime di Saddam Hussein e ora giustamente la domanda è: cosa succederà quando le truppe americane si ritireranno dall’Iraq? Molto probabilmente verrà a formarsi una formazione sciita molto forte che andrà ad unirsi a questa cintura ininterrotta”. Per Neumann i maggiori rischi arrivano da internet, perché ”la radicalizzazione del terrorismo arriva da lì”. (4)

        Cosa dimostrano queste analisi se non una volontà, rimasta intatta e inalterata, da parte delle centrali di destabilizzazione sioniste e americane di scatenare un conflitto contro la Repubblica Islamica dell’Iran nel mirino dell’Establishment mondialista da oltre tre decenni? 

         E senza ricordare qui le quasi quotidiane minacce lanciate dall’emporio criminale sionista contro Teheran, la valanga di dichiarazioni di esponenti del Sionismo internazionale sul ‘pericolo iraniano’, il ruolo di agit-prop anti-islamico ed anti-iraniano svolto dai principali editorialisti della carta stampata, dai commentatori televisivi, dagli ‘esperti’ di geopolitica e di affari internazionali al servizio permanente ed effettivo della lobby pro-israeliana che ha indicato chiaramente nella Repubblica Islamica il principale pericolo per la pace e stabilità del Medio Oriente (trita ‘litania’ trentennale che viene rilanciata dai membri dell’esecutivo israeliano e dai loro agent provocateur sparpagliati nelle diverse nazioni a fare da grancassa alla propaganda bellicista dei criminali di Tel Aviv).

 

       Non dimentichiamo un particolare che dovrebbe fare riflettere gli spiriti liberi e agitare le coscienze di coloro che non accettano la dittatura sinagogico-sistemica: l’uniformazione pressoché totale dell’informazione – in Italia come nel resto dell’Occidente – che è al servizio di “Israele”.

       I propagandisti ebraici, filo-ebraici ed ebraicizzanti occupano le redazioni dei principali quotidiani, settimanali e mensili di politica; quelle televisive e –  quando ci sono di mezzo gli interessi dei sionisti – non perdono l’occasione per parlare ad una sola voce. Al di là delle ‘apparenti’ differenze “ideologiche” tutta la stampa italiana – di destra, centro o sinistra –  come l’informazione pubblica o privata (Rai, Mediaset o “La7”….quest’ultima fin dalla sua nascita dalle macerie della vecchia Telemontecarlo si è contraddistinta come un autentico covo giudaico in Italia) sono schierati nettamente e unilateralmente con “Israele” e contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Alla faccia della libera informazione e del ‘pluralismo’ ….

 

          Durante questi trentadue anni l’America, il Grande Satana, ha foraggiato ogni tipo di complotti e intrighi per abbattere la Teocrazia sciita iraniana, ha armato e finanziato la guerra d’aggressione scatenata per otto lunghi anni dall’ex presidente iracheno Saddam Hussein (convinto dai suoi amici occidentali – all’epoca l’Irak si pose a baluardo degli interessi dell’Occidente e delle petrolmonarchie arabe del Golfo – a lanciare nel settembre 1980 la guerra imposta perché, come sostenne, i suoi soldati sarebbero arrivati a Teheran in poche settimane), ha sostenuto e diretto i gruppi terroristici locali (Muhjaeddin e Kalq = i Combattenti del Popolo noti in Iran con l’appellativo, più che legittimo, di munafikun = gli ipocriti; i miliziani separatisti del Kurdistan iraniano, i membri del partito comunista iraniano Tudeh) che operavano dall’interno mietendo stragi e morti in attentati sanguinari rivolti contro civili innocenti, moschee, istituzioni, ha lavorato per portare discordia e sedizione nel Belucistan (provincia iraniana ai confini sud-orientali, vicina al Pakistan, dove opera una nuova organizzazione del crimine che intenderebbe rappresentare gli interessi della minoranza sunnita di quella zona) e, non da ultimo, ha cercato di fomentare la cosiddetta ‘opposizione’ del movimento denominato “onda verde” sceso nelle piazze iraniane dopo la rielezione di Ahmadinejad.

        Al di là di quelle che sono state e saranno in futuro le strategie di destabilizzazione partorite dalla madre di tutte le sovversioni – alias gli Stati Uniti d’America – e indipendentemente da quali saranno gli esiti fallimentari delle guerre asimmetriche lanciate da Washington e dalle sue amministrazioni contro le nazioni dell’Islam è la Repubblica Islamica dell’Iran il principale target della strategia USA per il Vicino Oriente.

 

        La domanda fondamentale che deve essere prioritaria per chiunque si occupi di politica internazionale, e che oramai rappresenta un ‘dilemma’ all’ordine del giorno dei vari meeting dei G20 e delle altre organizzazioni mondialiste, è quella di sapere solo quando – e soprattutto se – l’asse del terrorismo mondiale us-raeliano intenderà aprire un nuovo scenario bellico dopo l’Afghanistan, l’Irak ela Libia.

 

 

      Scateneranno gli Stati Uniti d’America la guerra ebraica contro la Repubblica Islamica dell’Iran?  Questa è la sola questione importante della politica mondiale: tutto il ‘resto’ sono quisquilie e pinzillacchere – parafrasando il Grande Totò…

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

Direttore Responsabile Agenzia di Stampa “Islam Italia”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE –

 

1 – Nathan M. Adams – “Iran  – Mente del terrorismo internazionale” – da “Selezione del Reader’s Digest” , mensile – Ottobre 1990;

 

 

2 – Fergus M. Bordewich – “Iran , gli amari frutti della rivoluzione” – da “Selezione del Reader’s Digest” , mensile – Ottobre 1992;

 

 

 

3 – “Pio Manzù: è l’Iran la minaccia numero uno per l’intelligence mondiale” – articolo dal sito internet  www.sanmarinofixing.com del 18 Ottobre 2010;

 

4 – Ibidem;

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